CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

“Colpa dell’uomo il ripetersi di eventi climatici estremi”

Posted by on 8:27 am in Notizie | Commenti disabilitati su “Colpa dell’uomo il ripetersi di eventi climatici estremi”

“Colpa dell’uomo il ripetersi di eventi climatici estremi”

[su repubblica.it]Diffusi alla Cop22 sul clima di Marrakech i risultati di un nuovo studio dell’Organizzazione mondiale per la meteorologia delle Nazioni Unite: “Con il riscaldamento globale provocato dalle attività umane le possibilità di siccità, alluvioni e ondate di calore aumentano anche di dieci volte. “Hot and wild“, caldo e selvaggio. Non è il titolo di un film a luci rosse, ma la drammatica sintesi di come sta cambiando il clima del Pianeta scattata dall’Organizzazione mondiale per la meteorologia delle Nazioni Unite. Nulla che non fosse stato previsto dai modelli climatici che hanno dato sostanza scientifica al IV e V Rapporto dell’Ipcc sugli effetti del riscaldamento globale. La vera differenza sta purtroppo nel tempo dei verbi. Se le pubblicazioni del panel dell’Onu che si occupa del clima erano declinate al futuro, il lavoro dell’Omm anticipato in occasione della Cop22 di Marrakech è scritto invece facendo ampio ricorso a presente e gerundio, quando non addirittura al passato prossimo, sottolineando come “l’impronta dell’influenza umana è sempre più visibile”. Quelli compresi tra il 2011 e il 2015 sono stati i 5 anni più caldi di sempre e il 2016 si candida a battere un nuovo record, osserva lo studio. Con l’innalzamento delle temperature, spiega ancora l’Omm, è aumentata anche la frequenza e la violenza degli eventi meteorologici estremi, come siccità, piogge torrenziali, uragani e ondate di calore. Non è possibile mettere questi episodi automaticamente in correlazione con il riscaldamento globale, visto che il clima terrestre “prevede” il verificarsi di episodi simili a prescindere dai cambiamenti climatici, ma secondo l’Omm non ci sono dubbi che l’aumento dei gas serra presenti in atmosfera abbia reso il verificarsi di questi eventi più probabile, aumentando le chance anche di 10 volte. Lo studio ha preso in esame in particolare una serie di casi specifici: le temperature eccezionalmente calde registrate negli Usa e in Australia rispettivamente nel 2012 e nel 2013, le estati torride in Estremo Oriente e nell’Europa occidentale nel 2013, le ondate di calore in Australia della primavera e dell’autunno 2014, il caldo record su base annua misurato in Europa nel 2014 e l’ondata di calore in Argentina del dicembre 2013. In tutti questi eventi, secondo l’Organizzazione mondiale per la meteorologia, è possibile individuare un fattore di probabilità accresciuto dalle attività umane. Complessivamente, stima ancora lo studio, le catastrofi che si sono verificate nel corso di questo lustro hanno causato la morte di almeno 300.000 persone in tutto il mondo mentre i danni economici hanno superato i 90 miliardi di euro. Conclusioni simili a quelle raggiunte da chi si occupa di monitorare ciò che sta accadendo in Italia. “Eventi estremi di precipitazione sono cresciuti non solo nel mondo, in particolare nell’emisfero settentrionale, ma in modo netto anche in Italia” dove “tutto il territorio è a rischio alluvioni, salvo poche eccezioni”, ha spiegato oggi Alberto Montanari, dottore di ricerca in ingegneria idraulica, a margine del convegno sulle “Strategie di adattamento al cambiamento climatico” ospitato a Roma dall’Accademia dei Lincei. Con i dati a disposizione, ha ricordato, “recentemente è stato osservato un aumento generale del numero di eventi estremi, in termini di precipitazioni, ma non della loro intensità”. “Il livello di rischio è nettamente in crescita”, ha avvertito ancora Montanari, a causa della maggiore frequenza di precipitazioni e dell’aumento dell’urbanizzazione, in particolare in corrispondenza “dei bacini fluviali più piccoli”,...

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La grande abbuffata dei veleni

Posted by on 8:36 am in Notizie | Commenti disabilitati su La grande abbuffata dei veleni

La grande abbuffata dei veleni

[di Silvia Ribeiro su comune-info.net] Non solo di Terra ne abbiamo una sola, come insegna ogni elementare corso introduttivo all’educazione ambientale, ma cercare presunte alternative alla terra, per esempio per nutrirsi, è una scelta rovinosa. Per le persone e per il pianeta. È quel che accade con il consumo intensivo di cibo industriale, connesso in modo sostanziale con l’insorgere di malattie cardiovascolari, del diabete, dell’obesità e del cancro all’apparato digestivo. Il sistema alimentare industriale è il primo responsabile dei cambiamenti climatici ma causa anche l’erosione dei suoli e minaccia l’acqua e la biodiversità. Come se non bastasse, la catena dell’industria alimentare spreca dal 33 al 40 per cento di ciò che produce. A nutrire la maggior parte degli abitanti umani del pianeta, per fortuna, ci pensano ancora i contadini, i pastori, i pescatori artigianali e chi coltiva gli orti urbani. Difenderli e affermare la diversità, la produzione e l’alimentazione locale contadina e biologica vuol dire difendere la salute e la vita di tutti e di tutto. Il sistema alimentare industriale, dalle sementi ai supermercati, è una macchina che fa ammalare le persone e il pianeta. È strettamente collegato alle principali malattie delle persone e degli animali da allevamento; è il singolo più importante fattore del cambiamento climatico e una delle principali cause del collasso ambientale globale, con la contaminazione chimica e l’erosione del suolo, dell’acqua e della biodiversità, l’interruzione dei cicli dell’azoto e del fosforo, vitali per la sopravvivenza di tutti gli essere viventi. Secondo L’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 68 per cento delle cause di morte nel mondo, sono dovute a malattie non trasmissibili. Le principali malattie di questo tipo, come quelle cardiovascolari, l’ipertensione, il diabete, l’obesità e il cancro dell’apparato digestivo e degli organi correlati, sono legate al consumo di cibo industriale. La produzione agricola industriale e l’uso di agrotossici che comporta (erbicidi, pesticidi e altri biocidi) è inoltre la causa delle malattie più frequenti tra i lavoratori rurali, le loro famiglie e gli abitanti dei villaggi vicini alle zone di coltura industriale: tra esse, insufficienza renale cronica, intossicazione a avvelenamento per sostanze chimiche e residui chimici nell’acqua, malattie della pelle, dell’apparato respiratorio e diversi tipi di cancro. Secondo un rapporto del 2016 del Gruppo Internazionale di Esperti sui Sistemi Alimentari Sostenibili (International Panel of Experts on Sustainable Food Systems IPES Food), dei 7 miliardi di abitanti del mondo, 795 milioni soffrono la fame, 1 miliardo e 900 milioni sono obesi e 2 miliardi soffrono di deficienze nutrizionali (mancanza di vitamine, minerali e altri nutrienti). Anche se il rapporto chiarisce che in alcuni casi le cifre si sovrappongono, in ogni caso significa che circa il 60 per cento degli abitanti pianeta soffre la fame o sono malnutriti. Una cifra assurda e inaccettabile, che rimanda all’ingiustizia globale, ancor più per il fatto che l’obesità, che un tempo era simbolo di ricchezza, è ormai un’epidemia tra i poveri. Siamo invasi da “cibo” che ha perso significative percentuali di contenuto alimentare a seguito della raffinazione e della lavorazione; di verdure che a causa della coltivazione industriale hanno diminuito il loro contenuto nutrizionale per l’ “effetto diluizione” poiché un maggior volume di raccolto sulla medesima superficie comporta una diluizione dei nutrienti; di alimenti con sempre più residui di agrotossici e che contengono molte altre sostanze chimiche, come conservanti, aromatizzanti, esiti di...

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Il carbone fa diventare più poveri e provoca i cambiamenti climatici

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Il carbone fa diventare più poveri e provoca i cambiamenti climatici

[su greenreport.it] L’industria del carbone dà lavoro a 7 milioni di persone nel mondo, le rinnovabili già a 9,4. Le centrali elettriche a carbone provocano più danni che benefici ai poveri, anche senza prendere in considerazione gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici. E’ quanto emerge dal rapporto “Beyond Coal: Scaling up clean energy to fight poverty” presentato da the Overseas Development Institute (Odi), Cafod, Christian Aid ad alter 9 organizzazioni alla 22esima conferenza delle parti dell’Unfccc che si conclude oggi a Marrakesh. Eppure, fa notare il rapporto, nonostante gli impegni assunti con l’Accordo di Parigi, il mondo potrebbe oltrepassare la soglia dei 2° C di riscaldamento se verranno costruite solo un terzo delle centrali a carbone previste. E se il mondo non ce la farà a centrare questo obiettivo, «I risultati sarebbero disastroso per la lotta globale contro la povertà». L’odi evidenzia che «Attualmente l’industria del carbone sostiene che sviluppare l’utilizzazione del carbone è fondamentale per la lotta contro la povertà estrema e per migliorare l’accesso all’energia per miliardi di persone nei Paesi in via di sviluppo. In realtà, è vero il contrario. L’impegno globale per sradicare la povertà estrema e la povertà energetica entro il 2030 non richiede una tale espansione ed è incompatibile con la stabilizzazione del clima della Terra. L’evidenza è chiara: una soluzione duratura per la povertà richiede che le economie più ricche del mondo rinunciano al carbone e non dobbiamo e possiamo porre fine alla povertà estrema, senza l’espansione precipitosa di nuova energia a carbone o a svilupparla». Uno degli autori del rapporto, Ilmi Granoff, ha detto all’IPS che «il carbone consolida la povertà, contrariamente a quanto sostenuto dall’industria del carbone che il combustibile fossile contribuisce alla crescita economica». Granoff, un ricercatore del Doi, riconosce che «La chiusura delle centrali a carbone ha causato difficoltà economiche localizzate», ma sottolinea che «La nostra ricerca ha scoperto che l’energia rinnovabile globale dà più intensità di posti di lavoro per unità. Le stime della World Coal Association indicano che l’industria del carbone dà lavoro a 7 milioni di persone nel mondo, meno dei 9,4 milioni di persone già impiegate nella filiera delle energie rinnovabili. E’ importante riconoscere che c’è un impatto sul lavoro con la phase down del carbone a livello mondiale, perché ci sono più luoghi specifici in cui le persone si affidano all’industria del carbone e di quelli necessari per avere una giusta transizione. Ma in termini di prospettive di futuro occupazionale, il settore delle energie rinnovabili a livello globale offre migliori opportunità: più posti di lavoro e posti di lavoro di migliore qualità». Per il rapporto anche gli argomenti che il carbone può aiutare le persone più povere del mondo ad accedere all’energia, non hanno senso: l’energia rinnovabile può già soddisfare «le esigenze specifiche della lotta contro la povertà estrema e la povertà energetica – spiega ancora Granoff – Il carbone rafforza la povertà causando problemi di salute di asma ad attacchi di cuore. E’ stato stimato che una singola centrale da un gigawatt in Indonesia causi 26.000 morti premature nel corso della vita dell’impianto». Granoff anche sottolineato l’importanza di riconoscere «l’impatto negativo a lungo termine che il carbone avrà – in particolare sulle persone più povere e i Paesi poveri – contribuendo al cambiamento climatico». E gli impatti del cambiamento climatico sui Paesi...

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Inceneritori, i casi di stop per mercurio: lacune in misura emissioni e non c’è blocco dei rifiuti a rischio

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Inceneritori, i casi di stop per mercurio: lacune in misura emissioni e non c’è blocco dei rifiuti a rischio

[di Veronica Ulivieri su ilfattoquotidiano.it] Da Torino a Poggibonsi, i casi rivelano un problema che potrebbe avere dimensioni molto grandi ma ad oggi spesso non misurato, e quindi invisibile: la maggior parte dei 40 termovalorizzatori italiani non controlla in tempo reale le emissioni di mercurio, come invece accade nella struttura piemontese, e in nessun impianto esistono sistemi per bloccare in entrata la monnezza urbana in cui ci siano rifiuti contenenti il metallo altamente tossico. I “biscotti al mercurio”, di cui qualcuno a Torino ha parlato ironicamente dopo il semi stop all’inceneritore del Gerbido il 18 ottobre scorso, rischiano di diventare una specialità dolciaria non solo sabauda. L’impianto, che ha dovuto rallentare a causa di emissioni di mercurio anomale, non sembra proprio il biscottificio innocuo a cui il neopresidente della società che lo gestisce (la Trm, gruppo Iren) aveva paragonato questo tipo di stabilimenti. E ora, il caso torinese sembra solo la punta dell’iceberg. L’indizio di un problema, quello delle emissioni di mercurio dei termovalorizzatori, tra l’altro già emerso anche ad aprile 2015 all’inceneritore di Poggibonsi, nel senese, che potrebbe avere dimensioni molto grandi ma ad oggi spesso non misurato, e quindi invisibile: proprio perché la maggior parte dei 40 inceneritori italiani non controlla in tempo reale le emissioni di mercurio, come invece accade a Torino, e in nessun impianto esistono sistemi per bloccare in entrata la monnezza urbana in cui ci siano rifiuti contenenti questo metallo altamente tossico. Bastano pochi etti “Alcuni etti possono essere sufficienti a determinare il problema”, spiegano dall’Arpa Piemonte. Al Gerbido nell’ultimo anno, dice l’ad di Iren Ambiente Roberto Paterlini, “nei catalizzatori se ne è accumulato un chilo”. Potrebbe essere arrivato con rifiuti speciali di aziende che li hanno buttati illegalmente nei cassonetti urbani, dove smaltirli non costa nulla. Ma il mercurio è contenuto anche nelle batterie e nelle pile a bottone da orologi, che l’Europa ha messo fuori legge dalla fine del 2015, nelle lampade a fluorescenza e nei neon. Tutti oggetti che non si dovrebbero buttare nella pattumiera, ma tra scarsa comunicazione ai cittadini, centri di raccolta comunali poco capillari e difficili da raggiungere, e un po’ di sana pigrizia, la frittata è fatta. “Se permangono i cassonetti stradali e non si procede verso un cambio di direzione rispetto alla situazione attuale è palese che nell’indifferenziato ci può finire di tutto e questi purtroppo sono i risultati”, ha scritto su Facebook l’assessore all’Ambiente di Parma Gabriele Folli. Nella sua città, negli ultimi anni l’inevitabile costruzione dell’inceneritore è però andata di pari passo con l’introduzione del porta a porta. “Da noi la raccolta differenziata è al 75% e i piccoli rifiuti elettrici ed elettronici vengono raccolti anche nelle scuole. Il rischio che si verifichino situazioni come quella di Torino è ovviamente più alta dove si raccoglie con i cassonetti, perché è più difficile controllare cosa ci va a finire”, aggiunge Folli. A Torino, peraltro, fa notare Claudio Cavallari dell’associazione Pro Natura, “ci sono solo sette ecocentri e la differenziata è ferma al 42% da sei anni. La logica è sempre stata: più indifferenziato, più affari. E poi manca la corretta informazione su come conferire rifiuti come batterie e neon: non è come fare la pubblicità dei formaggini, serve informazione continua”. A queste condizioni, è evidente, dice la direttrice del dipartimento torinese di Arpa Antonella...

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Speciale COP22: il CDCA a Marrakech

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Speciale COP22: il CDCA a Marrakech

COP22: La COP dell’azione? Si è celebrata dal 7 al 18 novembre a Marrakech la 22° Conferenza delle Parti ONU sui cambiamenti climatici. A un anno dalla sigla a Parigi dell’Accordo globale sul clima,  sulla Cop22 si è concentrata l’attenzione della comunità internazionale. Ribattezzata la Cop dell’azione, la Conferenza di Marrakech avrebbe dovuto definire gli aspetti d’implementazione dell’Accordo, entrato in vigore lo scorso 4 novembre.   Il CDCA alla COP22 A Marrakech è stata presente una delegazione del Centro di documentazione sui conflitti ambientali che ha seguito le negoziazioni, i forum sociali di discussione e le mobilitazioni, riportando aggiornamenti e notizie dalle giornate della Cop.  Fino alla chiusura della Conferenza, è stata inviata una newsletter con le principali novità, interviste ed approfondimenti sulle tematiche in discussione.   Leggi i nostri bollettini con tutti gli aggiornamenti       BOLLETTINO N. #1       BOLLETTINO N. #2       BOLLETTINO N. #3       BOLLETTINO N. #4 L’agenda L’agenda è stata particolarmente ricca: accanto alla 22° Sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione quadro sui Cambiamenti Climatici  e alla 12° sessione della Conferenza delle Parti firmatarie del Protocollo di Kyoto (CMP12) si è svolto a Marrakech tra il 15 e il 18 novembre il primo incontro della Conferenza delle Parti che hanno ratificato l’Accordo di Parigi (CMA), organo di governo dell’Accordo, dotato di competenza su tutte le questioni procedurali, amministrative ed operative. Le questioni prioritarie hanno riguardato comprensibilmente l’entrata in vigore dell’Accordo e lo svolgimento della Prima sessione della CMA. Per sedersi al tavolo delle decisioni della CMA1, i paesi dovevano aver depositato gli atti di ratifica, accettazione, adesione o approvazione almeno 30 giorni prima dell’inizio della conferenza. Sulla base di questa previsione alcuni Paesi, come l’Italia che ha concluso l’iter di ratifica solo il 27 ottobre scorso, hanno potuto partecipare ed intervenire ma senza diritto di voto. Durante questa prima sessione, la CMA è stata chiamata a discutere modalità e linee guida per garantire piena applicazione ai contenuti dell’accordo. Tra le guide linea sono incluse quelle riguardanti la valutazione degli INDC e la trasparenza dei criteri.     Gli argomenti chiave in discussione a Marrakech: valutazione degli INDC e trasparenza dei criteri e dei target in essi previsti elaborazione del bilancio globale definizione di modalità e procedure per garantire l’efficace funzionamento del comitato incaricato di facilitare l’implementazione dell’Accordo impegni finanziari Ulteriore tematica nell’Agenda della COP21 ha riguardato la revisione del meccanismo introdotto a Varsavia riguardante Loss and Damage (WIM). Già durante la COP19 si decise infatti che tale meccanismo doveva essere riesaminato e discusso, a partire dalla sua struttura ed efficacia, durante la COP22.  Particolare attenzione è stata rivolta alle questioni legate agli impegni finanziari e alla presentazione dei Rapporti di avanzamento riguardanti il Fondo Verde per il Clima e il Global Environment Facility nonché alla sesta revisione del meccanismo di finanziamento connesso. Specifico spazio è stato infine riservato alla discussione concernente il legame tra cambiamenti climatici e dimensione di genere.   L’agenda sociale Nei giorni della Conferenza si sono tenute diverse iniziative e forum di discussione organizzate dalla società civile. La manifestazione di piazza, la Climate March, si è svolta domenica 13 novembre.  Nello Spazio cittadino autogestito, ospitato dal 14 al 17 novembre presso la Facoltà di Scienze e Tecnologia dell’Università di Marrakech, i lavori sono stati organizzati attorno a distinti spazi di discussione: Copafrica, Mediterraneo,...

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Questo sarà il secolo dei profughi ambientali

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Questo sarà il secolo dei profughi ambientali

[di Marina Forti su Internazionale.it] I disastri naturali fanno più sfollati delle guerre. Sembra difficile da sostenere, nel mezzo della più grave crisi umanitaria dalla fine della seconda guerra mondiale. La sola guerra in Siria ha fatto più di sei milioni di sfollati all’interno del paese e costretto altri cinque milioni di persone a cercare rifugio nei paesi vicini, oppure a tentare la traversata del Mediterraneo, lasciandosi dietro una devastazione tale che ci vorranno generazioni per ricostruire il paese. Poi c’è la guerra in Yemen, che fa meno notizia ma ha provocato decine di migliaia di sfollati. E il conflitto cronico in Afghanistan, e la militarizzazione in Eritrea. Eppure le persone che sono spinte ad abbandonare la loro casa per le calamità ambientali sono perfino di più. Magari si notano meno, perché si tratta quasi sempre di migrazioni interne (profugo è qualcuno che cerca asilo e protezione in un altro stato; sfollato interno è quello che si sposta forzatamente entro i confini del suo paese). Le persone in fuga all’interno dei loro paesi, soprattutto in Africa, sono più di 40 milioni, il doppio dei 21 milioni di profughi registrati dall’Onu nel 2015 in tutto il mondo, secondo l’ultimo rapporto dell’Internal displacement monitoring centre. I dati fanno impressione: nel 2015, in tutto il mondo, disastri, conflitti e violenze hanno fatto 27,8 milioni di nuovi sfollati interni, e di questi oltre 19 milioni fuggivano da disastri ambientali: più del doppio di quanti fuggono da violenze e conflitti. Così, sempre più spesso sentiamo parlare di sfollati ambientali. È un’espressione discussa, non ne esiste una definizione riconosciuta e accettata. Il senso però è abbastanza chiaro: sono persone spinte a partire perché non riescono più a sopravvivere nel loro luogo di origine a causa di disastri ambientali, perché non hanno più accesso a terra, acqua e mezzi di sussistenza. “Costrette alla fuga da una massiccia perdita di habitat”, riassume la parlamentare europea Barbara Spinelli, promotrice di un convegno internazionale che si è tenuto il 24 settembre a Milano, proprio per richiamare l’attenzione sul “secolo dei rifugiati ambientali”. Con il termine disastro si indicano circostanze diverse: le persone sfollate dopo un terremoto, quelle lasciate senza tetto da un’alluvione o da uno tsunami. Oppure quelle costrette a migrare da disastri più lenti ma pervasivi: la siccità, l’erosione del suolo e delle coste, la salinizzazione dei terreni, la desertificazione. Certo, distinguere tra i disastri naturali e quelli “provocati dagli esseri umani” spesso è difficile. Come per i fenomeni meteorologici: non si può addebitare direttamente al cambiamento del clima ogni singolo ciclone che si abbatte nel golfo del Bengala o sulle Filippine o nei Caraibi. Ormai molti studi avvertono che uno degli effetti del riscaldamento dell’atmosfera terrestre è proprio l’aumentata probabilità di fenomeni meteorologici estremi. E, secondo un rapporto dell’ufficio dell’Onu per la riduzione del rischio dei disastri, il 90 per cento delle catastrofi registrate nel mondo negli ultimi vent’anni è causato da fenomeni legati al clima: inondazioni, cicloni, ondate di caldo, siccità. Disastri naturali, ma con responsabilità umane. Sono sfollati ambientali anche le vittime delle espulsioni forzate dalle loro terre, le comunità sfrattate da grandi imprese agroindustriali, o da nuove miniere, o dighe. In Cina più di un milione di persone ha dovuto spostarsi dall’area della diga delle Tre Gole, sul fiume Chang Jiang. In India quasi mezzo milione di agricoltori...

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Idrocarburi non metanici nell’atmosfera in prossimità di impianti di primo trattamento del greggio

Posted by on 8:57 am in Notizie | Commenti disabilitati su Idrocarburi non metanici nell’atmosfera in prossimità di impianti di primo trattamento del greggio

[di Elisa Bustaffa, Annamaria De Marinis Loiotile, Genoveffa Farella, Stefania Petraccone, Gianluigi De Gennaro, Fabrizio Bianchi su Epidemiologia & Prevenzione] La continua espansione delle attività di perforazione ai fini dell’estrazione petrolifera in prossimità di aree abitate ha fatto sì che negli ultimi anni l’attenzione si focalizzasse sull’impatto di questo processo fortemente industrializzato sulla salute pubblica. Le comunità che vivono nei dintorni di impianti di questo tipo devono, infatti, fronteggiare diversi problemi, quali l’inquinamento atmosferico e acustico, la contaminazione del suolo e delle acque sotterranee, il traffico dei camion da e verso il sito, incidenti e malfunzionamenti all’interno dell’impianto. In questo contesto, la valutazione del rischio per la salute è ostacolata dal fatto che l’esposizione alle sostanze chimiche presenti non può essere valutata in via definitiva, poiché non sempre si è a conoscenza di tutti i composti immessi nell’ambiente né delle loro concentrazioni, per non parlare del problema delle coesposizioni ad altri inquinanti. Nonostante l’oramai conclamato e vasto interesse generato da questo argomento, ad oggi esistono pochi studi basati su popolazioni riguardanti gli effetti sulla salute delle comunità che vivono in prossimità dei siti di perforazione ed estrazione; ciò genera la necessità di condurre campagne di monitoraggio mirate e studi epidemiologici che verifichino l’eventuale esistenza e natura di pattern di malattie associati a tali attività. La presente rassegna bibliografica individua, quindi, i principali inquinanti atmosferici presenti in prossimità di un impianto di primo trattamento del greggio e cerca di fornire un quadro generale delle loro potenziali sorgenti e caratteristiche… (segue scaricando il documento integrale qui) Pubblicato sul numero di settembre-ottobre...

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Gli “elefanti” nelle stanze delle negoziazioni climatiche

Posted by on 4:15 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Gli “elefanti” nelle stanze delle negoziazioni climatiche

Gli “elefanti” nelle stanze delle negoziazioni climatiche

[di Tosca Ballerini per CDCA] È possibile non vedere un elefante in una stanza? La logica ci dice di no. Su questa semplice evidenza si basa l’espressione inglese “l’elefante nella stanza”, usata come metafora per le situazioni in qui qualcosa di ovvio non viene considerato oppure per tutti i casi in cui c’è un pericolo o un rischio evidente, ma nessuno ne vuole parlare. Nel caso delle negoziazioni ONU sul clima, di elefanti nella stanza non ce n’è uno solo, ma tanti, come denuncia l’ONG statunitense Corporate Accountability International. I pachidermi che intralciano i lavori degli Stati per ridurre le emissioni di gas a effetto serra e contenere il cambiamento climatico sono associazioni d’industrie fossili e gruppi di alto livello per il commercio che siedono come osservatori accreditati durante le riunioni dell’UNFCCC. Grazie all’accredito le lobby dell’industria fossile hanno un accesso illimitato alla maggior parte delle discussioni dell’UNFCCC, possono esprimere, sotto richiesta, il loro parere e hanno la possibilità di aggirarsi tra i corridoi e intrattenere discussioni private coi rappresentanti dei vari paesi. Paesi che spesso hanno un prodotto interno lordo inferiore al fatturato annuo di queste grandi corporazioni. Nella lista degli osservatori accreditati  a partecipare alle negoziazioni della COP22 attualmente in corso a Marrakech figura, ad esempio, la World Coal Association, che rappresenta gli interessi di alcune delle compagnie fossili più grandi al mondo. Tra i suoi iscritti c’è Peabody Energy, la più grande compagnia di carbone degli USA che nel passato ha finanziato almeno una dozzina di gruppi negazionisti. Altri osservatori accreditati alla COP22 sono Business Council of Australia e BusinessEurope, la cui lista di aderenti include alcune tra le più grandi corporazioni di petrolio e gas, tra cui Exxon Mobil, BP, Royal Dutch Shell.  Come riportato da Alternet, negli anni BusinessEurope ha consistentemente cercato di indebolire le politiche energetiche dell’Unione Europea, incluso l’Emission Trading System e gli obiettivi di raggiungimento di quote di energia rinnovabile.   I Paesi in via di sviluppo chiedono regole per la gestione del conflitto d’interesse Secondo Corporate Accountability International, compagnie come Exxon Mobil e Shell, non hanno altro interesse nei negoziati sul clima se non quello di tentare di rallentare l’avanzamento dei lavori e non sarà possibile mettere in pratica veramente l’Accordo di Parigi se prima non s’impedisce alla grande industria fossile di sedersi al tavolo dei negoziati. Sono dello stesso parere diversi paesi in via di sviluppo che considerati globalmente rappresentano quasi il 70% della popolazione mondiale. Durante la Conferenza di Bonn sul Clima del maggio 2016, i paesi in via di sviluppo, sotto la guida dell’Ecuador, hanno proposto all’UNFCCC di prendere in considerazione le regole sul conflitto d’interesse messe in atto in altri accordi ONU al fine di includerle nel “manuale” d’implementazione dell’Accordo di Parigi. A questa proposta si sono però opposti USA, Gran Bretagna, Unione Europea e Australia, con la giustificazione che il processo dovrebbe essere “aperto” e “inclusivo” e che non esiste una definizione chiara di “conflitto d’interesse”. Secondo Ecuador, Venezuela e gli altri paesi in via di sviluppo, l’UNFCCC potrebbe ispirarsi al sistema adottato dall’ONU nel caso della Convenzione quadro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sul controllo del Tabacco (Framework Convention on Tobacco Control, FCTC) che riconosce la presenza di conflitti d’interesse tra l’industria del tabacco e la salute pubblica.  La FTCT, entrata in vigore nel 2005,...

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Le criticità degli Intended Nationally Determined Contributions

Posted by on 3:56 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Le criticità degli Intended Nationally Determined Contributions

Le criticità degli Intended Nationally Determined Contributions

[tratto dal dossier L’Italia vista da Parigi] In vista dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, da poco entrato in vigore, ciascuno Stato ha formalizzato le azioni che intendeva intraprendere nell’ambito del nuovo trattato internazionale, all’interno degli Intended Nationally Determined Contributions (INCDs). Dopo la firma dell’accordo e la ratifica, gli INDC diventano Nationally Determined Contributions (NDC) e acquisiscono carattere obbligatorio. In definitiva, le azioni comunicate negli INDC/NDC determineranno o meno il raggiungimento degli obiettivi a lungo termine contenuti nell’art. 2 dell’Accordo di Parigi, ovvero mantenere l’incremento totale di temperatura entro i 2C, fare gli sforzi necessari per limitare l’incremento a 1,5°C e arrivare all’obiettivo di zero emissioni al più presto possibile. In uno studio presentato subito prima della Cop21, il gruppo di ricerca indipendente Climate Action Tracker (10) ha esaminato gli impegni stabiliti da 59 Paesi, raggruppati in 32 INDC (i 28 paesi dell’Unione Europea hanno presentato un INDC comune), corrispondenti all’81,3% delle emissioni globali registrate nel 2010 (11) per valutare la loro compatibilità con l’obiettivo previsto dall’accordo. Gli impegni assunti dai vari paesi dai vari paesi sono stati raggruppati in quattro gruppi come da grafico a sinistra.   Livelli di adeguatezza 1) inadeguato: gli obiettivi di riduzione sono meno ambiziosi dell’obiettivo 2°C; se tutti i paesi adottassero posizioni giudicate inadeguate, si arriverebbe ad un innalzamento della temperatura di 3 – 4°C; 2) medio: gli impegni dei governi si situano nella fascia meno ambiziosa per rimanere entro i 2°C; se tutti i paesi adottassero promesse medie, l’aumento della temperatura sarebbe probabilmente superiore ai 2°C; 3) sufficiente: gli impegni presi dai governi si trovano nella fascia più ambiziosa per rimanere entro i 2°C; se tutti i paesi adottassero promesse sufficienti ci sarebbero buone probabilità di contenere il riscaldamento entro 2°C; 4) modello da seguire: gli obiettivi di emissione risultano più ambiziosi del raggiungimento dei 2°C. Nessuno dei 32 INDC esaminati è stato valutato come modello da seguire, solo 5 sono stati valutati sufficienti (Bhutan, Costa Rica, Etiopia, Marocco e Gambia), 11 come medi (tra cui Unione Europea, Cina e Stati Uniti d’America) e 15 come inadeguati (tra cui Canada, Australia e Giappone). (Fonte: Climate Action Tracker) Indc “inadeguati”: Climate Action Tracker ha classificato gli INDC di paesi rilevanti come Canada, Australia Giappone tra quelli inadeguati. Canada. Ha indicato di voler ridurre le sue emissioni di gas ad effetto serra del 30% al 2030 rispetto ai livelli del 2005 ed ha incluso all’interno del suo INDC le attività LULUCF (1). Secondo Carbon Action Tracker inglobare le attività LULUCF negli INDC non è la giusta via per attuare un efficace processo di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. Così facendo non si propone un reale piano per ridurre le emissioni da combustibili fossili ma si cerca soltanto un modo per compensarle. Secondo Climate Action Tracker, anche contabilizzando l’attività di selvicoltura, il Canada può arrivare al 13% di riduzione rispetto al 2005. Ciò equivale ad un aumento dell’8% delle emissioni rispetto ai livelli del 1990. Nonostante la ratifica dell’Accordo di Parigi e l’annuncio del primo ministro canadese Justin Trudeau dell’introduzione di una tassa sul carbone (carbon tax), il governo canadese non si è certo contraddistinto negli ultimi decenni per il suo impegno a tutela dell’ambiente. Nessun governo ha mai rinunciato allo sfruttamento del petrolio ricavato dalle sabbie bituminose: secondo uno studio elaborato nel...

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Gli ostacoli allo sviluppo dell’alternativa energetica

Posted by on 3:24 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Gli ostacoli allo sviluppo dell’alternativa energetica

Gli ostacoli allo sviluppo dell’alternativa energetica

[tratto dal dossier L’Italia vista da Parigi] Nel maggio del 2016, Joe Romm, scrittore, blogger, fisico ed esperto di clima, ha ideato la serie Quasi tutto quello che sai sulle soluzioni al cambiamento climatico non è aggiornato. Secondo Romm i grandi giornali ignorano o non riportano in modo corretto i passi avanti nel settore delle rinnovabili, ma nonostante questo la rivoluzione verso le energie pulite è inarrestabile. A sostegno di questa tesi, Romm cita (1) le analisi della Bloomberg New Energy Finance, dell’Agenzia Internazionale dell’Energia e della Goldman Sachs. 1) Il rapporto New Energy Outlook 2016 (2) realizzato dalla Bloomberg New Energy Finance analizza il mercato globale dell’energia dal 2015 al 2040 e prevede una trasformazione radicale nella maniera in cui produciamo energia. Secondo il report la domanda di combustibili fossili diminuirà drasticamente nei prossimi 10 anni e non perchè le scorte di carbone, petrolio e gas naturale stiano diminuendo, ma perché esistono già delle alternative più economiche. Ipannelli solari costano oggi 90% meno che nel 2008 e ogni volta che il parco solare mondialeraddoppia, il costo di un’unità scende del 26%. Il solare è una tecnologia, non un combustibile, per questo diventa più economica e più efficiente nel tempo. Anche i prezzi dell’energia eolica scendono velocemente: ogni volta che il parco eolico mondiale raddoppia, il costo unitario diminuisce del 19%. Il dossier prevede ancora che il picco massimo di richiesta del petrolio potrebbe arrivare prima del previsto, rappresentato da una richiesta totale più bassa di quanto atteso a causa del rapido ingresso sul mercato di vetture elettriche e batterie a buon prezzo per lo stoccaggio di energia derivata da fonti rinnovabili. Secondo Bloomberg, l’energia solare e l’energia eolica saranno le forme più economiche di energia nella maggior parte del mondo al 2030. Lo studio conclude che l’era dei combustibili fossili sarà sostituita da un’era contrassegnata dal mix energetico ma aggiunge che nonostante la rivoluzione delle energie rinnovabili stia avvenendo ad una velocità impressionante, non è ancora abbastanza veloce per impedire di raggiungere dei livelli pericolosi di riscaldamento globale. Infatti, senza un’azione politica dei governi le emissioni globali di CO2 da parte del settore energetico arriveranno al loro massimo negli anni 2020 e rimarranno costanti nel prossimo futuro. In sintesi, nonostante scenari di sviluppo delle alternative energetiche incoraggianti, secondo l’analisi di Bloomberg New Energy Finance questo non sarà sufficiente per contenere l’aumento della temperatura della Terra entro i 2°C. 2) Nel Medium-Term Renewable Market Report (3), pubblicato nell’ottobre 2016, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) è concorde nell’affermare che il mondo si sta avviando ad una transizione globale verso un’economia decarbonizzata. Anche se i costi dei combustibili fossili sono bassi, l’energia prodotta da fonti rinnovabili si è espansa ad una velocità senza precedenti nel 2015, grazie al drastico abbattimento dei costi e a politiche di supporto dei governi. Secondo l’IEA, il 2015 ha rappresentato un punto di svolta per le energie rinnovabili, che hanno coperto più della metà dell’energia prodotta nel mondo da nuove installazioni elettriche, arrivando a fornire 153 Gigawatt (GW), il 15% in più dell’anno precedente. La maggior parte di questa espansione è stata prodotta dall’incremento della produzione di energia da parte del settore eolico (66 GW) e dal solare fotovoltaico (49 GW). L’IEA prevede che nei prossimi anni le energie rinnovabili resteranno la fonte di elettricità che...

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