CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Contro le catastrofi conviene investire sui più poveri

Posted by on 8:57 am in Notizie | Commenti disabilitati su Contro le catastrofi conviene investire sui più poveri

Contro le catastrofi conviene investire sui più poveri

[di Cristina Da Rold su scienzainrete.it] Che le calamità naturali influenzino l’aumento della povertà, e in particolare che abbiano un impatto maggiore sulle popolazioni più povere, è noto. Meno noto è ciò che emerge da un recente rapporto della World Bank in occasione del meeting sul cambiamento climatico di Marrakech, è cioè che l’impatto reale di questi eventi avversi sul benessere delle popolazioni più povere è maggiore di quanto comunemente stimiamo. Dal rapporto della Banca Mondiale emerge anche che lavorare per potenziare la resilienza delle comunità più povere può produrre a un risparmio nell’ordine di grandezza di 100 miliardi di dollari ogni anno, riducendo l’impatto di questi avvenimenti sul benessere dei cittadini del 20%. Sono stime abbastanza dettagliate, che derivano da un’analisi condotta dalla World Bank su 117 paesi e che riportano per la prima volta non solo i benefici di alcune azioni sui patrimoni dei paesi colpiti poveri da calamità, ma anche sul livello di benessere, e quindi sulla loro resilienza. Stiamo parlando per esempio di allargamento dell’offerta di personal banking, polizze assicurative o sistemi di protezione sociale. Queste comunità sono sovraesposte agli eventi catastrofici, presentano strutture sociali e infrastrutture più vulnerabili, e una minore capacità di far fronte agli eventi e recuperare quanto perduto e ricostruire. Inoltre le conseguenze di questi eventi su scuola e salute tendono a essere più permanenti rispetto alle comunità più ricche, così come gli effetti sui comportamenti degli abitanti quanto a risparmio e investimenti. Un senso, insomma, di maggiore inerzia, che si traduce ovviamente in una minore resilienza. Per valutare i potenziali benefici dei progetti che proteggono le popolazioni contro i rischi non conta solo quanti benefici un progetto riesce a generare, ma anche quante persone ci guadagnano. Il principale dato che emerge dallo studio è infatti che nel caso delle comunità più povere incide maggiormente la perdita di benessere rispetto alla perdita di patrimonio. A livello globale, nei casi di calamità naturali il 20% più povero si ritrova con l’11% di perdite patrimoniali in senso stretto, ma con il 47% di perdite in termini di benessere nella propria vita quotidiana. Le perdite patrimoniali fra i più poveri sono dunque la metà delle perdite medie, mentre le perdite in termini di benessere risultano oltre due volte maggiori. La tesi qui è che lavorare sulla prevenzione fra i più poveri paga di più in termini di benessere, e quindi di resilienza e quindi ancora una volta di prevenzione, innescando un circolo virtuoso di empowerment. I conti sono presto fatti. Gli scenari proposti dagli analisti della World Bank sono due: il primo comprende una riduzione del 5 per cento nella quota di popolazione esposta ai rischi naturali, scegliendo solo il 20% più povero in ogni paese. Se il mondo intero realizzasse questo proposito, le perdite patrimoniali evitate stimate sarebbero – secondo la World Bank – pari a circa 7 miliardi di dollari all’anno. In termini di benessere si tratterebbe di un guadagno quasi 6 volte maggiore: 40 miliardi di dollari. Il secondo scenario implicherebbe invece di ridurre la quota di popolazione mondiale esposta ai rischi naturali del 5 per cento, lavorando però sull’80 per cento rimanente, esclusi cioè i poverissimi. In questo caso le perdite patrimoniali evitate sarebbe molto maggiori, circa 19 miliardi di dollari, ma l’aumento di guadagno in termini di benessere sarebbe della metà, intorno...

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Posted by on 12:50 pm in News | Commenti disabilitati su

[accionecologica.org, 13th of January 2017] Dearest friends, We want to publicly acknowledge the thousands of letters, embraces and messages that we have received from every corner of the world. We have, indeed, received an answer that for many, was unexpected: the Ecuadorean government has desisted in its intent to close Acción Ecológica. We have known (between you and us) how to defend our right to solidarity, to participation, and to denounce the aggressions against nature. Even though it might seem strange to celebrate this, we do, because the risk of losing those rights approached, and it was terrifying. Our defense of nature might be uncomfortable for groups of power, and to the transnational companies, and perhaps especially to the Chinese, as their companies are present in all of our national territory with their extractive projects and construccion of megainfraestructure But we recognize that our organization is also profoundly loved and respected by communities and individuales with whom we have worked. And put in the balanece, their lack of comfort on the one hand, and the love and respect on the other, the latter weighs more. We live in a country marked by socio-environmental conflicts, oil exploitation in areas such as the Yasuní, mining in the Cordillera del Cóndor, and agrofuels in our dry and tropical forests. With such assault to territories, custodians of nature have called on us to participate, to be in solidarity, and to denounce such aggressions. We will continue to do so, with our intellectual and political support, with our presence in the streets, and through the construction of shared work – in order to confront the different causes and forms of aggressions against nature. In accordance with our vision and mission, we commit to continue working so that the intelligence respects the Earth, and so that the Earth can sustain humanity. We thank all of you for being there, and for giving life to and amplifying our voice, and for touching us with your loving drumbeats of peace, with justice and dignity. ACCION ECOLOGICA Together we are the inextinguishable fever, the little light that leads, and the expanse that crosses the night. Ecuador’s leading environmental group fights to stop forced closure [David Hill for The Guardian of 7 January] NGO Acción Ecológica responds to the government’s attempt to close the organization down. Members of one of Latin America’s most well-known environmental organisations, Acción Ecológica, are fighting for their survival against a controversial attempt by Ecuador’s government to shut them down. The move by the government came six days after violence between soldiers, police and indigenous Shuar people opposed to a Chinese-run copper development, Panantza-San Carlos, in the Cordillera del Condor region, and just two days after Acción Ecológica had called for a Truth Commission to be set up to investigate events there. The attempt to close the organisation has sparked severe criticism from UN human rights experts and outrage from numerous civil society organisations in Latin America and elsewhere. On 20 December the Vice-Minister for Internal Security, Diego Torres Saldaña, requested the Minister of Environment, Walter Garcia Cedeño, to begin the process to “immediately dissolve” the Quito-based organisation. According to Torres Saldaña, Acción Ecológica has been using social media to express support for violence by Shuar against soldiers and police, to claim that extractive operations will negatively affect the environment,...

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XII Rapporto “Qualità dell’ambiente urbano” Edizione 2016

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XII Rapporto “Qualità dell’ambiente urbano” Edizione 2016

[su isprambiente.gov.it] Il Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano  (RAU) è giunto alla XII edizione. Realizzato dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente – SNPA, si è consolidato negli anni come un riferimento per gli addetti ai lavori e per gli utenti grazie anche alle analisi e alle valutazioni degli esperti dell’SNPA sui numerosi dati  presentati, accompagnando il lettore alla comprensione dei fenomeni. L’edizione 2016 del Rapporto aggiorna per tutti i 116 capoluoghi di provincia italiani un insieme di indicatori fondamentali per l’analisi della qualità ambientale delle città e per la valutazione della qualità della vita nelle aree urbane italiane. Numerosi  i temi di interesse ambientale trattati alla scala urbana: fattori demografici, suolo e territorio, infrastrutture verdi, acqua, qualità dell’aria, rifiuti, attività industriali, trasporti e mobilità, esposizione all’inquinamento elettromagnetico e acustico, azioni e strumenti per la sostenibilità locale. Dal 2007 il RAU è accompagnato da un Focus di approfondimento che per l’edizione 2016 affronta il tema dell’inquinamento atmosferico e degli effetti sulla salute. Il Focus 2016 è stato coordinato da ISPRA, ARPA Lombardia, ARPA Piemonte e ARPAE Emilia Romagna. Programma Comunicato stampa XII Rapporto Qualità dell’ambiente urbano Focus su Inquinamento atmosferico nelle aree urbane ed effetti sulla salute Video: XII Rapporto Aree Urbane...

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Pubblicata in Gazzetta ufficiale la Direttiva sui limiti nazionali di emissioni

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Pubblicata in Gazzetta ufficiale la Direttiva sui limiti nazionali di emissioni

[di Eleonora Santucci su greenreport.it] È stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale europea la direttiva sui limiti nazionali di emissioni. La nuova direttiva – che modifica la direttiva 2003/35/CE e abroga la direttiva 2001/81/CE – stabilisce gli impegni di riduzione delle emissioni per le emissioni atmosferiche antropogeniche degli Stati membri di biossido di zolfo (SO2), ossidi di azoto (NOx), composti organici volatili non metanici (COVNM), ammoniaca (NH3), e particolato fine (PM2,5). Inoltre impone agli Stati l’elaborazione, l’adozione e l’attuazione di programmi nazionali di controllo dell’inquinamento atmosferico e il monitoraggio e la comunicazione agli inquinanti e ai loro effetti. In tal modo si cerca di conseguire livelli di qualità dell’aria che non comportino significativi impatti negativi e rischi significativi per la salute umana e l’ambiente. La nuova direttiva, quindi, contribuisce al raggiungimento di una serie di obiettivi europei. Non solo l’obiettivo di qualità dell’aria stabilito nella legislazione dell’Unione e anche quello stabilito dagli orientamenti dell’Organizzazione mondiale della sanità, ma pure quelli in materia di biodiversità e di ecosistemi in linea con il settimo programma d’azione per l’ambiente. Con le nuove disposizioni il legislatore Ue cerca di rafforzare le sinergie tra la politica dell’Unione in materia di qualità dell’aria e altre politiche pertinenti dell’Unione, in particolare le politiche in materia di clima e di energia. Inoltre contribuisce a ridurre i costi sanitari dell’inquinamento atmosferico nell’Unione, cercando di migliorando il benessere dei cittadini dell’Unione, e di agevolare la transizione verso un’economia verde. La direttiva, fra l’altro dovrebbe contribuire alla progressiva riduzione dell’inquinamento atmosferico, basandosi sulle riduzioni realizzate dalla legislazione dell’Unione in materia di controllo dell’inquinamento atmosferico alla fonte, intesa a ridurre le emissioni di determinate sostanze. Dunque, gli Stati membri dovrebbero rispettare gli impegni di riduzione delle emissioni stabiliti dalla direttiva dal 2020 al 2029 e a partire dal 2030. Per garantire progressi concreti verso il conseguimento degli impegni per il 2030, gli Stati membri dovrebbero individuare nel 2025 livelli di emissione indicativi che siano tecnicamente fattibili e non comportino costi sproporzionati. Gli Stati che dovrebbero adoperarsi per rispettare detti livelli. Qualora le emissioni del 2025 non possano essere limitate secondo la traiettoria stabilita, è richiesto che gli Stati membri spieghino i motivi di tale scostamento, nonché le misure che li ricondurrebbero sulla loro traiettoria, nelle relazioni previste. Gli impegni nazionali di riduzione stabiliti dall’Ue sono basati sul potenziale di riduzione stimato di ciascuno Stato membro contenuto nella relazione n. 16 della strategia tematica sull’inquinamento atmosferico del gennaio 2015. Nello specifico sono basate sull’esame tecnico delle differenze tra le stime nazionali e quelle della relazione e sull’obiettivo politico di mantenere la riduzione complessiva dell’impatto sulla salute entro il 2030 (rispetto al 2005) il più vicino possibile a quella della proposta della Commissione per la presente direttiva. Per l’Italia è stabilito che la riduzione delle emissioni di So2 rispetto al 2005 debba essere per qualsiasi anno dal 2020 al 2029 del 35%, mentre a partire dal 2030 del 71%; per Nox  del 40% per qualsiasi anno dal 2020 al 2029 e a partire dal 2030 del 65%; per Covnm per qualsiasi anno dal 2020 al 2029 del 35% e a partire dal 2030 del 46%; per Nh3 per qualsiasi anno dal 2020 al 2029 del 5% e a partire dal 2030 del 15%; per Pm2,5 per qualsiasi anno dal 2020 al 2029 del 10% e a...

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Rapporto Epa: il fracking è una minaccia per acqua e ambiente

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Rapporto Epa: il fracking è una minaccia per acqua e ambiente

[su greenreport.it] L’Environmental protection agency (Epa), ha pubblicato  il rapporto finale “Hydraulic Fracturing for Oil and Gas: Impacts from the Hydraulic Fracturing Water Cycle on Drinking Water Resources in the United States”  che farà probabilmente arrabbiare ulteriormente il presidente eletto Donald Trump e il suo staff di negazionisti climatici e amici dei petrolieri che si preparano a demolire l’agenzia ambientale Usa. Infatti,  il rapporto «fornisce una revisione e la sintesi delle informazioni scientifiche disponibili riguardo al rapporto tra le attività di fratturazione idraulica e le risorse di acqua potabile negli Stati Uniti» e il quadro che ne emerge è preoccupante: «Epa ha trovato prove scientifiche che, in alcune circostanze, le attività di fratturazione idraulica possono influenzare le risorse di acqua potabile. Il rapporto individua alcune condizioni in base alle quali gli impatti derivanti dalle attività di fratturazione idraulica possono essere più frequenti o gravi: prelievi di acqua per fratturazione idraulica in periodi o aree con bassa disponibilità di acqua, in particolare nelle aree con limitate risorse idriche sotterranee o in declino; Le fuoriuscite durante la movimentazione di fluidi idraulici della fratturazione e delle sostanze chimiche o dell’acqua prodotta che si traducono in grandi volumi o alte concentrazioni di sostanze chimiche che raggiungono le risorse idriche sotterranee; L’iniezione dei fluidi per la fratturazione idraulica in pozzi con integrità meccanica inadeguata, consentendo ai gas o ai liquidi di passare nelle  risorse idriche sotterranee; L’iniezione di fluidi per la fratturazione idraulica direttamente nelle  risorse idriche sotterranee; Lo scarico di acque reflue della fratturazione idraulica trattate inadeguatamente nelle acque superficiali; Lo smaltimento o lo stoccaggio delle acque reflue della fratturazione idraulica in vasche prive di guaina, con conseguente contaminazione delle risorse idriche sotterranee». L’Epa fa anche presente che i dati lacunosi e le incertezze limitano la sua capacità di valutare appieno il potenziale impatto sulle risorse idriche potabili, sia a livello locale che nazionale e che «A causa di queste lacune e incertezze dei dati, non è stato possibile caratterizzare appieno la gravità degli impatti, né è stato possibile calcolare o stimare la frequenza nazionale degli impatti sulle risorse di acqua potabile delle attività nel ciclo idrico della fratturazione idraulica». Tom Burke, amministratore dell’Office of research and development e science advisor dell’Epa spiega che lo studio è stato richiesto all’agenzia dal Congresso per valutare l’impatto del fracking sull’acqua potabile e che si è avvalso anche dei dati contenuti in 13 relazioni tecnichee altrettanti studi apparsi su riviste scientifiche. «Alla fine . scrive Burke sul suo blog – credo che la valutazione rispecchi in pieno lo stato attuale della scienza. Cita oltre 1.200 fonti, tra cui pubblicazioni, rapporti tecnici, i risultati delle ricerche peer-reviewed dell’Agenzia, e le informazioni fornite dall’industria, dagli stati, dalle tribù, dalle organizzazioni non governative e altri membri interessati del pubblico. Gli Stati e l’industria possono ora avere una maggiore  comprensione scientifica acquisita attraverso questa valutazione per molte altre risorse – tra cui capacità ingegneristica e tecnologica – per garantire che la fratturazione idraulica sia condotta in modo sicuro e responsabile». Burke però ci tiene a sottolineare una cosa che ha molto a che fare con il clima di caccia agli scienziati che si respira nell’America di Trump: «Ma c’è un ultimo punto che non dovrebbe essere sorvolato e che è la forza del procedimento scientifico. Vi posso dire per esperienza che la buona scienza...

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Italia in dissesto: 2 milioni di cittadini a rischio alluvione e 22mila frane censite

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Italia in dissesto: 2 milioni di cittadini a rischio alluvione e 22mila frane censite

E’ quanto emerge dal 12° Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano di Ispra. Il report aggiorna per tutti i 116 capoluoghi di provincia italiani un insieme di indicatori fondamentali per valutare la qualità ambientale delle città e della vita nelle aree urbane italiane [di Luisiana Gaita su Ilfattoquotidiano.it] Dall’inquinamento da polveri sottili, migliorato nei primi mesi del 2016 rispetto al 2015 (un vero e proprio anno nero), allo stato del suolo e del territorio italiano con 2 milioni di persone a rischio alluvioni e oltre 22mila frane censite. Sono questi alcuni degli aspetti affrontati nel 12° Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano di Ispra, l’Istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente e del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente. Dai fattori demografici, alla qualità dell’aria, dalla mobilità alle risorse idriche, fino al suolo e ai rifiuti: il report aggiorna per tutti i 116 capoluoghi di provincia italiani un insieme di indicatori fondamentali per valutare la qualità ambientale delle città e della vita nelle aree urbane italiane. Si tratta del primo rapporto a essere presentato dopo l’approvazione della legge 132 del 28 giugno 2016 (che entrerà in vigore il 14 gennaio 2017), che istituisce il Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente (SNPA), costituito da Ispra, Arpa e Appa. In Italia, al 31 dicembre 2015, i residenti erano circa 60 milioni e 665mila, oltre 130mila in meno rispetto all’anno precedente. La diminuzione della popolazione residente ha interessato 87 dei 116 comuni presi in esame, più di tutti Roma (-7.290) e a Torino (-6.244). Al contrario i residenti sono aumentati maggiormente a Milano (8.696), Parma (2.552). L’incidenza dei cittadini stranieri è massima nei comuni capoluogo di provincia di Milano, Brescia, Prato e Piacenza dove più di 18 residenti su 100 sono stranieri. Anche nel 2015, la densità della popolazione è più alta a Napoli, seguita da Milano e Torino. Nel Comune di Roma, il più esteso dei comuni italiani, risiede circa il 5% della popolazione nazionale. Dal punto di vista economico di segno positivo, anche per il 2015, è il tasso di crescita delle imprese (0,2 punti percentuali in più rispetto al 2014) che, grazie al saldo positivo di 45mila nuove imprese, a livello nazionale ha raggiunto lo 0,7%. I nuovi imprenditori ‘under 35’ hanno contribuito con 66.202 nuove unità, 32mila sono quelle create dagli stranieri e 14.300 dalle donne. Un capitolo del dossier è dedicato al rapporto tra inquinamento atmosferico e salute, sulla base degli studi più recenti in materia e sottolinea che l’aria che respirano milioni di italiani nelle maggiori città della Penisola rappresenta ancora un grave problema di salute. Per quanto riguarda l’inquinamento da polveri sottili, al 13 dicembre 2016 almeno 18 capoluoghi di provincia hanno già superato il limite giornaliero per il pm10 (Frosinone, Venezia e le altre città della pianura padana le peggiori. Ma anche Napoli e Terni). I dati sono migliori rispetto a quelli del 2015, quando 45 aree urbane su 95 non hanno rispettato il valore limite giornaliero del pm10. Sempre lo scorso anno, il 90% della popolazione nei comuni considerati è risultato esposto a livelli medi annuali superiori al valore guida dell’Organizzazione mondiale della Sanità per il pm10, l’82% a quello del pm 2,5, il 27% a quello del biossido di azoto. “Emerge chiaramente – rileva il rapporto – la notevole distanza dagli obiettivi dell’Oms” e, quindi “non sorprende il fatto che nelle stime recentemente elaborate dall’Agenzia Europea per l’Ambiente l’Italia figuri tra le nazioni con gli indici di rischio sanitario più elevati”. Uno dei principali elementi di pericolo per il territorio è costituito dai fenomeni di dissesto idraulico. Le conseguenze risultano in genere più pesanti in quelle aree dove l’intervento dell’uomo ha profondamente modificato il territorio e...

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L’olio di palma fa male. Anche ai diritti

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L’olio di palma fa male. Anche ai diritti

Agricoltura insostenibile. Un pericolo non solo per la salute e l’ambiente. Amnesty International documenta le condizioni di lavoro nelle piantagioni indonesiane collegate al colosso Wilmar: tra sfruttamento, mansioni più che usuranti, minori costretti ad aiutare i genitori e land grabbing. Emerge così la grande bugia del «sostenibile certificato» [di Dario Dongo e Marta Strinati su Il Manifesto] Anche oggi, come ogni giorno, c’è chi trascorre la giornata raccogliendo frutti a 20 metri di altezza (come un palazzo di 6 piani), servendosi di un’asta che pesa 12 chili. È il popolo del palma, in Indonesia, fotografato da Amnesty International in un vibrante rapporto di denuncia. Indagini, interviste e fotografie che smascherano la grande bugia del «palma sostenibile certificato» da Rspo (Roundtable on Sustainable Palm Oil). Bambini di 8 anni devono rinunciare alla scuola, all’infanzia, per affrontare un lavoro che strema il fisico e brucia le mani. Un soccorso necessario ai loro padri che, se entro fine giornata non riescono a consegnare una tonnellata di raccolto, perdono una quota della già misera paga. Così lontano tuttavia, lo sfruttamento dei lavoratori indonesiani in agricoltura sbiadisce e anzi riceve implicite approvazioni, come quella recente di un membro del governo Renzi, Andrea Olivero. Viceministro dell’Agricoltura, lo stesso dicastero che ha celebrato la tanto attesa legge anti-caporalato, eppure si è schierato pubblicamente a favore di questo grasso tropicale ottenuto in condizioni estreme, solo per sostenere Ferrero e la sua Nutella. Una scelta inopportuna, evidentemente, che peraltro la dice lunga sullo scollamento maturato tra i rappresentanti di governo e gli italiani, ormai chiaramente consapevoli della necessità di arginare l’invasione di olio di palma, pericoloso per la salute, per l’ambiente, per i lavoratori delle piantagioni e movente primario del land grabbing, la rapina delle terre.ù A rinfrescare le conoscenze sul tema provvede ora Amnesty International, che ha intervistato 120 lavoratori impiegati nelle piantagioni collegate alla Wilmar, colosso indonesiano nel commercio di olio di palma, elaborando un rapporto che merita di essere letto. Ecco cosa racconta. Il lavoro nelle piantagioni è tutto manuale, molto faticoso. I raccoglitori usano un bastone pesante 12 kg per staccare i grappoli da piante alte fino a 20 metri. Poi raccolgono da terra i grappoli: ognuno pesa dai 10 ai 25 kg e fornisce da mille a tremila semi utili. Li caricano su una carriola e li trasportano – su un terreno dissestato – fino al punto di raccolta. Le bacche devono arrivare al frantoio entro 24 ore. Da qui l’olio estratto viene consegnato alle raffinerie (la sola Wilmar ne possiede 15, oltre a piantagioni e frantoi), dove viene processato. Vale la pena ricordare che qui avviene la raffinazione a elevata temperatura, causa dei contaminanti cancerogeni e genotossici che residuano nell’olio di palma impiegato anche negli alimenti, come segnalato dall’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare. Un lavoro così usurante è pagato a cottimo con salari da fame e un meccanismo di bonus-malus illegale. Modalità fuorilegge anche in Indonesia, paese che aderisce all’Ilo, l’Organizzazione Onu per la tutela dei diritti dei lavoratori, e che ha legiferato stabilendo l’orario di lavoro standard in 40 ore settimanali, e fissando per gli straordinari un tetto di tre ore al giorno (o 14 ore a settimana) per un compenso da 1,5 a 3 volte il salario orario. La norma (decreto 7/2013) vieta esplicitamente che il lavoro a cottimo sia pagato...

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Migliora gestione rifiuti in Italia, -16% in discarica

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Migliora gestione rifiuti in Italia, -16% in discarica

[da Ansa.it] L’Italia fa progressi nello smaltimenti dei rifiuti. Nel 2015 c’è stato un calo del 16% della spazzatura finita in discarica rispetto al 2014. La percentuale di raccolta differenziata è arrivata al 47,5%, ma il livello al Sud è ancora basso (33,6%). Fra le grandi città la palma per la differenziata se la aggiudicano Venezia e Milano, mentre Palermo arriva solo all’8,1%. Per lo smaltimento dei rifiuti ogni italiano paga in media 168 euro all’anno. Sono i dati del rapporto Rifiuti Urbani 2016 dell’Ispra, l’istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente. RIFIUTI. L’Italia tende a produrre sempre meno rifiuti. Nel 2015 sono stati 29,5 milioni di tonnellate, -0,4% rispetto al 2014 e -5,9% rispetto al 2011. La media nazionale è di 487 kg a testa all’anno, per un costo annuo pro capite di 167,97 euro. DISCARICHE. A livello nazionale si registrano significativi miglioramenti nel ciclo di gestione. Quelli smaltiti in discarica, nel 2015, sono circa 7,8 milioni di tonnellate, -16% rispetto al 2014. La riduzione maggiore si rileva al Nord (-26%), poi Centro (-14%) e Sud (-12%). DIFFERENZIATA. Nel 2015 la raccolta differenziata raggiunge il 47,5% della produzione nazionale, +2,3% rispetto al 2014 (45,2%), superando i 14 milioni di tonnellate: 58,6% al Nord, 43,8% per il Centro e 33,6% al Sud. Buone possibilità ha l’Italia di centrare l’obiettivo riciclaggio europeo del 50%, anche prima del 2020. Alla regione Veneto va la palma della raccolta differenziata nel 2015 (68,8%), seguita dal Trentino Alto Adige 67,4%). Seguono Friuli Venezia Giulia (62,9%), Lombardia, Marche, Emilia Romagna, Sardegna e Piemonte, con tassi superiori al 55%. Tra 45% e 50% si collocano Abruzzo, Umbria, Campania, Valle d’Aosta e Toscana. Liguria e Lazio sono di poco al di sopra del 35%, mentre superano il 30% la Basilicata e la Puglia. La Calabria è la regione che fa segnare la maggiore crescita della differenziata (+6 punti), anche se il 25% la colloca ancora al penultimo posto tra le regioni, seguita dalla Sicilia (12,8%). Fra le grandi città, i maggiori livelli di raccolta differenziata sono a Venezia, (54,3%), seguita da Milano (52,3%), Verona (50,8%) e Padova (50,7%). Firenze è al 46,4%, Bologna al 43,6% e Torino al 42,4%. Roma si attesta al 38,8% e Napoli al 24,2%. Buone le performance di Trieste e Taranto (+5,5). Inferiori al 10% le percentuali di raccolta di Messina (9,4%), Catania (8,6%) e Palermo (8,1%). RICICLO. Il riciclaggio delle diverse frazioni raggiunge il 44% della produzione (nel 2014 era il 42%). Il 19% dei rifiuti urbani è incenerito, il 2% viene inviato ad impianti produttivi, quali i cementifici o le centrali termoelettriche, come fonte di energia, e l’1% viene esportato. L’incenerimento interessa quasi 5,6 milioni di tonnellate (+5%). Vengono recuperati oltre 2,7 milioni di MWh di energia elettrica e 4,4 milioni di MWh di energia elettrica e termica. IMPORT-EXPORT. L’export dei rifiuti è superiore all’import. I rifiuti esportati sono circa 361 mila tonnellate, soprattutto verso Austria e Ungheria, 205 mila tonnellate quelli importati. Il maggior quantitativo proviene da Svizzera (36,3%), Francia (17,6%) e la Germania (15,6%). La Lombardia è la regione che importa la maggiore quantità di rifiuti (42,6%), seguita dalla Campania (21,9%) e dal Veneto (14,4%). (Pubblicato il 20 dicembre...

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Il principio di sussidiarietà in materia di ambiente

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Il principio di sussidiarietà in materia di ambiente

[di Michela Petralchi su federalismi.it] Le principali criticità del diritto dell’ambiente ricadono nel contenimento e nel coordinamento delle spinte che derivano dagli ordinamenti sovranazionali su quello nazionale nonché nella composizione, a livello interno, delle competenze – legislative e, soprattutto, amministrative – nella materia. Utili strategie di risoluzione di questi nodi problematici sono la sussidiarietà e la cooperazione: sia tra gli ordinamenti sia tra i centri decisionali all’interno del singolo ordinamento nazionale. Sono qui approfondite pertanto le origini, le possibili applicazioni e le potenzialità del principio di sussidiarietà nel diritto dell’ambiente… (segue) (Pubblicato il 14 dicembre...

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Trump e l’ambiente: poco sole, tanto petrolio e sempre più nucleare

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Trump e l’ambiente: poco sole, tanto petrolio e sempre più nucleare

[di Mario Agostinelli su ilfattoquotidiano.it] Allo stato attuale delle nomine del suo governo, possiamo già avere idea di quali saranno gli orizzonti energetici della presidenza Trump. E’ un governo di Paperoni e si profila come “il più ricco della storia moderna americana“. La squadra di Bush nel 2001 vantava un patrimonio complessivo stimato in circa 250 milioni di dollari, pari ad appena un decimo della ricchezza del solo Wilbur Ross, il ministro del Commercio scelto da Trump che, secondo Forbes, ha un patrimonio di 2,5 miliardi di dollari. Todd Ricketts, il vice designato di Ross al Commercio “è figlio di un miliardario ed è comproprietario dei Chicago Cubs”, mentre Steven Mnuchin che Trump ha nominato per guidare il dipartimento del Tesoro, è un ex manager di Goldman Sachs, executive di un fondo speculativo e finanziatore di Hollywood. Miliardaria anche Betsy DeVos, selezionata come futuro ministro dell’Istruzione: la ricchezza della sua famiglia ammonta a 1,5 miliardi di dollari. Mentre Elaine Chao, prossimo ministro dei Trasporti, è la figlia di un magnate delle spedizioni marittime. Harold Hamm, papabile ministro dell’Energia, è un magnate del petrolio che si è fatto da solo e che figura al 30esimo posto nella classifica di Forbes sui 400 uomini più ricchi d’America. L’assunzione recente a segretario del Dipartimento di Stato di Tillerson, il Ceo di Exxon (la più grande azienda energetica del mondo). Se si stima la ricchezza del presidente eletto Donald Trump sui 3,7 miliardi di dollari, si può calcolare che i patrimoni del governo che entra in carica valgono più del Pil delle ultime 120nazioni. Una squadra siffatta ha presente il business assai più del clima del pianeta. Chris Mooney, Brady Dennis e Steven Mufson, a nome dei gruppi ambientalisti, hanno protestato l’8 dicembre per la nomina di Scott Pruitt, il procuratore generale del petrolio e del gas ad alta intensità dello stato di Oklahoma, a capo della Environmental Protection Agency (Epa), una mossa di aggressione alla pur prudente politica sui cambiamenti climatici del presidente Obama e un segno di svolta dell’eredità ambientale. Pruitt, che è stato anche attivo in gruppi religiosi e ricopre il ruolo di diacono della Prima Chiesa Battista di Broken Arrow, ha trascorso gran parte della sua vita, come procuratore generale, combattendo la stessa agenzia che è stato nominato a guidare. Pruitt ha difeso la ExxonMobil quando cadde sotto inchiesta da parte dei procuratori generali di Stati più liberali che cercavano informazioni sul fatto che il gigante del petrolio non avesse rivelato informazioni sui cambiamenti climatici. Ora il suo amico siede addirittura al Dipartimento di Stato, con l’applauso dell’Eni di Descalzi e l’assenso di Putin che ha messo in fibrillazione i giacimenti russi in una fase in cui tornerà in crescita il prezzo di petrolio e metano. L’Oklahoma, il “protettorato di Pruitt, è classificata al quinto posto nella nazione per la produzione di petrolio greggio nel 2014, ha cinque raffinerie di petrolio, 73 impianti di perforazione e ospita Cushing, il gigante di stoccaggio di petrolio da fracking. Appena nominato le quotazioni dell’etanolo per biocarburante sono crollate del 7%. Ma non è tutto: è partita un’autentica caccia alle streghe. I consulenti per il presidente eletto Donald Trump stanno sviluppando piani per rimodellare i programmi del Dipartimento di Energia, sostenere l’invecchiamento delle centrali nucleari in opera e identificare il personale che ha giocato un ruolo nella promozione dell’agenda per il clima del presidente Barack Obama. La squadra di transizione ha infatti chiesto all’Agenzia di elencare i dipendenti e collaboratori che hanno partecipato agli incontri sul clima delle Nazioni Unite (Parigi e Marrakesh in particolare) insieme a coloro che hanno contribuito a sviluppare...

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