Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Ultimatum Ue a Italia: “Due mesi per ridurre le emissioni o giudizio di fronte a Corte di Giustizia”
[su Il Fatto Quotidiano] Bruxelles ha avviato la seconda fase della procedura di infrazione legata alla cattiva qualità dell’aria. La Penisola non ha “affrontato le ripetute violazioni dei limiti di inquinamento per il biossido di azoto (NO2) che costituisce un grave rischio per la salute” e ci sono state persistenti violazioni dei valori limite per il biossido di azoto. Ultimo avvertimento per l’Italia da parte della Commissione europea, che oggi esorta “ad agire per garantire una buona qualità dell’aria e salvaguardare la salute pubblica” entro i prossimi due mesi, pena il deferimento alla Corte di Giustizia. Bruxelles ha avviato la seconda fase della procedura di infrazione partita nel 2014 perché l’Italia, così come Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, infatti, non ha “affrontato le ripetute violazioni dei limiti di inquinamento dell’aria per il biossido di azoto (NO2) che costituisce un grave rischio per la salute“, si legge nella nota di Bruxelles. L’ultimatum non è inaspettato, considerando che la settimana scorsa l’Italia aveva ricevuto un report molto severo sulle politiche ambientali. Secondo la Commissione, nella Penisola ci sono state persistenti violazioni dei valori limite per l’NO2 in 12 zone di qualità dell’aria. Tra queste Roma, Milano e Torino e l’area padana. Per la Commissione Europea, quindi, “è necessario compiere maggiori sforzi a livello nazionale, regionale e locale per adempiere agli obblighi della normativa Ue e tutelare la salute pubblica”. Bruxelles ricorda che ogni anno più di 400mila cittadini della Ue muoiono prematuramente a causa della scarsa qualità dell’aria. Nel 2013 il persistere di elevati livelli di NO2 ha causato quasi 70.000 morti premature in Europa, ovvero circa tre volte il numero dei decessi causati da incidenti stradali nello stesso anno. Numeri allarmanti, senza dimentica i milioni di persone che soffrono di malattie cardiovascolari e respiratorie dovute all’inquinamento atmosferico. La legislazione dell’Ue sulla qualità dell’aria, risalente al 2008, stabilisce valori limite per gli inquinanti atmosferici, tra cui l’NO2. In caso di superamento dei limiti, gli Stati membri sono tenuti ad adottare e attuare piani ad hoc nel più breve tempo possibile. Le emissioni di NO2 sono dovute in larga parte al traffico stradale e in special modo ai motori diesel, responsabili per l’80% di queste emissioni. Nel frattempo fonti di Bruxelles hanno anche fatto sapere che se non ci saranno interventi urgenti da parte del governo l’Italia rischia di cominciare a pagare tra qualche mese una multa da circa 180 milioni l’anno per il mancato rispetto delle norme Ue sulle acque reflue in base alla decisione che la Corte di giustizia deve prendere dopo la richiesta avanzata dalla Commissione Ue. Questa nuova sanzione potrebbe far salire il conto totale delle multe all’Italia per infrazioni a quasi mezzo miliardo. (Pubblicato il...
read more[posted on Global Witness, February 13, 2017] The latest developments in a multi-billion dollar corruption scandal show how the net is closing in on oil bosses who allow shady deals to happen on their watch – and how vital global transparency rules that make such deals much harder must be upheld. Last month, we celebrated a huge victory for the people of Nigeria when news broke that the Nigerian government seized a valuable block OPL 245 from oil giants Shell and Eni. The move followed years of investigations by Global Witness and our partners into the companies’ backroom deals and undisclosed payments that led to them getting hold of the lucrative block. This was truly historic news in itself – but it’s just the start of the story. Developments are occurring thick and fast as the heat is turned up on the individuals at the centre of the scandal. On Thursday, Italian authorities requested that Shell, Eni and a string of high-profile oil executives – including Eni’s current CEO – be sent to trial for their alleged involvement in the deal. They’re accused of paying bribes to Nigerian officials including fronts for the former President to the tune of at least half a billion dollars. The story began in 2011, when Shell and Eni paid $1.1 billion for access to the block to Malabu Oil and Gas, a front company secretly owned by former Nigerian oil minister Dan Etete. Starting in 2012, we published our investigations into the deal, showing that Shell and Eni knew that the money would flow to Etete’s company – despite their claims of ignorance. Fast forward to January 2017, when the Nigerian authorities took back the block as a result of legal action, labelling it “proceeds of crime” and stating that they are seeking charges of “Conspiracy, Bribery, Official Corruption and Money Laundering” against Shell and Eni subsidiaries in Nigeria. Thisweek’s development tightens the net further, with Shell, Eni and several senior executives amongst those called to trial by the Milan public prosecutor. That senior executives, the current and former CEO of one of the biggest oil companies, are likely to be held to account in a court of law for such a deal is a highly significant move, and sends a strong message that there’s nowhere to hide for the businessmen who get into bed with corrupt officials. In addition, Nigerian authorities have charged the former Minister of Justice and Dan Etete with money laundering. Shell, Eni and the Nigerian officials have all denied wrongdoing. Corrupt deals are never victimless crimes. Where a handful of corrupt individuals line their pockets, others must lose out. This deal deprived Nigeria’s people of a sum worth 80% of its 2015 healthcare budget – money that could have provided lifesaving services in a country where 80% of citizens live on less than $2 a day. Let’s be clear: this spectacular theft from the Nigerian people was allowed to happen because Shell and Eni knew that their payments to Etete’s company would remain hidden. But it could have been avoided – and today it would have, thanks to a shift towards transparency that sees 30 major economies from the EU to Canada signed up to a global standard that requires companies to disclose their payments to governments for natural resources such as oil and gas. Governments, companies and investors recognise...
read morePericolo onde. Cellulari e tumori. Lo studio: «Le emissioni sono cancerogene»
Potenzialmente pericolose: così erano ritenute sinora le emissioni dei telefonini e dei telefoni senza filo. Ma nuovi studi dimostrerebbero una relazione diretta con neurinomi e gliomi. Parla l’esperto del Cnr. [di Diego Colombo su L’Eco di Bergamo] Cellulari e tumori: il rischio c’è. Già nel 2011 l’Organizzazione mondiale della sanità aveva classificato le radiofrequenze tra i “possibili cancerogeni”: telefonini e wireless «potrebbero causare il tumore negli esseri umani». Due epidemiologi svedesi, Lennart Hardell e Michael Carlberg, con una lettera all’Oms del 2015, hanno chiesto di classificare le radiofrequenze “almeno come cancerogeni probabili”, anche se, sulla base dei loro studi, essi le giudicano “cancerogeni certi”. Un recente studio, durato due anni e costato 25 milioni di dollari, del National Toxicology Program statunitense afferma che l’esposizione alle radiofrequenze dei cellulari aumenta i casi di tumore. Una vasta indagine australiana, che per trent’anni ha monitorato la popolazione, ha concluso, d’altra parte, che non ci sono dimostrazioni certe dell’esistenza di un “legame pericoloso” tra cancro al cervello e telefonia mobile. Serviranno altre ricerche a lungo termine, per monitorare attentamente l’associazione tra i cellulari e il rischio di tumore. Rischio conseguenze gravi Il dottor Fiorenzo Marinelli, biologo dell’Istituto di genetica molecolare del Cnr di Bologna, è tra i massimi esperti italiani del tema: «Lo studio fondamentale di Hardell e Carlberg sul rischio di tumori al cervello associato con l’uso di cellulari e cordless – dice – è stato pubblicato sulla Reviews on Environmental Health (numero 28 del 2013, pagine 97-106: www.ncbi.nlm.nih.gov/pub-med/24192496, ndr)». «Basandosi su una valutazione statistica dei risultati causati dall’emissione di radiofrequenze, dimostra la relazione tra neurinomi e gliomi e le emissioni di radiofrequenze di telefoni senza filo che, quindi, a loro giudizio, sarebbero da classificare tra i cancerogeni della Classe 1, i più pericolosi, della Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro». Peggio con l’Umts, ok le cuffie Non solo. «Un gruppo di ricercatori di diverse nazionalità ha dichiarato che i nuovi telefoni Umts, benché abbiano un’emissione minore dal punto di vista della densità di potenza, hanno un impatto biologico fino a 4 volte superiore rispetto ai vecchi Gsm. Insomma possono avere una cancerogenicità maggiore». Per quale motivo? «Perché i Gsm emettono una sola banda di frequenza, tra gli 850 e i 900 megahertz, mentre i modelli Umts e Lte dispongono di bande parallele su più frequenze e, di conseguenza, con un forte impatto biologico». Come è noto, i manuali d’istruzione dei cellulari consigliano di tenerli da 1,5 a 2,5 centimetri dall’orecchio. Non lo fa nessuno. Quali sono i rimedi ai possibili danni da telefonino? «Al primo posto non usarlo o diminuirne l’uso alle sole condizioni di emergenza. Poi, in ordine di efficacia, il vivavoce e l’auricolare con filo, mentre quello senza filo è da escludere perché provoca una seconda emissione elettromagnetica. In casa il telefono fisso è da preferire al cordless, che è un altro trasmittente radio (si veda lo studio www.icems.eu, campagna per la sicurezza dei telefoni cellulari, ndr)». Il dottor Marinelli giudica inadeguata l’attuale normativa italiana contro l’inquinamento elettromagnetico: «Gli ultimi governi hanno allargato le maglie della misurazione. La legge, inoltre, non regolamenta i telefonini, ma soltanto i campi elettromagnetici delle antenne fisse, per i quali prevede un limite di 6 volt per metro per i siti abitati. Il rapporto internazionale BioInitiative, che raccoglie circa 1.600 studi indipendenti...
read moreIn Italia troppe cave: canoni irrisori e impatti devastanti sull’ambiente
[di Luisiana Gaita su Il Fatto Quotidiano] La Penisola conta oltre 4.700 cave attive e circa 14mila abbandonate. Dal ‘Rapporto Cave’ di Legambiente emergono incertezze sulle regole e un forte squilibrio tra quanto guadagnano i cavatori e i canoni di concessione. La sfida è ridurre l’impatto sul paesaggio e percorre la strada del riciclo: “Non è utopia pensare di avere più imprese e occupati”. In Italia si continua a scavare troppo e con impatti devastanti sull’ambiente. Dalle Alpi Apuane alle colline di Brescia, da Trapani a Trani. Malgrado la crisi, la Penisola conta oltre 4.700 cave attive e circa 14mila abbandonate. I canoni di concessione sono irrisori, rispetto a un fatturato da 3 miliardi di euro l’anno. In Valle D’Aosta, Basilicata e Sardegna si estrae gratis. Tanto è che nonostante il boom di export nei materiali, c’è sempre meno lavoro nel settore. La parola d’ordine è riciclo. Eppure in Italia la strada è ancora molto lunga, nonostante la spinta delle direttive europee. È quanto emerge dal ‘Rapporto Cave’ di Legambiente, che dal 2009 effettua un monitoraggio delle attività estrattive. La sfida è quella di ridurre il prelievo di materiale e l’impatto delle cave sul paesaggio, dare nuova vita a quelle dismesse e percorrere la strada del riciclo degli aggregati, come è stato fatto in molti Paesi europei e in alcuni territori italiani. “Occorre promuovere una profonda innovazione nel settore – spiega Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – dove non è utopia pensare di avere più imprese e occupati nel settore, proprio puntando su tutela del territorio, riciclo dei materiali e un adeguamento dei canoni di concessione ai livelli degli altri Paesi europei”. I numeri del settore – Alla crisi del settore edilizio che ha caratterizzato gli ultimi anni ha fatto seguito una riduzione del 20,6% del numero di cave attive rispetto al 2010. Ogni anno si estraggono 53 milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, materiali fondamentali nelle costruzioni, 22,1 milioni di metri cubi di calcare e oltre 5,8 milioni di metri cubi di pietre ornamentali. La Lombardia è la prima regione per quantità cavata di sabbia e ghiaia, con 19,5 milioni di metri cubi estratto. Seguono Puglia (con oltre 7 milioni), Piemonte (4,8 milioni), Veneto (4,1) ed Emilia-Romagna con circa 4 milioni circa. Per quanto riguarda le pietre ornamentali, le maggiori aree di prelievo sono Sicilia, provincia autonomia di Trento, Lazio e Toscana che insieme costituiscono il 53,4% del totale nazionale estratto. Le Regioni che invece cavano più calcare sono Molise, Lazio, Campania, Umbria, Toscana e Lombardia che singolarmente superano la quota di 1,5 milioni di metri cubi. Le regole a macchia di leopardo: 9 regioni senza piano –“In nove regioni italiane – rileva il rapporto – non sono in vigore piani cava e le regole risultano quasi ovunque inadeguate a garantire tutela e recupero delle aree”. Non c’è un piano in Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Calabria, nella provincia di Bolzano, in Basilicata e in Piemonte (dove sono previsti piani provinciali), mentre nella maggior parte delle regioni sono inadeguati i vincoli di tutela e mancano obblighi di recupero contestuale delle aree. Per Legambiente “l’assenza dei piani è particolarmente preoccupante, perché si lascia tutto il potere decisionale in mano a chi concede l’autorizzazione in Regioni dove è forte il controllo da parte della criminalità organizzata”. Nessun equilibrio tra fatturato e canoni – A questa incertezza sulle regole, si aggiunge un altro problema. Il forte squilibrio tra quanto guadagnano i cavatori dalla vendita di inerti e pietre ornamentali e i canoni di concessione irrisori. In media nelle regioni italiane si paga il 2,3% del prezzo di vendita di sabbia e ghiaia: parliamo di 27,4 milioni a fronte di 1.051 milioni di volume d’affari. Ancora maggiori i guadagni per i...
read moreEmissioni CO2: in futuro reddito ed efficienza energetica i principali fattori
[su Cmcc – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici] Coniugare crescita economica e sostenibilità è possibile. I risultati su Nature Climate Change, in uno studio con i contributi CMCC di Giacomo Marangoni, Massimo Tavoni e Valentina Bosetti. Le variazioni delle emissioni di CO2, nel lungo termine, dipendono essenzialmente dai livelli futuri di reddito ed efficienza energetica. È quanto emerge dallo studio “Sensitivity of projected long-term CO2 emissions across the Shared and Socioeconomic Pathways” pubblicato di recente su Nature Climate Change (tra gli autori, anche i ricercatori della Fondazione CMCC, Giacomo Marangoni, Massimo Tavoni, Valentina Bosetti della Divisione ECIP). Crescita economica e intensità energetica, inoltre, saranno i fattori determinanti più importanti per le emissioni di CO2 future, sulla base di diversi percorsi socio-economici (Shared Socio-Economic Pathways – SSPs, per approfondire vedi qui) definiti dalla comunità scientifica internazionale. “I risultati” – spiega il ricercatore CMCC Giacomo Marangoni, primo autore dello studio, “indicano chiaramente reddito ed efficienza energetica come i fattori chiave delle emissioni del futuro. Variazioni della popolazione mondiale sembrano invece meno determinanti. Combustibili fossili e tecnologie a basso contenuto di emissioni (low carbon technologies) si collocano in una posizione intermedia. Questi risultati restano confermati anche utilizzando diversi modelli, per diversi orizzonti temporali, o in presenza di politiche per il clima. I diversi fattori interagiscono fra loro: per esempio un mondo più ricco porterà a un aumento più contenuto delle emissioni, se più sostenibile, e viceversa. Trascurare queste interrelazioni potrebbe portare a delle valutazioni inesatte e a classifiche imprecise”. Combinando insieme sei diversi modelli per energia-economia-clima di altrettanti istituti di ricerca europei, lo studio ha ricondotto le emissioni CO2 future di lungo termine ai suoi principali fattori: popolazione, reddito, intensità energetica, disponibilità di risorse fossili e lo sviluppo di tecnologie a basse emissioni di carbonio. I fattori sono stati presi in considerazione singolarmente, quindi si è andati anche a valutare come interagiscono fra loro. Lo studio ha confrontato tre possibili mondi futuri: uno sostenibile, uno più oneroso per l’ambiente e più impegnativo per affrontare i cambiamenti climatici, e uno intermedio fra i due. Tre diversi scenari, quindi, che ponevano sfide crescenti per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici. “La crescita economica è una priorità della politica ed è necessaria, soprattutto nelle economie emergenti e in via di sviluppo”, ha commentato Massimo Tavoni, ricercatore presso la Fondazione CMCC e co-autore dello studio. “Ma ci sono politiche che possono rendere questo obiettivo compatibile con livelli più bassi di emissioni: promuovere l’efficienza energetica e disincentivare l’uso dei combustibili fossili, in particolar modo il carbone, sono due delle priorità più importanti da realizzare. L’alternativa, gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici, sarebbe di gran lunga peggiore.” Lo studio pubblicato su Nature Climate Change ci può quindi aiutare a trovare delle soluzioni al problema del cambiamento climatico. Può aiutare, in particolare, a individuare le priorità di quel settore della ricerca dedicato alle politiche climatiche, spostando parte dell’attenzione dal tradizionale settore della produzione e fornitura di energia, ai temi dell’efficienza energetica e del benessere economico. Clicca qui per la versione integrale dell’articolo. (Pubblicato il...
read moreContaminazione e ottimizzazione in Val D’Agri
Mentre ENI confessa di essere causa della perdita di “oro NERO” intorno al COVA ed il lago del Pertusillo diventa “NERO”, Pittella parla ai sindaci di “ottimizzazione” del giacimento Val d’Agri. Val D’Agri, 24 febbraio 2017 A distanza di oltre un mese dalle prime segnalazioni di miasmi nell’area intorno al COVA e nei pressi del laghetto e del depuratore del consorzio della zona industriale di Viggiano, e dalla prima comunicazione ad ENI da parte dei responsabili del consorzio (e solo successivamente alle autorità, come risulta dalla stampa), continuano le operazioni di spurgo dei pozzetti e i sondaggi nei terreni e nelle acque. Si è creato un clima di totale sfiducia nei confronti degli enti preposti al controllo ed alla protezione dell’ambiente e della salute umana, come si apprende dalla stampa in queste ultimissime ore. La nuova comparsa di macchie scure nelle acque del Pertusillo fa già mettere le mani avanti su una probabile e nuova fioritura dell’alga cornuta, mentre la multa di 800.000,00 € comminata all’ARPAB da parte della Provincia per omessa comunicazione della presenza di idrocarburi nelle acque di Contrada “La Rossa”, rende la situazione ancora più insopportabile. In tutto questo, nella scorsa settimana il presidente della Regione Pittella, incontrando i sindaci della Val d’Agri, ha parlato di “ottimizzazione del giacimento” nel quadro di ulteriori investimenti che ENI intende effettuare per andare oltre la quinta linea ed aggiungere almeno altri 20.000 barili a quelli già in produzione e causa di infiniti nonincidenti! I cittadini e le associazioni riuniti nell’Osservatorio Popolare della Val d’Agri, CHIEDONO al presidente della Regione Basilicata ed all’assessore all‘ambiente, nonché ai sindaci della Val d’Agri, tutt’altra OTTIMIZZAZIONE: – non andare oltre la quinta linea ricontrattando quanto in passato autorizzato; – possibilità di partecipare attivamente, anche attraverso apposite INCHIESTE PUBBLICHE, a tutti i procedimenti relativi al COVA; – un serio piano di caratterizzazione delle acque e dei suoli a cura di Enti di fiducia anche dei cittadini; – informazioni tempestive ed ufficiali tramite apposite assemblee pubbliche relative alla reale portata dell’eventuale contaminazione di acqua e suoli in atto e sullo “stato dell’arte” delle operazioni di messa in sicurezza dell’area intorno al COVA. In attesa di risposte, l’Osservatorio Popolare organizza per tutti coloro che non sono affatto tranquilli per quanto sta accadendo, una passeggiata lungo le rive del Pertusillo per OSSERVAZIONI sul lago! L’appuntamento è per domenica 26 febbraio alle 10 all’altezza dello sbarramento. Osservatorio Popolare della Val...
read moreLe Standing Rock amazzoniche degli indios del Perù contro governo e oleodotti
[su Greenreport] Gli Awajun: no a tre decreti legge per costruire un oleodotto nell’Amazzonia peruviana. Gli indigeni fanno causa al governo in difesa delle loro terre ancestrali e delle tribù non contattate. I Sioux della tribù di Standing Rock hanno portato all’attenzione degli Usa e del mondo la Dakota Access pipeline che minaccia le loro terre sacre e la loro acqua potabile, ma la battaglia politica e ideale che avviene nelle fredde pianure statunitensi non è poca cosa rispetto alla quotidiana lotta degli indios sudamericani contro le multinazionali petrolifere. Il popolo indigeno Awajun, che vive in un comune autonomo dell’Amazzonia settentrionale del Perù, ha criticato fortemente gli ultimi decreti legislativi emessi nel dicembre 2016 dal governo del presidente delle Repubblica Pedro Pablo Kuczynki e sottolinea: «Sebbene questi decreti abbiano una componente principalmente economica, abbiamo comprovato che alcuni rappresentano una minaccia evidente per i diritti collettivi del popolo Awajum e per gli altri popoli indigeni del Perù». Glli indios sono contrari al Decreto Legislativo 1292, che ha l’obiettivo di finire di costruire l’oleodotto Norperuano di «necessità pubblica e interesse nazionale», perché vede una forte opposizione sociale e che ha già causato 10 sversamenti petroliferi nei dipartimenti dell’Amazonas e di Loreto. Gli Awajun sanno che lo Stato può espropruare le loro terre per realizzare l’oleodotto e le strutture necessarie, ma sottolineano che, secondo «l’articolo 70 della Constitución Política del Perú, si procede all’esproprio delle terre in caso di necessità pubblica», mentre il Decreto legge 1292 lo Stato peruviano può espropriare le terre delle Comunidades Nativas vicine all’oleodotto per facilitarne l’operatività- Gli indios sottolineano: «Vale la pena ricordare che l’espropriazione dei territori indigeni è una pratica vietata dal diritto internazionale, considerando che il diritto alla territorio è quel che permette ai popoli indigeni di sfruttare pienamente tutti i loro altri diritti». Nel mirino degli Awajun c’è anche il Decreto Legislativo 1333 che ha l’obiettivo di facilitare le grandi opere infrastrutturali di interesse nazionale. Gli indios spiegano che «E’ per questo che è stato creato il, “Proyecto Especial de Acceso a Predios para Proyectos de Inversión Priorizados” (ApipP), che dipende da Proinversion. Questo progetto Apip durerà tre anni e punta a fare spazio ai presidi necessari per realizzare di progetti prioritari. Molte di queste zone in cui ci sono questi progetti prioritari appartengono ai territori dei popoli indigeni, i quali hanno la priorità ancestrale, però spesso non sono in possesso dei meccanismi per avere forme ufficiali di riconoscimento della propietò, come l’iscrizione nei registri pubblici o un titolo di proprietà». Per gli indios anche questo decreto sul progetto Apip è incostituzionale perché parla di «Definire la necessità del trasferimento dei residenti, coordinandosi con le rispettive entità e convocando le assemblee». Ma gli Awajun fanno notare che «La delocalizzazione delle Comunidades Nativas è proibita sia dalla normativa interna (Reglamento de Consulta Previa) che dalla normativa internazionale (Dichiarazione delle Nazioni Unite dei Popoli Indigeni); in secondo luogo, la potestà di convocare l’assemblea è una facoltà autonoma delle comunità». Critiche anche al Decreto Legislativo 1334 che introduce la figura dell’“adelanto Social” che ha il compito di «Finanziare programmi, progetti e/o attività orientate a chiudere o a ridurre il divario sociale m negli spazi geografici dove si sviluppano diverse attività economiche» Secondo gli Awajun «Queste attività di finanziamento o di aiuto sociale sono ideali, però non si applicano al...
read more[posted by Steven Mufson on The Washington Post, February 14, 2017] The Standing Rock and Cheyenne River Sioux Tribes on Tuesday submitted a new filing in a District of Columbia federal court in another last-ditch effort to stop completion of the Dakota Access pipeline in North Dakota. The filing calls the actions of the Army Corps of Engineers in issuing a final easement for the oil pipeline — as well as the agency’s environmental analysis and regulatory actions — “arbitrary, capricious, and contrary to law.” It asks the court to grant a partial summary judgment and vacate that easement. Unlike the previous filing, which made an argument on religious grounds because of the sacred nature of Missouri River waters there, this one cites alleged violations of the National Environmental Policy Act, the Administrative Procedure Act and other statutes. The filing says President Trump, who within four days of his inauguration directed the Army Corps to “review and approve” pipeline permits on an expedited basis, was “perpetuating our nation’s pattern of broken promises to the Tribe.” The tribes say the draft environmental assessment submitted by Dakota Access’s owner, Energy Transfer Partners, was “deeply flawed.” The document allegedly disregarded tribal rights and opposition, failed to assess spill risks and revealed that the owners had abandoned an alternative route north of Bismarck, N.D., because of spill concerns. The filing says Energy Transfer Partners should have submitted a more rigorous environmental impact statement. The Interior Department’s solicitor had acknowledged that the Standing Rock tribe held “expansive Treaty rights in and around Lake Oahe” where the pipeline would cross, just north of the tribe’s current reservation. The lake was created by dams the Army Corps built decades ago across the Missouri River. The filing also argues that the entire pipeline dispute must be seen in the context of the Fort Laramie treaties of 1851 and 1868, which granted the tribes control of a broad area, including the land where the pipeline is being constructed and the waters of the Missouri...
read moreIn Sicilia 600 morti ogni anno per l’amianto
[di Rosario Battiato su Quotidiano di Sicilia] Scarsa applicazione della Lr 10/2014, silenzio sul centro per la cura delle patologie e intanto i siciliani restano “discriminati”. Intervista a Calogero Vicario (Ona): “Pochi Comuni hanno rispettato l’obbligo di mappatura e censimento”. L’amianto è ancora di casa in una Regione che soltanto tre anni fa ha avuto la sua prima legge regionale in materia – la Lr 29 aprile 2014, n. 10 “Norme per la tutela della salute e del territorio dai rischi derivanti dall’amianto” – e che ancora oggi fatica a trovare la corretta percezione e gestione del fenomeno in materia di bonifiche e di prevenzione e cura delle patologie correlate. Se ne discuterà sabato e domenica prossimi, rispettivamente a Siracusa e a Gela, negli incontri organizzati dall’Osservatorio nazionale amianto (Ona). A livello nazionale l’amianto è fuorilegge dal 1992, ma la Sicilia non sembra saperlo. Il censimento e la bonifica dell’amianto sono temi che soltanto di recente sono tornati alla ribalta in un territorio, come quello isolano, che per anni ne ha sottovalutato la portata sanitaria e ambientale. Eppure la Sicilia resta una delle regioni maggiormente coinvolte e che ha pagato “un altissimo tributo in termini di vite umane”, così come sottolineato dall’Osservatorio nazionale. Il presidente nazionale, Ezio Bonanni, ha voluto spiegare all’Ansa, in particolare, la pericolosità che riguarda “il triangolo industriale di Augusta-Priolo, Ragusa e Gela e le zone industriali della Valle del Mela (Messina) e di Palermo”, realtà che si caratterizzano per “la poderosa utilizzazione di amianto allo stato friabile e compatto”. I numeri dell’Ona raccontano una realtà che non può dirsi nemmeno esaustiva: censiti 947 mesoteliomi per il periodo che va dal 2000 al 2011, per una media che sfiora i 100 casi all’anno. “Ma – ha aggiunto Bonanni –, poiché il mesotelioma è il ‘tumore sentinella’ e i decessi per tumore polmonare sono almeno il doppio, si calcolano ogni anno complessivamente almeno 600 decessi per amianto in Sicilia”. I punti scoperti restano parecchi. A partire dall’effettiva applicazione della legge regionale. “Dal 2014 era previsto l’obbligo per censimento e mappatura da parte di tutti i Comuni – ha spiegato al QdS Calogero Vicario, coordinatore Ona Sicilia –, ma sono pochi quelli che hanno operato in tal senso”. Restano ancora inevasi anche altri punti cardine come il registro regionale degli esposti che attualmente, stando a quanto riportato da Vicario, si trova soltanto presso la direzione territoriale del lavoro di Siracusa e Agrigento. L’altro grande enigma resta il centro di riferimento regionale per la cura delle patologie asbesto correlate – lo Stato aveva messo a disposizione 9 milioni di euro per tutta la rete regionale – che avrebbe dovuto avere sede ad Augusta presso l’ospedale Emilio Muscatello, ma “si sta ancora valutando come fare – ha proseguito Vicario –, ancora non c’è niente”. Per i lavoratori siciliani il percorso è ancora tutto da vedere. A livello nazionale il lavoratore che ha contratto mesotelioma, tumore polmonare e asbestosi può accedere al pensionamento anticipato senza limiti d’età e anzianità contributiva. “I lavoratori della Regione siciliana sono stati discriminati rispetto al resto d’Italia – ha precisato Vicario –, dove ci sono gli atti di indirizzo che garantiscono i benefici previdenziali per minori aspettative di vita”. La richiesta dell’Ona, che poi è una delle battaglie storiche dell’associazione in Sicilia, è quella di atti di indirizzo...
read moreIl futuro della politica ambientale europea
[di Matteo Malacarne su Affari Internazionali] Attualmente sono in molti a pensare che gli impegni presi durante la COP21 non bastino a limitare gli effetti più dannosi e irreversibili del cambiamento climatico, una preoccupazione di particolare rilevanza date le temperature record registrate l’anno scorso. In un momento di grandi incertezze riguardo al futuro dell’Accordo di Parigi, suscitate dalla nuova Amministrazione americana, sono più che mai necessarie politiche ambientali forti. Durante la seduta plenaria del Parlamento europeo di Strasburgo del 15 febbraio è stata approvata una riforma importante del sistema per lo scambio di quote di emissioni in Europa (European Union EmissionsTrading System, ETS). La revisione dello schema, proposta dalla Commissione europea nel 2015, dimostra la forte volontà politica dell’Unione europea, Ue di andare avanti nella lotta al riscaldamento del pianeta. L’Europa in prima linea nell’azione climatica L’Ue, nonostante le crisi che sta attraversando, come quella dei migranti o la vicenda della Brexit, negli ultimi anni ha saputo sviluppare un’agenda climatica ambiziosa, confermando la sua leadership mondiale. Ciò è stato reso possibile da una forte presenza istituzionale sulle sfide ambientali, ma anche grazie a partiti ecologisti influenti, un’opinione pubblica favorevole e organizzazioni non governative molto attive. Di recente la Commissione europea ha presentato un pacchetto legislativo per stimolare la transizione e la modernizzazione dell’infrastruttura energetica dell’Unione. Tra gli obiettivi principali della propostavi è quello di privilegiare le energie rinnovabili, garantendo però la sicurezza dell’approvvigionamento elettrico e condizioni di accesso alla rete eque per tutti i consumatori, tutelando quelli più vulnerabili. Il pacchetto si iscrive nel progetto dell’Unione dell’Energia, una componente chiave del programma politico del presidente Juncker, il cui scopo è di collegare ulteriormente i mercati energetici degli Stati membri, incoraggiando questi ultimi a collaborare ed aiutarsi reciprocamente. Se, per esempio, le economie più grandi,come Francia o Germania, decidessero di aumentare gli aiuti finanziari ai Paesi dell’Europea dell’Est, questi potrebbero a loro volta accettare di chiudere le loro centrali a gas o a carbone più inquinanti. Il fine ultimo è di cambiare l’intero sistema energetico europeo, sostituendo il tradizionale modello nazionale – centralizzato e basato sui combustibili fossili – con uno più decentrato, dinamico e sostenibile. Istituito nel 2005, l’ETS è la pietra angolare della politica climatica europea ed è la prima struttura di questo genere, oltre che la più estesa (tratta infatti oltre tre quarti degli scambi internazionali di CO2). Il sistema limita il volume di gas ad effetto serra che può essere emesso da certe industrie e opera secondo principi commerciali: le imprese ricevono o acquistano quote di emissioni (crediti) che possono poi scambiarsi l’una con l’altra. Il voto del 15 febbraio, sulla riforma dello schema, è stato un altro passo importante per raggiungere l’obiettivo dell’Ue di ridurre le proprie emissioni di almeno il 40% entro il 2030. Gli emendamenti avanzati dalla Commissione e approvati dal Parlamento europeo sono principalmente volti ad accelerare la diminuzione delle quote e rinforzare il mercato di scambio. La proposta introduce anche meccanismi di sostegno per il finanziamento delle cosiddette “tecnologie verdi”, e per il rinnovamento complessivo del settore dell’energia. Il comitato per l’ambiente del Parlamento (ENVI), riunito in sessione straordinaria il 15 dicembre scorso, aveva già apportato diverse modifiche alla riforma, per garantire alle industrie europee ad alto consumo energetico di non ritrovarsi svantaggiate sui mercati internazionali. Questo aveva generato le proteste di alcune organizzazioni non governative, ad esempio...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.