CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
    Leggi l’articolo
  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Clima, in Ruanda accordo tra 150 paesi per ridurre gas serra. “Grande vittoria per l’ambiente”

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Clima, in Ruanda accordo tra 150 paesi per ridurre gas serra. “Grande vittoria per l’ambiente”

[di F.Q. su ilfattoquotidiano.it] L’intesa è stata approvata a Kigali dopo una settimana di colloqui. L’obiettivo è eliminare gradualmente l’utilizzo degli idrofluorocarburi, contenuti nei freezer e nei climatizzatori. Il segretario di Stato americano, John Kerry, ha commentato: “Ci darà l’opportunità di ridurre l’innalzamento della temperatura del pianeta di un mezzo grado centigrado”. Un accordo definito storico nella lotta al surriscaldamento del pianeta. A Kigali, in Ruanda, circa 15o paesi hanno trovato un’intesa per eliminare gradualmente l’utilizzo degli idrofluorocarburi, i gas utilizzati nei freezer e nei condizionatori d’aria, che più contribuiscono all’effetto serra. Il segretario di Stato americano, John Kerry, ha definito l’accordo “monumentale”. “Ci darà l’opportunità di ridurre l’innalzamento della temperatura del pianeta di un mezzo grado centigrado” ha poi aggiunto. L’intesa è stata trovata dopo una settimana di colloqui e una riunione che si è prolungata per tutta la notte. L’accordo modifica il Protocollo di Montreal che era stato firmato nel 1987 per preservare lo strato di ozono. Erik Solheim, direttore esecutivo delle Nazioni unite per l’ambiente (Unep), ha commentato: “L’anno scorso a Parigi si era promesso di mantenere il mondo sicuro dagli effetti peggiori del cambiamento climatico. Oggi portiamo a compimento questa promessa. È il più grande contributo del mondo”. Gli idrofluorocarburi sono utilizzati nei freezer e nei condizionatori d’aria. Negli ultimi anni le loro emissioni sono cresciute in modo significativo a causa della crescente richiesta di raffreddamento, specialmente nei Paesi in via di sviluppo. La riduzione di questi gas verrà divisa in tre fasi. Prima spetterà ai paesi industrializzati come Stati Uniti ed Europa, che dovranno raggiungere entro il 2019 una riduzione del 10 per cento delle emissioni. La seconda fase riguarderà i paesi in via di sviluppo, tra cui la Cina, che dovranno tagliare le emissioni a partire dal 2024. La terza invece riguarda India, Pakistan, Iran, Iraq e i paesi del Golfo, che inizieranno a ridurre l’uso dei gas a partire dal 2028. L’intesa di Kigali arriva dopo l’accordo firmato a Parigi, in cui 195 paesi si sono impegnati a ridurre le emissioni inquinanti a partire dal prossimo novembre. “E’ una grande vittoria per il clima. Noi abbiamo fatto un passo importante in vista della concretizzazione delle promesse fatte a Parigi a dicembre” ha commentato Miguel Arias Canete, commissario europeo al clima. Pubblicato il...

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Lavoro, ecco dove sono più richiesti i green jobs in Italia

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Lavoro, ecco dove sono più richiesti i green jobs in Italia

[da Greenreport.it] Nel 2015, in Italia, sulla base di una elaborazione sui microdati dell’indagine Istat sulle forze di lavoro, con riferimento all’intera economia, lo stock degli occupati relativo ai green jobs è pari a quasi 3 milioni (2.964,1 mila), corrispondenti al 13,2% dell’occupazione complessiva nazionale. L’occupazione green nel 2015 è cresciuta di 21.300 unità, pari al +0,7%, contribuendo a oltre il 10% dell’aumento complessivo dell’occupazione del Paese, che è stata di +185.800 unità. A partire da questi dati sull’occupazione è possibile stimare il contributo dei green jobs al prodotto lordo del Paese10. Il valore aggiunto prodotto che si ottiene è nel 2015 di 190,5 miliardi di euro, pari al 13% del totale complessivo, con un ranking regionale, stilato in base al valore di questa quota, che vede la Lombardia in testa, con una quota del 15,4%, seguita da Emilia-Romagna (14,3%), Lazio (14,1%), Piemonte (13,8%) e Trentino-Alto Adige (13,6%). La Lombardia è anche la regione in cui si concentra più di un quarto (precisamente il 25,7%) del totale del valore aggiunto prodotto da green jobs nel Paese, con un’incidenza superiore rispetto al caso del valore aggiunto complessivo (rispetto al quale la Lombardia contribuisce per il 21,6% al dato nazionale). Come di consueto, il rapporto GreenItaly analizza la domanda di lavoro di green jobs, con specifico riferimento alle assunzioni non stagionali programmate per l’anno in corso dalle imprese industriali e dei servizi con almeno un dipendente, sulla base delle informazioni fornite da Sistema Informativo Excelsior11. Nel 2016, le assunzioni12 previste dalle imprese che riguardano green jobs è pari al 12,9% del totale, a cui si affianca il 31,6% di figure ibride, ossia figure professionali il cui lavoro non è finalizzato in modo diretto a produrre beni e servizi green o a ridurre l’impatto ambientale dei cicli produttivi, ma possono comunque contribuirvi nel momento in cui sono richieste loro competenze in tema, perché magari inserite in filiere o imprese green-oriented. In termini assoluti, si tratta di 72.300 assunzioni di green jobs e di 176.800 assunzioni associate alla richiesta di competenze green; nel loro insieme, si raggiunge quota 249.100 assunzioni, che costituiscono ben il 44,5% della domanda di lavoro non stagionale. La domanda di lavoro di green jobs si caratterizza per una maggiore stabilità contrattuale: le assunzioni a tempo indeterminato sono ben il 53,4% nel caso dei green jobs, quando nel resto delle altre figure tale quota scende al 38%. Tale divario si conferma anche considerando il contrato di apprendistato, dal momento che questa tipologia contrattuale interessa quasi il 10% delle assunzioni previste di green jobs contro il 6,6% nel caso delle altre figure professionali, testimoniando, indirettamente, una certa preferenza per i giovani quando si tratta di assumere green jobs. I green jobs vantano anche un maggiore bagaglio formativo, considerando che le assunzioni di laureati riguardano ben il 40% dei casi, a differenza di quanto avviene per le altre figure dove tale fenomeno riguarda appena il 12,3% del totale. Minore è invece la richiesta di diplomati: tra i green jobs essa si ferma al 30%, contro il 43% delle altre figure professionali. Dal punto di vista settoriale, le costruzioni sono il comparto dove la domanda di green jobs è più intensa, coinvolgendo poco più di un terzo del totale delle assunzioni previste. Nell’industria manifatturiera, le assunzioni di green jobs rappresentano poco meno del...

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Unep: investire nella mobilità ciclistica e pedonale per salvare vite e combattere il cambiamento climatico

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Unep: investire nella mobilità ciclistica e pedonale per salvare vite e combattere il cambiamento climatico

[su greenreport.it] Ma in Italia stop alla legge quadro sulla mobilità ciclistica. Fiab: «Che delusione!» Secondo il rapporto  “Global Outlook on Walking and Cycling” dell’United Nations environment programme (Unep) La mancanza di investimenti in infrastrutture ciclistiche e per la scurezza dei pedni contribuisce alla morte di milioni di persone», mentre rappresenterebbe «Una grande opportunità per contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico». L’Unep «invita i Paesi ad investire almeno il 20% dei loro bilanci per i trasporti nelle infrastrutture ciclistiche e per i pedoni per  salvare vite umane, invertire l’inquinamento e ridurre le emissioni di carbonio, che sono in aumento di oltre il 10% all’anno». Il capo dell’ UN Environment, Erik Solheim, ha sottolineato che «Le persone rischiano la vita ogni volta che escono da casa. Ma non si tratta solo di incidenti. La progettazione dei sistemi di trasporto per far circolare le auto,  mette più veicoli sulla strada, aumentando le emissioni di gas serra e l’inquinamento atmosferico mortale. Nei sistemi di trasporto dobbiamo  tener conto prima delle persone, non delle macchine». “Global Outlook on Walking and Cycling”  esamina  i progressi della sicurezza a piedi e in bici  per quanto riguarda le infrastrutture in 20 Paesi a reddito basso e medio in Africa, Asia e America Latina, dove, rispetto ai Paesi ad alto reddito, muore il doppio delle persone in incidenti stradali. I 4 Paesi più pericolosi per ciclisti e pedoni  sono africani: in Malawi, il 66% delle  vittime della strada  sono pedoni e ciclisti; in Kenya il 61%, in Sudafrica il 53% e nello Zambia il 49%, la stessa percentuale del Paese asiatico con più vittime degli automobilisti: il Nepal. Ogni anno sulle strade perdono la vita 1,3 milioni di persone e quasi la metà sonno pedoni, ciclisti e motociclisti. L’Unep aggiunge che «Il trasporto motorizzato è responsabile di un quarto dell’anidride carbonica globale (CO22 ) ed è il settore con le emissioni di gas serra in più rapida crescita: ai livelli attuali, entro il 2050 sarà responsabile di un terzo delle emissioni di CO2». E la cattiva qualità dell’aria, in parte causata dalle emissioni dei veicoli, ogni anno provoca circa 7 milioni di morti premature e il trend è in aumento, così come bronchite, asma, malattie cardiache e danni cerebrali. Entro il 2050 le auto che circolano nel mondo triplicheranno e la maggior parte di questa nuova crescita avverrà negli stessi Paesi in via di sviluppo che sono già i più colpiti dagli incidenti stradali. L’Unep evidenzia che «In linea con le tendenze attuali, non solo questo darà come risultato in un aumento vertiginoso di vittime della strada a livello globale, ma anche l’aumento dell’inquinamento da carbonio prodotto dalle auto,  che limiteranno notevolmente la capacità del mondo di limitare l’aumento della temperatura media globale a meno di 2°C». Solheim avverte: «Se non agiamo per rendere le nostre strade sicure, si stima che in 10anni  13 milioni di persone moriranno sulle nostre strade, che sono più di tutta la popolazione del Belgio.  L’impatto umano è orribile, ma l’impatto non deve essere ignorato l’impatto che avrebbe per la nostra sopravvivenza». Per questo l’Unep esorta i governi a «Progettare  di politiche nazionali e locali per i trasporti non motorizzati (NMT), e se esistono già, agire in dieci anni per la loro attuazione; Aumentare di ameno il 20% la spesa per le infrastrutture per...

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Cosa succede nelle aziende italiane salvate dagli operai

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Cosa succede nelle aziende italiane salvate dagli operai

[di Angelo Mastrandrea su internazionale.it] Dovendo scegliere se lasciare l’azienda fondata da papà Aurelio cinquant’anni fa nelle mani di avventurieri americani e cinesi o provare a riprendersela insieme ai dipendenti, Lorenzo Onofri non ha avuto dubbi. Ha scelto la strada apparentemente più impervia, quella di affidare la fabbrica agli operai, aiutandoli a recuperarla, e da appena un mese è il presidente della neonata cooperativa Stile, un acronimo che recupera il nome dell’azienda fondata nel 1965 da suo padre: Società Tiberina legnami. È una storia lunga più di un secolo, quella della sua famiglia e dei loro soci, i Colcelli, cominciata alla fine dell’ottocento con la produzione di legna da ardere e culminata nell’apertura di una fabbrica specializzata nella produzione di pavimenti in legno. I parquet di Città di Castello nel tempo sono diventati un’eccellenza del cosiddetto made in Italy e gli affari fino alla prima decade del nuovo millennio sono andati a gonfie vele. Nel 2014, però, dopo la morte di Aurelio Onofri e soprattutto a causa del crollo del mercato dell’edilizia, la Tiberina legnami si è trovata in difficoltà, al punto da essere costretta ad avviare una procedura di concordato preventivo per evitare il fallimento giudiziario. Per provare a risollevarla con capitali freschi, Lorenzo Onofri si è messo alla ricerca di investitori internazionali, riuscendo a mettere in piedi una “compagine straniera”, composta di statunitensi e cinesi, che si è presentata con un piano di rilancio che prevedeva una forte espansione sui mercati europei e mondiali. Con loro aveva costituito una nuova società, la Anbo-Stile, che aveva affittato l’azienda dal liquidatore giudiziale, evitando la chiusura dello stabilimento. Cinesi, americani e umbri Ma ben presto i nuovi padroni hanno rivelato il loro vero volto: “Volevano solo svuotare il nostro magazzino, lasciandoci il cadavere dello stabilimento”, ristrutturato con sistemi all’avanguardia dalla vecchia azienda quando ancora le cose andavano bene, poco prima del crac di Lehman Brothers che aveva fatto esplodere la crisi economica. “Purtroppo, non tutti i dipendenti mi hanno creduto, perché pensavano che fosse una manovra architettata da me per riprendermi l’azienda”, spiega oggi Onofri. Ne è nato un “lungo dibattito” all’interno della fabbrica tra gli scettici e chi invece aveva capito che la ex Tiberina legnami sarebbe stata solo spolpata e abbandonata. I fatti hanno dato ragione ai secondi. All’inizio del 2016 la situazione è precipitata. L’amministratore delegato si è improvvisamente dimesso, gli stipendi hanno cominciato a tardare e così gli altri pagamenti. I sindacati hanno chiesto a più riprese incontri alla proprietà per conoscere il piano industriale, ma inutilmente. A giugno i lavoratori sono entrati in sciopero e la vecchia società Tiberina legnami fondata da Aurelio Onofri ne ha approfittato per chiedere al tribunale di Perugia la revoca dell’affitto all’Anbo-Stile per “gravi inadempienze nel pagamento dei canoni di affitto e delle merci prelevate”. I magistrati gli hanno dato ragione e il 20 giugno hanno deciso di riconsegnare le chiavi dello stabilimento ai vecchi proprietari, che però non avevano i mezzi economici per proseguire. A questo punto i lavoratori si sono trovati di fronte a un bivio: in piena estate si è consumato lo scontro tra chi era disposto a rischiare il tutto per tutto, “a qualunque costo”, provando a recuperare la fabbrica rischiando in prima persona, e chi invece, “per formazione o per interessi diversi”, avrebbe auspicato la...

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Indigenous rights and extractivism in Argentina

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Indigenous rights and extractivism in Argentina

[di Marzia Rosti per Federalismi.it] The second half of the 20th-century has represented perhaps the most important and long-awaited moment for the indigenous peoples in Argentina, because the country aligned itself with the policies adopted by the other Latin American countries during the same period, in relation to indigenous rights, and since the other Latin American countries were also characterised by the so-called emergencia indígena phenomenon. In fact, the constitutional reform of 1994 repealed the then outdated art. 67 c. 15, drawn up for the Constitution of 1853/60, and that in the second half of the 19th century had legitimised the military campaigns against the indigenous peoples still present in some areas of the country and which had ended with the fragmentation of the communities and the loss of their lands, absorbed by the State or by the emerging Provinces – thereby becoming tierras fiscales – and to be then donated to those who had taken part in or financed the same military expeditions, or were sold to national or foreign investors. Whereas the new art. 75 c. 17 introduced in 1994 listed a large catalogue of indigenous rights, including the right to collective ownership of the lands occupied traditionally, participation in managing the natural resources present in those territories and the right to a bilingual and intercultural education. (segue)   Pubblicato il 7 ottobre...

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Caporali, braccianti e filiera sporca

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Caporali, braccianti e filiera sporca

[di Ilaria De Bonis su comune-info.net] La nuova legge contro il caporalato nasce dal basso ed è un risultato importante. Tuttavia chi conosce sul serio il fenomeno non si fa illusioni: non basta quell’intervento normativo, non privo di limiti, il problema riguarda le logiche dell’intera filiera agroalimentare e i diritti dei migranti. In Italia sono almeno ottanta i luoghi nei quali sono stati riscontrati fenomeni di grave sfruttamento in agricoltura. Il caporalato coinvolge quasi mezzo milione di persone. Dovremmo tutti pensarci più spesso quando ci sediamo a tavola: la lotta contro il caporalato si fa tutti i giorni. È un passo in avanti rispetto alla precedente versione del 2011 (che introduceva il reato penale di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro) e contiene novità per nulla scontate. Eppure la nuova legge contro il caporalato, varata dalla Camera il 18 ottobre, «non è sufficiente di per sé ad estirpare un fenomeno così complesso». Lo dicono diversi interlocutori impegnati da anni sul versante dei diritti dei braccianti e lotta alle agro-mafie. Tra questi Fabio Ciconte, direttore della onlus ambientalista Terra!, Mimmo Perrotta, tra i fondatori di Fuori dal ghetto di Venosa e Marco Omizzolo, attivista, giornalista e sociologo. Il caporale (fuori legge e amorale) è solo la punta dell’iceberg di un sistema nascosto, sottile e perverso. «Questa legge andrebbe completata, integrata, accompagnata da misure più vaste e globali», spiegano. Perché lo sfruttamento del lavoro nelle campagne riguarda l’intera filiera agroalimentare. «I ghetti abitativi sono solo la spia di un sistema malato – spiega Ciconte – Repressione e prevenzione devono andare di pari passo. In termini esclusivamente repressivi questa legge va anche bene». È uno strumento penale severo, «ma si sofferma sul sintomo anziché sulla causa della malattia – spiega – Le ragioni dello sfruttamento e dell’ingiustizia si annidano dentro le maglie della filiera della produzione». Tra la grande distribuzione, l’agricoltore e il cittadino consumatore finale ci sono decine di passaggi intermedi che non vengono neanche nominati nel testo. «Fino a quando le telecamere non mostreranno dove vanno a finire i prodotti raccolti  – si legge nel dossier Filiera Sporca – fino a quando cioè non creeremo una connessione netta tra il campo e la tavola, sarà difficile trovare la soluzione a un problema come questo». Siamo proprio certi che colpire l’ultimo anello della catena basti a smontarla? «Un ruolo fondamentale, a monte dello sfruttamento lo gioca la grande distribuzione – spiega Ciconte – che determina un prezzo al ribasso: arance o pomodori, ad esempio, vengono pagati davvero troppo poco all’agricoltore». Questo prezzo miserrimo mette alle strette un datore di lavoro (disonesto) che spreme il bracciante già vulnerabile fino all’inverosimile, privandolo di qualsiasi tutela. Sono i più fragili: migranti, “clandestini”, persone in attesa di permesso di soggiorno, vessati da caporali e intermediari senza scrupoli. Loro, pur conoscendo spesso i propri diritti e battendosi, hanno paura ad organizzarsi in modo strutturato. La nuova legge in realtà è un passo nella direzione giusta: punisce non solo il caporale ma anche il datore di lavoro disonesto. «Prima del 2011 l’intermediazione tra bracciante e proprietario agricolo era punita solo con la multa – spiega Perrotta – Poi si è arrivati al carcere, ma il meccanismo di individuazione delle responsabilità era piuttosto complicato. Oggi, con questa legge, abbiamo due responsabili: caporale e datore di lavoro». Che spesso...

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Per il mondo l’ambiente è una priorità, ma l’Italia dorme

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[di Francesco Cancellato per linkiesta.it] Il Green Act è stato promesso nel 2015, ed è stato continuamente rimandato. E ancora oggi aspettiamo misure che costano poco o nulla e aiuterebbero sia l’economia che l’ambiente. «Costituzione, legge elettorale, fisco, giustizia civile, Pa, cultura, scuola, Rai, GreenAct, lavoro. Facciamo sul serio. Sarà un buon 2015». Così, Matteo Renzi su Twitter il 2 gennaio dello scorso anno. E in effetti, l’inquilino di Palazzo Chigi ha messo mano, bene o male, a quasi tutto quel che aveva promesso. Il problema è quel quasi. Perché se c’è un ambito in cui il governo è stranamente e colpevolmente reticente è proprio legato alle norme che avrebbero dovuto consentire all’Italia uno sviluppo innovativo e sostenibile per l’ambiente. Non che non siano mancate le promesse. Il 18 giugno dello stesso anno era stato Erasmo De Angelis,coordinatore della struttura di missione sul dissesto idrogeologico di Palazzo Chigi, a dire che «Il Green Act è in lavorazione e il ministro Galletti lo presenterà a breve», aggiungendo che « definirà tutto lo scenario futuro sul tema delle energie rinnovabili e dei cambiamenti climatici» e che «avrà un approccio di sistema a un problema che per noi è la madre di tutte le battaglie». Evidentemente la gravidanza non è andata a buon fine. Perché già il 4 novembre Galletti ha raffreddato gli entusiasmi. E mentre raccontava come la green economy stesse «guidando la ripresa del nostro Paese», affermava che si sarebbe dovuta aspettare la conferenza internazionale sul clima di Parigi, la cosiddetta Cop21, perché «nessuno può pensare di raggiungere tali obiettivi badando soltanto agli interessi nazionali». In altre parole, diceva il ministro, «non ho fretta di chiudere il Green act: occorre, infatti, che sia tarato sugli obiettivi che saranno fissati dalla Cop21, e modellato sulla direttiva sull’economia circolare dell’Ue che avrebbe dovuto essere approvata all’inizio dell’anno ed è stata posticipata al prossimo dicembre». Bene: è passata Cop21 ed è stata un successo, con l’accordo per la riduzione delle emissioni – miracolo! – ratificato pure da Usa e Cina. E pure la pachidermica e tecnocratica Unione Europea è riuscita ad approvare il suo action plan sull’economia circolare, coi suoi ambiziosi obiettivi da raggiungere: riciclo del 65% dei rifiuti urbani entro il 2030, progressiva rottamazione delle discariche, concrete misure per promuovere le industrie che producono attraverso materiali di scarto, ad esempio. Tutto pronto per inserire il Green Act nella legge di bilancio di quest’autunno? No,perché il Green Act rispunta nella nota di aggiornamento al Def, il Documento di economia e finanza dove riappare nel cronoprogramma delle riforme «in avanzamento». Orizzonte previsto? Entro la fine del 2017. Facendo i conti della serva, tre anni buoni dall’annuncio se almeno questa promessa sarà mantenuta. Nel frattempo, certo, è stata approvata la legge sugli Ecoreati e nella legge di bilancio che sarà presentata nei prossimi giorni, pare, ci sarà l’agognato ecobonus al 65% per la riqualificazione energetica dei condomini, con la quale si potrebbero ristrutturare ben 12mia vecchi edifici grazie a un fondo che anticipa le spese alle aziende costruttrici. Tutto giusto, certo, ma nel frattempo l’aria in pianura padana continua a essere la peggiore d’Europa, a Taranto i bambini continuano ad ammalarsi di tumore con percentuali molto al di sopra della media nazionale e molte grandi città, Roma in primis, si ritrovano a vivere l’ennesima emergenza rifiuti. «Non è vero che gli...

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Addio al lavoro: l’industria non c’è più

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Addio al lavoro: l’industria non c’è più

[di Luca Piana su espresso.repubblica.it] Negli ultimi 25 anni Fiat, Eni e Telecom hanno perso due terzi dei dipendenti in Italia. Come loro, tutti gli altri big. E dopo è rimasto solo il vuoto. La data clou non è ancora fissata ma a Cassino, nello stabilimento Fiat che un tempo sfornava modelli popolari come la 131 o la Ritmo, se l’aspettano per fine novembre. In gergo lo chiamano “Job One”: è l’esemplare numero uno che uscirà dalla catena di montaggio del primo Suv nella storia dell’Alfa Romeo, nome in codice Stelvio, nome definitivo chissà. I lavoratori trattengono il fiato, perché il rilancio della casa del biscione da parte del gruppo Fiat-Chrysler (Fca) è un passo fondamentale per far tornare stabilmente l’Italia nel mondo dei produttori di auto, scongiurando l’ennesim o tracollo del sistema produttivo. «Se tutto va bene, con l’avvio del secondo turno di lavoro sulla nuova Giulia e l’inizio della produzione del Suv, da gennaio a Cassino finalmente sarà riassorbita la solidarietà. Un buon segnale, che conferma i progressi degli ultimi tempi», dice Ferdinando Uliano, segretario nazionale dei metalmeccanici Cisl. L’obiettivo che Uliano ha in testa è questo: nel 2016, se i ritmi attuali terranno fino a dicembre, la produzione di veicoli in Italia dovrebbe tornare sopra la soglia di un milione l’anno. È tanto, è poco. Tanto perché non accadeva dal 2008, l’ultima volta sopra quota un milione. E anche perché nell’anno più buio per l’automobile made in Italy – il 2013 – il conteggio si fermò addirittura a 595 mila unità, un dramma. Allo stesso tempo è poco. Perché la ripresa, e la strategia di Fca di costruire qui vetture di fascia alta come Alfa, Jeep e Maserati, che possono generare un valore aggiunto più elevato, non appare sufficiente a cambiare il segno di un fenomeno preoccupante: l’industria italiana, quella delle fabbriche e delle tute blu, non crea più lavoro. Basta guardare i dati pubblicati qui sotto per toccare con mano uno dei motivi per cui l’anno scorso altri 39 mila giovani – molti laureati, tanti dalle regioni del Nord – hanno deciso di lasciare l’Italia, come racconta l’ultimo rapporto della Fondazione Migrantes. Un quarto di secolo fa il principale gruppo metalmeccanico nazionale, la Fiat, dava lavoro in patria a 237 mila persone, su un totale di 303 mila nel mondo. Nel 2015 il numero complessivo è identico, sempre 303 mila, ma lo è soltanto grazie alle acquisizioni all’estero, a cominciare dall’americana Chrysler. Oggi le attività industriali della famiglia Agnelli, le auto, i camion, i trattori, raggruppate sotto la holding Exor, contano 100 mila addetti in Nord America, 53 mila in America Latina, 84 mila in Italia e il resto in giro per il mondo. In venticinque anni, dunque, in Italia solo la Fiat ha visto svanire oltre 152 mila posti di lavoro, aumentandoli invece enormemente all’estero. Merita ancora un’occhiata la tabella qui sopra: l’azienda con il maggior numero di dipendenti, oggi, sono le Poste Italiane. Che puntano tutto sui risparmi depositati dai clienti al BancoPosta e probabilmente non sono più la fabbrica di poltrone sognata dai fanatici del posto fisso “a prescindere”, come il personaggio di Checco Zalone nel film “Quo vado?”. Ma certamente restano ancora lontane dal diventare il motore della digitalizzazione del Paese, com’è avvenuto altrove. La scomparsa delle manifatture non è un...

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Diritti, povertà estrema e diseguaglianza sociale

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Diritti, povertà estrema e diseguaglianza sociale

[di Stefano Rossi su Federalismi.it] Sosteneva Ermanno Gorrieri che «la povertà economica, sia relativa che assoluta (…), altro non è che l’aspetto più grave e intollerabile di un fenomeno più generale: la disuguaglianza». La povertà, e in generale le diverse forme di diseguaglianza sociale, sono prodotti del funzionamento di un determinato modello sociale, non sono semplicemente il frutto delle distonie o inefficienze nei suoi processi regolativi. I meccanismi (economici, politici, culturali) che generano la povertà per alcuni individui o gruppi sono gli stessi che producono benessere e integrazione per altri. La povertà non rappresenta peraltro un indice solo economico di misurazione della diseguaglianza ma investe anche altri aspetti dei mondi vitali delle persone, incidendo sulla possibilità di soddisfare bisogni essenziali, quali la salute, l’istruzione, la socialità e la partecipazione. In questi termini la riduzione della diseguaglianza rappresenta dunque un dividendo democratico, nella misura in cui la libertà dal bisogno costituisce presupposto e, al tempo stesso, condizione per l’esercizio dei diritti e delle libertà, che trovano sublimazione in alcuni principi come quelli di “dignità”, “sviluppo della persona” e “eguaglianza” che sono costituzionalmente sanciti e il cui rispetto comporta il soddisfacimento di alcuni bisogni fondamentali. È infatti l’affermazione di una condizione di giustizia, quale forma di eguale-libertà, a costituire la «scena» che consente di portare alla ribalta gli interessi in gioco, i problemi sociali, permettendo a certe categorie di persone di emergere dal buio della marginalità sociale, economica o politica. È su questa scena che viene rappresentato  il conflitto sociale al fine di elaborare processi istituzionali capaci di disinnescarlo, cui si ricorre quindi per fissare le angosce, designare obbiettivi e darsi speranza… (segue)   Pubblicato il...

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In Africa l’inquinamento atmosferico uccide il 250% in più rispetto alla fame

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[di L.A. su greenreport.it] Non è possibile combattere i mali della povertà trascurando quelli che impattano (anche) sull’ambiente La priorità per un reale sviluppo sostenibile del mondo è combattere la povertà, specialmente nella sua forma più nera – quella che uccide per fame –, non preoccuparsi dell’inquinamento ambientale. È più o meno questa la tesi comune a ogni ecoscettico che si rispetti, anche se l’evidenza dei dati mostra tutta un’altra storia. A riportarne la versione aggiornata è stata l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), che nei giorni scorsi ha pubblicato lo studio The cost of air pollution in Africa. Secondo le rilevazioni della Banca mondiale, sono circa 750 milioni i cittadini del mondo che vivono oggi in povertà estrema, la metà dei quali si trova nell’Africa sub-sahariana. Nonostante ciò, osservando il Continente nero nel suo complesso, l’inquinamento atmosferico è responsabile di 712mila morti premature ogni anno, rispetto alle 275mila provocate dalla malnutrizione, dei 391mila causati dalla mancanza di efficienti servizi igienico-sanitari o dei 542mila dovuti all’acqua inquinata. Dunque, limitando l’osservazione al solo inquinamento atmosferico, si nota come il suo impatto in termini di vite stroncate sia oltre il 250% in più rispetto a quello provocato dalla pur tremenda malnutrizione. Numeri che continuano a crescere. Come ha documentato per l’Ocse l’autrice dello studio Rana Roy, dal 1990 a oggi il numero dei decessi legati all’inquinamento è andato di pari passo con la crescita della popolazione urbana. In particolare, dal 1990 al 2013 il numero delle morti correlato all’inquinamento atmosferico è cresciuto del 36% – da 180mila a 250mila morti l’anno -, mentre all’inquinamento dell’aria indoor si devono 450mila decessi (+18% rispetto ai 400mila del 1990). Tradotti brutalmente in termini economici, questa enorme perdita di vite umane è stata complessivamente valutata in 447 miliardi di dollari l’anno (dati 2013). Lavorare per lo sviluppo sostenibile significa dunque muoversi in parallelo per promuovere la crescita economica – certamente indispensabile a queste latitudini – riducendone al contempo gli impatti ambientali. Al contrario, continuare a contrapporre l’economia all’ecosistema non potrà che continuare a alimentare paradossi, oltre a mietere vittime: povertà e inquinamento sono le due facce della stessa medaglia. Pubblicato il...

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