Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Clima, livelli record di anidride carbonica nel 2015: “E’ iniziata una nuova era”
[di Luisiana Gaita su ilfattoquotidiano.it] Il rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale. “La concentrazione media di Co2 resterà sopra la soglia delle 400 parti per milione per molte generazioni”. E l’effetto più diretto è il surriscaldamento globale. È l’inizio di una nuova era climatica. Non solo per la prima volta a livello globale, nel 2015 la concentrazione media di anidride carbonica nell’atmosfera ha raggiunto il traguardo di 400 parti per milione e nel 2016 resterà stabilmente sopra quella soglia, ma i valori non scenderanno sotto a quel livello per molte generazioni. Ad annunciarlo è l’Organizzazione meteorologica mondiale che conferma quanto anticipato dagli esperti negli ultimi mesi. E spiega anche la relazione tra nuovi record nella concentrazione di anidride carbonica con il fenomeno ciclico conosciuto come El Niño dovuto all’interazione tra atmosfera e oceano. La crescita sostenuta di CO2 è stata sì alimentata da questo evento climatico che, con l’aumento della siccità nelle regioni tropicali, ha ostacolato la capacità della vegetazione di assorbire anidride carbonica, ma mentre El Niño è scomparso, i cambiamenti climatici restano” ha affermato il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas. “Il 2015 – ha aggiunto – resterà nella storia”. I dati sono quello forniti dal Wmo Greenhouse gas bulletin, attraverso cui le Nazioni Unitecertificano le previsioni dei climatologi della National Oceanic and Atmospheric Administration. Più vicini al punto di non ritorno I livelli di CO2 avevano già raggiunto la soglia dei 400 ppm, ma per alcuni mesi dell’anno e in determinate aree geografiche. A fine settembre, normalmente, la concentrazione di anidride carbonica è al minimo: è il punto più basso della Mauna Loa CO2 curve. Cade in genere l’ultima settimana di settembre, ma varia leggermente di anno in anno. Eppure quest’anno i valori non sono scesi al di sotto di 400 parti per milione e le cose non sono andate meglio a ottobre. E gli esperti lo avevano anticipato, anche perché negli ultimi 20 anni, solo nel 2002, 2008, 2009 e 2012 il valore del mese di ottobre è stato inferiore (e di poco) rispetto a quello di settembre. “Mai prima d’ora questi livelli sono rimasti alti su una base media globale per l’intero anno” spiega l’Omm. L’ultima volta che l’anidride carbonica nell’area aveva raggiunto i valori attuali è stato circa 5 milioni di anni fa, mentre nel 1800 la concentrazione era di 280 parti per milione. D’altro canto l’inquinamento da carbonio è in continuo aumento dall’inizio della rivoluzione industriale. Stando alle previsioni della più vecchia stazione di sorveglianza dei gas ad effetto serra, le concentrazioni resteranno al di sopra di 400 ppm per l’intero 2016 e, soprattutto, non scenderanno sotto tale livello per molte generazioni. Superata la soglia critica delle 400 ppm, siamo più vicini a quello che gli scienziati ritengono il punto di non ritorno (ossia le 450 ppm), superato il quale sarebbe impossibile mantenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi. L’anno più caldo La concentrazione di CO2 in atmosfera è un forte indicatore dell’andamento del riscaldamento globale. Commentando l’allarme dell’Organizzazione meteorologica mondiale, Coldiretti ha infatti ricordato che “allo sforamento dei limiti dianidride carbonica ha fatto seguito un 2016 che si classifica come l’anno più caldo di sempre a livello mondiale”. Da 137 anni fa, quanto sono iniziate le rilevazioni. Per l’associazione la temperatura media registrata nei primi nove mesi dell’anno sulla superficie della terra e degli oceani, superiore di 0,89 gradi celsius rispetto alla media del ventesimo secolo, conferma della tendenza al surriscaldamento climatico contro il quale è stata firmato il 22 aprile scorso all’Onu lo storico accordo in occasione della giornata della Terra. L’appello: “Anidride carbonica è inizio e fine di tutto”...
read moreBiocarburanti, Oxfam: “La politica Ue affama il pianeta”.
“Ci sono prove evidenti dei danni che l’attuale politica europea ha arrecato alle persone nei Paesi in via di sviluppo e al clima, in pieno contrasto con l’Accordo di Parigi sul clima”. Con il report “Terra che brucia, clima che cambia” l’organizzazione rivela come la potente lobby dei grandi produttori stia fortemente influenzando la riforma della legislazione europea [da ilfattoquotidiano.it] La politica dell’Unione europea sui biocarburanti affama il pianeta. Oxfam pubblica il report Terra che brucia, clima che cambia e rivela come la potente lobby dei grandi produttori di biocarburanti stia “fortemente influenzando la riforma della legislazione europea” sul tema “a spese delle comunità locali in molti Paesi poveri”. Un sistema che, ad oggi, consente alle grandi corporation una produzione fondata essenzialmente su combustibili derivanti da colture ad uso alimentare, su una scarsa attenzione per l’impatto sull’ambiente e sull’espropriazione di terra ai danni di migliaia di piccoli contadini. “Ci sono prove evidenti dei danni che l’attuale politica europea sui biocarburanti ha arrecato alle persone nei Paesi in via di sviluppo, al clima e alle prospettive di sviluppo sostenibile della stessa Europa, in pieno contrasto con l’Accordo di Parigi sul clima e con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile“. Il rapporto li documenta attraverso le esperienze dirette in tre continenti. Solo l’anno scorso i vari attori della filiera dei biocarburanti, dai coltivatori di materia prima ai produttori finali, hanno speso oltre 14 milioni di euro e ingaggiato quasi 600 persone per svolgere attività di lobbying presso l’Ue, sette lobbisti per ogni funzionario europeo. Un’azione di lobby che, oltre a contrastare una corretta riforma del settore, sta lavorando per un’ulteriore sviluppo della politica sui biocarburanti attuata sino ad ora. Un trend che, oltre a danneggiare il clima e la vita di migliaia di persone, secondo le stime pubblicate nel Registro per la trasparenza dell’Unione europea sta già costando ai cittadini europei tra i 5,5 e i 9,1 miliardi di euro ogni anno (in termini di esenzioni fiscali e sussidi pubblici alle imprese finanziati attraverso tasse, bollette e rincari alla pompa dei carburanti pagati da cittadini).”Un investimento dei soli produttori di biocarburanti pari a quello della lobby del tabacco. I decisori politici europei – afferma Oxfam – devono liberarsi dalla morsa dei potenti gruppi societari e scegliere fonti energetiche veramente sostenibili e rinnovabili per onorare gli impegni assunti al 2030 su clima ed energia”. La crescente richiesta di biocarburanti in Europa priva intere comunità del diritto alla terra– Lo studio di Oxfam riporta casi emblematici di intere comunità private dei propri diritti e rimaste vittime dell’esproprio di terre abitate per generazioni in Tanzania, Perù e Indonesia. Una conseguenza della crescente domanda di materie prime agricole per produrre bioenergia in Europa. Per questo motivo, Oxfam lancia un appello urgente affinché l’Unione europea presenti entro un mese un piano di riforma della legislazione che consente l’utilizzo di biocarburanti ottenuti da colture alimentari e energetiche, sottratte alla produzione di cibo nei paesi poveri. “Le decisioni volte a diversificare le fonti energetiche e a tagliare i combustibili fossili, sono spesso prese dai paesi dell’Unione europea senza attente valutazioni sulla sostenibilità sociale e ambientale delle fonti alternative utilizzate. In tal modo l’Ue si fa responsabile – direttamente o indirettamente – di espropri di terre determinando povertà e fame nei paesi più vulnerabili; oltre che di un aumento delle emissioni di CO2 in atmosfera“, dichiara Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia. “Così facendo l’Unione europea lascia campo libero a forze di mercato che ignorano totalmente la sostenibilità dell’intero pianeta”. La produzione...
read moreCorso di comunicazione e giornalismo d’inchiesta ambientale
CORSO DI COMUNICAZIONE E GIORNALISMO D’INCHIESTA AMBIENTALE Teorie e tecniche per l’informazione e la comunicazione in campo ambientale 8, 15, 22, 28, 29 Ottobre | 4, 5, 11, 12, 18, 19, 25, 26 Novembre | 2, 3, 9, 10, 16, 17 Dicembre Università Roma Tre Facoltà di Lettere e Filosofia – Via Ostiense 234, 00146 Roma Università Roma Tre A Sud CDCA – Centro di documentazione conflitti ambientali Scarica la locandina (web) (stampa) Diffondi su Facebook IL CORSO In collaborazione con l’Università Roma Tre, A Sud e il Cdca – Centro Documentazione Conflitti Ambientali continuano la propria offerta formativa nel campo del giornalismo d’inchiesta e della comunicazione ambientale. Il Corso di comunicazione e giornalismo d’inchiesta ambientale, all’interno del Master di I Livello dell’Università Roma Tre in Studi del Terriotrio Environmental Humanities, è un percorso didattico ampio, che spazia dalla proposta e costruzione di un’inchiesta alla ricerca delle fonti, dalla carta stampata alla scrittura per il web, fino al linguaggio video e alla fotografia, per finire con le nuove forme espressive del visual journalism e delle narrazioni interattive, di quel nuovo modo di documentare e raccontare con le immagini che è il web documentary. Non verrà tralasciata l’analisi dei dati scientifici su inquinamento, cambiamento climatico e impatti sulla salute. Centralità infine verrà data anche all’incontro con esperienze di attivismo territoriale in difesa dell’ambiente e all’applicazione di teorie e tecniche di comunicazione nell’ambito della promozione di esperienze di amministrazione virtuosa in campo ambientale. Il programma del corso prevede inoltre momenti di incontro e dibattito pubblico con la presentazione di libri, documentari e web doc, occasione di confronto con chi lavora nel campo dell’informazione ambientale. Questa terza edizione del Corso di comunicazione e giornalismo d’inchiesta ambientale di A Sud e del CDCA, realizzata stavolta in collaborazione con l’Università Roma Tre, all’interno del percorso didattico del Master di I livello in Studi del territorio – Environmental Humanities, vedrà tra i docenti: Salvatore Altiero (A Sud e CDCA, giornalista pubblicista e dottore in diritto ambientale, Italian Offshore premio DIG 2015, blogger per la testata online Il Fatto Quotidiano, nel 2016 cura e scrive per A Sud e il CDCA Crisi ambientale e migrazioni forzate), Federico Fierli (CNR, Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima), Roberta Pirastu (Studio S.E.N.T.I.E.R.I., Sapienza Università di Roma), Pietro Comba (Istituto Superiore di Sanità), Antonio Musella (giornalista di Fanpage.it), Massimo Berruti (www.massimoberruti.net, fotografo Agenzia Contrasto, L’Espresso, Paris Match, The Independent, Internazionale, La Repubblica, World Press Photo 2007), Amalia De Simone (Giornalista professionista e videoreporter, Corriere della Sera); Giuseppe Manzo (Giornalista e scrittore. direttore del quotidiano on line www.nelpaese.it, redattore economico del Giornale Radio Sociale), Giulia Tornari (Editor dell’agenzia Contrasto, IED Roma), Vincenzo Tosti (attivista del Coordinamento Comitati della Terra dei Fuochi), Eleonora De Majo (Consigliere al Comune di Napoli, dottore in European Cultural Studies, ha scritto per la rivista DWF e fa parte della redazione del Network Nazionale d’Informazione Indipendente GlobaProject.info, attivista dei dei comitati ambientali Campani); Egidio Giordano (attivista dei comitati campani); Marica Di Pierri (Presidente del CDCA, ricercatrice e giornalista), Manuele Bonaccorsi (Italian Offshore premio DIG 2015, inviato di La7), Claudio Marciano (Dottore di ricerca in Comunicazione e ricerca sociale, assessore alla Sostenibilità urbana del Comune di Formia), Raphael Rossi (esperto in progettazione di sistemi virtuosi di gestione rifiuti, amministratore di aziende per la gestione dei...
read moreIl referendum costituzionale e l’ambiente
[di Giovanni Carrosio e Giorgio Nebbia su ecologiapolitica.org] I cambiamenti della Costituzione che siamo chiamati a confermare o declinare nel referendum del 4 dicembre si basano sulla convinzione che per stare al passo con i tempi, le democrazie debbano velocizzare l’azione dei Governi, rendendoli più liberi di agire grazie al labile controllo di una sola camera: il principio che consegna nelle mani del Parlamento il potere legislativo viene così rovesciato. Allo stesso modo, l’equilibrio del potere legislativo garantito dalla presenza di due Camere che si controllano reciprocamente (il Senato avrebbe dovuto rappresentare un’assemblea di persone più anziane, possibilmente più sagge; negli Stati Uniti una Camera può avere maggioranza democratica e l’altra repubblicana; in Inghilterra la Camera dei Lord era pensata per temperare le intemperanze della Camera dei Comuni) viene eliminato, mettendo la Camera dei deputati al centro del processo legislativo, mentre viene riservato al Senato un ruolo assolutamente secondario. La Camera, così configurata, diviene un luogo di ratifica della decretazione governativa, anziché il luogo in cui le azioni del Governo vengono ponderate e gli errori vengono evitati. I Governi, infatti, possono commettere molti errori. Pensiamo ai programmi governativi nucleari sbagliati, al deposito di scorie di Scanzano, al finanziamento di fabbriche che non hanno mai prodotto niente o hanno prodotto merci pericolose, agli interventi militari. E più di recente ai progetti governativi di completare il Mose di Venezia nonostante la sua evidente e comprovata inutilità, al ponte dello Stretto di Messina, alle opere sbagliate, eccetera. Una riforma nell’interesse dei cittadini dovrebbe rafforzare il controllo del Parlamento sul modo in cui il Governo ‘esegue’ i suoi ordini, piuttosto che dare mano libera al Governo di incedere a tappe forzate con scelte sbagliate e ostili all’ambiente. Che sia meglio ridurre il numero dei parlamentari, rafforzare il legame fra eletti e elettori – farli sentire responsabili verso il proprio collegio elettorale – sono questioni da riforma elettorale, per le quali non era necessario modificare la Costituzione. La riforma che siamo chiamati a giudicare parte dal presupposto della governabilità, ovvero dalla convinzione che soltanto Governi ai quali venga garantita la possibilità di governare indipendentemente dalle intemperie parlamentari possano agire nel bene del Paese. Si dà per scontato perciò che le decisioni del Governo siano sempre giuste e proprio per questo il Parlamento deve approvarle. Al di là del tema puramente democratico, di assoluta importanza di per sé, ci chiediamo se la governabilità sia capace di affrontare le questioni ambientali più urgenti: cambiamento climatico, inquinamento e depauperamento dei suoli, dissesto idrogeologico, conversione ecologica della produzione di beni, transizione energetica, ecc. Se guardiamo i Governi che si sono succeduti negli ultimi anni, la risposta non può che essere negativa. I Governi hanno sempre rappresentato gli interessi di grandi gruppi industriali e hanno utilizzato la spesa pubblica non per una grande opera di ripristino ambientale del Paese, ma per opere inutili e dannose. A ben guardare, però, anche l’attuale assetto istituzionale non è stato capace di garantire che la questione ambientale divenisse tema di interesse prioritario del potere legislativo. Per portare l’ambiente al centro dell’agenda politica abbiamo bisogno di Parlamenti sensibili alla questioni ambientali, che esprimano Governi capaci di fare scelte radicali e necessarie. Bicameralismo o monocameralismo, governo del premier o parlamentarismo, sembrano essere entrambi incapaci di affrontare le vere questioni del nuovo millennio. Forse non è...
read moreUnicef: “Aria tossica contribuisce alla morte di 600mila bambini all’anno”
[di Luisiana Gaita per Ilfattoquotidiano.it] Ogni anno l’inquinamento contribuisce alla morte di 600mila bambini sotto i 5 anni, mentre sono 300 milioni nel mondo, uno su sette, quelli che respirano aria tossica perché vivono in aree con i più alti livelli di inquinamento esterno, 6 o 7 volte maggiori rispetto alle linee guida internazionali dettate dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Il rapporto dell’Unicef Clear the Air for Children, utilizzando immagini satellitari, ha mostrato per la prima volta quanti bambini sono più esposti all’inquinamento esterno e dove vivono in tutto il mondo. Nella fattispecie, sono 2 miliardi quelli che abitano in aree dove si respira aria pessima a causa di molti fattori, tra cui emissioni di veicoli, ampio uso di carburanti fossili, polvere e incendi di rifiuti. La mappa del pericolo – In Asia del Sud si trova il numero più alto di bambini a rischio, 620 milioni. In Africa sono 520 milioni. Nella regione dell’Asia dell’Est e del Pacifico, invece, 450 milioni. In Europa sono 120 milioni i piccoli che vivono in aree che superano i limiti compresi nelle linee guida, 20 milioni quelli che risiedono in zone dove questi limiti sono superati di ben due volte. Oltre a contribuire ogni anno alla morte di 600mila bambini sotto i 5 anni, l’inquinamento minaccia le vite di altri milioni ogni giorno. “Gli agenti inquinanti non solo danneggiano il loro sviluppo polmonare – ha dichiarato Anthony Lake, direttore generale dell’Unicef – ma possono superare la barriera emato-encefalica e danneggiare permanentemente il cervello e il loro futuro. Nessuna società può ignorare l’inquinamento dell’aria”. Le cause e le conseguenze – Lo studio esamina anche le conseguenze dell’inquinamento all’interno (soprattutto delle abitazioni), comunemente causate dall’uso di carburanti come carbone e legna da ardere, che colpisce maggiormente i bambini nei Paesi a basso reddito e nelle aree rurali. L’inquinamento all’interno e all’esterno sono direttamente legati alla polmonite e ad altre malattie respiratorie che causano la morte di circa 1 bambino su 10 sotto i 5 anni di età, rendendo l’aria malsana uno dei principali pericoli per la salute dei bambini, molto più sensibili rispetto agli adulti sia perché i loro polmoni, il loro cervello e il sistema immunitario si devono ancora sviluppare in maniera completa, sia perché respirano anche più velocemente e inspirano più aria rispetto al loro peso corporeo. L’appello dell’Unicef – I dati sono stati lanciati una settimana prima del COP22 che si terrà a Marrakech, in Marocco, dove l’Unicef chiederà ai leader del mondo di intraprendere azioni urgenti per tagliare l’emissione di agenti inquinanti nei propri paesi. Il primo passo è quello di ridurre l’inquinamento: “Tutti i Paesi – sottolinea l’Unicef – dovrebbero lavorare per rispettare le linee guida globali sulla qualità dell’aria dell’Oms e, per raggiungere questo obiettivo, i governi dovrebbero adottare misure come il taglio delle combustioni di carburanti fossili e investire in fonti di energia efficienti e rinnovabili”. Un’altra priorità è quella di ridurre al minimo l’esposizione dei bambini. “Le fonti di inquinamento come le industrie – spiega il rapporto – non dovrebbero essere collocate vicino alle scuole e ai parchi giochi, mentre una migliore gestione migliore dei rifiuti può ridurre la quantità di rifiuti bruciati all’interno delle comunità”. L’Unicef, ad esempio, sostiene la distribuzione e l’utilizzo di fornelli più puliti in Bangladesh, Zimbawbe e altri Paesi del mondo. “Noi proteggiamo i nostri figli quando proteggiamo la qualità dell’aria che respiriamo. Entrambi sono fondamentali per il nostro futuro” ha concluso Lake. (Pubblicato il 31 ottobre...
read moreL’Italia vista da Parigi: il nuovo dossier di A Sud e CDCA
L’ITALIA VISTA DA PARIGI Impegni internazionali e politiche nazionali per la lotta ai cambiamenti climatici Lunedì 7 novembre alle ore 13.00, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, A Sud e il CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali presentano il dossier “L’Italia vista da Parigi. Impegni internazionali e politiche nazionali per la lotta ai cambianti climatici”. SCARICA LA PUBBLICAZIONE Nel giorno dell’avvio dei lavori della COP22 di Marrakech e a tre giorni dall’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, il dossier è l’occasione per fare il punto sulle ultime evidenze scientifiche, sul futuro dell’Accordo e sull’adeguatezza delle politiche messe in campo dall’Italia rispetto agli impegni assunti in sede internazionale. La presentazione del report sarà un’occasione per discutere delle reali possibilità di affrontare la più grave delle crisi ambientali in atto, quella climatica, attraverso lo studio e il confronto di dati e analisi. All’incontro interverranno rappresentanti parlamentari membri della Commissione Ambiente e dell’intergruppo Globe Italia, attivo sulle negoziazioni climatiche. Interverrà inoltre una rappresentante della Coalizione Clima, rete di associazioni impegnate sulle questioni climatiche, che sarà presente a Marrakech con una delegazione e illustrerà durante la Conferenza le attività promosse dalle realtà italiane durante le giornate di lavoro in Marocco. Obiettivo dell’iniziativa è richiamare l’attenzione di media, cittadinanza e politica rispetto all’importanza di una azione concreta di contrasto ai cambiamenti climatici; valorizzare il lavoro di documentazione, ricerca e advocacy che le associazioni svolgono dando contributi di analisi e indirizzo e promuovere occasioni di divulgazione dei temi legati al cambiamento climatico. PARTECIPAZIONE E ACCREDITI STAMPA Troupe televisive e videoreporter devono accreditarsi presso l’ufficio stampa della Camera dei Deputati. I giornalisti di altre testate o agenzie e i partecipanti non appartenenti a testate giornalistiche possono accreditarsi inviando mail con oggetto “Accredito conferenza stampa 7 novembre” a: segreteria.on.pellegrino@gmail.com INFO E CONTATTI Marica Di Pierri Tel. +39.348.6861204 maricadipierri@asud.net SINOSSI A un anno dalla firma dello storico Accordo di Parigi, il mondo non sembra essere sul punto di compiere la svolta a U necessaria a riscrivere i destini climatici del pianeta con un lieto fine. Già ratificato da un numero di Parti tale da permetterne l’entrata in vigore anticipala, l’Accordo rappresenta senza dubbio un fondamentale punto di partenza per costruire un quadro di riferimento globale e vincolante nella lotta contro il tempo per scongiurare la più grande catastrofe che pende sull’umanità: quella climatica. Le questioni aperte restano tuttavia numerose, alcune delle quali dirimenti, e vanno sciolte quanto prima per dare al framework legale la possibilità di incidere concretamente sulla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. La presente pubblicazione intende contribuire al dibattito pubblico sul tema, attraverso l’analisi di una corposa letteratura di report scientifici, documenti istituzionali e dossier statistici elaborati da centri di ricerca internazionali. Obiettivo è fare il punto sulle ultime evidenze scientifiche, sullo stato di avanzamento delle negoziazioni, sugli impegni presi dai singoli Paesi e sull’adeguatezza delle politiche messe in campo dall’Unione Europea e dall’Italia rispetto agli obiettivi fissati in sede internazionale. Da questo punto di vista, le contraddizioni risultano ancora molteplici ed evidenti. Come vedremo, per il nostro paese l’obiettivo di riduzione del 33% delle emissioni entro il 2030 non è accompagnato da politiche adeguate: la moltiplicazione degli investimenti in progetti di sfruttamento di energie fossili, in infrastrutture per il trasporto su...
read moreMediterraneo: il limite invalicabile delle temperature è +1,5 °C
[su greenreport.it] Altrimenti cambiamento climatico e dell’ecosistema senza pari negli ultimi 10.000 anni. Nel Mare Nostrum già oggi siamo a +1,3 °C, a fronte di un incremento di circa 0,85° C in tutto il mondo. Lo studio “Climate change: The 2015 Paris Agreement thresholds and Mediterranean basin ecosystems”, pubblicato su Science da Joel Guiot della Aix-Marseille Université e da Wolfgang Cramer, dell’Institut méditerranéen de la biodiversité et d’ecologie marine et continentale (Imbe), evidenzia che «l’accordo di Parigi della United Nations framework convention on climate change del dicembre 2015 mira a mantenere il riscaldamento globale medio ben al di sotto di 2° C al di sopra del livello preindustriale. Nel bacino del Mediterraneo, le recenti ricostruzioni climatiche basate sui pollini e la variabilità degli ecosistemi nel corso degli ultimi 10.000 anni forniscono informazioni per quanto riguarda le implicazioni delle soglie di riscaldamento per la biodiversità e il potenziale uso del suolo». I due ricercatori francesi hanno confrontato i futuri scenari del cambiamento climatico futuro negli ecosistemi terrestri attraverso la ricostruzione delle dinamiche dell’ecosistema nel corso degli ultimi 10.000 anni e dicono che «solo un scenario di riscaldamento di 1,5° C permette agli ecosistemi di restare all’interno della variabilità dell’Olocene. Un riscaldamento par o superiore ai 2° C produrrebbe un cambiamento climatico e cambiamenti dell’ecosistema terrestre mediterraneo che sono senza pari nell’Olocene, un periodo caratterizzato da ricorrenti deficit di precipitazione, piuttosto che da anomalie delle temperature». Quindi basterebbero solo 2 gradi centigradi in più rispetto al livello pre-industriale per produrre negli ecosistemi del Mediterraneo cambiamenti mai visti negli ultimi 10.000 anni. Il problema è che, mentre le temperature aumentano in tutto il mondo, alcune regioni stanno riscaldandosi e si riscalderanno ancora di più. Come spiega l’American association for the advancement of science (Aaas) il pericolo del superamento della soglia di rischio è imminente: già ora, le temperature regionali nel bacino del Mediterraneo sono circa 1,3 °C superiori a quelle tra il 1880 e il 1920, a fronte di un incremento di circa 0,85° C in tutto il mondo durante lo stesso periodo. Considerando che gli ecosistemi del bacino del Mediterraneo sono un hotspot per la biodiversità del mondo e forniscono numerosi servizi alle persone, compresa l’acqua pulita, la protezione contro le inondazioni, lo stoccaggio del carbonio, e la ricreazione, questo ulteriore aumento della temperatura è un fattore critico». Dai modelli degli effetti delle diverse soglie di temperatura previste dall’Accordo di Parigi sul bacino del Mediterraneo, realizzati da Guiot e Cramer utilizzando il polline prelevato nei sedimenti, dimostrano che sia in uno scenario “business as usual” che in quello che riflette gli biettivi nazionali proposti dai governi alla Cop21 Unfccc di Parigi, il cambiamento ecologico previsto è di gran lunga superiore a quello che si è verificato durante la Olocene. Nello scenario “business as usual” tutta la Spagna meridionale si trasformerebbe in un deserto, i boschi di latifoglie invaderebbero la maggior parte delle montagne, e la boscaglia arbustiva sostituirebbe la maggior parte delle foreste di latifoglie in una gran parte del bacino del Mediterraneo. Lo stesso scenario di desertificazione si presenterebbe per i territori già “aridi” dell’Italia meridionale. Solo nello scenario di un riscaldamento globale limitato a più 1,5 °C sopra la temperatura pre-industriale gli ecosistemi rimarrebbero nei limiti sperimentati nel corso delle ultime dieci migliaia di anni. L’Aaas e gli autori...
read moreUnep: ridurre urgentemente emissioni del 25%
Malgrado l’Accordo di Parigi andiamo verso un aumento delle temperature da 2,9 a 3,4°C entro la fine del secolo [di Umberto Mazzantini per Greenreport.it] «Il mondo deve urgentemente e radicalmente rivedere le sue ambizioni, aumentandole per ridurre di circa un quarto le emissioni mondiali di gas serra previste entro il 2030 e avere una chance di minimizzare il cambiamento climatico pericoloso», a dirlo è l’United Nations environment programme (Unep) sulla base del suo “Emissions Gap Report”, presentato ieri pomeriggio a Londra, che analizza ogni anno lo scarto tra bisogni e prospettive in materia di riduzione delle emissioni climalteranti. Il rapporto, pubblicato insieme al “1 Gigaton Coalition Report” alla vigilia dell’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, constata che «Nel 2030, le emissioni dovrebbero raggiungere tra le 54 e le 56 gigatonnellate equivalenti di CO2, cioè largamente al di sopra del livello fissato a 42 Gt per avere una chance di limitare il riscaldamento planetario a 2? entro la fine del secolo». Una gigatonnellata (Gt) equivale all’incirca alle emissioni prodotte ogni anno dai trasporti (compresa l’aviazione) nell’Unione europea. L’Unep ricorda che «Gli scienziati sono d’accordo nel dire che limitare l’aumento della temperatura mondiale al di sotto dei 2? (in rapporto ai livelli dell’era preindustriale) permetterà di ridurre i rischi di tempeste violente, di lunghi periodi di siccità, di aumento del livello del maree di altri effetti sul clima. Raggiungere l’obiettivo minimo fissato a 1,5 ? permetterebbe di ridurre questi effetti, ma non di eliminarli». Ma il problema che emerge dai rapporti Unep è che anche nel caso di un’attuazione integrale degli impegni presi a Parigi, «le emissioni previste entro il 2030 provocheranno un aumento delle temperature mondiali da 2,9 a 3,4° C entro la fine del secolo. Se aspettiamo ancora qualche anno prima di aumentare il livello di ambizione, rischiamo di compromettere la possibilità di raggiungere l’obiettivo degli 1,5° C, di accrescere la dipendenza dalle tecnologie a forte intensità di carbonio e di aumentare il costo di una transizione globale verso un’economia a basse emissioni». Il direttore esecutivo dell’Unep, Erik Solheim, resta fiducioso: «Siamo sulla buona strada. L’Accordo di Parigi permetterà di rallentare il cambiamento climatico, così come il recente emendamento di Kigali che punta a ridurre gli Hfc. Questi due accordi dimostrano un solido impegno, tuttavia, non sono sufficienti se vogliamo darci la possibilità di evitare un grave cambiamento climatico. Se non prendiamo già oggi delle misure supplementari, ad iniziare dalla prossima conferenza sul clima a Marrakech, bisognerà deplorare l’avvento di una tragedia umana evitabile. Il numero crescente dei rifugiati climatici colpiti dalla fame, dalla povertà, dalle malattie e dai conflitti ci ricorderà in modo incessante il nostro fallimento. La scienza indica che dobbiamo agire molto più velocemente» Il fatto che il 2015 sia stato l’anno più caldo da quando vengono registrati I dati sulle temperature globali, ha fatto capire ai leader mondiali la necessità di agire urgentemente. Una tendenza al riscaldamento globale che è proseguita anche nel 2016 che si appresta a battere il record del 2015. Ma il rapporto dice che le emissioni che provocano il global warming continuano ad aumentare. L’emendamento di Kigali al Protocollo di Montréal firmato a ottobre mira a ridurre considerevolmente l’uso di idrofluorocarburi (Hfc): «Secondo studi precedenti – dice l’Unep – l’emendamento, se venisse pienamente attuato, potrebbe permettere di ridurre le temperature medie...
read moreGrandi Opere, nella maxi-retata arrestati anche progettista e manager del ponte sullo Stretto
[di Paolo Fior e Ferruccio Sansa su ilfattoquotidiano.it] Proprio un mese fa, nel giorno in cui Matteo Renzi rilanciava il progetto, Michele Longo ed Ettore Pagani erano al suo fianco. Da ieri sono agli arresti nell’ambito dell’inchiesta che ha portato in manette anche il figlio dell’ex ragioniere dello Stato Monorchio e in cui è finito indagato Lunardi jr. Il premier minimizza: “Processo sia rapido. Stiamo parlando di arresti legati a vicende del passato”. Aun mese esatto dal roboante annuncio del rilancio del progetto del Ponte sullo Stretto, la maxi-retata di mercoledì 26 ottobre ha tolto dalla circolazione alcuni di quelli che erano gli uomini chiave del progetto e che erano proprio di fianco al premier Matteo Renzi a Milano nel giorno dell’annuncio. Si tratta del presidente e del vice-presidente del Consorzio Cociv, Michele Longo ed Ettore Pagani. Due uomini espressione del gruppo Salini-Impregilo. Il primo, Longo, ne è una delle figure apicali essendo general manager domestic operation e avendo quindi la responsabilità non solo delle opere del cosiddetto Terzo Valico, ma anche di tutte le altre operazioni italiane che coinvolgono il gruppo. Di più, è l’uomo del Ponte, colui con il quale lo Stato deve parlare se l’argomento è la maxi opera tra Sicilia e Calabria. E Pagani è il suo braccio destro, nonché “responsabile del progetto Ponte sullo Stretto” per conto di Impregilo, come recita il suo curriculum. Le misure di custodia cautelare sono scattate nell’ambito di un’operazione sulle Grandi Opere, dove – secondo i magistrati – non c’è solo la solita gigantesca corruttela, ma anche e soprattutto la sistematica violazione delle normative di sicurezza, con lavori non fatti a regola e uso di materiali scadenti (“il cemento sembrava colla”, intercettano gli inquirenti). Opere costosissime, spesso inutili e soprattutto pericolose. Opere su cui il governo Renzi si è esposto molto. L’annuncio del rilancio del progetto del Ponte il premier lo ha fatto il 27 settembre intervenendo alla festa per i 110 anni del gruppo Salini-Impregilo che si è svolta alla Triennale di Milano. Accanto a lui, l’amministratore delegato del gruppo, Pietro Salini (più volte citato nelle intercettazioni dell’inchiesta), l’ambasciatore degli Stati Uniti e molti top manager, tra cui, come detto, gli stessi Longo e Pagani. “Non accetteremo che si possano spendere 6-7 miliardi per la Torino Lione, 1,2 per la Variante di Valico e poi se facciamo un’infrastruttura al Sud non si può perché rubano. O siamo italiani sempre o siamo italiani mai”, ha detto Renzi giusto qualche giorno fa. Ora che gli uomini del Ponte sono finiti nei guai lui minimizza: “Mi auguro un processo equo e rapido. Il punto centrale è che non sono le regole che fanno l’uomo ladro. E in ogni caso stiamo parlando di arresti legati a vicende del passato”. Se le storie sono antiche, gli uomini però sono sempre gli stessi. Ma chi sono veramente Longo e Pagani e chi è il “terzo uomo”, Pier Paolo Marcheselli, di cui si parla tanto in queste ore? Riguardo a Longo e Pagani le carte dei pm riportano soprattutto due contestazioni: “Longo e Pagani decidevano di affidare l’appalto a “Grandi Lavori Fincosit spa” nonostante tale società avesse previsto nell’ambito delle spese generali un costo per la sicurezza aziendale interna senz’altro incongruo (93mila euro, un ottavo dei concorrenti, ndr)”. C’è poi la gara per realizzare la...
read moreRifiuti: 9 regioni raggiungono in anticipo gli obiettivi di riciclo Ue
[da Skytg24] Nove su venti. A tanto ammontano le regioni che hanno raggiunto l’obiettivo del 50% dei rifiuti avviati al riciclo, cinque anni prima rispetto alla data fissata dall’Ue. Il dato emerge dal VI Rapporto Banca dati Anci-Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi), presentato lunedì 24 ottobre a Roma. Le Regioni che riciclano – La Valle d’Aosta è la nuova entrata tra le amministrazioni virtuose e va ad aggiungersi a Piemonte, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Marche e Sardegna. Una lista che a breve si potrebbe allungare ulteriormente con Campania, Toscana e Abruzzo, ormai prossime al raggiungimento della soglia. Le città virtuose – In totale i Comuni che hanno superato il target europeo sono 3.549 con una crescita del 13% rispetto al 2014. Tra le aree metropolitane, Venezia entra a far parte della ristretta lista di città, composta da Milano e Torino, che hanno un tasso di avvio al riciclo superiore al 50%. Durante la presentazione del rapporto sono state premiate anche “le migliori novità del 2015” tra le quali compaiono Bergamo, Salerno e Padova. Di più ma smaltiti meglio – Lo studio redatto da Anci e Conai registra un leggero aumento della produzione di rifiuti nelle zone urbane, + 0,78% rispetto l’anno precedente, che porta il consumo per abitante a 512 chilogrammi. Allo stesso tempo, però, il rapporto fotografa un incremento delle quantità di materiali di scarto avviati al riciclo che nel complesso ha consentito una diminuzione di emissioni di Co2 pari a circa un milione e ottocentomila tonnellate, con un raguardevole + 32,75% rispetto al 2014. Il Sud in crescita- Filippo Bernocchi, delegato Anci a Energia e Rifiuti, ha spiegato che il rapporto “conferma l’immagine di un Paese a due velocità, con un Nord dotato di impianti più adeguati e di una maggiore sensibilità rispetto alla tematica”, ma con un Sud dal quale “arrivano segnali incoraggianti”. In Calabria, ad esempio, si registra un aumento della raccolta differenziata del 54,65% e incrementi significativi ci sono anche in Campania e Puglia. La situazione migliora ma non è ancora abbastanza. Bernocchi, infatti, avverte che “in assenza di provvedimenti straordinari difficilmente il Mezzogiorno riuscirà a centrare l’obiettivo del 50% di effettivo riciclo entro il 2020”. Pubblicato il 24 ottobre 2016 ...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.