Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
SEGNALI 2016 – Verso una mobilità pulita e intelligente
[da eea.europa.eu] I trasporti collegano persone, culture, città, nazioni e continenti. Sono uno dei pilastri principali della società e dell’economia moderna, in quanto permettono ai produttori di vendere i propri prodotti in tutto il mondo, e ai viaggiatori di scoprire posti nuovi. Le reti di trasporto garantiscono inoltre l’accesso a servizi pubblici cruciali, come l’educazione e l’assistenza sanitaria, contribuendo a migliorare la qualità della vita. Il collegamento a reti di trasporto aiuta a stimolare l’economia in aree remote, creando lavoro e ricchezza. I trasporti hanno un ruolo decisivo anche nel plasmare il modo in cui viviamo: il cibo, il vestiario, i rifiuti domestici devono tutti essere trasportati. I trasporti hanno un impatto sulla disponibilità dei prodotti e su quello che consumiamo; e tutti noi adoperiamo sistemi di trasporto per andare al lavoro, a scuola, a teatro e in vacanza. Oggi i collegamenti ferroviari ad alta velocità rendono possibile percorrere quotidianamente tratte molto lunghe, permettendo alle persone di vivere a centinaia di chilometri di distanza dal luogo in cui lavorano. Tuttavia, il nostro attuale modello dei trasporti presenta dei lati negativi. Il settore dei trasporti ha un notevole impatto negativo sull’ambiente e sulla salute umana. I trasporti generano un quarto delle emissioni di gas serra dell’Unione europea e causano inquinamento atmosferico e acustico e frammentazione degli habitat. Più concretamente, quello dei trasporti è l’unico settore economico principale in Europa nel quale i gas serra sono aumentati dal 1990, e contribuisce inoltre in maniera preponderante all’emissione di ossidi di azoto, nocivi per l’ambiente e per la salute umana. Analogamente, il trasporto su strada è una delle principali fonti di inquinamento acustico ambientale in Europa. Scarica il Rapporto (Pubblicato il 25 novembre...
read moreRapporto Rifiuti Speciali – Edizione 2016
[da isprambiente.gov.it] Il Rapporto Rifiuti Speciali, giunto alla sua quindicesima edizione, è frutto di una complessa attività di raccolta, analisi ed elaborazione di dati da parte del Servizio Rifiuti dell’ISPRA, in attuazione di uno specifico compito istituzionale previsto dall’art.189 del d.lgs. n. 152/2006. Attraverso un efficace e completo sistema conoscitivo sui rifiuti, si intende fornire un quadro di informazioni oggettivo, puntuale e sempre aggiornato di supporto al legislatore per orientare politiche e interventi adeguati, per monitorarne l’efficacia, introducendo, se necessario, eventuali misure correttive. Il Rapporto Rifiuti Speciali – Edizione 2016 fornisce i dati, all’anno 2014, sulla produzione e gestione dei rifiuti speciali non pericolosi e pericolosi, a livello nazionale e regionale, e per la gestione anche a livello provinciale; e sull’import/export. Pubblicazione disponibile solo in formato elettronico Scarica la pubblicazione (pdf – 13 Mb) ISPRA Rapporti 246/2016...
read moreConsumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici – Edizione 2016
[da isprambiente.gov.it] La terza edizione del Rapporto ISPRA sul consumo di suolo, oltre a fornire un quadro aggiornato e nuovi indicatori utili a valutare le caratteristiche e le tendenze dei processi di trasformazione del nostro territorio, inquadra il tema del consumo di suolo all’interno di un più ampio sistema territoriale in veloce evoluzione. Il rapporto introduce nuove valutazioni sull’impatto della crescita della copertura artificiale del suolo, che causa la perdita di una risorsa fondamentale, così come delle sue funzioni e dei relativi servizi ecosistemici. Il Rapporto presenta anche una prima mappatura nazionale e una valutazione, anche economica, della perdita dei principali servizi ecosistemici dovuta al consumo di suolo degli ultimi tre anni. Dati completi del rapporto in open data Pubblicazione disponibile solo in formato elettronico Scarica la pubblicazione(pdf – 22 Mb) ISPRA Rapporti 248/2016...
read morePacchetto energia UE: il giudizio delle associazioni ambientaliste
Maxi-pacchetto energia Ue, Legambiente: «Persa importante occasione. Proposte inadeguate»[da greenreport.it] La Commissione europea ha adottato il pacchetto“energia pulita per tutti gli europei” che include 8 proposte legislative con le quali si intende riformare la politica energetica europea, e il vicepresidente di Legambiente, Edoardo Zanchini, non nasconde la sua delusione: «Le proposte della Commissione Ue, presentate oggi con il cosiddetto Pacchetto di inverno, non consentono all’Europa di accelerare la transizione verso un sistema energetico libero da fossili entro il 2050 e sono in piena contraddizione con gli impegni assunti a Parigi e ribaditi solo pochi giorni fa a Marrakech. Per poter contenere l’aumento della temperatura globale entro 1.5°C, secondo quanto previsto dall’Accordo di Parigi, serve un cambio di rotta per stare al passo con il resto del mondo accompagnato da obiettivi climatici ed energetici europei più ambiziosi, a partire da rinnovabili ed efficienza energetica, insieme a efficaci misure attuative a livello nazionale per dare fiducia a cittadini ed imprese sempre più interessati a investire nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica». Il maxi-pacchetto varato oggi non convince il Cigno Verde: « L’aumento dal 27 al 30% dell’obiettivo proposto dalla Commissione per l’efficienza energetica è un primo insufficiente passo nella giusta direzione. Come anche il riconoscimento dell’importanza delle “comunità energetiche” e del ruolo dei “prosumers”. Per le rinnovabili, invece, la Commissione fissa il target comunitario ad appena il 27%. Obiettivo fortemente inadeguato, se si tiene conto che il suo trend attuale è del 24%». Ma quel che preoccupa soprattutto Legambiente è che «viene eliminata la priorità di dispacciamento delle rinnovabili (ad eccezione dei piccoli impianti), architrave dell’attuale politica europea che consente la priorità di accesso alla rete rispetto all’elettricità prodotta da fonte fossili, consentendone di fatto un loro rilancio. Proprio quando la transizione globale verso un sistema energetico efficiente e 100% rinnovabile sta vivendo una forte accelerazione». Zanchi conclude: «L’Europa rischia così di perdere il treno verso il futuro, rinunciando a tutti quei benefici che l’abbandono delle fonti fossili può portare alla nostra economia, all’occupazione e alla salute dei cittadini. Non sono più ammessi ritardi, serve dunque un segnale forte È in gioco lo sviluppo di un’economia libera finalmente dalle fonti fossili. La sola in grado di farci vincere la triplice sfida climatica, economica e sociale, creando nuove opportunità per l’occupazione e la competitività delle imprese europee. Una sfida che l’Europa e l’Italia non possono fallire. Molti governi hanno compreso che le fonti fossili non hanno futuro. A Marrakech, con uno storico impegno, 48 paesi in via di sviluppo, raggruppati nel Climate Vulnerable Forum, si sono impegnati a raggiungere il 100% di rinnovabili entro il 2050. La Commissione, invece, con queste proposte fortemente inadeguate “strizza” ancora l’occhio ad alcuni governi che continuano a guardare al passato offrendo un salvagente ai dinosauri delle fonti fossili. E mentre nel resto del mondo gli investimenti nelle rinnovabili sono triplicati nel corso degli ultimi 10 anni, in Europa si sono ridotti per quattro anni di fila. Con queste proposte, l’Europa rischia di perdere la storica opportunità di invertire questo trend ed essere a capo della rivoluzione energetica dei prossimi anni, divenendo “numero uno al mondo” nelle rinnovabili, come promesso dal Presidente della Commissione Juncker al momento del suo insediamento». Il pacchetto “Clean Energy for All Europeans” convince solo in parte anche il Board of Directors dell’ European alliance...
read moreRapporto Ue: “467mila morti l’anno in Europa per smog e inquinamento”
[su Ilfattoquotidiano.it] “In Europa 467mila morti l’anno per smog e inquinamento”. E’ quanto afferma il rapporto “Qualità dell’aria in Europa 2016“, pubblicato stamattina dall’Agenzia europea per l’ambiente(Eea). Nonostante la qualità dell’aria nel Vecchio continente stia migliorando, “l’inquinamento atmosferico resta il principalefattore ambientale di rischio per la salute delle persone”, abbassa la qualità della vita. Proprio su questi temi, oggi il Parlamento europeo in seduta plenaria ha votato per “imporre limiti più bassi ai principali inquinanti per abbassarne entro il 2030 la quantità nell’atmosfera sotto i livelli del 2005?. Le particelle incriminate vanno dal biossido di zolfo, causa delle piogge acide, al particolato che può causare malattie respiratorie e cardiovascolari Lo studio presenta una panoramica aggiornata e un’analisi per il periodo 2000-2014 sulla base di dati provenienti da stazioni di monitoraggio dell’aria ufficiali, tra cui più di 400 città in tutta Europa. Tra gli altri risultati, risulta che nel 2014 circa l’85% della popolazione urbana nell’Unione europea sono stati esposti a particolato fine (PM2.5) a livelli ritenuti dannosi per la salute dallaOrganizzazione Mondiale della Sanità. “La riduzione delle emissioni ha portato a miglioramenti della qualità dell’aria in Europa, ma non abbastanza per evitare danni inaccettabili per la salute umana e l’ambiente”, ha detto Hans Bruyninckx, a capo dell’Agenzia europea per l’ambiente con sede a Copenhagen. Sono necessari – ha aggiunto – maggiori sforzi da parte delle autorità pubbliche e delle imprese, così come dei cittadini e ricercatori. Il report definisce l’inquinamento da particolato come una miscela di minuscole particelle e goccioline liquide composte da diversi elementi tra cui acidi, metalli, particelle di suolo o polvere. Fonte principale è la combustione di carbone e biomassa da parte di industrie, centrali elettriche e famiglie. Altre fonti di inquinamento sono i trasporti, l’agricoltura e l’incenerimento dei rifiuti. “E’ chiaro che i governi locali e regionali svolgono un ruolo centrale nella ricerca di soluzioni” al problema, ha commentato il commissario europeo all’ambiente Karmenu Vella, auspicando per oggi un voto positivo del Parlamento europeo sui Nuovi tetti alle emissioni inquinanti (Nec). Il commissario ha accennato alla necessità di “aiutare i diversi livelli di governo a lavorare meglio insieme” alludendo al fatto che a volte le istituzioni locali hanno strategie più ambiziose dei governi in tema di riduzione delle emissioni. (Pubblicato il 23 novembre...
read moreCosa prevede l’accordo sui tagli alla produzione globale di petrolio
[Su Internazionale.it] Dopo l’intesa preliminare raggiunta a settembre ad Algeri, il 30 novembre i rappresentanti dell’Organizzazione dei paesi produttori di petrolio (Opec) hanno negoziato un accordo per limitare la produzione globale di petrolio a partire dal 1 gennaio 2017. È la prima volta in otto anni che l’Opec riesce a stipulare un’intesa per far risalire il prezzo del petrolio, che è sceso drasticamente dalla metà del 2014 e ha danneggiato gravemente le economie di paesi che dipendono strettamente dalle esportazioni di greggio, come l’Arabia Saudita e il Venezuela. Alla notizia dell’accordo le quotazioni del greggio Brent sono salite del 10 per cento, raggiungendo i 51,94 dollari al barile, e quelle del greggio statunitense del 9 per cento, fino a 49,53 dollari al barile. Nel giugno del 2014 il petrolio costava 115 dollari al barile, mentre nel gennaio di quest’anno ha toccato i livelli più basi scendendo sotto i trenta dollari. Se l’accordo sarà rispettato, si prevede che il barile di greggio tornerà a costare più di sessanta dollari. Il tetto alla produzione Se i paesi dell’Opec manterranno gli impegni presi ieri a Vienna, da gennaio la produzione mondiale di greggio calerà di 1,2 milioni di barili al giorno, attestandosi a 32,5 milioni di barili al giorno, contro la media dei 33,64 milioni estratti quotidianamente a ottobre. Superando le sue divergenze con l’Iran, l’Arabia Saudita ha accettato di tagliare 500mila dei 10,5 milioni barili che estrae abitualmente (una riduzione del 4,5 per cento). Allo stesso tempo ha permesso a Teheran di aumentare lievemente la sua produzione, che si sta lentamente riprendendo dopo la fine delle sanzioni occidentali e sta tornando ai livelli precedenti al 2012. Come l’Iran, anche la Libia e la Nigeria saranno esentate dai tagli per le loro difficoltà economiche. Nella riunione si è deciso inoltre che l’Indonesia lascerà nuovamente l’Opec, dov’era recentemente rientrata, perché è diventata un importatore netto di petrolio. Mohammed bin Saleh al Sada, il presidente dell’Opec, ha annunciato che anche i paesi produttori che non fanno parte dell’organizzazione collaboreranno allo sforzo, tagliando 600mila barili al giorno. Al Sada ha aggiunto che la Russia è pronta a tagliare 300mila barili dei più di 10 milioni che estrae quotidianamente. Tuttavia Mosca non ha confermato. Misure necessarie per l’Arabia Saudita Secondo il Financial Times, Riyadh e i suoi alleati del golfo Persico, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar, sopporteranno il peso maggiore dei tagli. Ma questi governi contano su un rapido aumento del prezzo del greggio, che andrà a pareggiare le perdite in termini di vendite. I sacrifici per Iran e Iraq, invece, saranno minori. In ogni caso l’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale di petrolio, aveva urgentemente bisogno di fare qualcosa per raddrizzare la sua situazione finanziaria. Nel 2015 il suo deficit aveva raggiunto i 98 miliardi di dollari, il 14 per cento del pil. Il governo di Riyadh era stato costretto a ridurre gli stipendi dei funzionari pubblici per la prima volta nella storia del regno e aveva annunciato un piano per diversificare l’economia. Secondo la Bbc, ci è voluto molto tempo per raggiungere l’accordo perché l’Arabia Saudita sperava, con i prezzi bassi, di infliggere un danno all’industria statunitense di estrazione del petrolio di scisto. Ma la strategia di Riyadh non ha funzionato: nel 2016 l’industria estrattiva negli Stati Uniti ha registrato un calo nel 2016, ma è comunque cresciuta rispetto al 2014. La speranza del...
read moreAmianto: arriva il Testo Unico. L’Italia è ancora contaminata
[di Floriana Bulfon su L’Espresso] Obbligo di denunciare gli edifici o i beni con presenza di amianto, patrocinio a spese dello Stato per le vittime e i familiari e più tempo per concludere i processi con termini di prescrizione raddoppiati. E poi sospensione delle attività per chi supera i limiti e bonifica delle aree industriali dismesse. A 24 anni dalla legge con cui è stato bandito l’amianto arriva un Testo Unico che riordina, semplifica e integra centinaia di provvedimenti. L’obiettivo è quello di garantire finalmente una maggior tutela per chi ha subito le conseguenze della fibra killer e per un intero Paese con tonnellate di amianto ancora da mettere in sicurezza e smaltire. Gli effetti letali sono destinati a crescere. In base all’andamento dei dati scientifici nel 2020 si potrebbe manifestare il picco massimo di manifestazione delle malattie asbesto-correlate. Absesto significa ‘che non si spegne mai’ e l’amianto, materiale altamente resistente e a basso costo produttivo utilizzato fin anche nei giocattoli, eredità di una politica industriale priva di sensibilità ambientale, rappresenta ancora una sfida aperta e pone un problema di giustizia per i danni umani, il riconoscimento di responsabilità, l’indennizzo alle vittime e alle comunità colpite. Ogni anno, secondo l’Associazione italiana di oncologia medica, almeno 3mila persone muoiono di mesotelioma pleurico e malattie asbesto-correlate e più di mezzo milione di lavoratori dichiara di essere stato a contratto con la fibra. Un’emergenza sociale considerando che il ministero dell’Ambiente rileva, a novembre 2015, oltre 44 mila siti contaminati, ma a distanza di più di due decenni il quadro non è completo. Ancora non si sa con esattezza quali siano tutti i luoghi a rischio e quindi dove intervenire. Mappature datate, inattendibili perché parziali, realizzate non correttamente come accade in Calabria o in Molise. E così nei 128 articoli presentati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno degli infortuni, presieduta da Camilla Fabbri, si introduce l’obbligo di denunciare ovunque ci sia presenza di amianto oltre i limiti consentiti, avvalendosi di un responsabile del rischio, figura che ad oggi solo Liguria e Marche hanno disciplinato. L’Agenzia Nazionale Amianto avrà il potere di acquisire censimenti e piani regionali, coordinerà a livello nazionale la vigilanza e formerà personale ispettivo e tecnico per lo smaltimento e la bonifica. La rimozione dell’amianto è motivo di responsabilità sociale e atto di giustizia. All’ex Isochimica di Avellino, un’azienda dove dal 1982 al 1988 sono state scoibentate le carrozze delle Ferrovie dello Stato, sono stati interrati senza cautela oltre due milioni di chili di amianto. Sono rimasti lì per due decenni a ridosso di un campo da calcio, nel pieno del centro abitato. Con le nuove norme il datore di lavoro dovrà occuparsi non solo dei dipendenti, ma della comunità rispondendo anche dell’esposizione al rischio per le aree circostanti. E dovrà essere avviata la riconversione e riqualificazione delle aree industriali dismesse. Sarà poi obbligatorio per il medico segnalare l’accertamento della patologia ai Centri operativi regionali e questi ultimi dovranno comunicarlo all’Inail affinché sia aggiornato il registro dei mesoteliomi, a cui andranno aggiunti anche tutti i tumori determinati dalle fibre asbestiformi. Per ora la gestione diversificata dei Centri operativi ha creato il risultato di una ‘geografia’ delle malattie non realistica né omogenea. E intanto le vittime sono costrette a sostenere a proprie spese lunghi dibattimenti nei confronti di imputati particolarmente anziani o privi di patrimoni sufficienti a...
read moreMigrazioni ambientali e clima dopo la Cop22 di Marrakech. La situazione in Italia
[da greenreport.it] A pochi giorni dalla chiusura della Cop22 Unfccc di Marrakesh e partendo dalla citazione di Papa Francesco nell’Enciclica Laudato Sì’ per cui «La stessa logica che rende difficile prendere decisioni drastiche per invertire la tendenza al riscaldamento globale è quella che non permette di realizzare l’obiettivo di sradicare la povertà», si è aperta oggi a Roma la prima Conferenza internazionale dedicata al fenomeno delle migrazioni causate dai cambiamenti climatici, promossa da Legambiente con la partecipazione di Sustainable development solutions network (Sdsn), Azione Cattolica Italiana, Caritas Italiana e dalla discussione è emerso che «Nonostante i numerosi studi non esistono stime certe relative al numero dei profughi per cause climatiche; non esistono definizioni riconosciute del migrante ambientale e, di conseguenza, non esistono piani di intervento adeguati al fenomeno; non esistono nemmeno previsioni certe sul numero dei migranti ambientali entro il 2050. Di certo, sappiamo che il fenomeno dei profughi climatico-ambientali è di rilevanza primaria e di intensità superiore ai profughi da guerra». Secondo l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Iom) nel 2014 la probabilità di essere sfollati a causa di un disastro è salita del 60% rispetto a 40 anni fa. L’incontro, aperto dal magnifico rettore della Pontificia università Lateranense, Enrico dal Covolo e moderato da Gad Lerner, ha confermato che «Sul tema dei migranti pesano pregiudizi e luoghi comuni: si teme l’invasione, la diffusione del terrorismo, della malavita e delle malattie; si teme che l’emergenza si traduca in minaccia per la nostra economia. In realtà, tutti gli studi confermano che non si tratta di un’emergenza ma di un cambiamento geopolitico e demografico strutturale che condizionerà i prossimi decenni; non c’è nessuna invasione in atto nel vecchio continente e le attuali migrazioni sono più una risorsa che un problema, perché contribuiscono a risolvere alcuni problemi della vecchia Europa». Secondo Rossella Murini, presidente di Legambiente, «Siamo di fronte ad un cambiamento storico sia sul piano sociale e antropologico che geopolitico, ed è per questo che servono visioni politiche lungimiranti. La solidarietà e lo spirito di accoglienza, che pure sono valori belli e importanti, non bastano a trovare le soluzioni. Di contro, rintanarsi nella logica del fortino assediato, come tanti in Europa stanno facendo, frena la nascita di nuove soluzioni politiche capaci di governare il cambiamento in corso. La rivoluzione energetica e la lotta per contrastare i cambiamenti climatici rappresentano l’antidoto strategico più sicuro per costruire una seria giustizia climatica a livello globale e per creare nuove occasioni di lavoro, premessa indispensabile per ridurre la povertà, marginalizzare le cause di conflitto, ridurre i flussi migratori e provare ad invertire quella che in modo così incisivo Papa Francesco ha definito ‘La terza guerra mondiale a pezzi’”». L’Internal displacement monitoring centre del Norwegian refugee council, che studia il fenomeno degli sfollati interni agli Stati a livello mondiale, «Dal 2008 al 2015 ci sono state 202.4 milioni di persone delocalizzate/sfollate, il 15% per eventi geofisici come eruzioni vulcaniche e terremoti, e l’85% per eventi atmosferici. Nel solo 2015 gli sfollati interni allo stesso Stato sono 27,8 milioni, di cui 8,6 mln provocati da conflitti e violenze e 19,2 mln provocati da disastri naturali, intensi e violenti». Nel suo rapporto Global Trend 2016, l’Unhcr dà numeri ancora più preoccupanti: «40,8 milioni di profughi interni/sfollati nel 2015». L’Unccd 2014 Desertification Report stima che «Entro il 2020, 60 milioni di persone potrebbero spostarsi dalle aree desertificate dell’Africa Sub-Sahariana verso il Nord Africa e...
read moreL’Artico rovente, fino a 20 gradi più caldo. E la calotta glaciale tocca nuovi minimi
[di Matteo Marini su repubblica.it] A novembre in alcune zone la temperatura media, oltre l’80esimo parallelo, è salita a livelli mai registrati prima, così quella del mare, superiore di 4°C. IL SOLE non sale più al di sopra dell’orizzonte, la lunga notte ha già abbracciato gran parte dell’Artico ma al Polo nord è un autunno caldo, anzi, rovente. È un trend annunciato da tempo ma le anomalie delle temperature e dell’estensione della calotta polare stanno toccando livelli che sorprendono anche gli scienziati. Cominciamo dalla ‘febbre artica’: negli ultimi giorni i grafici del Danish meteorological institute hanno registrato valori dell’atmosfera superiori alla media del periodo fino a 20 gradi centigradi. Una forbice mostruosa che riguarda la zona a nord dell’80esimo parallelo, ora immersa nel buio e per questo ancora più preoccupante. E anche il mare non sta meglio, la sua temperatura media è superiore di circa quattro gradi. Da maggio 2015 ogni record mensile per quanto riguarda la temperatura globale è stato demolito. E i ghiacci del polo sono come un termometro dei cambiamenti climatici. A settembre, quando l’estensione della calotta polare raggiunge il minimo annuale, si è toccato il secondo record negativo da quando esistono le osservazioni satellitari: 4,14 milioni di chilometri quadrati. Solo nel 2012 era andata peggio di così. Ma da due mesi a questa parte la situazione è precipitata. L’estensione attuale del ghiaccio attorno al Polo nord infatti è ben al di sotto dei valori medi (inferiore di ben due milioni di chilometri quadrati), ma anche a quelli di quattro anni fa: un milione di chilometri quadrati in meno (più del dieci per cento). Per tre giorni consecutivi, dal 17 al 19 novembre, il processo si è invertito e la superficie è addirittura diminuita invece che aumentare, come fa, in inverno. “Purtroppo ci aspettavamo una cosa del genere – spiega Carlo Barbante, direttore dell’Istituto dinamica processi ambientali del Cnr e professore all’università Cà Foscari di Venezia – anche se si tratta di un fenomeno eccezionale, si inserisce in un trend complessivo molto preoccupante. Negli ultimi 25 anni abbiamo perso il 30 per cento del ghiaccio marino e questo crea una amplificazione. Il mare assorbe più calore e così aumenta ancora la temperatura”. E anche se nelle prossime settimane è atteso un ‘recupero’, il problema è molto più profondo e riguarda le caratteristiche del ghiaccio stesso che nell’ultimo secolo si è dimezzato. Una progressione sempre più veloce nel corso dell’ultima generazione. Di anno in anno, infatti, si è fatto sempre più sottile e secondo le rilevazioni dei satelliti Nasa e Noaa (il centro meteo americano) sta progressivamente scomparendo il ghiaccio “vecchio”, quello cioè che persiste da più anni sotto a quello che si forma ciclicamente con le stagioni. Da mesi gli allarmi si ripetono. A luglio e a ottobre la Nasa e il Noaa, a novembre l’Onu, hanno candidato, sulla base di anomalie sempre più preoccupanti, il 2016 a essere il più caldo di sempre. Con una temperatura media superiore di 1,2 gradi rispetto all’epoca preindustriale e con livelli di CO2 nell’atmosfera che hanno doppiato, stabilmente, quota 400 parti per milione. Una specie di soglia psicologica, varcata anche al Polo Sud per la prima volta in quattro milioni di anni. Ed è una tendenza per la quale non esiste prospettiva di inversione, il ghiaccio perso non tornerà:...
read moreGreenpeace: “Vicenza, Padova e Verona esposte a Pfas: falde a rischio contaminazione”
[di Luisiana Gaita su ilfattoquotidiano.it] Il rapporto della ong ‘Come i Pfc entrano nel nostro corpo’ esamina i livelli di inquinamento di Italia, Ohio-West Virginia (Usa), Olanda e Cina. Nel nostro Paese, l’area critica si estende per circa 150 chilometri quadrati e ricade proprio nelle tre provincie venete. Al centro la produzione di composti chimici pericolosi, come i Pfc. In Italia, tra le province di Vicenza, Padova e Verona sono 350-400mila le persone potenzialmente a rischio per l’inquinamento diffuso nell’ambiente e la conseguente contaminazione delle falde di acqua potabile dovuti alla produzione di composti chimici pericolosi, come i Pfc (composti poli e perfluorurati). Greenpeaceha pubblicato il rapporto ‘Come i Pfc entrano nel nostro corpo’ che identifica quattro aree del mondo, esaminandone il livello di inquinamento. Il dossier esamina i casi di Italia, Ohio-West Virginia (Usa), Olanda, Cina. Nel nostro Paese, l’area interessata dalla contaminazione si estende per circa 150 chilometri quadrati e ricade proprio nelle tre province venete, dove le popolazioni sono esposte ai Pfas (sostanze perfluoroalchiliche) e ad altri Pfc che vengono prodotti in alcuni impianti di quelle zone. L’inquinamento da Pfc – Per via delle loro proprietà chimiche (repellenza ad acqua e olii ed elevata stabilità termica e chimica) i Pfc vengono impiegati in numerosi processi industriali e beni di consumo, tra cui i trattamenti idrorepellenti e antimacchia utilizzati per la produzione di abbigliamento outdoor. Una volta rilasciati in natura, però, alcuni Pfc impiegano molto tempo per decomporsi, restando così nell’ambiente per molti anni e diffondendosi in tutto il globo: nelle acque superficiali (fiumi e laghi), potabili e di falda, ma anche nell’aria e nella polvere domestica. “Prove evidenti dell’inquinamento, recente o passato, generato dalle aziende chimiche che producono Pfc – scrive Greenpeace nel rapporto – inclusi quelli utilizzati nella produzione del Ptfe (Politetrafluoroetilene, conosciuto come Teflon), esistono per almeno quattro aree del pianeta: la valle del Mid-Ohio negli Stati Uniti, la zona di Dordrecht in Olanda, la provincia di Shandong in Cina e, in Italia, il Veneto”. L’allarme in Veneto – Uno studio pubblicato dal Ministero dell’Ambiente nel 2013 ha infatti mostrato la presenza di Pfc nelle acque superficiali e potabili in una vasta area della regione. “Si trovano nell’acqua, ma anche nel sangue delle persone” spiega Greenpeace. Lo scorso anno la Regione, insieme all’Istituto Superiore di Sanità, ha annunciato il lancio di un programma di monitoraggio biologico su oltre 600 persone residenti in 14 comuni, con l’obiettivo di valutarne il grado di esposizione a Pfc tramite l’analisi di campioni di sangue. I risultati preliminari hanno mostrato, in alcune delle popolazioni più esposte, concentrazioni di Pfoa fino a venti volte più alte rispetto a quelle relative ai cittadini che non si trovano nelle zone contaminate. “Si tratta di una seria minaccia in Veneto come in Ohio-West Virginia” spiega Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. Che racconta: “Stiamo chiedendo alle aziende dell’abbigliamento outdoor, uno dei settori che impiega queste sostanze, di eliminarle dalla produzione entro il 2020. Alcuni marchi lo stanno già facendo perché le alternative sono già disponibili sul mercato”. In questa direzione l’impegno del Consorzio Italiano Detox, nato a Prato. Le concentrazioni elevate di Pfc preoccupano gli scienziati: l’esposizione ad alcune di queste sostanze è stata associata a gravi effetti sulla salute, inclusi tumori al rene e ai testicoli. Proprio per questo,...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.