Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
Leggi l’articolo
- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
- Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner

- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
Leggi l’articolo
- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
Leggi l’articolo /Ascolta su Scanner
- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
Leggi l’articolo
- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
Guarda la diretta
- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
Leggi l’articolo
- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
Leggi l’articolo
-
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
Leggi l’articolo
- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
Leggi l’articolo
- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
Leggi il comunicato
- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
Leggi l’articolo
- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
Leggi l’articolo
- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
Leggi l’articolo
- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
Leggi l’articolo
- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
Leggi l’articolo

- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
Leggi l’articolo
- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
Leggi l’articolo
- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
Leggi l’articolo
- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
Ascolta l’episodio
- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
Guarda la diretta
- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
Leggi l’articolo
- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
Leggi l’articolo
- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
Leggi l’articolo
- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
Leggi l’articolo
Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
L’assalto mafioso ai parchi
[Tonino Perna su Il Manifesto] Il tentato omicidio del presidente del Parco regionale dei Nebrodi non è un fatto isolato, anche se finora in nessun parco naturale si era giunti a tanto. Quest’inverno una testa di capretto mozzata è stata appoggiata sul cofano dell’auto del presidente del Parco d’Aspromonte, che aveva già subito negli anni scorsi diverse minacce (con relativi proiettili in buste consegnate dal postino). Ed in passato anche i presidenti del Parco del Pollino, del Salento e del Vesuvio, che faceva abbattere le case abusive, avevano subito minacce. Ma, l’assalto più pesante, anche se poco conosciuto, è quello che le aree protette subiscono in tutto il mondo a causa di questo modello di sviluppo. Secondo la Iucn, l’International Union for the Conservation of Nature, la superficie delle aree protette nel mondo è pari oggi a circa il 13 per cento delle terre emerse. Ne fanno parte tanto le riserve naturali a conservazione integrale, quanto i parchi naturali, che si distinguono in nazionali e regionali ed hanno un livello di protezione ambientale articolato in base al grado di antropizzazione dell’area. In Italia l’estensione delle aree protette è cresciuta esponenzialmente pochi anni dopo che è stata varata la legge 394/91, fortemente voluta dai Verdi e dal primo ministro per l’Ambiente Giorgio Ruffolo. Si è passati così da 5 parchi naturali nazionali esistenti al 1991 ai 23 di oggi, più un centinaio di parchi naturali regionali e riserve di natura integrali. Purtroppo, a questa crescita quantitativa si è accompagnata, in tutto il pianeta, una perdita di qualità e valore d’uso dei parchi naturali, soggetti agli attacchi di interessi economici grandi e piccoli, a quella «guerra al vivente» ben descritta e documentata da Jean Paul Berlan (Bollati-Boringhieri, 2001). Dall’Alaska alla Colombia, dall’Equador alla Nigeria, dall’Australia ai grandi laghi della FederazioneRussa, la guerra economica ai parchi naturali viene condotta in nome del progresso e dello sviluppo. Le leggi nazionali vengono fatte a pezzi, gli Stati concedono deroghe e contraddicono se stessi, premettendo alle imprese multinazionali di sfruttare risorse naturali, far passare oleodotti, scavare nuove miniere, sfruttare le rocce bituminose (shale gas), come nei parchi delle Rocky Mountains. Un caso emblematico, che è stato raccontato su questo giornale (il manifesto, Nd.R) da Giuseppe De Marzo e dalla indimenticabile Giuseppina Ciuffreda, è quello degli indios U’wa nel Nord della Colombia. La multinazionale nordamericana Oxy aveva ottenuto dal governo colombiano la possibilità di sfruttare il petrolio presente nelle montagne dove vivono da sempre gli U’wa. Era sempre andata bene alla Oxy (Occidental) come alle altre multinazionali presenti nel paese dei narcotraficantes. Bastava pagare qualche tangente, al governo e/o alla guerriglia o, più spesso, a tutti e due, e le cose si mettevano a posto. Non avevano considerato che in quelle montagne viveva un popolo che aveva ancora una cultura, un’identità e un credo. Non sapevano che per gli U’wa «il petrolio è il sangue della terra, le sue vene, che gli danno la vita». Se togli il petrolio a quelle montagne è come se togliessi il sangue ad un uomo. Non pensavano che un piccolo popolo potesse arrivare a far causa ad una potente impresa multinazionale, che arrivasse a vincere la causa di fronte ad un tribunale degli Stati Uniti. E’ una storia che ha un grande significato: quando un luogo ha una forte valenza...
read moreIl golpe brasiliano e la tragedia della riforma agraria
[di Joao Pedro Stedile su ecologiapolitica.org, trad. di Serena Romagnoli] È finito un altro anno. Il 2016 è stato una tragedia per la riforma agraria. Abbiamo perso! Ancora un anno nella lotta per vedere la terra distribuita meglio, per un nuovo modello di sviluppo dell’agricoltura rivolto agli interessi del nostro popolo. E perché dico che è stato un anno perduto? Perché abbiamo passato l’intero anno in una lotta politica che ha portato a un golpe mediatico, giuridico e del congresso brasiliano che ha destituito la presidente Dilma Roussef, eletta democraticamente. E con i golpisti che hanno assunto il potere sono rappresentati in maniera totale gli interessi dell’agribusiness, dei latifondisti, delle grandi corporation transnazionali dell’agricoltura, che ora controllano il congresso, il potere giudiziario e i media corporativi. Con un rapporto di forze così squilibrato, gli interessi dei lavoratori rurali, dei contadini sono stati duramente colpiti e, in particolare per quanto riguarda gli indici della riforma agraria, non c’è stata nessuna nuova espropriazione, nessun nuovo insediamento mentre, per consolidare il golpe, il governo illegittimo ha abolito il MDA (Ministero dello Sviluppo Agrario) e ha trasformato l’INCRA (Istituto Nazionale per la Riforma Agraria) in una mera agenzia di affari, che fa, nelle varie sovrintendenze, lottizzazioni solo per interessi meschini di partito, che prima criticavano nella pratica del PT e dello stesso PMDB. Se tutto questo non bastasse, ora, a fine d’anno, siamo stati sorpresi da molte iniziative dei golpisti. Hanno promulgato il 22 dicembre, senza nessuna discussione con i movimenti, con la società, una misura provvisoria che paralizza ancora di più la riforma agraria ma soprattutto incorpora nella legislazione due elementi molto gravi. 1. Prima di tutto legalizza ogni forma di appropriazione indebita delle terre pubbliche in Amazzonia e quindi tutti quei latifondisti che si sono appropriati illegalmente di terre pubbliche in questi anni potranno regolarizzarle in modo molto rapido e praticamente senza spese. 2. La seconda misura che stanno proponendo è liberalizzare, stimolare gli insediati beneficiari della riforma agraria in questi 30 anni a ricevere un titolo individuale del proprio lotto e così poter vendere facilmente la terra. E a chi la venderebbero? Certamente ai fazendeiros vicini, desiderosi di riconcentrare la proprietà della terra in Brasile. E oltre alla misura provvisoria, stanno annunciando, e già l’hanno avviata al congresso, la riforma della previdenza, che avrà gravi conseguenze per tutto il mondo rurale perché accresce di 10 anni l’età minima per il pensionamento, portandola a 65 anni, svincola tutti i benefici della previdenza dal salario minimo e quindi nel futuro questi benefici saranno stabiliti in relazione alla volontà del ministro dell’economia che utilizzerà decreti. Se verrà approvata la riforma della previdenza avrà conseguenze gravissime non solo per i contadini e per la permanenza delle famiglie in ambiente rurale, ma anche per l’economia dei piccoli comuni della parte interna del paese. I sindaci lo sanno bene e così i commercianti che sono i benefici della previdenza che fanno movimentare il piccolo commercio e l’economia dei piccoli comuni dell’interno del paese. Infine il governo golpista annuncia che ci sarà una legge per liberalizzare la vendita delle nostre terre ai capitali stranieri, cosa che neanche le forze armate brasiliane dicono di poter accettare. Quindi compagni e compagne stiamo terminando un anno molto triste per gli interessi dei contadini, degli agricoltori familiari, dell’agricoltura brasiliana e del...
read moreServe 10 volte più tecnologia verde per rispettare gli obiettivi sulle emissioni di gas serra
[di Umberto Mazzantini su greenreport.it] Lo sviluppo e distribuzione delle innovazioni in campo ambientale deve decuplicare la propria velocità per centrare l’Accordo di Parigi. Secondo lo studio “Delay-induced Rebounds in CO2 Emissions and Critical Time-Scales to Meet Global Warming Targets“, pubblicato su Earth’s Future da un team della Duke University, «la diffusione globale delle tecnologie verdi deve accelerare in modo significativo al fine di evitare futuri rimbalzi delle emissioni di gas serra». Il principale autore dello studio, l’italiano Gabriele Manoli, che ora lavora all’istituto di ingegneria ambientale dell’ETH Zürich, spiega che «sulla base dei nostri calcoli, non riusciremo a soddisfare gli obiettivi riscaldamento climatico stabiliti dall’accordo di Parigi, a meno di accelerare la diffusione delle tecnologie pulite». Quanto? Circa 10 volte più velocemente rispetto al passato», spiega Manoli. Sono infatti «necessarie nuove strategie radicali per implementare i progressi tecnologici su scala globale e a tassi senza precedenti, se devono essere raggiunti gli attuali obiettivi di emissioni». Nello studio, al quale hanno partecipato anche Gabriel G. Katul della Nicholas school of the environment and earth sciences della Duke University, e Marco Marani, che lavora anche al Dipartimento di ingegneria civile, edile e ambientale dell’università di Padova, sono state utilizzate particolari equazioni differenziali per calcolare il ritmo con cui sono aumentate le emissioni globali pro-capite di CO2 dopo la seconda rivoluzione industriale – un periodo di rapida industrializzazione, alla fine del IXX secolo e all’inizio del XX secolo. I tre ricercatori hanno poi confrontato questo ritmo con la velocità di diffusione delle nuove innovazioni nelle tecnologie low carbon. Quindi hanno utilizzato questi trend storici insieme alle proiezioni di crescita della popolazione mondiale e sono stati in grado di stimare il probabile ritmo dei futuri incrementi delle emissioni e di determinare anche la velocità con cui devono avanzare l’innovazione tecnologica e la diffusione delle tecnologie per contenere il riscaldamento globale al di sotto dell’obiettivo massimo di +2 °C – un impegno sottoscritto anche dall’Italia – concordato a Parigi. «Non è più sufficiente avere tecnologie per la riduzione delle emissioni – sottolinea Manoli – Le dobbiamo incrementare e diffondere a livello globale a una velocità senza precedenti». Lo studio italo-statunitnse dimostra che, dalla seconda rivoluzione industriale, le emissioni pro capite di CO2 sono aumentate di circa il 100% ogni 60 anni, in genere compiendo grandi salti. Questa “crescita puntiforme” si è verificata in gran parte a causa di sfasamenti temporali nella diffusione dei progressi tecnologici per il contenimento delle emissioni, che vengono aggravati dagli effetti della rapida crescita della popolazione. «A volte questi ritardi sono di natura tecnica, ma come dimostra ampiamente la storia recente – conclude Manoli – possono anche essere causati da ostacoli politici o economici. Qualunque sia la causa, la nostra quantificazione dei ritardi storicamente associati a tali sfide dimostra che ora è necessario accelerare di 10 volte la diffusione delle tecnologie verdi per ritardare l’orologio dell’apocalisse». Pubblicato il...
read moreBanca Mondiale: la crisi idrica di Gaza ha causato danni irreversibili
[di Amira Hass su Haaretz trad. Cristiana Cavagna] In un’intervista ad Haaretz l’esperto locale della banca avverte che, senza un maggior flusso di acqua da Israele, Gaza diventerà invivibile entro il 2020. Secondo un importante esperto di risanamento idrico della Banca Mondiale un danno irreversibile è già stato arrecato a parti dell’acquifero costiero della Striscia di Gaza, in seguito all’eccessivo pompaggio e all’infiltrazione di acqua marina. L’istituto finanziario è una tra le tante organizzazioni locali ed internazionali che negli ultimi 20 anni hanno dato l’allarme e tentato di impedire che questo accadesse. “In termini ecologici il danno all’acquifero sta peggiorando e studi hanno dimostrato un costante aumento della salinità dell’acqua”, ha detto Adnan Ghosheh. Questo avvicina la Striscia di Gaza alla situazione che le Nazioni Unite avevano previsto nel 2014: sarà inabitabile entro il 2020. Per esprimere ancora una volta l’urgenza di rimediare alla situazione, la Banca Mondiale all’inizio del mese ha emesso un comunicato stampa in seguito al quale Haaretz ha intervistato Ghosheh. Gran parte delle informazioni contenute nel comunicato stampa non sono nuove. Si segnala che, mentre il 90% degli abitanti della Cisgiordania e l’85% di quelli del Medio Oriente e del Nord Africa hanno accesso all’acqua potabile, solo il 10% dei circa 2 milioni di abitanti di Gaza possono bere in sicurezza l’acqua corrente nelle loro case. Il restante 90% non mette nemmeno in relazione il bere acqua con il semplice atto del girare un rubinetto: la loro acqua è troppo salata a causa dell’infiltrazione di acqua marina e troppo pericolosa a causa dei liquami o delle acque nere che penetrano nelle falde acquifere. Nel comunicato stampa Ghosheh ha detto: “La popolazione di Gaza non può utilizzare l’acqua che arriva nelle case per bere; la usano per uso domestico, ma per bere devono contare su autobotti. Ci sono circa 150 operatori che forniscono una sorta di acqua desalinizzata, che è stata filtrata per renderla potabile e adatta a cuocere cibi. E’ più cara dell’acqua del rubinetto”, ha aggiunto, e dal punto di vista igienico non è sicura e non soddisfa gli standard relativi all’acqua potabile. I problemi collegati all’inquinamento ed alla carenza d’acqua comprendono disturbi intestinali, gastroenterite, alti tassi di malattia tra i bambini, malattie della pelle ed altri disturbi. Pochi abitanti di Gaza hanno la possibilità di avere in casa un impianto di trattamento delle acque, mentre altri comprano acqua purificata almeno per lavare i bambini – ma non sono molti a poter sostenere questa spesa nell’impoverita Striscia di Gaza. La Banca Mondiale afferma che la ragione della caduta del livello dell’acqua dell’acquifero è dovuta all’eccessivo pompaggio a causa della crescita della popolazione. Il comunicato stampa non cita il fatto fondamentale che Israele ha il controllo dell’acqua sia sul proprio territorio sia nei territori occupati e non riconosce il principio dell’equa distribuzione dell’acqua tra i due popoli. Le disposizioni sull’acqua imposte ai palestinesi dagli Accordi di Oslo trattano Gaza in termini di economia idrica autarchica. Il che significa che i 2 milioni di abitanti di Gaza si devono accontentare di quella parte dell’acquifero costiero che aveva la stessa portata idrica per circa 270.000 persone nel 1949 (200.000 rifugiati e gli altri abitanti autoctoni). La quantità di acqua annuale fornita dalla parte di acquifero della Striscia di Gaza è di circa 57 milioni di metri cubi. Gli...
read moreRifiuti e raccolta differenziata in Italia, a che punto siamo
[si Rudi Bressa su lifegate.it] Poco meno della metà dei rifiuti urbani viene differenziata. Ridotta, di molto, la quantità che finisce in discarica, mentre cresce la frazione incenerita. Si producono meno rifiuti, se ne differenziano la metà. Di questi arrivano al riciclaggio il 44 per cento, dat in crescita. E si riduce notevolmente la quantità di quelli che finiscono in discarica (-16%). Il Nord traina l’Italia sulla raccolta differenziata, mentre il Centro nella riduzione a monte. È un quadro con luci e ombre quello dipinto dal “Rapporto Rifiuti Urbani 2016”, che raccoglie i dati Ispra aggiornati al 2015 sui rifiuti urbani negli 8000 comuni italiani. Da un lato è stata ridotta la produzione di rifiuti urbani, di un piccolo 0,4 per cento rispetto all’anno precedente, ma di un buon 5,9 per cento rispetto al 2011 (si parla di 1,9 milioni di tonnellate). È aumentata anche la frazione dei rifiuti differenziata rispetto all’anno precedente raggiungendo il 47,5 per cento della produzione nazionale: poco meno della metà dei Rsu viene differenziata, superando quota 14 milioni di tonnellate. Raccolta differenziata, le differenze tra Nord e Sud È il Nord a trainare il resto del Paese, con 8 milioni di tonnellate, nel Centro sono quasi 2,9 milioni mentre il Sud si ferma a 3,1 milioni di tonnellate. Il Veneto è la regione più virtuosa, con un ottimo 68,8 per cento, seguita dal Trentino Alto Adige con un 67,4 per cento. Seguono Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Marche. Tra le peggiori della classe Liguria, Lazio, Basilicata e Puglia. Da segnalare invece il grande balzo della Calabria con +6 punti rispetto al 2014. Entrando più nello specifico, Treviso è prima con un 84 per cento, seguita dalla provincia di Mantova (79,9 per cento) e da Pordenone con un 78,4 per cento. Fanalino di coda Palermo (7,8 per cento), Siracusa (7,9 per cento), Messina (10,1 per cento) ed Enna (10,8 per cento). Il trattamento dei rifiuti Di quei 29,5 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti, quasi la metà viene differenziata, tra organico, carta e cartone, vetro, plastica e metalli e Raee. Di questa frazione il 44 per cento viene riciclato, per tornare nel ciclo produttivo come materia prima seconda. La parte restante dei rifiuti urbani trova poi altre due strade principali: un 19 per cento viene incenerito, con un aumento di circa il 5 per cento rispetto l’anno precedente, mentre circa un quarto di questi trova la propria destinazione nelle discariche. Da sottolineare comunque una riduzione di circa il 16 per cento rispetto al 2014. Cifra che mette l’Italia sulla buona strada proposta dalla Commissione europea verso la cosiddetta “discarica zero”, almeno per quanto riguarda la frazione dei rifiuti raccolti tramite differenziata. L’Ispra sottolinea come ci siano “buone possibilità per l’Italia di centrare l’obiettivo riciclaggio europeo, anche prima del 2020”. Il target da conseguire secondo la direttiva europea è del 50 per cento entro il 2020. “Considerando l’aumento dei tassi di riciclaggio osservati negli ultimi anni – conclude l’Istituto – l’obiettivo potrebbe essere conseguito prima della scadenza del 2020”. (Pubblicato il...
read moreRegistri tumori: tra mancanza di decreti attuativi e il nodo privacy
[di Chiara Daina su ilfattoquotidiano.it] Non esiste al momento un regolamento nazionale sull’accesso ai dati sensibili dei pazienti ai fini dell’indagine. Gli epidemiologi incaricati di raccogliere le informazioni sanitarie dei malati di cancro si arrangiano alla bell’e meglio per aggirare l’ostacolo. E nella maggior parte dei casi – ogni volta che devono attingere ai flussi informativi extraregionali – sono costretti a violare il codice della privacy. Da Nord a Sud, i racconti dei medici costretti a sotterfugi pur di mantenere in vita un progetto di fondamentale importanza. I registri dei tumori in Italia sono intrappolati in una palude burocratica. Tanto che oggi alcuni medici, per la troppa fatica nel compilarli, minacciano di chiuderli. Nati a partire dalla fine degli anni Ottanta, cresciuti all’ombra della legge statuale per oltre trent’anni, è solo nel 2012 con il decreto Crescita 2.0 (dl 179/2012 convertito con legge 221/2012) che viene istituita per la prima volta la rete nazionale dei registri tumori. Un progetto però che, a distanza di quattro anni, resta ancora lettera morta. Mancano infatti le norme attuative indispensabili per dare corpo a questi registri. Il problema più urgente riguarda la privacy. Non esiste al momento un regolamento nazionale sull’accesso ai dati sensibili dei pazienti ai fini dell’indagine. Gli epidemiologi incaricati di raccogliere le informazioni sanitarie dei malati di cancro si arrangiano alla bell’e meglio per aggirare l’ostacolo. E nella maggior parte dei casi – ogni volta che devono attingere ai flussi informativi extraregionali – sono costretti a violare il codice della privacy. “Sembriamo dei carbonari – si sfoga Paolo Ricci, responsabile del registro di Mantova, terra di confine tra Lombardia, Emilia Romagna e Veneto – Se un cittadino va a curarsi fuori regione, l’ospedale non può rilasciare i suoi dati sanitari in via ufficiale. È attraverso una rete sotterranea di scambi informali che riesco a ottenere tutto quello che mi serve per la ricerca. Mi riferisco a scheda di dimissione ospedaliera, cartella clinica, accertamenti diagnostici, consumo di farmaci e cause di morte. Chiamo il collega e devo sperare che per solidarietà mi passi tutti questi documenti. Non sempre va bene, per esempio dalle strutture dell’Emilia Romagna non mi danno niente. Alla fine recupero a malapena la metà dei dati dalle altre regioni. Devo fare il mio lavoro con le mani legate, impiego il doppio delle energie, è una disperazione, se le regole non cambiano al più presto saremo costretti a chiudere”. Nessun divieto se l’altro ospedale si trova in Lombardia: “Ci sono dei decreti regionali che consentono il trattamento delle informazioni sanitarie, ma i mantovani che si fanno ricoverare a Bologna o Verona, piuttosto che a Milano, sono parecchi”. Un altro modo per bypassare il consenso informato da parte del paziente (una condizione evidentemente impossibile da soddisfare quando si tratta di fare inchieste su larga scala), ci confessano alcuni medici, è quello di sfruttare i documenti raccolti dalla magistratura in caso di indagini aperte sui siti inquinati. Oppure, nei territori dove la migrazione sanitaria è altissima, “l’unica maniera per portare avanti il registro è affidarsi alle carte che il paziente allega alla domanda per l’esenzione del ticket sanitario o per il certificato di invalidità – racconta Mario Fusco, responsabile del registro tumori di Napoli – Magari però fossero dati informatizzati: dobbiamo rovistare tra i faldoni negli scantinati. Di alcuni pazienti poi non riusciamo a recuperare i referti istologici, arriviamo a una copertura dell’87 per cento”. Col risultato che i calcoli finali non sono affidabili al cento per cento. Da Crotone il dottor Carmine La Greca conferma che aggiornare il registro è un vero travaglio: “Lavoriamo sui fili...
read moreContro le catastrofi conviene investire sui più poveri
[di Cristina Da Rold su scienzainrete.it] Che le calamità naturali influenzino l’aumento della povertà, e in particolare che abbiano un impatto maggiore sulle popolazioni più povere, è noto. Meno noto è ciò che emerge da un recente rapporto della World Bank in occasione del meeting sul cambiamento climatico di Marrakech, è cioè che l’impatto reale di questi eventi avversi sul benessere delle popolazioni più povere è maggiore di quanto comunemente stimiamo. Dal rapporto della Banca Mondiale emerge anche che lavorare per potenziare la resilienza delle comunità più povere può produrre a un risparmio nell’ordine di grandezza di 100 miliardi di dollari ogni anno, riducendo l’impatto di questi avvenimenti sul benessere dei cittadini del 20%. Sono stime abbastanza dettagliate, che derivano da un’analisi condotta dalla World Bank su 117 paesi e che riportano per la prima volta non solo i benefici di alcune azioni sui patrimoni dei paesi colpiti poveri da calamità, ma anche sul livello di benessere, e quindi sulla loro resilienza. Stiamo parlando per esempio di allargamento dell’offerta di personal banking, polizze assicurative o sistemi di protezione sociale. Queste comunità sono sovraesposte agli eventi catastrofici, presentano strutture sociali e infrastrutture più vulnerabili, e una minore capacità di far fronte agli eventi e recuperare quanto perduto e ricostruire. Inoltre le conseguenze di questi eventi su scuola e salute tendono a essere più permanenti rispetto alle comunità più ricche, così come gli effetti sui comportamenti degli abitanti quanto a risparmio e investimenti. Un senso, insomma, di maggiore inerzia, che si traduce ovviamente in una minore resilienza. Per valutare i potenziali benefici dei progetti che proteggono le popolazioni contro i rischi non conta solo quanti benefici un progetto riesce a generare, ma anche quante persone ci guadagnano. Il principale dato che emerge dallo studio è infatti che nel caso delle comunità più povere incide maggiormente la perdita di benessere rispetto alla perdita di patrimonio. A livello globale, nei casi di calamità naturali il 20% più povero si ritrova con l’11% di perdite patrimoniali in senso stretto, ma con il 47% di perdite in termini di benessere nella propria vita quotidiana. Le perdite patrimoniali fra i più poveri sono dunque la metà delle perdite medie, mentre le perdite in termini di benessere risultano oltre due volte maggiori. La tesi qui è che lavorare sulla prevenzione fra i più poveri paga di più in termini di benessere, e quindi di resilienza e quindi ancora una volta di prevenzione, innescando un circolo virtuoso di empowerment. I conti sono presto fatti. Gli scenari proposti dagli analisti della World Bank sono due: il primo comprende una riduzione del 5 per cento nella quota di popolazione esposta ai rischi naturali, scegliendo solo il 20% più povero in ogni paese. Se il mondo intero realizzasse questo proposito, le perdite patrimoniali evitate stimate sarebbero – secondo la World Bank – pari a circa 7 miliardi di dollari all’anno. In termini di benessere si tratterebbe di un guadagno quasi 6 volte maggiore: 40 miliardi di dollari. Il secondo scenario implicherebbe invece di ridurre la quota di popolazione mondiale esposta ai rischi naturali del 5 per cento, lavorando però sull’80 per cento rimanente, esclusi cioè i poverissimi. In questo caso le perdite patrimoniali evitate sarebbe molto maggiori, circa 19 miliardi di dollari, ma l’aumento di guadagno in termini di benessere sarebbe della metà, intorno...
read more[accionecologica.org, 13th of January 2017] Dearest friends, We want to publicly acknowledge the thousands of letters, embraces and messages that we have received from every corner of the world. We have, indeed, received an answer that for many, was unexpected: the Ecuadorean government has desisted in its intent to close Acción Ecológica. We have known (between you and us) how to defend our right to solidarity, to participation, and to denounce the aggressions against nature. Even though it might seem strange to celebrate this, we do, because the risk of losing those rights approached, and it was terrifying. Our defense of nature might be uncomfortable for groups of power, and to the transnational companies, and perhaps especially to the Chinese, as their companies are present in all of our national territory with their extractive projects and construccion of megainfraestructure But we recognize that our organization is also profoundly loved and respected by communities and individuales with whom we have worked. And put in the balanece, their lack of comfort on the one hand, and the love and respect on the other, the latter weighs more. We live in a country marked by socio-environmental conflicts, oil exploitation in areas such as the Yasuní, mining in the Cordillera del Cóndor, and agrofuels in our dry and tropical forests. With such assault to territories, custodians of nature have called on us to participate, to be in solidarity, and to denounce such aggressions. We will continue to do so, with our intellectual and political support, with our presence in the streets, and through the construction of shared work – in order to confront the different causes and forms of aggressions against nature. In accordance with our vision and mission, we commit to continue working so that the intelligence respects the Earth, and so that the Earth can sustain humanity. We thank all of you for being there, and for giving life to and amplifying our voice, and for touching us with your loving drumbeats of peace, with justice and dignity. ACCION ECOLOGICA Together we are the inextinguishable fever, the little light that leads, and the expanse that crosses the night. Ecuador’s leading environmental group fights to stop forced closure [David Hill for The Guardian of 7 January] NGO Acción Ecológica responds to the government’s attempt to close the organization down. Members of one of Latin America’s most well-known environmental organisations, Acción Ecológica, are fighting for their survival against a controversial attempt by Ecuador’s government to shut them down. The move by the government came six days after violence between soldiers, police and indigenous Shuar people opposed to a Chinese-run copper development, Panantza-San Carlos, in the Cordillera del Condor region, and just two days after Acción Ecológica had called for a Truth Commission to be set up to investigate events there. The attempt to close the organisation has sparked severe criticism from UN human rights experts and outrage from numerous civil society organisations in Latin America and elsewhere. On 20 December the Vice-Minister for Internal Security, Diego Torres Saldaña, requested the Minister of Environment, Walter Garcia Cedeño, to begin the process to “immediately dissolve” the Quito-based organisation. According to Torres Saldaña, Acción Ecológica has been using social media to express support for violence by Shuar against soldiers and police, to claim that extractive operations will negatively affect the environment,...
read moreXII Rapporto “Qualità dell’ambiente urbano” Edizione 2016
[su isprambiente.gov.it] Il Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano (RAU) è giunto alla XII edizione. Realizzato dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente – SNPA, si è consolidato negli anni come un riferimento per gli addetti ai lavori e per gli utenti grazie anche alle analisi e alle valutazioni degli esperti dell’SNPA sui numerosi dati presentati, accompagnando il lettore alla comprensione dei fenomeni. L’edizione 2016 del Rapporto aggiorna per tutti i 116 capoluoghi di provincia italiani un insieme di indicatori fondamentali per l’analisi della qualità ambientale delle città e per la valutazione della qualità della vita nelle aree urbane italiane. Numerosi i temi di interesse ambientale trattati alla scala urbana: fattori demografici, suolo e territorio, infrastrutture verdi, acqua, qualità dell’aria, rifiuti, attività industriali, trasporti e mobilità, esposizione all’inquinamento elettromagnetico e acustico, azioni e strumenti per la sostenibilità locale. Dal 2007 il RAU è accompagnato da un Focus di approfondimento che per l’edizione 2016 affronta il tema dell’inquinamento atmosferico e degli effetti sulla salute. Il Focus 2016 è stato coordinato da ISPRA, ARPA Lombardia, ARPA Piemonte e ARPAE Emilia Romagna. Programma Comunicato stampa XII Rapporto Qualità dell’ambiente urbano Focus su Inquinamento atmosferico nelle aree urbane ed effetti sulla salute Video: XII Rapporto Aree Urbane...
read morePubblicata in Gazzetta ufficiale la Direttiva sui limiti nazionali di emissioni
[di Eleonora Santucci su greenreport.it] È stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale europea la direttiva sui limiti nazionali di emissioni. La nuova direttiva – che modifica la direttiva 2003/35/CE e abroga la direttiva 2001/81/CE – stabilisce gli impegni di riduzione delle emissioni per le emissioni atmosferiche antropogeniche degli Stati membri di biossido di zolfo (SO2), ossidi di azoto (NOx), composti organici volatili non metanici (COVNM), ammoniaca (NH3), e particolato fine (PM2,5). Inoltre impone agli Stati l’elaborazione, l’adozione e l’attuazione di programmi nazionali di controllo dell’inquinamento atmosferico e il monitoraggio e la comunicazione agli inquinanti e ai loro effetti. In tal modo si cerca di conseguire livelli di qualità dell’aria che non comportino significativi impatti negativi e rischi significativi per la salute umana e l’ambiente. La nuova direttiva, quindi, contribuisce al raggiungimento di una serie di obiettivi europei. Non solo l’obiettivo di qualità dell’aria stabilito nella legislazione dell’Unione e anche quello stabilito dagli orientamenti dell’Organizzazione mondiale della sanità, ma pure quelli in materia di biodiversità e di ecosistemi in linea con il settimo programma d’azione per l’ambiente. Con le nuove disposizioni il legislatore Ue cerca di rafforzare le sinergie tra la politica dell’Unione in materia di qualità dell’aria e altre politiche pertinenti dell’Unione, in particolare le politiche in materia di clima e di energia. Inoltre contribuisce a ridurre i costi sanitari dell’inquinamento atmosferico nell’Unione, cercando di migliorando il benessere dei cittadini dell’Unione, e di agevolare la transizione verso un’economia verde. La direttiva, fra l’altro dovrebbe contribuire alla progressiva riduzione dell’inquinamento atmosferico, basandosi sulle riduzioni realizzate dalla legislazione dell’Unione in materia di controllo dell’inquinamento atmosferico alla fonte, intesa a ridurre le emissioni di determinate sostanze. Dunque, gli Stati membri dovrebbero rispettare gli impegni di riduzione delle emissioni stabiliti dalla direttiva dal 2020 al 2029 e a partire dal 2030. Per garantire progressi concreti verso il conseguimento degli impegni per il 2030, gli Stati membri dovrebbero individuare nel 2025 livelli di emissione indicativi che siano tecnicamente fattibili e non comportino costi sproporzionati. Gli Stati che dovrebbero adoperarsi per rispettare detti livelli. Qualora le emissioni del 2025 non possano essere limitate secondo la traiettoria stabilita, è richiesto che gli Stati membri spieghino i motivi di tale scostamento, nonché le misure che li ricondurrebbero sulla loro traiettoria, nelle relazioni previste. Gli impegni nazionali di riduzione stabiliti dall’Ue sono basati sul potenziale di riduzione stimato di ciascuno Stato membro contenuto nella relazione n. 16 della strategia tematica sull’inquinamento atmosferico del gennaio 2015. Nello specifico sono basate sull’esame tecnico delle differenze tra le stime nazionali e quelle della relazione e sull’obiettivo politico di mantenere la riduzione complessiva dell’impatto sulla salute entro il 2030 (rispetto al 2005) il più vicino possibile a quella della proposta della Commissione per la presente direttiva. Per l’Italia è stabilito che la riduzione delle emissioni di So2 rispetto al 2005 debba essere per qualsiasi anno dal 2020 al 2029 del 35%, mentre a partire dal 2030 del 71%; per Nox del 40% per qualsiasi anno dal 2020 al 2029 e a partire dal 2030 del 65%; per Covnm per qualsiasi anno dal 2020 al 2029 del 35% e a partire dal 2030 del 46%; per Nh3 per qualsiasi anno dal 2020 al 2029 del 5% e a partire dal 2030 del 15%; per Pm2,5 per qualsiasi anno dal 2020 al 2029 del 10% e a...
read more


Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.