CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Più inquinamento da mercurio con scioglimento ghiacciai

Posted by on 8:47 am in Notizie | Commenti disabilitati su Più inquinamento da mercurio con scioglimento ghiacciai

Più inquinamento da mercurio con scioglimento ghiacciai

[su panorama.it] Ghiacciai di dimensioni sempre più ridotte e a preoccupare è anche l’inquinamento da mercurio causato proprio da questo fenomeno, a cui sta dedicando uno studio l’Istituto di ricerca tibetano dell’Accademia cinese delle scienze. Gli studiosi dell’ente hanno esaminato alcuni campioni prelevati dal ghiacciaio Zhadang del bacino Qugaqie sull’altopiano tibetano, dove lo scioglimento ha provocato la fuoriuscita di mercurio dal suolo. Secondo i ricercatori, questo potrebbe causare una forma di inquinamento a valle. Negli ultimi decenni i ghiacciai, in particolare i ghiacciai alpini, stanno regredendo a livello globale e velocemente. Ma se aumenta la preoccupazione per il rilascio di sostanze inquinanti, come il mercurio, causato dallo scioglimento dei ghiacciai, non diminuisce quella sui potenziali effetti che questo può avere su clima ed ecosistemi e sull’impatto che lo scioglimento dei ghiacciai può avere sulle risorse idriche. Pubblicato il...

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Neanche 47mila scosse in 5 mesi spingono a investire in prevenzione

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Neanche 47mila scosse in 5 mesi spingono a investire in prevenzione

[su greenreport.it] Muroni (Legambiente): «Ma perché non avvisare, non prevenire? Non dire sinceramente che ci troviamo di fronte ad una situazione senza precedenti». La speranza che la nuova emergenza nell’Italia centrale non avesse provocato vittime dopo le scosse di terremoto di ieri e l’incessante maltempo è rapidamente tramontata, seppellita dalla slavina che ha investito l’hotel Rigopiano a Farindola (nella foto). Dal Gran Sasso un’enorme massa di neve, probabilmente anche a causa delle scosse telluriche, si è riversata verso valle intrappolando nella struttura personale e ospiti: oltre trenta persone, tra cui bambini, imprigionate da neve e macerie per oltre 24 ore. «È stata una notte complicata, sia per la gestione dell’emergenza dovuta al maltempo sia per il raggiungimento dell’hotel colpito dalla slavina – ha dichiarato il Capo dipartimento della Protezione civile, Fabrizio Curcio – L’hotel è stato raggiunto alle 4.30 della notte da uomini valorosi, che di fronte a una situazione veramente al limite sono riusciti a mettere in sicurezza due persone, e che stanno ancora lavorando anche per far arrivare i mezzi di soccorso, in condizioni davvero proibitive». Tre prime vittime sono state rinvenute nell’hotel, ma il capo del Soccorso alpino abruzzese Antonio Crocetta ha già dichiarato all’Ansa che «ci sono tanti morti». «Chiedo di poter lavorare nel rispetto per le persone che si stanno impegnando in mezzo alle difficoltà – ha continuato Curcio – Ci sono stati due eventi eccezionali, che già da soli avrebbero creato difficoltà di azione. Sono due eventi che non solo comportano una gestione attenta e coordinata, ma che hanno due risposte diverse dal punto di vista operativo. Per la parte meteo, infatti, si cerca di dire ai cittadini di rimanere nelle proprie abitazioni, se sicure, mentre per la parte sisma i cittadini devono essere portati fuori. Mettere insieme questi due elementi è estremamente complicato, e chi non ha compreso questo non fa un buon servizio né al Paese né alle persone che stanno lavorando e che hanno lavorato nelle scorse ore, negli scorsi giorni e negli scorsi mesi. Il sistema della protezione civile rappresenta il Paese, e credo che il Paese vada rispettato». Questo è il momento delle lacrime e del lavoro, urgente e pressante, per riuscire a salvare il maggior numero di vite. È impossibile però non riflettere su cosa è stato fatto, anche in piena emergenza – risale al 24 agosto la prima grande scossa di quest’interminabile tragedia – per aiutare e mettere in sicurezza le regioni colpite, prima dal terremoto e poi da un’acuta (ma sempre meno eccezionale con l’avanzare dei cambiamenti climatici) ondata di maltempo. La ricostruzione è bloccata, non solo dalla neve ma anche dalla burocrazia: come testimoniano in una lettera congiunta i presidenti degli ordini e collegi professionali delle Marche (ingegneri, architetti, geometri) le «mutate condizioni intervenute con le recenti Ordinanze hanno generato notevole confusione sulla tempistica, sui modi e sui contenuti della ricostruzione stessa, il tutto in una situazione già grave dove sussiste ancora la necessità di procedere ai rilievi di agibilità. Questa continua emanazione di norme ha generato nella popolazione e nei tecnici stessi confusione ed incertezza, tant’è che al momento, i professionisti non stanno presentando alcun progetto, neanche per la ricostruzione leggera». Un immobilismo che si riscontra anche nella gestione dell’emergenza neve: «Venerdì scorso – scrive su Facebook la presidente nazionale di Legambiente, Rossella Muroni –...

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Innalzamento del mare: le mappe dell’Italia che finirà sott’acqua nel 2100

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Innalzamento del mare: le mappe dell’Italia che finirà sott’acqua nel 2100

[su greenreport.it] Inondati 5.500 kmq di coste italiane. Ma si costruiscono infrastrutture che andranno sott’acqua. Un team di ricercatori italiani di Enea – Sspt, Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, università di Bologna, Conisma  e del Lesia Observatoire de Paris, hanno pubblicato su Quaternary Science Reviews lo studio “Sea-level rise and potential drowning of the Italian coastal plains: Flooding risk scenarios for 2100”  che  mostra gli scenari dell’innalzamento del mare  nel 2100 in  4 aree della penisola italiana: Nord Adriatico, il golfo di Taranto, il golfo di Oristano e quello di Cagliari. I ricercatori  del team guidato da Fabrizio Antonioli dell’Enea Sspt  spiegano che  Le nostre stime sono basate sul Rahmstorf (2007) e sui rapporti Ipcc- Ar5 del  2013 per gli scenari RCP-8.5 ( www.ipcc.ch ) del cambiamento climatico, rivisto con i dati ei movimenti verticali terrestri (isostasia e tettonica)». Lo studio si è concentrato sul cedimento costa nord adriatica (compresa la laguna di Venezia), su due aree tettonicamente stabili delle pianure costiere della Sardegna  (Oristano e Cagliari) e sulla pianura edificata di Taranto, in Puglia.  I ricercatori sottolineano che «Le mappe degli scenari di allagamento mostrano Digital Terrain Models in alta risoluzione per lo più basati su dati Lidar. Il relativo aumento del livello del mare previsto entro il 2100 cambierà radicalmente l’attuale morfologia, inondando potenzialmente fino a circa 5.500 km2 di pianure costiere». Il mare si mangerà il territorio e questo avrà un impatto sull’ambiente e le infrastrutture locali, per questo lo stus dio suggerisce ai pianificatori e ai decisori locali di «prendere in considerazione questi scenari per una gestione costiera consapevole. Il nostro metodo messo a punto per le coste italiane può essere applicato in tutto il mondo in altre zone costiere che ci si aspetta saranno colpite dall’ingressione marina a causa del cambiamento climatico globale». Anche riducendo le emissioni di gas serra, ampi tratti delle nostre coste saranno sommerse entro la fine del secolo, calcola uno studio. Chiedendo di correre ai ripari. Lo studio è stato rilanciato anche da National Geographic  Italia e Eleonora Degano ricorda che «Il livello del mare non è immutabile ma cambia nel tempo, influenzato dai movimenti tettonici, dalle caratteristiche del territorio e soprattutto dai cambiamenti climatici: a causa del riscaldamento globale molte aree costiere sono oggi a rischio allagamento e sempre più persone rischiano di dover lasciare la propria casa, diventando a tutti gli effetti migranti climatici. Negli Stati Uniti sono circa 25 milioni gli abitanti che vivono in territori vulnerabili alle inondazioni, mentre in Europa un terzo della popolazione abita entro 50 chilometri dalla costa». Antonioli, research director al Laboratorio modellistica climatica e Impatti dell’Enea, spiega a National Geographic  Italia che in Italia  «Alcune aree sono già oggi a zero o sottozero (rispetto al livello del mare, ndr)  e la costa si abbassa, si alza o si sposta per vari motivi. Da qui a qualche decennio l’innalzamento ci sarà e su questo non c’è nulla da fare, ma costruendo dighe, idrovore e prendendo provvedimenti adatti sarebbe possibile evitare gli allagamenti. Rispetto alle pubblicazioni passate ci sono due grandi novità: le ultime previsioni sull’Italia si basavano sul report Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) del 2007, mentre stavolta abbiamo usato le proiezioni del 2013 per creare quattro mappe in altissima definizione, con tre linee che indicano tre diversi modelli sull’aumento del livello del mare». Dalle mappe realizzate dateam risulta che  nell’area  del Nord Adriatico, poco sotto Venezia, l’ingressione...

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Commissione grandi rischi: “Dighe a rischio, ma il pericolo non è imminente”

Posted by on 11:45 am in Notizie | Commenti disabilitati su Commissione grandi rischi: “Dighe a rischio, ma il pericolo non è imminente”

Commissione grandi rischi: “Dighe a rischio, ma il pericolo non è imminente”

[di Elena Dusi su repubblica.it] La relazione: possibili scosse fino a magnitudo 7, si controllino edifici pubblici e privati. “Invitiamo i cittadini a fare attenzione, ma senza panico”. “Non ci sono evidenze che la sequenza sismica sia in esaurimento”. Le faglie attive dal 24 agosto 2016, giorno della disastrosa scossa di Amatrice, “hanno il potenziale di produrre terremoti di elevata magnitudo (6-7)”. Non solo, in Abruzzo si rischia un “effetto Vajont”. Non è certo rassicurante la commissione Grandi rischi che, nella relazione alla Protezione civile, invita a tenere alta la guardia. Il riferimento all'”effetto Vajont” riguarda la zona di Campotosto, “nella quale – spiega in un’intervista al Tg3 il presidente della commissione, Sergio Bertolucci – c’è il secondo bacino più grande d’Europa con tre dighe, una delle quali su una faglia che si è parzialmente riattivata e ci possono essere movimenti importanti di suolo che cascano nel lago”. Se si avverte un aumento del rischio “bisogna immediatamente renderlo trasparente alle autorità e alla popolazione”, conclude Bertolucci. Che tuttavia un paio d’ore dopo, viste le reazioni precisa: “Non c’è nessun pericolo imminente di un effetto Vajont. E’ importante continuare a monitorare l’evoluzione sismica in quella zona” in quanto “esiste un aumento della pericolosità dovuta ai movimenti della faglia”. Insomma, “non possiamo essere rassicuranti”, spiega ancora il presidente della commissione, “ma non vogliamo nemmeno creare panico. Bisogna essere prudenti, e per un cittadino questo potrebbe voler dire ad esempio contattare un ingegnere strutturista per controllare la stabilità della propria casa. Per gli edifici pubblici, l’invito è quello di monitorare in maniera sistematica scuole, ospedali e dighe”. Le prime reazioni sul territorio non tardano a venire. “Ho deciso con un’ordinanza di tenere chiuse le scuole sine die leggendo quanto dice la Commissione Grandi Rischi”. Fa sapere poche ore dopo il sindaco di Leonessa (Rieti), uno dei comuni del Reatino maggiormente colpiti dai terremoti di agosto e ottobre, Paolo Trancassini. E’ una delle conseguenze della nota diramata al termine dell’ultima riunione della commissione Grandi rischi sul potenziale rischio di forti scosse nel Centro Italia. L’attenzione è alta e mentre dal Mit (ministero delle Infrastrutture e dei trasporti) arriva la convocazione di una riunione sulle Grandi Dighe nelle aree colpite dal sisma e dal maltempo, il responsabile del dicastero . Al sindaco di Leonessa fa eco l’omologo di Montereale (L’Aquila), Massimiliano Giorgi, una delle cittadine dell’area sotto osservazione. “La situazione in Alto Aterno è drammatica. La gente ha paura, il comunicato stampa come quelli della Commissione grandi rischi ha allarmato tutti, scuole inagibili, municipi inagibili, verifiche da fare per migliaia di abitazioni, da giorni chiediamo una tensostruttura per ospitare le persone nella frazione di Cesaproba non fornita semplicemente per cavilli burocratici”. Le zone in cui potrebbe ancora verificarsi un terremoto di magnitudo fino a 7 sono quelle attorno alla faglia che corre da nord-ovest a sud-est, tra il Monte Vettore e il Monte Gorzano. Qui, prosegue la commissione, ci sono aree “che non hanno registrato terremoti recenti di grandi dimensioni”. A preoccupare i sismologi è in particolare il tratto che va da Montereale all’Aquila, dove il terremoto del 2009 ha probabilmente già rilasciato l’energia che si era accumulata nel sottosuolo. A Montereale le quattro scosse di magnitudo superiore a 5 di mercoledì potrebbero aver attenuato parte della tensione sotterranea. Ma in mezzo si trova una “lacuna”: un’area...

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Gavin Schmidt (Nasa): “Ecco perché da millenni mai temperature come quelle del 2016”

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Gavin Schmidt (Nasa): “Ecco perché da millenni mai temperature come quelle del 2016”

[di Marco Tedesco su repubblica.it] Uno degli autori del rapporto che ha decretato l’anno appena trascorso come il più caldo dal 1880 spiega a Repubblica cosa sta succedendo al nostro Pianeta. E che anche in un passato molto lontano non c’è stato niente di simile. L’anno che si è appena concluso è stato il più caldo dal 1880. La conferma di quello che già era un fondato e allarmante sospetto arriva dalla conferenza stampa tenuta ieri da Nasa e Noaa, i due enti governativi Americani responsabili per l’analisi delle temperature del nostro pianeta. Già durante i primi mesi dell’anno ce ne eravamo accorti, quando i record stagionali sono stati battuti consecutivamente da gennaio ad agosto. Ma un aspetto fondamentale del record di quest’anno riguarda l’Artico che ha registrato un aumento delle temperature pari a più del doppio di quelli del pianeta, come si legge nell’Arctic Report Card redatto da Noaa, che descrive anche i record dello scioglimento dei ghiacci della Groenlandia, dell’estensione del ghiaccio marino e della copertura nevosa. “Non è più necessario aspettare i segnali del cambiamento climatico – commenta Gavin Schmidt direttore del Nasa Goddard Institute of Space Studies (GISS) – i dati del 2016 e lo sconvolgimento delle temperature medie nell’Artico gridano chiaramente che il cambiamento sta accadendo ora, in questo momento”. Molti esperti vedono nel fenomeno naturale El Nino un potenziale “intruso” che ha alterato le temperature globali, aggiungendo un ulteriore riscaldamento a quello dovuto al cambiamento climatico. Schmidt e i colleghi stimano un effetto non più grande del 10% sulle stime di temperatura, confermando quindi la natura allarmante dei dati del 2016. LEGGI: L’uragano Trump sulle speranze per il clima Ma quanto unico è il record del 2016 rispetto a centinaia o migliaia di anni fa? “C’è una crescente convinzione nella comunità scientifica”, spiega Schmidt, “che l’ultimo decennio sia unico ed eccezionale nell’ambito degli ultimi millenni. Andare indietro oltre negli anni è più complicato, ma credo che la Terra sia ora più calda di quanto lo fosse circa diecimila anni fa”. E le previsioni dei modelli indicano per il 2017 un altro anno in cui le temperature continueranno a salire. L’anticipata presenza de La Nina potrebbe “raffreddare” leggermente il pianeta, impedendo al 2017 di battere un nuovo record. Schmidt è dell’opinione che l’anno appena iniziato farà uscire dalla graduatoria uno dei cinque anni più caldi. E azzarda il pronostico che le temperature nel 2017 raggiungeranno valori prossimi a quelle del 2016, anche se leggermente al di sotto. Tutto questo avviene mentre il presidente americano eletto Donald Trump si prepara a insediarsi alla Casa Bianca, seguito dai membri della sua squadra. In particolare, il neo-direttore dell’agenzia americana della protezione dell’ambiente (Epa), Eric Pruitt, e il nuovo segretario di stato Rex Tillerson, già amministratore delegato della ExxonMobil, una delle principali compagnie petrolifere statunitensi. Entrambi acerrimi nemici della lotta al cambiamento climatico e con forti legami con le compagnie petrolifere. Nel frattempo, mentre la NASA rivelava il nuovo record, Barack Obama enunciava il suo ultimo discorso al popolo americano come Presidente degli Stati Uniti. E riferendosi al cambiamento climatico ha ricordato: “senza azioni coraggiose, i nostri figli non avranno il tempo di discutere sull’esistenza o meno del cambiamento climatico. Saranno troppo occupati a prendersi cura dei suoi effetti: disastri ambientali, impatti economici e ondate di rifugiati che chiedono asilo”. Parole che, purtroppo, non riguardano una realtà lontana, e ci invitano ad...

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I Vas vincono la causa: “Gratis i costi di giustizia per gli ambientalisti”

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I Vas vincono la causa: “Gratis i costi di giustizia per gli ambientalisti”

[di Marco Preve su genova.repubblica.it] Una sentenza fissa, un precedente importante per le associazioni che difendono il territorio. Le associazioni ambientaliste non devono pagare i costi di accesso alla giustizia. È una sentenza che segna un punto e un importantissimo precedente a favore delle onlus ambientaliste quella con cui la Commissione Tributaria regionale della Liguria ha accolto il ricorso dell’associazione Vas (Verdi, Ambiente Società) annullando una disposizione della segreteria del Tar che obbligava il Vas a pagare il cosiddetto contributo unificato relativo all’instaurazione di una causa davanti allo stesso Tribunale amministrativo regionale. I giudici tributari regionali hanno accolto il ricorso del Vas presentato dall’avvocato Daniele Granara ribaltando così la sentenza di primo grado della Commissione Tributaria Provinciale che era invece favorevole all’obbligo di pagamento. La sentenza si basa sul rispetto della Convenzione di Aarhus (firmata nella cittadina di Aarhus, in Danimarca, nel 1998) “ratificata – spiegano i giudici – dalla Repubblica Italiana con la legge 108 del 2001, impegna gli stati membri a prevedere l’adeguato riconoscimento e sostegno delle organizzazioni che promuovono la tutela dell’ambiente e a provvedere affinché l’ordinamento si conformi a tale obbligo, specie in materia di accesso alla giustizia, negare l’esenzione dal pagamento del contributo unificato per atti quali i ricorsi giurisdizionali finalizzati alla difesa di interessi collettivi diffusi in materia ambientale, porterebbe ad un evidente contrasto tra il diritto interno e le norme europee di pari rango, in quanto recepite nella legislazione nazionale, le quali mettono chiaramente in evidenza che il costo dei procedimenti giurisdizionali sopra indicati debba essere gratuito o non eccessivamente oneroso”. Negli ultimi anni proprio questi costi sono aumentati e in passato l’ex presidente del Tar Liguria Santo Balba aveva spiegato come tale scelta scoraggiasse di fatto molti cittadini impossibilitati a versare alcune migliaia di euro solo per avviare la causa. Nel caso in questione i Vas avevano impugnato davanti al Tar una deliberazione della Regione del 2014 che riguardava il “Progetto di coltivazione congiunta e recupero ambientale delle cave Gneo, Giunchetto e Vecchie Fornaci”. Poiché il contributo unificato muta a seconda del valore della causa, per il business in ballo in questa vicenda i Vas avrebbero dovuto sborsare seimila euro in partenza. È evidente che proprio tali costi siano un fortissimo deterrente per molte associazioni che si battono sul territorio per la difesa dell’ambiente e del paesaggio. La sentenza della Commissione Tributaria fissa un precedente importante che faciliterà l’azione delle associazioni di difesa del...

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Metano: tutti i numeri di un protagonista del climate change

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Metano: tutti i numeri di un protagonista del climate change

[su CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici] Non solo CO2.  Certo l’anidride carbonica ha un ruolo fondamentale nel riscaldamento globale, ma, tra i gas serra, il metano merita molta attenzione perché ha un potenziale di riscaldamento molto più alto. Una volta rilasciata inoltre, l’anidride carbonica  può persistere in atmosfera e continuare ad avere effetti sul clima anche per migliaia di anni. Il metano, al contrario, ha un tempo di permanenza in atmosfera molto più breve, di circa 12 anni, perché è rimosso molto rapidamente da tutta una serie di reazioni chimiche. Nonostante quindi il metano sia un gas serra da tenere sotto stretta osservazione, i suoi effetti sono relativamente di breve durata e qualsiasi misura volta a ridurre le sue emissioni può portare rapidamente a dei benefici per il clima. Per questi motivi, efficaci piani di riduzione delle emissioni di gas serra non possono ignorare questo gas, la cui concentrazione in atmosfera è più che raddoppiata dall’era pre-industriale per effetto delle diverse attività umane. Dopo un periodo di relativa stabilità all’inizio degli anni 2000, dal 2007 si assiste a un nuovo aumento delle sue concentrazioni, con una forte accelerazione dal 2014, la più alta mai osservata negli ultimi vent’anni. A registrare questa preoccupante tendenza, lo studio pubblicato di recente sulla rivista Earth System Science Data (tra gli autori, la ricercatrice CMCC Monia Santini della Divisione IAFES), integrato e completato dall’editoriale uscito su Environmental Research Letters. Frutto della collaborazione di oltre 80 autori riuniti in un consorzio nel contesto del Global Carbon Project, lo studio illustra il bilancio aggiornato del metano globale per il periodo 2000-2012, integrando i risultati degli studi top-down (osservazioni atmosferiche) e dei modelli, degli inventari e degli approcci basati sui dati bottom-up (inclusi i modelli di processo per la stima delle emissioni superficiali terrestri e di chimica dell’atmosfera, gli inventari per le emissioni antropogeniche, ecc.). I risultati hanno evidenziato che per il decennio 2003-2012, sulla base dei metodi top-down, le emissioni globali di metano sono state pari a 558 milioni di tonnellate all’anno. Le emissioni antropogeniche, imputabili cioè alle attività umane, rappresentano circa il 60% delle emissioni totali globali. Come evidenziato dallo studio, la concentrazione del metano atmosferico sta aumentando a una velocità mai registrata negli ultimi vent’anni, con una ripresa a partire dal 2007; dal 2014-2015, le concentrazioni di metano sono aumentate a un ritmo ancora più elevato e i suoi attuali livelli in atmosfera si avvicinano a quelli previsti per RCP8.5, lo scenario più pessimista dell’ultimo rapporto IPCC (a più alta intensità di gas serra). Il principale fattore responsabile di questo rapido incremento delle concentrazioni del metano globale è soprattutto rappresentato da un aumento delle emissioni del settore agricolo, zootecnico e dei rifiuti: la fermentazione che avviene nei processi digestivi dei ruminanti e la trasformazione delle loro deiezioni, le discariche e la gestione dei rifiuti, la coltivazione del riso sono responsabili del 60% delle emissioni di metano dovute alle attività umane. Anche altre fonti di emissione, come quelle derivanti dal consumo di combustibili fossili, risultano aumentate. Le regioni tropicali sono fra i principali responsabili di questa crescita dei livelli di metano in atmosfera: le emissioni più alte sono state infatti registrate nelle regioni tropicali del Sud America, del Sud-Est Asiatico e dell’Africa (~ 50% delle emissioni globali). Altre regioni per cui si registrano alti livelli di emissioni sono Cina, Eurasia centrale e Giappone, USA, Russia, India ed Europa....

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Artico bollente

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Artico bollente

 [di Tania Salandin su scienzainrete.it] Al Polo Nord fa caldo. Oltre 20 gradi centigradi sopra la media del periodo con picchi fino a 33 gradi in alcune aree della Russia artica. Durante il 2016 sono stati via via superati tutti i record precedenti. L’Artico si è ritrovato a fine anno con temperature dell’aria spesso attorno allo 0 con punte di 8°C in una stagione che solitamente presenta temperature ben al di sotto dei -20°C. Quanto emerge dall’Arctic report card 2016 – pubblicato lo scorso dicembre e al quale hanno lavorato 61 scienziati di 11 diversi Paesi – non dà adito a dubbi, il 2016 è stato l’ennesimo anno dei primati. Sappiamo che nell’Artico la temperatura aumenta a una velocità doppia rispetto a quella di altre aree del pianeta, ma quello che sta succedendo oggi oltre l’80mo parallelo va oltre. Mentre qualcuno già parla di “Snowmageddon”, c’è chi si prepara al business del futuro. Dopo i record termici si registra infatti anche un primato nello scioglimento dei ghiacci, secondo soltanto a quello del 2012. Dal 1970 sono andati perduti circa tre quarti del ghiaccio marino e l’Artico diviene così terra di conquista. Inattese, più brevi e redditizie vie marittime si stanno aprendo e con loro nuove occasioni commerciali. Così come nuove pescose acque per l’industria ittica, mentre sulla terra ferma si prefigurano nuove opportunità per l’agricoltura, il turismo, ma soprattutto per l’industria estrattiva petrolifera e mineraria. D’altronde l’Artico è un eldorado di risorse: gas, petrolio, minerali e acqua dolce, circa 1/5 dell’approvvigionamento idrico del Pianeta. Tutto ciò contribuirà ad alterare un ecosistema unico e fondamentale per la nostra sopravvivenza e a ridisegnare i rapporti di forza tra potenze vecchie e nuove, siano esse Stati o multinazionali. Le temperature di questi ultimi mesi suggeriscono un’accelerazione del riscaldamento globale? Si tratta di un’anomalia temporanea – fanno notare cauti gli scienziati – ma il problema è che nell’Artico le anomalie si stanno presentando con frequenza e intensità sempre maggiori e sono sempre più imprevedibili. Marco Tedesco professore ordinario presso il Lamont Doherty Earth Observatory della Columbia University (NY), chiarisce: “L’anomalia in sé potrebbe non essere un fattore così importante, se non fosse che si inquadra in un’anomalia più grande: l’Artico si sta riscaldando più velocemente del resto del pianeta e questo crea reazioni a catena che favoriscono l’accelerazione del riscaldamento del Polo. Di fatto queste anomalie creano impulsi che incidono fortemente su un sistema già sotto stress”. E aggiunge: “Lo descriverei come un treno in corsa che scende lungo una collina, la discesa accentua la sua accelerazione pur senza imprimere ulteriori spinte, ma eventi estremi – queste ondate di calore – accentuano ogni volta la pendenza e questo esaspera la corsa del treno la cui velocità cresce mano a mano che la pendenza aumenta.” Tedesco fa presente che anomalie di questo tipo possono creare condizioni apparentemente non gravi ma che influenzano pesantemente il sistema. Quello che sta succedendo al ghiaccio marino è esemplificativo: “Le anomalie termiche di questi mesi non stanno facendo sciogliere il ghiaccio marino, impediscono però che se ne formi altro e che cresca in spessore. In questo modo il ghiaccio marino sarà più soggetto allo scioglimento durante la stagione estiva. Il risultato è che oggi l’estensione e, verosimilmente, il volume del ghiaccio marino sono ai minimi storici (il volume complessivo del ghiaccio marino in estate è...

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Otto punti per lo sviluppo sostenibile nell’era dell’incertezza

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Otto punti per lo sviluppo sostenibile nell’era dell’incertezza

[di Luca Aterini su greenreport.it] «La crescita del Pil non è fine a sé stessa e la sostenibilità ambientale è un requisito, non un’opzione». Dietro ai primi vagiti di questo nuovo anno s’intravede un’unica certezza: l’incertezza. Agli albori della crisi finanziaria che ancora intrappola l’Europa, rivolgendosi agli accademici della London school of economics la regina Elisabetta II chiese perché nessuno degli economisti si fosse accorto in tempo dell’imminente crack globale. I campanelli d’allarme in realtà furono molti ma vennero ignorati, come lo sono ancora oggi. Otto anni non sono bastati ad elaborare lo shock, e per il mondo occidentale non è stata una festa: lo stesso Regno Unito sta abbandonando l’Ue, i populisti avanzano in tutta Europa e Oltreoceano hanno già conquistato la presidenza Usa con Donald Trump. Nessuno avrebbe potuto prevedere un simile decorso degli eventi, e oggi ci troviamo con l’impellente necessità di trovare una nuova e affidabile bussola per navigare in queste acque inesplorate. Dove puntare? Ancora una volta un segnale arriva da Stoccolma. La capitale svedese nel 1972 ospitò la prima Conferenza delle Nazioni Unite sulla protezione dell’ambiente naturale, e la conseguente Dichiarazione di Stoccolma pose le basi politiche di ciò che oggi chiamiamo sviluppo sostenibile. In questi tempi incerti, l’Agenzia svedese per lo sviluppo internazionale (Sida) – un ente governativo che lavora per conto del Parlamento e del governo svedesi – ha chiamato a raccolta 13 dei migliori economisti del mondo, tra cui spiccano 4 ex capo-economisti della Banca mondiale (Francois Bourguignon, Kaushik Basu, il premio Nobel Joseph Stiglitz e Justin Lin, nella foto a destra). Come spiegano in questi giorni gli stessi autori su Project syndicate, la domanda di fondo che è stata rivolta loro è molto semplice: «È tempo di rivedere la saggezza economica tradizionale?». La risposta è sì, ed è declinata in 8 punti fondamentali all’interno di una nuova “Dichiarazione di Stoccolma”, la Stockholm Statement – Towards a consensus on the principles of policymaking for the contemporary world. Il documento spazia dalla necessità di «bilanciare mercato, Stato e comunità» a quella di «curare l’impatto della tecnologia globale e della disuguaglianza», fino a ricordare che «norme sociali e mentalità» sono aspetti non più trascurabili nel delineare un nuovo approccio allo sviluppo. Soprattutto, pone sul podio delle priorità tre punti fondamentali. Primo: «La crescita del Pil non è fine a sé stessa». La crescita economica, spiegano i 4 economisti-capo della Banca mondiale, è utile finché «fornisce le risorse necessarie per sostenere diverse dimensioni del benessere umano: l’occupazione, il consumo sostenibile, l’alloggio, la salute, l’istruzione e la sicurezza». Secondo: «Lo sviluppo deve essere inclusivo». In un mondo dove le disuguaglianze stanno già crescendo oltre i livelli di guardia, dovrebbe essere chiaro che quella “teoria del gocciolamento (trickle-down)” non funziona; non basta spingere la crescita economica per i ceti più abbienti sperando che arrivi a riguardare l’intera società. «Piuttosto che aspettare che sia la marea dello sviluppo a innalzare tutte le barche – sottolineano gli economisti – i politici devono garantire che nessuno sia lasciato indietro». Terzo: «La sostenibilità ambientale è un requisito, non un’opzione». Come evidenziano gli economisti, a «livello nazionale la crescita del reddito che avviene a scapito di danni ambientali è insostenibile, e quindi inaccettabile. A livello globale, il cambiamento climatico è una minaccia per salute, mezzi di sussistenza, e habitat. E imperativo che...

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In Italia da 11 centrali il 13,2% dell’elettricità e oltre il 40% della CO2

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In Italia da 11 centrali il 13,2% dell’elettricità e oltre il 40% della CO2

[di su greenreport.it] La Befana si è portata via le feste, ma non il carbone. Almeno non in Italia: come ricorda il Wwf, lungo il Paese ancora oggi sono in funzione 11 centrali a carbone, che durante il 2015 hanno fornito il 13,2% del consumo interno lordo di energia elettrica con circa 43.201 GWh. Un contributo tutto sommato modesto, che diventa però totalmente sproporzionato osservando anche le emissioni climalteranti: gli impianti a carbone hanno prodotto quasi 39 milioni di tonnellate di CO2, corrispondenti a ben oltre il 40% di tutte le emissioni del sistema elettrico nazionale. Un dato che non stupisce: tra tutti i combustibili fossili – evidenziano dal Wwf – il carbone è quello più inquinante: dalla sua combustione viene liberato il 46% delle emissioni globali di CO2. Da solo, è quindi in grado di vanificare qualsiasi sforzo di mitigazione del cambiamento climatico. Numerosissimi studi scientifici hanno inoltre dimostrato come l’inquinamento derivante dalla combustione del carbone sia causa di gravi patologie e disturbi dello sviluppo fisico e mentale umano, particolarmente nei bambini fin dalla fase prenatale. Ripercussioni gravissime che non interessano solo le aree più prossime agli impianti, ma che vanno persino oltre i confini nazionali. «Fare a meno del carbone in tempi brevissimi si può, in Europa già molti Stati l’hanno programmato, e non si vede perché l’Italia, che è meno dipendente di altri dal carbone per la produzione energetica – sottolinea Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed energia del Wwf Italia – non si affretti a mettere in atto le politiche necessarie: il Wwf le ha suggerite in un recentissimo report. Del resto, per la prima volta si assiste a un calo del consumo di carbone a livello globale (-2,7% nel 2015), nonostante l’aumento esponenziale della domanda di energia in Asia: una tendenza che, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia continuerà». La transizione in Italia potrebbe essere non poco avvantaggiata dalle contingenze venutesi a creare dietro la spinta delle rinnovabili e della crisi economica – che ha falcidiato, insieme a consumi e produzione industriale, la domanda di energia nel Paese. L’Italia nel 2015, con una potenza installata di 116.955 MW, a fronte di una punta massima assoluta della domanda di 60.491 MW, continua ad avere una sovra capacità di produzione di energia elettrica tale da costringere le centrali (specie quelle meno inquinanti e più efficienti) a funzionare a scartamento ridotto. «Oggi il nostro nemico è il carbone», aveva dichiarato due anni fa l’ex premier Matteo Renzi. Ma quelle centrali a carbone sono ancora lì. Pubblicato il...

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