Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Amianto: arriva il Testo Unico. L’Italia è ancora contaminata
[di Floriana Bulfon su L’Espresso] Obbligo di denunciare gli edifici o i beni con presenza di amianto, patrocinio a spese dello Stato per le vittime e i familiari e più tempo per concludere i processi con termini di prescrizione raddoppiati. E poi sospensione delle attività per chi supera i limiti e bonifica delle aree industriali dismesse. A 24 anni dalla legge con cui è stato bandito l’amianto arriva un Testo Unico che riordina, semplifica e integra centinaia di provvedimenti. L’obiettivo è quello di garantire finalmente una maggior tutela per chi ha subito le conseguenze della fibra killer e per un intero Paese con tonnellate di amianto ancora da mettere in sicurezza e smaltire. Gli effetti letali sono destinati a crescere. In base all’andamento dei dati scientifici nel 2020 si potrebbe manifestare il picco massimo di manifestazione delle malattie asbesto-correlate. Absesto significa ‘che non si spegne mai’ e l’amianto, materiale altamente resistente e a basso costo produttivo utilizzato fin anche nei giocattoli, eredità di una politica industriale priva di sensibilità ambientale, rappresenta ancora una sfida aperta e pone un problema di giustizia per i danni umani, il riconoscimento di responsabilità, l’indennizzo alle vittime e alle comunità colpite. Ogni anno, secondo l’Associazione italiana di oncologia medica, almeno 3mila persone muoiono di mesotelioma pleurico e malattie asbesto-correlate e più di mezzo milione di lavoratori dichiara di essere stato a contratto con la fibra. Un’emergenza sociale considerando che il ministero dell’Ambiente rileva, a novembre 2015, oltre 44 mila siti contaminati, ma a distanza di più di due decenni il quadro non è completo. Ancora non si sa con esattezza quali siano tutti i luoghi a rischio e quindi dove intervenire. Mappature datate, inattendibili perché parziali, realizzate non correttamente come accade in Calabria o in Molise. E così nei 128 articoli presentati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno degli infortuni, presieduta da Camilla Fabbri, si introduce l’obbligo di denunciare ovunque ci sia presenza di amianto oltre i limiti consentiti, avvalendosi di un responsabile del rischio, figura che ad oggi solo Liguria e Marche hanno disciplinato. L’Agenzia Nazionale Amianto avrà il potere di acquisire censimenti e piani regionali, coordinerà a livello nazionale la vigilanza e formerà personale ispettivo e tecnico per lo smaltimento e la bonifica. La rimozione dell’amianto è motivo di responsabilità sociale e atto di giustizia. All’ex Isochimica di Avellino, un’azienda dove dal 1982 al 1988 sono state scoibentate le carrozze delle Ferrovie dello Stato, sono stati interrati senza cautela oltre due milioni di chili di amianto. Sono rimasti lì per due decenni a ridosso di un campo da calcio, nel pieno del centro abitato. Con le nuove norme il datore di lavoro dovrà occuparsi non solo dei dipendenti, ma della comunità rispondendo anche dell’esposizione al rischio per le aree circostanti. E dovrà essere avviata la riconversione e riqualificazione delle aree industriali dismesse. Sarà poi obbligatorio per il medico segnalare l’accertamento della patologia ai Centri operativi regionali e questi ultimi dovranno comunicarlo all’Inail affinché sia aggiornato il registro dei mesoteliomi, a cui andranno aggiunti anche tutti i tumori determinati dalle fibre asbestiformi. Per ora la gestione diversificata dei Centri operativi ha creato il risultato di una ‘geografia’ delle malattie non realistica né omogenea. E intanto le vittime sono costrette a sostenere a proprie spese lunghi dibattimenti nei confronti di imputati particolarmente anziani o privi di patrimoni sufficienti a...
read moreMigrazioni ambientali e clima dopo la Cop22 di Marrakech. La situazione in Italia
[da greenreport.it] A pochi giorni dalla chiusura della Cop22 Unfccc di Marrakesh e partendo dalla citazione di Papa Francesco nell’Enciclica Laudato Sì’ per cui «La stessa logica che rende difficile prendere decisioni drastiche per invertire la tendenza al riscaldamento globale è quella che non permette di realizzare l’obiettivo di sradicare la povertà», si è aperta oggi a Roma la prima Conferenza internazionale dedicata al fenomeno delle migrazioni causate dai cambiamenti climatici, promossa da Legambiente con la partecipazione di Sustainable development solutions network (Sdsn), Azione Cattolica Italiana, Caritas Italiana e dalla discussione è emerso che «Nonostante i numerosi studi non esistono stime certe relative al numero dei profughi per cause climatiche; non esistono definizioni riconosciute del migrante ambientale e, di conseguenza, non esistono piani di intervento adeguati al fenomeno; non esistono nemmeno previsioni certe sul numero dei migranti ambientali entro il 2050. Di certo, sappiamo che il fenomeno dei profughi climatico-ambientali è di rilevanza primaria e di intensità superiore ai profughi da guerra». Secondo l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Iom) nel 2014 la probabilità di essere sfollati a causa di un disastro è salita del 60% rispetto a 40 anni fa. L’incontro, aperto dal magnifico rettore della Pontificia università Lateranense, Enrico dal Covolo e moderato da Gad Lerner, ha confermato che «Sul tema dei migranti pesano pregiudizi e luoghi comuni: si teme l’invasione, la diffusione del terrorismo, della malavita e delle malattie; si teme che l’emergenza si traduca in minaccia per la nostra economia. In realtà, tutti gli studi confermano che non si tratta di un’emergenza ma di un cambiamento geopolitico e demografico strutturale che condizionerà i prossimi decenni; non c’è nessuna invasione in atto nel vecchio continente e le attuali migrazioni sono più una risorsa che un problema, perché contribuiscono a risolvere alcuni problemi della vecchia Europa». Secondo Rossella Murini, presidente di Legambiente, «Siamo di fronte ad un cambiamento storico sia sul piano sociale e antropologico che geopolitico, ed è per questo che servono visioni politiche lungimiranti. La solidarietà e lo spirito di accoglienza, che pure sono valori belli e importanti, non bastano a trovare le soluzioni. Di contro, rintanarsi nella logica del fortino assediato, come tanti in Europa stanno facendo, frena la nascita di nuove soluzioni politiche capaci di governare il cambiamento in corso. La rivoluzione energetica e la lotta per contrastare i cambiamenti climatici rappresentano l’antidoto strategico più sicuro per costruire una seria giustizia climatica a livello globale e per creare nuove occasioni di lavoro, premessa indispensabile per ridurre la povertà, marginalizzare le cause di conflitto, ridurre i flussi migratori e provare ad invertire quella che in modo così incisivo Papa Francesco ha definito ‘La terza guerra mondiale a pezzi’”». L’Internal displacement monitoring centre del Norwegian refugee council, che studia il fenomeno degli sfollati interni agli Stati a livello mondiale, «Dal 2008 al 2015 ci sono state 202.4 milioni di persone delocalizzate/sfollate, il 15% per eventi geofisici come eruzioni vulcaniche e terremoti, e l’85% per eventi atmosferici. Nel solo 2015 gli sfollati interni allo stesso Stato sono 27,8 milioni, di cui 8,6 mln provocati da conflitti e violenze e 19,2 mln provocati da disastri naturali, intensi e violenti». Nel suo rapporto Global Trend 2016, l’Unhcr dà numeri ancora più preoccupanti: «40,8 milioni di profughi interni/sfollati nel 2015». L’Unccd 2014 Desertification Report stima che «Entro il 2020, 60 milioni di persone potrebbero spostarsi dalle aree desertificate dell’Africa Sub-Sahariana verso il Nord Africa e...
read moreL’Artico rovente, fino a 20 gradi più caldo. E la calotta glaciale tocca nuovi minimi
[di Matteo Marini su repubblica.it] A novembre in alcune zone la temperatura media, oltre l’80esimo parallelo, è salita a livelli mai registrati prima, così quella del mare, superiore di 4°C. IL SOLE non sale più al di sopra dell’orizzonte, la lunga notte ha già abbracciato gran parte dell’Artico ma al Polo nord è un autunno caldo, anzi, rovente. È un trend annunciato da tempo ma le anomalie delle temperature e dell’estensione della calotta polare stanno toccando livelli che sorprendono anche gli scienziati. Cominciamo dalla ‘febbre artica’: negli ultimi giorni i grafici del Danish meteorological institute hanno registrato valori dell’atmosfera superiori alla media del periodo fino a 20 gradi centigradi. Una forbice mostruosa che riguarda la zona a nord dell’80esimo parallelo, ora immersa nel buio e per questo ancora più preoccupante. E anche il mare non sta meglio, la sua temperatura media è superiore di circa quattro gradi. Da maggio 2015 ogni record mensile per quanto riguarda la temperatura globale è stato demolito. E i ghiacci del polo sono come un termometro dei cambiamenti climatici. A settembre, quando l’estensione della calotta polare raggiunge il minimo annuale, si è toccato il secondo record negativo da quando esistono le osservazioni satellitari: 4,14 milioni di chilometri quadrati. Solo nel 2012 era andata peggio di così. Ma da due mesi a questa parte la situazione è precipitata. L’estensione attuale del ghiaccio attorno al Polo nord infatti è ben al di sotto dei valori medi (inferiore di ben due milioni di chilometri quadrati), ma anche a quelli di quattro anni fa: un milione di chilometri quadrati in meno (più del dieci per cento). Per tre giorni consecutivi, dal 17 al 19 novembre, il processo si è invertito e la superficie è addirittura diminuita invece che aumentare, come fa, in inverno. “Purtroppo ci aspettavamo una cosa del genere – spiega Carlo Barbante, direttore dell’Istituto dinamica processi ambientali del Cnr e professore all’università Cà Foscari di Venezia – anche se si tratta di un fenomeno eccezionale, si inserisce in un trend complessivo molto preoccupante. Negli ultimi 25 anni abbiamo perso il 30 per cento del ghiaccio marino e questo crea una amplificazione. Il mare assorbe più calore e così aumenta ancora la temperatura”. E anche se nelle prossime settimane è atteso un ‘recupero’, il problema è molto più profondo e riguarda le caratteristiche del ghiaccio stesso che nell’ultimo secolo si è dimezzato. Una progressione sempre più veloce nel corso dell’ultima generazione. Di anno in anno, infatti, si è fatto sempre più sottile e secondo le rilevazioni dei satelliti Nasa e Noaa (il centro meteo americano) sta progressivamente scomparendo il ghiaccio “vecchio”, quello cioè che persiste da più anni sotto a quello che si forma ciclicamente con le stagioni. Da mesi gli allarmi si ripetono. A luglio e a ottobre la Nasa e il Noaa, a novembre l’Onu, hanno candidato, sulla base di anomalie sempre più preoccupanti, il 2016 a essere il più caldo di sempre. Con una temperatura media superiore di 1,2 gradi rispetto all’epoca preindustriale e con livelli di CO2 nell’atmosfera che hanno doppiato, stabilmente, quota 400 parti per milione. Una specie di soglia psicologica, varcata anche al Polo Sud per la prima volta in quattro milioni di anni. Ed è una tendenza per la quale non esiste prospettiva di inversione, il ghiaccio perso non tornerà:...
read moreGreenpeace: “Vicenza, Padova e Verona esposte a Pfas: falde a rischio contaminazione”
[di Luisiana Gaita su ilfattoquotidiano.it] Il rapporto della ong ‘Come i Pfc entrano nel nostro corpo’ esamina i livelli di inquinamento di Italia, Ohio-West Virginia (Usa), Olanda e Cina. Nel nostro Paese, l’area critica si estende per circa 150 chilometri quadrati e ricade proprio nelle tre provincie venete. Al centro la produzione di composti chimici pericolosi, come i Pfc. In Italia, tra le province di Vicenza, Padova e Verona sono 350-400mila le persone potenzialmente a rischio per l’inquinamento diffuso nell’ambiente e la conseguente contaminazione delle falde di acqua potabile dovuti alla produzione di composti chimici pericolosi, come i Pfc (composti poli e perfluorurati). Greenpeaceha pubblicato il rapporto ‘Come i Pfc entrano nel nostro corpo’ che identifica quattro aree del mondo, esaminandone il livello di inquinamento. Il dossier esamina i casi di Italia, Ohio-West Virginia (Usa), Olanda, Cina. Nel nostro Paese, l’area interessata dalla contaminazione si estende per circa 150 chilometri quadrati e ricade proprio nelle tre province venete, dove le popolazioni sono esposte ai Pfas (sostanze perfluoroalchiliche) e ad altri Pfc che vengono prodotti in alcuni impianti di quelle zone. L’inquinamento da Pfc – Per via delle loro proprietà chimiche (repellenza ad acqua e olii ed elevata stabilità termica e chimica) i Pfc vengono impiegati in numerosi processi industriali e beni di consumo, tra cui i trattamenti idrorepellenti e antimacchia utilizzati per la produzione di abbigliamento outdoor. Una volta rilasciati in natura, però, alcuni Pfc impiegano molto tempo per decomporsi, restando così nell’ambiente per molti anni e diffondendosi in tutto il globo: nelle acque superficiali (fiumi e laghi), potabili e di falda, ma anche nell’aria e nella polvere domestica. “Prove evidenti dell’inquinamento, recente o passato, generato dalle aziende chimiche che producono Pfc – scrive Greenpeace nel rapporto – inclusi quelli utilizzati nella produzione del Ptfe (Politetrafluoroetilene, conosciuto come Teflon), esistono per almeno quattro aree del pianeta: la valle del Mid-Ohio negli Stati Uniti, la zona di Dordrecht in Olanda, la provincia di Shandong in Cina e, in Italia, il Veneto”. L’allarme in Veneto – Uno studio pubblicato dal Ministero dell’Ambiente nel 2013 ha infatti mostrato la presenza di Pfc nelle acque superficiali e potabili in una vasta area della regione. “Si trovano nell’acqua, ma anche nel sangue delle persone” spiega Greenpeace. Lo scorso anno la Regione, insieme all’Istituto Superiore di Sanità, ha annunciato il lancio di un programma di monitoraggio biologico su oltre 600 persone residenti in 14 comuni, con l’obiettivo di valutarne il grado di esposizione a Pfc tramite l’analisi di campioni di sangue. I risultati preliminari hanno mostrato, in alcune delle popolazioni più esposte, concentrazioni di Pfoa fino a venti volte più alte rispetto a quelle relative ai cittadini che non si trovano nelle zone contaminate. “Si tratta di una seria minaccia in Veneto come in Ohio-West Virginia” spiega Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. Che racconta: “Stiamo chiedendo alle aziende dell’abbigliamento outdoor, uno dei settori che impiega queste sostanze, di eliminarle dalla produzione entro il 2020. Alcuni marchi lo stanno già facendo perché le alternative sono già disponibili sul mercato”. In questa direzione l’impegno del Consorzio Italiano Detox, nato a Prato. Le concentrazioni elevate di Pfc preoccupano gli scienziati: l’esposizione ad alcune di queste sostanze è stata associata a gravi effetti sulla salute, inclusi tumori al rene e ai testicoli. Proprio per questo,...
read more“Colpa dell’uomo il ripetersi di eventi climatici estremi”
[su repubblica.it]Diffusi alla Cop22 sul clima di Marrakech i risultati di un nuovo studio dell’Organizzazione mondiale per la meteorologia delle Nazioni Unite: “Con il riscaldamento globale provocato dalle attività umane le possibilità di siccità, alluvioni e ondate di calore aumentano anche di dieci volte. “Hot and wild“, caldo e selvaggio. Non è il titolo di un film a luci rosse, ma la drammatica sintesi di come sta cambiando il clima del Pianeta scattata dall’Organizzazione mondiale per la meteorologia delle Nazioni Unite. Nulla che non fosse stato previsto dai modelli climatici che hanno dato sostanza scientifica al IV e V Rapporto dell’Ipcc sugli effetti del riscaldamento globale. La vera differenza sta purtroppo nel tempo dei verbi. Se le pubblicazioni del panel dell’Onu che si occupa del clima erano declinate al futuro, il lavoro dell’Omm anticipato in occasione della Cop22 di Marrakech è scritto invece facendo ampio ricorso a presente e gerundio, quando non addirittura al passato prossimo, sottolineando come “l’impronta dell’influenza umana è sempre più visibile”. Quelli compresi tra il 2011 e il 2015 sono stati i 5 anni più caldi di sempre e il 2016 si candida a battere un nuovo record, osserva lo studio. Con l’innalzamento delle temperature, spiega ancora l’Omm, è aumentata anche la frequenza e la violenza degli eventi meteorologici estremi, come siccità, piogge torrenziali, uragani e ondate di calore. Non è possibile mettere questi episodi automaticamente in correlazione con il riscaldamento globale, visto che il clima terrestre “prevede” il verificarsi di episodi simili a prescindere dai cambiamenti climatici, ma secondo l’Omm non ci sono dubbi che l’aumento dei gas serra presenti in atmosfera abbia reso il verificarsi di questi eventi più probabile, aumentando le chance anche di 10 volte. Lo studio ha preso in esame in particolare una serie di casi specifici: le temperature eccezionalmente calde registrate negli Usa e in Australia rispettivamente nel 2012 e nel 2013, le estati torride in Estremo Oriente e nell’Europa occidentale nel 2013, le ondate di calore in Australia della primavera e dell’autunno 2014, il caldo record su base annua misurato in Europa nel 2014 e l’ondata di calore in Argentina del dicembre 2013. In tutti questi eventi, secondo l’Organizzazione mondiale per la meteorologia, è possibile individuare un fattore di probabilità accresciuto dalle attività umane. Complessivamente, stima ancora lo studio, le catastrofi che si sono verificate nel corso di questo lustro hanno causato la morte di almeno 300.000 persone in tutto il mondo mentre i danni economici hanno superato i 90 miliardi di euro. Conclusioni simili a quelle raggiunte da chi si occupa di monitorare ciò che sta accadendo in Italia. “Eventi estremi di precipitazione sono cresciuti non solo nel mondo, in particolare nell’emisfero settentrionale, ma in modo netto anche in Italia” dove “tutto il territorio è a rischio alluvioni, salvo poche eccezioni”, ha spiegato oggi Alberto Montanari, dottore di ricerca in ingegneria idraulica, a margine del convegno sulle “Strategie di adattamento al cambiamento climatico” ospitato a Roma dall’Accademia dei Lincei. Con i dati a disposizione, ha ricordato, “recentemente è stato osservato un aumento generale del numero di eventi estremi, in termini di precipitazioni, ma non della loro intensità”. “Il livello di rischio è nettamente in crescita”, ha avvertito ancora Montanari, a causa della maggiore frequenza di precipitazioni e dell’aumento dell’urbanizzazione, in particolare in corrispondenza “dei bacini fluviali più piccoli”,...
read moreLa grande abbuffata dei veleni
[di Silvia Ribeiro su comune-info.net] Non solo di Terra ne abbiamo una sola, come insegna ogni elementare corso introduttivo all’educazione ambientale, ma cercare presunte alternative alla terra, per esempio per nutrirsi, è una scelta rovinosa. Per le persone e per il pianeta. È quel che accade con il consumo intensivo di cibo industriale, connesso in modo sostanziale con l’insorgere di malattie cardiovascolari, del diabete, dell’obesità e del cancro all’apparato digestivo. Il sistema alimentare industriale è il primo responsabile dei cambiamenti climatici ma causa anche l’erosione dei suoli e minaccia l’acqua e la biodiversità. Come se non bastasse, la catena dell’industria alimentare spreca dal 33 al 40 per cento di ciò che produce. A nutrire la maggior parte degli abitanti umani del pianeta, per fortuna, ci pensano ancora i contadini, i pastori, i pescatori artigianali e chi coltiva gli orti urbani. Difenderli e affermare la diversità, la produzione e l’alimentazione locale contadina e biologica vuol dire difendere la salute e la vita di tutti e di tutto. Il sistema alimentare industriale, dalle sementi ai supermercati, è una macchina che fa ammalare le persone e il pianeta. È strettamente collegato alle principali malattie delle persone e degli animali da allevamento; è il singolo più importante fattore del cambiamento climatico e una delle principali cause del collasso ambientale globale, con la contaminazione chimica e l’erosione del suolo, dell’acqua e della biodiversità, l’interruzione dei cicli dell’azoto e del fosforo, vitali per la sopravvivenza di tutti gli essere viventi. Secondo L’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 68 per cento delle cause di morte nel mondo, sono dovute a malattie non trasmissibili. Le principali malattie di questo tipo, come quelle cardiovascolari, l’ipertensione, il diabete, l’obesità e il cancro dell’apparato digestivo e degli organi correlati, sono legate al consumo di cibo industriale. La produzione agricola industriale e l’uso di agrotossici che comporta (erbicidi, pesticidi e altri biocidi) è inoltre la causa delle malattie più frequenti tra i lavoratori rurali, le loro famiglie e gli abitanti dei villaggi vicini alle zone di coltura industriale: tra esse, insufficienza renale cronica, intossicazione a avvelenamento per sostanze chimiche e residui chimici nell’acqua, malattie della pelle, dell’apparato respiratorio e diversi tipi di cancro. Secondo un rapporto del 2016 del Gruppo Internazionale di Esperti sui Sistemi Alimentari Sostenibili (International Panel of Experts on Sustainable Food Systems IPES Food), dei 7 miliardi di abitanti del mondo, 795 milioni soffrono la fame, 1 miliardo e 900 milioni sono obesi e 2 miliardi soffrono di deficienze nutrizionali (mancanza di vitamine, minerali e altri nutrienti). Anche se il rapporto chiarisce che in alcuni casi le cifre si sovrappongono, in ogni caso significa che circa il 60 per cento degli abitanti pianeta soffre la fame o sono malnutriti. Una cifra assurda e inaccettabile, che rimanda all’ingiustizia globale, ancor più per il fatto che l’obesità, che un tempo era simbolo di ricchezza, è ormai un’epidemia tra i poveri. Siamo invasi da “cibo” che ha perso significative percentuali di contenuto alimentare a seguito della raffinazione e della lavorazione; di verdure che a causa della coltivazione industriale hanno diminuito il loro contenuto nutrizionale per l’ “effetto diluizione” poiché un maggior volume di raccolto sulla medesima superficie comporta una diluizione dei nutrienti; di alimenti con sempre più residui di agrotossici e che contengono molte altre sostanze chimiche, come conservanti, aromatizzanti, esiti di...
read moreIl carbone fa diventare più poveri e provoca i cambiamenti climatici
[su greenreport.it] L’industria del carbone dà lavoro a 7 milioni di persone nel mondo, le rinnovabili già a 9,4. Le centrali elettriche a carbone provocano più danni che benefici ai poveri, anche senza prendere in considerazione gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici. E’ quanto emerge dal rapporto “Beyond Coal: Scaling up clean energy to fight poverty” presentato da the Overseas Development Institute (Odi), Cafod, Christian Aid ad alter 9 organizzazioni alla 22esima conferenza delle parti dell’Unfccc che si conclude oggi a Marrakesh. Eppure, fa notare il rapporto, nonostante gli impegni assunti con l’Accordo di Parigi, il mondo potrebbe oltrepassare la soglia dei 2° C di riscaldamento se verranno costruite solo un terzo delle centrali a carbone previste. E se il mondo non ce la farà a centrare questo obiettivo, «I risultati sarebbero disastroso per la lotta globale contro la povertà». L’odi evidenzia che «Attualmente l’industria del carbone sostiene che sviluppare l’utilizzazione del carbone è fondamentale per la lotta contro la povertà estrema e per migliorare l’accesso all’energia per miliardi di persone nei Paesi in via di sviluppo. In realtà, è vero il contrario. L’impegno globale per sradicare la povertà estrema e la povertà energetica entro il 2030 non richiede una tale espansione ed è incompatibile con la stabilizzazione del clima della Terra. L’evidenza è chiara: una soluzione duratura per la povertà richiede che le economie più ricche del mondo rinunciano al carbone e non dobbiamo e possiamo porre fine alla povertà estrema, senza l’espansione precipitosa di nuova energia a carbone o a svilupparla». Uno degli autori del rapporto, Ilmi Granoff, ha detto all’IPS che «il carbone consolida la povertà, contrariamente a quanto sostenuto dall’industria del carbone che il combustibile fossile contribuisce alla crescita economica». Granoff, un ricercatore del Doi, riconosce che «La chiusura delle centrali a carbone ha causato difficoltà economiche localizzate», ma sottolinea che «La nostra ricerca ha scoperto che l’energia rinnovabile globale dà più intensità di posti di lavoro per unità. Le stime della World Coal Association indicano che l’industria del carbone dà lavoro a 7 milioni di persone nel mondo, meno dei 9,4 milioni di persone già impiegate nella filiera delle energie rinnovabili. E’ importante riconoscere che c’è un impatto sul lavoro con la phase down del carbone a livello mondiale, perché ci sono più luoghi specifici in cui le persone si affidano all’industria del carbone e di quelli necessari per avere una giusta transizione. Ma in termini di prospettive di futuro occupazionale, il settore delle energie rinnovabili a livello globale offre migliori opportunità: più posti di lavoro e posti di lavoro di migliore qualità». Per il rapporto anche gli argomenti che il carbone può aiutare le persone più povere del mondo ad accedere all’energia, non hanno senso: l’energia rinnovabile può già soddisfare «le esigenze specifiche della lotta contro la povertà estrema e la povertà energetica – spiega ancora Granoff – Il carbone rafforza la povertà causando problemi di salute di asma ad attacchi di cuore. E’ stato stimato che una singola centrale da un gigawatt in Indonesia causi 26.000 morti premature nel corso della vita dell’impianto». Granoff anche sottolineato l’importanza di riconoscere «l’impatto negativo a lungo termine che il carbone avrà – in particolare sulle persone più povere e i Paesi poveri – contribuendo al cambiamento climatico». E gli impatti del cambiamento climatico sui Paesi...
read moreInceneritori, i casi di stop per mercurio: lacune in misura emissioni e non c’è blocco dei rifiuti a rischio
[di Veronica Ulivieri su ilfattoquotidiano.it] Da Torino a Poggibonsi, i casi rivelano un problema che potrebbe avere dimensioni molto grandi ma ad oggi spesso non misurato, e quindi invisibile: la maggior parte dei 40 termovalorizzatori italiani non controlla in tempo reale le emissioni di mercurio, come invece accade nella struttura piemontese, e in nessun impianto esistono sistemi per bloccare in entrata la monnezza urbana in cui ci siano rifiuti contenenti il metallo altamente tossico. I “biscotti al mercurio”, di cui qualcuno a Torino ha parlato ironicamente dopo il semi stop all’inceneritore del Gerbido il 18 ottobre scorso, rischiano di diventare una specialità dolciaria non solo sabauda. L’impianto, che ha dovuto rallentare a causa di emissioni di mercurio anomale, non sembra proprio il biscottificio innocuo a cui il neopresidente della società che lo gestisce (la Trm, gruppo Iren) aveva paragonato questo tipo di stabilimenti. E ora, il caso torinese sembra solo la punta dell’iceberg. L’indizio di un problema, quello delle emissioni di mercurio dei termovalorizzatori, tra l’altro già emerso anche ad aprile 2015 all’inceneritore di Poggibonsi, nel senese, che potrebbe avere dimensioni molto grandi ma ad oggi spesso non misurato, e quindi invisibile: proprio perché la maggior parte dei 40 inceneritori italiani non controlla in tempo reale le emissioni di mercurio, come invece accade a Torino, e in nessun impianto esistono sistemi per bloccare in entrata la monnezza urbana in cui ci siano rifiuti contenenti questo metallo altamente tossico. Bastano pochi etti “Alcuni etti possono essere sufficienti a determinare il problema”, spiegano dall’Arpa Piemonte. Al Gerbido nell’ultimo anno, dice l’ad di Iren Ambiente Roberto Paterlini, “nei catalizzatori se ne è accumulato un chilo”. Potrebbe essere arrivato con rifiuti speciali di aziende che li hanno buttati illegalmente nei cassonetti urbani, dove smaltirli non costa nulla. Ma il mercurio è contenuto anche nelle batterie e nelle pile a bottone da orologi, che l’Europa ha messo fuori legge dalla fine del 2015, nelle lampade a fluorescenza e nei neon. Tutti oggetti che non si dovrebbero buttare nella pattumiera, ma tra scarsa comunicazione ai cittadini, centri di raccolta comunali poco capillari e difficili da raggiungere, e un po’ di sana pigrizia, la frittata è fatta. “Se permangono i cassonetti stradali e non si procede verso un cambio di direzione rispetto alla situazione attuale è palese che nell’indifferenziato ci può finire di tutto e questi purtroppo sono i risultati”, ha scritto su Facebook l’assessore all’Ambiente di Parma Gabriele Folli. Nella sua città, negli ultimi anni l’inevitabile costruzione dell’inceneritore è però andata di pari passo con l’introduzione del porta a porta. “Da noi la raccolta differenziata è al 75% e i piccoli rifiuti elettrici ed elettronici vengono raccolti anche nelle scuole. Il rischio che si verifichino situazioni come quella di Torino è ovviamente più alta dove si raccoglie con i cassonetti, perché è più difficile controllare cosa ci va a finire”, aggiunge Folli. A Torino, peraltro, fa notare Claudio Cavallari dell’associazione Pro Natura, “ci sono solo sette ecocentri e la differenziata è ferma al 42% da sei anni. La logica è sempre stata: più indifferenziato, più affari. E poi manca la corretta informazione su come conferire rifiuti come batterie e neon: non è come fare la pubblicità dei formaggini, serve informazione continua”. A queste condizioni, è evidente, dice la direttrice del dipartimento torinese di Arpa Antonella...
read moreSpeciale COP22: il CDCA a Marrakech
COP22: La COP dell’azione? Si è celebrata dal 7 al 18 novembre a Marrakech la 22° Conferenza delle Parti ONU sui cambiamenti climatici. A un anno dalla sigla a Parigi dell’Accordo globale sul clima, sulla Cop22 si è concentrata l’attenzione della comunità internazionale. Ribattezzata la Cop dell’azione, la Conferenza di Marrakech avrebbe dovuto definire gli aspetti d’implementazione dell’Accordo, entrato in vigore lo scorso 4 novembre. Il CDCA alla COP22 A Marrakech è stata presente una delegazione del Centro di documentazione sui conflitti ambientali che ha seguito le negoziazioni, i forum sociali di discussione e le mobilitazioni, riportando aggiornamenti e notizie dalle giornate della Cop. Fino alla chiusura della Conferenza, è stata inviata una newsletter con le principali novità, interviste ed approfondimenti sulle tematiche in discussione. Leggi i nostri bollettini con tutti gli aggiornamenti BOLLETTINO N. #1 BOLLETTINO N. #2 BOLLETTINO N. #3 BOLLETTINO N. #4 L’agenda L’agenda è stata particolarmente ricca: accanto alla 22° Sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione quadro sui Cambiamenti Climatici e alla 12° sessione della Conferenza delle Parti firmatarie del Protocollo di Kyoto (CMP12) si è svolto a Marrakech tra il 15 e il 18 novembre il primo incontro della Conferenza delle Parti che hanno ratificato l’Accordo di Parigi (CMA), organo di governo dell’Accordo, dotato di competenza su tutte le questioni procedurali, amministrative ed operative. Le questioni prioritarie hanno riguardato comprensibilmente l’entrata in vigore dell’Accordo e lo svolgimento della Prima sessione della CMA. Per sedersi al tavolo delle decisioni della CMA1, i paesi dovevano aver depositato gli atti di ratifica, accettazione, adesione o approvazione almeno 30 giorni prima dell’inizio della conferenza. Sulla base di questa previsione alcuni Paesi, come l’Italia che ha concluso l’iter di ratifica solo il 27 ottobre scorso, hanno potuto partecipare ed intervenire ma senza diritto di voto. Durante questa prima sessione, la CMA è stata chiamata a discutere modalità e linee guida per garantire piena applicazione ai contenuti dell’accordo. Tra le guide linea sono incluse quelle riguardanti la valutazione degli INDC e la trasparenza dei criteri. Gli argomenti chiave in discussione a Marrakech: valutazione degli INDC e trasparenza dei criteri e dei target in essi previsti elaborazione del bilancio globale definizione di modalità e procedure per garantire l’efficace funzionamento del comitato incaricato di facilitare l’implementazione dell’Accordo impegni finanziari Ulteriore tematica nell’Agenda della COP21 ha riguardato la revisione del meccanismo introdotto a Varsavia riguardante Loss and Damage (WIM). Già durante la COP19 si decise infatti che tale meccanismo doveva essere riesaminato e discusso, a partire dalla sua struttura ed efficacia, durante la COP22. Particolare attenzione è stata rivolta alle questioni legate agli impegni finanziari e alla presentazione dei Rapporti di avanzamento riguardanti il Fondo Verde per il Clima e il Global Environment Facility nonché alla sesta revisione del meccanismo di finanziamento connesso. Specifico spazio è stato infine riservato alla discussione concernente il legame tra cambiamenti climatici e dimensione di genere. L’agenda sociale Nei giorni della Conferenza si sono tenute diverse iniziative e forum di discussione organizzate dalla società civile. La manifestazione di piazza, la Climate March, si è svolta domenica 13 novembre. Nello Spazio cittadino autogestito, ospitato dal 14 al 17 novembre presso la Facoltà di Scienze e Tecnologia dell’Università di Marrakech, i lavori sono stati organizzati attorno a distinti spazi di discussione: Copafrica, Mediterraneo,...
read moreQuesto sarà il secolo dei profughi ambientali
[di Marina Forti su Internazionale.it] I disastri naturali fanno più sfollati delle guerre. Sembra difficile da sostenere, nel mezzo della più grave crisi umanitaria dalla fine della seconda guerra mondiale. La sola guerra in Siria ha fatto più di sei milioni di sfollati all’interno del paese e costretto altri cinque milioni di persone a cercare rifugio nei paesi vicini, oppure a tentare la traversata del Mediterraneo, lasciandosi dietro una devastazione tale che ci vorranno generazioni per ricostruire il paese. Poi c’è la guerra in Yemen, che fa meno notizia ma ha provocato decine di migliaia di sfollati. E il conflitto cronico in Afghanistan, e la militarizzazione in Eritrea. Eppure le persone che sono spinte ad abbandonare la loro casa per le calamità ambientali sono perfino di più. Magari si notano meno, perché si tratta quasi sempre di migrazioni interne (profugo è qualcuno che cerca asilo e protezione in un altro stato; sfollato interno è quello che si sposta forzatamente entro i confini del suo paese). Le persone in fuga all’interno dei loro paesi, soprattutto in Africa, sono più di 40 milioni, il doppio dei 21 milioni di profughi registrati dall’Onu nel 2015 in tutto il mondo, secondo l’ultimo rapporto dell’Internal displacement monitoring centre. I dati fanno impressione: nel 2015, in tutto il mondo, disastri, conflitti e violenze hanno fatto 27,8 milioni di nuovi sfollati interni, e di questi oltre 19 milioni fuggivano da disastri ambientali: più del doppio di quanti fuggono da violenze e conflitti. Così, sempre più spesso sentiamo parlare di sfollati ambientali. È un’espressione discussa, non ne esiste una definizione riconosciuta e accettata. Il senso però è abbastanza chiaro: sono persone spinte a partire perché non riescono più a sopravvivere nel loro luogo di origine a causa di disastri ambientali, perché non hanno più accesso a terra, acqua e mezzi di sussistenza. “Costrette alla fuga da una massiccia perdita di habitat”, riassume la parlamentare europea Barbara Spinelli, promotrice di un convegno internazionale che si è tenuto il 24 settembre a Milano, proprio per richiamare l’attenzione sul “secolo dei rifugiati ambientali”. Con il termine disastro si indicano circostanze diverse: le persone sfollate dopo un terremoto, quelle lasciate senza tetto da un’alluvione o da uno tsunami. Oppure quelle costrette a migrare da disastri più lenti ma pervasivi: la siccità, l’erosione del suolo e delle coste, la salinizzazione dei terreni, la desertificazione. Certo, distinguere tra i disastri naturali e quelli “provocati dagli esseri umani” spesso è difficile. Come per i fenomeni meteorologici: non si può addebitare direttamente al cambiamento del clima ogni singolo ciclone che si abbatte nel golfo del Bengala o sulle Filippine o nei Caraibi. Ormai molti studi avvertono che uno degli effetti del riscaldamento dell’atmosfera terrestre è proprio l’aumentata probabilità di fenomeni meteorologici estremi. E, secondo un rapporto dell’ufficio dell’Onu per la riduzione del rischio dei disastri, il 90 per cento delle catastrofi registrate nel mondo negli ultimi vent’anni è causato da fenomeni legati al clima: inondazioni, cicloni, ondate di caldo, siccità. Disastri naturali, ma con responsabilità umane. Sono sfollati ambientali anche le vittime delle espulsioni forzate dalle loro terre, le comunità sfrattate da grandi imprese agroindustriali, o da nuove miniere, o dighe. In Cina più di un milione di persone ha dovuto spostarsi dall’area della diga delle Tre Gole, sul fiume Chang Jiang. In India quasi mezzo milione di agricoltori...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.