CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Rifiuti, in Italia 2,1 milioni di tonnellate di plastica: se ne ricicla solo un quarto

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Rifiuti, in Italia 2,1 milioni di tonnellate di plastica: se ne ricicla solo un quarto

[su repubblica.it] Il convegno di Assorimap (Associazione nazionale riciclatori e rigeneratori materie plastiche) sull’economia circolare: c’è la raccolta ma manca il sistema. In Italia entrano nel circuito dei consumi oltre 2,1 milioni di tonnellate di prodotti in plastica, con una raccolta differenziata di quasi 900 mila tonnellate e un avvio al riciclo di circa 540 mila. Questo quanto emerge dal convegno di Assorimap (l’Associazione nazionale riciclatori e rigeneratori materie plastiche) che in collaborazione con la Luiss, nella sede romana dell’università, si concentra sugli aspetti della riforma europea sui rifiuti e il ruolo del riciclo della plastica nell’economia circolare, anche per fare il punto della situazione in vista delle scadenze Ue al 2020 per una crescita sostenibile. In Italia, osserva il presidente di Assorimap Walter Regis, “si fa tanta raccolta ma poi se ne ricicla molto meno”. Viene infatti riciclato per esempio circa un quarto dell’immesso a consumo (cui bisogna aggiungere 330 mila tonnellate lavorate da operatori indipendenti). Secondo Regis il nostro Paese è sì tra i leader nella tecnologia e nell’impiantistica per il riciclo della plastica ma ancora non c’è un sistema adeguato per valorizzare le imprese che investono su queste attività. “Gli effetti – spiega il presidente di Assorimap – sono quelli di una migrazione delle aziende verso Paesi che invece hanno messo al centro delle politiche di sostenibilità un sistema di vantaggi per chi trasforma rifiuti per dare loro una seconda vita consumando meno risorse”. Quello dell’economia circolare, dice il presidente di di Confimi Industria (Confederazione dell’industria manifatturiera italiana e dell’impresa privata) Paolo Agnelli, è “un tema di assoluta importanza” che “può generare nuove opportunità per le imprese e che io per primo ho colto, rendendo il mio gruppo indipendente dalle multinazionali: con il riciclo dell’alluminio, abbattimento di CO2 e un risparmio energetico molto elevato”. Nel sistema di economia circolare, rileva Marcello Di Paola, docente del corso di ‘Popolazione, ambiente e sostenibilità’ alla Luiss, “i prodotti mantengono il loro valore aggiunto il più a lungo possibile e non ci sono rifiuti. A fine ciclo le risorse devono restare all’interno del sistema economico”. Pubblicato il...

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Un fiume di microplastiche dalle lavatrici fino al mare

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Un fiume di microplastiche dalle lavatrici fino al mare

[di Antonio Cianciullo da Repubblica.it] Una ricerca condotta dall’università di Plymouth, in Inghilterra, lancia l’allarme: fino a 700 mila microfibre per ogni lavaggio. Si apre un nuovo caso dopo quello dei cosmetici. ROMA – Ogni volta che mettiamo in moto una lavatrice scarichiamo in acqua centinaia di migliaia di microfibre sintetiche. E una buona parte arriva in mare. E’ il risultato di una ricerca condotta dall’università di Plymouth, in Inghilterra. Lo studio è stato fatto prendendo in esame cicli di lavaggio di indumenti sintetici a temperature standard comprese tra 30 e 40 gradi: durante un singolo lavaggio possono essere rilasciate più di 700 mila microfibre di plastica. L’analisi dei dati, pubblicata dal Marine Pollution Bulletin, è stata effettuata da un gruppo di ricercatori di cui ha fatto parte Richard Thompson, un esperto internazionale che lavora da 20 anni nel campo delle microplastiche: “Ci si aspetta che la quantità di microplastiche nell’ambiente cresca nei prossimi decenni, una prospettiva preoccupante per il potenziale impatto di queste sostanze se vengono ingerite”. Thompson, che guida l’International Marine Litter Research Unit dell’università di Plymouth, si era anche pronunciato a favore del bando delle microplastiche dai cosmetici  ricordando che in quel caso il rapporto costi-benefici suggerisce di eliminare le sostanze inquinanti dai prodotti. Per i capi di abbigliamento in materiali sintetici suggerisce invece di intervenire sia sulla lavorazione del tessuto che sui sistemi di filtri delle lavatrici. “Sono state proposte varie soluzioni, dall’abbassare al minimo i giri della centrifuga, agli ammorbidenti non pericolosi per l’ambiente fino all’uso di tessuti non sintetici o trattati in modo da non rilasciare fibre”, confermaSilvano Focardi, docente di Ecologia all’università di Siena. “Un intervento è necessario perché alcune ricerche hanno evidenziato come il nylon e il poliestere rilascino alcune migliaia di microfibre per grammo: una felpa in paile può perdere anche un milione di microfibre a lavaggio. Queste microfibre sono state ritrovate in vari organismi acquatici, soprattutto nei filtratori come i mitili e le ostriche. Inoltre, possono entrare in altri organismi attraverso la via alimentare provocando disturbi come blocchi intestinali e inedia. Sempre per via alimentare possono arrivare all’uomo, e visto che possono contenere sulla loro superficie batteri o altri microrganismi, c’è il rischio che provochino, come in alcuni casi è stato verificato, infezioni gastrointestinali”. Pubblicato il 7 ottobre...

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Trasporti e salute

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Trasporti e salute

[su eea.europa.eu] L’inquinamento atmosferico e acustico legato ai trasporti, prodotto principalmente dal trasporto su strada e in particolare dai veicoli diesel, causa un’ampia gamma di problemi di salute. L’Unione europea e i suoi Stati membri stanno adottando una serie di misure per ridurre l’impatto dei trasporti sulla salute, e hanno ottenuto alcuni risultati positivi. La situazione può migliorare ulteriormente grazie a soluzioni innovative e azioni a livello locale. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha segnalato in diverse grandi città del mondo livelli di inquinamento dell’aria pericolosi per la salute. Nei primi giorni del 2016 varie città europee, tra cui Londra e Parigi, sono state interessate da episodi di inquinamento. I cittadini sono stati invitati a modificare i loro comportamenti, utilizzando le reti pubbliche di trasporto o i servizi di car sharing, per evitare un peggioramento del problema. Ci si può aspettare che, in presenza di specifiche condizioni meteorologiche unite a elevate emissioni di inquinanti e a prevedibili episodi di calore estremo legati al cambiamento climatico, gli episodi di inquinamento diventino più frequenti. Esistono prove sempre più chiare dell’impatto che l’esposizione a un’intera gamma di inquinanti atmosferici può avere sulla salute. Sebbene solo gli episodi di inquinamento elevato finiscano sulle prime pagine dei giornali, l’esposizione continua e prolungata a concentrazioni anche limitate di inquinanti atmosferici è molto più nociva per la salute umana. Il settore dei trasporti europeo è riuscito a ridurre significativamente le emissioni di alcuni dei principali inquinanti atmosferici, soprattutto grazie all’introduzione di standard relativi alle emissioni, di provvedimenti finanziari e, in misura minore, di provvedimenti sui carburanti alternativi e sul contenimento della domanda di trasporto. Ma è necessario un maggiore impegno per continuare a ridurre i livelli di inquinamento e rispettare gli obiettivi fissati dall’Unione europea per il 2030 e oltre. Nonostante sia il principale responsabile delle emissioni, il settore dei trasporti su strada non è l’unico a doversi fare carico della loro riduzione: anche i trasporti aereo, navale e ferroviario contribuiscono all’inquinamento atmosferico e non devono essere ignorati. Allo stesso modo, l’inquinamento acustico minaccia la salute e il benessere delle persone, ed anche in questo caso il traffico su strada ne è la causa principale. Mentre gli inquinanti ambientali prodotti dal settore dei trasporti si sono ridotti, l’esposizione a livelli di rumore al di sopra dei valori soglia accettati è rimasta costante nelle aree urbane europee negli ultimi anni. Impatto dei trasporti sulla salute I dati più recenti per l’Europa indicano che, nonostante una consistente riduzione delle emissioni nell’ultimo decennio, più di 400 000 morti premature all’anno sono ascrivibili all’inquinamento atmosferico prodotto da tutte le fonti. I singoli inquinanti atmosferici possono avere una serie di conseguenze sulla salute. Gli scarichi dei veicoli rilasciano ossidi di azoto, particolato (PM10 e PM2,5), ossidi di zolfo, monossido di carbonio e vari metalli pesanti, come il cadmio, il piombo e il mercurio. Inoltre, i precursori chimici presenti nei gas di scarico possono reagire nell’atmosfera, causando la formazione di ozono. Infine, il particolato e i metalli pesanti vengono rilasciati nell’atmosfera anche dall’abrasione degli pneumatici e dei freni, e una volta che si sono depositati al suolo possono essere «risospesi» nell’aria dalle auto di passaggio. L’esposizione a questi inquinanti può avere conseguenze sulla salute molto specifiche ma, in generale, incide sugli organi, sul sistema nervoso e sul sangue, causando o aggravando disturbi quali malattie polmonari,...

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Brevi note sulla incostituzionalità sopravvenuta della legge Delrio

Posted by on 9:07 am in Notizie | Commenti disabilitati su Brevi note sulla incostituzionalità sopravvenuta della legge Delrio

Brevi note sulla incostituzionalità sopravvenuta della legge Delrio

[da Federalismi.it] In seguito all’approvazione del testo di riforma costituzionale, avvenuta in seconda votazione nella seduta della Camera dei deputati del 12 aprile 2016, la sorte della legge n. 56/14, cd. Delrio, ha iniziato a farsi più incerta. Assumendo che il nuovo testo costituzionale sia confermato dal referendum calendarizzato per l’autunno 2016 (circostanza tutt’altro che scontata, secondo i più recenti sondaggi), alcuni studiosi hanno avviato una riflessione sul futuro delle province e dell’area vasta, nel tentativo di offrire risposte concrete ai problemi di attuazione della riforma. In particolare, in occasione di un recente seminario  dedicato all’attuazione dell’art. 40, comma 4 del testo di riforma costituzionale, ci si è chiesti: 1) se le province disegnate dalla legge 56/14 continueranno ad avere spazio nel mutato quadro costituzionale, ovvero se scompariranno in virtù della abrogazione esplicita operata dall’art. 29 del testo di riforma costituzionale;  2) se l’assetto complessivo del nuovo testo costituzionale (art. 40, comma 4; 29; 117; 118) non determini una abrogazione implicita di gran parte della attuale disciplina legislativa concernente le città metropolitane e le province; 3) se la presenza di un livello di governo intermedio, o di area vasta, sia da considerarsi necessaria ovvero facoltativa su tutto il territorio nazionale, in base ad una lettura sistematica del testo di riforma costituzionale; 4) quale sia il rapporto tra la competenza statale per i “profili ordinamentali generali” e la competenza legislativa regionale per le “ulteriori disposizioni” in tema di area vasta. 5) quale sia il procedimento da seguire per l’istituzione degli enti di area vasta e la relativa disciplina ordinamentale…...

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Ue, fondi pubblici per l’industria bellica

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Ue, fondi pubblici per l’industria bellica

[di Michele Sasso su espresso.repubblica.it] Al parlamento di Bruxelles è in discussione un programma di sussidi da 3 miliardi e 500 milioni di euro per la ricerca nel settore della difesa. Per contrastarlo 14 campagne nazionali chiedono invece di promuovere la pace. Raccogliendo in pochi giorni oltre 57 mila firme. La ricerca per costruire tank, elicotteri, radar e tecnologia militare entra nel parlamento europeo: 25 milioni di euro per bilancio del 2017 e poi per i prossimi tre anni altri 80 milioni di euro. Dietro le divise il doppiopetto della potentissima industria delle armi per un programma di ricerca ambizioso da 3 miliardi e 500 milioni di euro chiamato “ Preparatory action on defence research ” che la Commissione europea intende includere nelle linee di finanziamento in discussione in autunno e che toccherebbe il periodo 2021-2027. Così l’Unione è solo a pochi passi di distanza da iniziare a fornire sussidi per la ricerca legata agli armamenti. Utilizzando denaro pubblico per sviluppare tecnologia militare. Per contrastare questa decisione di denaro pubblico per business privati ed eticamente discutibili sono state lanciate 14 campagne nazionali e 3 organismi internazionali che compongono la rete Enaat, European network against arms trade. In pochi giorni oltre 57 mila firme sulla piattaforma Wemove.eu hanno sottoscritto questo appello: «Presto i membri del Parlamento europeo voteranno per dire sì o no per dare all’industria delle armi fondi Ue. Anche se presentano questo come “difesa” l’obiettivo di queste sovvenzioni è quello di preservare la competitività dell’industria delle armi e la sua capacità di esportare all’estero, anche in paesi che contribuiscono all’instabilità e prendendo parte a conflitti mortali, come l’Arabia Arabia». È proprio il cortocircuito delle armi made in Italy vendute a Ryad ed usate per bombardare lo Yemen (con l’effetto collaterale di 26 mila civili morti) raccontato da “l’Espresso” lo scorso agosto . Dietro alla decisione storica, è la prima volta che si aprono i cordoni della borsa per un capitolo di spesa espressamente vietato dai trattati (la difesa e sicurezza sono affidate agli stati membri per evitare implicazioni politiche) c’è un lavoro incessante di lobby. A spiegarlo è Francesco Vignarca, coordinatore italiano della rete disarmo, una delle onlus che hanno aderito alla campagna continentale: «Dopo diversi anni di azione persistente condotta in maniera discreta e riservata, in particolare da gruppi di lobby legati all’Asd (AeroSpace and defence industries association of Europe), e con il supporto recente di alcuni Stati membri e parlamentari europei, Bruxelles ha “esternalizzato” le sue scelte. La Preparatory action è stata scritta da un gruppo di personalità composto per oltre la metà di rappresentanti legati all’industria militare. In pratica l’industria degli armamenti sta consigliando la Ue di iniziare a fornire fondi e sussidi a se stessa. È un chiaro conflitto di interessi». LE PERSONALITÀ IN CAMPO L’Associazione europea delle industrie per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza rappresenta questo settore in tutte le questioni d’interesse comune, con l’obiettivo di promuovere e sostenere lo sviluppo competitivo. Fanno parte 26 associazioni di categoria e 14 società, con una rappresentanza di oltre tremila aziende che occupano circa 800 mila dipendenti con un fatturato di circa 200 miliardi di euro. Forti di questi numeri ecco come il gruppo di sedici personalità ha messo intorno allo stesso tavolo politici, accademici e amministratori delegati in veste di consulenti. Nove di questi sono...

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Trump: «Il carbone durerà mille anni. Carbone pulito»

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Trump: «Il carbone durerà mille anni. Carbone pulito»

[di Umberto Mazzantini su Greenreport.it] Negli Usa si discute chi abbia vinto il secondo dibattito di stanotte tra Hillary Clinton e Donald Trump e in molti dicono che è stato il repubblicano a farlo solo perché non ha subito il tracollo annunciato, sorvolando sul fatto che Trump ha annunciato che, se diventerà presidente, farà arrestare la Clinton – roba da dittatura sudamericana dei tempi di Pinochet e Videla – che ha ammesso è vero che ha utilizzato un trucco fiscale per non pagare le tasse e che ha continuato a mentire spudoratamente di fronte a video che dimostrano tutta la sua misoginia sessista. Forse anche per come era strutturato il dibattito, Il cambiamento climatico ha fatto capolino nello scontro tra la Clinton e Trump solo perché in candidato repubblicano ha detto che gli Usa devono utilizzare tutte le loro risorse di combustibili fossili. Di fronte ad una solitaria domanda sull’energia, Trum ha ammesso che «Abbiamo bisogno di più eolico e solare», ma ha accusato la Clinton di voler mettere i  minatori fuori dal mercato e poi ha rilanciato quello che sta ormai diventando un mantra del Partito repubblicano: «C’è una cosa chiamata carbone pulito. Il carbone durerà per mille anni in questo Paese». Anche se il carbone pulito sembra più un ossimoro che la realtà e se tutti i tentativi di realizzarlo si sono rivelati fallimentari o troppo costosi/rischiosi (solo nel Mississippi un progetto di questo tipo ha sprecato miliardi di dollari), anche se gli ambientalisti americani e del resto del mondo dicono che puntare  soldi e impegno politico sul “carbone pulito” sarebbe catastrofico per il clima e per l’Accordo di Parigi, il “Clean coal” è uno dei punti principali della piattaforma elettorale repubblicana e Trump ci si tiene aggrappato per non perdere l’unica base elettorale certa che sembra avere: la classe operaia bianca impoverita. Trump ha fatto una delle sue roboanti promesse: «Io riporterò indietro le nostre compagnie energetiche e saranno in grado di competere e fare i soldi e pagare il debito e il deficit di bilancio nazionali, che sono enormi. Ora abbiamo il gas naturale e tante altre cose … li abbiamo trovati negli ultimi sette anni, abbiamo trovato un enorme ricchezza sotto i nostri piedi». Quel che non dice Trump è che – grazie ai repubblicani – le tasse pagate dalle compagnie dei combustibili fossili sono irrisorie e che è stato proprio il fracking del gas e del petrolio, appoggiato dai democratici ma addirittura osannato dai repubblicani, a dare il colpo di grazia a una industria carbonifera già in crisi e contestatissima per i danni all’ambiente, al clima e alla salute umana che sta provocando. La Clinton si è limitata a rispondere «Beh, è stato molto interessante». Poi ha sottolineato che «Il cambiamento climatico è un problema serio» e ha aggiunto che «Investire nelle energie rinnovabili rappresenta una grande opportunità per il Paese». Ma la candidata democratica ha anche difeso la sua posizione  – che coincide con quella di Barack Obama – sulle comunità di carbone e ha ricordato di aver proposto milioni di dollari di investimenti federali nelle infrastrutture , compreso l’accesso a internet ad alta velocità, per favorire la transizione delle aree carbonifere verso un’economia pulita. «Voglio essere sicura che non lasciamo indietro le persone alle spalle. Quei minatori e dei loro padri e...

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Dai combustibili fossili emissioni di metano molto più alte di quanto si credeva

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[di redazione su greenreport.it] Dal 20 al 25% del totale delle emissioni globali di metano e dal 20 al 60% in più. Le emissioni di metano provenienti dall’estrazione e produzione di combustibili fossili in tutto il mondo sono fino al 60% maggiori di quanto stimato da studi precedenti. A dirlo è lo studio “Upward revision of global fossil fuel methane emissions based on isotope database”,pubblicato su Nature dagli scienziati del Cooperative institute for research in environmental sciences (Cires), una partnership tra università del Colorado – Boulder e Nationa oceanic and atmospheric administration Usa (Noaa). Infatti, dallo studio, al quale ha partecipato anche l’italiano  Giuseppe Etiope, dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, è emerso che «Le attività di combustibili fossili contribuiscono tra i 132 milioni e 165 milioni di tonnellate ai 623 milioni di tonnellate di metano emesso da tutte le fonti di ogni anno. Si tratta di circa dal 20 al 25% del totale delle emissioni globali di metano e dal 20 al 60%  cento in più rispetto agli studi precedenti stime. Tuttavia, i risultati confermano anche altri lavori svolti dagli scienziati della Noaa che concludono che gli impianti di carburanti fossili non sono direttamente responsabili per l’aumento del tasso di emissioni globali di metano in atmosfera misurate in atmosfera dal 2007». Il principale autore dello studio, Stefan Schwietzke,  uno scienziato del Cires che lavora all’Earth system research laboratory della Noaa, sottolinea: «Riconosciamo che i risultati potrebbero sembrare controintuitivi – le emissioni di metano dallo sviluppo di combustibili fossili sono state drammaticamente sottovalutate – ma non sono direttamente responsabili per l’aumento delle emissioni totali di metano osservato dal 2007». La revisione al rialzo della stima delle emissioni di metano da combustibili fossili avviene nonostante i miglioramenti nelle pratiche dell’industria che hanno ridotto le perdite dagli  impianti petroliferi e di gas da circa l’8% della produzione a circa il 2% nel corso degli ultimi tre decenni. Ma il fortissimo aumento della produzione ha  annullato i guadagni in efficienza, mantenendo costante il contributo complessivo proveniente dalle attività dei combustibili fossili. La ricerca ha analizzato il più grande database di misurazioni di metano mai assemblato per determinare la quantità di metano proviene da combustibili fossili, fonti geologiche naturali, attività microbica e combustione della biomassa. Dopo l’anidride carbonica, il metano è il secondo maggior contribuente al riscaldamento globale e, anche se non così abbondante o di lunga durata come la CO2, il metano è un gas serra 28 volte più potente in un periodo di 100 anni e gli autori dello studio sono convinti che «Ridurre le emissioni di metano provenienti dalla produzione di combustibili fossili potrebbe essere una strategia conveniente per rallentare il tasso di riscaldamento globale nel corso del prossimo secolo». Una delle autrici, Lori Brühwiler della Noaa, evidenzia che «Il nostro studio dimostra che le perdite dalle attività di petrolio e gas in tutto il mondo sono responsabili di molto più metano di quanto pensassimo. La buona notizia è che il fixing delle fuoriuscite dalle infrastrutture petrolifere e gasiere è un modo molto efficace a breve termine per ridurre le emissioni di questo importante gas serra». Schwietzke e il suo team, che comprendeva anche scienziati di altre università statunitensi, hanno messo insieme un database circa 100 volte più grande rispetto a quelli precedenti, «Il che ha migliorato l’accuratezza dei nostri risultati –...

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Venti potenze in declino e senza un’idea etica di “sviluppo”

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Venti potenze in declino e senza un’idea etica di “sviluppo”

[di Pietro Raitano da Altraeconomia.it] La globalizzazione come l’abbiamo conosciuta sembra giunta al termine. Che cosa la rimpiazzerà? All’ultimo G20 si è parlato di un “modello cinese”, un’economia che può tranquillamente fare a meno della democrazia. L’editoriale di Altreconomia 186, firmato dal direttore Pietro Raitano. Il sontuoso summit G20 si è tenuto il 4 e 5 settembre 2016 a Hangzhou, megalopoli costiera cinese con quasi 7 milioni di abitanti. È stato il più costoso della storia (anche se non è dato sapere quanto sia stato speso con precisione), l’undicesimo da quando, nel 1999, si è costituito questo “forum internazionale” dei governi e delle banche centrali delle 20 maggiori economie del Pianeta. I lavori si sono conclusi con un documento corposo -oltre 7mile parole- suddiviso in cinque temi: coordinamento politico, crescita economica innovativa, governance finanziaria ed economica, commercio e investimenti, sviluppo. Chi s’è preso -pochi- la briga di leggerlo vi ha trovato che i rappresentanti delle 20 potenze hanno riconosciuto che “la crescita economica è più debole di quanto vorremmo” e per questo hanno proposto le loro soluzioni per “far funzionare la globalizzazione”. Ne hanno ben ragione: i primi sei mesi del 2016 ci restituiscono un sistema globale sulla via di una recessione “secolare”, con il prodotto interno lordo che non cresce, i commerci internazionali che si riducono (le esportazioni cresciute solo dell’1%, a fronte del 5% medio dei 5 anni precedenti), la qualità del lavoro che peggiora, il sistema finanziario in balia di algoritmi completamente scollati dalla realtà, i fondamentali economici che non rispondono ad alcuna teoria. E a nulla sembrano servire le inedite iniziative delle banche centrali di tutto il mondo, che inondano il sistema di liquidità (la sola Banca Centrale del Giappone ha “stampato” moneta per l’equivalente del 60% del Pil del Paese). Vista da qui, la globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta -e criticata dal ‘99- sembra essere giunta al termine. Che cosa la rimpiazzerà? A Hangzhou si è parlato di un “modello cinese”: il problema è che tra tutti gli elementi che lo contraddistinguono, il più significativo è che si tratta di un’economia che può tranquillamente fare a meno della democrazia. Il G20 è stato poco più che un evento collaterale, e una volta di più i leader del mondo “sviluppato” hanno dimostrato di non essere affatto in grado di governare i profondi mutamenti di questi anni. La questione dei rifugiati ad esempio appare solo una volta nel documento finale: nel punto 44, quando i leader invitano “tutti gli Stati, in accordo con la loro capacità individuale, a incrementare l’assistenza alle organizzazioni internazionali per aumentare l’efficacia nell’assistenza dei Paesi coinvolti…”. Per inciso, è l’unico punto in cui appare la parola “umanitario”. Va da sé che tra i 20 “grandi” solo la Turchia -un’altra post-democrazia– è tra gli Stati che accolgono il maggior numero di rifugiati nel mondo (gli altri -Giordania, Etiopia, Iran, Libano e Pakistan- non fanno parte del gruppo). Di certo a rappresentare la nutrita schiera di chi non accoglie rifugiati c’era l’Arabia Saudita, il che spiega anche la fugace apparizione della parola “pace” (una volta sola, al punto 45) nel documento finale del vertice, anche se viene riferita alle misure per combattere il terrorismo: “Condanniamo fermamente il terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni, poiché pone serie sfide alla pace internazionale e alla sicurezza e mette in pericolo i nostri sforzi per sostenere l’economia globale...

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Washington s’impegna a ridurre i gas serra, ma potrebbe non bastare

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Washington s’impegna a ridurre i gas serra, ma potrebbe non bastare

 [di Claudia Grisanti su internazionale.it] È possibile che gli Stati Uniti non riescano a raggiungere i propri obiettivi per la lotta ai cambiamenti climatici. Il paese ha sottoscritto l’accordo di Parigi dello scorso dicembre per limitare l’aumento della temperatura globale a 2 gradi centigradi rispetto al livello preindustriale. Inoltre gli Stati Uniti si sono impegnati a ridurre entro il 2025 del 26-28 per cento le proprie emissioni di gas serra rispetto al livello del 2005. Tuttavia, Jeffery Greenblatt e Max Wei, del Lawrence national laboratory di Berkeley, in California, hanno calcolato l’impatto delle politiche adottate dal paese e hanno stimato che, con gli strumenti attuali, il taglio alle emissioni sarà probabilmente inferiore. Al momento sono previste, per esempio, misure per limitare le emissioni dei veicoli, il miglioramento degli standard degli apparecchi, regolamenti per l’edilizia, una produzione energetica più pulita, controllo delle emissioni di idrofluorocarburi e metano. Ma il risultato di queste politiche è incerto, così come il valore esatto delle emissioni nel 2005 e quindi del taglio necessario. Secondo i ricercatori è difficile che le misure annunciate consentano il raggiungimento dell’obiettivo, soprattutto in presenza di condizioni non completamente favorevoli. Per essere certi di raggiungere l’obiettivo sarebbe quindi necessaria l’adozione di ulteriori misure, scrivono gli autori su Nature Climate Change. Pubblicato il...

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Ratificato accordo di Parigi sul clima. Gli esperti: “Terra mai così calda da 115mila anni”

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Ratificato accordo di Parigi sul clima. Gli esperti: “Terra mai così calda da 115mila anni”

 [da Il Fatto Quotidiano] Con il sì dell’Unione Europea il progetto entra ufficialmente in vigore. Per Segolene Royal, ministra francese e presidente della Cop 21 “oggi è un gran giorno per l’Europa e per il mondo intero”. Matteo Renzi twitta: “Pensiamo ai nostri figli”. Con 610 voti a favore, 38 contrari e 31 astenuti la plenaria del Parlamento europeo ha ratificato l’accordo di Parigi sul clima. “Oggi l’Unione europea ha trasformato le ambizioni sul clima in azione per il clima. L’accordo di Parigi è il primo di questo tipo e non sarebbe stato possibile senza l’Unione europea” ha commentato Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea. Grande soddisfazione anche da parte di Segolene Royal, ministra dell’Ambiente francese e presidente della Cop 21. “Venerdì i 7 Paesi europei che hanno già ratificato l’accordo depositeranno i documenti all’Onu e con questo atto l’accordo entrerà definitivamente in vigore permettendo di superare la soglia del 55% delle emissioni mondiali” ha commentato. Per il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon è un “passo storico“. L’accordo sul clima è stato raggiunto in tempi abbastanza brevi. Per ratificare il protocollo di Kyoto del 1997, che coinvolgeva con i suoi impegni vincolanti solo 35 paesi a ridurre le emissioni di CO2, ci erano voluti più di sette anni. L’intesa sottoscritta a Parigi invece è molto più larga: 186 stati responsabili. Perché l’accordo entrasse in vigore, erano necessarie le ratifiche di almeno 55 Paesi responsabili del 55% delle emissioni globali. “Dopo l’appoggio della Cina e gli Stati Uniti durante la Cop 21, anche l’India ha ratificato l’accordo. Ora sono 62 i Paesi che fanno parte dell’accordo” ha dichiarato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Con la decisione di oggi dell’Unione Europea, che produce il 12% dei gas serra, si è superata la soglia. Matteo Renzi ha twittato: “Oggi in Consiglio dei Ministri la ratifica dell’accordo di Parigi sul clima. L’Italia che pensa ai propri figli”. Monica Frassoni, co-presidente del Partito Verde europeo, ha commentato: “La decisione di andare avanti senza le lunghe procedure di ratifica nazionale è un’ottima notizia”. La temperatura globale, secondo uno studio scritto dall’ex climatologo della Nasa James Hansen insieme ad altri 11 esperti in materia, ha raggiunto un livello che sulla Terra non si vedeva da 115mila anni. Secondo gli scienziati, è necessario interrompere subito l’uso dei combustibili fossili, anche attraverso una tassazione ad hoc, per limitare le emissioni di gas serra. Il 2016, rivela lo studio, potrebbe chiudersi con una temperatura di 1,25 gradi più alta rispetto ai livelli preindustriali. Per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi, come prevede l’obiettivo più ambizioso dell’accordo di Parigi, si renderebbe quindi già necessario il ricorso alle cosiddette “emissioni negative”. Se lo stop ai combustibili fossili arriverà presto – spiegano gli scienziati statunitensi – per rimuovere la CO2 basteranno soluzioni semplici come la riforestazione. In caso contrario, sulle spalle dei giovani ricadrà il peso di dover mettere in campo tecnologie complesse, che avranno un costo minimo stimato tra i 154mila e i 570mila miliardi di dollari nel corso di questo secolo. Pubblicato il 4 ottobre...

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