CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Emissioni CO2: in futuro reddito ed efficienza energetica i principali fattori

Posted by on 8:39 am in Notizie | Commenti disabilitati su Emissioni CO2: in futuro reddito ed efficienza energetica i principali fattori

Emissioni CO2: in futuro reddito ed efficienza energetica i principali fattori

[su Cmcc – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici] Coniugare crescita economica e sostenibilità è possibile. I risultati su Nature Climate Change, in uno studio con i contributi CMCC di Giacomo Marangoni, Massimo Tavoni e Valentina Bosetti. Le variazioni delle emissioni di CO2, nel lungo termine, dipendono essenzialmente dai livelli futuri di reddito ed efficienza energetica. È quanto emerge dallo studio “Sensitivity of projected long-term CO2 emissions across the Shared and Socioeconomic Pathways” pubblicato di recente su Nature Climate Change (tra gli autori, anche i ricercatori della Fondazione CMCC, Giacomo Marangoni, Massimo Tavoni, Valentina Bosetti della Divisione ECIP). Crescita economica e intensità energetica, inoltre, saranno i fattori determinanti più importanti per le emissioni di CO2 future, sulla base di diversi percorsi socio-economici (Shared Socio-Economic Pathways – SSPs, per approfondire vedi qui) definiti dalla comunità scientifica internazionale. “I risultati” – spiega il ricercatore CMCC Giacomo Marangoni, primo autore dello studio, “indicano chiaramente reddito ed efficienza energetica come i fattori chiave delle emissioni del futuro. Variazioni della popolazione mondiale sembrano invece meno determinanti. Combustibili fossili e tecnologie a basso contenuto di emissioni (low carbon technologies) si collocano in una posizione intermedia. Questi risultati restano confermati anche utilizzando diversi modelli, per diversi orizzonti temporali, o in presenza di politiche per il clima. I diversi fattori interagiscono fra loro: per esempio un mondo più ricco porterà a un aumento più contenuto delle emissioni, se più sostenibile, e viceversa. Trascurare queste interrelazioni potrebbe portare a delle valutazioni inesatte e a classifiche imprecise”. Combinando insieme sei diversi modelli per energia-economia-clima di altrettanti istituti di ricerca europei, lo studio ha ricondotto le emissioni CO2 future di lungo termine ai suoi principali fattori: popolazione, reddito, intensità energetica, disponibilità di risorse fossili e lo sviluppo di tecnologie a basse emissioni di carbonio. I fattori sono stati presi in considerazione singolarmente, quindi si è andati anche a valutare come interagiscono fra loro. Lo studio ha confrontato tre possibili mondi futuri: uno sostenibile, uno più oneroso per l’ambiente e più impegnativo per affrontare i cambiamenti climatici, e uno intermedio fra i due. Tre diversi scenari, quindi, che ponevano sfide crescenti per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici. “La crescita economica è una priorità della politica ed è necessaria, soprattutto nelle economie emergenti e in via di sviluppo”, ha commentato Massimo Tavoni, ricercatore presso la Fondazione CMCC e co-autore dello studio. “Ma ci sono politiche che possono rendere questo obiettivo compatibile con livelli più bassi di emissioni: promuovere l’efficienza energetica e disincentivare l’uso dei combustibili fossili, in particolar modo il carbone, sono due delle priorità più importanti da realizzare. L’alternativa, gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici, sarebbe di gran lunga peggiore.” Lo studio pubblicato su Nature Climate Change ci può quindi aiutare a trovare delle soluzioni al problema del cambiamento climatico. Può aiutare, in particolare, a individuare le priorità di quel settore della ricerca dedicato alle politiche climatiche, spostando parte dell’attenzione dal tradizionale settore della produzione e fornitura di energia, ai temi dell’efficienza energetica e del benessere economico. Clicca qui per la versione integrale dell’articolo. (Pubblicato il...

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Contaminazione e ottimizzazione in Val D’Agri

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Contaminazione e ottimizzazione in Val D’Agri

Mentre ENI confessa di essere causa della perdita di “oro NERO” intorno al COVA ed il lago del Pertusillo diventa “NERO”, Pittella parla ai sindaci di “ottimizzazione” del giacimento Val d’Agri. Val D’Agri, 24 febbraio 2017 A distanza di oltre un mese dalle prime segnalazioni di miasmi nell’area intorno al COVA e nei pressi del laghetto e del depuratore del consorzio della zona industriale di Viggiano, e dalla prima comunicazione ad ENI da parte dei responsabili del consorzio (e solo successivamente alle autorità, come risulta dalla stampa), continuano le operazioni di spurgo dei pozzetti e i sondaggi nei terreni e nelle acque. Si è creato un clima di totale sfiducia nei confronti degli enti preposti al controllo ed alla protezione dell’ambiente e della salute umana, come si apprende dalla stampa in queste ultimissime ore. La nuova comparsa di macchie scure nelle acque del Pertusillo fa già mettere le mani avanti su una probabile e nuova fioritura dell’alga cornuta, mentre la multa di 800.000,00 € comminata all’ARPAB da parte della Provincia per omessa comunicazione della presenza di idrocarburi nelle acque di Contrada “La Rossa”, rende la situazione ancora più insopportabile. In tutto questo, nella scorsa settimana il presidente della Regione Pittella, incontrando i sindaci della Val d’Agri, ha parlato di “ottimizzazione del giacimento” nel quadro di ulteriori investimenti che ENI intende effettuare per andare oltre la quinta linea ed aggiungere almeno altri 20.000 barili a quelli già in produzione e causa di infiniti nonincidenti! I cittadini e le associazioni riuniti nell’Osservatorio Popolare della Val d’Agri, CHIEDONO al presidente della Regione Basilicata ed all’assessore all‘ambiente, nonché ai sindaci della Val d’Agri, tutt’altra OTTIMIZZAZIONE: – non andare oltre la quinta linea ricontrattando quanto in passato autorizzato; – possibilità di partecipare attivamente, anche attraverso apposite INCHIESTE PUBBLICHE, a tutti i procedimenti relativi al COVA; – un serio piano di caratterizzazione delle acque e dei suoli a cura di Enti di fiducia anche dei cittadini; – informazioni tempestive ed ufficiali tramite apposite assemblee pubbliche relative alla reale portata dell’eventuale contaminazione di acqua e suoli in atto e sullo “stato dell’arte” delle operazioni di messa in sicurezza dell’area intorno al COVA. In attesa di risposte, l’Osservatorio Popolare organizza per tutti coloro che non sono affatto tranquilli per quanto sta accadendo, una passeggiata lungo le rive del Pertusillo per OSSERVAZIONI sul lago! L’appuntamento è per domenica 26 febbraio alle 10 all’altezza dello sbarramento. Osservatorio Popolare della Val...

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Le Standing Rock amazzoniche degli indios del Perù contro governo e oleodotti

Posted by on 8:27 am in Notizie | Commenti disabilitati su Le Standing Rock amazzoniche degli indios del Perù contro governo e oleodotti

Le Standing Rock amazzoniche degli indios del Perù contro governo e oleodotti

[su Greenreport] Gli Awajun: no a tre decreti legge per costruire un oleodotto nell’Amazzonia peruviana. Gli indigeni fanno causa al governo in difesa delle loro terre ancestrali e delle tribù non contattate. I Sioux della tribù di Standing Rock hanno portato all’attenzione degli Usa e del mondo la Dakota Access pipeline che minaccia le loro terre sacre e la loro acqua potabile, ma la battaglia politica e ideale che avviene nelle fredde pianure statunitensi non è poca cosa rispetto alla quotidiana lotta degli indios sudamericani contro le multinazionali petrolifere. Il popolo indigeno Awajun, che vive in un comune autonomo dell’Amazzonia settentrionale del Perù, ha criticato fortemente gli ultimi decreti legislativi emessi nel dicembre 2016 dal governo del presidente delle Repubblica Pedro Pablo Kuczynki e sottolinea: «Sebbene questi decreti abbiano una componente principalmente economica, abbiamo comprovato che alcuni rappresentano una minaccia evidente per i diritti collettivi del popolo Awajum e per gli altri popoli indigeni del Perù». Glli indios sono contrari al Decreto Legislativo 1292, che ha l’obiettivo di finire di costruire l’oleodotto Norperuano di «necessità pubblica e interesse nazionale», perché  vede una forte opposizione sociale e che ha già causato 10 sversamenti petroliferi nei dipartimenti dell’Amazonas  e di Loreto. Gli Awajun sanno che lo Stato può espropruare le loro terre per realizzare l’oleodotto e le strutture necessarie, ma sottolineano che, secondo  «l’articolo 70 della Constitución Política del Perú, si procede all’esproprio delle terre in caso di necessità pubblica», mentre il Decreto legge 1292 lo Stato peruviano può espropriare le terre delle Comunidades Nativas vicine all’oleodotto per facilitarne l’operatività- Gli indios sottolineano: «Vale la pena ricordare che l’espropriazione dei territori indigeni è una pratica vietata dal diritto internazionale, considerando che il diritto alla territorio è quel che permette ai popoli indigeni di sfruttare pienamente tutti i loro altri diritti». Nel mirino degli Awajun c’è anche il Decreto Legislativo 1333 che ha l’obiettivo di facilitare  le grandi opere infrastrutturali di interesse nazionale. Gli indios spiegano che «E’ per questo che è stato  creato il, “Proyecto Especial de Acceso a Predios para Proyectos de Inversión Priorizados” (ApipP), che dipende da Proinversion. Questo progetto Apip  durerà tre anni e punta a fare spazio ai  presidi necessari per realizzare di progetti prioritari. Molte di queste zone in cui ci sono questi progetti prioritari appartengono ai territori dei popoli indigeni, i quali hanno la priorità ancestrale, però spesso non sono in possesso dei meccanismi per avere forme ufficiali di riconoscimento della propietò, come l’iscrizione nei registri pubblici o un titolo di proprietà». Per gli indios anche questo decreto sul progetto Apip è incostituzionale perché parla di «Definire la necessità del trasferimento dei residenti, coordinandosi con le rispettive entità e convocando le assemblee».  Ma gli Awajun fanno notare che «La delocalizzazione delle Comunidades Nativas è proibita sia dalla normativa interna (Reglamento de Consulta Previa) che dalla normativa  internazionale (Dichiarazione delle Nazioni Unite dei Popoli Indigeni); in secondo luogo, la potestà di convocare l’assemblea è una facoltà autonoma delle comunità». Critiche anche al Decreto Legislativo 1334 che introduce la figura dell’“adelanto Social” che ha il compito di «Finanziare programmi, progetti e/o attività orientate a chiudere o a ridurre il divario sociale m negli spazi geografici dove si sviluppano diverse attività economiche»  Secondo gli Awajun «Queste attività di finanziamento o di aiuto sociale sono ideali, però non si applicano al...

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Posted by on 8:57 am in News | Commenti disabilitati su

[posted by Steven Mufson on The Washington Post, February 14, 2017] The Standing Rock and Cheyenne River Sioux Tribes on Tuesday submitted a new filing in a District of Columbia federal court in another last-ditch effort to stop completion of the Dakota Access pipeline in North Dakota. The filing calls the actions of the Army Corps of Engineers in issuing a final easement for the oil pipeline — as well as the agency’s environmental analysis and regulatory actions — “arbitrary, capricious, and contrary to law.” It asks the court to grant a partial summary judgment and vacate that easement. Unlike the previous filing, which made an argument on religious grounds because of the sacred nature of Missouri River waters there, this one cites alleged violations of the National Environmental Policy Act, the Administrative Procedure Act and other statutes. The filing says President Trump, who within four days of his inauguration directed the Army Corps to “review and approve” pipeline permits on an expedited basis, was “perpetuating our nation’s pattern of broken promises to the Tribe.” The tribes say the draft environmental assessment submitted by Dakota Access’s owner, Energy Transfer Partners, was “deeply flawed.” The document allegedly disregarded tribal rights and opposition, failed to assess spill risks and revealed that the owners had abandoned an alternative route north of Bismarck, N.D., because of spill concerns. The filing says Energy Transfer Partners should have submitted a more rigorous environmental impact statement. The Interior Department’s solicitor had acknowledged that the Standing Rock tribe held “expansive Treaty rights in and around Lake Oahe” where the pipeline would cross, just north of the tribe’s current reservation. The lake was created by dams the Army Corps built decades ago across the Missouri River. The filing also argues that the entire pipeline dispute must be seen in the context of the Fort Laramie treaties of 1851 and 1868, which granted the tribes control of a broad area, including the land where the pipeline is being constructed and the waters of the Missouri...

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In Sicilia 600 morti ogni anno per l’amianto

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In Sicilia 600 morti ogni anno per l’amianto

[di Rosario Battiato su Quotidiano di Sicilia] Scarsa applicazione della Lr 10/2014, silenzio sul centro per la cura delle patologie e intanto i siciliani restano “discriminati”. Intervista a Calogero Vicario (Ona): “Pochi Comuni hanno rispettato l’obbligo di mappatura e censimento”. L’amianto è ancora di casa in una Regione che soltanto tre anni fa ha avuto la sua prima legge regionale in materia – la Lr 29 aprile 2014, n. 10 “Norme per la tutela della salute e del territorio dai rischi derivanti dall’amianto” – e che ancora oggi fatica a trovare la corretta percezione e gestione del fenomeno in materia di bonifiche e di prevenzione e cura delle patologie correlate. Se ne discuterà sabato e domenica prossimi, rispettivamente a Siracusa e a Gela, negli incontri organizzati dall’Osservatorio nazionale amianto (Ona). A livello nazionale l’amianto è fuorilegge dal 1992, ma la Sicilia non sembra saperlo. Il censimento e la bonifica dell’amianto sono temi che soltanto di recente sono tornati alla ribalta in un territorio, come quello isolano, che per anni ne ha sottovalutato la portata sanitaria e ambientale. Eppure la Sicilia resta una delle regioni maggiormente coinvolte e che ha pagato “un altissimo tributo in termini di vite umane”, così come sottolineato dall’Osservatorio nazionale. Il presidente nazionale, Ezio Bonanni, ha voluto spiegare all’Ansa, in particolare, la pericolosità che riguarda “il triangolo industriale di Augusta-Priolo, Ragusa e Gela e le zone industriali della Valle del Mela (Messina) e di Palermo”, realtà che si caratterizzano per “la poderosa utilizzazione di amianto allo stato friabile e compatto”. I numeri dell’Ona raccontano una realtà che non può dirsi nemmeno esaustiva: censiti 947 mesoteliomi per il periodo che va dal 2000 al 2011, per una media che sfiora i 100 casi all’anno. “Ma – ha aggiunto Bonanni –, poiché il mesotelioma è il ‘tumore sentinella’ e i decessi per tumore polmonare sono almeno il doppio, si calcolano ogni anno complessivamente almeno 600 decessi per amianto in Sicilia”. I punti scoperti restano parecchi. A partire dall’effettiva applicazione della legge regionale. “Dal 2014 era previsto l’obbligo per censimento e mappatura da parte di tutti i Comuni – ha spiegato al QdS Calogero Vicario, coordinatore Ona Sicilia –, ma sono pochi quelli che hanno operato in tal senso”. Restano ancora inevasi anche altri punti cardine come il registro regionale degli esposti che attualmente, stando a quanto riportato da Vicario, si trova soltanto presso la direzione territoriale del lavoro di Siracusa e Agrigento. L’altro grande enigma resta il centro di riferimento regionale per la cura delle patologie asbesto correlate – lo Stato aveva messo a disposizione 9 milioni di euro per tutta la rete regionale – che avrebbe dovuto avere sede ad Augusta presso l’ospedale Emilio Muscatello, ma “si sta ancora valutando come fare – ha proseguito Vicario –, ancora non c’è niente”. Per i lavoratori siciliani il percorso è ancora tutto da vedere. A livello nazionale il lavoratore che ha contratto mesotelioma, tumore polmonare e asbestosi può accedere al pensionamento anticipato senza limiti d’età e anzianità contributiva. “I lavoratori della Regione siciliana sono stati discriminati rispetto al resto d’Italia – ha precisato Vicario –, dove ci sono gli atti di indirizzo che garantiscono i benefici previdenziali per minori aspettative di vita”. La richiesta dell’Ona, che poi è una delle battaglie storiche dell’associazione in Sicilia, è quella di atti di indirizzo...

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Il futuro della politica ambientale europea

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[di Matteo Malacarne su Affari Internazionali] Attualmente sono in molti a pensare che gli impegni presi durante la COP21 non bastino a limitare gli effetti più dannosi e irreversibili del cambiamento climatico, una preoccupazione di particolare rilevanza date le temperature record registrate l’anno scorso. In un momento di grandi incertezze riguardo al futuro dell’Accordo di Parigi, suscitate dalla nuova Amministrazione americana, sono più che mai necessarie politiche ambientali forti. Durante la seduta plenaria del Parlamento europeo di Strasburgo del 15 febbraio è stata approvata una riforma importante del sistema per lo scambio di quote di emissioni in Europa (European Union EmissionsTrading System, ETS). La revisione dello schema, proposta dalla Commissione europea nel 2015, dimostra la forte volontà politica dell’Unione europea, Ue di andare avanti nella lotta al riscaldamento del pianeta. L’Europa in prima linea nell’azione climatica L’Ue, nonostante le crisi che sta attraversando, come quella dei migranti o la vicenda della Brexit, negli ultimi anni ha saputo sviluppare un’agenda climatica ambiziosa, confermando la sua leadership mondiale. Ciò è stato reso possibile da una forte presenza istituzionale sulle sfide ambientali, ma anche grazie a partiti ecologisti influenti, un’opinione pubblica favorevole e organizzazioni non governative molto attive. Di recente la Commissione europea ha presentato un pacchetto legislativo per stimolare la transizione e la modernizzazione dell’infrastruttura energetica dell’Unione. Tra gli obiettivi principali della propostavi è quello di privilegiare le energie rinnovabili, garantendo però la sicurezza dell’approvvigionamento elettrico e condizioni di accesso alla rete eque per tutti i consumatori, tutelando quelli più vulnerabili. Il pacchetto si iscrive nel progetto dell’Unione dell’Energia, una componente chiave del programma politico del presidente Juncker, il cui scopo è di collegare ulteriormente i mercati energetici degli Stati membri, incoraggiando questi ultimi a collaborare ed aiutarsi reciprocamente. Se, per esempio, le economie più grandi,come Francia o Germania, decidessero di aumentare gli aiuti finanziari ai Paesi dell’Europea dell’Est, questi potrebbero a loro volta accettare di chiudere le loro centrali a gas o a carbone più inquinanti. Il fine ultimo è di cambiare l’intero sistema energetico europeo, sostituendo il tradizionale modello nazionale – centralizzato e basato sui combustibili fossili – con uno più decentrato, dinamico e sostenibile. Istituito nel 2005, l’ETS è la pietra angolare della politica climatica europea ed è la prima struttura di questo genere, oltre che la più estesa (tratta infatti oltre tre quarti degli scambi internazionali di CO2). Il sistema limita il volume di gas ad effetto serra che può essere emesso da certe industrie e opera secondo principi commerciali: le imprese ricevono o acquistano quote di emissioni (crediti) che possono poi scambiarsi l’una con l’altra. Il voto del 15 febbraio, sulla riforma dello schema, è stato un altro passo importante per raggiungere l’obiettivo dell’Ue di ridurre le proprie emissioni di almeno il 40% entro il 2030. Gli emendamenti avanzati dalla Commissione e approvati dal Parlamento europeo sono principalmente volti ad accelerare la diminuzione delle quote e rinforzare il mercato di scambio. La proposta introduce anche meccanismi di sostegno per il finanziamento delle cosiddette “tecnologie verdi”, e per il rinnovamento complessivo del settore dell’energia. Il comitato per l’ambiente del Parlamento (ENVI), riunito in sessione straordinaria il 15 dicembre scorso, aveva già apportato diverse modifiche alla riforma, per garantire alle industrie europee ad alto consumo energetico di non ritrovarsi svantaggiate sui mercati internazionali. Questo aveva generato le proteste di alcune organizzazioni non governative, ad esempio...

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Enel Brindisi, sentenza di condanna: “Inerzia della società davanti a fatti di non comune gravità”

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Enel Brindisi, sentenza di condanna: “Inerzia della società davanti a fatti di non comune gravità”

[di Andrea Tundo su Il Fatto Quotidiano] Nel provvedimento che dispone il risarcimento di 58 agricoltori che hanno subito l’inquinamento dei loro campi, il giudice ha sottolineato che i dirigenti dell’azienda erano pienamente consapevoli di danneggiare l’uva, i carciofi e le angurie coltivati vicino alla centrale di Cerano ma nonostante questo hanno continuato “deliberatamente” ad usare carbone senza prendere le necessarie precauzioni. Erano pienamente consapevoli di danneggiare l’uva, i carciofi e le angurie coltivati vicino alla centrale Enel di Brindisi, ma nonostante questo hanno continuato “deliberatamente” ad usare carbone senza prendere le necessarie precauzioni. Ed è vero che, alla fine, nel 2015 hanno posto rimedio coprendo il carbonile ma intanto la dispersione è continuata per diversi anni. In quel lasso di tempo, avrebbero dovuto attivarsi, sostiene il giudice, per cambiare il tipo di combustibile usato, anche perché in quell’impianto è possibile produrre energia tramite il gas. Per questo Calogero Sanfilippo e Antonino Ascione, responsabili della filiera del carbone, sono stati condannati dal tribunale del capoluogo pugliese lo scorso 26 ottobre a 9 mesi di reclusione, oltre che a risarcire – assieme a Enel Produzione – 58 contadini. Per gli ex responsabili Sandro Valery e Luciano Mirko Pistillo è intervenuta la prescrizione. Gli altri imputati, invece, sono stati assolti perché, visto che il ruolo ricoperto nelle gerarchie Enel, non avrebbero potuto incidere sulla situazione. I loro capi, invece, sì. Era loro “l’obbligo giuridico di attivarsi per la tempestivasoluzione”, ma hanno “regolarmente consentito le operazioni di carico e stoccaggio del carbone”. Frutta e verdure coltivate attorno alla centrale si sporcavano a causa di un “vero e proprio dolo diretto”, sostiene il giudice Francesco Cacucci nelle motivazioni depositate il 23 gennaio, andando persino oltre il dolo eventuale di cui parlava il pm Giuseppe De Nozza che nel 2009 avviò una lunga e dettagliata inchiesta. Ma soprattutto, la sentenza stronca la tesi che gli avvocati degli imputati hanno sostenuto anche durante il processo, provando a smontare – senza riuscirci – perfino i video di quel pulviscolo che si alzava dal carbonile, registrati dalla Digos durante le indagini. Non è certo che sia carbone né che venga dall’impianto e forse gli agricoltori hanno anche simulato lo sporcamento, dicevano. Che dalla centrale Enel “provenisse carbone”, si legge invece nelle 312 pagine di motivazioni, è una “circostanza che il tribunale ritiene pacificamente accertata”. Oltretutto svolazzava sui campi in maniera “frequente”, “prevedibile” e in quantità “superiori alla stretta tollerabilità” senza che l’azienda ponesse rimedio in maniera “tempestiva” grazie ad “accorgimenti tecnici idonei”. Almeno a partire dal 2000 Enel, che ricorrerà in appello, sapeva bene quello che accadeva. E pochi anni dopo era già a conoscenza di una grande opportunità: la copertura del carbonile, uno spazio di 125mila metri quadri dove è possibile stoccare fino a 750mila tonnellate di combustibile, sarebbe stata la soluzione definitiva al problema. È tutto racchiuso in diverse segnalazioni interne da parte di dipendenti, in studi commissionati dalla stessa Enel e anche nelle perizie di un loro consulente. “Si rileva l’inerzia della società”, scrive il giudice, “davanti a fatti di non comune gravità”. I dirigenti hanno preferito ‘gestire’ a lungo il problema con miglioramenti che non sono risultati sufficienti oppure sedando le proteste dei contadini grazie al pagamento del raccolto sporcato o comprando direttamente i terreni più vicini al nastrotrasportatore e al carbonile, i cui lavori di copertura sono stati ultimati nel 2015. Nei quindici anni precedenti però gli agricoltori hanno subito un “disagio psicologico” perché i frutti diventavano invendibili e questo “avrebbe influito negativamente sulle loro condizioni di lavoro e di vita”, visto che alcuni abitano a poche centinaia di metri dalla centrale. Ma cosa pensassero Sanfilippo e Ascione dei contadini è fatto noto proprio grazie all’indagine della procura...

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Il particolato causa 3,4 milioni di nascite premature l’anno

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Il particolato causa 3,4 milioni di nascite premature l’anno

[su Rinnovabili.it] Almeno 3,4 milioni di nascite premature in tutto il mondo sono causate dall’inquinamento atmosferico. Ogni anno vengono al mondo circa 15 milioni di bambini in anticipo rispetto alle 37 settimane di gestazione: ben il 18% – quasi una su cinque – quindi dipende dalla scarsa qualità dell’aria respirata dalla madre, in particolare dalle polveri sottili. È il risultato di una ricerca condotta dallo Stockholm Environment Institute (SEI), che ha analizzato i dati relativi a 183 paesi. Le nascite premature sono il principale fattore di mortalità tra i bambini al di sotto dei cinque anni di età e, sottolineano gli studi dell’Oms, possono portare a durature disabilità nell’apprendimento, a problematiche legate alla vista e all’udito. In precedenza, altri studi sull’inquinamento atmosferico si erano focalizzati sull’impatto sul peso del neonato alla nascita. La ricerca condotta da SEI permette così di aggiungere un altro tassello. Ovviamente, non è solo l’inquinamento a influire sulle nascite premature: anche povertà, infezioni, il fumo, l’abuso di droghe e l’attività fisica hanno un loro peso. Al netto di questi fattori, le polveri sottili sono indicate come le principali responsabili in 1 caso su 5. Tra le zone più a rischio spiccano soprattutto l’Africa subsahariana, il nord Africa e il sud-est asiatico. È proprio in quest’ultima zona che si concentrano in misura maggiore i casi legati al particolato: ben 1,6 milioni. Tra i paesi dell’area si distingue la Cina. Benché Pechino abbia un tasso di nascite premature relativamente basso, i ricercatori dell’istituto svedese hanno conteggiato quelle dipendenti dall’inquinamento in oltre 500mila. L’obiettivo della Cina per il 2017, riguardo ai PM2.5, è non sforare i 60 microgrammi al mc, ma il limite di sicurezza indicato dall’Oms è meno della metà. Più del 90% della popolazione mondiale vive in luoghi dove l’inquinamento dell’aria supera questi limiti di sicurezza. Inquinanti come il particolato sono principalmente di origine antropica: derivano da traffico veicolare, centrali a carbone, incenerimento dei rifiuti. (Pubblicato il...

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[posted by Mary Jo Dilonardo on Mother nature network, February 7, 2017]  It’s not over, but he’s won the first round in 16-year pollution case. On the eve of the Lunar New Year in 2001, Farmer Wang Enlin was socializing with his neighbors when the house they were in was flooded by wastewater from a nearby factory, reports the Daily Mail. The toxic wastewater also flooded some of the farmland in the village of Yushutun in the Heilongjiang Province of China. Wang, whose property was also affected, learned that it came from a large, state-owned chemical company. According to news reports in People’s Daily Online and China Youth Daily, the affected farmland become unusable for a time because of the pollution. The reports said the chemical company continued to dump wastewater into the village, whose residents relied exclusively on farming to make a living. Wang wrote a letter to local officials to complain about the pollution, according to the Daily Mail. He was asked to show proof that the land had been polluted. Wang said, “I knew I was in the right, but I did not know what law the other party had broken or whether or not there was evidence.” Although he didn’t have money to buy books and had dropped out of school in the third grade, Wang made it his mission to learn the legal system. With the help of a dictionary, he read law texts at a bookstore, copying key portions by hand. He gave the shop owner corn in exchange for letting him spend so much time there. A few years later, an environmental law firm began to help, offering Wang and his neighbors free legal advice. After a 16-year battle, Wang and his neighbors have won — at least the first round. A court ruled that the families in the village would each receive 820,000 yuan (about $119,000), according to the Daily Mail. The chemical company has appealed. Wang won’t give up. “We will certainly win. Even if we lose, we will continue to...

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L’insostenibile sostenibilità ambientale dell’Ilva

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L’insostenibile sostenibilità ambientale dell’Ilva

[su MicroMega] “Produrre acciaio pulito” is the new black. È il nuovo mantra della politica italiana. Una frase che piace molto, a tutti. Perché secondo il Governo e vari esponenti delle Istituzioni, l’Ilva va rilanciata, ma allo stesso tempo si annuncia la cassa integrazione per cinquemila lavoratori, ma si era anche detto che l’Ilva era in ripresa. Tutto ed il contrario di tutto. Cosa accade in realtà è semplice. L’Ilva non produce più di quanto le sia richiesto, la legge di mercato le impone delle battute di arresto, la sovraccapacità mondiale la punisce ed i debiti si accumulano. La ripresa dell’Ilva, in realtà, è molto parziale, si potrebbe dire fittizia. E se non ci fossero stati gli aiuti di Stato, l’Ilva sarebbe defunta da tempo. La cassa integrazione di cinquemila operai è una manovra disperata, che mostra la fragilità della situazione economica dello stabilimento e acuisce l’agonia della città di Taranto. Cinquemila famiglie in difficoltà, un dramma sociale che si aggiunge ai già gravissimi problemi sanitari ed ambientali. E allora ci si chiede ancora una volta se non sia arrivato il momento del coraggio. Il momento di accettare che lo stabilimento è strutturalmente vetusto, non all’avanguardia con gli altri stabilimenti siderurgici mondiali, che non produce acciaio di qualità e che non riesce ad inserirsi in quel mercato che richiede prodotti di alta qualità, scivolando sempre di più in un mercato commerciale dove la concorrenza è agguerrita e dove i margini economici sono molto esigui. E che, soprattutto, causa gravi danni alla salute umana. “Produrre acciaio pulito” a Taranto è un ossimoro. Chi conosce bene l’Ilva e la situazione in tutti i suoi aspetti non potrebbe mai fare un’affermazione del genere. Andrebbe cambiato il ciclo produttivo. Per rimettere l’Ilva in sesto ci vorrebbero investimenti molto importanti e non è certo il miliardo del patteggiamento Ilva a poter risolvere una crisi strutturale di questa envergure. Siamo, dunque, al momento della decisione. La politica avisée, come è accaduto in altri Paesi europei nei decenni passati (Regno Unito, Germania, Lussemburgo, Francia per citarne solo alcuni) organizzerebbe un gruppo di lavoro, comitato, commissione speciale, chiamatelo come preferite: un gruppo di persone che abbia come oggetto il bene della res pubblica in tutti i suoi aspetti. Le finalità sarebbero due: una di livello locale (ridare aria e un futuro a Taranto) e una di livello strategico-nazionale (smettere di perdere miliardi in un’azienda sulla china del fallimento). Ci vuole coraggio. Un coraggio che forse una nuova classe politica potrebbe avere, non questa. Che si decreti per l’Ilva lo smantellamento delle vestigia di vittoriana memoria e si cominci a progettare il futuro. Abbiamo due alternative davanti a noi. 1.    Continuare a pompare soldi pubblici in un’azienda in perdita, che continuerà a perdere per fattori non solo endogeni (la sua scarsa competitività) ma anche esogeni (crisi mondiale, sovrapproduzione, politiche internazionali in materia di dazi). Continuare ad aspettare che il tempo passi mentre i tarantini si ammalano e muoiono e gli operai perdono il lavoro. Ditemi dove è il beneficio. 2.    Far fronte alla realtà. Creare il futuro di Taranto, andando ad incidere su tutta la Regione Puglia, con un vigoroso piano di smantellamento dell’Ilva, di occupazione degli operai nelle bonifiche del sito e della città. Che si lavori alla progettazione ambiziosa di un modello di sviluppo sociale ed economico. Basta...

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