CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
    Leggi l’articolo
  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Firma anche tu per l’ICE europea contro il glifosato!

Posted by on 11:14 am in in Evidenza | Commenti disabilitati su Firma anche tu per l’ICE europea contro il glifosato!

Firma anche tu per l’ICE europea contro il glifosato!

FIRMA ANCHE TU E INVITA A FIRMARE SUL SITO www.stopglyphosate.org    Questa mattina un gruppo di attivisti si è dato appuntamento al Colosseo per un’iniziativa di lancio della Campagna Europea contro il Glifosato, un pesticida dannoso per per l’ambiente e probabile cancerogeno per l’uomo. Con striscione e cartelli per un altro modello di agricoltura, gli attivisti hanno offerto mele “glyphosatefree” ai cittadini che si sono fermati al banchetto per firmare. Oggi, mercoledì 8 febbraio parte infatti in tutta Europa la raccolta firme per chiedere alla Commissione Europea il divieto totale dell’uso del glifosato, e analoghe iniziative si sono tenute a Berlino, Madrid, Bruxelles, Parigi, etc. COS’È IL GLIFOSATO ? Il glifosato è l’erbicida più largamente usato al mondo, contro il quale si è già sollevata una diffusa opposizione sociale, alla quale l’UE deve dare ascolto. Diversi sono infatti gli studi che ne dimostrano i rischi per l’ambiente e per la salute umana, al punto da essere stato classificato dalla IARC (International Agency for Research on Cancer) come potenziale cancerogeno per l’uomo. Sebbene in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, ne sia stato vietato l’uso nelle aree urbane, rimane ampiamente utilizzato in agricoltura, con conseguenti residui nel nostro cibo e nelle falde acquifere. I promotori dell’Iniziativa denunciano anche la mancanza di trasparenza nelle procedure europee per l’approvazione dei pesticidi, che, attualmente, sono basate anche su studi privati finanziati dalle aziende produttrici, il cui contenuto rimane riservato. Per questo il testo dell’ICE include la richiesta di riformare le procedure di approvazione dei pesticidi e di fissare obiettivi di riduzione vincolanti a livello di UE per l’uso dei pesticidi. LA CAMPAGNA EUROPEA La vasta coalizione paneuropea di ONG, associazioni, reti e realtà sociali deve raggiungere almeno 1.000.000 di firme in un anno per fermare l’uso del glifosato in tutta Europa, ma la scadenza per il successo politico della campagna deve essere l’estate 2017, affinché l’iter sia completato prima che la Commissione UE si esprima sulla proroga attualmente in vigore per l’uso del glifosato. La battaglia per vietare il glifosato va inoltre  letta in un quadro più ampio, che punta ad un nuovo modello di agricoltura per un futuro libero dai pesticidi. In questa ottica i promotori italiani intendono valorizzare le connessioni con altri due percorsi che interessano il livello europeo: quello di un’altra ICE, attualmente in corso, che chiede all’UE norme specifiche per la tutela del suolo, bene essenziale alla vita come l’acqua e come l’aria, e quello per la consultazione sulla riforma della Politica Agricola Comunitaria (PAC). Livelli diversi, che sembrano lontani da noi, ma che ritroviamo nel nostro piatto, nell’acqua che beviamo, e che vedono cittadini di tutta Europa impegnati per il rispetto dell’ambiente e della salute. COME FIRMARE? I cittadini europei possono firmare l’ICE Stopglifosato on line, sul sito www.stopglyphosate.org, dove troveranno informazioni e formulari per firmare in tutte le lingue europee, basati su un innovativo software open-source per la raccolta firme online (openECI).   Vai all’approfondimento sul...

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La qualità dell’aria resta un tema scottante per molti europei

Posted by on 8:57 am in Notizie | Commenti disabilitati su La qualità dell’aria resta un tema scottante per molti europei

La qualità dell’aria resta un tema scottante per molti europei

[su Agenzia europea dell’ambiente] Il mese scorso l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) ha pubblicato l’ultima edizione del rapporto “Qualità dell’aria in Europa”, da cui emerge che malgrado un lento miglioramento della qualità dell’aria, l’inquinamento atmosferico rimane il principale fattore di rischio ambientale per la salute in Europa. Abbiamo intervistato Alberto González Ortiz, esperto in qualità dell’aria dell’AEA, per discutere i risultati emersi dalla relazione e il modo in cui le immagini satellitari contribuiscono a migliorare la ricerca sulla qualità dell’aria. Quali sono i principali risultati del rapporto del 2016? Il rapporto di quest’anno evidenzia che in Europa le concentrazioni di inquinanti atmosferici continuano lentamente a migliorare. Ciò nonostante, i loro effetti sulla salute restano significativi. L’inquinamento atmosferico continua a provocare malattie che incidono negativamente sulla qualità della vita. Il nostro rapporto aggiornato presenta anche una nuova stima degli effetti sulla salute degli inquinanti atmosferici più pericolosi come il PM2,5, cui si attribuiscono 467 000 decessi prematuri su base annua nel 2013 in 41 paesi europei. I pericoli dell’inquinamento atmosferico per la salute sono noti, grazie ad organismi quali l’Organizzazione mondiale della sanità, e la popolazione di tutta Europa è sempre più consapevole che si tratta di un problema grave, a cui siamo esposti ogni giorno. L’inquinamento dell’aria non si vede, ma quando è elevato si sente. Quali sono gli effetti dei trasporti stradali sull’inquinamento atmosferico nelle città?  Il rapporto evidenzia l’impatto dei trasporti stradali sull’inquinamento atmosferico, che di recente ha fatto notizia per la situazione registrata in diverse città europee tra cui Parigi e Londra. I trasporti stradali sono la maggiore fonte di emissione di biossido di azoto (NO2) che oltre ad essere uno dei principali inquinanti dannosi per la salute è un precursore dell’ozono e del particolato che si possono formare nell’aria. I trasporti sono anche una fonte importante di particolato primario, prodotto non soltanto dai processi di combustione ma anche dall’usura di pneumatici e freni; infine, e non si tratta certo dell’ultimo dei problemi, sono una fonte molto rilevante di emissioni di gas serra. I trasporti su strada occupano anche una parte consistente degli spazi pubblici, ad esempio a causa del traffico congestionato. Per di più, causano rumore. Si tratta quindi di un problema che si sviluppa su più piani. Chiaramente non si vuole mettere in discussione l’importanza dei trasporti e della mobilità nella nostra vita quotidiana, ma rendere più sostenibili i nostri spostamenti. In tutta Europa, vediamo che molte città si stanno già muovendo per cercare di istituire sistemi di mobilità più sostenibili. Le misure come i pedaggi urbani (tasse sulla congestione) sono rimedi a breve termine; per migliorare il nostro benessere complessivo dobbiamo pensare di trasformare in profondità il nostro sistema dei trasporti con soluzioni innovative e più a lungo termine. I rapporti richiamano l’attenzione anche sulle emissioni prodotte dagli edifici residenziali e commerciali. In che misura rappresentano un problema?  Le stufe a legna e i camini sono un problema maggiore di quanto si pensi, in particolare in inverno: sono molto utilizzati, soprattutto nell’Europa orientale e settentrionale, ed emettono grandi quantità di PM2,5. La combustione di ogni tipo di combustibile per il riscaldamento di edifici residenziali, commerciali e istituzionali rappresenta in effetti la principale fonte di emissione di PM2,5. A livello europeo, più della metà del PM2,5 totale proviene dagli impianti di riscaldamento. Un altro problema in inverno...

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Chi uccide gli attivisti ambientali in Honduras?

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[su Rinnovabili.it] I responsabili degli omicidi di Berta Càceres e di altri 122 attivisti vanno cercati tra le élites della politica, dell’esercito e degli affari, sostiene l’inchiesta dell’Ong Global Witness. In nessun paese al mondo è più probabile che venga ucciso chi si oppone alle aziende che rubano le terre e inquinano l’ambiente che in Honduras. Il piccolo stato dell’America centrale ha un record inquietante: dal 2010 a oggi più di 120 attivisti ambientali sono stati assassinati. Le vittime sono persone comuni che portano avanti lotte contro grandi dighe, miniere, deforestazione. Gli autori degli omicidi sono forze di sicurezza statali, guardie private o killer arruolati su commissione. Ma chi c’è davvero dietro questa strage? Il report di Global Witness Lo rivela l’Ong Global Witness in un report fresco di pubblicazione intitolato “Honduras: il posto più letale dove difendere il pianeta”. Un documento frutto di 2 anni di indagini che delineano un quadro preciso e inquietante, risalendo fino ai vertici della piramide delle responsabilità. Il rapporto lo mette bene in chiaro: i progetti al centro di questi conflitti ambientali sono legati alle élites più potenti e ricche del paese, tra cui molti esponenti della politica e delle forze armate. Sono questi ambienti a portare avanti una vera e propria strategia criminale per terrorizzare le comunità locali nella più totale impunità. L’omicidio più eclatante risale al marzo scorso, quando fu uccisa l’attivista ambientale Berta Càceres, vincitrice del Goldman Prize 2015. Lottava contro la mega diga di Agua Zarca, progetto responsabile di deforestazione illegale e di violazioni dei diritti del popolo indigeno Lenca. Càceres e i suoi compagni avevano toccato gli interessi di persone molto potenti. Global Witness ha ricostruito il board di Desa, la compagnia dietro la diga, finora rimasto abbastanza nell’ombra. Il presidente di Desa è Roberto David Castillo Mejía, ex ufficiale dell’intelligence militare. Prima di morire, Càceres aveva rivelato a Global Witness che Castillo Mejía aveva provato a corromperla: soldi in cambio dello stop alle proteste contro la diga. Lei non accettò, il resto è storia nota. Il segretario di Desa è Roberto Pacheco Reyes, ex ministro della Giustizia. Il vice-presidente invece è Jacobo Nicolás Atala Zablah, presidente anche della banca BAC e membro di una delle famiglie honduregne più importanti nel mondo degli affari. Tutti i più alti poteri del paese avevano quindi forti interessi a bloccare la lotta di Berta Càceres. Conflitti di interesse e impunità Il report di Global Witness allarga l’inchiesta ad altri conflitti ambientali in corso in Honduras e mette a nudo conflitti di interesse che lambiscono il cuore della politica. È il caso di Gladis Aurora Lòpez, leader del Partido Nacional de Honduras al governo e vice-presidente del parlamento. Suo marito controlla il progetto dell’impianto idroelettrico di Los Encinos, dove tre attivisti ambientali sono stati torturati e uccisi e si sono verificate numerosi casi di violenze e intimidazioni contro i manifestanti. Il fatto è che le licenze per il progetto furono assegnate quando Lopez era parlamentare, nonostante la legge del paese lo vieti espressamente. Non sorprende quindi il clima di generale impunità che regna nel paese. Di rado qualcuno viene arrestato per gli omicidi degli attivisti, e anche in quei casi si tratta spesso di capri espiatori che con tutta evidenza c’entrano poco o nulla con i fatti, e in ogni caso le indagini non arrivano mai a infrangere il confine della politica. (Pubblicato il...

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L’Italia produce più rifiuti rispetto alla media europea

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L’Italia produce più rifiuti rispetto alla media europea

[su GliStatigenerali] L’Eurostat ha raccolto e pubblicato i dati sui rifiuti urbani dal 1995 al 2015. Secondo il report, nel 2015 la produzione di rifiuti urbani in UE è tornata a crescere, così come crescono le quantità avviate a riciclo e compostaggio. La quantità pro capite di pattume generata in UE nel 2015 è stata pari a 477 kg, in calo del 9% rispetto al suo picco di 527 kg per persona nel 2002, ma in leggero aumento, per la prima volta dal 2007, dai 474 kg registrati nel 2014. Significative le differenze tra i vari Stati membri, scrive Eurostat. Con meno di 300 kg per persona, la Romania (sulla base dei dati del 2014) e la Polonia hanno generato nel 2015 le quantità più basse di rifiuti urbani, seguite da Repubblica Ceca e Slovacchia (entrambe poco più di 300 kg a persona). All’estremità opposta della scala, troviamo la Danimarca (789 kg per persona) che ha fatto segnare nel 2015 la più alta quantità di rifiuti prodotti, ben prima di Cipro, Germania, Lussemburgo e Malta, dove la quantità di rifiuti prodotti per persona è stata comunque superiore ai 600 kg. L’Italia sta nel mezzo, anche se supera la media europea con una produzione pari a 486 kg. Le differenze potrebbero in parte essere collegate alle diverse definizioni di rifiuto urbano date dai vari Stati membri. Sul fronte della gestione, complessivamente nel 2015 il 29% dei rifiuti urbani è stato riciclato, il 28% è finito in discarica, il 26% è stato incenerito e il 17% compostato. La quota di rifiuti urbani riciclati o compostati nell’UE è comunque aumentata nel tempo, passando dal 17% nel 1995 al 46% nel 2015. Il riciclo e il compostaggio insieme hanno rappresentato oltre due terzi del trattamento dei rifiuti in Germania (68%), e più della metà in Austria e Slovenia (entrambe 58%), Belgio (55%) e Paesi Bassi (52%). Pubblichiamo un’infografica realizzata da Stampaprint che riassume i dati elaborati dall’Eurostat.                                                                             Pubblicato...

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Pfas, annunciato monitoraggio. Qual è la reale situazione?

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Pfas, annunciato monitoraggio. Qual è la reale situazione?

[di Deborah Divertito su BioEcoGeo] Quanto è inquinata veramente l’acqua del Veneto? Qual è il livello dei Pfas (Sostanze Perfluoroalchiliche) e quali i danni provocati? Quanto dovremo aspettare prima che sia data una riposta univoca a questa domanda? La Giunta regionale del Veneto ha annunciato due piani di monitoraggio per verificare la presenza e gli eventuali effetti su persone e alimenti di queste sostanze, che sono riconosciute come interferenti endocrini collegati a patologie riguardanti pelle, polmoni e reni. La dichiarazione del presidente della regione veneto, Luca Zaia, è alquanto distensiva: “Siamo sul pezzo sin da quando emerse il problema Pfas. Sin da allora ci preoccupammo prima di tutto di mettere in sicurezza gli acquedotti, operazione portata a termine in pochissimi giorni. Ora si va più a fondo per verificare se e quanto queste sostanze abbiano fatto male all’ambiente e alle persone». E’ stata, quindi, diramata una nota nella quale, oltre ad annunciare una serie di studi ad hoc su 85 mila persone per valutare con più precisione l’evolversi della situazione, cerca di tranquillizzare l’opinione pubblica rispetto ai reali rischi per la popolazione. Sono circa 60 i comuni interessati all’inquinamento delle acque, dalla provincia di Vicenza, a Verona e a Padova e sotto accusa per aver causato il danno all’ambiente e alla salute del territorio, c’è l’azienda chimica Miteni di Trissino, specializzata nella produzione di molecole fluorurate per la farmaceutica, l’agricoltura e l’industria tecnica. L’azienda, però, esclude ogni responsabilità. In base ai risultati del biomonitoraggio condotto dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con la Regione Veneto, che ha coinvolto un campione di 507 persone, quelle interessate dalla contaminazione sarebbero 250.000, di cui 60.000 esposte a un livello maggiore di contaminazione. La nota riservata. Ma, accanto a questa comunicazione pubblica della Regione Veneto sul monitoraggio delle conseguenze dell’inquinamento da Pfas, ce n’è una riservata cui fa rifermento la testata giornalistica Vvox dalla quale emerge uno scenario certamente più drastico. Nella nota in questione inviata dal segretario generale della sanità della Regione Veneto, Domenico Mantoan, agli assessori alla sanità, all’ambiente e all’agricoltura, si chiede “ai soggetti istituzionalmente competenti la tempestiva adozione di tutti i provvedimenti urgenti a tutela della salute della popolazione volti alla rimozione della fonte di contaminazione ivi comprese le opportune variazioni degli strumenti pianificatori di competenza”. Si prospetta qui l’ipotesi, drastica, di modificare le norme di pianificazione in materia di inquinamento attualmente vigenti. Mantoan, nella lettera indirizzata ai tre assessori, cita un documento che mai aveva tenuto banco sul dibattito pubblico, ovvero lo «Studio sugli esiti materni e neonatali in relazione alla contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche». Uno studio del 29 settembre 2016 dal quale emerge come siano stati evidenziati in particolare l’incremento della pre-eclampsia, una malattia della gravidanza, del diabete gestazionale, di malformazioni maggiori “come anomalie del sistema nervoso, del sistema circolatorio e cromosomiche”. Malanni, è specificato, che necessitano di tempi di osservazione più lunghi “per giungere a più sicure affermazioni“. Il trasferimento dell’azienda. Importanti sono anche le dichiarazioni di Nicola Dall’Acqua, neo-direttore generale dell’Arpav, rilasciate al settimanale diocesano di Padova “Difesa del Popolo“,  in cui si si parla della necessità di trasferire la Miteni. L’intervista  ha messo in subbuglio il mondo ambientalista veneto, che si è chiesto a questo punto quanto grave sia il pericolo, se l’Arpav pensa che Miteni debba addorittura andare via dal territorio. La nota riservata del segretario generale Mantoan sembra indirettamente aver dato una risposta. L’amministratore delegato di Miteni, Antonio Nardone, dal canto suo il 23 dicembre...

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Caso Opl245, chiesto il processo per Descalzi e altri ex dirigenti Eni

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Caso Opl245, chiesto il processo per Descalzi e altri ex dirigenti Eni

[di Luca Manes su Re:Common da Il Manifesto] La Procura della Repubblica di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi e per altri 12 indagati, tra cui l’ex ad del Cane a Sei Zampe Paolo Scaroni e Luigi Bisignani, per il presunto caso di corruzione legato all’acquisizione dei diritti di sfruttamento del mega blocco petrolifero OPL245, in Nigeria. Anche Eni e Shell, l’altra beneficiaria del giacimento, potrebbero finire a processo per avere violato la legge 231del 2001 sulla responsabilità delle società per presunti reati commessi dai propri dipendenti. Il capo di imputazione per Descalzi e gli altri protagonisti di questa vicenda è quanto mai pesante: corruzione internazionale. I magistrati di Milano Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro ipotizzano che l’intero pagamento per OPL245, ben 1,1 miliardi di dollari, si debba considerare una gigantesca mazzetta. Il denaro, infatti, sarebbe solo transitato per un conto del governo nigeriano per poi arrivare direttamente alla società che deteneva i diritti, la Malabu. Il proprietario occulto di questa compagnia era l’ex ministro del Petrolio nigeriano, Dan Etete, molto vicino all’ex dittatore Sani Abacha, il quale si era di fatto auto-assegnato l’immenso giacimento – 9,23 miliardi di barili di greggio potenziali – alla fine degli anni Novanta. Etete avrebbe poi provveduto a “distribuire” i proventi dell’affare a una folta schiera di uomini politici nigeriani, faccendieri italiani e stranieri e, ipotizza la Procura, agli stessi manager dell’Eni. Val la pena rammentare che una decina di giorni fa l’Alta Corte Federale del Paese africano ha sospeso a Eni e Shell la licenza per OPL245 fino a quando l’unità anti-corruzione avrà completato le sue indagini. Unità anti-corruzione che a fine 2016 aveva accusato di frode il ministro della Giustizia fra il 2010 e il 2015 Mohammed Adoke, il quale avrebbe giocato un ruolo di fondamentale importanza nella la chiusura dell’affare. L’Eni ha sempre professato la sua estraneità da possibili condotte illecite in relazione all’acquisizione del blocco OPL245, però è evidente come, anche alla luce di questi ultimi sviluppi, sia tutta in salita la riconferma di Descalzi, che il ministero del Tesoro dovrà comunicare entro il 19 marzo, ovvero 25 giorni prima dell’assemblea degli azionisti in programma il 13 aprile. Pubblicato il...

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Udienza Asoquimbo: non c’è stato nessun delitto

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Udienza Asoquimbo: non c’è stato nessun delitto

Riceviamo e ripubblichiamo il comunicato dell’Associazione ASOQUIMBO in riferimento all’udienza del 6 febbraio 2017, in cui ai due leader dell’associazione erano imputate le accuse di “ostruzione della via pubblica e dell’ordine pubblico”. Udienza di preclusione: non c’è stata nessuna violenza né nessun delitto, c’è stato un diritto costituzionale: la protesta è sociale. Il 6 febbraio 2017 c’è stata nel Palazzo di Giustizia di Garzón l’udienza di preclusione per l’indagine contro Miller Armín Dussán Calderón ed Elsa Ardila Muñoz per il loro presunto delitto di “ostruzione della via pubblica e dell’ordine pubblico”. La richiesta di preclusione fu fatta da Carlos Francisco Tovar Jiménez, procuratore 21 di Garzón,   che ha portato avanti l’indagine che condotta a partire dalla denuncia effettuata dall’avvocato  Bernardo Gómez Vásquez in rappresentanza dell’EMGESA S.A (GRUPPO ENEL COLOMBIA). Il 27 ottobre 2016 si è aperta a Bogotá l’indagine su richiesta di Germán Romero, in cui i leader dell’associazione ASOQUIMBO Elsa Ardila e Miller Dussán  hanno richiesto l’archiviazione da parte della Procura del procedimento 11001600049201201365 in relazione al supposto delitto di “ostruzione della via pubblica e dell’ordine pubblico”, per le ragioni esposte nel documento allegato, tra le altre cose perché la Procura 21 di Garzón diede imputazioni senza considerare che la ragione fondamentale delle legittime proteste sociali fu “l’ostruzione della via” da parte dell’impresa Emgesa per distruggere il Ponte el Paso El Colegio, sei mesi prima della protesta, senza comunicarlo alla regione del Huila con gravi conseguenze economiche e sociali. Prima dell’Udienza di preclusione c’è stata la pubblicazione di un Manifesto della Società Civile Internazionale in difesa di Miller Dussán e ASOQUIMBO per la cessazione della persecuzione giudiziaria, firmato da 71 organizzazioni. Nel Manifesto si richiede al Giudice della Corte Penale di Garzón, Huila, di archiviare il processo iniziato da EMGESA per il supposto reato di “ostruzione della via pubblica e dell’ordine pubblico”, spiegando che “abbiamo la ferma convinzione che i casi legali contro questi due leader ambientali rispondano a una chiara strategia di intimidazione giudiziaria, il cui obiettivo finale è andare a minare la resistenza regionale contro le mega dighe e i progetti estrattivi nella regione”. Per di più si chiede all’impresa ENEL-EMGESA di interrompere immediatamente la persecuzione giudiziaria contro i leader di ASOQUIMBO e di ritirare entrambi i procedimenti che ha iniziato, così come di ritirare i suoi piani di costruzione di mega dighe in America Latina che generano conseguenze sociali e ambientali devastanti. Dalle due del pomeriggio, membri dell’Associazione delle Persone Colpite dal Progetto Idroelettrico El Quimbo – l’associazione Asoquimbo – si sono diretti verso il Palazzo di Giustizia per accompagnare l’equipe giudiziaria. Nella stessa equipe, portata avanti dal Giudice Penale, il Signor Jairo Fernando Fierro Cabrera, la Procura ha dimostrato, con elementi di prova e informazione, che l’indagine non doveva andare avanti, per questa ragione ha richiesto la preclusione del processo argomentando che la direttiva emessa dalla Procura Generale della Nazione 0008 del Marzo del 2016 ha dichiarato chiaramente che la condotta è delittuosa solo se realizzata attraverso mezzi illeciti: danni a beni pubblici, incendi, sparatorie, detenzione o lancio di sostanze pericolose, violenza contro le forze dell’ordine, e che la Corte Costituzionale, attraverso la sentenza C-742/12, ha espresso che non si può perseguire qualunque blocco stradale se non quelli che sono realizzati con comportamenti illeciti, che secondo la corte sono quelli in cui si ricorre a violenza....

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Terra dei Fuochi: quei bimbi ignorati che continuano a morire

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Terra dei Fuochi: quei bimbi ignorati che continuano a morire

[di Giuseppe Manzo su nelpaese.it] “Negli ultimi 20 giorni sono 8 i bambini morti di tumore. Questi bambini non riposeranno mai in pace. Per loro non c’è giustizia”. Questa la denuncia delle mamme delle piccole vittime nelle province di Napoli e Caserta. Tra minacce e silenzi i pentiti fanno scoprire nuovi scempi ambientali. Nella Terra dei fuochi dimenticata si continua a morire. E sono numeri drammatici quelli che raccontano le mamme che da anni denunciano la realtà nelle province di Napoli e Caserta: “negli ultimi 20 giorni sono 8 i bambini morti di tumore. Questi bambini – dicono le donne – non riposeranno mai in pace. Per loro non c’è giustizia. I bambini deceduti nell’ultimo mese – come riferito – avevano tra i 7 mesi e gli 11 anni”. Questa testimonianza conferma ciò che era scritto nello studio dell’Istituto superiore di sanità sull’incidenza tumorale in Campania di un anno fa: «si sono rilevati eccessi nel numero di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori, e, in entrambe le province, eccessi di tumori del sistema nervoso centrale nel primo anno di vita e nella fascia di età 0-14 anni» A sfogare la propria rabbia è Marzia Caccioppoli che con Anna Magri porta avanti una battaglia di chi ha vissuto il dolore della perdita di un figlio piccolo: “la nostra cari amici e una lotta non contro noi stessi ma per coloro che combattono nei poli oncologici. Sarò sempre orgogliosa di chi con tutte le proprie forze si mette in piazza fino a sfinirsi pur di combattere”, scrive sul suo profilo facebook. L’ultima conferma dello scempio ambientale arriva dai pentiti e riguarda il Parco nazionale del Vesuvio dove sono state interrate tonnellate di rifiuti speciali e tossici provenienti da aziende di tutta Italia. Per molti, l’inquinamento della zona vesuviana esce dal perimetro della Terra dei Fuochi. Forse è proprio per questo che i locali hanno ribattezzato la zona “Terra dei Fuochi Vesuviana”. Nonostante la mancanza di un’etichetta degna di nota il Parco Nazionale del Vesuvio è diventato una delle discariche abusive più grandi d’Italia. Ercolano, Terzigno, Boscoreale. I veleni nell’area vesuviana sono seppelliti ovunque ed hanno contaminato le falde acquifere, oltre che condannato a morte – con tumori e leucemie – migliaia di persone. “L’idea di fotografare delle modelle nei pressi di cumuli di rifiuti – racconta Domenico Sannino, presidente di Giovani per il Territorio – nasconde anche una vena goliardica e ha come scopo quello di avvicinare la gioventù (e non) ai temi che spesso è difficile accettare e su cui a volte si preferisce sorvolare. Utilizzando delle modelle si vuole sottolineare la dicotomia tra la bellezza inestimabile dei nostri paesaggi e lo scempio causato dall’uomo che li sta distruggendo a suon di roghi tossici, interramento e sversamento di rifiuti”. Per questi motivi si terrà “Custodiamo la Madre Terra… per essere uomini e donne di vita” è la tre giorni dedicata a salute, ambiente e tutela del territorio in programma dal 10 al 12 febbraio a Ercolano a cura dell’associazione Giovani per il Territorio, Salute Ambiente Vesuvio, Parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, Cooperativa Sociale Sepofà. La rassegna prevede messe per le vittime di tumori e leucemie, una mostra fotografica e due presentazioni di libri. È una cronaca continua che vede terreni, parchi e aree industriali colpite...

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Quanto inquina davvero il cloud?

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Quanto inquina davvero il cloud?

[di Marta Tripodi su Wired] Più dati archiviamo su cloud, più i data center hanno fame di energia: cosa possiamo fare noi, cosa possono fare i colossi di Internet. Webmail che conservano decine di gigabyte di messaggi, piattaforme di archiviazione dei file pesanti, sistemi di backup automatico di foto e video, social network che custodiscono interi anni della nostra vita, librerie di audio e video in streaming con milioni di film e di dischi a disposizione. Tutti servizi che si basano sul cloud, e che ci hanno semplificato la vita non di poco. Purtroppo, però, rischiano di complicarla al pianeta: il numero di dati e utenti cresce ogni giorno, e i data center che supportano la rete consumano sempre più energia. Il metodo in sé, in realtà, è molto sostenibile: secondo uno studio indipendente del Lawrence Berkeley National Laboratory, sfruttare un sistema cloud anziché mantenere tanti piccoli server aziendali fa risparmiare fino all’87% di energia. Il problema non è la nuvola, ma come viene alimentata. “Se Internet fosse uno Stato sovrano, sarebbe il sesto consumatore di energia del mondo”, racconta Luca Iacoboni, responsabile della campagna Clima e Energia di Greenpeace Italia. “In parte proviene da fonti rinnovabili, ma spesso deriva da combustibili fossili e inquinanti”. Come aggravante si stima che entro il 2020, con l’informatizzazione di massa di Cina e India, la quantità di elettricità necessaria al web crescerà del 60%. Per sensibilizzare sul tema, Greenpeace realizza a cadenza regolare il report Clicking Clean, valutando le grandi aziende che gestiscono i data center per trasparenza, impegni presi e promesse mantenute. Se il fanalino di coda (per ora) è Amazon Web Services, sul podio ci sono Google, Apple e Facebook. Alcune hanno aggiustato il tiro in corsa, come Facebook, che dopo la campagna Unfriend Coal — lanciata da Greenpeace nel 2010 per convincere la società ad abbandonare le centrali a carbone – ha annunciato il passaggio a sistemi più ecologici. Si spera farà lo stesso anche Netflix, che nell’ultimo report è indicata come una compagnia con ampi margini di miglioramento in tema di energia pulita. Il plauso a Google, invece, è dovuto a politiche all’avanguardia in ogni aspetto, dal risparmio energetico negli uffici fino alla gestione dei cloud: la pagina Google Green le illustra nel dettaglio. “In generale, i nostri data center consumano circa il 50% in meno: ottimizziamo attraverso tecniche avanzate di machine learning”, dice Simona Panseri, direttore Comunicazione e Public Affairs di Google per il sud Europa. Queste tecniche non vengono custodite come segreti aziendali, però. “Organizziamo incontri settoriali aperti a chiunque gestisca data center, per condividere ciò che abbiamo imparato e far sì che l’intera industria abbia un impatto minore sull’ambiente. Più realtà applicano pratiche sostenibili, migliore sarà il risultato per tutti”, prosegue Panseri. Un auspicio condiviso da Greenpeace: “Il peso che i colossi di Internet hanno sui propri fornitori di energia o sui Paesi che li ospitano è enorme, agire è una questione di responsabilità sociale d’impresa”, chiosa Iacoboni. Anche su questo, Google è un passo avanti: negli ultimi anni ha stipulato contratti decennali di fornitura con impianti eolici e fotovoltaici ancora in costruzione, per assicurare che possano essere completati e che tutti ne usufruiscano sul lungo periodo. Di recente, inoltre, la compagnia ha annunciato che l’obiettivo per il 2017 è di passare al 100% di fonti rinnovabili. Ribaltando la prospettiva, però, cosa può fare l’utente finale? Qualcosa c’è. Nel 2016 la compagnia telefonica francese Orange ha...

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[posted by Entitle collective and Stefania Barca on Entitle Blog, January 31, 2017] In the first post of the Ecology after capitalism series, Stefania Barca argues that degrowth has potential to facilitate the discussion and practice of an emancipatory ecological class-consciousness, provided it engages with the centrality of work and class in the transition to a post-carbon and post-capitalist paradigm. Ecological economist Giorgos Kallis’ response to John Bellamy Foster’s writings on Marxism and Ecology brings the discussion on degrowth directly to the core of my main research and theoretical concern: the place of labor in the politics of socio-ecological revolution. Kallis and Foster agree on advocating for an ecological socialism that might be able to democratically regulate the much needed decrease in social metabolism, the latter term referring to the flows of materials and energy that occur through society-nature relations. The central issue here is how to carry out the social transformations that will lead to this decrease. While Foster emphasizes the need for a new ‘ecological revolution’ inspired by the Communist manifesto and by a historical-materialist approach to earth-system science, Kallis asks which institutions will enable democratic control over social metabolism. Both authors also put forward a list of radical ‘policy proposals’ that they consider achievable under the present conditions and necessary to ‘mobilize the general public’, as Foster puts it. In order to move along this common plan, I believe that what is missing is a clearer vision of what political subjects, and which processes of political subjectivation, can make it happen. In other words, rather than presupposing a ‘general public’ as the recipient of any political strategy, we need to build such strategy upon a more solid analysis of the social forces involved, their mutual relations and their possible common interests. In what follows, my contribution reflects on the place that labor movements and working-class people can and should have in degrowth politics and in the transformation of social metabolism in general. The Growthocene: environmental violence and alienation Kallis’ main argument that growth of biophysical throughput is still possible in a non-capitalist, or even socialist economy, is a useful starting point. The argument touches upon an important issue of interest to all those who connect ecological struggles to an anti-capitalist perspective, from Naomi Klein to eco-socialists. It is reinforced by the observation that real socialism has shown levels of environmental devastation fundamentally similar to those of the capitalist world. In this sense, some authors have come to argue that, rather than Capitalocene, the Anthropocene should be actually renamed the Growthocene. Materialist or other ecological critiques notwithstanding, and especially with the development of nuclear power and synthetic chemicals in the post-war era, both systems followed the imperative of economic growth, which can be seen as the leading cause of ecological unsustainability and ‘environmental violence’. My point is that if the problem we are dealing with is the predominance of the growth imperative – with consequent continuous increase of social metabolism – in both really existing socialism and capitalism, then we need to clearly identify what the two systems have in common to be able to envision a meaningful way-out. I believe that what the two systems have in common is, basically, alienation: i.e. the lack of control over the labor process and product on the part of...

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