Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
La deforestazione in Africa ha favorito il rischio Ebola
[di Claudio Cucciatti su Repubblica] Esiste un nesso tra pazienti e abbattimento degli alberi. Lo sostiene uno studio pubblicato su Scientific Reports. L’esperta: “L’apertura di nuovi spazi ha favorito il contatto con l’uomo” L’attività umana ha favorito la diffusione del virus Ebola. A causa della frammentazione delle foreste il livello di contagio dagli animali all’uomo è salito. Uno studio del Politecnico di Milano, pubblicato su Scientific Reports, sostiene che esista una relazione tra l’abbattimento degli alberi e alcuni focolai della malattia in Africa centrale e occidentale tra il 2004 e il 2014. “Gli ‘animali-serbatoio’ hanno saputo adattarsi al cambiamento del proprio habitat – spiega Maria Cristina Rulli, docente di water and food security che ha condotto la ricerca insieme ai colleghi della Fondazione centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici, della Massey University e dell’University of California – e l’apertura di nuovi spazi ha favorito il contatto con l’uomo”. Lo studio. La ricerca si è basata su undici casi autonomi di contagio da animale a uomo in Uganda, Repubblica democratica del Congo, Sudan, Repubblica del Congo e Guinea. Si è riscontrato che i siti di prima infezione da ebolavirus, rispetto alla media dei Paesi africani, sono i luoghi con una densità di popolazione maggiore, con una presenza massiccia di terreno coperto da foreste e con un’alta percentuale di frammentazione o di incremento di essa. Mentre la deforestazione cancella grandi aree di verde in maniera indiscriminata, la frammentazione colpisce piccole zone di una foresta, a macchia di leopardo. “L’azione dell’uomo – spiega Rulli – ha permesso comunque agli animali-serbatoio, che sono specie generaliste, cioè in grado di adattarsi alle nuove condizioni, di approfittare dell’assenza di vegetazione per spingersi verso gli insediamenti umani”. Il virus. Tra i portatori putativi, ritenuti cioè diffusori del virus, due tipi di pipistrello: il myonycteris torquata e l’epomops franqueti. Al momento, però, manca la conferma scientifica su quale animale abbia incubato il virus. “Il nostro studio – chiarisce la professoressa del Politecnico – è robusto qualunque si rivelerà la specie portatrice del virus, purché sia un animale selvatico che vive nelle foreste analizzate, perché ci siamo concentrati sugli effetti della frammentazione”. Gli sviluppi. Quando si parla di foreste a rischio, il pensiero corre alle emissioni di anidride carbonica, alle variazioni del suolo e ai danni idrologici. “Tra gli effetti collaterali, dopo questi risultati, dovremo tenere conto anche della proliferazione delle malattie, tra le quali zoonosi come ebola e altre patologie. Il nostro compito non è quello di dire cosa non fare – conclude Rulli – ma capire le conseguenze che ogni alterazione dell’ambiente può generare”. I numeri. L’epidemia di Ebola ha colpito principalmente l’Africa occidentale. Guinea, Sierra Leone e Liberia sono stati i Paesi che hanno pagato il conto più salato. Il virus ha colpito più di 28mila persone e ha provocato oltre 11mila morti. Nel gennaio del 2016 l’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato conclusa l’epidemia a più di due anni dal primo caso registrato, quando ad ammalarsi fu un bambino in Guinea, ritenuto il paziente zero. (Pubblicato il...
read more[posted on ECCJ – European Coalition for Corporate Justice, February 21, 2017] The French Parliament adopted a much-awaited law establishing a duty of vigilance obligation for parent and subcontracting companies. The law marks a historic step towards improving corporate respect for human rights and the environment. ECCJ joins the French corporate accountability platform, Forum Citoyen pour la RSE in calling on European countries, the EU institutions, and the international community to develop similar legislation. The law, which only applies to the largest French companies, will make the latter assess and address the adverse impacts of their activities on people and the planet, by having them publish annual, public vigilance plans. This includes impacts linked to their own activities, those of companies under their control, and those of suppliers and subcontractors, with whom they have an established commercial relationship. When companies default on these obligations, the law empowers victims and other concerned parties to bring the issue before a judge. Judges can apply fines of up to € 10 million when companies fail to publish plans. Fines can go up to € 30 million if this failure resulted in damages that would otherwise have been preventable. Despite being a major achievement, French civil society organisations argue the law’s text could have been more ambitious. The law’s scope is limited, only covering around 100 large companies. The burden of proof still falls on the victims – who often lack the means to seek justice – further accentuating the imbalance of power between large companies and victims of abuse. Furthermore, if damages are incurred despite a parent company having implemented an adequate vigilance plan, the company will not be liable: a company is not required to guarantee results, but only to prove that it has done everything in its power to avoid damages. France has taken a first step today, but it should be followed by similar binding legislation at national, European and international level, to make globalisation work for all. ECCJ joins Forum Citoyen pour la RSE in asking the French Government to continue on this path and promote the duty of vigilance law at European and international level, and show support for other initiatives aiming to improve corporate accountability, like the UN Treaty on Business and Human Rights. Although France is the first country to adopt binding legislation of this sort, the development is part of a larger movement across Europe. Similar legislation is currently being considered in Switzerland, where the necessary signatures have been collected for a referendum on mandatory human rights due diligence. In February 2017, the Dutch Parliament adopted the Child Labour Due Diligence Bill. If approved by the Dutch Senate, the law would require companies to identify whether child labour is present in their supply chains and – if this is the case – develop a plan to combat it. In 2016, the UK adopted the Transparency in Supply Chain Clause of the Modern Slavery Act. This provision requires companies domiciled or doing business in the UK to report on the measures they take to prevent slavery or human rights trafficking in their supply chains. Numerous calls have been made by EU Council, Council of Europe, the European Parliament or the G7 highlighting the need to improve corporate responsibility and access to justice for victims, especially in regards to human rights and environmental abuses taking place in...
read moreCambiamenti climatici: per il documentario la Shell conosceva tutti i rischi
[di Anna Tita Gallo su GreenBiz] La Shell conosceva benissimo i rischi legati ai cambiamenti climatici già nel 1991. Lo dimostrerebbe l’esistenza di un documentario di 28 minuti, “Climate of Concern”, realizzato per essere mostrato in scuole e università. Nella pellicola si mostrano i danni causati da eventi come allagamenti e siccità: carestie, popolazioni che migrano e tanti altri risvolti che oggi sono realtà a causa della corsa alle fonti fossili. Nel documentario peraltro viene detto che il monito trova consenso tra gli scienziati che l’hanno portato all’attenzione dell’Onu a fine anni Novanta. Un altro report marchiato come “confidenziale” citato dal Guardian parla di incertezza generale sulla questione dei cambiamenti climatici al tempo, ma in tutti i casi avverte che “i cambiamenti potrebbero essere i più grandi mai registrati nella storia”. Tutte previsioni esatte, che nel 1991 trovano in quel documentario esempi legati all’innalzamento delle temperature e del livello dei mari, ma sempre parlando di Shell come una delle maggiori compagnie petrolifere ad aver ammesso questi rischi. Peccato però che poi abbia investito miliardi di dollari negli anni seguenti in trivellazioni ed esplorazioni nell’Artico, parlando del fracking come di “opportunità del futuro” nel 2016, malgrado i dati del 1998 indicassero quest’attività come non compatibile con gli obiettivi sul fronte climatico. Inoltre, Shell recentemente si è posizionata nella lobby che tenta di far aggirare gli obiettivi fissati in Europa per le rinnovabili e si stima che abbia speso migliaia di dollari negli ultimi anni per agire contro le politiche a sostegno della lotta ai cambiamenti climatici. Gli investimenti sul fronte low carbon in confronto sono una miseria. (Pubblicato il...
read moreI predatori della green economy
[di Giulia Franchi su Nigrizia] Si chiama “compensazione della biodiversità”. È l’ultima trovata delle multinazionali minerarie e agricole per devastare gli ecosistemi e passare per difensori della natura. Il caso dell’azienda anglo-canadese Rio Tinto/QMM in Madagascar. «È un’assurdità, oltre che un’ingiustizia, che ci tolgano la foresta dichiarando di doverla proteggere, per poter continuare a devastarla con le loro miniere». Così ci accoglie l’assemblea del villaggio di Antsonso, piccola comunità all’estremo sud del Madagascar. È il settembre del 2016. Per la terza volta in pochi anni abbiamo deciso di tornare nella grande isola e raccontare, questa volta in video, la truffa del biodiversity offsetting, quell’illustre sconosciuto che sta facendo la fortuna di tante imprese minerarie, ma non solo, e la miseria di tante piccole comunità in giro per il mondo. Di che cosa si tratta? Da alcuni anni alcuni soggetti hanno cominciato a utilizzare in maniera sempre più frequente una strategia nota come “compensazione della biodiversità”. Questi soggetti si sono imprese multinazionali dei settori minerario, dell’agricoltura industriale e della costruzione di grandi infrastrutture; istituzioni finanziarie internazionali come la Banca mondiale e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo; alcune grandi organizzazioni internazionali per la protezione della natura; un numero crescente di governi nazionali. Secondo tali soggetti, il meccanismo della compensazione della biodiversità aiuterebbe a proteggere la diversità biologica – per intenderci: le foreste, ma anche gli insetti, gli uccelli, e le attività spontanee degli ecosistemi a essi collegati – perché per ogni ettaro di terreno che viene distrutto attraverso le loro operazioni, la biodiversità e l’attività degli ecosistemi collegate a quello stesso ettaro di terreno saranno protette o ripristinate altrove. Quello della multinazionale mineraria anglo-canadese Rio Tinto/QMM nella regione di Anosy, sud-est del Madagascar, una delle isole dal punto di vista biologico e culturale più variegate al mondo, è forse il progetto di compensazione più pubblicizzato nel settore minerario. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di compensare la perdita di biodiversità (derivante dalla distruzione di una foresta costiera unica e rara) legata all’apertura di una miniera d’ilmenite (minerale di ferro e titanio) a Fort Dauphin, nel sud del paese, con l’introduzione di restrizioni all’uso di un’altra foresta, a circa 50 chilometri a nord del sito estrattivo. Solo divieti Le lunghe chiacchierate con gli abitanti del villaggio di Antsonso, dove le restrizioni all’uso della foresta sono già in atto da tempo, hanno rilevato che il quadro reale è molto diverso dalle storie raccontate negli opuscoli patinati distribuiti dalla multinazionale. La sussistenza degli abitanti del villaggio, circa 1000 persone che prima sopravvivevano solo grazie alla foresta, è praticamente compromessa. A questo riguardo, si veda: Rio Tinto in Madagascar: A mine destroying the unique biodiversity of the littoral zone of Fort Dauphin (WRM e Re:Common, 2016). Erano state assicurate alternative in grado di generare reddito per alleviare la perdita, ma non si sono mai materializzate, mentre il territorio è ormai cosparso di divieti: vietato coltivare la manioca o altro, vietato raccogliere la legna da ardere, vietato tagliare gli alberi per costruire le piroghe per la pesca. E così i residenti del villaggio sono lasciati in una situazione disastrosa: la comunità è stata costretta ad aprire campi per coltivare la manioca sulle dune di sabbia a vari chilometri di cammino dal villaggio, ma il rendimento è basso e le famiglie non possono sfamarsi. Anche la pesca nelle lagune e...
read more[posted by Vince Beiser on The Guardian, February 27, 2017] From Cambodia to California, industrial-scale sand mining is causing wildlife to die, local trade to wither and bridges to collapse. And booming urbanisation means the demand for this increasingly valuable resource is unlikely to let up. Times are good for Fey Wei Dong. A genial, middle-aged businessman based near Shanghai, China, Fey says he is raking in the equivalent of £180,000 a year from trading in the humblest of commodities: sand. Fey often works in a fishing village on Poyang Lake, China’s biggest freshwater lake and a haven for millions of migratory birds and several endangered species. The village is little more than a tiny collection of ramshackle houses and battered wooden docks. It is dwarfed by a flotilla anchored just offshore, of colossal dredges and barges, hulking metal flatboats with cranes jutting from their decks. Fey comes here regularly to buy boatloads of raw sand dredged from Poyang’s bottom. He ships it 300 miles down the Yangtze River and resells it to builders in booming Shanghai who need it to make concrete. The demand is voracious. The global urbanisation boom is devouring colossal amounts of sand – the key ingredient of concrete and asphalt. Shanghai, China’s financial centre, has exploded in the last 20 years. The city has added 7 million new residents since 2000, raising its population to more than 23 million. In the last decade, Shanghai has built more high-rises than there are in all of New York City, as well as countless miles of roads and other infrastructure. “My sand helped build Shanghai Pudong airport,” Fey brags. Hundreds of dredgers may be on the lake on any given day, some the size of tipped-over apartment buildings. The biggest can haul in as much as 10,000 tonnes of sand an hour. A recent study estimates that 236m cubic metres of sand are taken out of the lake annually. That makes Poyang the biggest sand mine on the planet, far bigger than the three largest sand mines in the US combined. “I couldn’t believe it when we did the calculations,” says David Shankman, a University of Alabama geographer and one of the study’s authors. All that dredging, researchers believe, is a key reason why the lake’s water level has dropped dramatically in recent years. So much sand has been scooped out, says Shankman – 30 times more than the amount that flows in from tributary rivers – that the lake’s outflow channel has been drastically deepened and widened, nearly doubling the amount of water that flows into the Yangtze. The lower water levels are translating into declines in water quality and supply to surrounding wetlands. It could be ruinous for the area’s inhabitants, both animal and human. A building problem Poyang Lake, which sits in a verdant rural area best known for a waterfall in the nearby hills, is Asia’s largest winter destination for migratory birds. It hosts millions of cranes, geese and storks during the cold months – as well as several endangered and rare species. It is also one of the few remaining habitats for the endangered freshwater porpoise. Studies have found that the sediment stirred up and the noise generated by sand boats interfere with the porpoise’s vision and sonar so drastically they cannot find fish and shrimp to...
read moreOgm: Italia vota a favore “grazie” alla Lorenzin
[di Carmen Guarino su Ambiente Bio] Gli Ogm in Europa: gli Stati membri sono stati chiamati a votare l’introduzione in Ue di mais geneticamente modificato. E l’Italia ha votato sì. Carnemolla (Federbio) e Greenpeace reagiscono. Voltafaccia dell’Italia lo scorso 27 gennaio: a sorpresa vota per gli ogm. La Commissione europea ha chiamato gli Stati membri nel comitato permanente Ue per piante, animali, alimenti e mangimi (Paff) a votare l’autorizzazione di due mais ogm (il BT11 della Syngenta e il 1507 della DuPont Pioneer) e rinnovare l’autorizzazione del mais MON810 della Monsanto, unico ogm finora ammesso. La Commissione non ha ottenuto la maggioranza e la richiesta non ha avuto i numeri per l’approvazione. Intanto non passa inosservato il voto dell’Italia. Gli Ogm: spaccatura tra gli Stati membri Gli Stati membri non sono riusciti a raggiungere la maggioranza qualificata necessaria, nonostante le modalità di voto ora siano cambiate. Ovvero, è possibile votare l’introduzione degli ogm a livello europeo ma vietarne la coltivazione sul territorio nazionale. Infatti, durante la sessione, alcuni dei Paesi che hanno vietato gli Ogm sul proprio territorio, hanno votato a favore dell’introduzione in Europa. Tra questi, l’Olanda e l’Italia. Germania e Belgio si sono astenuti (i rispettivi governi nazionali sono divisi sulla questione), mentre la Francia ha votato contro. L’insulto dell’Italia alla sua agricoltura Il voto dell’Italia a favore delle tre tipologie di mais Ogm non è stato accolto con favore dagli addetti ai lavori del settore. In particolare forti critiche sono state sollevate dal comparto bio. Paolo Carnemolla, presidente Federbio (Federazione Italiana Agricoltura Biologica e Biodinamica), punta il dito contro il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin “da sempre schierata a favore di Ogm e glifosato”. Secondo il presidente della Federazione, la scelta dell’Italia di votare a favore potrebbe essere, almeno in parte, considerato un ennesimo “danno collaterale” della catastrofe del terremoto e delle nevicate in Centro Italia: “Mentre i ministri dell’Agricoltura e dell’Ambiente Martina e Galletti sono impegnati con queste emergenze e il dramma di un tessuto economico e sociale devastato e da ricostruire, la ministra Lorenzin ha avuto modo con un blitz di spostare a favore degli Ogm un equilibrio fra componenti del governo già messo a dura prova all’epoca del voto sull’autorizzazione per il glifosato”. Gli Ogm e il glifosato, da sempre “a braccetto” Ma non è tutto. Per Carnemolla, l’acquisizione da parte della Bayer della Monsanto potrebbe aprire nuovi scenari preoccupanti in tema Ogm. Com’è noto, afferma nella sua nota, glifosato e mais Ogm della Monsanto sono da sempre collegati. Le piante sono selezionate in modo tale che si possa usare una grande quantità del principio chimico. Nonostante il glisofato sia considerato dallo stesso Iarc potenzialmente cancerogeno per gli esseri umani. “Ora che la multinazionale americana è stata acquisita dalla tedesca Bayer, ci ritroviamo in casa enormi interessi economici e soprattutto enormi conflitti di interesse. Il fatto è che anche sulla questione degli Ogm l’Europa non riesce a prendere una posizione univoca e chiara. Del resto, quando la politica balbetta è tempo favorevole di scorribande per i sempre più potenti e solitari padroni della chimica e della genetica, non solo in campo agricolo”, conclude il presidente di Federbio. Anche Greenpeace dice la sua sul mais ogm Reazione dura anche da Greenpeace, che condanna il voto dell’Italia: “Il voto italiano a favore della coltivazione dei tre mais OGM, oltre a dare la zappa sui piedi all’agricoltura europea, è...
read moreUltimatum Ue a Italia: “Due mesi per ridurre le emissioni o giudizio di fronte a Corte di Giustizia”
[su Il Fatto Quotidiano] Bruxelles ha avviato la seconda fase della procedura di infrazione legata alla cattiva qualità dell’aria. La Penisola non ha “affrontato le ripetute violazioni dei limiti di inquinamento per il biossido di azoto (NO2) che costituisce un grave rischio per la salute” e ci sono state persistenti violazioni dei valori limite per il biossido di azoto. Ultimo avvertimento per l’Italia da parte della Commissione europea, che oggi esorta “ad agire per garantire una buona qualità dell’aria e salvaguardare la salute pubblica” entro i prossimi due mesi, pena il deferimento alla Corte di Giustizia. Bruxelles ha avviato la seconda fase della procedura di infrazione partita nel 2014 perché l’Italia, così come Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, infatti, non ha “affrontato le ripetute violazioni dei limiti di inquinamento dell’aria per il biossido di azoto (NO2) che costituisce un grave rischio per la salute“, si legge nella nota di Bruxelles. L’ultimatum non è inaspettato, considerando che la settimana scorsa l’Italia aveva ricevuto un report molto severo sulle politiche ambientali. Secondo la Commissione, nella Penisola ci sono state persistenti violazioni dei valori limite per l’NO2 in 12 zone di qualità dell’aria. Tra queste Roma, Milano e Torino e l’area padana. Per la Commissione Europea, quindi, “è necessario compiere maggiori sforzi a livello nazionale, regionale e locale per adempiere agli obblighi della normativa Ue e tutelare la salute pubblica”. Bruxelles ricorda che ogni anno più di 400mila cittadini della Ue muoiono prematuramente a causa della scarsa qualità dell’aria. Nel 2013 il persistere di elevati livelli di NO2 ha causato quasi 70.000 morti premature in Europa, ovvero circa tre volte il numero dei decessi causati da incidenti stradali nello stesso anno. Numeri allarmanti, senza dimentica i milioni di persone che soffrono di malattie cardiovascolari e respiratorie dovute all’inquinamento atmosferico. La legislazione dell’Ue sulla qualità dell’aria, risalente al 2008, stabilisce valori limite per gli inquinanti atmosferici, tra cui l’NO2. In caso di superamento dei limiti, gli Stati membri sono tenuti ad adottare e attuare piani ad hoc nel più breve tempo possibile. Le emissioni di NO2 sono dovute in larga parte al traffico stradale e in special modo ai motori diesel, responsabili per l’80% di queste emissioni. Nel frattempo fonti di Bruxelles hanno anche fatto sapere che se non ci saranno interventi urgenti da parte del governo l’Italia rischia di cominciare a pagare tra qualche mese una multa da circa 180 milioni l’anno per il mancato rispetto delle norme Ue sulle acque reflue in base alla decisione che la Corte di giustizia deve prendere dopo la richiesta avanzata dalla Commissione Ue. Questa nuova sanzione potrebbe far salire il conto totale delle multe all’Italia per infrazioni a quasi mezzo miliardo. (Pubblicato il...
read more[posted on Global Witness, February 13, 2017] The latest developments in a multi-billion dollar corruption scandal show how the net is closing in on oil bosses who allow shady deals to happen on their watch – and how vital global transparency rules that make such deals much harder must be upheld. Last month, we celebrated a huge victory for the people of Nigeria when news broke that the Nigerian government seized a valuable block OPL 245 from oil giants Shell and Eni. The move followed years of investigations by Global Witness and our partners into the companies’ backroom deals and undisclosed payments that led to them getting hold of the lucrative block. This was truly historic news in itself – but it’s just the start of the story. Developments are occurring thick and fast as the heat is turned up on the individuals at the centre of the scandal. On Thursday, Italian authorities requested that Shell, Eni and a string of high-profile oil executives – including Eni’s current CEO – be sent to trial for their alleged involvement in the deal. They’re accused of paying bribes to Nigerian officials including fronts for the former President to the tune of at least half a billion dollars. The story began in 2011, when Shell and Eni paid $1.1 billion for access to the block to Malabu Oil and Gas, a front company secretly owned by former Nigerian oil minister Dan Etete. Starting in 2012, we published our investigations into the deal, showing that Shell and Eni knew that the money would flow to Etete’s company – despite their claims of ignorance. Fast forward to January 2017, when the Nigerian authorities took back the block as a result of legal action, labelling it “proceeds of crime” and stating that they are seeking charges of “Conspiracy, Bribery, Official Corruption and Money Laundering” against Shell and Eni subsidiaries in Nigeria. Thisweek’s development tightens the net further, with Shell, Eni and several senior executives amongst those called to trial by the Milan public prosecutor. That senior executives, the current and former CEO of one of the biggest oil companies, are likely to be held to account in a court of law for such a deal is a highly significant move, and sends a strong message that there’s nowhere to hide for the businessmen who get into bed with corrupt officials. In addition, Nigerian authorities have charged the former Minister of Justice and Dan Etete with money laundering. Shell, Eni and the Nigerian officials have all denied wrongdoing. Corrupt deals are never victimless crimes. Where a handful of corrupt individuals line their pockets, others must lose out. This deal deprived Nigeria’s people of a sum worth 80% of its 2015 healthcare budget – money that could have provided lifesaving services in a country where 80% of citizens live on less than $2 a day. Let’s be clear: this spectacular theft from the Nigerian people was allowed to happen because Shell and Eni knew that their payments to Etete’s company would remain hidden. But it could have been avoided – and today it would have, thanks to a shift towards transparency that sees 30 major economies from the EU to Canada signed up to a global standard that requires companies to disclose their payments to governments for natural resources such as oil and gas. Governments, companies and investors recognise...
read morePericolo onde. Cellulari e tumori. Lo studio: «Le emissioni sono cancerogene»
Potenzialmente pericolose: così erano ritenute sinora le emissioni dei telefonini e dei telefoni senza filo. Ma nuovi studi dimostrerebbero una relazione diretta con neurinomi e gliomi. Parla l’esperto del Cnr. [di Diego Colombo su L’Eco di Bergamo] Cellulari e tumori: il rischio c’è. Già nel 2011 l’Organizzazione mondiale della sanità aveva classificato le radiofrequenze tra i “possibili cancerogeni”: telefonini e wireless «potrebbero causare il tumore negli esseri umani». Due epidemiologi svedesi, Lennart Hardell e Michael Carlberg, con una lettera all’Oms del 2015, hanno chiesto di classificare le radiofrequenze “almeno come cancerogeni probabili”, anche se, sulla base dei loro studi, essi le giudicano “cancerogeni certi”. Un recente studio, durato due anni e costato 25 milioni di dollari, del National Toxicology Program statunitense afferma che l’esposizione alle radiofrequenze dei cellulari aumenta i casi di tumore. Una vasta indagine australiana, che per trent’anni ha monitorato la popolazione, ha concluso, d’altra parte, che non ci sono dimostrazioni certe dell’esistenza di un “legame pericoloso” tra cancro al cervello e telefonia mobile. Serviranno altre ricerche a lungo termine, per monitorare attentamente l’associazione tra i cellulari e il rischio di tumore. Rischio conseguenze gravi Il dottor Fiorenzo Marinelli, biologo dell’Istituto di genetica molecolare del Cnr di Bologna, è tra i massimi esperti italiani del tema: «Lo studio fondamentale di Hardell e Carlberg sul rischio di tumori al cervello associato con l’uso di cellulari e cordless – dice – è stato pubblicato sulla Reviews on Environmental Health (numero 28 del 2013, pagine 97-106: www.ncbi.nlm.nih.gov/pub-med/24192496, ndr)». «Basandosi su una valutazione statistica dei risultati causati dall’emissione di radiofrequenze, dimostra la relazione tra neurinomi e gliomi e le emissioni di radiofrequenze di telefoni senza filo che, quindi, a loro giudizio, sarebbero da classificare tra i cancerogeni della Classe 1, i più pericolosi, della Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro». Peggio con l’Umts, ok le cuffie Non solo. «Un gruppo di ricercatori di diverse nazionalità ha dichiarato che i nuovi telefoni Umts, benché abbiano un’emissione minore dal punto di vista della densità di potenza, hanno un impatto biologico fino a 4 volte superiore rispetto ai vecchi Gsm. Insomma possono avere una cancerogenicità maggiore». Per quale motivo? «Perché i Gsm emettono una sola banda di frequenza, tra gli 850 e i 900 megahertz, mentre i modelli Umts e Lte dispongono di bande parallele su più frequenze e, di conseguenza, con un forte impatto biologico». Come è noto, i manuali d’istruzione dei cellulari consigliano di tenerli da 1,5 a 2,5 centimetri dall’orecchio. Non lo fa nessuno. Quali sono i rimedi ai possibili danni da telefonino? «Al primo posto non usarlo o diminuirne l’uso alle sole condizioni di emergenza. Poi, in ordine di efficacia, il vivavoce e l’auricolare con filo, mentre quello senza filo è da escludere perché provoca una seconda emissione elettromagnetica. In casa il telefono fisso è da preferire al cordless, che è un altro trasmittente radio (si veda lo studio www.icems.eu, campagna per la sicurezza dei telefoni cellulari, ndr)». Il dottor Marinelli giudica inadeguata l’attuale normativa italiana contro l’inquinamento elettromagnetico: «Gli ultimi governi hanno allargato le maglie della misurazione. La legge, inoltre, non regolamenta i telefonini, ma soltanto i campi elettromagnetici delle antenne fisse, per i quali prevede un limite di 6 volt per metro per i siti abitati. Il rapporto internazionale BioInitiative, che raccoglie circa 1.600 studi indipendenti...
read moreIn Italia troppe cave: canoni irrisori e impatti devastanti sull’ambiente
[di Luisiana Gaita su Il Fatto Quotidiano] La Penisola conta oltre 4.700 cave attive e circa 14mila abbandonate. Dal ‘Rapporto Cave’ di Legambiente emergono incertezze sulle regole e un forte squilibrio tra quanto guadagnano i cavatori e i canoni di concessione. La sfida è ridurre l’impatto sul paesaggio e percorre la strada del riciclo: “Non è utopia pensare di avere più imprese e occupati”. In Italia si continua a scavare troppo e con impatti devastanti sull’ambiente. Dalle Alpi Apuane alle colline di Brescia, da Trapani a Trani. Malgrado la crisi, la Penisola conta oltre 4.700 cave attive e circa 14mila abbandonate. I canoni di concessione sono irrisori, rispetto a un fatturato da 3 miliardi di euro l’anno. In Valle D’Aosta, Basilicata e Sardegna si estrae gratis. Tanto è che nonostante il boom di export nei materiali, c’è sempre meno lavoro nel settore. La parola d’ordine è riciclo. Eppure in Italia la strada è ancora molto lunga, nonostante la spinta delle direttive europee. È quanto emerge dal ‘Rapporto Cave’ di Legambiente, che dal 2009 effettua un monitoraggio delle attività estrattive. La sfida è quella di ridurre il prelievo di materiale e l’impatto delle cave sul paesaggio, dare nuova vita a quelle dismesse e percorrere la strada del riciclo degli aggregati, come è stato fatto in molti Paesi europei e in alcuni territori italiani. “Occorre promuovere una profonda innovazione nel settore – spiega Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – dove non è utopia pensare di avere più imprese e occupati nel settore, proprio puntando su tutela del territorio, riciclo dei materiali e un adeguamento dei canoni di concessione ai livelli degli altri Paesi europei”. I numeri del settore – Alla crisi del settore edilizio che ha caratterizzato gli ultimi anni ha fatto seguito una riduzione del 20,6% del numero di cave attive rispetto al 2010. Ogni anno si estraggono 53 milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, materiali fondamentali nelle costruzioni, 22,1 milioni di metri cubi di calcare e oltre 5,8 milioni di metri cubi di pietre ornamentali. La Lombardia è la prima regione per quantità cavata di sabbia e ghiaia, con 19,5 milioni di metri cubi estratto. Seguono Puglia (con oltre 7 milioni), Piemonte (4,8 milioni), Veneto (4,1) ed Emilia-Romagna con circa 4 milioni circa. Per quanto riguarda le pietre ornamentali, le maggiori aree di prelievo sono Sicilia, provincia autonomia di Trento, Lazio e Toscana che insieme costituiscono il 53,4% del totale nazionale estratto. Le Regioni che invece cavano più calcare sono Molise, Lazio, Campania, Umbria, Toscana e Lombardia che singolarmente superano la quota di 1,5 milioni di metri cubi. Le regole a macchia di leopardo: 9 regioni senza piano –“In nove regioni italiane – rileva il rapporto – non sono in vigore piani cava e le regole risultano quasi ovunque inadeguate a garantire tutela e recupero delle aree”. Non c’è un piano in Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Calabria, nella provincia di Bolzano, in Basilicata e in Piemonte (dove sono previsti piani provinciali), mentre nella maggior parte delle regioni sono inadeguati i vincoli di tutela e mancano obblighi di recupero contestuale delle aree. Per Legambiente “l’assenza dei piani è particolarmente preoccupante, perché si lascia tutto il potere decisionale in mano a chi concede l’autorizzazione in Regioni dove è forte il controllo da parte della criminalità organizzata”. Nessun equilibrio tra fatturato e canoni – A questa incertezza sulle regole, si aggiunge un altro problema. Il forte squilibrio tra quanto guadagnano i cavatori dalla vendita di inerti e pietre ornamentali e i canoni di concessione irrisori. In media nelle regioni italiane si paga il 2,3% del prezzo di vendita di sabbia e ghiaia: parliamo di 27,4 milioni a fronte di 1.051 milioni di volume d’affari. Ancora maggiori i guadagni per i...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.