Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Enel Brindisi, sentenza di condanna: “Inerzia della società davanti a fatti di non comune gravità”
[di Andrea Tundo su Il Fatto Quotidiano] Nel provvedimento che dispone il risarcimento di 58 agricoltori che hanno subito l’inquinamento dei loro campi, il giudice ha sottolineato che i dirigenti dell’azienda erano pienamente consapevoli di danneggiare l’uva, i carciofi e le angurie coltivati vicino alla centrale di Cerano ma nonostante questo hanno continuato “deliberatamente” ad usare carbone senza prendere le necessarie precauzioni. Erano pienamente consapevoli di danneggiare l’uva, i carciofi e le angurie coltivati vicino alla centrale Enel di Brindisi, ma nonostante questo hanno continuato “deliberatamente” ad usare carbone senza prendere le necessarie precauzioni. Ed è vero che, alla fine, nel 2015 hanno posto rimedio coprendo il carbonile ma intanto la dispersione è continuata per diversi anni. In quel lasso di tempo, avrebbero dovuto attivarsi, sostiene il giudice, per cambiare il tipo di combustibile usato, anche perché in quell’impianto è possibile produrre energia tramite il gas. Per questo Calogero Sanfilippo e Antonino Ascione, responsabili della filiera del carbone, sono stati condannati dal tribunale del capoluogo pugliese lo scorso 26 ottobre a 9 mesi di reclusione, oltre che a risarcire – assieme a Enel Produzione – 58 contadini. Per gli ex responsabili Sandro Valery e Luciano Mirko Pistillo è intervenuta la prescrizione. Gli altri imputati, invece, sono stati assolti perché, visto che il ruolo ricoperto nelle gerarchie Enel, non avrebbero potuto incidere sulla situazione. I loro capi, invece, sì. Era loro “l’obbligo giuridico di attivarsi per la tempestivasoluzione”, ma hanno “regolarmente consentito le operazioni di carico e stoccaggio del carbone”. Frutta e verdure coltivate attorno alla centrale si sporcavano a causa di un “vero e proprio dolo diretto”, sostiene il giudice Francesco Cacucci nelle motivazioni depositate il 23 gennaio, andando persino oltre il dolo eventuale di cui parlava il pm Giuseppe De Nozza che nel 2009 avviò una lunga e dettagliata inchiesta. Ma soprattutto, la sentenza stronca la tesi che gli avvocati degli imputati hanno sostenuto anche durante il processo, provando a smontare – senza riuscirci – perfino i video di quel pulviscolo che si alzava dal carbonile, registrati dalla Digos durante le indagini. Non è certo che sia carbone né che venga dall’impianto e forse gli agricoltori hanno anche simulato lo sporcamento, dicevano. Che dalla centrale Enel “provenisse carbone”, si legge invece nelle 312 pagine di motivazioni, è una “circostanza che il tribunale ritiene pacificamente accertata”. Oltretutto svolazzava sui campi in maniera “frequente”, “prevedibile” e in quantità “superiori alla stretta tollerabilità” senza che l’azienda ponesse rimedio in maniera “tempestiva” grazie ad “accorgimenti tecnici idonei”. Almeno a partire dal 2000 Enel, che ricorrerà in appello, sapeva bene quello che accadeva. E pochi anni dopo era già a conoscenza di una grande opportunità: la copertura del carbonile, uno spazio di 125mila metri quadri dove è possibile stoccare fino a 750mila tonnellate di combustibile, sarebbe stata la soluzione definitiva al problema. È tutto racchiuso in diverse segnalazioni interne da parte di dipendenti, in studi commissionati dalla stessa Enel e anche nelle perizie di un loro consulente. “Si rileva l’inerzia della società”, scrive il giudice, “davanti a fatti di non comune gravità”. I dirigenti hanno preferito ‘gestire’ a lungo il problema con miglioramenti che non sono risultati sufficienti oppure sedando le proteste dei contadini grazie al pagamento del raccolto sporcato o comprando direttamente i terreni più vicini al nastrotrasportatore e al carbonile, i cui lavori di copertura sono stati ultimati nel 2015. Nei quindici anni precedenti però gli agricoltori hanno subito un “disagio psicologico” perché i frutti diventavano invendibili e questo “avrebbe influito negativamente sulle loro condizioni di lavoro e di vita”, visto che alcuni abitano a poche centinaia di metri dalla centrale. Ma cosa pensassero Sanfilippo e Ascione dei contadini è fatto noto proprio grazie all’indagine della procura...
read moreIl particolato causa 3,4 milioni di nascite premature l’anno
[su Rinnovabili.it] Almeno 3,4 milioni di nascite premature in tutto il mondo sono causate dall’inquinamento atmosferico. Ogni anno vengono al mondo circa 15 milioni di bambini in anticipo rispetto alle 37 settimane di gestazione: ben il 18% – quasi una su cinque – quindi dipende dalla scarsa qualità dell’aria respirata dalla madre, in particolare dalle polveri sottili. È il risultato di una ricerca condotta dallo Stockholm Environment Institute (SEI), che ha analizzato i dati relativi a 183 paesi. Le nascite premature sono il principale fattore di mortalità tra i bambini al di sotto dei cinque anni di età e, sottolineano gli studi dell’Oms, possono portare a durature disabilità nell’apprendimento, a problematiche legate alla vista e all’udito. In precedenza, altri studi sull’inquinamento atmosferico si erano focalizzati sull’impatto sul peso del neonato alla nascita. La ricerca condotta da SEI permette così di aggiungere un altro tassello. Ovviamente, non è solo l’inquinamento a influire sulle nascite premature: anche povertà, infezioni, il fumo, l’abuso di droghe e l’attività fisica hanno un loro peso. Al netto di questi fattori, le polveri sottili sono indicate come le principali responsabili in 1 caso su 5. Tra le zone più a rischio spiccano soprattutto l’Africa subsahariana, il nord Africa e il sud-est asiatico. È proprio in quest’ultima zona che si concentrano in misura maggiore i casi legati al particolato: ben 1,6 milioni. Tra i paesi dell’area si distingue la Cina. Benché Pechino abbia un tasso di nascite premature relativamente basso, i ricercatori dell’istituto svedese hanno conteggiato quelle dipendenti dall’inquinamento in oltre 500mila. L’obiettivo della Cina per il 2017, riguardo ai PM2.5, è non sforare i 60 microgrammi al mc, ma il limite di sicurezza indicato dall’Oms è meno della metà. Più del 90% della popolazione mondiale vive in luoghi dove l’inquinamento dell’aria supera questi limiti di sicurezza. Inquinanti come il particolato sono principalmente di origine antropica: derivano da traffico veicolare, centrali a carbone, incenerimento dei rifiuti. (Pubblicato il...
read more[posted by Mary Jo Dilonardo on Mother nature network, February 7, 2017] It’s not over, but he’s won the first round in 16-year pollution case. On the eve of the Lunar New Year in 2001, Farmer Wang Enlin was socializing with his neighbors when the house they were in was flooded by wastewater from a nearby factory, reports the Daily Mail. The toxic wastewater also flooded some of the farmland in the village of Yushutun in the Heilongjiang Province of China. Wang, whose property was also affected, learned that it came from a large, state-owned chemical company. According to news reports in People’s Daily Online and China Youth Daily, the affected farmland become unusable for a time because of the pollution. The reports said the chemical company continued to dump wastewater into the village, whose residents relied exclusively on farming to make a living. Wang wrote a letter to local officials to complain about the pollution, according to the Daily Mail. He was asked to show proof that the land had been polluted. Wang said, “I knew I was in the right, but I did not know what law the other party had broken or whether or not there was evidence.” Although he didn’t have money to buy books and had dropped out of school in the third grade, Wang made it his mission to learn the legal system. With the help of a dictionary, he read law texts at a bookstore, copying key portions by hand. He gave the shop owner corn in exchange for letting him spend so much time there. A few years later, an environmental law firm began to help, offering Wang and his neighbors free legal advice. After a 16-year battle, Wang and his neighbors have won — at least the first round. A court ruled that the families in the village would each receive 820,000 yuan (about $119,000), according to the Daily Mail. The chemical company has appealed. Wang won’t give up. “We will certainly win. Even if we lose, we will continue to...
read moreL’insostenibile sostenibilità ambientale dell’Ilva
[su MicroMega] “Produrre acciaio pulito” is the new black. È il nuovo mantra della politica italiana. Una frase che piace molto, a tutti. Perché secondo il Governo e vari esponenti delle Istituzioni, l’Ilva va rilanciata, ma allo stesso tempo si annuncia la cassa integrazione per cinquemila lavoratori, ma si era anche detto che l’Ilva era in ripresa. Tutto ed il contrario di tutto. Cosa accade in realtà è semplice. L’Ilva non produce più di quanto le sia richiesto, la legge di mercato le impone delle battute di arresto, la sovraccapacità mondiale la punisce ed i debiti si accumulano. La ripresa dell’Ilva, in realtà, è molto parziale, si potrebbe dire fittizia. E se non ci fossero stati gli aiuti di Stato, l’Ilva sarebbe defunta da tempo. La cassa integrazione di cinquemila operai è una manovra disperata, che mostra la fragilità della situazione economica dello stabilimento e acuisce l’agonia della città di Taranto. Cinquemila famiglie in difficoltà, un dramma sociale che si aggiunge ai già gravissimi problemi sanitari ed ambientali. E allora ci si chiede ancora una volta se non sia arrivato il momento del coraggio. Il momento di accettare che lo stabilimento è strutturalmente vetusto, non all’avanguardia con gli altri stabilimenti siderurgici mondiali, che non produce acciaio di qualità e che non riesce ad inserirsi in quel mercato che richiede prodotti di alta qualità, scivolando sempre di più in un mercato commerciale dove la concorrenza è agguerrita e dove i margini economici sono molto esigui. E che, soprattutto, causa gravi danni alla salute umana. “Produrre acciaio pulito” a Taranto è un ossimoro. Chi conosce bene l’Ilva e la situazione in tutti i suoi aspetti non potrebbe mai fare un’affermazione del genere. Andrebbe cambiato il ciclo produttivo. Per rimettere l’Ilva in sesto ci vorrebbero investimenti molto importanti e non è certo il miliardo del patteggiamento Ilva a poter risolvere una crisi strutturale di questa envergure. Siamo, dunque, al momento della decisione. La politica avisée, come è accaduto in altri Paesi europei nei decenni passati (Regno Unito, Germania, Lussemburgo, Francia per citarne solo alcuni) organizzerebbe un gruppo di lavoro, comitato, commissione speciale, chiamatelo come preferite: un gruppo di persone che abbia come oggetto il bene della res pubblica in tutti i suoi aspetti. Le finalità sarebbero due: una di livello locale (ridare aria e un futuro a Taranto) e una di livello strategico-nazionale (smettere di perdere miliardi in un’azienda sulla china del fallimento). Ci vuole coraggio. Un coraggio che forse una nuova classe politica potrebbe avere, non questa. Che si decreti per l’Ilva lo smantellamento delle vestigia di vittoriana memoria e si cominci a progettare il futuro. Abbiamo due alternative davanti a noi. 1. Continuare a pompare soldi pubblici in un’azienda in perdita, che continuerà a perdere per fattori non solo endogeni (la sua scarsa competitività) ma anche esogeni (crisi mondiale, sovrapproduzione, politiche internazionali in materia di dazi). Continuare ad aspettare che il tempo passi mentre i tarantini si ammalano e muoiono e gli operai perdono il lavoro. Ditemi dove è il beneficio. 2. Far fronte alla realtà. Creare il futuro di Taranto, andando ad incidere su tutta la Regione Puglia, con un vigoroso piano di smantellamento dell’Ilva, di occupazione degli operai nelle bonifiche del sito e della città. Che si lavori alla progettazione ambiziosa di un modello di sviluppo sociale ed economico. Basta...
read morePlastica, nel Mediterraneo ogni giorno 731 tonnellate di rifiuti
[di Valeria Valeriano su Sky TG24] Un rapporto dell’Unep descrive il Mare Nostrum e le sue spiagge come una delle zone più critiche al mondo per quanta riguarda la spazzatura marina. Il problema principale sono le microplastiche, frammenti di meno di 5 millimetri che attraverso i pesci arrivano nei nostri piatti. Il Mediterraneo è un mare di plastica. O, per usare le parole di alcuni ricercatori, è una vera e propria “zuppa di plastica”. Ogni giorno, secondo un rapporto dell’Unep, finiscono nelle sue acque 731 tonnellate di rifiuti plastici. Senza un cambio di rotta, avverte l’Agenzia ambientale delle Nazioni Unite, questa cifra potrebbe raddoppiare entro il 2025. Il Mare Nostrum e le sue spiagge sono considerati da diversi esperti come una delle zone più critiche per quanto riguarda la spazzatura marina. Il 95 per cento di questa spazzatura è plastica. E anche se in assoluto la quantità alla deriva nel Mediterraneo è più bassa di quella negli oceani (guarda la mappa), la concentrazione (pezzi per chilometro quadrato) in alcuni punti delle sue acque è tra le più alte del mondo. Persino maggiore di quella del Pacifico, che ospita la Great Pacific garbage patch. A differenza degli oceani, però, il problema del Mediterraneo non riguarda tanto la spazzatura di grandi dimensioni, che comunque ha iniziato a formare anche qui delle vere e proprie isole in mezzo all’acqua. Riguarda soprattutto i rifiuti che non riusciamo a vedere: la microplastica, frammenti di meno di 5 millimetri che, ad esempio, abbondano nei cosmetici e nei prodotti per l’igiene personale, ma che possono anche essere il risultato del deterioramento di rifiuti più grandi. Il problema delle microplastiche – Il 92 per cento della plastica presente nel Mare Nostrum è più piccola di 5 millimetri. Secondo una stima di Greenpeace, nei mari di tutto il mondo se ne trovano dai 5mila ai 50mila miliardi. I dati dell’Unep dicono che nel Mediterraneo nuotano 250 miliardi di frammenti e che ogni anno ne arrivano 677 tonnellate. Sfere, granuli, pellicole, lenze e schiuma sono le microplastiche più diffuse nel nostro mare. Anche se quasi il 90 per cento sono frammenti di oggetti più grandi, come bottiglie o tappi. La microplastica non la vediamo a occhio nudo, ma gli scienziati ne hanno trovato traccia negli angoli più sperduti del Pianeta. E se i pezzi di plastica più grandi feriscono o uccidono gli animali marini (spesso anche specie a rischio come le tartarughe Caretta Caretta), questi frammenti vengono ingeriti da organismi che poi arrivano nei nostri piatti. Con effetti che, anche se gli studi in merito sono ancora agli inizi, sembrano dannosi anche per l’uomo. Una concentrazione superiore a quella del Pacifico – Uno studio pubblicato su Nature, dal titolo “The Mediterranean Plastic Soup”, svela che in alcuni punti del nostro mare la concentrazione di microplastiche rilevata è la più alta del mondo: “Una media di 1,25 milioni di frammenti di plastica a chilometro quadrato, contro i 335mila del Pacifico”. La ricerca, che ha analizzato dati raccolti per tre anni ed è stata condotta dall’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di Lerici (Ismar-Cnr) in collaborazione con alcune università, ha anche confermato che la distribuzione delle microplastiche nel Mediterraneo non è omogenea. Il punto peggiore, dicono gli scienziati, è nel tratto compreso tra la Corsica e la Toscana: 10 chili di microplastiche per ogni chilometro quadrato. Il migliore è...
read moreEuropa vulnerabile? Ecco i rischi legati al clima
[su Cmcc-Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici] Per effetto dei cambiamenti climatici, le regioni europee si trovano ad affrontare l’innalzamento del livello del mare ed eventi meteorologici più estremi, come per esempio ondate di calore, inondazioni, siccità e tempeste più frequenti ed intense. È quanto emerge dal nuovo rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA) appena pubblicato. Il rapporto, intitolato “Climate change, impacts and vulnerability in Europe 2016” (Cambiamenti climatici, impatti e vulnerabilità in Europa al 2016) valuta le ultime tendenze e proiezioni riguardanti i cambiamenti climatici e le relative conseguenze in tutta Europa ed evidenzia come sarà fondamentale adottare strategie, politiche e misure di adattamento migliori e più flessibili per ridurre tali conseguenze. Il rapporto ha visto impegnati numerosi scienziati europei, tra cui i ricercatori della Fondazione CMCC che hanno curato in particolare i capitoli dedicati agli eventi estremi e agli impatti sui settori del turismo e dell’energia. “I cambiamenti climatici continueranno per molti decenni a venire. La portata dei futuri cambiamenti climatici e il loro relativo impatto dipenderà dall’efficacia dell’attuazione degli accordi globali per ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Altrettanto importante sarà la predisposizione delle giuste strategie e politiche di adattamento per ridurre i rischi derivanti dagli eventi climatici estremi attuali e previsti”, ha dichiarato Hans Bruyninckx, Direttore esecutivo dell’AEA. Secondo il rapporto, i cambiamenti osservati nel clima stanno già avendo ripercussioni di ampia portata in Europa sugli ecosistemi, l’economia e la salute umana. Continuano a registrarsi nuovi record relativamente alle temperature globali ed europee, all’incremento del livello del mare e alla riduzione della banchisa nell’Artico. Il carattere delle precipitazioni sta cambiando, generalmente rendendo le regioni umide in Europa ancora più umide e quelle secche ancora più secche. Il volume dei ghiacciai e del manto nevoso sono in diminuzione. Allo stesso tempo, gli eventi climatici estremi, quali ondate di calore, forti precipitazioni e siccità, stanno aumentando in frequenza e intensità in molte regioni. In base alle indicazioni fornite da più accurate proiezioni climatiche, gli eventi estremi legati al cambiamento climatico aumenteranno in molte regioni europee. Tutte le regioni europee sono vulnerabili ai cambiamenti climatici, ma alcune lo saranno più di altre. Secondo le stime, l’Europa meridionale e sud-orientale è destinata a diventare una zona sensibile ai cambiamenti climatici, ovvero un hotspot di cambiamento climatico, in quanto si prevede che dovrà affrontare il maggior numero di ripercussioni negative. Questa regione sta già sperimentando un forte aumento del numero di eventi estremi relativi a ondate di calore, e forti riduzioni delle precipitazioni e della portata dei fiumi, che hanno aumentato il rischio di siccità più gravi, di calo dei rendimenti dei raccolti, di perdita della biodiversità e di incremento del rischio di incendi boschivi. Le ondate di calore più frequenti e i cambiamenti nella distribuzione delle malattie infettive sensibili ai cambiamenti climatici, dovrebbero aumentare i rischi per la salute e il benessere dell’uomo. Continua a leggere: guarda tutti i principali impatti dei cambiamenti climatici, osservati e previsti, per le principali regioni europee. Molti ricercatori della Fondazione CMCC hanno collaborato alla realizzazione del rapporto come co-autori o in qualità di esperti revisori. Jaroslav Mysiak, Direttore della Divisione RAAS – Risk Assessment and Adaptation Strategies della Fondazione CMCC, ha collaborato in qualità di esperto alla realizzazione della Sezione 5.1 “Impacts of climate-related extremes” (Impatti degli eventi estremi legati ai cambiamenti climatici), mentre il ricercatore Andrea Bigano della Divisione ECIP –...
read moreRifiuti: la concorrenza non sempre tutela ambiente
[di Jacopo Giliberto su Il Sole 24 Ore] C’è una battaglia attorno al riciclo degli imballaggi e al mercato che essa rappresenta. Ora nella battaglia è stato schierato un grosso calibro: una ricerca della Luiss, presentata a Roma, dice che l’eccesso di competizione può danneggiare l’ecologia. I fronti opposti dicono: bisogna spaccare il sistema attuale per dare spazio alla concorrenza aggressiva (da una parte) oppure (l’altro fronte) è necessario salvaguardare un sistema la cui strutturazione permette di conseguire efficienza economica e rispetto dell’ambiente. L’argomento è il Conai, il Consorzio nazionale imballaggi, istituito vent’anni fa per legge dalle imprese e ormai inserito a pieno titolo in nel mercato con risultati invidiati da tutta Europa. Il sistema fa gola a molti che vorrebbero farsi spazio nel mercato sottraendolo al consorzio e al suo sistema di consorzi di filiera e di imprese, il cui ruolo dominante condiziona il settore. E in qualche caso c’è chi vorrebbe non solamente fare concorrenza ma anche goderne solamente i vantaggi senza farsi carico degli oneri, come l’obbligo del “servizio universale”, cioè senza doversi occupare di tutto il ciclo dei rifiuti, disagi compresi, ma solamente della parte più appetitosa. Ma ecco la ricerca promossa dal consorzio Conai e realizzata dall’università Luiss-Guido Carli, intitolata «La gestione dei rifiuti di imballaggio in Italia: profili e criticità concorrenziali». Nella gestione dei rifiuti da imballaggio – dice lo studio – la tutela dell’ambiente e della concorrenza sono obiettivi che si intersecano, ma che non sempre convergono. Vi sono casi «in cui i meccanismi concorrenziali non riescono a garantire un adeguato livello di tutela ambientale, giustificando l’adozione di misure limitative della concorrenza». Il modello italiano è un modello in Europa: «Basato sulla centralità del sistema consortile in funzione sussidiaria rispetto agli altri operatori», appare «giustificabile per garantire la prestazione universale del servizio, che assicura la gestione dei rifiuti di imballaggio su tutto il territorio nazionale e per tutti i tipi di rifiuti di imballaggio». La ricerca evidenzia che per poter usare nel modo migliore la leva della competizione per soddisfare gli obiettivi ambientali piuttosto che “spaccare tutto” sarebbe meglio adottare «un miglior collegamento tra il livello contributivo ambientale e i costi dell’impatto ambientale delle fasi di fine vita e nuova vita degli imballaggi». Secondo il presidente del Conai, Roberto De Santis, occorre evitare «interventi legislativi parziali che potrebbero mettere a repentaglio gli importanti risultati di riciclo conseguiti. Occorre che tutti i soggetti coinvolti si facciano carico degli oneri ambientali connessi alla loro attività e siano chiamati a obblighi di compliance e di trasparenza». A parere di Michele Grillo, professore ordinario di economia politica all’a Cattolica di Milano (e già componente dell’Antitrust) «l’introduzione di ulteriori misure di concorrenza deve tenere conto dell’interesse pubblico delle amministrazioni a non lasciare frazioni di rifiuti non raccolte per strada». (Pubblicato il 26 gennaio...
read moreEmissioni di CO2 ferme negli ultimi tre anni, ora bisogna farle calare
[di Umberto Mazzantini su Greenreport.it] Ricerca internazionale chiede di investire di più in rinnovabili e nel contestato carbon capture and storage. Realacci: «La Strategia energetica nazionale deve guardare al futuro. Innovazione e occupazione». Lo studio “Key indicators to track current progress and future ambition of the Paris Agreement”, pubblicato su Nature Climate Change da Glen P. Peters, del Center for international climate and environmental research di Oslo, conferma che «Senza uno sforzo significativo per ridurre i gas serra, compresa una diffusione accelerata delle tecnologie per la cattura e lo stoccaggio sotto terra del carbonio atmosferico, e una crescita sostenuta nelle rinnovabili come l’eolico e il solare, il mondo potrebbe mancare l’obiettivo chiave per la temperatura globale impostato dall’accordo di Parigi e l’obiettivo a lungo termine dell’inquinamento climatico zero». Lo studio fa parte di una più ampia iniziativa per monitorare i progressi e confrontarli con le promesse di riduzione delle emissioni fatte da oltre 150 Paesi che hanno firmato l’Accordo di Parigi del 2015, che si propone di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 2 gradi Celsius in più rispetto ai livelli pre-industriali, la soglia che gli scienziati ritengono il punto di non ritorno per un riscaldamento catastrofico. Uno degli autori dello studio, Robert B. Jackson, del Department of Earth system Science del Woods institute for the environment e del Precourt institute for energy della Stanford University, sottolinea un aspetto positive: «La buona notizia è che le emissioni di combustibili fossili sono state piatte per tre anni di fila. Ora abbiamo bisogno di riduzioni effettive delle emissioni globali e di un attento monitoraggio degli impegni sulle emissioni e delle statistiche a livello nazionale». È quel che chiede più o meno per l’Italia Ermete Realacci, il presidente della Commissione ambiente della Camera, che sulla sua pagina Facebook scrive: «Per combattere lo smog e i mutamenti climatici serve una strategia energetica che sia strumento di innovazione e occupazione. La Strategia energetica nazionale (Sen) deve guardare al futuro del Paese, coinvolgere le comunità, l’economia e le istituzioni. Deve incrociare le linee di azione degli accordi di Parigi sul contrasto dei mutamenti climatici. Solo così la nuova Sen potrà essere uno strumento di politica energetica, di contrasto dello smog, un contributo per uno sviluppo sostenibile portatore di innovazione e occupazione. La precedente Sen era nata già vecchia, superata dai fatti e dalle innovazioni tecnologiche che stanno spingendo il mondo verso le energie rinnovabili e l’efficienza. Spero che l’elaborazione della nuova politica energetica non sia affidata a coloro che hanno redatto la precedente, che mostrava una visione decisamente limitata. Una Sen di ampio respiro, strumento di azione anche sulle questioni del clima, può costituire uno dei punti di forza con cui il governo italiano si presenterà al prossimo G7». Nel nuovo studio, il team di ricercatori norvegesi, australiani, britannici, tedeschi, austriaci e statunitensi hanno sviluppato strumenti di analisi e conteggio che possono essere utilizzati per monitorare i diversi impegni nazionali di emissioni e quindi il progresso globale verso gli obiettivi dell’accordo di Parigi. Applicando il loro metodo al recente passato, i ricercatori hanno scoperto che nel 2016 le emissioni globali di anidride carbonica sono rimaste stabili a circa 36 miliardi di tonnellate di CO2 per il terzo anno consecutivo. Peters spiega che «La rapida diffusione dell’energia eolica e solare sta cominciando ad avere un effetto a livello globale e nei players i...
read moreI cambiamenti climatici mettono a rischio gli ecosistemi, la salute e l’economia in Europa
[su Agenzia europea dell’ambiente] Secondo un report dell’Agenzia Europea dell’Ambiente pubblicato oggi, a causa dei cambiamenti climatici, le regioni europee si trovano ad affrontare l’innalzamento del livello del mare ed eventi meteorologici più estremi, come per esempio ondate di calore, inondazioni, siccità e tempeste più frequenti e più intense. Il report valuta le ultime tendenze e proiezioni riguardanti i cambiamenti climatici e le relative conseguenze in tutta Europa ed evidenzia comesarà fondamentale adottare strategie, politiche e misure di adattamento migliori e più flessibili per ridurre tali conseguenze. Secondo il report “Climate change, impacts and vulnerability in Europe 2016en” (Cambiamenti climatici, impatti e vulnerabilità in Europa al 2016), i cambiamenti osservati nel clima stanno già avendo ripercussioni di ampia portata in Europa sugli ecosistemi, l’economia,la salute umana e il benessere. Continuano a registrarsi nuovi record relativamente alle temperature globali ed europee, all’incremento del livello del mare e alla riduzione della banchisa nell’Artico. Il carattere delle precipitazioni sta cambiando, generalmente rendendo le regioni umide in Europa ancora più umide e quelle secche ancora più secche. Il volume dei ghiacciai e del manto nevoso sono in diminuzione. Allo stesso tempo, gli eventi climatici estremi, quali ondate di calore, forti precipitazioni e siccità, stanno aumentando in frequenza e intensità in molte regioni. In base alle indicazioni fornite da piu’ accurate proiezioni climatiche, gli eventi estremi legati al cambiamento climatico aumenteranno in molte regioni europee. “I cambiamenti climatici continueranno per molti decenni a venire. La portata dei futuri cambiamenti climatici e il loro relativo impatto dipenderà dall’efficacia dell’attuazione degli accordi globali per ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Altrettanto importante sarà la predisposizioen delle giuste strategie e politiche di adattamento per ridurre i rischi derivanti dagli eventi climatici estremi attuali e previsti”, ha affermato Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’AEA Le zone sensibili ai cambiamenti climatici Tutte le regioni europee sono vulnerabili ai cambiamenti climatici, ma alcune regioni subiranno ripercussioni più negative rispetto ad altre. Secondo le stime, l’Europa meridionale e sud-orientale e’ destinata a essere una zona sensibile aicambiamenti climatici, in quanto si prevede che dovrà affrontare il maggior numero di ripercussioni negative. Questa regione sta già affrontando forti aumenti degli eventi estremi relativi a ondate di calore e diminuzioni nelle precipitazioni e della portata dei fiumi, che hanno incrementato il rischio di siccità più gravi, di calo dei rendimenti dei raccolti, di perdita della biodiversità e di incremento del rischio di incendi boschivi. Le ondate di calore più frequenti e i cambiamenti nella distribuzione delle malattie infettive sensibili ai cambiamenti climatici, dovrebbero aumentare i rischi per la salute e il benessere dell’uomo. Le aree costiere e le pianure alluvionali nelle zone occidentali dell’Europa sono considerate zone sensibili in quanto esposte adun aumento del rischio di inondazioni legato all’innalzamento del livello del mare e di un possibile aumento delle mareggiate. Il cambiamento climatico sta inoltre provocando grandi cambiamenti negli ecosistemi marini a causa dell’acidificazione degli oceani, del riscaldamento e dell’espansione di zone morte prive di ossigeno. Gli ecosistemi e le attività umane nell’Artico saranno fortemente influenzate dal rapido incremento delle temperature dell’aria e del mare e dall’associato scioglimento dei ghiacciai terrestri e marini. La maggior parte delle regioni e dei settori sara’ influenzata negativamente, anche se in alcune di esse si potranno manifestare anche alcuni effetti positivi quali migliori condizioni per l’agricoltura in...
read moreEconomia circolare: via libera da commissione ambiente Ue
[su RiciclaNews] Target di riciclo più elevati per rifiuti urbani ed imballaggi, obbligo di adozione dei sistemi di raccolta differenziata con particolare attenzione alle frazioni organiche, obiettivi più ambiziosi di riduzione della produzione di scarti e dei conferimenti in discarica. Queste le principali modifiche apportate al pacchetto europeo economia circolare sulla base degli emendamenti proposti dall’eurodeputata italiana Simona Bonafè – relatrice al Parlamento Europeo delle quattro proposte di direttiva messe a punto dalla Commissione Juncker su rifiuti, imballaggi, discariche, veicoli a fine vita, rifiuti elettrici e pile e accumulatori – e approvati oggi a maggioranza dalla commissione ambiente del Parlamento Ue. Il dossier passa adesso in aula, dove il prossimo 13 marzo comincerà la discussione in plenaria. Una volta incassata l’approvazione, il pacchetto diventerà oggetto dei negoziati a tre con Commissione e Consiglio dei ministri dell’Ambiente Ue, fino alla ratifica della versione definitiva. Secondo stime della Commissione europea, una piena implementazione del pacchetto consentirebbe di creare 580 mila posti di lavoro entro il 2030, con un risparmio annuo di 72 miliardi di euro per le imprese europee grazie a un uso più efficiente delle risorse e quindi a una riduzione delle importazioni di materie prime. «Il Parlamento ha migliorato questa proposta in diversi punti, a mio parere – dichiara Bonafè – innanzitutto sui target, ma c’è anche tutta un’altra parte che è quella sulla prevenzione. Noi riteniamo che il miglior modo per procedere verso l’economia circolare sia quello di ridurre la produzione di rifiuti, perché a parità di consumo se riduciamo la produzione di rifiuti vuol dire che abbiamo fatto dei prodotti che sono più riciclabili più utilizzabili più riparabili. Criteri per capire quanto stiamo andando verso il sistema di economia circolare». Sostanziali le modifiche apportate dalla commissione alle proposte di direttiva presentate a dicembre 2015 dal presidente dell’esecutivo Ue Jean Claude Juncker e da più parti bollate come poco incisive. Con il voto di oggi vengono infatti corretti al rialzo i target di riciclo proposti da Juncker, recuperando di fatto quelli contenuti nel primo pacchetto europeo di misure per un’economia circolare, presentato a luglio 2014 dall’ex Commissario Josè Barroso e cestinato qualche mese dopo dal numero uno dell’esecutivo Ue in un nugolo di polemiche. Fissati al 60% entro il 2025 ed al 70% entro il 2030 gli obiettivi di riciclo dei rifiuti urbani (nella proposta della Commissione il target era 65% al 2030) mentre per gli imballaggi si fissano obiettivi al 70% entro il 2025 ed all’80% entro il 2030 (la Commissione proponeva invece 65% al 2025 e 75% al 2030). Sul fronte della prevenzione, è stata chiesta l’adozione di un ambizioso, seppur volontario, target di riduzione dello spreco alimentare del 50% entro il 2030, «una misura etica, e non solo di prevenzione», precisa Bonafè. Quanto alla riduzione dei conferimenti in discarica, la versione approvata in commissione ambiente propone «un approccio graduale verso un più ambizioso obiettivo al 2030». A differenza della versione proposta dalla Commissione Juncker, che fissava al 2030 un target massimo del 10% di rifiuti urbani smaltiti in discarica, la versione licenziata dalla Commissione ambiente propone uno step intermedio, con un target “realistico” del 25% al 2025 ed un obiettivo ambizioso del 5% al 2030. Oltre ai target poco ambiziosi, uno dei principali motivi alla base delle critiche mosse nei confronti del pacchetto proposto dalla Commissione Juncker era l’assenza di misure specifiche per il recupero delle frazioni organiche dei rifiuti urbani. La versione approvata in commissione ambiente propone invece la raccolta differenziata obbligatoria del bio-waste per tutti gli Stati membri entro il 2020, fissando un target «almeno del 65% di riciclo entro il 2025». Eliminata inoltre dal pacchetto economia circolare la limitazione per cui i sistemi di raccolta differenziata – dell’organico, ma anche della carta, della plastica, del...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.