CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Metano: tutti i numeri di un protagonista del climate change

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Metano: tutti i numeri di un protagonista del climate change

[su CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici] Non solo CO2.  Certo l’anidride carbonica ha un ruolo fondamentale nel riscaldamento globale, ma, tra i gas serra, il metano merita molta attenzione perché ha un potenziale di riscaldamento molto più alto. Una volta rilasciata inoltre, l’anidride carbonica  può persistere in atmosfera e continuare ad avere effetti sul clima anche per migliaia di anni. Il metano, al contrario, ha un tempo di permanenza in atmosfera molto più breve, di circa 12 anni, perché è rimosso molto rapidamente da tutta una serie di reazioni chimiche. Nonostante quindi il metano sia un gas serra da tenere sotto stretta osservazione, i suoi effetti sono relativamente di breve durata e qualsiasi misura volta a ridurre le sue emissioni può portare rapidamente a dei benefici per il clima. Per questi motivi, efficaci piani di riduzione delle emissioni di gas serra non possono ignorare questo gas, la cui concentrazione in atmosfera è più che raddoppiata dall’era pre-industriale per effetto delle diverse attività umane. Dopo un periodo di relativa stabilità all’inizio degli anni 2000, dal 2007 si assiste a un nuovo aumento delle sue concentrazioni, con una forte accelerazione dal 2014, la più alta mai osservata negli ultimi vent’anni. A registrare questa preoccupante tendenza, lo studio pubblicato di recente sulla rivista Earth System Science Data (tra gli autori, la ricercatrice CMCC Monia Santini della Divisione IAFES), integrato e completato dall’editoriale uscito su Environmental Research Letters. Frutto della collaborazione di oltre 80 autori riuniti in un consorzio nel contesto del Global Carbon Project, lo studio illustra il bilancio aggiornato del metano globale per il periodo 2000-2012, integrando i risultati degli studi top-down (osservazioni atmosferiche) e dei modelli, degli inventari e degli approcci basati sui dati bottom-up (inclusi i modelli di processo per la stima delle emissioni superficiali terrestri e di chimica dell’atmosfera, gli inventari per le emissioni antropogeniche, ecc.). I risultati hanno evidenziato che per il decennio 2003-2012, sulla base dei metodi top-down, le emissioni globali di metano sono state pari a 558 milioni di tonnellate all’anno. Le emissioni antropogeniche, imputabili cioè alle attività umane, rappresentano circa il 60% delle emissioni totali globali. Come evidenziato dallo studio, la concentrazione del metano atmosferico sta aumentando a una velocità mai registrata negli ultimi vent’anni, con una ripresa a partire dal 2007; dal 2014-2015, le concentrazioni di metano sono aumentate a un ritmo ancora più elevato e i suoi attuali livelli in atmosfera si avvicinano a quelli previsti per RCP8.5, lo scenario più pessimista dell’ultimo rapporto IPCC (a più alta intensità di gas serra). Il principale fattore responsabile di questo rapido incremento delle concentrazioni del metano globale è soprattutto rappresentato da un aumento delle emissioni del settore agricolo, zootecnico e dei rifiuti: la fermentazione che avviene nei processi digestivi dei ruminanti e la trasformazione delle loro deiezioni, le discariche e la gestione dei rifiuti, la coltivazione del riso sono responsabili del 60% delle emissioni di metano dovute alle attività umane. Anche altre fonti di emissione, come quelle derivanti dal consumo di combustibili fossili, risultano aumentate. Le regioni tropicali sono fra i principali responsabili di questa crescita dei livelli di metano in atmosfera: le emissioni più alte sono state infatti registrate nelle regioni tropicali del Sud America, del Sud-Est Asiatico e dell’Africa (~ 50% delle emissioni globali). Altre regioni per cui si registrano alti livelli di emissioni sono Cina, Eurasia centrale e Giappone, USA, Russia, India ed Europa....

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Artico bollente

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Artico bollente

 [di Tania Salandin su scienzainrete.it] Al Polo Nord fa caldo. Oltre 20 gradi centigradi sopra la media del periodo con picchi fino a 33 gradi in alcune aree della Russia artica. Durante il 2016 sono stati via via superati tutti i record precedenti. L’Artico si è ritrovato a fine anno con temperature dell’aria spesso attorno allo 0 con punte di 8°C in una stagione che solitamente presenta temperature ben al di sotto dei -20°C. Quanto emerge dall’Arctic report card 2016 – pubblicato lo scorso dicembre e al quale hanno lavorato 61 scienziati di 11 diversi Paesi – non dà adito a dubbi, il 2016 è stato l’ennesimo anno dei primati. Sappiamo che nell’Artico la temperatura aumenta a una velocità doppia rispetto a quella di altre aree del pianeta, ma quello che sta succedendo oggi oltre l’80mo parallelo va oltre. Mentre qualcuno già parla di “Snowmageddon”, c’è chi si prepara al business del futuro. Dopo i record termici si registra infatti anche un primato nello scioglimento dei ghiacci, secondo soltanto a quello del 2012. Dal 1970 sono andati perduti circa tre quarti del ghiaccio marino e l’Artico diviene così terra di conquista. Inattese, più brevi e redditizie vie marittime si stanno aprendo e con loro nuove occasioni commerciali. Così come nuove pescose acque per l’industria ittica, mentre sulla terra ferma si prefigurano nuove opportunità per l’agricoltura, il turismo, ma soprattutto per l’industria estrattiva petrolifera e mineraria. D’altronde l’Artico è un eldorado di risorse: gas, petrolio, minerali e acqua dolce, circa 1/5 dell’approvvigionamento idrico del Pianeta. Tutto ciò contribuirà ad alterare un ecosistema unico e fondamentale per la nostra sopravvivenza e a ridisegnare i rapporti di forza tra potenze vecchie e nuove, siano esse Stati o multinazionali. Le temperature di questi ultimi mesi suggeriscono un’accelerazione del riscaldamento globale? Si tratta di un’anomalia temporanea – fanno notare cauti gli scienziati – ma il problema è che nell’Artico le anomalie si stanno presentando con frequenza e intensità sempre maggiori e sono sempre più imprevedibili. Marco Tedesco professore ordinario presso il Lamont Doherty Earth Observatory della Columbia University (NY), chiarisce: “L’anomalia in sé potrebbe non essere un fattore così importante, se non fosse che si inquadra in un’anomalia più grande: l’Artico si sta riscaldando più velocemente del resto del pianeta e questo crea reazioni a catena che favoriscono l’accelerazione del riscaldamento del Polo. Di fatto queste anomalie creano impulsi che incidono fortemente su un sistema già sotto stress”. E aggiunge: “Lo descriverei come un treno in corsa che scende lungo una collina, la discesa accentua la sua accelerazione pur senza imprimere ulteriori spinte, ma eventi estremi – queste ondate di calore – accentuano ogni volta la pendenza e questo esaspera la corsa del treno la cui velocità cresce mano a mano che la pendenza aumenta.” Tedesco fa presente che anomalie di questo tipo possono creare condizioni apparentemente non gravi ma che influenzano pesantemente il sistema. Quello che sta succedendo al ghiaccio marino è esemplificativo: “Le anomalie termiche di questi mesi non stanno facendo sciogliere il ghiaccio marino, impediscono però che se ne formi altro e che cresca in spessore. In questo modo il ghiaccio marino sarà più soggetto allo scioglimento durante la stagione estiva. Il risultato è che oggi l’estensione e, verosimilmente, il volume del ghiaccio marino sono ai minimi storici (il volume complessivo del ghiaccio marino in estate è...

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Otto punti per lo sviluppo sostenibile nell’era dell’incertezza

Posted by on 8:28 am in Notizie | Commenti disabilitati su Otto punti per lo sviluppo sostenibile nell’era dell’incertezza

Otto punti per lo sviluppo sostenibile nell’era dell’incertezza

[di Luca Aterini su greenreport.it] «La crescita del Pil non è fine a sé stessa e la sostenibilità ambientale è un requisito, non un’opzione». Dietro ai primi vagiti di questo nuovo anno s’intravede un’unica certezza: l’incertezza. Agli albori della crisi finanziaria che ancora intrappola l’Europa, rivolgendosi agli accademici della London school of economics la regina Elisabetta II chiese perché nessuno degli economisti si fosse accorto in tempo dell’imminente crack globale. I campanelli d’allarme in realtà furono molti ma vennero ignorati, come lo sono ancora oggi. Otto anni non sono bastati ad elaborare lo shock, e per il mondo occidentale non è stata una festa: lo stesso Regno Unito sta abbandonando l’Ue, i populisti avanzano in tutta Europa e Oltreoceano hanno già conquistato la presidenza Usa con Donald Trump. Nessuno avrebbe potuto prevedere un simile decorso degli eventi, e oggi ci troviamo con l’impellente necessità di trovare una nuova e affidabile bussola per navigare in queste acque inesplorate. Dove puntare? Ancora una volta un segnale arriva da Stoccolma. La capitale svedese nel 1972 ospitò la prima Conferenza delle Nazioni Unite sulla protezione dell’ambiente naturale, e la conseguente Dichiarazione di Stoccolma pose le basi politiche di ciò che oggi chiamiamo sviluppo sostenibile. In questi tempi incerti, l’Agenzia svedese per lo sviluppo internazionale (Sida) – un ente governativo che lavora per conto del Parlamento e del governo svedesi – ha chiamato a raccolta 13 dei migliori economisti del mondo, tra cui spiccano 4 ex capo-economisti della Banca mondiale (Francois Bourguignon, Kaushik Basu, il premio Nobel Joseph Stiglitz e Justin Lin, nella foto a destra). Come spiegano in questi giorni gli stessi autori su Project syndicate, la domanda di fondo che è stata rivolta loro è molto semplice: «È tempo di rivedere la saggezza economica tradizionale?». La risposta è sì, ed è declinata in 8 punti fondamentali all’interno di una nuova “Dichiarazione di Stoccolma”, la Stockholm Statement – Towards a consensus on the principles of policymaking for the contemporary world. Il documento spazia dalla necessità di «bilanciare mercato, Stato e comunità» a quella di «curare l’impatto della tecnologia globale e della disuguaglianza», fino a ricordare che «norme sociali e mentalità» sono aspetti non più trascurabili nel delineare un nuovo approccio allo sviluppo. Soprattutto, pone sul podio delle priorità tre punti fondamentali. Primo: «La crescita del Pil non è fine a sé stessa». La crescita economica, spiegano i 4 economisti-capo della Banca mondiale, è utile finché «fornisce le risorse necessarie per sostenere diverse dimensioni del benessere umano: l’occupazione, il consumo sostenibile, l’alloggio, la salute, l’istruzione e la sicurezza». Secondo: «Lo sviluppo deve essere inclusivo». In un mondo dove le disuguaglianze stanno già crescendo oltre i livelli di guardia, dovrebbe essere chiaro che quella “teoria del gocciolamento (trickle-down)” non funziona; non basta spingere la crescita economica per i ceti più abbienti sperando che arrivi a riguardare l’intera società. «Piuttosto che aspettare che sia la marea dello sviluppo a innalzare tutte le barche – sottolineano gli economisti – i politici devono garantire che nessuno sia lasciato indietro». Terzo: «La sostenibilità ambientale è un requisito, non un’opzione». Come evidenziano gli economisti, a «livello nazionale la crescita del reddito che avviene a scapito di danni ambientali è insostenibile, e quindi inaccettabile. A livello globale, il cambiamento climatico è una minaccia per salute, mezzi di sussistenza, e habitat. E imperativo che...

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In Italia da 11 centrali il 13,2% dell’elettricità e oltre il 40% della CO2

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In Italia da 11 centrali il 13,2% dell’elettricità e oltre il 40% della CO2

[di su greenreport.it] La Befana si è portata via le feste, ma non il carbone. Almeno non in Italia: come ricorda il Wwf, lungo il Paese ancora oggi sono in funzione 11 centrali a carbone, che durante il 2015 hanno fornito il 13,2% del consumo interno lordo di energia elettrica con circa 43.201 GWh. Un contributo tutto sommato modesto, che diventa però totalmente sproporzionato osservando anche le emissioni climalteranti: gli impianti a carbone hanno prodotto quasi 39 milioni di tonnellate di CO2, corrispondenti a ben oltre il 40% di tutte le emissioni del sistema elettrico nazionale. Un dato che non stupisce: tra tutti i combustibili fossili – evidenziano dal Wwf – il carbone è quello più inquinante: dalla sua combustione viene liberato il 46% delle emissioni globali di CO2. Da solo, è quindi in grado di vanificare qualsiasi sforzo di mitigazione del cambiamento climatico. Numerosissimi studi scientifici hanno inoltre dimostrato come l’inquinamento derivante dalla combustione del carbone sia causa di gravi patologie e disturbi dello sviluppo fisico e mentale umano, particolarmente nei bambini fin dalla fase prenatale. Ripercussioni gravissime che non interessano solo le aree più prossime agli impianti, ma che vanno persino oltre i confini nazionali. «Fare a meno del carbone in tempi brevissimi si può, in Europa già molti Stati l’hanno programmato, e non si vede perché l’Italia, che è meno dipendente di altri dal carbone per la produzione energetica – sottolinea Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed energia del Wwf Italia – non si affretti a mettere in atto le politiche necessarie: il Wwf le ha suggerite in un recentissimo report. Del resto, per la prima volta si assiste a un calo del consumo di carbone a livello globale (-2,7% nel 2015), nonostante l’aumento esponenziale della domanda di energia in Asia: una tendenza che, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia continuerà». La transizione in Italia potrebbe essere non poco avvantaggiata dalle contingenze venutesi a creare dietro la spinta delle rinnovabili e della crisi economica – che ha falcidiato, insieme a consumi e produzione industriale, la domanda di energia nel Paese. L’Italia nel 2015, con una potenza installata di 116.955 MW, a fronte di una punta massima assoluta della domanda di 60.491 MW, continua ad avere una sovra capacità di produzione di energia elettrica tale da costringere le centrali (specie quelle meno inquinanti e più efficienti) a funzionare a scartamento ridotto. «Oggi il nostro nemico è il carbone», aveva dichiarato due anni fa l’ex premier Matteo Renzi. Ma quelle centrali a carbone sono ancora lì. Pubblicato il...

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L’assalto mafioso ai parchi

Posted by on 3:37 pm in Notizie | Commenti disabilitati su L’assalto mafioso ai parchi

L’assalto mafioso ai parchi

[Tonino Perna su Il Manifesto] Il tentato omicidio del presidente del Parco regionale dei Nebrodi non è un fatto isolato, anche se finora in nessun parco naturale si era giunti a tanto. Quest’inverno una testa di capretto mozzata è stata appoggiata sul cofano dell’auto del presidente del Parco d’Aspromonte, che aveva già subito negli anni scorsi diverse minacce (con relativi proiettili in buste consegnate dal postino). Ed in passato anche i presidenti del Parco del Pollino, del Salento e del Vesuvio, che faceva abbattere le case abusive, avevano subito minacce. Ma, l’assalto più pesante, anche se poco conosciuto, è quello che le aree protette subiscono in tutto il mondo a causa di questo modello di sviluppo. Secondo la Iucn, l’International Union for the Conservation of Nature, la superficie delle aree protette nel mondo è pari oggi a circa il 13 per cento delle terre emerse. Ne fanno parte tanto le riserve naturali a conservazione integrale, quanto i parchi naturali, che si distinguono in nazionali e regionali ed hanno un livello di protezione ambientale articolato in base al grado di antropizzazione dell’area. In Italia l’estensione delle aree protette è cresciuta esponenzialmente pochi anni dopo che è stata varata la legge 394/91, fortemente voluta dai Verdi e dal primo ministro per l’Ambiente Giorgio Ruffolo. Si è passati così da 5 parchi naturali nazionali esistenti al 1991 ai 23 di oggi, più un centinaio di parchi naturali regionali e riserve di natura integrali. Purtroppo, a questa crescita quantitativa si è accompagnata, in tutto il pianeta, una perdita di qualità e valore d’uso dei parchi naturali, soggetti agli attacchi di interessi economici grandi e piccoli, a quella «guerra al vivente» ben descritta e documentata da Jean Paul Berlan (Bollati-Boringhieri, 2001). Dall’Alaska alla Colombia, dall’Equador alla Nigeria, dall’Australia ai grandi laghi della FederazioneRussa, la guerra economica ai parchi naturali viene condotta in nome del progresso e dello sviluppo. Le  leggi nazionali vengono fatte a pezzi, gli Stati concedono deroghe e contraddicono se stessi, premettendo alle imprese multinazionali di sfruttare risorse naturali, far passare oleodotti, scavare nuove miniere, sfruttare le rocce bituminose (shale gas), come nei parchi delle Rocky Mountains. Un caso emblematico, che è stato raccontato su questo giornale (il manifesto, Nd.R) da Giuseppe De Marzo e dalla indimenticabile Giuseppina Ciuffreda, è quello degli indios U’wa nel Nord della Colombia. La multinazionale nordamericana Oxy aveva ottenuto dal governo colombiano la possibilità di sfruttare il petrolio presente nelle montagne dove vivono da sempre gli U’wa. Era sempre andata bene alla Oxy (Occidental) come alle altre multinazionali presenti nel paese dei narcotraficantes. Bastava pagare qualche tangente, al governo e/o alla guerriglia o, più spesso, a tutti e due, e le cose si mettevano a posto. Non avevano considerato che in quelle montagne viveva un popolo che aveva ancora una cultura, un’identità e un credo. Non sapevano che per gli U’wa «il petrolio è il sangue della terra, le sue vene, che gli danno la vita». Se togli il petrolio a quelle montagne è come se togliessi il sangue ad un uomo. Non pensavano che un piccolo popolo potesse arrivare a far causa ad una potente impresa multinazionale, che arrivasse a vincere la causa di fronte ad un tribunale degli Stati Uniti. E’ una storia che ha un grande significato: quando un luogo ha una forte valenza...

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Il golpe brasiliano e la tragedia della riforma agraria

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Il golpe brasiliano e la tragedia della riforma agraria

[di Joao Pedro Stedile su ecologiapolitica.org, trad. di Serena Romagnoli] È finito un altro anno. Il 2016 è stato una tragedia per la riforma agraria. Abbiamo perso! Ancora un anno nella lotta per vedere la terra distribuita meglio, per un nuovo modello di sviluppo dell’agricoltura rivolto agli interessi del nostro popolo. E perché dico che è stato un anno perduto? Perché abbiamo passato l’intero anno in una lotta politica che ha portato a un golpe mediatico, giuridico e del congresso brasiliano che ha destituito la presidente Dilma Roussef, eletta democraticamente. E con i golpisti che hanno assunto il potere sono rappresentati in maniera totale gli interessi dell’agribusiness, dei latifondisti, delle grandi corporation transnazionali dell’agricoltura, che ora controllano il congresso, il potere giudiziario e i media corporativi. Con un rapporto di forze così squilibrato, gli interessi dei lavoratori rurali, dei contadini sono stati duramente colpiti e, in particolare per quanto riguarda gli indici della riforma agraria, non c’è stata nessuna nuova espropriazione, nessun nuovo insediamento mentre, per consolidare il golpe, il governo illegittimo ha abolito il MDA (Ministero dello Sviluppo Agrario) e ha trasformato l’INCRA (Istituto Nazionale per la Riforma Agraria) in una mera agenzia di affari, che fa, nelle varie sovrintendenze, lottizzazioni solo per interessi meschini di partito, che prima criticavano nella pratica del PT e dello stesso PMDB. Se tutto questo non bastasse, ora, a fine d’anno, siamo stati sorpresi da molte iniziative dei golpisti. Hanno promulgato il 22 dicembre, senza nessuna discussione con i movimenti, con la società, una misura provvisoria che paralizza ancora di più la riforma agraria ma soprattutto incorpora nella legislazione due elementi molto gravi. 1. Prima di tutto legalizza ogni forma di appropriazione indebita delle terre pubbliche in Amazzonia e quindi tutti quei latifondisti che si sono appropriati illegalmente di terre pubbliche in questi anni potranno regolarizzarle in modo molto rapido e praticamente senza spese. 2. La seconda misura che stanno proponendo è liberalizzare, stimolare gli insediati beneficiari della riforma agraria in questi 30 anni a ricevere un titolo individuale del proprio lotto e così poter vendere facilmente la terra. E a chi la venderebbero? Certamente ai fazendeiros vicini, desiderosi di riconcentrare la proprietà della terra in Brasile. E oltre alla misura provvisoria, stanno annunciando, e già l’hanno avviata al congresso, la riforma della previdenza, che avrà gravi conseguenze per tutto il mondo rurale perché accresce di 10 anni l’età minima per il pensionamento, portandola a 65 anni, svincola tutti i benefici della previdenza dal salario minimo e quindi nel futuro questi benefici saranno stabiliti in relazione alla volontà del ministro dell’economia che utilizzerà decreti. Se verrà approvata la riforma della previdenza avrà conseguenze gravissime non solo per i contadini e per la permanenza delle famiglie in ambiente rurale, ma anche per l’economia dei piccoli comuni della parte interna del paese. I sindaci lo sanno bene e così i commercianti che sono i benefici della previdenza che fanno movimentare il piccolo commercio e l’economia dei piccoli comuni dell’interno del paese. Infine il governo golpista annuncia che ci sarà una legge per liberalizzare la vendita delle nostre terre ai capitali stranieri, cosa che neanche le forze armate brasiliane dicono di poter accettare. Quindi compagni e compagne stiamo terminando un anno molto triste per gli interessi dei contadini, degli agricoltori familiari, dell’agricoltura brasiliana e del...

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Serve 10 volte più tecnologia verde per rispettare gli obiettivi sulle emissioni di gas serra

Posted by on 2:53 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Serve 10 volte più tecnologia verde per rispettare gli obiettivi sulle emissioni di gas serra

Serve 10 volte più tecnologia verde per rispettare gli obiettivi sulle emissioni di gas serra

[di Umberto Mazzantini su greenreport.it] Lo sviluppo e distribuzione delle innovazioni in campo ambientale deve decuplicare la propria velocità per centrare l’Accordo di Parigi. Secondo lo studio “Delay-induced Rebounds in CO2 Emissions and Critical Time-Scales to Meet Global Warming Targets“, pubblicato su Earth’s Future da un team della Duke University, «la diffusione globale delle tecnologie verdi deve accelerare in modo significativo al fine di evitare futuri rimbalzi delle emissioni di gas serra». Il principale autore dello studio, l’italiano Gabriele Manoli, che ora lavora all’istituto di ingegneria ambientale dell’ETH Zürich, spiega che «sulla base dei nostri calcoli, non riusciremo a soddisfare gli obiettivi riscaldamento climatico stabiliti dall’accordo di Parigi, a meno di accelerare la diffusione delle tecnologie pulite». Quanto? Circa 10 volte più velocemente rispetto al passato», spiega Manoli. Sono infatti «necessarie nuove strategie radicali per implementare i progressi tecnologici su scala globale e a tassi senza precedenti, se devono essere raggiunti gli attuali obiettivi di emissioni». Nello studio, al quale hanno partecipato anche Gabriel G. Katul della Nicholas school of the environment and earth sciences della Duke University, e Marco Marani, che lavora anche al Dipartimento di ingegneria civile, edile e ambientale dell’università di Padova, sono state utilizzate particolari equazioni differenziali per calcolare il ritmo con cui sono aumentate le emissioni globali pro-capite di CO2 dopo la seconda rivoluzione industriale – un periodo di rapida industrializzazione, alla fine del IXX secolo e all’inizio del XX secolo. I tre ricercatori hanno poi confrontato questo ritmo con la velocità di diffusione delle nuove innovazioni nelle tecnologie low carbon. Quindi hanno utilizzato questi trend storici insieme alle proiezioni di crescita della popolazione mondiale e sono stati in grado di stimare il probabile ritmo dei futuri incrementi delle emissioni e di determinare anche la velocità con cui devono avanzare l’innovazione tecnologica e la diffusione delle tecnologie per contenere il riscaldamento globale al di sotto dell’obiettivo massimo di +2 °C – un impegno sottoscritto anche dall’Italia – concordato a Parigi. «Non è più sufficiente avere tecnologie per la riduzione delle emissioni – sottolinea Manoli – Le dobbiamo incrementare e diffondere a livello globale a una velocità senza precedenti». Lo studio italo-statunitnse dimostra che, dalla seconda rivoluzione industriale, le emissioni pro capite di CO2 sono aumentate di circa il 100% ogni 60 anni, in genere compiendo grandi salti. Questa “crescita puntiforme” si è verificata in gran parte a causa di sfasamenti temporali nella diffusione dei progressi tecnologici per il contenimento delle emissioni, che vengono aggravati dagli effetti della rapida crescita della popolazione. «A volte questi ritardi sono di natura tecnica, ma come dimostra ampiamente la storia recente – conclude Manoli – possono anche essere causati da ostacoli politici o economici. Qualunque sia la causa, la nostra quantificazione dei ritardi storicamente associati a tali sfide dimostra che ora è necessario accelerare di 10 volte la diffusione delle tecnologie verdi per ritardare l’orologio dell’apocalisse». Pubblicato il...

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Banca Mondiale: la crisi idrica di Gaza ha causato danni irreversibili

Posted by on 1:34 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Banca Mondiale: la crisi idrica di Gaza ha causato danni irreversibili

Banca Mondiale: la crisi idrica di Gaza ha causato danni irreversibili

[di Amira Hass su Haaretz trad. Cristiana Cavagna] In un’intervista ad Haaretz l’esperto locale della banca avverte che, senza un maggior flusso di acqua da Israele, Gaza diventerà invivibile entro il 2020. Secondo un importante esperto di risanamento idrico della Banca Mondiale un danno irreversibile è già stato arrecato a parti dell’acquifero costiero della Striscia di Gaza, in seguito all’eccessivo pompaggio e all’infiltrazione di acqua marina. L’istituto finanziario è una tra le tante organizzazioni locali ed internazionali che negli ultimi 20 anni hanno dato l’allarme e tentato di impedire che questo accadesse. “In termini ecologici il danno all’acquifero sta peggiorando e studi hanno dimostrato un costante aumento della salinità dell’acqua”, ha detto Adnan Ghosheh. Questo avvicina la Striscia di Gaza alla situazione che le Nazioni Unite avevano previsto nel 2014: sarà inabitabile entro il 2020. Per esprimere ancora una volta l’urgenza di rimediare alla situazione, la Banca Mondiale all’inizio del mese ha emesso un comunicato stampa in seguito al quale Haaretz ha intervistato Ghosheh. Gran parte delle informazioni contenute nel comunicato stampa non sono nuove. Si segnala che, mentre il 90% degli abitanti della Cisgiordania e l’85% di quelli del Medio Oriente e del Nord Africa hanno accesso all’acqua potabile, solo il 10% dei circa 2 milioni di abitanti di Gaza possono bere in sicurezza l’acqua corrente nelle loro case. Il restante 90% non mette nemmeno in relazione il bere acqua con il semplice atto del girare un rubinetto: la loro acqua è troppo salata a causa dell’infiltrazione di acqua marina e troppo pericolosa a causa dei liquami o delle acque nere che penetrano nelle falde acquifere. Nel comunicato stampa Ghosheh ha detto: “La popolazione di Gaza non può utilizzare l’acqua che arriva nelle case per bere; la usano per uso domestico, ma per bere devono contare su autobotti. Ci sono circa 150 operatori che forniscono una sorta di acqua desalinizzata, che è stata filtrata per renderla potabile e adatta a cuocere cibi. E’ più cara dell’acqua del rubinetto”, ha aggiunto, e dal punto di vista igienico non è sicura e non soddisfa gli standard relativi all’acqua potabile. I problemi collegati all’inquinamento ed alla carenza d’acqua comprendono disturbi intestinali, gastroenterite, alti tassi di malattia tra i bambini, malattie della pelle ed altri disturbi. Pochi abitanti di Gaza hanno la possibilità di avere in casa un impianto di trattamento delle acque, mentre altri comprano acqua purificata almeno per lavare i bambini – ma non sono molti a poter sostenere questa spesa nell’impoverita Striscia di Gaza. La Banca Mondiale afferma che la ragione della caduta del livello dell’acqua dell’acquifero è dovuta all’eccessivo pompaggio a causa della crescita della popolazione. Il comunicato stampa non cita il fatto fondamentale che Israele ha il controllo dell’acqua sia sul proprio territorio sia nei territori occupati e non riconosce il principio dell’equa distribuzione dell’acqua tra i due popoli. Le disposizioni sull’acqua imposte ai palestinesi dagli Accordi di Oslo trattano Gaza in termini di economia idrica autarchica. Il che significa che i 2 milioni di abitanti di Gaza si devono accontentare di quella parte dell’acquifero costiero che aveva la stessa portata idrica per circa 270.000 persone nel 1949 (200.000 rifugiati e gli altri abitanti autoctoni). La quantità di acqua annuale fornita dalla parte di acquifero della Striscia di Gaza è di circa 57 milioni di metri cubi. Gli...

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Rifiuti e raccolta differenziata in Italia, a che punto siamo

Posted by on 8:47 am in Notizie | Commenti disabilitati su Rifiuti e raccolta differenziata in Italia, a che punto siamo

Rifiuti e raccolta differenziata in Italia, a che punto siamo

[si Rudi Bressa su lifegate.it] Poco meno della metà dei rifiuti urbani viene differenziata. Ridotta, di molto, la quantità che finisce in discarica, mentre cresce la frazione incenerita. Si producono meno rifiuti, se ne differenziano la metà. Di questi arrivano al riciclaggio il 44 per cento, dat in crescita. E si riduce notevolmente la quantità di quelli che finiscono in discarica (-16%). Il Nord traina l’Italia sulla raccolta differenziata, mentre il Centro nella riduzione a monte. È un quadro con luci e ombre quello dipinto dal “Rapporto Rifiuti Urbani 2016”, che raccoglie i dati Ispra aggiornati al 2015 sui rifiuti urbani negli 8000 comuni italiani. Da un lato è stata ridotta la produzione di rifiuti urbani, di un piccolo 0,4 per cento rispetto all’anno precedente, ma di un buon 5,9 per cento rispetto al 2011 (si parla di 1,9 milioni di tonnellate). È aumentata anche la frazione dei rifiuti differenziata rispetto all’anno precedente raggiungendo il 47,5 per cento della produzione nazionale: poco meno della metà dei Rsu viene differenziata, superando quota 14 milioni di tonnellate. Raccolta differenziata, le differenze tra Nord e Sud È il Nord a trainare il resto del Paese, con 8 milioni di tonnellate, nel Centro sono quasi 2,9 milioni mentre il Sud si ferma a 3,1 milioni di tonnellate. Il Veneto è la regione più virtuosa, con un ottimo 68,8 per cento, seguita dal Trentino Alto Adige con un 67,4  per cento. Seguono Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Marche. Tra le peggiori della classe Liguria, Lazio, Basilicata e Puglia. Da segnalare invece il grande balzo della Calabria con +6 punti rispetto al 2014. Entrando più nello specifico, Treviso è prima con un 84 per cento, seguita dalla provincia di Mantova (79,9 per cento) e da Pordenone con un 78,4 per cento. Fanalino di coda Palermo (7,8 per cento), Siracusa (7,9 per cento), Messina (10,1 per cento) ed Enna (10,8 per cento). Il trattamento dei rifiuti Di quei 29,5 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti, quasi la metà viene differenziata, tra organico, carta e cartone, vetro, plastica e metalli e Raee. Di questa frazione il 44 per cento viene riciclato, per tornare nel ciclo produttivo come materia prima seconda. La parte restante dei rifiuti urbani trova poi altre due strade principali: un 19 per cento viene incenerito, con un aumento di circa il 5 per cento rispetto l’anno precedente, mentre circa un quarto di questi trova la propria destinazione nelle discariche. Da sottolineare comunque una riduzione di circa il 16 per cento rispetto al 2014. Cifra che mette l’Italia sulla buona strada proposta dalla Commissione europea verso la cosiddetta “discarica zero”, almeno per quanto riguarda la frazione dei rifiuti raccolti tramite differenziata. L’Ispra sottolinea come ci siano “buone possibilità per l’Italia di centrare l’obiettivo riciclaggio europeo, anche prima del 2020”. Il target da conseguire secondo la direttiva europea è del 50 per cento entro il 2020. “Considerando l’aumento dei tassi di riciclaggio osservati negli ultimi anni – conclude l’Istituto – l’obiettivo potrebbe essere conseguito prima della scadenza del 2020”. (Pubblicato il...

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Registri tumori: tra mancanza di decreti attuativi e il nodo privacy

Posted by on 8:37 am in Notizie | Commenti disabilitati su Registri tumori: tra mancanza di decreti attuativi e il nodo privacy

Registri tumori: tra mancanza di decreti attuativi e il nodo privacy

[di Chiara Daina su ilfattoquotidiano.it] Non esiste al momento un regolamento nazionale sull’accesso ai dati sensibili dei pazienti ai fini dell’indagine. Gli epidemiologi incaricati di raccogliere le informazioni sanitarie dei malati di cancro si arrangiano alla bell’e meglio per aggirare l’ostacolo. E nella maggior parte dei casi – ogni volta che devono attingere ai flussi informativi extraregionali – sono costretti a violare il codice della privacy. Da Nord a Sud, i racconti dei medici costretti a sotterfugi pur di mantenere in vita un progetto di fondamentale importanza. I registri dei tumori in Italia sono intrappolati in una palude burocratica. Tanto che oggi alcuni medici, per la troppa fatica nel compilarli, minacciano di chiuderli. Nati a partire dalla fine degli anni Ottanta, cresciuti all’ombra della legge statuale per oltre trent’anni, è solo nel 2012 con il decreto Crescita 2.0 (dl 179/2012 convertito con legge 221/2012) che viene istituita per la prima volta la rete nazionale dei registri tumori. Un progetto però che, a distanza di quattro anni, resta ancora lettera morta. Mancano infatti le norme attuative indispensabili per dare corpo a questi registri. Il problema più urgente riguarda la privacy. Non esiste al momento un regolamento nazionale sull’accesso ai dati sensibili dei pazienti ai fini dell’indagine. Gli epidemiologi incaricati di raccogliere le informazioni sanitarie dei malati di cancro si arrangiano alla bell’e meglio per aggirare l’ostacolo. E nella maggior parte dei casi – ogni volta che devono attingere ai flussi informativi extraregionali – sono costretti a violare il codice della privacy. “Sembriamo dei carbonari – si sfoga Paolo Ricci, responsabile del registro di Mantova, terra di confine tra Lombardia, Emilia Romagna e Veneto – Se un cittadino va a curarsi fuori regione, l’ospedale non può rilasciare i suoi dati sanitari in via ufficiale. È attraverso una rete sotterranea di scambi informali che riesco a ottenere tutto quello che mi serve per la ricerca. Mi riferisco a scheda di dimissione ospedaliera, cartella clinica, accertamenti diagnostici, consumo di farmaci e cause di morte. Chiamo il collega e devo sperare che per solidarietà mi passi tutti questi documenti. Non sempre va bene, per esempio dalle strutture dell’Emilia Romagna non mi danno niente. Alla fine recupero a malapena la metà dei dati dalle altre regioni. Devo fare il mio lavoro con le mani legate, impiego il doppio delle energie, è una disperazione, se le regole non cambiano al più presto saremo costretti a chiudere”. Nessun divieto se l’altro ospedale si trova in Lombardia: “Ci sono dei decreti regionali che consentono il trattamento delle informazioni sanitarie, ma i mantovani che si fanno ricoverare a Bologna o Verona, piuttosto che a Milano, sono parecchi”. Un altro modo per bypassare il consenso informato da parte del paziente (una condizione evidentemente impossibile da soddisfare quando si tratta di fare inchieste su larga scala), ci confessano alcuni medici, è quello di sfruttare i documenti raccolti dalla magistratura in caso di indagini aperte sui siti inquinati. Oppure, nei territori dove la migrazione sanitaria è altissima, “l’unica maniera per portare avanti il registro è affidarsi alle carte che il paziente allega alla domanda per l’esenzione del ticket sanitario o per il certificato di invalidità – racconta Mario Fusco, responsabile del registro tumori di Napoli – Magari però fossero dati informatizzati: dobbiamo rovistare tra i faldoni negli scantinati. Di alcuni pazienti poi non riusciamo a recuperare i referti istologici, arriviamo a una copertura dell’87 per cento”. Col risultato che i calcoli finali non sono affidabili al cento per cento. Da Crotone il dottor Carmine La Greca conferma che aggiornare il registro è un vero travaglio: “Lavoriamo sui fili...

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