Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Idrocarburi non metanici nell’atmosfera in prossimità di impianti di primo trattamento del greggio
[di Elisa Bustaffa, Annamaria De Marinis Loiotile, Genoveffa Farella, Stefania Petraccone, Gianluigi De Gennaro, Fabrizio Bianchi su Epidemiologia & Prevenzione] La continua espansione delle attività di perforazione ai fini dell’estrazione petrolifera in prossimità di aree abitate ha fatto sì che negli ultimi anni l’attenzione si focalizzasse sull’impatto di questo processo fortemente industrializzato sulla salute pubblica. Le comunità che vivono nei dintorni di impianti di questo tipo devono, infatti, fronteggiare diversi problemi, quali l’inquinamento atmosferico e acustico, la contaminazione del suolo e delle acque sotterranee, il traffico dei camion da e verso il sito, incidenti e malfunzionamenti all’interno dell’impianto. In questo contesto, la valutazione del rischio per la salute è ostacolata dal fatto che l’esposizione alle sostanze chimiche presenti non può essere valutata in via definitiva, poiché non sempre si è a conoscenza di tutti i composti immessi nell’ambiente né delle loro concentrazioni, per non parlare del problema delle coesposizioni ad altri inquinanti. Nonostante l’oramai conclamato e vasto interesse generato da questo argomento, ad oggi esistono pochi studi basati su popolazioni riguardanti gli effetti sulla salute delle comunità che vivono in prossimità dei siti di perforazione ed estrazione; ciò genera la necessità di condurre campagne di monitoraggio mirate e studi epidemiologici che verifichino l’eventuale esistenza e natura di pattern di malattie associati a tali attività. La presente rassegna bibliografica individua, quindi, i principali inquinanti atmosferici presenti in prossimità di un impianto di primo trattamento del greggio e cerca di fornire un quadro generale delle loro potenziali sorgenti e caratteristiche… (segue scaricando il documento integrale qui) Pubblicato sul numero di settembre-ottobre...
read moreGli “elefanti” nelle stanze delle negoziazioni climatiche
[di Tosca Ballerini per CDCA] È possibile non vedere un elefante in una stanza? La logica ci dice di no. Su questa semplice evidenza si basa l’espressione inglese “l’elefante nella stanza”, usata come metafora per le situazioni in qui qualcosa di ovvio non viene considerato oppure per tutti i casi in cui c’è un pericolo o un rischio evidente, ma nessuno ne vuole parlare. Nel caso delle negoziazioni ONU sul clima, di elefanti nella stanza non ce n’è uno solo, ma tanti, come denuncia l’ONG statunitense Corporate Accountability International. I pachidermi che intralciano i lavori degli Stati per ridurre le emissioni di gas a effetto serra e contenere il cambiamento climatico sono associazioni d’industrie fossili e gruppi di alto livello per il commercio che siedono come osservatori accreditati durante le riunioni dell’UNFCCC. Grazie all’accredito le lobby dell’industria fossile hanno un accesso illimitato alla maggior parte delle discussioni dell’UNFCCC, possono esprimere, sotto richiesta, il loro parere e hanno la possibilità di aggirarsi tra i corridoi e intrattenere discussioni private coi rappresentanti dei vari paesi. Paesi che spesso hanno un prodotto interno lordo inferiore al fatturato annuo di queste grandi corporazioni. Nella lista degli osservatori accreditati a partecipare alle negoziazioni della COP22 attualmente in corso a Marrakech figura, ad esempio, la World Coal Association, che rappresenta gli interessi di alcune delle compagnie fossili più grandi al mondo. Tra i suoi iscritti c’è Peabody Energy, la più grande compagnia di carbone degli USA che nel passato ha finanziato almeno una dozzina di gruppi negazionisti. Altri osservatori accreditati alla COP22 sono Business Council of Australia e BusinessEurope, la cui lista di aderenti include alcune tra le più grandi corporazioni di petrolio e gas, tra cui Exxon Mobil, BP, Royal Dutch Shell. Come riportato da Alternet, negli anni BusinessEurope ha consistentemente cercato di indebolire le politiche energetiche dell’Unione Europea, incluso l’Emission Trading System e gli obiettivi di raggiungimento di quote di energia rinnovabile. I Paesi in via di sviluppo chiedono regole per la gestione del conflitto d’interesse Secondo Corporate Accountability International, compagnie come Exxon Mobil e Shell, non hanno altro interesse nei negoziati sul clima se non quello di tentare di rallentare l’avanzamento dei lavori e non sarà possibile mettere in pratica veramente l’Accordo di Parigi se prima non s’impedisce alla grande industria fossile di sedersi al tavolo dei negoziati. Sono dello stesso parere diversi paesi in via di sviluppo che considerati globalmente rappresentano quasi il 70% della popolazione mondiale. Durante la Conferenza di Bonn sul Clima del maggio 2016, i paesi in via di sviluppo, sotto la guida dell’Ecuador, hanno proposto all’UNFCCC di prendere in considerazione le regole sul conflitto d’interesse messe in atto in altri accordi ONU al fine di includerle nel “manuale” d’implementazione dell’Accordo di Parigi. A questa proposta si sono però opposti USA, Gran Bretagna, Unione Europea e Australia, con la giustificazione che il processo dovrebbe essere “aperto” e “inclusivo” e che non esiste una definizione chiara di “conflitto d’interesse”. Secondo Ecuador, Venezuela e gli altri paesi in via di sviluppo, l’UNFCCC potrebbe ispirarsi al sistema adottato dall’ONU nel caso della Convenzione quadro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sul controllo del Tabacco (Framework Convention on Tobacco Control, FCTC) che riconosce la presenza di conflitti d’interesse tra l’industria del tabacco e la salute pubblica. La FTCT, entrata in vigore nel 2005,...
read moreLe criticità degli Intended Nationally Determined Contributions
[tratto dal dossier L’Italia vista da Parigi] In vista dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, da poco entrato in vigore, ciascuno Stato ha formalizzato le azioni che intendeva intraprendere nell’ambito del nuovo trattato internazionale, all’interno degli Intended Nationally Determined Contributions (INCDs). Dopo la firma dell’accordo e la ratifica, gli INDC diventano Nationally Determined Contributions (NDC) e acquisiscono carattere obbligatorio. In definitiva, le azioni comunicate negli INDC/NDC determineranno o meno il raggiungimento degli obiettivi a lungo termine contenuti nell’art. 2 dell’Accordo di Parigi, ovvero mantenere l’incremento totale di temperatura entro i 2C, fare gli sforzi necessari per limitare l’incremento a 1,5°C e arrivare all’obiettivo di zero emissioni al più presto possibile. In uno studio presentato subito prima della Cop21, il gruppo di ricerca indipendente Climate Action Tracker (10) ha esaminato gli impegni stabiliti da 59 Paesi, raggruppati in 32 INDC (i 28 paesi dell’Unione Europea hanno presentato un INDC comune), corrispondenti all’81,3% delle emissioni globali registrate nel 2010 (11) per valutare la loro compatibilità con l’obiettivo previsto dall’accordo. Gli impegni assunti dai vari paesi dai vari paesi sono stati raggruppati in quattro gruppi come da grafico a sinistra. Livelli di adeguatezza 1) inadeguato: gli obiettivi di riduzione sono meno ambiziosi dell’obiettivo 2°C; se tutti i paesi adottassero posizioni giudicate inadeguate, si arriverebbe ad un innalzamento della temperatura di 3 – 4°C; 2) medio: gli impegni dei governi si situano nella fascia meno ambiziosa per rimanere entro i 2°C; se tutti i paesi adottassero promesse medie, l’aumento della temperatura sarebbe probabilmente superiore ai 2°C; 3) sufficiente: gli impegni presi dai governi si trovano nella fascia più ambiziosa per rimanere entro i 2°C; se tutti i paesi adottassero promesse sufficienti ci sarebbero buone probabilità di contenere il riscaldamento entro 2°C; 4) modello da seguire: gli obiettivi di emissione risultano più ambiziosi del raggiungimento dei 2°C. Nessuno dei 32 INDC esaminati è stato valutato come modello da seguire, solo 5 sono stati valutati sufficienti (Bhutan, Costa Rica, Etiopia, Marocco e Gambia), 11 come medi (tra cui Unione Europea, Cina e Stati Uniti d’America) e 15 come inadeguati (tra cui Canada, Australia e Giappone). (Fonte: Climate Action Tracker) Indc “inadeguati”: Climate Action Tracker ha classificato gli INDC di paesi rilevanti come Canada, Australia Giappone tra quelli inadeguati. Canada. Ha indicato di voler ridurre le sue emissioni di gas ad effetto serra del 30% al 2030 rispetto ai livelli del 2005 ed ha incluso all’interno del suo INDC le attività LULUCF (1). Secondo Carbon Action Tracker inglobare le attività LULUCF negli INDC non è la giusta via per attuare un efficace processo di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. Così facendo non si propone un reale piano per ridurre le emissioni da combustibili fossili ma si cerca soltanto un modo per compensarle. Secondo Climate Action Tracker, anche contabilizzando l’attività di selvicoltura, il Canada può arrivare al 13% di riduzione rispetto al 2005. Ciò equivale ad un aumento dell’8% delle emissioni rispetto ai livelli del 1990. Nonostante la ratifica dell’Accordo di Parigi e l’annuncio del primo ministro canadese Justin Trudeau dell’introduzione di una tassa sul carbone (carbon tax), il governo canadese non si è certo contraddistinto negli ultimi decenni per il suo impegno a tutela dell’ambiente. Nessun governo ha mai rinunciato allo sfruttamento del petrolio ricavato dalle sabbie bituminose: secondo uno studio elaborato nel...
read moreGli ostacoli allo sviluppo dell’alternativa energetica
[tratto dal dossier L’Italia vista da Parigi] Nel maggio del 2016, Joe Romm, scrittore, blogger, fisico ed esperto di clima, ha ideato la serie Quasi tutto quello che sai sulle soluzioni al cambiamento climatico non è aggiornato. Secondo Romm i grandi giornali ignorano o non riportano in modo corretto i passi avanti nel settore delle rinnovabili, ma nonostante questo la rivoluzione verso le energie pulite è inarrestabile. A sostegno di questa tesi, Romm cita (1) le analisi della Bloomberg New Energy Finance, dell’Agenzia Internazionale dell’Energia e della Goldman Sachs. 1) Il rapporto New Energy Outlook 2016 (2) realizzato dalla Bloomberg New Energy Finance analizza il mercato globale dell’energia dal 2015 al 2040 e prevede una trasformazione radicale nella maniera in cui produciamo energia. Secondo il report la domanda di combustibili fossili diminuirà drasticamente nei prossimi 10 anni e non perchè le scorte di carbone, petrolio e gas naturale stiano diminuendo, ma perché esistono già delle alternative più economiche. Ipannelli solari costano oggi 90% meno che nel 2008 e ogni volta che il parco solare mondialeraddoppia, il costo di un’unità scende del 26%. Il solare è una tecnologia, non un combustibile, per questo diventa più economica e più efficiente nel tempo. Anche i prezzi dell’energia eolica scendono velocemente: ogni volta che il parco eolico mondiale raddoppia, il costo unitario diminuisce del 19%. Il dossier prevede ancora che il picco massimo di richiesta del petrolio potrebbe arrivare prima del previsto, rappresentato da una richiesta totale più bassa di quanto atteso a causa del rapido ingresso sul mercato di vetture elettriche e batterie a buon prezzo per lo stoccaggio di energia derivata da fonti rinnovabili. Secondo Bloomberg, l’energia solare e l’energia eolica saranno le forme più economiche di energia nella maggior parte del mondo al 2030. Lo studio conclude che l’era dei combustibili fossili sarà sostituita da un’era contrassegnata dal mix energetico ma aggiunge che nonostante la rivoluzione delle energie rinnovabili stia avvenendo ad una velocità impressionante, non è ancora abbastanza veloce per impedire di raggiungere dei livelli pericolosi di riscaldamento globale. Infatti, senza un’azione politica dei governi le emissioni globali di CO2 da parte del settore energetico arriveranno al loro massimo negli anni 2020 e rimarranno costanti nel prossimo futuro. In sintesi, nonostante scenari di sviluppo delle alternative energetiche incoraggianti, secondo l’analisi di Bloomberg New Energy Finance questo non sarà sufficiente per contenere l’aumento della temperatura della Terra entro i 2°C. 2) Nel Medium-Term Renewable Market Report (3), pubblicato nell’ottobre 2016, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) è concorde nell’affermare che il mondo si sta avviando ad una transizione globale verso un’economia decarbonizzata. Anche se i costi dei combustibili fossili sono bassi, l’energia prodotta da fonti rinnovabili si è espansa ad una velocità senza precedenti nel 2015, grazie al drastico abbattimento dei costi e a politiche di supporto dei governi. Secondo l’IEA, il 2015 ha rappresentato un punto di svolta per le energie rinnovabili, che hanno coperto più della metà dell’energia prodotta nel mondo da nuove installazioni elettriche, arrivando a fornire 153 Gigawatt (GW), il 15% in più dell’anno precedente. La maggior parte di questa espansione è stata prodotta dall’incremento della produzione di energia da parte del settore eolico (66 GW) e dal solare fotovoltaico (49 GW). L’IEA prevede che nei prossimi anni le energie rinnovabili resteranno la fonte di elettricità che...
read moreGiustizia climatica: l’azione dei cittadini
[Tratto dal Dossier L’Italia vista da Parigi] Entrato in vigore il 4 novembre 2016, l’Accordo di Parigi è il trattato delle Nazioni Unite che dovrebbe salvare il mondo dal cambiamento climatico, impegnando gli Stati a “il mantenimento dell’incremento della temperatura media globale molto sotto i 2°C al di sopra dei livelli pre-industriali e di perseguire sforzi per limitare l’incremento della temperatura media globale a 1,5°C al di sopra dei livelli pre-industriali”. Tuttavia gli impegni di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra presi dagli Stati tramite i Nationally Determied Contributions (NDC) non sono sufficienti a limitare l’incremento della temperatura media della Terra entro i 2°C e quindi a scongiurare la catastrofe climatica. A varie longitudini e latitudini del mondo organizzazioni sociali, movimenti e gruppi informali riflettono dunque sui possibili modi di utilizzare gli strumenti giudiziari per obbligare gli Stati ad agire contro il cambiamento climatico. Alcuni casi giudiziari sono già stati portati avanti con successo in Olanda, Pakistan e Stati Uniti mentre analoghi percorsi stanno prendendo forma anche in Francia e Norvegia. OLANDA: Nel giugno 2015 un tribunale olandese, adito dalla Fondazione Urgenda (1) e da 886 cittadini, ha condannato lo Stato olandese per “violazione dei diritti dell’uomo” accusandolo di non fare abbastanza per evitare di raggiungere il limite di 2°C di riscaldamento globale. La sentenza ha stabilito che lo Stato olandese è obbligato a ridurre le sue emissioni ad effetto serra, in conformità con l’obbligo specifico di “proteggere i suoi cittadini”. Contro la pronuncia il governo olandese ha proposto appello. PAKISTAN: Nel settembre 2015, in Pakistan, l’Alta Corte di Lahore ha dato ragione ad un pastore ricorrente contro il governo per l’inazione nel gestire le mutate condizioni climatiche e gli impatti di queste ultime sulla propria sussistenza. La Corte ha ordinato al governo di istituire un “consiglio climatico” per obbligare lo Stato ad assicurare i diritti fondamentali della sua popolazione per le questioni climatiche. STATI UNITI D’AMERICA: Nel 2015, ventuno giovani tra gli otto e i diciannove anni provenienti da diversi paesi degli Stati Uniti hanno intentato causa, assieme all’organizzazione Our Children’s Trust, contro il governo federale degli Stati Uniti presso la Corte dell’Oregon (2). La denuncia afferma che, a causa del contributo dato dal Paese ai cambiamenti climatici, il governo federale ha violato i diritti costituzionali delle giovani generazioni alla vita, alle libertà, alla proprietà e al godimento di beni pubblici fondamentali. Il 10 Ottobre 2016, il giudice Ann Aiken ha respinto il ricorso del governo ad annullare la causa. Questa decisione apre la porta ad un eventuale ingiunzione al governo di mettere in atto un piano basato sulle evidenze scientifiche per attuare una drastica riduzione nelle emissioni dei gas a effetto serra negli Stati Uniti. FRANCIA: All’inizio del 2016, in Francia, l’associazione Notre affaire à tous ha presentato un ricorso contro Stato francese avente come argomento la difesa della popolazione contro i cambiamenti climatici e la richiesta di “rimediare ai danni subiti dalla popolazione francese presente e futura”. NORVEGIA: Nell’ottobre 2016 è stato presentato ricorso contro il governo norvegese a causa della decisione di aprire il Mare di Barents alle esplorazioni petrolifere. Il caso è portato avanti da una coalizione che include Greenpeace, rappresentanti delle popolazioni indigene, gruppi di giovani e (come nel caso degli Usa) il climatologo James Hansen. Il primo ministro norvegese è accusato di mancato rispetto dell’articolo 112 della Costituzione Norvegese che recita: “ogni persona ha il diritto ad un ambiente favorevole alla tutela della salute...
read moreLuci ed ombre dell’Accordo di Parigi
[Tratto dal Dossier L’Italia vista da Parigi] Lo scorso Dicembre a Parigi è stato siglato il primo accordo di carattere vincolante che fissava, come obiettivo generale, il mantenimento dell’incremento della temperatura entro i 2°C con la clausola, aggiunta all’ultimo, del fare di tutto per restare entro 1.5°C al di sopra dei livelli pre-industriali. Sebbene la valenza storica dell’accordo, i limiti esposti hanno alterato il carattere innovativo dell’accordo. Nel testo seguente, estratto dal dossier L’Italia vista da Parigi vengono riportate luci ed ombre dell’Accordo parigino con particolare attenzione alle critiche mosse dalle principali analisi in materia. L’assenza di meccanismi di controllo definiti, di sanzioni per le violazioni agli impegni presi e la mancata pianificazione di una Road Map per la progressiva sostituzione delle fonti fossili, sono i principali limiti riscontrati. Nessun riferimento alla riduzione dell’utilizzo di petrolio, carbone o combustibili fossili e tanto meno si dice nulla sull’azzeramento progressivo dei 5300 miliardi di dollari annui di sussidi alle fonte fossili (dati Fondo Monetario internazionale) che rappresentano il 6.5% di PIL Mondiale. L’Accordo di Parigi Nel dicembre 2015 viene siglato a Parigi un accordo (1) definito unanimemente “storico” da capi di Stato, politici, giornalisti e analisti di tutto il mondo. Dopo anni di attesa, il fallimento di numerose Cop, eterne negoziazioni e rimpalli di responsabilità, a Parigi 195 paesi siglano l’Accordo Globale per il contrasto ai cambiamenti climatici, noto come Accordo di Parigi. Si tratta di un avvenimento di grande rilevanza e di un indubbio successo diplomatico, che rappresenta il primo, doveroso passo di un cammino ancora lungo. Durante la Cop17 tenutasi a Durban nel 2011, (due anni dopo il clamoroso fallimento della Cop15 di Copenaghen del 2009 che avrebbe dovuto concludersi con la firma dell’accordo destinato a sostituire l’inadeguato protocollo di Kyoto) le parti si accordarono per arrivare alla firma del nuovo accordo durante la Cop21 di Parigi del 2015 e per utilizzare gli anni mancanti al fine di limare le divergenze tra blocchi contrapposti, partendo da un quadro di misure che avessero il consenso generale. Obiettivi ambiziosi, impegni inadeguati L’accordo firmato a Parigi ha il pregio di rappresentare il primo accordo di carattere vincolante e di portata globale per il contrasto ai cambiamenti climatici. Tuttavia, proprio a partire da questo preteso – e doveroso – carattere vincolante è possibile esaminare i limiti da superare per garantire efficacia al testo approvato. Ad oggi, di fatto, il carattere vincolante del documento non è sostenuto da meccanismi di controllo definiti e non sono previste sanzioni per le violazioni agli impegni presi. Questa mancanza è di enorme rilievo e deve essere considerata questione dirimente da sciogliere quanto prima: in assenza di un quadro coercitivo e di un sistema di controlli e sanzioni la previsione di obiettivi ambiziosi resta una dichiarazione di intenti. Se da una parte “flessibilità, trasparenza e cooperazione” (auspicate nell’art. 13) possono essere intese come fiducia nel senso di responsabilità delle varie parti, dall’altra incoraggiare i paesi alla riduzione delle emissioni facendo affidamento unicamente sulla responsabilità di ciascuno, da adito a dubbi sul mancato raggiungimento degli obiettivi stabiliti. L’art. 2 fissa, come obiettivo generale: “il mantenimento dell’incremento della temperatura media globale molto sotto i 2°C al di sopra dei livelli pre-industriali e di perseguire sforzi per limitare l’incremento della temperatura media globale a 1,5°C al di sopra dei livelli pre-industriali”...
read moreL’insostenibile incoerenza delle politiche italiane sul clima
[tratto dal dossier L’Italia vista da Parigi] Il 4 ottobre 2016, giorno in cui entrambe le condizioni per l’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi venivano raggiunte (ovvero: che almeno 55 paesi l’avessero ratificato e che in totale fossero rappresentate almeno il 55% delle emissioni globali), il Consiglio dei Ministri Italiano approvava il disegno di legge Ratifica ed esecuzione dell’Accordo di Parigi collegato alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, adottato a Parigi il 12 dicembre 2015. Passato alla Camera il 19 ottobre e al Senato il 27 ottobre, il decreto legge è stato approvato in entrambi i casi all’unanimità, e così il 27 ottobre anche l’Italia ha definitivamente ratificato l’Accordo di Parigi. L’Italia si è così impegnata a ridurre le sue emissioni di gas ad effetto serra; a non porre in atto politiche contrastanti con gli obiettivi di de carbonizzazione (cioè raggiungere un’economia senza emissioni) e a partecipare alla prima capitalizzazione del Fondo Verde per il Clima con 50 milioni di euro per tre anni, fino al 2018. Per quanto riguarda la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, l’Italia partecipa al Nationally Determined Contribution presentato dall’Unione Europea all’UNFCCC. Nel luglio 2016 la Commissione Europea ha emanato una proposta di Effort Sharing Regulation (1), letteralmente “condivisione degli sforzi”, in base alla quale ogni Stato Membro deve ridurre entro il 2030, e con percentuali diverse a seconda dei Paesi, le emissioni di CO2 relative alle attività dei settori non industriali (cioè le emissioni da trasporto, costruzioni, agricoltura, gestione dei rifiuti). Questi settori sono anche detti settori non-ETS perché non partecipano all’Emission Trading System di cui abbiamo parlato nel capitolo 4 e che si applica invece ai settori industriali. La percentuale di riduzione per ciascun Paese è stata calcolata dalla Commissione Europea in base a complessi calcoli tecnici, al PIL di ciascun paese e in base al principio di equità. Nel caso dell’Italia, la proposta dell’Effort Sharing Regulation prevede una riduzione delle emissioni al 2030 del 33% rispetto al 2005. Premendo sul principio di equità nella distribuzione della riduzione delle emissioni, la delegazione italiana aveva cercato di ottenere obiettivi meno rigidi. A detta della delegazione italiana, infatti, le percentuali di riduzione delle emissioni sarebbero state calcolate in maniera non equa in quanto non sono stati considerati i risultati già raggiunti in passato dall’Italia nell’ambito delle energie rinnovabili. In ogni caso, come già esposto nei capitoli 2 e 4, l’NDC dell’Unione Europea dovrà essere rivisto al rialzo, visto che esso prevede una riduzione del 30% delle attività non-ETS, dunque uno sforzo insufficiente rispetto al 40-50% di riduzione delle emissioni che l’Europa dovrebbe attuare entro il 2050 per contribuire equamente a livello internazionale al contenimento del riscaldamento entro la soglia 1,5°C (2). Visto che l’obiettivo per la seconda metà del secolo è di raggiungere un’economia a zero emissioni di carbonio, tanto vale cominciare a rimboccarsi le maniche. Con la ratifica dell’Accordo di Parigi l’Italia si è infatti impegnata a lottare contro i cambiamenti climatici. Questo significa mettere in atto politiche energetiche che favoriscano lo sviluppo di tecnologie rinnovabili pulite e porre fine allo sfruttamento delle fonti fossili. La transizione energetica verso un’economia zero carbon richiede una programmazione politica precisa, con tappe intermedie che si allineano agli obiettivi di decarbonizzazione fissati a livello internazionale. Energia e infrastrutture I principali provvedimenti approvati in Italia 1. Strategia Energetica...
read moreTTIP e CETA: il mercato globale contro il clima
[tratto dal dossier l’Italia vista da Parigi] Nel corso degli anni, i trattati internazionali di libero scambio hanno dimostrato l’esistenza di una sorta di “doppia morale” che distingue diritto commerciale e diritto dell’ambiente, determinando le condizioni di una netta supremazia degli impegni presi nell’ambito del primo rispetto alle istanze di tutela ambientale. In materia di commercio e d’investimento i trattati prevedono regole obbligatorie e meccanismi sanzionatori invece assenti negli accordi su clima, esclusivamente fondati su basi volontarie. Ciò avviene anche per due trattati di libero scambio che coinvolgono l’Unione Europea, discussi segretamente e al riparo dagli occhi dell’opinione pubblica negli ultimi anni. Il primo è il Transatlantic Trade Investment Partnership (TTIP) un accordo bilaterale tra Europa e Stati Uniti le cui negoziazioni sono iniziate nel 2013, accordo attualmente stoppato, anche per le proteste della società civile. Il secondo è il Comprehensive Economic Trade Agreement (CETA), un accordo bilaterale tra Europa e Canada, le cui negoziazioni sono cominciate nel 2009 e che è stato firmato tra il Canada e la Commissione Europea il 30 ottobre 2016. Entrambi i trattati hanno lo scopo dichiarato di modificare regolamentazioni e standard, le cosiddette barriere non tariffarie, e abbattere dazi e dogane tra Europa e nord America, rendendo più fluido e integrato il commercio tra le due sponde dell’Atlantico. Per entrambi i trattati, in accordo con il Trattato di Lisbona, il Parlamento Europeo ha votato il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione Europea, rinunciando al diritto di accesso e di intervento sul testo delle negoziazioni per i singoli Paesi. Le negoziazioni si sono svolte nel riserbo assoluto. Una volta completato il testo negoziale, il Parlamento Europeo ha diritto di voto finale ma senza poter trattare su nulla, sul modello prendi o lascia. Entrambi i trattati contengono clausole di risoluzione di conflitti tra Stato e investitori basate sul ricorso a tribunali privati. Nel TTIP è previsto il meccanismo ISDS (quello invocato dalle imprese per fare causa agli Stati negli esempi sopra citati). Nel CETA l’ISDS è stato modificato in un Sistema giuridico degli Investimenti (Investor Court System, ICS), dove permangono tribunali costituito da giudici privati. In un appello inviato ai decisori dell’Unione Europea, oltre 100 Professori di Diritto di tutta l’Europa hanno chiesto che il meccanismo di disputa tra Stato e investitori sia escluso dal TTIP e dal CETA (1). Secondo i giuristi, le misure di protezione degli investimenti e le clausole ISDS/ICS stabiliscono inaccettabili privilegi per gli investitori stranieri minacciando regolamenti di pubblico interesse; esse sono inoltre sistematicamente sbilanciate in favore degli investitori e mancano di tutele per lo Stato di diritto. Sulla base del CETA, a causa delle regole di protezione degli investitori, ogni impresa multinazionale con sede in Canada potrebbe rifarsi sull’Europa, portando così alla moltiplicazione delle denunce da parte degli investitori nei confronti dell’Unione Europea (2). Il TTIP e il CETA hanno stimolato una larga opposizione sociale in Europa: tramite la STOP TTIP European Initiative sono state raccolte in un anno oltre 3,5 milioni di firme per chiedere alla Commissione Europea di non ratificare questi accordi e la fissazione di un’audizione presso il Parlamento Europeo, audizione che è stata negata (3). In Canada, nel frattempo, un membro del Consiglio privato della regina del Canada e due membri del Committe on Monetary and Economic Reform hanno fatto causa al primo ministro Justin Trudeau...
read moreEPICHANGE: Studio ecologico sulla mortalità dei residenti a Manfredonia dal 1970 al 2013
[da Epiprev.it] OBIETTIVI: valutare lo stato di salute della popolazione residente nel comune di Manfredonia dal 1970 al 2013. DISEGNO: analisi descrittiva dell’andamento temporale della mortalità generale, per gruppi di cause, dal 1970 al 2013. SETTING E PARTECIPANTI: i dati di mortalità e le popolazioni residenti sono di fonte Istat. Sono state esaminate 55 cause di decesso. Le analisi sono disaggregate per sesso e periodo. PRINCIPALI MISURE DI OUTCOME: sono stati elaborati i rapporti standardizzati di mortalità (SMR%), con i rispettivi intervalli di confidenza al 90% (IC90%), e i tassi di mortalità standardizzati col metodo diretto (TSD ). RISULTATI: lo stato di salute misurato dal tasso di mortalità per tutte le cause migliora nel tempo: i TSD passano da 92 x10.000 negli anni 1970-1974 a 52 x10.000 nel biennio 2012-2013 negli uomini, da 70 x10.000 a 39 x10.000 nelle donne. Tuttavia, rispetto alla media regionale Manfredonia perde progressivamente il suo vantaggio, passando da -20% a -10% negli uomini, e da -20% a +1,5% nelle donne. Questo andamento è molto evidente per il complesso delle cause cardiovascolari, mentre i tumori maligni sono in generale nella media regionale. Nell’ultimo periodo disponibile per causa di decesso (2006-2011), la mortalità per infarto miocardico è stata più alta della media regionale (uomini: +35%; donne: +54%). I rapporti standardizzati di mortalità (SMR) mostrano tra gli uomini valori in crescita, in particolar modo rispetto al riferimento provinciale, con un eccesso a cominciare dal periodo 2006-2011 (22 decessi/anno e 19 attesi; SMR%: 117,2; IC90% 101,1-135,2; riferimento: provincia di Foggia). Anche tra le donne gli SMR% superano i riferimenti provinciali negli ultimi periodi esaminati (nel 2012-2013: 7 decessi/ anno e 4,2 attesi; SMR%: 116,4; IC90% 97,0-260,7; riferimento: provincia di Foggia). CONCLUSIONI: la mortalità a Manfredonia è diminuita in misura minore rispetto a quella osservata nei riferimenti provinciali e regionali. Il vantaggio che si osservava negli anni Sessanta si è, infatti, ridotto nel tempo, fino ad annullarsi negli ultimi anni. Dal 1970, Manfredonia ha progressivamente perso il vantaggio che aveva. Dagli anni Duemila, la mortalità per infarto del miocardio è in eccesso sulla media regionale e provinciale. Da casi documentati in letteratura si osserva che le popolazioni che sperimentano catastrofi di origine naturale o antropica possono fronteggiare un aumento di patologie cardiovascolari. La mortalità per tumore polmonare mostra un eccesso sulla media regionale, in particolare provinciale, a cominciare dal 2000, coerentemente con i tempi di latenza legati all’esposizione ad arsenico negli anni Settanta. Scarica intero documento Scarica materiale aggiuntivo ...
read moreAnche a scuola si muore per amianto
[di Marilena Pallareti su comune-info.net] È opinione diffusa che le morti per amianto, asbesto, siano riconducibili esclusivamente a particolari attività come la cantieristica navale, l’industria del cemento amianto, le industrie chimiche, le raffinerie di petrolio, il settore della difesa militare o a determinate località. Non è così. I soggetti coinvolti per motivi professionali dalle malattie correlate all’amianto appartengono ad un ampio ventaglio di attività economiche/lavorative, alcune insospettabili. L’elenco è estremamente variegato e frazionato e vedono la presenza di numerosi ambiti produttivi nei quali l’esposizione all’amianto è avvenuta per la presenza del materiale nel luogo di lavoro e non per uso diretto come chi opera nel settore della riparazione e manutenzione di autoveicoli dovute soprattutto all’esposizione indotta dalla presenza di amianto nei freni e di persone ammalate in luoghi di lavoro come la pubblica amministrazione, sanità, scuole. Abbiamo ancora plessi con scuole, tra infanzia, primaria, media inferiore e superiori, locati vicino a complessi industriali che si occupavano, fino agli anni ottanta, della lavorazione di questo minerale. La gravità della situazione deriva dal fatto che il terreno non è mai stato bonificato. Le fibre di amianto, se inalate, possono provocare il mesotelioma da asbesto, uno dei tumori più pericolosi e con più alta incidenza di mortalità. Il mesotelioma è un tumore maligno correlato dovute all’esposizione alle fibre disperse nell’aria dell’amianto. Le neoplasie dovute all’amianto vanno ad interessare pleura, peritoneo, pericardio e tunica vaginale del testicolo. Il Mesotelioma ha una latenza temporale particolarmente elevata, quindici/quarantacinque anni e un decorso di uno/due anni. È considerato un tumore raro ed è particolarmente infausto. I dati del Registro Nazionale dei Mesoteliomi (ReNaM) mostrano aspetti di particolare interesse. Si tratta di insegnanti elementari; professori di scuola secondaria superiore; tecnici chimici; collaboratori scolastici ed assimilati. Il personale docente e non docente di scuole di vario ordine e grado ha potuto subire un’esposizione ambientale, ad amianto, presente sulle o nelle strutture edilizie (amianto spruzzato in palestre, pannellature in amianto, coibentazioni di tubazioni) soggette ad usura e/o oggetto di interventi di manutenzione come risulta dai censimenti degli usi di amianto nelle strutture pubbliche. Cartoni e tessuti di amianto potevano essere utilizzati in laboratori tecnici, esempio il DAS in polvere conteneva un’alta percentuale in peso di amianto della varietà crisotilo. Le regioni maggiormente coinvolte sono Piemonte, Emilia-Romagna, Liguria e Toscana. Per i lavoratori del comparto istruzione appare minore, ma occorre tenere conto di altri fattori non trascurabili. È stato stimato intorno a 1/1 il rapporto fra casi di mesotelioma e casi di tumore asbesto correlato: ovvero per ogni caso di decesso dovuto a mesotelioma si rileva un decesso per tumore di altro genere correlato all’amianto. I dati del Rapporto fanno riferimento esclusivamente al personale del comparto scolastico, non agli studenti che trascorrono gran parte della loro giornata all’interno degli edifici scolastici e per i quali non esistono statistiche. Tutti accomunati dall’aver trascorso anni e anni in aule e costruzioni “imbottite” di eternit: spruzzato per coibentare le tubazioni o usato in pannelli da isolante termico e antincendio, come è avvenuto a lungo in tutti gli edifici pubblici. Nelle scuole era facile trovare cartoni e tessuti d’amianto nei laboratori tecnici e artigianali e prima che venisse commercializzato sotto forma di panetto premiscelato e pronto all’uso perfino il Das in polvere conteneva un’alta percentuale di crisotilo, il cosiddetto “amianto bianco”. Eh… sì, insegnare, a volte, fa...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.