Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
Leggi l’articolo
- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
- Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner

- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
Leggi l’articolo
- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
Leggi l’articolo /Ascolta su Scanner
- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
Leggi l’articolo
- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
Guarda la diretta
- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
Leggi l’articolo
- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
Leggi l’articolo
-
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
Leggi l’articolo
- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
Leggi l’articolo
- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
Leggi il comunicato
- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
Leggi l’articolo
- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
Leggi l’articolo
- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
Leggi l’articolo
- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
Leggi l’articolo
- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
Leggi l’articolo

- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
Leggi l’articolo
- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
Leggi l’articolo
- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
Leggi l’articolo
- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
Ascolta l’episodio
- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
Guarda la diretta
- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
Leggi l’articolo
- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
Leggi l’articolo
- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
Leggi l’articolo
- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
Leggi l’articolo
Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Rapporto Epa: il fracking è una minaccia per acqua e ambiente
[su greenreport.it] L’Environmental protection agency (Epa), ha pubblicato il rapporto finale “Hydraulic Fracturing for Oil and Gas: Impacts from the Hydraulic Fracturing Water Cycle on Drinking Water Resources in the United States” che farà probabilmente arrabbiare ulteriormente il presidente eletto Donald Trump e il suo staff di negazionisti climatici e amici dei petrolieri che si preparano a demolire l’agenzia ambientale Usa. Infatti, il rapporto «fornisce una revisione e la sintesi delle informazioni scientifiche disponibili riguardo al rapporto tra le attività di fratturazione idraulica e le risorse di acqua potabile negli Stati Uniti» e il quadro che ne emerge è preoccupante: «Epa ha trovato prove scientifiche che, in alcune circostanze, le attività di fratturazione idraulica possono influenzare le risorse di acqua potabile. Il rapporto individua alcune condizioni in base alle quali gli impatti derivanti dalle attività di fratturazione idraulica possono essere più frequenti o gravi: prelievi di acqua per fratturazione idraulica in periodi o aree con bassa disponibilità di acqua, in particolare nelle aree con limitate risorse idriche sotterranee o in declino; Le fuoriuscite durante la movimentazione di fluidi idraulici della fratturazione e delle sostanze chimiche o dell’acqua prodotta che si traducono in grandi volumi o alte concentrazioni di sostanze chimiche che raggiungono le risorse idriche sotterranee; L’iniezione dei fluidi per la fratturazione idraulica in pozzi con integrità meccanica inadeguata, consentendo ai gas o ai liquidi di passare nelle risorse idriche sotterranee; L’iniezione di fluidi per la fratturazione idraulica direttamente nelle risorse idriche sotterranee; Lo scarico di acque reflue della fratturazione idraulica trattate inadeguatamente nelle acque superficiali; Lo smaltimento o lo stoccaggio delle acque reflue della fratturazione idraulica in vasche prive di guaina, con conseguente contaminazione delle risorse idriche sotterranee». L’Epa fa anche presente che i dati lacunosi e le incertezze limitano la sua capacità di valutare appieno il potenziale impatto sulle risorse idriche potabili, sia a livello locale che nazionale e che «A causa di queste lacune e incertezze dei dati, non è stato possibile caratterizzare appieno la gravità degli impatti, né è stato possibile calcolare o stimare la frequenza nazionale degli impatti sulle risorse di acqua potabile delle attività nel ciclo idrico della fratturazione idraulica». Tom Burke, amministratore dell’Office of research and development e science advisor dell’Epa spiega che lo studio è stato richiesto all’agenzia dal Congresso per valutare l’impatto del fracking sull’acqua potabile e che si è avvalso anche dei dati contenuti in 13 relazioni tecnichee altrettanti studi apparsi su riviste scientifiche. «Alla fine . scrive Burke sul suo blog – credo che la valutazione rispecchi in pieno lo stato attuale della scienza. Cita oltre 1.200 fonti, tra cui pubblicazioni, rapporti tecnici, i risultati delle ricerche peer-reviewed dell’Agenzia, e le informazioni fornite dall’industria, dagli stati, dalle tribù, dalle organizzazioni non governative e altri membri interessati del pubblico. Gli Stati e l’industria possono ora avere una maggiore comprensione scientifica acquisita attraverso questa valutazione per molte altre risorse – tra cui capacità ingegneristica e tecnologica – per garantire che la fratturazione idraulica sia condotta in modo sicuro e responsabile». Burke però ci tiene a sottolineare una cosa che ha molto a che fare con il clima di caccia agli scienziati che si respira nell’America di Trump: «Ma c’è un ultimo punto che non dovrebbe essere sorvolato e che è la forza del procedimento scientifico. Vi posso dire per esperienza che la buona scienza...
read moreItalia in dissesto: 2 milioni di cittadini a rischio alluvione e 22mila frane censite
E’ quanto emerge dal 12° Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano di Ispra. Il report aggiorna per tutti i 116 capoluoghi di provincia italiani un insieme di indicatori fondamentali per valutare la qualità ambientale delle città e della vita nelle aree urbane italiane [di Luisiana Gaita su Ilfattoquotidiano.it] Dall’inquinamento da polveri sottili, migliorato nei primi mesi del 2016 rispetto al 2015 (un vero e proprio anno nero), allo stato del suolo e del territorio italiano con 2 milioni di persone a rischio alluvioni e oltre 22mila frane censite. Sono questi alcuni degli aspetti affrontati nel 12° Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano di Ispra, l’Istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente e del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente. Dai fattori demografici, alla qualità dell’aria, dalla mobilità alle risorse idriche, fino al suolo e ai rifiuti: il report aggiorna per tutti i 116 capoluoghi di provincia italiani un insieme di indicatori fondamentali per valutare la qualità ambientale delle città e della vita nelle aree urbane italiane. Si tratta del primo rapporto a essere presentato dopo l’approvazione della legge 132 del 28 giugno 2016 (che entrerà in vigore il 14 gennaio 2017), che istituisce il Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente (SNPA), costituito da Ispra, Arpa e Appa. In Italia, al 31 dicembre 2015, i residenti erano circa 60 milioni e 665mila, oltre 130mila in meno rispetto all’anno precedente. La diminuzione della popolazione residente ha interessato 87 dei 116 comuni presi in esame, più di tutti Roma (-7.290) e a Torino (-6.244). Al contrario i residenti sono aumentati maggiormente a Milano (8.696), Parma (2.552). L’incidenza dei cittadini stranieri è massima nei comuni capoluogo di provincia di Milano, Brescia, Prato e Piacenza dove più di 18 residenti su 100 sono stranieri. Anche nel 2015, la densità della popolazione è più alta a Napoli, seguita da Milano e Torino. Nel Comune di Roma, il più esteso dei comuni italiani, risiede circa il 5% della popolazione nazionale. Dal punto di vista economico di segno positivo, anche per il 2015, è il tasso di crescita delle imprese (0,2 punti percentuali in più rispetto al 2014) che, grazie al saldo positivo di 45mila nuove imprese, a livello nazionale ha raggiunto lo 0,7%. I nuovi imprenditori ‘under 35’ hanno contribuito con 66.202 nuove unità, 32mila sono quelle create dagli stranieri e 14.300 dalle donne. Un capitolo del dossier è dedicato al rapporto tra inquinamento atmosferico e salute, sulla base degli studi più recenti in materia e sottolinea che l’aria che respirano milioni di italiani nelle maggiori città della Penisola rappresenta ancora un grave problema di salute. Per quanto riguarda l’inquinamento da polveri sottili, al 13 dicembre 2016 almeno 18 capoluoghi di provincia hanno già superato il limite giornaliero per il pm10 (Frosinone, Venezia e le altre città della pianura padana le peggiori. Ma anche Napoli e Terni). I dati sono migliori rispetto a quelli del 2015, quando 45 aree urbane su 95 non hanno rispettato il valore limite giornaliero del pm10. Sempre lo scorso anno, il 90% della popolazione nei comuni considerati è risultato esposto a livelli medi annuali superiori al valore guida dell’Organizzazione mondiale della Sanità per il pm10, l’82% a quello del pm 2,5, il 27% a quello del biossido di azoto. “Emerge chiaramente – rileva il rapporto – la notevole distanza dagli obiettivi dell’Oms” e, quindi “non sorprende il fatto che nelle stime recentemente elaborate dall’Agenzia Europea per l’Ambiente l’Italia figuri tra le nazioni con gli indici di rischio sanitario più elevati”. Uno dei principali elementi di pericolo per il territorio è costituito dai fenomeni di dissesto idraulico. Le conseguenze risultano in genere più pesanti in quelle aree dove l’intervento dell’uomo ha profondamente modificato il territorio e...
read moreL’olio di palma fa male. Anche ai diritti
Agricoltura insostenibile. Un pericolo non solo per la salute e l’ambiente. Amnesty International documenta le condizioni di lavoro nelle piantagioni indonesiane collegate al colosso Wilmar: tra sfruttamento, mansioni più che usuranti, minori costretti ad aiutare i genitori e land grabbing. Emerge così la grande bugia del «sostenibile certificato» [di Dario Dongo e Marta Strinati su Il Manifesto] Anche oggi, come ogni giorno, c’è chi trascorre la giornata raccogliendo frutti a 20 metri di altezza (come un palazzo di 6 piani), servendosi di un’asta che pesa 12 chili. È il popolo del palma, in Indonesia, fotografato da Amnesty International in un vibrante rapporto di denuncia. Indagini, interviste e fotografie che smascherano la grande bugia del «palma sostenibile certificato» da Rspo (Roundtable on Sustainable Palm Oil). Bambini di 8 anni devono rinunciare alla scuola, all’infanzia, per affrontare un lavoro che strema il fisico e brucia le mani. Un soccorso necessario ai loro padri che, se entro fine giornata non riescono a consegnare una tonnellata di raccolto, perdono una quota della già misera paga. Così lontano tuttavia, lo sfruttamento dei lavoratori indonesiani in agricoltura sbiadisce e anzi riceve implicite approvazioni, come quella recente di un membro del governo Renzi, Andrea Olivero. Viceministro dell’Agricoltura, lo stesso dicastero che ha celebrato la tanto attesa legge anti-caporalato, eppure si è schierato pubblicamente a favore di questo grasso tropicale ottenuto in condizioni estreme, solo per sostenere Ferrero e la sua Nutella. Una scelta inopportuna, evidentemente, che peraltro la dice lunga sullo scollamento maturato tra i rappresentanti di governo e gli italiani, ormai chiaramente consapevoli della necessità di arginare l’invasione di olio di palma, pericoloso per la salute, per l’ambiente, per i lavoratori delle piantagioni e movente primario del land grabbing, la rapina delle terre.ù A rinfrescare le conoscenze sul tema provvede ora Amnesty International, che ha intervistato 120 lavoratori impiegati nelle piantagioni collegate alla Wilmar, colosso indonesiano nel commercio di olio di palma, elaborando un rapporto che merita di essere letto. Ecco cosa racconta. Il lavoro nelle piantagioni è tutto manuale, molto faticoso. I raccoglitori usano un bastone pesante 12 kg per staccare i grappoli da piante alte fino a 20 metri. Poi raccolgono da terra i grappoli: ognuno pesa dai 10 ai 25 kg e fornisce da mille a tremila semi utili. Li caricano su una carriola e li trasportano – su un terreno dissestato – fino al punto di raccolta. Le bacche devono arrivare al frantoio entro 24 ore. Da qui l’olio estratto viene consegnato alle raffinerie (la sola Wilmar ne possiede 15, oltre a piantagioni e frantoi), dove viene processato. Vale la pena ricordare che qui avviene la raffinazione a elevata temperatura, causa dei contaminanti cancerogeni e genotossici che residuano nell’olio di palma impiegato anche negli alimenti, come segnalato dall’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare. Un lavoro così usurante è pagato a cottimo con salari da fame e un meccanismo di bonus-malus illegale. Modalità fuorilegge anche in Indonesia, paese che aderisce all’Ilo, l’Organizzazione Onu per la tutela dei diritti dei lavoratori, e che ha legiferato stabilendo l’orario di lavoro standard in 40 ore settimanali, e fissando per gli straordinari un tetto di tre ore al giorno (o 14 ore a settimana) per un compenso da 1,5 a 3 volte il salario orario. La norma (decreto 7/2013) vieta esplicitamente che il lavoro a cottimo sia pagato...
read moreMigliora gestione rifiuti in Italia, -16% in discarica
[da Ansa.it] L’Italia fa progressi nello smaltimenti dei rifiuti. Nel 2015 c’è stato un calo del 16% della spazzatura finita in discarica rispetto al 2014. La percentuale di raccolta differenziata è arrivata al 47,5%, ma il livello al Sud è ancora basso (33,6%). Fra le grandi città la palma per la differenziata se la aggiudicano Venezia e Milano, mentre Palermo arriva solo all’8,1%. Per lo smaltimento dei rifiuti ogni italiano paga in media 168 euro all’anno. Sono i dati del rapporto Rifiuti Urbani 2016 dell’Ispra, l’istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente. RIFIUTI. L’Italia tende a produrre sempre meno rifiuti. Nel 2015 sono stati 29,5 milioni di tonnellate, -0,4% rispetto al 2014 e -5,9% rispetto al 2011. La media nazionale è di 487 kg a testa all’anno, per un costo annuo pro capite di 167,97 euro. DISCARICHE. A livello nazionale si registrano significativi miglioramenti nel ciclo di gestione. Quelli smaltiti in discarica, nel 2015, sono circa 7,8 milioni di tonnellate, -16% rispetto al 2014. La riduzione maggiore si rileva al Nord (-26%), poi Centro (-14%) e Sud (-12%). DIFFERENZIATA. Nel 2015 la raccolta differenziata raggiunge il 47,5% della produzione nazionale, +2,3% rispetto al 2014 (45,2%), superando i 14 milioni di tonnellate: 58,6% al Nord, 43,8% per il Centro e 33,6% al Sud. Buone possibilità ha l’Italia di centrare l’obiettivo riciclaggio europeo del 50%, anche prima del 2020. Alla regione Veneto va la palma della raccolta differenziata nel 2015 (68,8%), seguita dal Trentino Alto Adige 67,4%). Seguono Friuli Venezia Giulia (62,9%), Lombardia, Marche, Emilia Romagna, Sardegna e Piemonte, con tassi superiori al 55%. Tra 45% e 50% si collocano Abruzzo, Umbria, Campania, Valle d’Aosta e Toscana. Liguria e Lazio sono di poco al di sopra del 35%, mentre superano il 30% la Basilicata e la Puglia. La Calabria è la regione che fa segnare la maggiore crescita della differenziata (+6 punti), anche se il 25% la colloca ancora al penultimo posto tra le regioni, seguita dalla Sicilia (12,8%). Fra le grandi città, i maggiori livelli di raccolta differenziata sono a Venezia, (54,3%), seguita da Milano (52,3%), Verona (50,8%) e Padova (50,7%). Firenze è al 46,4%, Bologna al 43,6% e Torino al 42,4%. Roma si attesta al 38,8% e Napoli al 24,2%. Buone le performance di Trieste e Taranto (+5,5). Inferiori al 10% le percentuali di raccolta di Messina (9,4%), Catania (8,6%) e Palermo (8,1%). RICICLO. Il riciclaggio delle diverse frazioni raggiunge il 44% della produzione (nel 2014 era il 42%). Il 19% dei rifiuti urbani è incenerito, il 2% viene inviato ad impianti produttivi, quali i cementifici o le centrali termoelettriche, come fonte di energia, e l’1% viene esportato. L’incenerimento interessa quasi 5,6 milioni di tonnellate (+5%). Vengono recuperati oltre 2,7 milioni di MWh di energia elettrica e 4,4 milioni di MWh di energia elettrica e termica. IMPORT-EXPORT. L’export dei rifiuti è superiore all’import. I rifiuti esportati sono circa 361 mila tonnellate, soprattutto verso Austria e Ungheria, 205 mila tonnellate quelli importati. Il maggior quantitativo proviene da Svizzera (36,3%), Francia (17,6%) e la Germania (15,6%). La Lombardia è la regione che importa la maggiore quantità di rifiuti (42,6%), seguita dalla Campania (21,9%) e dal Veneto (14,4%). (Pubblicato il 20 dicembre...
read moreIl principio di sussidiarietà in materia di ambiente
[di Michela Petralchi su federalismi.it] Le principali criticità del diritto dell’ambiente ricadono nel contenimento e nel coordinamento delle spinte che derivano dagli ordinamenti sovranazionali su quello nazionale nonché nella composizione, a livello interno, delle competenze – legislative e, soprattutto, amministrative – nella materia. Utili strategie di risoluzione di questi nodi problematici sono la sussidiarietà e la cooperazione: sia tra gli ordinamenti sia tra i centri decisionali all’interno del singolo ordinamento nazionale. Sono qui approfondite pertanto le origini, le possibili applicazioni e le potenzialità del principio di sussidiarietà nel diritto dell’ambiente… (segue) (Pubblicato il 14 dicembre...
read moreTrump e l’ambiente: poco sole, tanto petrolio e sempre più nucleare
[di Mario Agostinelli su ilfattoquotidiano.it] Allo stato attuale delle nomine del suo governo, possiamo già avere idea di quali saranno gli orizzonti energetici della presidenza Trump. E’ un governo di Paperoni e si profila come “il più ricco della storia moderna americana“. La squadra di Bush nel 2001 vantava un patrimonio complessivo stimato in circa 250 milioni di dollari, pari ad appena un decimo della ricchezza del solo Wilbur Ross, il ministro del Commercio scelto da Trump che, secondo Forbes, ha un patrimonio di 2,5 miliardi di dollari. Todd Ricketts, il vice designato di Ross al Commercio “è figlio di un miliardario ed è comproprietario dei Chicago Cubs”, mentre Steven Mnuchin che Trump ha nominato per guidare il dipartimento del Tesoro, è un ex manager di Goldman Sachs, executive di un fondo speculativo e finanziatore di Hollywood. Miliardaria anche Betsy DeVos, selezionata come futuro ministro dell’Istruzione: la ricchezza della sua famiglia ammonta a 1,5 miliardi di dollari. Mentre Elaine Chao, prossimo ministro dei Trasporti, è la figlia di un magnate delle spedizioni marittime. Harold Hamm, papabile ministro dell’Energia, è un magnate del petrolio che si è fatto da solo e che figura al 30esimo posto nella classifica di Forbes sui 400 uomini più ricchi d’America. L’assunzione recente a segretario del Dipartimento di Stato di Tillerson, il Ceo di Exxon (la più grande azienda energetica del mondo). Se si stima la ricchezza del presidente eletto Donald Trump sui 3,7 miliardi di dollari, si può calcolare che i patrimoni del governo che entra in carica valgono più del Pil delle ultime 120nazioni. Una squadra siffatta ha presente il business assai più del clima del pianeta. Chris Mooney, Brady Dennis e Steven Mufson, a nome dei gruppi ambientalisti, hanno protestato l’8 dicembre per la nomina di Scott Pruitt, il procuratore generale del petrolio e del gas ad alta intensità dello stato di Oklahoma, a capo della Environmental Protection Agency (Epa), una mossa di aggressione alla pur prudente politica sui cambiamenti climatici del presidente Obama e un segno di svolta dell’eredità ambientale. Pruitt, che è stato anche attivo in gruppi religiosi e ricopre il ruolo di diacono della Prima Chiesa Battista di Broken Arrow, ha trascorso gran parte della sua vita, come procuratore generale, combattendo la stessa agenzia che è stato nominato a guidare. Pruitt ha difeso la ExxonMobil quando cadde sotto inchiesta da parte dei procuratori generali di Stati più liberali che cercavano informazioni sul fatto che il gigante del petrolio non avesse rivelato informazioni sui cambiamenti climatici. Ora il suo amico siede addirittura al Dipartimento di Stato, con l’applauso dell’Eni di Descalzi e l’assenso di Putin che ha messo in fibrillazione i giacimenti russi in una fase in cui tornerà in crescita il prezzo di petrolio e metano. L’Oklahoma, il “protettorato di Pruitt, è classificata al quinto posto nella nazione per la produzione di petrolio greggio nel 2014, ha cinque raffinerie di petrolio, 73 impianti di perforazione e ospita Cushing, il gigante di stoccaggio di petrolio da fracking. Appena nominato le quotazioni dell’etanolo per biocarburante sono crollate del 7%. Ma non è tutto: è partita un’autentica caccia alle streghe. I consulenti per il presidente eletto Donald Trump stanno sviluppando piani per rimodellare i programmi del Dipartimento di Energia, sostenere l’invecchiamento delle centrali nucleari in opera e identificare il personale che ha giocato un ruolo nella promozione dell’agenda per il clima del presidente Barack Obama. La squadra di transizione ha infatti chiesto all’Agenzia di elencare i dipendenti e collaboratori che hanno partecipato agli incontri sul clima delle Nazioni Unite (Parigi e Marrakesh in particolare) insieme a coloro che hanno contribuito a sviluppare...
read moreBrasile: i tagli al FUNAI minacciano di distruggere gli Yanomami incontattati
[su Survival International] Il governo brasiliano sta progettando di tagliare i finanziamenti al dipartimento che protegge i territori delle tribù incontattate da taglialegna e minatori – facendo crescere i timori per la possibile distruzione di popoli come gli Yanomami incontattati, ritratti in alcune foto aeree diffuse di recente. Il Dipartimento agli Affari Indigeni FUNAI – perennemente in mancanza di fondi – rischia infatti di subire ulteriori tagli al budget poiché il governo salito al potere in aprile, a seguito dell’impeachment di Dilma Rousself, è intenzionato a ridurre la spesa pubblica. Sembra che nel territorio degli Yanomami vi siano circa 5000 cercatori d’oro illegali, le cui attività hanno causato la diffusione della malaria e l’inquinamento dei fiumi con il mercurio. Gli indigeni brasiliani hanno protestato contro i tagli nella capitale Brasilia. “Noi indigeni siamo contrari a questi progetti. Sono molto pericolosi per noi, e soprattutto per gli Indiani incontattati” ha dichiarato a Survival Ninawa Kaxinawa. “Vivono già sotto la minaccia costante dei taglialegna, dei cercatori d’oro e di altri invasori. Sono esseri umani come chiunque altro, e hanno il diritto di scegliere come vivere.” “Non vogliamo che chiudano la squadra di protezione per gli Awá Guajá. Vogliamo che il FUNAI, insieme agli Awá, continui a proteggere il nostro territorio e i nostri parenti incontattati” ha detto il portavoce Amiri Awá all’organizzazione brasiliana CIMI. “Il FUNAI esiste per proteggere i popoli indigeni. Se il Presidente Temer taglierà i finanziamenti al FUNAI, ci ucciderà” ha dichiarato a Survival il leader e sciamano yanomami Davi Kopenawa. Si stima che in Amazzonia ci siano più di un centinaio di tribù incontattate, la maggior parte in Brasile. Le tribù incontattate sono i popoli più vulnerabili del pianeta. La maggior parte di loro vive in piccoli gruppi, come quello recentemente avvistato nelle immagini aeree, e rischia di essere spazzata via dalla violenza di esterni e da malattie, come influenza e morbillo, verso cui non ha difese immunitarie. Background – Il FUNAI ha l’incarico di proteggere i territori indigeni brasiliani. Le squadre speciali responsabili di proteggere le terre delle tribù incontattate e pattugliare le aree remote dell’Amazzonia per monitorare gli invasori sono dodici. – Nella riserva yanomami, nel Brasile settentrionale, abitano più di 22.000 Yanomami. Almeno tre gruppi di loro sono incontattati. A monitorare la riserva sul campo c’è una sola squadra del FUNAI, che per proteggere la tribù necessita con urgenza del sostegno del governo. – La popolazione totale degli Yanomami, compresi gli Yanomami del Venezuela, è di circa 35.000 persone. – I brasiliani definiscono il piano per tagliare la spesa pubblica come “PEC della Morte” (l’emendamento costituzionale PEC 241/55). L’emendamento mira infatti a congelare per vent’anni i finanziamenti governativi al FUNAI, all’istruzione, alla sanità e a molto altro. Come se non bastasse, il FUNAI rischia di subire tagli anche al suo budget annuale per il 2017, che deve essere approvato dal Congresso. – Il budget del FUNAI previsto per il 2017 è equivalente a quello approvato 14 anni fa; è quindi di entità molto inferiore alla cifra di cui l’intero dipartimento ha bisogno per proteggere le terre indigene. – I politici brasiliani stanno discutendo inoltre una serie di proposte che, se approvate, potrebbero impedire la creazione di nuovi territori indigeni, e aprire quelli esistenti allo sfruttamento economico. Questi piani includono la proposta di emendamento costituzionale nota come PEC 215. – Il territorio indigeno yanomami è stato creato nel 1992 dopo anni di campagne guidate da Davi Kopenawa Yanomami, da Survival International e...
read moreCon la riforma dell’EU emissions trading system più di 230 miliardi di sussidi alle industrie inquinanti
[su greenreport.it] Ceo: pressioni dell’industria dell’alluminio su governo e europarlamentari italiani. Corporate Europe Observatory (Ceo) ha pubblicato oggi il rapporto “Carbon Welfare” dal quale emergono cifre clamorose: «La riforma dell’ EU emissions trading system EU-Ets) potrebbe dare più di 230 miliardi di euro di sussidi alle industrie ad alta intensità energetica», Il rapporto arriva prima del voto della prossima settimana del Parlamento europeo sulla pianificata riforma dell’EU-Ets e sottolinea che «Gli emendamenti presentati includono ulteriori sovvenzioni alle industrie pesantemente inquinanti, come il settore siderurgico ed energetico». Il rapporto svela le fortissime pressioni fatte dai più grandi inquinatori industriali dell’Ue per ottenere privilegi nella prossima versione del sistema EU.Ets per il periodo 2021 – 2030. Ceo denuncia: «Gli sforzi della lobby, guidata dal gigante petrolifero Shell, dalla compagnia globale dell’ acciaio ArcelorMittal e dall’associazione dell’industria siderurgica dell’Ue Eurofer, si sono tradotti in un volume previsto di quote di emissione gratuite del valore di oltre 175 miliardi di euro durante questo periodo. Allo stesso tempo, le stesse companies che hanno premuto con successo per ottenere queste dispense chiedono anche un abbuono EUI-Ets legato alle bollette dell’energia elettrica che potrebbe valere fino a 58 miliardi di euro». Il co-autore del rapporto, Oscar Reyes, spiega che «La riforma dello scambio delle emissioni dell’Unione europea si sta rivelando un carbon welfare scheme per gli inquinatori, mentre alla gente comune viene chiesto di pagare il conto». Altre falle si sono aperte a causa dell’influenza esercitata su molti Parlamentari europei dai lobbysti che rappresentano gli interessi dell’industria dei loro Stati membri. Ceo fa l’esempio di produttori di alluminio che «Hanno premuto con successo sul governo italiano per proporre un sistema di indennizzo dell’energia elettrica nel Consiglio europeo, mentre diversi deputati italiani hanno proposto modifiche nello stesso senso in Parlamento». Corporate Europe Observatory spiega come funziona la cosa: «In una relazione al Parlamento europeo che ha preceduto il voto in commissione ambiente sugli emendamenti proposti, il relatore e scozzese ed eurodeputato conservatore Ian Duncan ha incluso una deroga di 1.7 miliardi di euro per i produttori di petrolio off-shore. D’altronde aveva già promesso di per proteggere l’industria petrolifera e del gas scozzese dalla “minaccia” delle misure ambientali dell’Ue. Un altro deputato europeo che è stato intervistato per il rapporto ha parlato della pressione esercitata dai lobbyisti sui membri del Parlamento in riunioni a porte chiuse». L’altra autrice del rapporto Belén Balanyá, conclude: «La revisione della direttiva EU-Ets ha rappresentato una perfetta opportunità per i lobbisti per erodere l’azione climatica dell’Ue. Anche piccole modifiche al modo in cui vengono distribuiti i permessi di inquinamento possono tradursi in milioni di profitti dell’industria o di risparmi. Invece di far pagare i grandi inquinatori, ora l’EU-Ets sembra destinata ad aumentare i loro profitti». Pubblicato il...
read moreAnnuario dei dati ambientali 2016
[su greenreport.it] In Italia, il 66% delle frane censite in Europa. Notizie positive sulla qualità delle acque sotterranee e di balneazione. Oggi l’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra) ha presentato il suo Annuario dei Dati Ambientali 2016: «un racconto, in cifre, dello stato dell’ambiente in Italia. Presentato oggi a Roma, il report fornisce dati e approfondimenti su biodiversità, clima, inquinamento atmosferico, qualità delle acque interne, mare e ambiente costiero, suolo, rifiuti, agenti fisici e chimici, pericolosità naturale, pollini e certificazioni ambientali». La presidente di Legambiente Rossella Muroni riassume efficacemente così sulla sua pagina Facebook la presentazione dei dati dell’annuario ambientale: «Cresce il consumo di suolo in Italia; inchiodata al 47.5% la raccolta differenziata dei rifiuti; aumenta la temperatura media ma diminuiscono le emissioni totali di gas serra a causa però del calo dei consumi, delle produzioni industriali e grazie alla crescita della produzione energetica da fonti rinnovabili. Gli accordi di Parigi sono lontani dall’essere raggiunti ed invece abbiamo l’urgenza di politiche strategiche su energia, economia circolare e mobilità sostenibile». Ispra spiega che «L’Annuario dei dati ambientali, giunto alla quattordicesima edizione, offre un quadro chiaro sullo stato di salute del sistema delle componenti ambientali e delle complesse interrelazioni che lo caratterizzano, fornendo a decisori politici, pubblici amministratori, tecnici e cittadini informazioni puntuali, oggettive e rigorose a livello scientifico. Il prodotto è il risultato delle attività di raccolta, monitoraggio, controllo e ricerca svolte dall’Ispra con il concorso delle Agenzie per la protezione dell’ambiente regionali e delle province autonome. Tale collaborazione si colloca nell’ambito di un sistema a rete, il Sistema delle Agenzie ambientali, che coniuga la conoscenza diretta del territorio e dei problemi ambientali locali con le politiche nazionali di prevenzione e protezione dell’ambiente così da divenire punto di riferimento, tanto istituzionale quanto tecnico-scientifico, per l’intero Paese. L’edizione 2016 si presenta ampiamente rinnovata, riferendosi con maggiore rilevanza a un contesto europeo e nazionale in evoluzione per quanto concerne i nuovi indirizzi delle politiche ambientali e delle metodologie di reporting». Brutte notizie per la temperatura media: «L’aumento registrato negli ultimi 30 anni nel nostro Paese è stato quasi sempre superiore a quello medio globale rilevato sulla terraferma. Il 2015 è stato l’anno più caldo dal 1961. L’anomalia della temperatura media (+1,58 °C) è stata superiore a quella globale sulla terraferma (+1,23°C) e rappresenta il ventiquattresimo valore annuale positivo consecutivo». Ispra ha evidenziato che «A differenza del 2016, anno caratterizzato da violente scosse nel centro Italia, nel 2015 non si sono verificati eventi in grado di produrre danni. I terremoti, lo scorso anno, sono stati 1.963, di cui solo due di Magnitudo pari a 4,7 e 4,5, con epicentri molto profondi (oltre 200 km). Le zone maggiormente critiche, per la presenza di faglie capaci (ossia in grado di produrre rotture o deformazioni significative in superficie o in prossimità di essa) sono la Calabria tirrenica, la Sicilia orientale, la catena appenninica Centro-meridionale e il Friuli – Venezia Giulia». Ma è a rischio, anche il patrimonio culturale: «I beni situati in comuni classificati in zona sismica 1 (suscettibili, pertanto, di essere colpiti da forti terremoti) sono 10.297, pari al 5,4% del totale – spiega l’Ispra – Il 28% dei Siti Unesco italiani è situato in zone ad alta sismicità, solo il 16% in zone a bassa sismicità. A minacciare il nostro...
read moreExpo: indacato Sala per falso
[di ilfattoquotidiano.it] L’inchiesta riguarda la realizzazione della Piastra di Expo 2015, l’infrastruttura realizzata nel sito di Rho Pero dalla Mantovani. All’allora numero uno di Expo e agli altri indagati è contestato tra l’altro di non aver fatto le necessarie verifiche di congruità sull’offerta, aggiudicata con un ribasso del 42% a un ammontare “non idoneo neppure a coprire i costi”. Il sostituto pg ha chiesto altri sei mesi di tempo per approfondire la vicenda. Il primo cittadino: “Attuale situazione è ostacolo a svolgere le funzioni”. E annuncia che la prossima settimana riferirà in merito alla vicenda in consiglio comunale. “Apprendo da fonti giornalistiche che sarei iscritto nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla piastra Expo. Pur non avendo la benché minima idea delle ipotesi investigative, ho deciso di autosospendermi dalla carica di Sindaco, determinazione che formalizzerò domani mattina nelle mani del Prefetto di Milano“. Con questa breve nota il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha annunciato ieri sera la decisione di autosospendersi dall’incarico di primo cittadino. Il motivo: è indagato dalla procura generale del capoluogo lombardo nell’ambito dell’inchiesta per corruzione e turbativa d’asta sull’appalto per la Piastra di Expo, l’infrastruttura più costosa realizzata nel sito di Rho Pero dalla Mantovani. Tra gli indagati anche il legale rappresentante del gruppo Pizzarotti di Parma: per lui l’accusa è di tentata turbativa d’asta. La lettera del sindaco: “Attuale situazione è ostacolo a svolgere le funzioni” – Contrariamente a quanto emerso in un primo momento, Sala ha deciso di non convocare nessuna conferenza stampa. E’ intervenuto, invece, nella riunione dei capigruppo del Consiglio comunale tenutasi nel pomeriggio a Palazzo Marino. In mattinata, invece, dopo aver incontrato il prefetto di Milano Alessandro Marangoni, il primo cittadino ha scelto di affidare a una lettera la conferma della sua posizione e l’annuncio che si presenterà in consiglio a Palazzo Marino la prossima settimana. La missiva è stata inviata al presidente del Consiglio comunale Bertolè, alla vice sindaca della città metropolitana Censi e alla vice sindaca del Comune Scavuzzo. “Ritengo che l’attuale situazione determini per me un ostacolo temporaneo a svolgere le funzioni” ha scritto Giuseppe Sala, comunicando che sarà sostituito “nell’esercizio di dette funzioni rispettivamente dalle Vice sindaco Anna Scavuzzo e Arianna Censi“. Non solo. Il primo cittadino ha anche motivato il motivo della sua decisione: “La mia assenza è motivata dalla personale necessità di conoscere, innanzitutto, le vicende ed i fatti contestati; pertanto – ha aggiunto – fino al momento in cui mi sarà chiarito il quadro accusatorio, ritengo di non poter esercitare i miei compiti istituzionali. La prossima settimana – ha concluso Sala – mi presenterò al Consiglio del Comune di Milano e della Città Metropolitana per riferire in merito“. Le parole del sindaco di Milano, tuttavia, lasciano qualche dubbio squisitamente procedurale. In tutte le norme citate dal primo cittadino milanese (il comma 2 dell’articolo 53 del decreto legislativo 267 del 2000; l’articolo 42 dello statuto del Comune di Milano; l’articolo 21 dello statuto della Città Metropolitana), infatti, non si fa mai riferimento all’istituto dell’auto sospensione, che di fatto non è contemplato. Per questo motivo, quella di Sala è una decisione totalmente politica, senza riscontri dal punto di vista delle norme che regolano le sue funzioni e le sue prerogative. In serata, poi, è arrivata una mezza conferma. Da quanto appreso dall’agenzia Dire da fonti vicine alla Prefettura, Giuseppe Sala durante il colloquio con il prefetto Alessandro Marangoni ha adottato la formula dell’assenza temporanea, prevista dallo statuto comunale per incardinare in modo formale la sua autosospensione. Questa ‘assenza’ verosimilmente non dovrebbe durare più di una quindicina di giorni. Le “anomalie e irregolarità” nell’assegnazione dell’appalto e nella fase esecutiva –...
read more


Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.