CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Mediterraneo: il limite invalicabile delle temperature è +1,5 °C

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Mediterraneo: il limite invalicabile delle temperature è +1,5 °C

[su greenreport.it] Altrimenti cambiamento climatico e dell’ecosistema senza pari negli ultimi 10.000 anni. Nel Mare Nostrum già oggi siamo a +1,3 °C, a fronte di un incremento di circa 0,85° C in tutto il mondo. Lo studio “Climate change: The 2015 Paris Agreement thresholds and Mediterranean basin ecosystems”, pubblicato su Science da Joel Guiot della Aix-Marseille Université e da Wolfgang Cramer, dell’Institut méditerranéen de la biodiversité et d’ecologie marine et continentale (Imbe), evidenzia che «l’accordo di Parigi della United Nations framework convention on climate change del dicembre 2015 mira a mantenere il riscaldamento globale medio ben al di sotto di 2° C al di sopra del livello preindustriale. Nel bacino del Mediterraneo, le recenti ricostruzioni climatiche basate sui pollini e la variabilità degli ecosistemi nel corso degli ultimi 10.000 anni forniscono informazioni per quanto riguarda le implicazioni delle soglie di riscaldamento per la biodiversità e il potenziale uso del suolo». I due ricercatori francesi hanno confrontato i futuri scenari del cambiamento climatico futuro negli ecosistemi terrestri attraverso la ricostruzione delle dinamiche dell’ecosistema nel corso degli ultimi 10.000 anni e dicono che «solo un scenario di riscaldamento di 1,5° C permette agli ecosistemi di restare all’interno della variabilità dell’Olocene. Un riscaldamento par o superiore ai 2° C produrrebbe un cambiamento climatico e cambiamenti dell’ecosistema terrestre mediterraneo che sono senza pari nell’Olocene, un periodo caratterizzato da ricorrenti deficit di precipitazione, piuttosto che da anomalie delle temperature». Quindi basterebbero solo 2 gradi centigradi in più rispetto al livello pre-industriale per produrre negli ecosistemi del Mediterraneo cambiamenti mai visti negli ultimi 10.000 anni. Il problema è che, mentre le temperature aumentano in tutto il mondo, alcune regioni stanno riscaldandosi e si riscalderanno ancora di più. Come spiega l’American association for the advancement of science (Aaas) il pericolo del superamento della soglia di rischio è imminente: già ora, le temperature regionali nel bacino del Mediterraneo sono circa 1,3 °C superiori a quelle tra il 1880 e il 1920, a fronte di un incremento di circa 0,85° C in tutto il mondo durante lo stesso periodo. Considerando che gli ecosistemi del bacino del Mediterraneo sono un hotspot per la biodiversità del mondo e forniscono numerosi servizi alle persone, compresa l’acqua pulita, la protezione contro le inondazioni, lo stoccaggio del carbonio, e la ricreazione, questo ulteriore aumento della temperatura è un fattore critico». Dai modelli degli effetti delle diverse soglie di temperatura previste dall’Accordo di Parigi sul bacino del Mediterraneo, realizzati da Guiot e Cramer utilizzando il polline prelevato nei sedimenti, dimostrano che sia in uno scenario “business as usual” che in quello che riflette gli biettivi nazionali proposti dai governi alla Cop21 Unfccc di Parigi, il cambiamento ecologico previsto è di gran lunga superiore a quello che si è verificato durante la Olocene. Nello scenario “business as usual”  tutta la Spagna meridionale si trasformerebbe in un deserto, i boschi di latifoglie invaderebbero la maggior parte delle montagne, e la boscaglia arbustiva sostituirebbe la maggior parte delle foreste di latifoglie in una gran parte del bacino del Mediterraneo. Lo stesso scenario di desertificazione si presenterebbe per i territori già “aridi” dell’Italia meridionale. Solo nello scenario di un riscaldamento globale limitato a più 1,5 °C sopra la temperatura pre-industriale gli ecosistemi rimarrebbero nei limiti sperimentati nel corso delle ultime dieci migliaia di anni. L’Aaas e gli autori...

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Unep: ridurre urgentemente emissioni del 25%

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Unep: ridurre urgentemente emissioni del 25%

Malgrado l’Accordo di Parigi andiamo verso un aumento delle temperature da 2,9 a 3,4°C entro la fine del secolo [di Umberto Mazzantini per Greenreport.it] «Il mondo deve urgentemente e radicalmente rivedere le sue ambizioni, aumentandole per ridurre di circa un quarto le emissioni mondiali di gas serra previste entro il 2030 e avere una chance di minimizzare il cambiamento climatico pericoloso», a dirlo è l’United Nations environment programme (Unep) sulla base del suo “Emissions Gap Report”, presentato ieri pomeriggio a Londra, che analizza ogni anno lo scarto tra bisogni e prospettive in materia di riduzione delle emissioni climalteranti. Il rapporto, pubblicato insieme al “1 Gigaton Coalition Report” alla vigilia dell’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, constata che «Nel 2030, le emissioni dovrebbero raggiungere tra le  54 e le 56 gigatonnellate equivalenti di CO2, cioè largamente al di sopra del livello fissato a 42 Gt per avere una chance di limitare il riscaldamento planetario a 2?  entro la fine del secolo». Una gigatonnellata (Gt) equivale all’incirca alle emissioni prodotte ogni anno dai trasporti (compresa l’aviazione) nell’Unione europea. L’Unep ricorda che «Gli scienziati sono d’accordo nel dire che limitare l’aumento della temperatura mondiale al di sotto dei 2?  (in rapporto ai livelli dell’era preindustriale) permetterà di ridurre i rischi di tempeste violente, di lunghi periodi di siccità, di aumento del livello del maree di altri effetti sul clima. Raggiungere l’obiettivo minimo fissato a 1,5 ? permetterebbe di ridurre questi effetti, ma non di eliminarli». Ma il problema che emerge dai rapporti Unep è che anche nel caso di un’attuazione integrale degli impegni presi a Parigi, «le emissioni previste entro il 2030 provocheranno un aumento delle temperature mondiali da 2,9 a 3,4° C entro la fine del secolo. Se aspettiamo ancora qualche anno prima di aumentare il livello di ambizione, rischiamo di compromettere la possibilità di raggiungere l’obiettivo degli 1,5° C, di accrescere la dipendenza dalle tecnologie a forte intensità di carbonio e di aumentare il costo di una transizione globale verso un’economia a basse emissioni». Il direttore esecutivo dell’Unep, Erik Solheim, resta fiducioso: «Siamo sulla buona strada. L’Accordo di Parigi permetterà di rallentare il cambiamento climatico, così come il recente emendamento di Kigali che punta a ridurre gli Hfc. Questi due accordi dimostrano un solido impegno, tuttavia, non sono sufficienti se vogliamo darci la possibilità di evitare un grave cambiamento climatico. Se non prendiamo già oggi delle misure supplementari, ad iniziare dalla prossima conferenza sul clima a Marrakech, bisognerà deplorare l’avvento di una tragedia umana evitabile. Il numero crescente dei rifugiati climatici colpiti dalla fame, dalla povertà, dalle malattie e dai conflitti ci ricorderà in modo incessante il nostro fallimento. La scienza indica che dobbiamo agire molto più velocemente» Il fatto che il 2015 sia stato l’anno più caldo da quando vengono registrati I dati sulle temperature globali, ha fatto capire ai leader mondiali la necessità di agire urgentemente. Una tendenza al riscaldamento globale che è proseguita anche nel 2016 che si appresta a battere il record del 2015. Ma il rapporto dice che le emissioni che provocano il global warming continuano ad aumentare. L’emendamento di Kigali al Protocollo di Montréal firmato a ottobre mira a ridurre considerevolmente l’uso di idrofluorocarburi (Hfc): «Secondo studi precedenti – dice l’Unep – l’emendamento, se venisse pienamente attuato, potrebbe permettere di ridurre le temperature medie...

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Grandi Opere, nella maxi-retata arrestati anche progettista e manager del ponte sullo Stretto

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Grandi Opere, nella maxi-retata arrestati anche progettista e manager del ponte sullo Stretto

[di Paolo Fior e Ferruccio Sansa su ilfattoquotidiano.it] Proprio un mese fa, nel giorno in cui Matteo Renzi rilanciava il progetto, Michele Longo ed Ettore Pagani erano al suo fianco. Da ieri sono agli arresti nell’ambito dell’inchiesta che ha portato in manette anche il figlio dell’ex ragioniere dello Stato Monorchio e in cui è finito indagato Lunardi jr. Il premier minimizza: “Processo sia rapido. Stiamo parlando di arresti legati a vicende del passato”. Aun mese esatto dal roboante annuncio del rilancio del progetto del Ponte sullo Stretto, la maxi-retata di mercoledì 26 ottobre ha tolto dalla circolazione alcuni di quelli che erano gli uomini chiave del progetto e che erano proprio di fianco al premier Matteo Renzi a Milano nel giorno dell’annuncio. Si tratta del presidente e del vice-presidente del Consorzio Cociv, Michele Longo ed Ettore Pagani. Due uomini espressione del gruppo Salini-Impregilo. Il primo, Longo, ne è una delle figure apicali essendo general manager domestic operation e avendo quindi la responsabilità non solo delle opere del cosiddetto Terzo Valico, ma anche di tutte le altre operazioni italiane che coinvolgono il gruppo. Di più, è l’uomo del Ponte, colui con il quale lo Stato deve parlare se l’argomento è la maxi opera tra Sicilia e Calabria. E Pagani è il suo braccio destro, nonché “responsabile del progetto Ponte sullo Stretto” per conto di Impregilo, come recita il suo curriculum. Le misure di custodia cautelare sono scattate nell’ambito di un’operazione sulle Grandi Opere, dove – secondo i magistrati – non c’è solo la solita gigantesca corruttela, ma anche e soprattutto la sistematica violazione delle normative di sicurezza, con lavori non fatti a regola e uso di materiali scadenti (“il cemento sembrava colla”, intercettano gli inquirenti). Opere costosissime, spesso inutili e soprattutto pericolose. Opere su cui il governo Renzi si è esposto molto. L’annuncio del rilancio del progetto del Ponte il premier lo ha fatto il 27 settembre intervenendo alla festa per i 110 anni del gruppo Salini-Impregilo che si è svolta alla Triennale di Milano. Accanto a lui, l’amministratore delegato del gruppo, Pietro Salini (più volte citato nelle intercettazioni dell’inchiesta), l’ambasciatore degli Stati Uniti e molti top manager, tra cui, come detto, gli stessi Longo e Pagani. “Non accetteremo che si possano spendere 6-7 miliardi per la Torino Lione, 1,2 per la Variante di Valico e poi se facciamo un’infrastruttura al Sud non si può perché rubano. O siamo italiani sempre o siamo italiani mai”, ha detto Renzi giusto qualche giorno fa. Ora che gli uomini del Ponte sono finiti nei guai lui minimizza: “Mi auguro un processo equo e rapido. Il punto centrale è che non sono le regole che fanno l’uomo ladro. E in ogni caso stiamo parlando di arresti legati a vicende del passato”. Se le storie sono antiche, gli uomini però sono sempre gli stessi. Ma chi sono veramente Longo e Pagani e chi è il “terzo uomo”, Pier Paolo Marcheselli, di cui si parla tanto in queste ore? Riguardo a Longo e Pagani le carte dei pm riportano soprattutto due contestazioni: “Longo e Pagani decidevano di affidare l’appalto a “Grandi Lavori Fincosit spa” nonostante tale società avesse previsto nell’ambito delle spese generali un costo per la sicurezza aziendale interna senz’altro incongruo (93mila euro, un ottavo dei concorrenti, ndr)”. C’è poi la gara per realizzare la...

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Rifiuti: 9 regioni raggiungono in anticipo gli obiettivi di riciclo Ue

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Rifiuti: 9 regioni raggiungono in anticipo gli obiettivi di riciclo Ue

[da Skytg24] Nove su venti. A tanto ammontano le regioni che hanno raggiunto l’obiettivo del 50% dei rifiuti avviati al riciclo, cinque anni prima rispetto alla data fissata dall’Ue. Il dato emerge dal VI Rapporto Banca dati Anci-Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi), presentato lunedì 24 ottobre a Roma. Le Regioni che riciclano – La Valle d’Aosta è la nuova entrata tra le amministrazioni virtuose e va ad aggiungersi a Piemonte, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Marche e Sardegna. Una lista che a breve si potrebbe allungare ulteriormente con Campania, Toscana e Abruzzo, ormai prossime al raggiungimento della soglia.   Le città virtuose – In totale i Comuni che hanno superato il target europeo sono 3.549 con una crescita del 13% rispetto al 2014. Tra le aree metropolitane, Venezia entra a far parte della ristretta lista di città, composta da Milano e Torino, che hanno un tasso di avvio al riciclo superiore al 50%. Durante la presentazione del rapporto sono state premiate anche “le migliori novità del 2015” tra le quali compaiono Bergamo, Salerno e Padova.   Di più ma smaltiti meglio – Lo studio redatto da Anci e Conai registra un leggero aumento della produzione di rifiuti nelle zone urbane, + 0,78% rispetto l’anno precedente, che porta il consumo per abitante a 512 chilogrammi. Allo stesso tempo, però, il rapporto fotografa un incremento delle quantità di materiali di scarto avviati al riciclo che nel complesso ha consentito una diminuzione di emissioni di Co2 pari a circa un milione e ottocentomila tonnellate, con un raguardevole + 32,75% rispetto al 2014.   Il Sud in crescita- Filippo Bernocchi, delegato Anci a Energia e Rifiuti, ha spiegato che il rapporto “conferma l’immagine di un Paese a due velocità, con un Nord dotato di impianti più adeguati e di una maggiore sensibilità rispetto alla tematica”,  ma con un Sud dal quale “arrivano segnali incoraggianti”. In Calabria, ad esempio, si registra un aumento della raccolta differenziata del 54,65% e incrementi significativi ci sono anche in Campania e Puglia. La situazione migliora ma non è ancora abbastanza. Bernocchi, infatti, avverte che “in assenza di provvedimenti straordinari difficilmente il Mezzogiorno riuscirà a centrare l’obiettivo del 50% di effettivo riciclo entro il 2020”. Pubblicato il 24 ottobre 2016  ...

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Clima, in Ruanda accordo tra 150 paesi per ridurre gas serra. “Grande vittoria per l’ambiente”

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Clima, in Ruanda accordo tra 150 paesi per ridurre gas serra. “Grande vittoria per l’ambiente”

[di F.Q. su ilfattoquotidiano.it] L’intesa è stata approvata a Kigali dopo una settimana di colloqui. L’obiettivo è eliminare gradualmente l’utilizzo degli idrofluorocarburi, contenuti nei freezer e nei climatizzatori. Il segretario di Stato americano, John Kerry, ha commentato: “Ci darà l’opportunità di ridurre l’innalzamento della temperatura del pianeta di un mezzo grado centigrado”. Un accordo definito storico nella lotta al surriscaldamento del pianeta. A Kigali, in Ruanda, circa 15o paesi hanno trovato un’intesa per eliminare gradualmente l’utilizzo degli idrofluorocarburi, i gas utilizzati nei freezer e nei condizionatori d’aria, che più contribuiscono all’effetto serra. Il segretario di Stato americano, John Kerry, ha definito l’accordo “monumentale”. “Ci darà l’opportunità di ridurre l’innalzamento della temperatura del pianeta di un mezzo grado centigrado” ha poi aggiunto. L’intesa è stata trovata dopo una settimana di colloqui e una riunione che si è prolungata per tutta la notte. L’accordo modifica il Protocollo di Montreal che era stato firmato nel 1987 per preservare lo strato di ozono. Erik Solheim, direttore esecutivo delle Nazioni unite per l’ambiente (Unep), ha commentato: “L’anno scorso a Parigi si era promesso di mantenere il mondo sicuro dagli effetti peggiori del cambiamento climatico. Oggi portiamo a compimento questa promessa. È il più grande contributo del mondo”. Gli idrofluorocarburi sono utilizzati nei freezer e nei condizionatori d’aria. Negli ultimi anni le loro emissioni sono cresciute in modo significativo a causa della crescente richiesta di raffreddamento, specialmente nei Paesi in via di sviluppo. La riduzione di questi gas verrà divisa in tre fasi. Prima spetterà ai paesi industrializzati come Stati Uniti ed Europa, che dovranno raggiungere entro il 2019 una riduzione del 10 per cento delle emissioni. La seconda fase riguarderà i paesi in via di sviluppo, tra cui la Cina, che dovranno tagliare le emissioni a partire dal 2024. La terza invece riguarda India, Pakistan, Iran, Iraq e i paesi del Golfo, che inizieranno a ridurre l’uso dei gas a partire dal 2028. L’intesa di Kigali arriva dopo l’accordo firmato a Parigi, in cui 195 paesi si sono impegnati a ridurre le emissioni inquinanti a partire dal prossimo novembre. “E’ una grande vittoria per il clima. Noi abbiamo fatto un passo importante in vista della concretizzazione delle promesse fatte a Parigi a dicembre” ha commentato Miguel Arias Canete, commissario europeo al clima. Pubblicato il...

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Lavoro, ecco dove sono più richiesti i green jobs in Italia

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Lavoro, ecco dove sono più richiesti i green jobs in Italia

[da Greenreport.it] Nel 2015, in Italia, sulla base di una elaborazione sui microdati dell’indagine Istat sulle forze di lavoro, con riferimento all’intera economia, lo stock degli occupati relativo ai green jobs è pari a quasi 3 milioni (2.964,1 mila), corrispondenti al 13,2% dell’occupazione complessiva nazionale. L’occupazione green nel 2015 è cresciuta di 21.300 unità, pari al +0,7%, contribuendo a oltre il 10% dell’aumento complessivo dell’occupazione del Paese, che è stata di +185.800 unità. A partire da questi dati sull’occupazione è possibile stimare il contributo dei green jobs al prodotto lordo del Paese10. Il valore aggiunto prodotto che si ottiene è nel 2015 di 190,5 miliardi di euro, pari al 13% del totale complessivo, con un ranking regionale, stilato in base al valore di questa quota, che vede la Lombardia in testa, con una quota del 15,4%, seguita da Emilia-Romagna (14,3%), Lazio (14,1%), Piemonte (13,8%) e Trentino-Alto Adige (13,6%). La Lombardia è anche la regione in cui si concentra più di un quarto (precisamente il 25,7%) del totale del valore aggiunto prodotto da green jobs nel Paese, con un’incidenza superiore rispetto al caso del valore aggiunto complessivo (rispetto al quale la Lombardia contribuisce per il 21,6% al dato nazionale). Come di consueto, il rapporto GreenItaly analizza la domanda di lavoro di green jobs, con specifico riferimento alle assunzioni non stagionali programmate per l’anno in corso dalle imprese industriali e dei servizi con almeno un dipendente, sulla base delle informazioni fornite da Sistema Informativo Excelsior11. Nel 2016, le assunzioni12 previste dalle imprese che riguardano green jobs è pari al 12,9% del totale, a cui si affianca il 31,6% di figure ibride, ossia figure professionali il cui lavoro non è finalizzato in modo diretto a produrre beni e servizi green o a ridurre l’impatto ambientale dei cicli produttivi, ma possono comunque contribuirvi nel momento in cui sono richieste loro competenze in tema, perché magari inserite in filiere o imprese green-oriented. In termini assoluti, si tratta di 72.300 assunzioni di green jobs e di 176.800 assunzioni associate alla richiesta di competenze green; nel loro insieme, si raggiunge quota 249.100 assunzioni, che costituiscono ben il 44,5% della domanda di lavoro non stagionale. La domanda di lavoro di green jobs si caratterizza per una maggiore stabilità contrattuale: le assunzioni a tempo indeterminato sono ben il 53,4% nel caso dei green jobs, quando nel resto delle altre figure tale quota scende al 38%. Tale divario si conferma anche considerando il contrato di apprendistato, dal momento che questa tipologia contrattuale interessa quasi il 10% delle assunzioni previste di green jobs contro il 6,6% nel caso delle altre figure professionali, testimoniando, indirettamente, una certa preferenza per i giovani quando si tratta di assumere green jobs. I green jobs vantano anche un maggiore bagaglio formativo, considerando che le assunzioni di laureati riguardano ben il 40% dei casi, a differenza di quanto avviene per le altre figure dove tale fenomeno riguarda appena il 12,3% del totale. Minore è invece la richiesta di diplomati: tra i green jobs essa si ferma al 30%, contro il 43% delle altre figure professionali. Dal punto di vista settoriale, le costruzioni sono il comparto dove la domanda di green jobs è più intensa, coinvolgendo poco più di un terzo del totale delle assunzioni previste. Nell’industria manifatturiera, le assunzioni di green jobs rappresentano poco meno del...

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Unep: investire nella mobilità ciclistica e pedonale per salvare vite e combattere il cambiamento climatico

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Unep: investire nella mobilità ciclistica e pedonale per salvare vite e combattere il cambiamento climatico

[su greenreport.it] Ma in Italia stop alla legge quadro sulla mobilità ciclistica. Fiab: «Che delusione!» Secondo il rapporto  “Global Outlook on Walking and Cycling” dell’United Nations environment programme (Unep) La mancanza di investimenti in infrastrutture ciclistiche e per la scurezza dei pedni contribuisce alla morte di milioni di persone», mentre rappresenterebbe «Una grande opportunità per contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico». L’Unep «invita i Paesi ad investire almeno il 20% dei loro bilanci per i trasporti nelle infrastrutture ciclistiche e per i pedoni per  salvare vite umane, invertire l’inquinamento e ridurre le emissioni di carbonio, che sono in aumento di oltre il 10% all’anno». Il capo dell’ UN Environment, Erik Solheim, ha sottolineato che «Le persone rischiano la vita ogni volta che escono da casa. Ma non si tratta solo di incidenti. La progettazione dei sistemi di trasporto per far circolare le auto,  mette più veicoli sulla strada, aumentando le emissioni di gas serra e l’inquinamento atmosferico mortale. Nei sistemi di trasporto dobbiamo  tener conto prima delle persone, non delle macchine». “Global Outlook on Walking and Cycling”  esamina  i progressi della sicurezza a piedi e in bici  per quanto riguarda le infrastrutture in 20 Paesi a reddito basso e medio in Africa, Asia e America Latina, dove, rispetto ai Paesi ad alto reddito, muore il doppio delle persone in incidenti stradali. I 4 Paesi più pericolosi per ciclisti e pedoni  sono africani: in Malawi, il 66% delle  vittime della strada  sono pedoni e ciclisti; in Kenya il 61%, in Sudafrica il 53% e nello Zambia il 49%, la stessa percentuale del Paese asiatico con più vittime degli automobilisti: il Nepal. Ogni anno sulle strade perdono la vita 1,3 milioni di persone e quasi la metà sonno pedoni, ciclisti e motociclisti. L’Unep aggiunge che «Il trasporto motorizzato è responsabile di un quarto dell’anidride carbonica globale (CO22 ) ed è il settore con le emissioni di gas serra in più rapida crescita: ai livelli attuali, entro il 2050 sarà responsabile di un terzo delle emissioni di CO2». E la cattiva qualità dell’aria, in parte causata dalle emissioni dei veicoli, ogni anno provoca circa 7 milioni di morti premature e il trend è in aumento, così come bronchite, asma, malattie cardiache e danni cerebrali. Entro il 2050 le auto che circolano nel mondo triplicheranno e la maggior parte di questa nuova crescita avverrà negli stessi Paesi in via di sviluppo che sono già i più colpiti dagli incidenti stradali. L’Unep evidenzia che «In linea con le tendenze attuali, non solo questo darà come risultato in un aumento vertiginoso di vittime della strada a livello globale, ma anche l’aumento dell’inquinamento da carbonio prodotto dalle auto,  che limiteranno notevolmente la capacità del mondo di limitare l’aumento della temperatura media globale a meno di 2°C». Solheim avverte: «Se non agiamo per rendere le nostre strade sicure, si stima che in 10anni  13 milioni di persone moriranno sulle nostre strade, che sono più di tutta la popolazione del Belgio.  L’impatto umano è orribile, ma l’impatto non deve essere ignorato l’impatto che avrebbe per la nostra sopravvivenza». Per questo l’Unep esorta i governi a «Progettare  di politiche nazionali e locali per i trasporti non motorizzati (NMT), e se esistono già, agire in dieci anni per la loro attuazione; Aumentare di ameno il 20% la spesa per le infrastrutture per...

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Cosa succede nelle aziende italiane salvate dagli operai

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Cosa succede nelle aziende italiane salvate dagli operai

[di Angelo Mastrandrea su internazionale.it] Dovendo scegliere se lasciare l’azienda fondata da papà Aurelio cinquant’anni fa nelle mani di avventurieri americani e cinesi o provare a riprendersela insieme ai dipendenti, Lorenzo Onofri non ha avuto dubbi. Ha scelto la strada apparentemente più impervia, quella di affidare la fabbrica agli operai, aiutandoli a recuperarla, e da appena un mese è il presidente della neonata cooperativa Stile, un acronimo che recupera il nome dell’azienda fondata nel 1965 da suo padre: Società Tiberina legnami. È una storia lunga più di un secolo, quella della sua famiglia e dei loro soci, i Colcelli, cominciata alla fine dell’ottocento con la produzione di legna da ardere e culminata nell’apertura di una fabbrica specializzata nella produzione di pavimenti in legno. I parquet di Città di Castello nel tempo sono diventati un’eccellenza del cosiddetto made in Italy e gli affari fino alla prima decade del nuovo millennio sono andati a gonfie vele. Nel 2014, però, dopo la morte di Aurelio Onofri e soprattutto a causa del crollo del mercato dell’edilizia, la Tiberina legnami si è trovata in difficoltà, al punto da essere costretta ad avviare una procedura di concordato preventivo per evitare il fallimento giudiziario. Per provare a risollevarla con capitali freschi, Lorenzo Onofri si è messo alla ricerca di investitori internazionali, riuscendo a mettere in piedi una “compagine straniera”, composta di statunitensi e cinesi, che si è presentata con un piano di rilancio che prevedeva una forte espansione sui mercati europei e mondiali. Con loro aveva costituito una nuova società, la Anbo-Stile, che aveva affittato l’azienda dal liquidatore giudiziale, evitando la chiusura dello stabilimento. Cinesi, americani e umbri Ma ben presto i nuovi padroni hanno rivelato il loro vero volto: “Volevano solo svuotare il nostro magazzino, lasciandoci il cadavere dello stabilimento”, ristrutturato con sistemi all’avanguardia dalla vecchia azienda quando ancora le cose andavano bene, poco prima del crac di Lehman Brothers che aveva fatto esplodere la crisi economica. “Purtroppo, non tutti i dipendenti mi hanno creduto, perché pensavano che fosse una manovra architettata da me per riprendermi l’azienda”, spiega oggi Onofri. Ne è nato un “lungo dibattito” all’interno della fabbrica tra gli scettici e chi invece aveva capito che la ex Tiberina legnami sarebbe stata solo spolpata e abbandonata. I fatti hanno dato ragione ai secondi. All’inizio del 2016 la situazione è precipitata. L’amministratore delegato si è improvvisamente dimesso, gli stipendi hanno cominciato a tardare e così gli altri pagamenti. I sindacati hanno chiesto a più riprese incontri alla proprietà per conoscere il piano industriale, ma inutilmente. A giugno i lavoratori sono entrati in sciopero e la vecchia società Tiberina legnami fondata da Aurelio Onofri ne ha approfittato per chiedere al tribunale di Perugia la revoca dell’affitto all’Anbo-Stile per “gravi inadempienze nel pagamento dei canoni di affitto e delle merci prelevate”. I magistrati gli hanno dato ragione e il 20 giugno hanno deciso di riconsegnare le chiavi dello stabilimento ai vecchi proprietari, che però non avevano i mezzi economici per proseguire. A questo punto i lavoratori si sono trovati di fronte a un bivio: in piena estate si è consumato lo scontro tra chi era disposto a rischiare il tutto per tutto, “a qualunque costo”, provando a recuperare la fabbrica rischiando in prima persona, e chi invece, “per formazione o per interessi diversi”, avrebbe auspicato la...

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Indigenous rights and extractivism in Argentina

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Indigenous rights and extractivism in Argentina

[di Marzia Rosti per Federalismi.it] The second half of the 20th-century has represented perhaps the most important and long-awaited moment for the indigenous peoples in Argentina, because the country aligned itself with the policies adopted by the other Latin American countries during the same period, in relation to indigenous rights, and since the other Latin American countries were also characterised by the so-called emergencia indígena phenomenon. In fact, the constitutional reform of 1994 repealed the then outdated art. 67 c. 15, drawn up for the Constitution of 1853/60, and that in the second half of the 19th century had legitimised the military campaigns against the indigenous peoples still present in some areas of the country and which had ended with the fragmentation of the communities and the loss of their lands, absorbed by the State or by the emerging Provinces – thereby becoming tierras fiscales – and to be then donated to those who had taken part in or financed the same military expeditions, or were sold to national or foreign investors. Whereas the new art. 75 c. 17 introduced in 1994 listed a large catalogue of indigenous rights, including the right to collective ownership of the lands occupied traditionally, participation in managing the natural resources present in those territories and the right to a bilingual and intercultural education. (segue)   Pubblicato il 7 ottobre...

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Caporali, braccianti e filiera sporca

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Caporali, braccianti e filiera sporca

[di Ilaria De Bonis su comune-info.net] La nuova legge contro il caporalato nasce dal basso ed è un risultato importante. Tuttavia chi conosce sul serio il fenomeno non si fa illusioni: non basta quell’intervento normativo, non privo di limiti, il problema riguarda le logiche dell’intera filiera agroalimentare e i diritti dei migranti. In Italia sono almeno ottanta i luoghi nei quali sono stati riscontrati fenomeni di grave sfruttamento in agricoltura. Il caporalato coinvolge quasi mezzo milione di persone. Dovremmo tutti pensarci più spesso quando ci sediamo a tavola: la lotta contro il caporalato si fa tutti i giorni. È un passo in avanti rispetto alla precedente versione del 2011 (che introduceva il reato penale di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro) e contiene novità per nulla scontate. Eppure la nuova legge contro il caporalato, varata dalla Camera il 18 ottobre, «non è sufficiente di per sé ad estirpare un fenomeno così complesso». Lo dicono diversi interlocutori impegnati da anni sul versante dei diritti dei braccianti e lotta alle agro-mafie. Tra questi Fabio Ciconte, direttore della onlus ambientalista Terra!, Mimmo Perrotta, tra i fondatori di Fuori dal ghetto di Venosa e Marco Omizzolo, attivista, giornalista e sociologo. Il caporale (fuori legge e amorale) è solo la punta dell’iceberg di un sistema nascosto, sottile e perverso. «Questa legge andrebbe completata, integrata, accompagnata da misure più vaste e globali», spiegano. Perché lo sfruttamento del lavoro nelle campagne riguarda l’intera filiera agroalimentare. «I ghetti abitativi sono solo la spia di un sistema malato – spiega Ciconte – Repressione e prevenzione devono andare di pari passo. In termini esclusivamente repressivi questa legge va anche bene». È uno strumento penale severo, «ma si sofferma sul sintomo anziché sulla causa della malattia – spiega – Le ragioni dello sfruttamento e dell’ingiustizia si annidano dentro le maglie della filiera della produzione». Tra la grande distribuzione, l’agricoltore e il cittadino consumatore finale ci sono decine di passaggi intermedi che non vengono neanche nominati nel testo. «Fino a quando le telecamere non mostreranno dove vanno a finire i prodotti raccolti  – si legge nel dossier Filiera Sporca – fino a quando cioè non creeremo una connessione netta tra il campo e la tavola, sarà difficile trovare la soluzione a un problema come questo». Siamo proprio certi che colpire l’ultimo anello della catena basti a smontarla? «Un ruolo fondamentale, a monte dello sfruttamento lo gioca la grande distribuzione – spiega Ciconte – che determina un prezzo al ribasso: arance o pomodori, ad esempio, vengono pagati davvero troppo poco all’agricoltore». Questo prezzo miserrimo mette alle strette un datore di lavoro (disonesto) che spreme il bracciante già vulnerabile fino all’inverosimile, privandolo di qualsiasi tutela. Sono i più fragili: migranti, “clandestini”, persone in attesa di permesso di soggiorno, vessati da caporali e intermediari senza scrupoli. Loro, pur conoscendo spesso i propri diritti e battendosi, hanno paura ad organizzarsi in modo strutturato. La nuova legge in realtà è un passo nella direzione giusta: punisce non solo il caporale ma anche il datore di lavoro disonesto. «Prima del 2011 l’intermediazione tra bracciante e proprietario agricolo era punita solo con la multa – spiega Perrotta – Poi si è arrivati al carcere, ma il meccanismo di individuazione delle responsabilità era piuttosto complicato. Oggi, con questa legge, abbiamo due responsabili: caporale e datore di lavoro». Che spesso...

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