CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Che effetti hanno sull’ambiente acquatico i pesticidi “naturali” ammessi nell’agricoltura bio?

Posted by on 10:36 am in Notizie | Commenti disabilitati su Che effetti hanno sull’ambiente acquatico i pesticidi “naturali” ammessi nell’agricoltura bio?

Che effetti hanno sull’ambiente acquatico i pesticidi “naturali” ammessi nell’agricoltura bio?

[su Greenreport] Il caso del rame e dell’azadiractina nel del torrente Rio Gola, in Trentino. Uno studio italiano Lo  studio “Gene expression profiling of responses induced by pesticides employed in organic agriculture in a wild population of the midge Chironomus riparius”, pubblicato recentemente su  Chemosphere e Science of the Total Environment da un team di ricercatori italiani del Muse – Museo delle Scienze di Trento, Cnr e  Istituto di Biofisica di Povo, «prende in considerazione l’effetto di rame e azadiractina – due pesticidi legalmente ammessi anche nelle coltivazioni biologiche – sugli insetti che popolano il Rio Gola, un torrente trentino che attraversa una valle coltivata dove i due pesticidi sono regolarmente e legalmente utilizzati secondo il Disciplinare Provinciale». Al Muse spiegano che «entrambi i pesticidi entrano per dilavamento nell’ecosistema acquatico e, a oggi, poco si sa sugli effetti che hanno sugli animali che vivono nei canali e nei torrenti in cui questi pesticidi finiscono. I dati raccolti nel corso del lavoro dimostrano che entrambi sono tossici – il rame più dell’azadiractina – e che le popolazioni esposte sono sofferenti. Il lavoro condotto sarà utile alle autorità che si occupano di valutare la qualità delle acque superficiali, per prendere in considerazione l’opportunità di una revisione del limite di legge di utilizzo di questi pesticidi, nonché ai produttori stessi cui si chiede di valutare sempre un’alternativa o proporre formule più eco-sostenibili». Il rame è utilizzato principalmente come fungicida per controllare la peronospera nei vigneti causata dall’oomicete Plasmopara viticola (Berk e Curt) Berl. et de Toni, il più devastante patogeno dell’uva in Nord America e in Europa. L’inquinamento da rame dei terreni agricoli e delle acque superficiali, dove arriva per drenaggio dei terreni trattati col pesticida o ancora da scarichi industriali, sta destando preoccupazione soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove ne viene fatto un uso eccessivo, non regolamentato. E se da un lato è un metallo indispensabile per alcuni meccanismi biologici delle piante- gioca infatti un ruolo chiave nella fotosintesi e nella sintesi delle proteine – dall’altro però non ne va sottovaluta la tossicità. Si deposita infatti nei primi strati del terreno, influenzando negativamente la vita microbica e lo sviluppo di batteri, alghe, funghi e lombrichi. dal terreno, può raggiungere e inquinare le falde acquifere, determinando gravissimi rischi ambientali ed ecotossicologici su un ampio spettro di organismi e microrganismi. Il rame si trova in natura in tutte le acque del mondo e, se alti livelli di concentrazione possono essere dannosi per gli esseri umani e l’ambiente, il rame è un micronutriente essenziale per la vita e una certa quantità è fondamentale per il benessere degli animali, incluso gli esseri umani. Il rame può divenire altamente tossico in elevate concentrazioni, per esempio influenzando negativamente il consumo di ossigeno e interferendo negativamente con il trasporto e/o il metabolismo del ferro. La sua sostituzione come fungicida è una priorità dichiarata nella legislazione biologica della Comunità Europea (UE, Reg. 473/2002), ma non sono ancora state trovate alternative (CE,2014). L’azadiractina (C35H44O16) è un bio-insetticida, ottenuto dai semi e dalle foglie dell’albero neem indiano Azadirachta indica Juss (Meliaceae). Ha un ampio spettro di azione – viene utilizzato per tenere sotto controllo l’invasione in frutteti di afidi, insetti e nematodi. L’azadiractina è molto efficace contro l’afide grigio del melo, l’afide del pero e il tripide americano. L’azadiractina agisce con diversi meccanismi, da un lato...

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Posted by on 8:57 am in News | Commenti disabilitati su

[posted by Damian Carrington and Jelmer Mommers on The Guardian, February 28, 2017] Public information film unseen for years shows Shell had clear grasp of global warming 26 years ago but has not acted accordingly since, say critics. The oil giant Shell issued a stark warning of the catastrophic risks of climate change more than a quarter of century ago in a prescient 1991 film that has been rediscovered. However, since then the company has invested heavily in highly polluting oil reserves and helped lobby against climate action, leading to accusations that Shell knew the grave risks of global warming but did not act accordingly. Shell’s 28-minute film, called Climate of Concern, was made for public viewing, particularly in schools and universities. It warned of extreme weather, floods, famines and climate refugees as fossil fuel burning warmed the world. The serious warning was “endorsed by a uniquely broad consensus of scientists in their report to the United Nations at the end of 1990”, the film noted. “If the weather machine were to be wound up to such new levels of energy, no country would remain unaffected,” it says. “Global warming is not yet certain, but many think that to wait for final proof would be irresponsible. Action now is seen as the only safe insurance.” A separate 1986 report, marked “confidential” and also seen by the Guardian, notes the large uncertainties in climate science at the time but nonetheless states: “The changes may be the greatest in recorded history.” The predictions in the 1991 film for temperature and sea level rises and their impacts were remarkably accurate, according to scientists, and Shell was one of the first major oil companies to accept the reality and dangers of climate change. But, despite this early and clear-eyed view of the risks of global warming, Shell invested many billions of dollars in highly polluting tar sand operations and on exploration in the Arctic. It also cited fracking as a “future opportunity” in 2016, despite its own 1998 data showing exploitation of unconventional oil and gas was incompatible with climate goals. The film was obtained by the Correspondent, a Dutch online journalism platform, and shared with the Guardian, and lauds commercial-scale solar and wind power that already existed in 1991. Shell has recently lobbied successfully to undermine European renewable energy targets and is estimated to have spent $22m in 2015 lobbying against climate policies. The company’s investments in low-carbon energy have been minimal compared to its fossil fuel investments. Shell has also been a member of industry lobby groups that have fought climate action, including the so-called Global Climate Coalition until 1998; the far-right American Legislative Exchange Council (Alec) until 2015; and remains a member of the Business Roundtable and the American Petroleum Institute today. Another oil giant, Exxon Mobil, is under investigation by the US Securities and Exchange Commission and state attorney generals for allegedly misleading investors about the risks climate change posed to its business. The company said they are confident they are compliant. In early 2016, a group of congressmen asked the Department of Justice to also “investigate whether Shell’s actions around climate change violated federal law”. “They knew. Shell told the public the truth about climate change in 1991 and they clearly never got round to telling their own board of directors,” said Tom Burke at the green thinktank E3G, who was a member of Shell’s...

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Posted by on 8:48 am in News | Commenti disabilitati su

[posted on Amnesty International, November 28, 2016] Palm Oil: Global brands profiting from child and forced labor. Unilever, Nestlé, Proctor & Gamble among nine household names contributing to labor abuse. The world’s most popular food and household companies are selling food, cosmetics and other everyday staples containing palm oil tainted by shocking human rights abuses in Indonesia, with children as young as eight working in hazardous conditions, said Amnesty International in a new report published today. The report, The great palm oil scandal: Labor abuses behind big brand names, investigates palm oil plantations in Indonesia run by the world’s biggest palm oil grower, Singapore-based agri-business Wilmar, tracings palm oil to nine global firms: AFAMSA, ADM, Colgate-Palmolive, Elevance, Kellogg’s, Nestlé, Procter & Gamble, Reckitt Benckiser and Unilever. “Companies are turning a blind eye to exploitation of workers in their supply chain. Despite promising customers that there will be no exploitation in their palm oil supply chains, big brands continue to profit from appalling abuses. These findings will shock any consumer who thinks they are making ethical choices in the supermarket when they buy products that claim to use sustainable palm oil,” said Meghna Abraham, Senior Investigator at Amnesty International. “Corporate giants like Colgate, Nestlé and Unilever assure consumers that their products use ‘sustainable palm oil’, but our findings reveal that the palm oil is anything but. There is nothing sustainable about palm oil that is produced using child labour and forced labor. The abuses discovered within Wilmar’s palm oil operations are not isolated incidents but are systemic and a predictable result of the way Wilmar does business. “Something is wrong when nine companies turning over a combined revenue of $325 billion in 2015 are unable to do something about the atrocious treatment of palm oil workers earning a pittance.” Amnesty International says it will campaign to ask the firms to tell customers whether the palm oil in popular products like Magnum ice-cream, Colgate toothpaste, Dove cosmetics, Knorr soup, KitKat,  Pantene shampoo, Ariel, and Pot Noodle comes from Wilmar’s Indonesian operation. Systematic abuses in supply chain of major firms Amnesty International spoke to 120 workers who work on palm plantations owned by two Wilmar subsidiaries and three Wilmar suppliers in Kalimantan and Sumatra in Indonesia. The investigation exposed a wide range of abuses including: Women forced to work long hours under the threat of having their pay cut, paid below minimum wage – earning as little as US$2.50 a day in extreme cases – and kept in insecure employment without pensions or health insurance, Children as young as eight doing hazardous, hard physical work, sometimes dropping out of school to help their parents on the plantation, Workers suffering severe injuries from paraquat, an acutely toxic chemical still used in the plantations despite being banned in the EU and by Wilmar itself, Workers being made to work outdoors without adequate safety equipment despite the risks of respiratory damage from hazardous levels of pollution caused by forest fires during August to October 2015, Workers having to work long hours to meet ridiculously high targets, some of which involve highly physically demanding tasks such as operating heavy manual equipment to cut fruit from trees 20 meters tall. Attempting to meet targets can leave workers in significant physical pain, and they also face a range of penalties for...

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Giovani maschi ‘mutanti’, altezza e fertilità modificati dall’inquinamento

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Giovani maschi ‘mutanti’, altezza e fertilità modificati dall’inquinamento

[su Adnkronos] Ventenni più alti, con braccia lunghe, meno fertili e più ‘femminili’ per colpa dell’inquinamento ambientale. Uno studio dell’Università di Padova segnala l’aumento dell’altezza, la riduzione del volume dei testicoli e del numero degli spermatozoi e una ridotta androgenizzazione nei giovani maschi, “che possiamo definire ‘mutanti’. Insomma l’ambiente modifica i caratteri sessuali e la fertilità degli uomini del III millennio”. Lo spiega all’Adnkronos Salute Carlo Foresta, coordinatore di uno studio eseguito dai ricercatori della Unità di Andrologia e Medicina della Riproduzione dell’Università di Padova. Se ne parlerà il 24 febbraio ad Abano Terme al XXXII convegno di Medicina della riproduzione presso il Centro Congressi Pietro d’Abano. L’ambiente si sta progressivamente arricchendo di prodotti inquinanti, principalmente di plastica e dei suoi prodotti di degradazione. “A causa di questi abbiamo introdotto un nuovo termine nel mondo della medicina, gli interferenti endocrini: sostanze in grado di interagire o interferire con la normale azione ormonale portando a effetti avversi sulla salute. L’uomo e gli animali possono essere esposti, tramite le acque, l’alimentazione e altre fonti, a un’ampia gamma di queste sostanze”, ricordano i ricercatori padovani. I materiali plastici e i loro derivati contengono agenti chimici che svolgono un’azione simil-estrogenica nel nostro organismo e, secondo recenti ipotesi, aumenterebbero l’incidenza di patologie andrologiche osservata negli ultimi venti anni. In alcune specie animali, particolarmente esposte a sostanze inquinanti, come evidenziato in alligatori e altre specie di rettili, pesci, uccelli e mammiferi, è stato osservato un incremento delle anomalie del sistema riproduttivo. In particolare, sono stati studiati i meccanismi attraverso cui gli interferenti endocrini sono in grado di indurre una più elevata frequenza di stati intersessuali ed ermafroditismo negli alligatori che vivono nei laghi inquinati della Florida. Anche l’uomo sembra essere vittima di questi inquinanti e proprio a questi si attribuisce il documentato declino della produzione di spermatozoi negli ultimi venti anni. Il gruppo di ricerca coordinato da Foresta ha recentemente dimostrato che nei ventenni del terzo millennio, oltre alla riduzione della produzione degli spermatozoi, si osserva una variazione delle strutture corporee che sono indice di un alterato equilibrio degli ormoni testicolari, che può svilupparsi nella fase embrionale o nella fase adolescenziale. Questi giovani, spiegano gli esperti in una nota, hanno una maggiore lunghezza degli arti rispetto al tronco, una riduzione del volume del testicolo e una riduzione della lunghezza del pene (-0.9 cm) rispetto a precedenti osservazioni. Tutti questi segni, anche se sfumati rispetto a quelli osservati nelle altre specie animali, depongono per una interferenza da parte dei composti chimici ambientali sulla produzione degli ormoni testicolari. Durante il XXXII convegno di Medicina della riproduzione, i ricercatori di Padova riporteranno ulteriori risultati a sostegno di questa ipotesi, in particolare la misurazione della distanza ano-genitale in 311 ventenni, visitati all’interno di un progetto di screening. Questa misura rappresenta un importante indice di precoce alterazione della funzionalità testicolare. L’accorciamento della distanza ano-genitale esprime una ridotta attività degli ormoni testicolari in fase embrionale e durante lo sviluppo adolescenziale. Questi giovani, nell’ambito del progetto di prevenzione andrologica, venivano sottoposti a ecografia testicolare, esame del liquido seminale e un’attenta valutazione antropometrica. La distanza ano-genitale era ridotta nei giovani che presentavano l’apertura delle braccia maggiore rispetto all’altezza. Inoltre, la minore distanza ano-genitale si associava a una maggiore lunghezza degli arti, ad un minor volume testicolare, ad una minore lunghezza del pene e ad una riduzione della concentrazione degli spermatozoi. Questi risultati richiamano gli importanti cambiamenti intersessuali osservati in alcune specie animali,...

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[posted on Union of Concerned Scientists] Found in everything from shampoo to donuts, palm oil is now the most common vegetable oil in the world—and also one of the world’s leading deforestation drivers. Palm oil is extracted from the fruit of the oil palm tree, Elaeis guineensis, which thrives in humid climates. The large majority of palm oil production occurs in just two countries, Malaysia and Indonesia, where huge swaths of tropical forests and peatlands (carbon-rich swamps) are being cleared to make way for oil palm plantations, releasing carbon into the atmosphere to drive global warming while shrinking habitats for a multitude of endangered species. Palm oil’s impacts The areas being cleared for palm oil are particularly rich in carbon. Indonesian forests store even more carbon per hectare than the Brazilian Amazon thanks to their carbon-rich soil; palm cultivation there was responsible for 2 to 9 percent of worldwide emissions from tropical land use between 2000 and 2010. In Malaysia, the carbon stock of tropical forests can range up to 99 million kilograms of carbon per square mile. That’s equivalent to the emissions from driving an average car from New York to San Francisco and back 76 times. One huge source of global warming emissions associated with palm oil is the draining and burning of the carbon-rich swamps known as peatlands. Peatlands can hold up to 18 to 28 times as much carbon as the forests above them; when they are drained and burned, both carbon and methane are released into the atmosphere—and unless the water table is restored, peatlands continue to decay and release global warming emissions for decades. As if that wasn’t bad enough, the burning of peatlands releases a dangerous haze into the air, resulting in severe health impacts and significant economic losses. Each year, more than 100,000 deaths in Southeast Asia can be attributed to particulate matter exposure from landscape fires, many of which are peat fires. Beyond its global warming and human health impacts, palm oil production also takes a toll on biodiversity and human rights. Only about 15 percent of native animal species can survive the transition from primary forest to plantation. Among the species vulnerable to palm oil expansion are orangutans, tigers, rhinoceros, and elephants. Furthermore, palm oil growers have also been accused of using forced labor, seizing land from local populations, and other human rights abuses. Government and industry responses The impacts of palm oil production have begun to draw a response from both governments and the private sector in recent years. There has been significant movement from Southeast Asian governments to address palm oil impacts, though there is still much to be done. In 2010, Indonesia established a moratorium on new concessions for oil palm, timber and logging operations on primary forests and peatlands. In addition, Indonesia has responded to worsening haze conditions by calling for a halt to clearance and drainage of peatlands, and for the restoration of those already drained. Malaysia has also begun to act to protect some of its forests, though its protections thus far have not been as strong as Indonesia’s. On the private-sector side, the Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO) was formed to bring oil producers, non-governmental organizations (NGOs) and other stakeholders together to improve the sustainability of palm oil production. However, current RSPO standards fall short in important respects. For instance, while primary forests are protected under RSPO regulations, secondary, disturbed, or regenerating forests...

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Cambiamenti climatici “troppo rapidi perché la vita si adatti”. Shell sapeva, dal 1991

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Cambiamenti climatici “troppo rapidi perché la vita si adatti”. Shell sapeva, dal 1991

[di Rete Clima su greenreport.it] Non solo Exxon Mobil: la verità in un video prodotto un quarto di secolo fa (ma mai diffuso) dalla big oil, scoperto da The Guardian e The Corrispondent. Se fossimo ai giorni odierni la definiremmo probabilmente di una azione di CSR (Corporate Social Responsbility), una forma di responsabilità ambientale da parte di una azienda preoccupata per le macro problematiche ambientali globali (originate peraltro anche dalle sue stesse attività nel mondo delle fonti energetiche fossili). Stiamo parlando del video didattico e divulgativo “Climate of Concern” prodotto dalla Royal Dutch Shell nel 1991 ma mai reso pubblico, volto ad illustrare il cambiamento climatico e della sua pericolosità, con previsioni di riscaldamento assolutamente precise e coerenti (lo possiamo dire con il senno di poi, di oltre 15 anni di esperienza climatica) con l’incremento di temperatura effettivamente misurato negli anni a seguire. Una azione meritoria da parte di una major del petrolio, una “big oil”, destinato al mondo delle università e dell’istruzione superiore (ma effettivamente mai divulgato!), mosso dalla chiara consapevolezza per cui i cambiamenti climatici stanno accadendo “ad un ritmo più veloce che in qualsiasi altra epoca dalla fine dell’era glaciale. Cambiamenti troppo rapidi forse perché la vita si adatti”. A fronte di una tale chiara e lucida coscienza scientifica, che ha motivato perfino la realizzazione di un video divulgativo sulla pericolosità del climate change già nel lontano 1991! (ripetiamo, mai diffuso), ci si sarebbe aspettati una azione imprenditoriale coerente con questo rischio ambientale riconosciuto elevatissimo dalla stessa azienda… ma la storia ci racconta invece un’altra cosa, un diverso comportamento della Royal Dutch Shell. La storia ci ha infatti mostrato una azienda non solo fortemente impegnata nel settore petrolifero, ma quanto più attiva nel rallentare le politiche climate friendly, a giocare un ruolo a livello importante nel sostenere il negazionismo climatico. In questo caso c’è molto poco sa dire….a nostro parere questo documento è un atto di accusa grandissimo per la Shell, che potrà avere futuri strascichi magari anche legali, magari proprio da parte dei propri azionisti danneggiati dalle “politiche struzzo” di questa (e di altre) compagnie petrolifere: oggi alcuni tribunali sono infatti in prima linea nel “rileggere” l’azione storica di queste major del mondo del petrolio che, pur avendo così chiari i rischi climatici già molti anni prima che questi diventassero di dominio pubblico, hanno operato coscientemente negli anni per negarli e poter continuare così il proprio “business as usual”. Una storia che appunto ricorda da vicino quanto recentemente accaduto ad Exxon Mobil, un’altra major del petrolio colta con le mani nel sacco ad aver realizzato (ed altrettanto celato all’opinione pubblica) un report in cui si evidenziava la consapevolezza in merito alla gravita dei rischi collegati al climate change… lì si è finiti in tribunale, qui vedremo. Dice Jeremy Leggett, oggi imprenditore di energia solare ed ex geologo che ha studiato depositi di argillite con il finanziamento Shell e BP: «Il film mostra che la Shell aveva capito che la minaccia (del cambiamento climatico, n.d.r.) era gravissimo, potenzialmente compromissivo per l’esistenza della civiltà più di un quarto di secolo fa». Ma in realtà Shell era a conoscenza dei rischi climatici già da tempo: un report aziendale confidenziale scritto nel 1986, fa notare il Guardian, sottolinea la possibilità di cambiamenti “rapidi e drammatici“, che “avrebbero potuto impattare sull’ambiente, sui futuri standard vitali, sulle forniture di cibo, avendo importanti conseguenze a livello sociale, sconomico e politico”. Insomma, il futuro di oggi già...

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Bottiglie d’acqua e contenitori per il cibo BPA-free possono contenere BHPF nocivo

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Bottiglie d’acqua e contenitori per il cibo BPA-free possono contenere BHPF nocivo

[su Greenreport.it] Il sostituto del bisfenolo A si lega agli estrogeni e può potenzialmente causare problemi di fertilità. Diverse associazioni ambientaliste e di consumatori hanno più volte lanciato l’allarme per la presenza di  BPA, o bisfenolo A, nelle bottiglie di plastica, nei biberon o nei giochi per la prima infanzia. Piccole quantità di questo composto possono dissolversi nei cibi e nelle bevande che contengono  e  diversi studi hanno dimostrato che il BPA può imitare gli estrogeni, legandosi agli stessi recettori nel corpo. Gli estrogeni sono coinvolti nello sviluppo del seno e  regolano le gravidanze. Gli animali esposti al BPA sviluppano sistemi riproduttivi anomale, ma non è chiaro se le persone siano esposte a dosi sufficientemente elevate per subire conseguenze di questo tipo. Nel 2015 un gruppo dei esperti dell’Efsa ha stabilito che il livello di esposizione al  BPA, attraverso la dieta o l’insieme delle diverse fonti (alimenti, polvere, cosmetici, giocattoli, prodotti plastici alimentari e carta termica) non rappresenta un rischio per la salute delle persone di tutte le fasce di età, compresi i neonati e le donne in gravidanza. Mentre un rapporto del 2013 dell’ l’Agenzia nazionale francese per la sicurezza alimentare, sanitaria ambientale e del lavoro (Anses) aveva confermato gli effetti negativi della sostanza e sottolineato  il danno per le donne incinte in termini di rischi potenziali nei confronti del feto: «L’esposizione materna al Bpa può determinare una modifica nella struttura della ghiandola mammaria del feto e tale cambiamento potrebbe a sua volta favorire lo sviluppo di tumori». L’opinione pubblica è sempre più preoccupata ed alcuni Paesi hanno vietato il BPA, e per questo molti produttori hanno iniziato a sostituirlo con il fluorene-9-bisfenolo o BHPF, che è già ampiamente utilizzato per produrre diversi materiali. Ma lo studio “Fluorene-9-bisphenol is anti-oestrogenic and may cause adverse pregnancy outcomes in mice” pubblicato su Nature Communications da un team di ricercatori cinesi e giapponesi  dell’università di Pechino e dell’ università farmaceutica di Gifu, dice che i sostituti possono essere altrettanto dannosi. Jianying Hu, del dipartimento scienze ambientali dell’università di Pechino, e il suo team hanno scoperto che il BHPF si lega anche ai recettori degli estrogeni del corpo. A differenza di BPA, lo fa senza stimolarli ma bloccando la loro normale attività. Il  BHPF testato sulle femmine di topi ha portato gli animali ad avere uteri più piccoli e cuccioli di dimensioni ridotte e a un aumento di aborti rispetto a quelle non sottoposte alla sostanza. I contenitori di plastica di cibo e bevande di solito non rivelano informazioni dettagliate sulla loro composizione, il team della Hu ha testato diverse bottiglie di plastica etichettate “BPA-free”, per vedere se nell’acqua che contenevano ci fosse BHPF, dato che l’esposizione al caldo favorisce la dissoluzione di questi composti. Il team sino-nipponico ha così scoperto che il BHPF era stato rilasciato in 23 dei 52 articoli testati, compresi tutti e tre i biberon analizzati.  Quando hanno prelevato campioni di sangue da 100 studenti di un college che bevono regolarmente acqua dalle bottiglie di plastica, i ricercatori del team della Hu hanno rilevato bassi livelli di BHPF in 7 ragazzi. Dato che ormai in giro ci sono molti materiali che contengono BHPF, non si è certi che il composto trovato nel sangue degli studenti provenga dall’acqua in bottiglie di plastica. Commentando lo studio su New Scientist,  Frederick vom Saal, dell’università del Missouri, ha detto: «Se il BHPF si lega agli stessi recettori negli esseri...

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[posted by Nina Lakhani on The Guardian, February 28, 2017] The Honduran environmental activist’s killing a year ago bears the hallmarks of a ‘well-planned operation designed by military intelligence’ says legal source. Leaked court documents raise concerns that the murder of the Honduran environmentalist Berta Cáceres was an extrajudicial killing planned by military intelligence specialists linked to the country’s US–trained special forces, a Guardian investigation can reveal. Cáceres was shot dead a year ago while supposedly under state protection after receiving death threats over her opposition to a hydroelectric dam. The murder of Cáceres, winner of the prestigious Goldman environmental prize in 2015, prompted international outcry and calls for the US to revoke military aid to Honduras, a key ally in its war on drugs. Eight men have been arrested in connection with the murder, including one serving and two retired military officers. Officials have denied state involvement in the activist’s murder, and downplayed the arrest of the serving officer Maj Mariano Díaz, who was hurriedly discharged from the army. But the detainees’ military records and court documents seen by the Guardian reveal that: Díaz, a decorated special forces veteran, was appointed chief of army intelligence in 2015, and at the time of the murder was on track for promotion to lieutenant colonel. Another suspect, Lt Douglas Giovanny Bustillo joined the military on the same day as Díaz; they served together and prosecutors say they remained in contact after Bustillo retired in 2008. Díaz and Bustillo both received military training in the US. A third suspect, Sgt Henry Javier Hernández, was a former special forces sniper, who had worked under the direct command of Díaz. Prosecutors believe he may also have worked as an informant for military intelligence after leaving the army in 2013. Court documents also include the records of mobile phone messages which prosecutors believe contain coded references to the murder. Bustillo and Hernández visited the town of La Esperanza, where Cáceres lived, several times in the weeks before her death, according to phone records and Hernández’s testimony. A legal source close to the investigation told the Guardian: “The murder of Berta Cáceres has all the characteristics of a well-planned operation designed by military intelligence, where it is absolutely normal to contract civilians as assassins. “It’s inconceivable that someone with her high profile, whose campaign had made her a problem for the state, could be murdered without at least implicit authorisation of military high command.” The Honduran defence ministry ignored repeated requests from the Guardian for comment, but the head of the armed forces recently denied that military deaths squads were operating in the country. Five civilians with no known military record have also been arrested. They include Sergio Rodríguez, a manager for the internationally funded Agua Zarca hydroelectric dam which Cáceres had opposed. The project is being led by Desarrollos Energéticos SA, (Desa), which has extensive military and government links. The company’s president, Roberto David Castillo Mejía, is a former military intelligence officer, and its secretary, Roberto Pacheco Reyes, is a former justice minister. Desa employed former lieutenant Bustillo as head of security between 2013 and 2015. Cáceres had reported 33 death threats linked to her campaign against the dam, including several from Desa employees. Desa denies any involvement in the murder. Cáceres was killed at about 11.30pm on 2 March, when at least...

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Enea: dal Mediterraneo l’evidenza dell’innalzamento dei mari in 100 anni

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Enea: dal Mediterraneo l’evidenza dell’innalzamento dei mari in 100 anni

[su Greenreport.it] 30 cm in più negli ultimi 1.000 anni, il livello del mare aumenterà più del triplo nel 2100. Secondo lo studio “Millstone quarries along the Mediterranean coast: Chronology, morphological variability and relationships with past sea levels”, appena pubblicato su  Quaternary International da un team di ricercatori di Enea. Ingv e delle delle università di Roma “La Sapienza”, Bari “Aldo Moro”, Lecce, Catania, Haifa (Israele), Parigi e Marsiglia (Francia), «Il Mediterraneo si è innalzato di circa 30 cm negli ultimi 1.000 anni rispetto a un aumento più che triplo previsto nei prossimi 100 anni dall’  Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite (Ipcc)». Infatti, la ricerca sulle variazioni del livello del Mediterraneo coordinata dall’Enea, « dimostra come le previsioni al 2100 dell’Ipcc rappresentino un’evidente accelerazione dell’innalzamento del livello dei mari, dovuta principalmente al cambiamento climatico». Il coordinatore dello studio, Fabrizio Antonioli del Laboratorio modellistica climatica e impatti dell’Enea, spiega che«La ricerca ha preso in esame l’innalzamento del nostro mare in un arco temporale mai studiato prima. In mille anni  il Mediterraneo è aumentato da un minimo di 6 a un massimo di 33 cm, un livello inferiore del 65 per cento rispetto alle più recenti proiezioni dell’Ipcc, secondo le quali l’innalzamento del mare a livello mondiale è stimato tra i 60 e i 95 cm entro il 2100. Si tratta di un’evidente accelerazione, dovuta principalmente al cambiamento climatico causato dall’aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera, che negli ultimi quattro anni ha superato in modo stabile il valore di 400 ppm, un livello mai toccato sulla Terra negli ultimi 23 milioni di anni». Per studiare le variazioni del livello del Mediterraneo, il team internazionale di ricerca ha esaminato 13 siti archeologici sulle coste di Italia, Spagna, Francia, Grecia e Israele, in luoghi dove venivano estratte le mole olearie, cioè le grosse pietre utilizzate per la macinazione delle olive. «L’aumento più elevato  – dicono all’Enea – è stato riscontrato in Grecia a Nea Peramos sul golfo Saronico vicino ad Atene, mentre il valore più basso è stato misurato nell’isola spagnola di Maiorca». In Italia l’indagine si è concentrata in tre aree del sud: Scario (Salerno), Torre Santa Sabina, vicino Otranto (Lecce) e Punta Penne (Brindisi), dove il livello del mare si è innalzato di circa 15 cm negli ultimi mille anni. Antonioli conclude: «Questo studio  è stato realizzato in aree stabili da un punto di vista tettonico, alcune anche parzialmente sommerse, coniugando scienza e archeologia.  In Italia sono 33 le aree a rischio a causa dell’aumento del livello del mare. Le zone più estese si trovano sulla costa settentrionale del mare Adriatico tra Trieste e Ravenna, altre aree particolarmente vulnerabili sono le pianure costiere della Versilia, di Fiumicino, le Piane Pontina e di Fondi, del Sele e del Volturno, l’area costiera di Catania e quelle di Cagliari e Oristano. Il massimo aumento del livello delle acque è atteso nel Nord Adriatico dove la somma del mare che sale e della costa che scende raggiungerà valori compresi tra 90 e 140 centimetri». (Pubblicato il...

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La perdita di habitat come spinta alla migrazione

Posted by on 8:38 am in Notizie | Commenti disabilitati su La perdita di habitat come spinta alla migrazione

[di Saskia Sassen su Ecologia Politica] L’articolo analizza tre flussi emergenti di migrazioni, ciascuno con caratteristiche specifiche che possono definirsi estreme. Lo sforzo che ho compiuto nell’organizzare il mio lavoro è stato quello di capire quali condizioni presenti nei luoghi di origine spingono le persone a rischiare la vita per intraprendere viaggi pericolosi allo scopo di fuggire da tali luoghi. Ormai si sa che questi migranti non sono i più poveri dei poveri nei loro luoghi di origine. Il rapido aumento di quei flussi, insieme alle condizioni che queste persone lasciano dietro di sé, sollecita una domanda che è a fondamento della mia indagine: le categorie che noi utilizziamo per capire e descrivere le migrazioni – basate sull’idea che si tratti di persone che vanno in cerca di una vita migliore, che lasciano una famiglia e una casa con l’intenzione di inviare degli aiuti da lontano in vista di un possibile ritorno – sono sufficienti a individuare la specificità di questi flussi migratori emergenti? La mia risposta è: no, niente affatto. Una grossa differenza rispetto al passato è che una parte della storia è l’imponente perdita di habitat dovuta a una varietà di eventi e circostanze estremi: dai furti della terra, fino all’avvelenamento di terreni e di acque causato dalle miniere. Nell’articolo esamino come i modelli di sviluppo realizzati negli ultimi 30 e più anni abbiano reso possibili queste condizioni negative. In più, un altro fattore significativo che ha contribuito a ridurre l’habitat di quei migranti è stato la proliferazione di guerre asimmetriche. Un esito della combinazione di questi fattori si manifesta con queste nuove migrazioni. INTRODUZIONE Una assunzione importante nell’organizzare la ricerca che mi ha portato a scrivere questo articolo è che il contesto generale in cui i flussi migratori si manifestano è significativo. Si può vedere che molti dei più estesi flussi migratori degli ultimi due secoli, e anche prima, hanno avuto un inizio: non sono sempre stati presenti. La mia attenzione qui è rivolta ad alcuni nuovi flussi migratori che hanno cominciato a manifestarsi negli ultimi uno-due anni, e che hanno dimensioni ridotte rispetto ai precedenti. Queste migrazioni più recenti ci aiutano a capire perché un flusso migratorio ha inizio, e ci danno informazioni sulle condizioni del contesto, dell’area dalla quale la gente parte. […] La maggior parte del mio lavoro sulle migrazioni è basato sull’analisi del contesto più esteso, e qui esamino tre flussi che hanno avuto inizio molto di recente. Un caso riguarda il brusco aumento di migrazione di minori non accompagnati dal Centro America – in particolare da Honduras, Salvador e Guatemala. Il secondo riguarda l’incremento delle fughe delle popolazioni Rohingya dal Myanmar. Il terzo caso riguarda la migrazione verso l’Europa a partire da Siria, Iraq, Afghanistan e da numerosi Paesi africani, in particolare Eritrea e Somalia. Si tratta di flussi migratori di tipo molto diverso, e il terzo in particolare riguarda situazioni enormemente diverse tra loro. Eppure per ciascun flusso possiamo risalire a un contesto più esteso caratterizzato da condizioni estreme. Non si tratta più di spostamenti causati dai calcoli delle famiglie che puntano alla migrazione per motivi economici: il problema va oltre le logiche interne alle famiglie, e va oltre le incertezze locali o nazionali. Le condizioni operano ad un livello più ampio, che trascende la situazione cittadina, o regionale o...

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