Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Nasce Toxic Bios: raccontare è resistere
Raccontare è resistere Nasce Toxic Bios, il progetto che mira a raccontare le storie “tossiche” di chi ha subito ingiustizie ambientali e di chi le combatte, un progetto sostenuto dall’Università di Stoccolma e promosso da Marco Armiero e Ilenia Iengo, due ricercatori che si occupano di conflitti ecologici e giustizia ambientale. Questo progetto intende il racconto delle ingiustizie ambientali subite come una forma di resistenza: se è vero che l’ingiustizia ambientale si impone attraverso la violenza della criminalità, dello stato e del capitale, è anche vero che c’è un altro tipo di violenza: quella narrativa. Tante volte le comunità che hanno subito contaminazione sono state anche intossicate da una narrazione tossica che le ha definite comunità colluse con la criminalità organizzata, incivili o, nel migliore dei casi, con stili di vita sbagliati. Toxic Bios è un appello a reagire alla violenza della contaminazione raccontando storie diverse, che facciano emergere il prezzo pagato e la voglia e la capacità di lottare. Se siete interessati, se volete avere più informazioni e collaborare alla costruzione del progetto scrivete a: ilenia@kth.se Per maggiori info, potete visitare il sito web. Autobiografie tossiche, domande frequenti Che cosa cerchiamo? – Stiamo cercando persone che vogliano raccontarsi, narrando il proprio rapporto con la contaminazione in ogni sua forma e i modi in cui hanno reagito ad essa. Che significa raccontarsi? – Non stiamo cercando analisti della crisi rifiuti in Campania. Non è necessario il resoconto di tutto quello che è successo. Per noi contano le biografie personali. Ad esempio, non ci serve la storia dell’inceneritore di Acerra ma invece la storia di un@ cittadin@ di Acerra, del suo rapporto con la contaminazione / mobilitazione, etc. Quali temi da affrontare? – Questo non è un progetto solo sui rifiuti, quindi ci interessa qualunque storia di contaminazione / mobilitazione (ad esempio: quelle connesse all’inquinamento industriale) Ma in concreto che volete? Potete raccontare le vostre storie, scegliendo uno o più di uno dei seguenti formati: – Testi: scrivete la vostra storia e se avete bisogno di un aiuto per costruire il vostro testo, abbiamo dei suggerimenti qui. Lunghezza? Quanto volete, ma non meno di 3 pagine. – Video: se preferite, filmate la vostra storia e mandatecela. Lunghezza: quanto volete, ma non meno di 15 minuti. – Foto: raccontatevi anche attraverso delle foto. In questo caso, scriveteci una didascalia per ogni immagine, per costruire un filo del vostro racconto. Lunghezza: utilizzate 5 foto almeno. – Audio: invece di scrivere, potete registrare la vostra storia come un file audio. Lunghezza: come per il video, minimo 15 minuti. – Qualsiasi altro formato: se avete altre idee per raccontarvi (disegni, diari, scambi epistolari, film etc.,) proponetecelo! Tutte le idee sono benvenute! Ma dove finiscono le storie? – Tutti i materiali saranno disponibili online, nel sito web in costruzione che comprenderà non solo storie dall’Italia, ma anche da altri paesi europei. Le storie saranno anonime? – Ciascuno deciderà per sé, se vorrete pubblicare la storia con il vostro nome o no. Scarica il manuale Guarda il video Pagina facebook del progetto...
read moreGrandi navi a Venezia: avanti il progetto che le ferma al Lido
[di Jacopo Giliberto su Il Sole 24 Ore] È stato scelto il progetto del nuovo approdo cui far ormeggiare a Venezia le grandi navi da crociera: è il progetto Duferco alla bocca di porto del Lido, a fianco delle paratoie mobili del Mose contro l’acqua alta. Mesi dopo l’approvazione data al progetto dalla commissione Via, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha firmato il decreto di approvazione ambientale del progetto e ha mandato il decreto al ministro dei Trasporti e infrastrutture, Graziano Delrio, per avviarne la procedura. Costo stimato (con un po’ di ottimismo), 127 milioni. Tempo di costruzione stimato (con un po’ di ottimismo), 2 anni e mezzo. Inoltre, il ministro Galletti ha bocciato in via formale il progetto concorrente, il cosiddetto Sant’Angelo Contorta e varianti, che era stato proposto anni fa come progetto di riferimento indicato dal Governo e poi era stato modificato con un diverso tracciato dal Comune di Venezia. La questione riguarda le circa 600 grandi navi da crociera che ogni anno entrano in laguna, attraversano il centro città e ormeggiano alla stazione marittima. Quello è l’unico percorso possibile per il pescaggio delle grandi navi moderne attraverso il labirinto di canali che serpeggiano tra i bassifondi della laguna. Il passaggio di questi colossi del mare è amatissimo dai viaggiatori a bordo e dalle compagnie di navigazione, ma per questioni di gigantismo è odiato da legioni di intellettuali, da coorti di foresti, da quasi tutti i turisti non crocieristi e da diversi abitanti di Venezia. Nel 2012, Governo Monti, il ministro dello Sviluppo economico, trasporti e infrastrutture era Corrado Passera; quello dell’Ambiente era Corrado Clini. Insieme emanarono un decreto che vieta il passaggio di navi giganti lungo quel percorso, che viene tollerato finché non c’è un’alternativa, alternativa che viene però imposta. L’Autorità del Porto presentò un progetto sponsorizzatissimo per lo scavo di un vasto passaggio attraverso i bassifondi della laguna per collegare la stazione marittima con il mare aperto attraverso la bocca di porto di Malamocco. Il Comune si aggregò con una variante: il canale avrebbe sfiorato il polo industriale di Marghera. Un politico storico del Pd veneziano, Cesare De Piccoli, insieme con l’azienda siderurgica e ingegneristica Duferco propose invece un terminale nuovo al limite fra laguna e mare, fuori dalle dighe del Mose, da collegare con la stazione marittima con vaporini a basso impatto ambientale per far arrivare crocieristi e valigie. Questi e altri progetti furono sottoposti al vaglio della commissione di Valutazione di impatto ambientale del ministero dell’Ambiente che promosse solamente il progetto Duferco. Promozione e bocciature sono rimaste nel cassetto fino all’altro giorno, quando le acque sono state mosse dall’interrogazione parlamentare del senatore veneziano Felice Casson (Pd). Ieri Delrio ha detto che con i ministri Dario Franceschini (Beni culturali) e Galletti «stiamo studiando una soluzione a brevissimo per la regolazione delle crociere a Venezia». Appena nominato presidente dell’Autorità portuale, il nuovo provveditore al porto Pino Musolino ieri ha espresso perplessità sul progetto approvato dal punto di vista ambientae. Ha detto che la Via è «un requisito di legge, ma è solo un parere sulla compatibilità ambientale, non dà valutazioni di merito. Quelle spettano al Cipe, ai comitati ministeriali, all’Autorità portuale». (Pubblicato il...
read more[posted by Laura Fano Morrissey on TheJournal.ie, March 11, 2017] Fear of an incinerator in the city of Dublin is not irrational – and we need to demand better controls and monitoring before it begins to burn. Life goes on as normal in Sandymount, Dublin, where the sea front bustles with life, people jogging, children running around on the beach when the tide is out. Such a beautiful spectacle of nature, one you would hardly find in any other capital’s city centre. But for me, an Italian who has been an environmental activist for many years and has recently moved to this part of the world, the Poolbeg incinerator is a very ominous presence. In my country incinerators have been around for a couple of decades and a few more are in the pipeline. Almost everywhere, the presence of incinerators has generated widespread protest among the local population. I remember visiting one in Acerra, in the South of Italy, while I was accompanying a delegation of international activists. Local protestors were escorting us, recounting the experience of their fight against what they considered a serious danger to their health. Theirs was not an irrational fear, nor an example of the NIMBY syndrome. There are national and international studies that link the presence of incinerators to an increase in a series of pathologies, ranging from respiratory diseases to tumours. A study conducted in Tuscany confirmed the epidemiological evidence on health effects and the increased risk of cardiovascular and respiratory diseases. Similar studies also confirmed increased risks of miscarriage and preterm births among local populations exposed to incinerators in different sites in Italy. According to Patrizia Gentilini, an oncologist with the organization ISDE-Medici per l’Ambiente (Doctors for the Environment) the link between incinerators and tumours cannot be denied, especially for those tumours primarily affecting women and children. That is why, sadly, many of the protest groups fighting these plants are called “Moms against the incinerators”. Cocktail of toxic elements Despite this incontrovertible data, incinerators are presented by governments and local authorities, desperate to find a solution to a growing waste disposal problem, as the green alternative for a bright future. The reality however is that they release into the air a cocktail of toxic elements such as arsenic, lead, cadmium, nickel, chromium, and even more worryingly dioxins and furans, whose effects on human health can be transmitted to future generations. Dioxins in particular get into the soil and water, entering the food chain, and take decades to be eliminated from the environment. It is estimated that they remain in the soil for 100 years and in the human body for seven years. The problem of incinerators and the conflicts they have generated is in no way confined to Italy. The case of Detroit, the largest solid waste incinerator in the United States, is one of the most iconic environmental and social justice fights in the country. In France, the Association for Research and Treatments Against Cancer (ARTAC) has also linked incinerators to cancer and its President Dominique Belpomme even went as far as describing environmental pollution, including chemical air pollution, as a crime against humanity. Grave concern All this explains my total dismay when I found out, accidentally, that an incinerator had been built in the centre of Dublin. I felt even more dismayed when I realised how little awareness exists in Ireland around the dangers of incinerators. I found out there had been some protests before the plant was built but now that it is set to be fully operational by August and will start burning some waste next month,...
read moreBiomasse: sono fonti rinnovabili davvero low carbon?
[di Roberta De Carolis su Green Biz] Biomasse fonti di energia rinnovabile, quindi decisamente meno inquinanti delle fonti fossili. Verità indiscussa? In realtà alcuni studi indicherebbero esattamente il contrario. Uno studio inglese (ma non è l’unico) sostiene infatti che molte forme di energia derivante dalle foreste aumentano le emissioni invece che ridurle, e invita i Governi e ridurre gli incentivi per l’uso delle biomasse nell’industria europea. Non è tutto oro quello che luccica quindi? Il quadro è in realtà molto complesso, perché la biomasse sono varie, la loro filiera è lunga e molto articolata e le possibili situazioni veramente svariate. Per saperne di più abbiamo quindi intervistato esperti e portatori di interesse. Le biomasse sono davvero energie rinnovabili low carbon? LA RICERCA Roberto Cazzolla Gatti, Biologo ambientale ed evolutivo, professore associato in Ecologia e Biodiversità, Tomsk State University (Russia): Le biomasse non potrebbero mai rappresentare una fonte più inquinante delle fonti fossili se si considera il puro aspetto delle emissioni, perchè parliamo di componenti di natura prevalentemente biologica (legname, pellet). Queste, nella combustione, generano un residuo che, bruciato ad alte temperature, può essere rappresentato da diossine e furani, classici inquinanti ritrovati nei processi industriali. Inquinamento maggiore delle fonti fossili, però, non sussiste se si considerano solo le emissioni. Al massimo possiamo avere uno stato di parità. A mio parere il problema delle biomasse sta nel tipo e nell’origine della biomassa. Se infatti questa ha origine tropicale, o comunque da deforestazione, il tipo di materia prima utilizzata non è assolutamente sostenibile. Quello che in effetti è emerso ultimamente è che sostituire petrolio, carbone, gas con materiale biologico (che in principio sembrava una buona idea), può avere dei problemi legati all’origine, se legata a deforestazione, in particolare delle zone tropicali o in zone di foreste vergini (come conifere e betulle) totalmente eliminate, cosa che annulla completamente la sostenibilità del prodotto. A mio parere quindi le biomasse potrebbero rappresentare una risorsa sostenibile in piccola scala. In zone rurali per esempio, se i residenti utilizzassero la biomassa generata dal loro stesso terreno (residui di potatura, residui di coltivazione) si otterrebbe un’ottima fonte di energia. Ma quando si inizia a centralizzare il sistema, e si entra in una produzione industriale, si incontrano tutti i problemi dei sistemi globali, tra cui l’importazione estera di materia prima. Naturalmente poi per produrre energia da biomassa è necessario usare camere di combustione, nella maggior parte dei casi vecchi termovalorizzatori (o meglio, inceneritori), che, poiché spesso non hanno più ragione di esistere grazie all’implementazione di sistemi di raccolta differenziata, sono stati convertiti a generatori di energia da biomassa. Il problema però è che, per mantenere attivi questi sistemi energivori, che tra l’altro non possono mai essere spenti per motivi economici, è necessario bruciare altro. Si è verificato che a questo scopo vengono usati spesso residui di plastica, oli vegetali di scarto, legnami, che oltretutto vengono prodotti lontano dal sito stesso, che non riesce a sostenere, da solo, il funzionamento di queste apparecchiature. In conclusione, l’unica possibilità per considerare sostenibile l’energia prodotta dalle biomasse, è utilizzare come materia prima coltivazioni specifiche di alberi, riconvertendo, per esempio, tutti i terreni agricoli abbandonati per produrre alberi da biomassa. Ma questo può realizzato solo su piccola scala. Attualmente sacrifichiamo le foreste per inquinare meno, ma nel frattempo non abbiamo più i polmoni che assorbono quello che immettiamo in atmosfera. I PRODUTTORI Walter Righini, Presidente Federazione Italiana Produttori Energie Rinnovabili: Tutti i prodotti, in base a come vengono utilizzati, possono...
read moreChe effetti hanno sull’ambiente acquatico i pesticidi “naturali” ammessi nell’agricoltura bio?
[su Greenreport] Il caso del rame e dell’azadiractina nel del torrente Rio Gola, in Trentino. Uno studio italiano Lo studio “Gene expression profiling of responses induced by pesticides employed in organic agriculture in a wild population of the midge Chironomus riparius”, pubblicato recentemente su Chemosphere e Science of the Total Environment da un team di ricercatori italiani del Muse – Museo delle Scienze di Trento, Cnr e Istituto di Biofisica di Povo, «prende in considerazione l’effetto di rame e azadiractina – due pesticidi legalmente ammessi anche nelle coltivazioni biologiche – sugli insetti che popolano il Rio Gola, un torrente trentino che attraversa una valle coltivata dove i due pesticidi sono regolarmente e legalmente utilizzati secondo il Disciplinare Provinciale». Al Muse spiegano che «entrambi i pesticidi entrano per dilavamento nell’ecosistema acquatico e, a oggi, poco si sa sugli effetti che hanno sugli animali che vivono nei canali e nei torrenti in cui questi pesticidi finiscono. I dati raccolti nel corso del lavoro dimostrano che entrambi sono tossici – il rame più dell’azadiractina – e che le popolazioni esposte sono sofferenti. Il lavoro condotto sarà utile alle autorità che si occupano di valutare la qualità delle acque superficiali, per prendere in considerazione l’opportunità di una revisione del limite di legge di utilizzo di questi pesticidi, nonché ai produttori stessi cui si chiede di valutare sempre un’alternativa o proporre formule più eco-sostenibili». Il rame è utilizzato principalmente come fungicida per controllare la peronospera nei vigneti causata dall’oomicete Plasmopara viticola (Berk e Curt) Berl. et de Toni, il più devastante patogeno dell’uva in Nord America e in Europa. L’inquinamento da rame dei terreni agricoli e delle acque superficiali, dove arriva per drenaggio dei terreni trattati col pesticida o ancora da scarichi industriali, sta destando preoccupazione soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove ne viene fatto un uso eccessivo, non regolamentato. E se da un lato è un metallo indispensabile per alcuni meccanismi biologici delle piante- gioca infatti un ruolo chiave nella fotosintesi e nella sintesi delle proteine – dall’altro però non ne va sottovaluta la tossicità. Si deposita infatti nei primi strati del terreno, influenzando negativamente la vita microbica e lo sviluppo di batteri, alghe, funghi e lombrichi. dal terreno, può raggiungere e inquinare le falde acquifere, determinando gravissimi rischi ambientali ed ecotossicologici su un ampio spettro di organismi e microrganismi. Il rame si trova in natura in tutte le acque del mondo e, se alti livelli di concentrazione possono essere dannosi per gli esseri umani e l’ambiente, il rame è un micronutriente essenziale per la vita e una certa quantità è fondamentale per il benessere degli animali, incluso gli esseri umani. Il rame può divenire altamente tossico in elevate concentrazioni, per esempio influenzando negativamente il consumo di ossigeno e interferendo negativamente con il trasporto e/o il metabolismo del ferro. La sua sostituzione come fungicida è una priorità dichiarata nella legislazione biologica della Comunità Europea (UE, Reg. 473/2002), ma non sono ancora state trovate alternative (CE,2014). L’azadiractina (C35H44O16) è un bio-insetticida, ottenuto dai semi e dalle foglie dell’albero neem indiano Azadirachta indica Juss (Meliaceae). Ha un ampio spettro di azione – viene utilizzato per tenere sotto controllo l’invasione in frutteti di afidi, insetti e nematodi. L’azadiractina è molto efficace contro l’afide grigio del melo, l’afide del pero e il tripide americano. L’azadiractina agisce con diversi meccanismi, da un lato...
read more[posted by Damian Carrington and Jelmer Mommers on The Guardian, February 28, 2017] Public information film unseen for years shows Shell had clear grasp of global warming 26 years ago but has not acted accordingly since, say critics. The oil giant Shell issued a stark warning of the catastrophic risks of climate change more than a quarter of century ago in a prescient 1991 film that has been rediscovered. However, since then the company has invested heavily in highly polluting oil reserves and helped lobby against climate action, leading to accusations that Shell knew the grave risks of global warming but did not act accordingly. Shell’s 28-minute film, called Climate of Concern, was made for public viewing, particularly in schools and universities. It warned of extreme weather, floods, famines and climate refugees as fossil fuel burning warmed the world. The serious warning was “endorsed by a uniquely broad consensus of scientists in their report to the United Nations at the end of 1990”, the film noted. “If the weather machine were to be wound up to such new levels of energy, no country would remain unaffected,” it says. “Global warming is not yet certain, but many think that to wait for final proof would be irresponsible. Action now is seen as the only safe insurance.” A separate 1986 report, marked “confidential” and also seen by the Guardian, notes the large uncertainties in climate science at the time but nonetheless states: “The changes may be the greatest in recorded history.” The predictions in the 1991 film for temperature and sea level rises and their impacts were remarkably accurate, according to scientists, and Shell was one of the first major oil companies to accept the reality and dangers of climate change. But, despite this early and clear-eyed view of the risks of global warming, Shell invested many billions of dollars in highly polluting tar sand operations and on exploration in the Arctic. It also cited fracking as a “future opportunity” in 2016, despite its own 1998 data showing exploitation of unconventional oil and gas was incompatible with climate goals. The film was obtained by the Correspondent, a Dutch online journalism platform, and shared with the Guardian, and lauds commercial-scale solar and wind power that already existed in 1991. Shell has recently lobbied successfully to undermine European renewable energy targets and is estimated to have spent $22m in 2015 lobbying against climate policies. The company’s investments in low-carbon energy have been minimal compared to its fossil fuel investments. Shell has also been a member of industry lobby groups that have fought climate action, including the so-called Global Climate Coalition until 1998; the far-right American Legislative Exchange Council (Alec) until 2015; and remains a member of the Business Roundtable and the American Petroleum Institute today. Another oil giant, Exxon Mobil, is under investigation by the US Securities and Exchange Commission and state attorney generals for allegedly misleading investors about the risks climate change posed to its business. The company said they are confident they are compliant. In early 2016, a group of congressmen asked the Department of Justice to also “investigate whether Shell’s actions around climate change violated federal law”. “They knew. Shell told the public the truth about climate change in 1991 and they clearly never got round to telling their own board of directors,” said Tom Burke at the green thinktank E3G, who was a member of Shell’s...
read more[posted on Amnesty International, November 28, 2016] Palm Oil: Global brands profiting from child and forced labor. Unilever, Nestlé, Proctor & Gamble among nine household names contributing to labor abuse. The world’s most popular food and household companies are selling food, cosmetics and other everyday staples containing palm oil tainted by shocking human rights abuses in Indonesia, with children as young as eight working in hazardous conditions, said Amnesty International in a new report published today. The report, The great palm oil scandal: Labor abuses behind big brand names, investigates palm oil plantations in Indonesia run by the world’s biggest palm oil grower, Singapore-based agri-business Wilmar, tracings palm oil to nine global firms: AFAMSA, ADM, Colgate-Palmolive, Elevance, Kellogg’s, Nestlé, Procter & Gamble, Reckitt Benckiser and Unilever. “Companies are turning a blind eye to exploitation of workers in their supply chain. Despite promising customers that there will be no exploitation in their palm oil supply chains, big brands continue to profit from appalling abuses. These findings will shock any consumer who thinks they are making ethical choices in the supermarket when they buy products that claim to use sustainable palm oil,” said Meghna Abraham, Senior Investigator at Amnesty International. “Corporate giants like Colgate, Nestlé and Unilever assure consumers that their products use ‘sustainable palm oil’, but our findings reveal that the palm oil is anything but. There is nothing sustainable about palm oil that is produced using child labour and forced labor. The abuses discovered within Wilmar’s palm oil operations are not isolated incidents but are systemic and a predictable result of the way Wilmar does business. “Something is wrong when nine companies turning over a combined revenue of $325 billion in 2015 are unable to do something about the atrocious treatment of palm oil workers earning a pittance.” Amnesty International says it will campaign to ask the firms to tell customers whether the palm oil in popular products like Magnum ice-cream, Colgate toothpaste, Dove cosmetics, Knorr soup, KitKat, Pantene shampoo, Ariel, and Pot Noodle comes from Wilmar’s Indonesian operation. Systematic abuses in supply chain of major firms Amnesty International spoke to 120 workers who work on palm plantations owned by two Wilmar subsidiaries and three Wilmar suppliers in Kalimantan and Sumatra in Indonesia. The investigation exposed a wide range of abuses including: Women forced to work long hours under the threat of having their pay cut, paid below minimum wage – earning as little as US$2.50 a day in extreme cases – and kept in insecure employment without pensions or health insurance, Children as young as eight doing hazardous, hard physical work, sometimes dropping out of school to help their parents on the plantation, Workers suffering severe injuries from paraquat, an acutely toxic chemical still used in the plantations despite being banned in the EU and by Wilmar itself, Workers being made to work outdoors without adequate safety equipment despite the risks of respiratory damage from hazardous levels of pollution caused by forest fires during August to October 2015, Workers having to work long hours to meet ridiculously high targets, some of which involve highly physically demanding tasks such as operating heavy manual equipment to cut fruit from trees 20 meters tall. Attempting to meet targets can leave workers in significant physical pain, and they also face a range of penalties for...
read moreGiovani maschi ‘mutanti’, altezza e fertilità modificati dall’inquinamento
[su Adnkronos] Ventenni più alti, con braccia lunghe, meno fertili e più ‘femminili’ per colpa dell’inquinamento ambientale. Uno studio dell’Università di Padova segnala l’aumento dell’altezza, la riduzione del volume dei testicoli e del numero degli spermatozoi e una ridotta androgenizzazione nei giovani maschi, “che possiamo definire ‘mutanti’. Insomma l’ambiente modifica i caratteri sessuali e la fertilità degli uomini del III millennio”. Lo spiega all’Adnkronos Salute Carlo Foresta, coordinatore di uno studio eseguito dai ricercatori della Unità di Andrologia e Medicina della Riproduzione dell’Università di Padova. Se ne parlerà il 24 febbraio ad Abano Terme al XXXII convegno di Medicina della riproduzione presso il Centro Congressi Pietro d’Abano. L’ambiente si sta progressivamente arricchendo di prodotti inquinanti, principalmente di plastica e dei suoi prodotti di degradazione. “A causa di questi abbiamo introdotto un nuovo termine nel mondo della medicina, gli interferenti endocrini: sostanze in grado di interagire o interferire con la normale azione ormonale portando a effetti avversi sulla salute. L’uomo e gli animali possono essere esposti, tramite le acque, l’alimentazione e altre fonti, a un’ampia gamma di queste sostanze”, ricordano i ricercatori padovani. I materiali plastici e i loro derivati contengono agenti chimici che svolgono un’azione simil-estrogenica nel nostro organismo e, secondo recenti ipotesi, aumenterebbero l’incidenza di patologie andrologiche osservata negli ultimi venti anni. In alcune specie animali, particolarmente esposte a sostanze inquinanti, come evidenziato in alligatori e altre specie di rettili, pesci, uccelli e mammiferi, è stato osservato un incremento delle anomalie del sistema riproduttivo. In particolare, sono stati studiati i meccanismi attraverso cui gli interferenti endocrini sono in grado di indurre una più elevata frequenza di stati intersessuali ed ermafroditismo negli alligatori che vivono nei laghi inquinati della Florida. Anche l’uomo sembra essere vittima di questi inquinanti e proprio a questi si attribuisce il documentato declino della produzione di spermatozoi negli ultimi venti anni. Il gruppo di ricerca coordinato da Foresta ha recentemente dimostrato che nei ventenni del terzo millennio, oltre alla riduzione della produzione degli spermatozoi, si osserva una variazione delle strutture corporee che sono indice di un alterato equilibrio degli ormoni testicolari, che può svilupparsi nella fase embrionale o nella fase adolescenziale. Questi giovani, spiegano gli esperti in una nota, hanno una maggiore lunghezza degli arti rispetto al tronco, una riduzione del volume del testicolo e una riduzione della lunghezza del pene (-0.9 cm) rispetto a precedenti osservazioni. Tutti questi segni, anche se sfumati rispetto a quelli osservati nelle altre specie animali, depongono per una interferenza da parte dei composti chimici ambientali sulla produzione degli ormoni testicolari. Durante il XXXII convegno di Medicina della riproduzione, i ricercatori di Padova riporteranno ulteriori risultati a sostegno di questa ipotesi, in particolare la misurazione della distanza ano-genitale in 311 ventenni, visitati all’interno di un progetto di screening. Questa misura rappresenta un importante indice di precoce alterazione della funzionalità testicolare. L’accorciamento della distanza ano-genitale esprime una ridotta attività degli ormoni testicolari in fase embrionale e durante lo sviluppo adolescenziale. Questi giovani, nell’ambito del progetto di prevenzione andrologica, venivano sottoposti a ecografia testicolare, esame del liquido seminale e un’attenta valutazione antropometrica. La distanza ano-genitale era ridotta nei giovani che presentavano l’apertura delle braccia maggiore rispetto all’altezza. Inoltre, la minore distanza ano-genitale si associava a una maggiore lunghezza degli arti, ad un minor volume testicolare, ad una minore lunghezza del pene e ad una riduzione della concentrazione degli spermatozoi. Questi risultati richiamano gli importanti cambiamenti intersessuali osservati in alcune specie animali,...
read more[posted on Union of Concerned Scientists] Found in everything from shampoo to donuts, palm oil is now the most common vegetable oil in the world—and also one of the world’s leading deforestation drivers. Palm oil is extracted from the fruit of the oil palm tree, Elaeis guineensis, which thrives in humid climates. The large majority of palm oil production occurs in just two countries, Malaysia and Indonesia, where huge swaths of tropical forests and peatlands (carbon-rich swamps) are being cleared to make way for oil palm plantations, releasing carbon into the atmosphere to drive global warming while shrinking habitats for a multitude of endangered species. Palm oil’s impacts The areas being cleared for palm oil are particularly rich in carbon. Indonesian forests store even more carbon per hectare than the Brazilian Amazon thanks to their carbon-rich soil; palm cultivation there was responsible for 2 to 9 percent of worldwide emissions from tropical land use between 2000 and 2010. In Malaysia, the carbon stock of tropical forests can range up to 99 million kilograms of carbon per square mile. That’s equivalent to the emissions from driving an average car from New York to San Francisco and back 76 times. One huge source of global warming emissions associated with palm oil is the draining and burning of the carbon-rich swamps known as peatlands. Peatlands can hold up to 18 to 28 times as much carbon as the forests above them; when they are drained and burned, both carbon and methane are released into the atmosphere—and unless the water table is restored, peatlands continue to decay and release global warming emissions for decades. As if that wasn’t bad enough, the burning of peatlands releases a dangerous haze into the air, resulting in severe health impacts and significant economic losses. Each year, more than 100,000 deaths in Southeast Asia can be attributed to particulate matter exposure from landscape fires, many of which are peat fires. Beyond its global warming and human health impacts, palm oil production also takes a toll on biodiversity and human rights. Only about 15 percent of native animal species can survive the transition from primary forest to plantation. Among the species vulnerable to palm oil expansion are orangutans, tigers, rhinoceros, and elephants. Furthermore, palm oil growers have also been accused of using forced labor, seizing land from local populations, and other human rights abuses. Government and industry responses The impacts of palm oil production have begun to draw a response from both governments and the private sector in recent years. There has been significant movement from Southeast Asian governments to address palm oil impacts, though there is still much to be done. In 2010, Indonesia established a moratorium on new concessions for oil palm, timber and logging operations on primary forests and peatlands. In addition, Indonesia has responded to worsening haze conditions by calling for a halt to clearance and drainage of peatlands, and for the restoration of those already drained. Malaysia has also begun to act to protect some of its forests, though its protections thus far have not been as strong as Indonesia’s. On the private-sector side, the Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO) was formed to bring oil producers, non-governmental organizations (NGOs) and other stakeholders together to improve the sustainability of palm oil production. However, current RSPO standards fall short in important respects. For instance, while primary forests are protected under RSPO regulations, secondary, disturbed, or regenerating forests...
read moreCambiamenti climatici “troppo rapidi perché la vita si adatti”. Shell sapeva, dal 1991
[di Rete Clima su greenreport.it] Non solo Exxon Mobil: la verità in un video prodotto un quarto di secolo fa (ma mai diffuso) dalla big oil, scoperto da The Guardian e The Corrispondent. Se fossimo ai giorni odierni la definiremmo probabilmente di una azione di CSR (Corporate Social Responsbility), una forma di responsabilità ambientale da parte di una azienda preoccupata per le macro problematiche ambientali globali (originate peraltro anche dalle sue stesse attività nel mondo delle fonti energetiche fossili). Stiamo parlando del video didattico e divulgativo “Climate of Concern” prodotto dalla Royal Dutch Shell nel 1991 ma mai reso pubblico, volto ad illustrare il cambiamento climatico e della sua pericolosità, con previsioni di riscaldamento assolutamente precise e coerenti (lo possiamo dire con il senno di poi, di oltre 15 anni di esperienza climatica) con l’incremento di temperatura effettivamente misurato negli anni a seguire. Una azione meritoria da parte di una major del petrolio, una “big oil”, destinato al mondo delle università e dell’istruzione superiore (ma effettivamente mai divulgato!), mosso dalla chiara consapevolezza per cui i cambiamenti climatici stanno accadendo “ad un ritmo più veloce che in qualsiasi altra epoca dalla fine dell’era glaciale. Cambiamenti troppo rapidi forse perché la vita si adatti”. A fronte di una tale chiara e lucida coscienza scientifica, che ha motivato perfino la realizzazione di un video divulgativo sulla pericolosità del climate change già nel lontano 1991! (ripetiamo, mai diffuso), ci si sarebbe aspettati una azione imprenditoriale coerente con questo rischio ambientale riconosciuto elevatissimo dalla stessa azienda… ma la storia ci racconta invece un’altra cosa, un diverso comportamento della Royal Dutch Shell. La storia ci ha infatti mostrato una azienda non solo fortemente impegnata nel settore petrolifero, ma quanto più attiva nel rallentare le politiche climate friendly, a giocare un ruolo a livello importante nel sostenere il negazionismo climatico. In questo caso c’è molto poco sa dire….a nostro parere questo documento è un atto di accusa grandissimo per la Shell, che potrà avere futuri strascichi magari anche legali, magari proprio da parte dei propri azionisti danneggiati dalle “politiche struzzo” di questa (e di altre) compagnie petrolifere: oggi alcuni tribunali sono infatti in prima linea nel “rileggere” l’azione storica di queste major del mondo del petrolio che, pur avendo così chiari i rischi climatici già molti anni prima che questi diventassero di dominio pubblico, hanno operato coscientemente negli anni per negarli e poter continuare così il proprio “business as usual”. Una storia che appunto ricorda da vicino quanto recentemente accaduto ad Exxon Mobil, un’altra major del petrolio colta con le mani nel sacco ad aver realizzato (ed altrettanto celato all’opinione pubblica) un report in cui si evidenziava la consapevolezza in merito alla gravita dei rischi collegati al climate change… lì si è finiti in tribunale, qui vedremo. Dice Jeremy Leggett, oggi imprenditore di energia solare ed ex geologo che ha studiato depositi di argillite con il finanziamento Shell e BP: «Il film mostra che la Shell aveva capito che la minaccia (del cambiamento climatico, n.d.r.) era gravissimo, potenzialmente compromissivo per l’esistenza della civiltà più di un quarto di secolo fa». Ma in realtà Shell era a conoscenza dei rischi climatici già da tempo: un report aziendale confidenziale scritto nel 1986, fa notare il Guardian, sottolinea la possibilità di cambiamenti “rapidi e drammatici“, che “avrebbero potuto impattare sull’ambiente, sui futuri standard vitali, sulle forniture di cibo, avendo importanti conseguenze a livello sociale, sconomico e politico”. Insomma, il futuro di oggi già...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.