Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Brasile: i tagli al FUNAI minacciano di distruggere gli Yanomami incontattati
[su Survival International] Il governo brasiliano sta progettando di tagliare i finanziamenti al dipartimento che protegge i territori delle tribù incontattate da taglialegna e minatori – facendo crescere i timori per la possibile distruzione di popoli come gli Yanomami incontattati, ritratti in alcune foto aeree diffuse di recente. Il Dipartimento agli Affari Indigeni FUNAI – perennemente in mancanza di fondi – rischia infatti di subire ulteriori tagli al budget poiché il governo salito al potere in aprile, a seguito dell’impeachment di Dilma Rousself, è intenzionato a ridurre la spesa pubblica. Sembra che nel territorio degli Yanomami vi siano circa 5000 cercatori d’oro illegali, le cui attività hanno causato la diffusione della malaria e l’inquinamento dei fiumi con il mercurio. Gli indigeni brasiliani hanno protestato contro i tagli nella capitale Brasilia. “Noi indigeni siamo contrari a questi progetti. Sono molto pericolosi per noi, e soprattutto per gli Indiani incontattati” ha dichiarato a Survival Ninawa Kaxinawa. “Vivono già sotto la minaccia costante dei taglialegna, dei cercatori d’oro e di altri invasori. Sono esseri umani come chiunque altro, e hanno il diritto di scegliere come vivere.” “Non vogliamo che chiudano la squadra di protezione per gli Awá Guajá. Vogliamo che il FUNAI, insieme agli Awá, continui a proteggere il nostro territorio e i nostri parenti incontattati” ha detto il portavoce Amiri Awá all’organizzazione brasiliana CIMI. “Il FUNAI esiste per proteggere i popoli indigeni. Se il Presidente Temer taglierà i finanziamenti al FUNAI, ci ucciderà” ha dichiarato a Survival il leader e sciamano yanomami Davi Kopenawa. Si stima che in Amazzonia ci siano più di un centinaio di tribù incontattate, la maggior parte in Brasile. Le tribù incontattate sono i popoli più vulnerabili del pianeta. La maggior parte di loro vive in piccoli gruppi, come quello recentemente avvistato nelle immagini aeree, e rischia di essere spazzata via dalla violenza di esterni e da malattie, come influenza e morbillo, verso cui non ha difese immunitarie. Background – Il FUNAI ha l’incarico di proteggere i territori indigeni brasiliani. Le squadre speciali responsabili di proteggere le terre delle tribù incontattate e pattugliare le aree remote dell’Amazzonia per monitorare gli invasori sono dodici. – Nella riserva yanomami, nel Brasile settentrionale, abitano più di 22.000 Yanomami. Almeno tre gruppi di loro sono incontattati. A monitorare la riserva sul campo c’è una sola squadra del FUNAI, che per proteggere la tribù necessita con urgenza del sostegno del governo. – La popolazione totale degli Yanomami, compresi gli Yanomami del Venezuela, è di circa 35.000 persone. – I brasiliani definiscono il piano per tagliare la spesa pubblica come “PEC della Morte” (l’emendamento costituzionale PEC 241/55). L’emendamento mira infatti a congelare per vent’anni i finanziamenti governativi al FUNAI, all’istruzione, alla sanità e a molto altro. Come se non bastasse, il FUNAI rischia di subire tagli anche al suo budget annuale per il 2017, che deve essere approvato dal Congresso. – Il budget del FUNAI previsto per il 2017 è equivalente a quello approvato 14 anni fa; è quindi di entità molto inferiore alla cifra di cui l’intero dipartimento ha bisogno per proteggere le terre indigene. – I politici brasiliani stanno discutendo inoltre una serie di proposte che, se approvate, potrebbero impedire la creazione di nuovi territori indigeni, e aprire quelli esistenti allo sfruttamento economico. Questi piani includono la proposta di emendamento costituzionale nota come PEC 215. – Il territorio indigeno yanomami è stato creato nel 1992 dopo anni di campagne guidate da Davi Kopenawa Yanomami, da Survival International e...
read moreCon la riforma dell’EU emissions trading system più di 230 miliardi di sussidi alle industrie inquinanti
[su greenreport.it] Ceo: pressioni dell’industria dell’alluminio su governo e europarlamentari italiani. Corporate Europe Observatory (Ceo) ha pubblicato oggi il rapporto “Carbon Welfare” dal quale emergono cifre clamorose: «La riforma dell’ EU emissions trading system EU-Ets) potrebbe dare più di 230 miliardi di euro di sussidi alle industrie ad alta intensità energetica», Il rapporto arriva prima del voto della prossima settimana del Parlamento europeo sulla pianificata riforma dell’EU-Ets e sottolinea che «Gli emendamenti presentati includono ulteriori sovvenzioni alle industrie pesantemente inquinanti, come il settore siderurgico ed energetico». Il rapporto svela le fortissime pressioni fatte dai più grandi inquinatori industriali dell’Ue per ottenere privilegi nella prossima versione del sistema EU.Ets per il periodo 2021 – 2030. Ceo denuncia: «Gli sforzi della lobby, guidata dal gigante petrolifero Shell, dalla compagnia globale dell’ acciaio ArcelorMittal e dall’associazione dell’industria siderurgica dell’Ue Eurofer, si sono tradotti in un volume previsto di quote di emissione gratuite del valore di oltre 175 miliardi di euro durante questo periodo. Allo stesso tempo, le stesse companies che hanno premuto con successo per ottenere queste dispense chiedono anche un abbuono EUI-Ets legato alle bollette dell’energia elettrica che potrebbe valere fino a 58 miliardi di euro». Il co-autore del rapporto, Oscar Reyes, spiega che «La riforma dello scambio delle emissioni dell’Unione europea si sta rivelando un carbon welfare scheme per gli inquinatori, mentre alla gente comune viene chiesto di pagare il conto». Altre falle si sono aperte a causa dell’influenza esercitata su molti Parlamentari europei dai lobbysti che rappresentano gli interessi dell’industria dei loro Stati membri. Ceo fa l’esempio di produttori di alluminio che «Hanno premuto con successo sul governo italiano per proporre un sistema di indennizzo dell’energia elettrica nel Consiglio europeo, mentre diversi deputati italiani hanno proposto modifiche nello stesso senso in Parlamento». Corporate Europe Observatory spiega come funziona la cosa: «In una relazione al Parlamento europeo che ha preceduto il voto in commissione ambiente sugli emendamenti proposti, il relatore e scozzese ed eurodeputato conservatore Ian Duncan ha incluso una deroga di 1.7 miliardi di euro per i produttori di petrolio off-shore. D’altronde aveva già promesso di per proteggere l’industria petrolifera e del gas scozzese dalla “minaccia” delle misure ambientali dell’Ue. Un altro deputato europeo che è stato intervistato per il rapporto ha parlato della pressione esercitata dai lobbyisti sui membri del Parlamento in riunioni a porte chiuse». L’altra autrice del rapporto Belén Balanyá, conclude: «La revisione della direttiva EU-Ets ha rappresentato una perfetta opportunità per i lobbisti per erodere l’azione climatica dell’Ue. Anche piccole modifiche al modo in cui vengono distribuiti i permessi di inquinamento possono tradursi in milioni di profitti dell’industria o di risparmi. Invece di far pagare i grandi inquinatori, ora l’EU-Ets sembra destinata ad aumentare i loro profitti». Pubblicato il...
read moreAnnuario dei dati ambientali 2016
[su greenreport.it] In Italia, il 66% delle frane censite in Europa. Notizie positive sulla qualità delle acque sotterranee e di balneazione. Oggi l’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra) ha presentato il suo Annuario dei Dati Ambientali 2016: «un racconto, in cifre, dello stato dell’ambiente in Italia. Presentato oggi a Roma, il report fornisce dati e approfondimenti su biodiversità, clima, inquinamento atmosferico, qualità delle acque interne, mare e ambiente costiero, suolo, rifiuti, agenti fisici e chimici, pericolosità naturale, pollini e certificazioni ambientali». La presidente di Legambiente Rossella Muroni riassume efficacemente così sulla sua pagina Facebook la presentazione dei dati dell’annuario ambientale: «Cresce il consumo di suolo in Italia; inchiodata al 47.5% la raccolta differenziata dei rifiuti; aumenta la temperatura media ma diminuiscono le emissioni totali di gas serra a causa però del calo dei consumi, delle produzioni industriali e grazie alla crescita della produzione energetica da fonti rinnovabili. Gli accordi di Parigi sono lontani dall’essere raggiunti ed invece abbiamo l’urgenza di politiche strategiche su energia, economia circolare e mobilità sostenibile». Ispra spiega che «L’Annuario dei dati ambientali, giunto alla quattordicesima edizione, offre un quadro chiaro sullo stato di salute del sistema delle componenti ambientali e delle complesse interrelazioni che lo caratterizzano, fornendo a decisori politici, pubblici amministratori, tecnici e cittadini informazioni puntuali, oggettive e rigorose a livello scientifico. Il prodotto è il risultato delle attività di raccolta, monitoraggio, controllo e ricerca svolte dall’Ispra con il concorso delle Agenzie per la protezione dell’ambiente regionali e delle province autonome. Tale collaborazione si colloca nell’ambito di un sistema a rete, il Sistema delle Agenzie ambientali, che coniuga la conoscenza diretta del territorio e dei problemi ambientali locali con le politiche nazionali di prevenzione e protezione dell’ambiente così da divenire punto di riferimento, tanto istituzionale quanto tecnico-scientifico, per l’intero Paese. L’edizione 2016 si presenta ampiamente rinnovata, riferendosi con maggiore rilevanza a un contesto europeo e nazionale in evoluzione per quanto concerne i nuovi indirizzi delle politiche ambientali e delle metodologie di reporting». Brutte notizie per la temperatura media: «L’aumento registrato negli ultimi 30 anni nel nostro Paese è stato quasi sempre superiore a quello medio globale rilevato sulla terraferma. Il 2015 è stato l’anno più caldo dal 1961. L’anomalia della temperatura media (+1,58 °C) è stata superiore a quella globale sulla terraferma (+1,23°C) e rappresenta il ventiquattresimo valore annuale positivo consecutivo». Ispra ha evidenziato che «A differenza del 2016, anno caratterizzato da violente scosse nel centro Italia, nel 2015 non si sono verificati eventi in grado di produrre danni. I terremoti, lo scorso anno, sono stati 1.963, di cui solo due di Magnitudo pari a 4,7 e 4,5, con epicentri molto profondi (oltre 200 km). Le zone maggiormente critiche, per la presenza di faglie capaci (ossia in grado di produrre rotture o deformazioni significative in superficie o in prossimità di essa) sono la Calabria tirrenica, la Sicilia orientale, la catena appenninica Centro-meridionale e il Friuli – Venezia Giulia». Ma è a rischio, anche il patrimonio culturale: «I beni situati in comuni classificati in zona sismica 1 (suscettibili, pertanto, di essere colpiti da forti terremoti) sono 10.297, pari al 5,4% del totale – spiega l’Ispra – Il 28% dei Siti Unesco italiani è situato in zone ad alta sismicità, solo il 16% in zone a bassa sismicità. A minacciare il nostro...
read moreExpo: indacato Sala per falso
[di ilfattoquotidiano.it] L’inchiesta riguarda la realizzazione della Piastra di Expo 2015, l’infrastruttura realizzata nel sito di Rho Pero dalla Mantovani. All’allora numero uno di Expo e agli altri indagati è contestato tra l’altro di non aver fatto le necessarie verifiche di congruità sull’offerta, aggiudicata con un ribasso del 42% a un ammontare “non idoneo neppure a coprire i costi”. Il sostituto pg ha chiesto altri sei mesi di tempo per approfondire la vicenda. Il primo cittadino: “Attuale situazione è ostacolo a svolgere le funzioni”. E annuncia che la prossima settimana riferirà in merito alla vicenda in consiglio comunale. “Apprendo da fonti giornalistiche che sarei iscritto nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla piastra Expo. Pur non avendo la benché minima idea delle ipotesi investigative, ho deciso di autosospendermi dalla carica di Sindaco, determinazione che formalizzerò domani mattina nelle mani del Prefetto di Milano“. Con questa breve nota il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha annunciato ieri sera la decisione di autosospendersi dall’incarico di primo cittadino. Il motivo: è indagato dalla procura generale del capoluogo lombardo nell’ambito dell’inchiesta per corruzione e turbativa d’asta sull’appalto per la Piastra di Expo, l’infrastruttura più costosa realizzata nel sito di Rho Pero dalla Mantovani. Tra gli indagati anche il legale rappresentante del gruppo Pizzarotti di Parma: per lui l’accusa è di tentata turbativa d’asta. La lettera del sindaco: “Attuale situazione è ostacolo a svolgere le funzioni” – Contrariamente a quanto emerso in un primo momento, Sala ha deciso di non convocare nessuna conferenza stampa. E’ intervenuto, invece, nella riunione dei capigruppo del Consiglio comunale tenutasi nel pomeriggio a Palazzo Marino. In mattinata, invece, dopo aver incontrato il prefetto di Milano Alessandro Marangoni, il primo cittadino ha scelto di affidare a una lettera la conferma della sua posizione e l’annuncio che si presenterà in consiglio a Palazzo Marino la prossima settimana. La missiva è stata inviata al presidente del Consiglio comunale Bertolè, alla vice sindaca della città metropolitana Censi e alla vice sindaca del Comune Scavuzzo. “Ritengo che l’attuale situazione determini per me un ostacolo temporaneo a svolgere le funzioni” ha scritto Giuseppe Sala, comunicando che sarà sostituito “nell’esercizio di dette funzioni rispettivamente dalle Vice sindaco Anna Scavuzzo e Arianna Censi“. Non solo. Il primo cittadino ha anche motivato il motivo della sua decisione: “La mia assenza è motivata dalla personale necessità di conoscere, innanzitutto, le vicende ed i fatti contestati; pertanto – ha aggiunto – fino al momento in cui mi sarà chiarito il quadro accusatorio, ritengo di non poter esercitare i miei compiti istituzionali. La prossima settimana – ha concluso Sala – mi presenterò al Consiglio del Comune di Milano e della Città Metropolitana per riferire in merito“. Le parole del sindaco di Milano, tuttavia, lasciano qualche dubbio squisitamente procedurale. In tutte le norme citate dal primo cittadino milanese (il comma 2 dell’articolo 53 del decreto legislativo 267 del 2000; l’articolo 42 dello statuto del Comune di Milano; l’articolo 21 dello statuto della Città Metropolitana), infatti, non si fa mai riferimento all’istituto dell’auto sospensione, che di fatto non è contemplato. Per questo motivo, quella di Sala è una decisione totalmente politica, senza riscontri dal punto di vista delle norme che regolano le sue funzioni e le sue prerogative. In serata, poi, è arrivata una mezza conferma. Da quanto appreso dall’agenzia Dire da fonti vicine alla Prefettura, Giuseppe Sala durante il colloquio con il prefetto Alessandro Marangoni ha adottato la formula dell’assenza temporanea, prevista dallo statuto comunale per incardinare in modo formale la sua autosospensione. Questa ‘assenza’ verosimilmente non dovrebbe durare più di una quindicina di giorni. Le “anomalie e irregolarità” nell’assegnazione dell’appalto e nella fase esecutiva –...
read moreFao: le guerre continuano ad inasprire l’insicurezza alimentare
[su greenreport.it] Le stime sulla produzione agricola mondiale migliorano ma si profilano stagioni di magra nel prossimo futuro. Secondo l’ultima edizione del rapporto Crop Prospects and Food Situation della Fao, «Shock legati conflitti e a eventi climatici hanno minato notevolmente la sicurezza alimentare nel 2016, aumentando il numero di Paesi che necessitano di assistenza alimentare». E questi Paesi sono ben 39 (Afghanistan, Burkina Faso, Burundi, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo, Eritrea, Etiopia, Gibuti, Guinea, Haiti, Iraq, Kenya, Lesotho, Liberia, Libia, Madagascar, Malawi, Mali, Mauritania, Mozambico, Myanmar, Nepal, Niger, Nigeria, Pakistan, Papua Nuova Guinea, Repubblica democratica Popolare di Corea, Repubblica democratica del Congo, Sierra Leone, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Swaziland, Siria, Uganda, Yemen e Zimbabwe) ed hanno bisogno di aiuti alimentari esterni. La Fao Sottolinea che «Sebbene le stime sulla produzione cerealicola mondiale vadano migliorando grazie a condizioni generalmente favorevoli per i raccolti, l’impatto della recente siccità persiste, così come gli effetti negativi dei diversi conflitti in corso. Le previsioni indicano buoni raccolti di cereali nei prossimi mesi, ma la fame probabilmente aumenterà in alcune regioni durante le stagioni di magra fino a quando le nuove semine non saranno pronte per il raccolto». Una delle situazioni peggiori sembra quella dell’Africa Meridionale, dove nel 2016 gli effetti di El Niño hanno fortemente compromesso la produzione alimentare, «il numero di persone bisognose di assistenza esterna tra gennaio a marzo 2017 è previsto crescere significativamente rispetto allo stesso periodo di un anno fa – si legge nel rapporto – I tassi di ritardo della crescita infantile sono “estremamente alti” nei paesi più problematici, specialmente in Madagascar, Malawi e Mozambico». In alcune regioni, gli stock inadeguati di sementi di cereali e legumi, dovuti a due consecutivi racconti scarsi, potrebbe ostacolare la nuova semina. La Fao e i governi stanno avviando programmi di sostegno all’agricoltura per migliorare l’accesso ai principali input agricoli. Ma sono i conflitti armati a gettare un’ombra lunga sulla sicurezza alimentare: «Al fine di agevolare la pianificazione della risposta umanitaria, il rapporto identifica le cause primarie delle diverse crisi alimentari locali. Queste vanno da un calo eccezionale della produzione alimentare e da una diffusa mancanza di accesso al cibo – dovuta ai redditi bassi, ai prezzi alti o all’interruzione delle reti di distribuzione – all’impatto dei conflitti sulle condizioni della sicurezza alimentare locale». In 21 dei 39 Paesi che hanno necessità di assistenza esterna ci sono conflitti armati che provocano gravi conseguenze interne ma anche lo spostamento di rifugiati che grava sui Paesi ospitanti come Camerun e Ciad. Il rapporto evidenzia che »Conflitti diffusi possono portare alla perdita e all’esaurimento delle risorse produttive delle famiglie, come nel caso della Repubblica Centrafricana, e a problemi di sicurezza che ostacolano le attività agricole, come in Sud Sudan. Sempre in Sud Sudan, si prevede che gli effetti del miglioramento dei recenti raccolti avranno vita piuttosto breve, poiché il conflitto in corso impedisce di portare avanti le attività agricole e pone le comunità più vulnerabili a “rischio concreto di carestia”». In Medio Oriente e nell’area arabo-musulmana, «La guerra civile in Siria ha portato a 9,4 milioni il numero di persone bisognose di assistenza alimentare. La produzione di grano di quest’anno è prevista in calo del 55% rispetto ai livelli pre-crisi. L’attuale conflitto in Yemen ha probabilmente fatto aumentare il numero di persone in stato di insicurezza alimentare...
read moreRapporto Eea: necessarie ulteriori misure Ue per proteggere ambiente e salute delle persone
[su greenreport.it] L’Ue in grado di rispettare solo un terzo degli obiettivi ambientali per il 2020. Secondo l’Environmental indicator report 2016 pubblicato oggi dall’European environmente agecy (Eea) «I sostanziali progressi nella riduzione delle emissioni di gas serra, dell’l’aria e di altri inquinanti il miglioramento dell’efficienza energetica dei materiali, devono essere integrati con ulteriori azioni da parte degli Stati membri dell’Ue ed applicando pienamente le politiche concordate per proteggere meglio la biodiversità, le risorse naturali e la salute delle persone». Il rapporto esamina i principali trend e prospettive per il raggiungimento degli obiettivi ambientali dell’Ue per il 2020 e «fornisce un’istantanea dei progressi compiuti finora dal 28 Stati membri dell’Unione europea nel soddisfare un numero selezionato di obiettivi politici dell’Ue – spiega l’Eaa – Questi sono importanti per il raggiungimento dei tre obiettivi prioritari del 7° Environment Action Programme dell’Ue: capitale naturale; uso efficiente delle risorse, un’economia low-carbon e la salute e il benessere delle persone. Il rapporto integra La relazione integra il ‘the European environment –state and outlook 2015’ (SOER). Il 7th Environment Action Programme fornisce un quadro generale per la pianificazione della politica ambientale dell’Ue e per la sua attuazione al 2020. Ha anche l’obiettivo a lungo termine di ‘vivere bene entro i limiti del pianeta’ entro il 2050». Il rapporto valuta i progressi fatti su 29 obiettivi per capire se potranno essere rispettati entro il 20120 e Individual briefings forniscono ulteriori informazioni su queste valutazioni, comprese quelle a livello di singolo Paese. Il quadro che ne emerge non è certo esaltante: dovrebbero essere raggiunti solo circa un terzo degli obiettivi, mentre è probabile che un altro terzo non verrà raggiunto e non è certo se il restante terzo sarà raggiunto entro il 2020. Il rapporto dimostra che «Le politiche ambientali dell’Ue hanno avuto più successo nella riduzione delle pressioni sull’ambiente, migliorando l’efficienza e rispettando gli obiettivi su clima ed energia 2020 di clima ed energia, che nella riduzione degli impatti complessivi sulla salute e il benessere delle persone sulla necessità di garantire la resilienza dei sistemi naturali. Il direttore esecutivo dell’Eea, Hans Bruyninckx, sottolinea che «Il nostro quadro di valutazione indica che le politiche ambientali dell’Ue hanno conseguito miglioramenti sostanziali. Gli europei godono di aria e acqua più pulite e vengono riciclati più rifiuti. Ma occorre fare di più per migliorare la nostra qualità dell’aria, proteggere la nostra fauna selvatica e delle risorse naturali, se vogliamo raggiungere i nostri obiettivi per il 2020. E’ ormai chiaro che avremo bisogno di politiche e la conoscenze maggiormente integrate per raggiungere il nostro obiettivo di vivere bene entro i limiti del nostro pianeta, che è la visione a lungo termine del 7° programma d’azione» Ma guardando oltre il 2020, il rapporto sottolinea che è necessario un cambiamento molto più grande per raggiungere gli obiettivi della 2050 vision dell’Unione europea “vivere bene entro i limiti del nostro pianeta” e «Questo richiederà politiche ambientali più ambiziose e una trasformazione più fondamentale dei sistemi chiave che sostengono la nostra società, come il cibo, l’energia, gli alloggi e la mobilità». Il rapporto conclude sottolineando «la necessità di politiche e di conoscenze più integrate per realizzare questa visione a lungo termine». Pubblicato il...
read moreLa criminalità ambientale mette in pericolo la pace e la sicurezza e favorisce la corruzione
[su greenreport.it] Nuovo rapporto Interpol – Onu: gruppi armati, terroristi e mafie sfruttano le risorse ambientali. Oltre l’80% dei Paesi del mondo considera la criminalità ambientale una priorità nazionale, con una maggioranza che è convinta che nuove e più sofisticate attività criminali stanno minacciano sempre più la pace e la sicurezza. E’ quanto merge dal recente rapporto “Environment, Peace and Security? A Convergence of Threats”, di Interpol e United Nations Environment che ha interessato quasi 70 Paesi e che si concentra sui legami tra la criminalità ambientale globale – che vale tra i 91 e i 258 miliardi di dollari all’anno – e altre attività criminali, compresa la criminalità organizzata e il terrorismo. Secondo Interpol e UN Environment «Più del 60% dei Paesi esaminati ha dichiarato di star assistendo a nuovi reati ambientali o modus operandi, sottolineando una crescente sofisticazione e adattamento dei gruppi transnazionali della criminalità organizzata. Inoltre, l’84% ha registrato una convergenza con altri reati gravi, come la corruzione (42%), la contraffazione (39%), il traffico di droga (36%), la criminalità informatica (23%) e la criminalità finanziaria (17%)». Il segretario generale dell’Interpol, Jürgen Stock, ha evidenziato che «La criminalità ambientale è di portata transnazionale ed è di natura insidiosa. Priva i governi di entrate tanto necessarie, le persone dei loro mezzi di sussistenza e le comunità della pace e della sicurezza. La comunità internazionale deve sostenere un approccio globale, far seguire alla retorica l’azione, la politica con l’attuazione e il rafforzamento della legge». Il rapporto ha rilevato che «alcuni gruppi armati non statali, gruppi terroristici e reti criminali finanziano le loro attività, sfruttando le risorse naturali nelle zone di conflitto, ponendo una seria minaccia per la pace e la sicurezza». Si stima che almeno il 40% dei conflitti interni abbiano un legame con le risorse naturali. Secondo Erik Solheim, vece-segretario generale dell’Onu e a capo dell’ UN Environment, «E’ giunto il momento di affrontare la minaccia della criminalità ambientale, con una risposta coordinata dagli Stati membri, le organizzazioni internazionali e le Nazioni Unite. Tale risposta deve affrontare la necessità di migliorare la condivisione delle informazioni, una maggiore protezione dei civili, una migliore applicazione della legge e una più profonda comprensione dei fattori dei conflitti». A volte, le popolazioni a basso reddito vedono i reati contro l’ambiente come un’alternativa alla povertà e così vengono sfruttate da bande criminali che li incentivano a commettere reati come il bracconaggio, il taglio di alberi, la pesca o l’estrazione di minerali. Il raccomanda anche «Un approccio multidisciplinare alla lotta contro la criminalità ambientale; maggiore scambio di informazioni tra i vari settori; maggiore attenzione all’attuazione della politica ambientale; un più forte sostegno finanziario anche attraverso l’aiuto pubblico allo sviluppo». Pubblicato il...
read moreCommissione Ue chiede per l’Italia multa da 62,7 milioni di euro: “Acque reflue urbane siano trattate in modo adeguato”
[sul ilfattoquotidiano.it] Commissione Ue chiede per l’Italia multa da 62,7 milioni di euro: “Acque reflue urbane siano trattate in modo adeguato”. Le autorità italiane, denuncia l’esecutivo di Bruxelles, devono ancora garantire il raccoglimento e il trattamento in 80 agglomerati del paese, dei 109 oggetto della prima sentenza del 2012, al fine di evitare gravi rischi per la salute umana e l’ambiente. La Commissione europea chiede per l’Italia una “una sanzione forfettaria di 62,69 milioni di euro” perché“ le acque reflue urbane siano raccolte e trattate in modo adeguato, al fine di prevenire gravi rischi per la salute umana e l’ambiente”. Il riferimento va a una sentenza della Corte di Giustizia del 2012 alla quale il nostro Paese non si è adeguato integralmente. Le autorità italiane, secondo l’esecutivo europeo, devono ancora “vigilare in 80 località sulle 109”, tutte interessate dalla pronuncia dei giudici. Un motivo che ha spinto la Commissione a un nuovo ricorso. Alla sanzione forfettaria “va aggiunta una multa di circa 347mila euro per ogni giorno” di ritardo che l’Italia potrebbe accumulare a partire dalla futura sentenza. L’Italia ha quindi tempo fino al prossimo pronunciamento dei giudici europei per adeguarsi, evitando così la tagliola delle multe Ue. Il 19 luglio del 2012 la Corte di giustizia dell’Ue aveva stabilito che le autorità italiane violavano il diritto dell’Unione Europea poiché non provvedevano in modo adeguato alla raccolta e al trattamento delle acque reflue urbane di 109 agglomerati (città, centri urbani, insediamenti), che contano oltre 6 milioni di abitanti. La Commissione europea giustifica la sua decisione di deferire nuovamente l’Italia alla Corte di giustizia europea in quanto “a distanza di quattro anni dalla prima sentenza la questione non è ancora stata affrontata in 80 località, che contano oltre 6 milioni di abitanti. Le regioni interessate sono Abruzzo (1 località), Calabria (13), Campania (7), Friuli Venezia Giulia (2), Liguria (3 ), Puglia (3) e Sicilia (51). La mancanza di adeguati sistemi di raccolta e trattamento in questi 80 zone – afferma la Commissione Ue – “pone rischi significativi per la salute umana, le acque interne e l’ambiente marino”. Infatti, secondo quanto prevede la direttiva europea (la 271 del 1991), gli Stati membri sono tenuti ad assicurarsi che città, centri urbani e altri insediamenti raccolgano e trattino in modo adeguato le proprie acque reflue urbane. Quelle non trattate possono essere contaminate da batteri e virus nocivi e rappresentano pertanto un rischio per la salute pubblica. Tra l’altro – sottolinea Bruxelles – contengono nutrienti come l’azoto e il fosforo, che possono danneggiare le acque dolci e l’ambiente marino favorendo la crescita eccessiva di alghe che soffocano le altre forme di vita. Pubblicato l’8/12/2016...
read moreCop 22 a Marrakech: nuove strade per il cambiamento climatico
[di Grazia Francescato su ecologiapolitica.org] Spenti i riflettori su Marrakech, assorbita la botta del passo indietro di Trump, la lotta al cambiamento climatico infila nuove strade, spesso sorprendenti. Il “buco nero” della politica, incapace di tener testa al galoppo vertiginoso della COP22 (anche se tutti i paesi hanno riaffermato la loro fedeltà all’accordo di Parigi, “alla faccia” del neoeletto tycoon statunitense), viene riempito, parzialmente ma in dosi non trascurabili, da altri major player: la parte più innovativa della business community, la società civile, le reti dei poteri locali e dei sistemi urbani. Alla COP 22 appena conclusa, ha destato scalpore l’appello di 360 manager e imprenditori (non pochi tra i top 500 elencati dalla rivista Fortune) ai politici americani sulla urgenza di rispettare l’accordo di Parigi. A riprova del fatto che, come hanno rilevato numerosi osservatori, la parola d’ordine negli ambiti più illuminati dell’economia sia ormai “divestment”, l’addio sia pur graduale ai combustibili fossili e il perseguimento di una società low carbon, contrassegnata da modelli più sostenibili di produzione e consumo. Quanto alla società civile, il motto condiviso è “We will move forward”, testimoniato dalla simbolica foto di chiusura organizzata da Greenpeace, con migliaia di attivisti e NGOs riuniti intorno allo striscione che invitava appunto ad andare avanti senza esitazioni. E qui si può dire, ripescando un vetusto slogan sessantottino, che davvero la fantasia è al potere. Prendiamo la gamma di azioni popolari per la giustizia climatica, nuovo trend che si sta affermando in tutto il mondo: movimenti, gruppi, organizzazioni sociali stanno utilizzando strumenti giudiziari per obbligare gli stati ad agire contro il cambiamento climatico. Già si registrano i primi successi in Olanda, Pakistan e Usa, mentre analoghi percorsi stanno prendendo piede anche in Francia e Norvegia. Un esempio per tutti: nel 2015 ventun giovani tra gli otto e i diciannove anni, provenienti da diversi stati degli Usa, hanno intentato causa, insieme all’organizzazione Our Children Trust, contro il governo federale presso la corte dell’Oregon per violazione dei diritti costituzionali dei ragazzi alla vita, alle libertà e al godimento dei beni comuni. Il 10 ottobre 2016 la giudice Ann Aiken ha respinto il ricorso del governo che voleva annullare la causa, aprendo la strada a un’eventuale ingiunzione che obblighi le politiche governative a implementare una drastica riduzione dei gas serra. “Questi strumenti di pressione e di battaglia popolare potrebbero essere messi in atto anche in altri paesi, perché le decisioni prese da questi tribunali nazionali si basano sul diritto relativo alla responsabilità civile e questo tipo di giurisprudenza esiste nella maggior parte delle nazioni” precisa Marica Di Pierri, che guida l’Associazione A sud e il CDCA (Centro Documentazione Conflitti Ambientali). Non a caso Robert Costanza, professore di Public Policy dell’Australian National University, ha lanciato l’idea di un “Atmospheric Trust”, una campagna planetaria denominata “We claim the sky” (Rivendichiamo il cielo) che ipotizza l’invio, da parte della società civile e dei paesi più vulnerabili, di una vera e propria fattura agli inquinatori più incalliti. Costanza ha presentato la sua inedita proposta a un convegno internazionale dal significativo titolo “Climate Savers – People building Future” (I salvatori del clima – La gente costruisce il futuro”) che si è svolto ai primi di novembre a Frosinone, organizzato da Greenaccord, Associazione per la Salvaguardia del Creato vicina alle posizioni di papa Bergoglio e dedita...
read moreBeni comuni e usi civici: un rapporto da consolidare
[di Fabio Parascandolo su ecologiapolitica.org] In quanto commons, i beni comuni naturali costituiscono la ricchezza ecologica su cui le popolazioni rurali, specialmente nel Sud del mondo, sanno – o meglio sperano – di poter contare per la soddisfazione dei loro bisogni di baseii. Ma in quanto entità relazionali, i beni comuni possono essere anche definiti come reti civiche, e come «un repertorio di pratiche di cittadinanza attiva» (Cacciari, Carestiato, Passeri 2012: 10). Si può dire quindi che «i beni comuni, prima di essere cose e servizi, sono ciò che una comunità, un gruppo sociale, una popolazione, indica come essenziale, indispensabile e insostituibile per la dignità del proprio vivere» (ibidem). Questo approccio denominativo (cfr. Turco 1988, pp. 76 ss.) ben si addice anche ai commons naturali, beni indispensabili alla riproduzione della vita sul pianeta e quindi anche della vita umana. Le indagini storico-politologiche e geo-antropologiche confermano che quando sono effettuate con assiduità e in base a regole appropriate, le pratiche civiche riescono a “entrare in risonanza” con i commons extra-umani (biotici e abiotici). La rigenerazione dei patrimoni naturali territoriali può avvenire infatti a patto di un uso ragionevole e non smodato degli stessi; un uso che non ne pregiudichi la rinnovabilità, preservandoli anche per le generazioni future. Prendiamo il caso dell’agricoltura, la più capillare e pervasiva attività di interazione sociale con la natura extra-umana sulle terre emerse del globo. Numerosi studi (cito per tutti Altieri 1995) hanno dimostrato che nelle sue forme “tradizionali”, l’agricoltura contadina e familiare di piccola scala riesce a mantenere vive e attive le funzioni idrogeologiche, microclimatiche, ecologiche e paesaggistiche dei sistemi ambientali, preservando quindi le basi biofisiche necessarie alla riproduzione della biodiversità e della stessa specie umana. Ma la storia ecologica degli ultimi secoli e in particolare del secolo XX ci ha dimostrato che invece di produrre beni d’uso “con la terra” e con i commons naturali, le tecnologie agro-industriali convenzionali hanno prodotto e tuttora producono beni di scambio “contro la terra”, cioè contro la biosfera. All’accumulazione di impatti ecologici negativi provocati dalle ristrutturazioni agroindustriali ha fatto seguito la compromissione (cioè il depauperamento o il degrado da fattori inquinanti) dei beni comuni naturali. Le problematiche generate dall’irrompere planetario dell’economia “estrattiva” delle risorse rinnovabili (Navdanya International, 2015) risultano fortemente acuite dalle radicali trasformazioni intervenute nei sistemi di approvvigionamento delle collettività umane. Mi riferisco ai processi di sganciamento ecologico dei contesti territoriali in via di modernizzazione, cioè allo smantellamento di forme localmente radicate ed ecologicamente stabili di accesso alla sussistenza. Se il cibo e altre risorse vitali non giungono più nei centri abitati dai contesti territoriali di prossimità o lo fanno solo in minima parte, ciò è segno che la provenienza ecologica dei flussi di risorse “assorbiti” dagli insediamenti non coincide più con la loro localizzazione geografica (Wackernagel, Rees 1996, p. 23; Saragosa 2001, p. 74). Gli attuali processi reticolari di allungamento (anche di migliaia di km) e di ristrutturazione globale delle filiere di trasformazione e distribuzione delle commodity alimentari ed agro-energetiche sono stati resi possibili dall’applicazione intensiva di tecnologie fortemente entropiche e dipendenti dall’impiego di fonti non rinnovabili di energia. Si tratta, a conti fatti, di modalità insostenibili di riorganizzazione dei contesti socio-ecologici…(segue scaricando il documento integrale qui) Pubblicato a novembre 2016, numero...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.