CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Rapporto sulla qualità dell’aria regione Lazio

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Rapporto sulla qualità dell’aria regione Lazio

E’ stato pubblicato il 29 Settembre il rapporto redatto dall’Arpa sulla qualità dell’aria della regione Lazio. Nella prima parte del rapporto viene fatta una classificazione delle zone, per ogni inquinante, i ìn base ai risultati dei monitoraggi per verificare il rispetto dei requisiti del Decreto Legislativo 155, mentre nella seconda parte è stata riportata la classificazione dei Comuni del Lazio in base alle valutazioni modellistiche per determinati inquinanti (SO2, CO, Benzene, PM10, PM2.5, NO2). I risultati del rapporto però non sono affatto rassicuranti: le situazioni più critiche risultano quelle della Valle del Sacco e dell’Agglomerato di Roma; diversi comuni infatti sono stati declassati passando da zona 2 a zona 1 ovvero da zona a qualità scadente a qualità pessima. E’ possibile scaricare il rapporto a questo...

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Per una strategia nazionale di rilancio delle aree interne

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Per una strategia nazionale di rilancio delle aree interne

[di Marco Bussone su CSN Ecologia Politica, numero 9] Il terremoto che ha colpito alcuni borghi dell’Italia centrale ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica, paesi spesso dimenticati dalla politica, ma che hanno mantenuto vivo un forte senso della comunità. Per queste periferie geografiche, lo Stato ha ora la possibilità di riscattarsi coordinando ricostruzione e valorizzazione dei territori. Sono aspre, affascinanti, lontane, inconfondibili, fragili e vuote. L’Italia scopre le aree interne. I riflettori si sono accesi su quelle zone più periferiche del Paese nel momento più difficile. Il terremoto dell’Italia centrale ha portato i media lì tra i borghi dell’Appennino. È lì che la fragilità si è manifestata più forte. Non conoscevamo un solo nome – salvo Amatrice, di cui eravamo abituati a eliminare la vocale iniziale e che comunque non avremmo saputo collocare su una carta geografica – di quei paesi appenninici. L’Italia dei mille campanili e dei mille borghi, degli oltre 8 mila comuni, non conosce che pochi grandi centri, i poli dei servizi e delle opportunità. Le grandi aree urbane insomma, che abbiamo sempre saputo essere luoghi dove lavorare nelle grandi aziende, creare impresa e innovazione, fare spesa nei centri commerciali, girovagare anche tra monumenti storici di importanza mondiale o, alla peggio, tra i negozi del centro tra il dedalo ristretto delle vie dello struscio. Ma fuori? Oltre alle aree urbane, in questi giorni abbiamo imparato a conoscere le zone interne. Quelle che sono e forse resteranno “periferie rurali” molto simili e allo stesso tempo così diverse dalle “periferie urbane”. Erano e sono entrambe da “rattoppare”, da ricucire, per motivi e con obiettivi diversi. Erano e sono i luoghi dell’abbandono, da lasciare per una vita migliore. Dal Colle di Cadibona allo stretto di Messina per l’Appennino, dal Passo del Turchino alla Carnia per le Alpi. Non le conosciamo le aree interne del Paese. Il terremoto d’agosto ne ha mostrato una parte, oggi martoriata. Come dice sempre un bravo amministratore delle valli cuneesi, quelle aree le amano olandesi, tedeschi e svedesi, ma non abbastanza noi italiani. Noi non sappiamo quello che c’è al di là della montagna e della collina. E non è metaforico. Intendiamo tradizionalmente quei territori come parco divertimenti e zone ludiche. Vale per la città con i suoi centri commerciali, vale per Alpi e Appennino. Oggi come non mai usate per imprese e scalate, sciate e spa… Continua a leggere su ecologiapolitica.org Pubblicato a Settembre...

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I membri dell’Accademia Nazionale delle Scienze USA firmano una lettera aperta sul cambiamento climatico

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I membri dell’Accademia Nazionale delle Scienze USA firmano una lettera aperta sul cambiamento climatico

[traduzione di Nadia Simonini] Il cambiamento climatico non è un’opinione, un imbroglio o una cospirazione. È una realtà fisica. I combustibili fossili hanno fornito energia alla Rivoluzione Industriale ma la combustione di petrolio, carbone e gas ha anche causato la maggior parte dell’aumento storico nei livelli atmosferici dei gas serra che intrappolano calore. Questo aumento di gas serra sta cambiando il clima della Terra. Le nostre impronte digitali sul sistema del clima sono visibili ovunque. Si vedono nel riscaldamento degli oceani, della superficie terrestre e dell’atmosfera più vicina alla Terra. Sono riconoscibili nell’aumento del livello del mare, nelle alterazioni subite dalle piogge, nella diminuzione dei ghiacci marini nell’Artico, nell’acidificazione degli oceani e in molti altri aspetti del sistema del clima. Il cambiamento climatico causato dall’Uomo non è qualcosa di molto lontano dalla nostra esperienza quotidiana che riguarda soltanto il remoto Artico. È presente qui ed ora nel nostro paese, nei nostri stati e nelle nostre comunità. Durante la campagna per le primarie presidenziali  (negli USA) hanno asserito che la Terra non si sta riscaldando, oppure che il riscaldamento è dovuto a cause puramente naturali fuori dal controllo umano. Tali asserzioni sono in contrasto con la realtà. Altri hanno sostenuto che non si può giustificare alcuna azione finché non avremo la certezza assoluta degli impatti umani sul clima. La certezza assoluta è irraggiungibile. Tuttavia siamo certi al di là di ogni ragionevole dubbio che il problema del cambiamento climatico causato dall’Uomo è reale, grave ed immediato e che questo problema pone rischi significativi: alla nostra capacità di prosperare e costruire un futuro migliore, alla sicurezza nazionale, alla salute umana e alla produzione di cibo e alla rete interconnessa dei sistemi viventi. La scienza di base su come i gas serra intrappolano il calore è chiara e lo è stata da oltre un secolo. Alla fine è la forza di quella scienza di base che ha portato i governi del mondo a Parigi nel dicembre 2015. Si sono incontrati a Parigi nonostante le notevoli differenze nei sistemi di governo, negli interessi propri di ciascun paese, nelle colpe relative alle emissioni di gas serra in passato e nella vulnerabilità relativa al futuro cambiamento climatico. I leader di oltre 190 nazioni hanno riconosciuto che il problema del cambiamento climatico causato dall’uomo è un pericolo  per i cittadini della Terra sia per quelli di oggi sia per quelli di domani. Per affrontare questo problema le nazioni hanno preso degli impegni. È stato un piccolo ma storico e vitale primo passo verso un governo più illuminato del sistema clima della Terra. Dagli studi sui cambiamenti nella temperatura e nel livello del mare nel corso dell’ultimo milione di anni sappiamo che il sistema clima ha dei ‘tipping points’ dei punti critici. La nostra vicinanza a questi punti critici è incerta. Tuttavia sappiamo che il riscaldamento rapido del pianeta aumenta il rischio di varcare dei punti climatici di non ritorno, possibilmente mettendo in moto dei cambiamenti su larga scala nella circolazione degli oceani, lo scioglimento di importanti calotte glaciali e l’estinzione di specie. Superare tali soglie avrà conseguenze che non saranno confinate ai prossimi uno o due cicli elettorali, dureranno per molte migliaia di anni. Anche il sistema politico ha dei punti critici. È pertanto causa di grande preoccupazione che il candidato Repubblicano alle elezioni presidenziali sia a favore di un ritiro...

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Decessi da inquinamento, troppi nei paesi a basso reddito

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Decessi da inquinamento, troppi nei paesi a basso reddito

[di Redazione su Wired] Meno di una persona su dieci al mondo vive in un posto dove l’inquinamento dell’aria è conforme ai limiti, afferma l’Organizzazione mondiale della sanità Circa il 90% delle morti da inquinamento avviene in paesi a reddito medio-basso: lo afferma l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), rilasciando nuovi strumenti e informazioni sul grande tema di portata globale. Sempre secondo l’organizzazione che ha sede a Ginevra, il 92% della popolazione mondiale vive in aree in cui l’inquinamento supera la soglia massima fissata. A rilevarlo, un nuovo modello di indagine, sviluppato con l’Università di Bath, basato sui dati della misurazioni satellitari, dei modelli di trasporto aereo e delle stazioni di monitoraggio sul campo in oltre 3mila località, non solo cittadine ma anche rurali. A pagare il prezzo più pesante, in termini di decessi legati all’inquinamento, i paesi dell’Asia, nel sud est e le regioni del Pacifico Occidentale. Come dimostrano le mappe interattive, che mostrano le aree in cui i limiti sono superati, anche l’Europa vede delle criticità, in particolare ad est. Le dinamiche legate all’attività antropica, alle modalità di trasporto insufficienti o antiquate, alla combustione dei rifiuti, pesano molto. Secondo l’Oms, nel 2012, oltre l’11% delle morti globali erano associabili all’inquinamento, associando i valori indoor a quelli outdoor. Tuttavia, ci sono aspetti molto più difficili da controllare, come i fenomeni naturali (per esempio, le tempeste di sabbia nelle aree desertiche), che secondo l’organizzazione possono ugualmente influenzare la qualità dell’aria. Dove si può agire, va fatto, riconvertendo l’industria, sostituendo i mezzi di trasporto non sostenibili, aiutando i nuclei famigliari.   Pubblicato il 27 Settembre...

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Addio mondo: abbiamo appena superato il limite di carbonio nell’atmosfera

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Addio mondo: abbiamo appena superato il limite di carbonio nell’atmosfera

[di Sarah Emerson su Motherboard] Questa settimana la Terra ha tagliato un traguardo significativo nella corsa che condurrà alla sua fine, perché abbiamo ufficialmente spinto i livelli di carbonio atmosferico oltre le tanto temute 400 parti per milione. Per sempre. Secondo un post pubblicato venerdì scorso sul blog dello Scripps Institution of Oceanography, “possiamo affermare con una certa sicurezza che il valore mensile di carbonio non sarà mai inferiore ai 400 ppm—quest’anno e per un futuro ancora indefinito.” I loro risultati sono basati sulle osservazioni settimanali condotte nel Mauna Loa Observatory delle Hawaii, dove gli scienziati del clima misurano i livelli di CO2 fin dal 1958. Cosa ci spaventa di questa cifra? Da alcuni anni gli scienziati ci avvertono che se il carbonio atmosferico dovesse superare le 400 parti per milione, questo segnerebbe un grave “punto di non ritorno” per una serie di processi climatici inarrestabili. Nel 2012 l’Artico è stata la prima regione sulla Terra ad attraversare questa sottile linea rossa. Tre anni più tardi, per la prima volta da quando gli scienziati avevano cominciato a tenerne traccia, i livelli di carbonio si sono mantenuti al di sopra delle 400 parti per millione per un mese di seguito. Questa volta gli esperti ritengono che sia impossibile tornare indietro a causa degli effetti ciclici della curva di CO2 di Mauna Loa. Di solito i livelli di carbonio raggiungono un punto di minima annuale verso la fine di settembre, spiegano su Scripps, ma quest’anno i numeri si aggirano intorno alle 401 parti per milione. Forse non abbiamo ancora raggiunto i livelli più bassi di carbonio del 2016, ma l’istituzione ritiene che sia “quasi impossibile”. L’unico aspetto positivo è che di solito i dati preoccupanti spingono le persone ad agire. Ad esempio l’Accordo di Parigi—una convenzione internazionale dedicata alla lotta contro il cambiamento climatico e ai suoi effetti—ha sancito alcuni obiettivi riguardanti i livelli di carbonio. Tutti i paesi firmatari dell’accordo sono tenuti a evitare che le temperature medie globali salgano sopra gli 1,5 ° C rispetto al periodo pre-industriale. Uno dei mezzi principali per raggiungere l’obiettivo è promuovere le energie pulite. Tuttavia, al momento, le 60 nazioni che hanno preso parte all’accordo sono responsabili soltanto del 47,76 percento delle emissioni di carbonio mondiali. Alla luce di quanto detto, ecco un elenco degli altri effetti permanenti del cambiamento climatico, in ordine sparso. Estinzione Non servono molte spiegazioni. Per quanto difficili da stimare con precisione, sappiamo che i tassi di estinzione sono aumentati di 1.000 volte rispetto al periodo precedente l’esistenza dell’Homo sapiens moderno. Il World Wildlife Fund ha calcolato che ogni anno si estinguono 10.000 specie. A causa dei cambiamenti climatici, un quarto delle specie terrestri potrebbe scomparire entro il 2050. Distruzione della catena alimentare In quanto legate indissolubilmente all’estinzione delle specie, le catene alimentari rischiano di restare sbilanciate in maniera permanente se i predatori e le loro prede iniziano a estinguersi. Nell’Artico, ad esempio, l’aumento delle temperature oceaniche ha fatto aumentare la popolazione delle alghe marine, che a loro volta privano dei loro nutrienti vitali le popolazioni di zooplancton, di merluzzi, di foche e di orsi polari. Nel corso degli ultimi 50 anni, le temperature medie in tutto l’Alaska e nel Canada occidentale sono aumentate di ben 13 gradi celsius. Innalzamento del livello dei mari Nel prossimo futuro, gli esseri umani saranno tra le specie che dovranno subire l’influenza catastrofica delle variazioni del livello del mare. Con lo scioglimento dei...

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Il Nord Italia è tra i luoghi d’Europa con l’inquinamento atmosferico più alto

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Il Nord Italia è tra i luoghi d’Europa con l’inquinamento atmosferico più alto

[su The Post Internazionale] Secondo un rapporto Oms, oltre il 90 per cento della popolazione mondiale vive in aree in cui i livelli di inquinamento atmosferico superano la soglia di sicurezza minima Un recente rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) – Ambient air pollution: A global assessment of exposure and burden of disease – ha pubblicato dati e mappe sul problema dell’inquinamento atmosferico. Secondo l’Oms, oltre il 90 per cento della popolazione mondiale vive in aree in cui i livelli di inquinamento atmosferico superano le soglie di sicurezza minima per la salute, e la situazione non accenna a migliorare. Si tratta di una vera e propria emergenza nel campo della salute pubblica, e milioni di persone ne sono vittime ogni anno, a causa di minuscole particelle di sostanze inquinanti come il solfato, i nitrati e il nero di carbonio, che possono penetrare in profondità nei polmoni e condurre a malattie letali. Se alcune di queste polveri sono naturali in luoghi come il Sahara, molte altre provengono invece dai combustibili fossili, che non si limitano a questi danni ma sono anche causa del riscaldamento globale. Secondo uno studio risalente al 2012, l’inquinamento atmosferico è stato messo in relazione alla morte di circa 6,5 ??milioni di persone in tutto il mondo nel corso di quell’anno, ovvero oltre l’11 per cento di tutti i decessi. Il problema è infatti che solo una persona su dieci vive in città conformi alle linee guida dell’Oms sulla qualità dell’aria. In questo quadro già piuttosto sconfortante, non sono buone le notizie per l’Italia, in particolare per quanto riguarda le regioni del nord e con Milano a guidare (in negativo) la schiera delle aree più inquinate. Guardando un dettaglio della mappa interattiva fornita dall’Oms si nota infatti come il capoluogo lombardo sia la città con il più alto livello in Europa di particolato fine, o PM2.5. Con questo termine ci si riferisce, come spiega un’informativa del ministero della Salute italiano, alle “particelle di diametro aerodinamico inferiore o uguale ai 2,5 µm, una frazione di dimensioni aerodinamiche minori del PM10 e in esso contenuta. Sorgenti del particolato fine sono un po’ tutti i tipi di combustione, inclusi quelli dei motori di auto e motoveicoli, degli impianti per la produzione di energia, della legna per il riscaldamento domestico, degli incendi boschivi e di molti altri processi industriali. Come per il PM10, queste particelle sono caratterizzate da lunghi tempi di permanenza in atmosfera e, rispetto alle particelle grossolane, sono in grado di penetrare più in profondità nell’albero respiratorio umano”. La mappa interattiva dell’Oms si può trovare nella sua interezza, con tutti i dati riferiti ai diversi colori, a questo link. Qui di seguito invece un grafico sulle nazioni col numero più alto di morti dovuti all’inquinamento atmosferico:                 Pubblicato il 27 Settembre...

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Rinnovabili, entro il 2050 metà dei cittadini Ue si produrrà da solo l’elettricità

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Rinnovabili, entro il 2050 metà dei cittadini Ue si produrrà da solo l’elettricità

[di Luca Pagni su repubblica.it] Secondo uno studio commissionato da Greenpeace, il 45 per cento degli utenti potrebbe raggiungere l’autonomia energetica, coprendo il 45 per cento di tutta la domanda di energia dell’Unione europea. In Italia, la quota di autonomia potrebbe essere del 40 per cento MILANO – L’inarrestabile crescita delle rinnovabili non sta soltanto accellerando il minor utilizzo delle fonti fossili per la produzione di energia elettrica. Ma sta cambiando radicalmente anche i modelli di approvvigionamento, fino a ora basati su centrali di rilevanti dimensioni e sulla grandi utility. Lo rivela uno studio commissionato da Greenpeace, secondo cui entro il 2050 un cittadino su due dell’Unione europea (pari a 264 milioni di persone) potrebbe produrre da sè l’energia che gli è necessaria e magari rivendendone sul mercato una parte. Se si raggiungesse questa quota, l’autoproduzione potrebbe coprire fino al 45 per cento della domanda di tutta la Ue. Gli energy citizens. Proprio per monitorare un fenomeno in forte crescita in tutta Europa grazie ai minori costi degli impianti fotovoltaici e l’ingresso del mini-eolico sul mercato, Greenpeace ha incaricato il centro CE Delft, specilizzato nelle tematiche ambientali, di capire le prospettive dell’energia autoprodotta. Gli esperti del centro olandese hanno prodotto un documento secondo cui – con l’opportuno quadro normativo – i cosidetti citizen energy saranno i protagonisti del mercato. Con questo termine non si intendono soltanto le utenze domestiche, ma il concetto va allargato anche alle piccole e medie imprese, considerate fino a 50 dipendenti, nonché agli edifici pubblici. I cittadini vanno considerati sia come singoli sia come partecipanti a consorzi e progetti collettivi. Svezia e Lettonia in testa. Secondo il centro di ricerca Ce Delft, la crescita dell’autoproduzione potrebbe coprire il 19 per cento della domanda di energia nella Ue entro il 2030, per poi salire al 45 per cento al 2050. L’apporto dei singoli stati è ovviamente differenziato: in testa troviamo la Svezia, che già da tempo si è data obiettivi sulle rinnovabili ancora più sfidanti di quelli stabiliti da Bruxelles: al 2050, nel paese scandinavo i cittadini autosufficienti potrebbero essere il 79 per cento. Mentre potrebbe essere la Lettonia la nazione dove l’energia autoprodotta coprirà la quota più alta della domanda complessiva, con un dato dell’83 per cento. Sempre al 2050, è già possibile calcolare l’apporto dei diversi soggetti alla torta complessiva di energia autoprodotta. Fatto 100 il totale, per il 37 per cento sarà coperta da progetti collettivi e cooperative, le Pmi daranno un contributo del 39%, gli impianti domestici del 23 per cento, mentre rimarrà praticamente ininfluente il peso degli edifici pubblici, con soltanto un 1 per cento. E l’Italia? Secondo il documento di Greenpeace, “si prevede che nel 2050, 2 italiani su 5 contribuiranno alla produzione di energia”. mentre la domanda di energia potrebbe essere coperta per il 34 per cento del totale. In quanto alla suddivisione tra le varie categorie, in Italia il contributo più significativo arriverà dagli impianti domestici e dalle cooperative, entrambe con una quota del 27 per cento, mentre il 25 per cento sarà delle Pmi e – anche in questo caso – gli edifici pubblici copriranno solo un misero 1 per cento. I dati inferiori alla media Ue dipendono – secondo Greenpeace dai provvedimenti degli ultimi governi che “stanno disincentivando il consumo e la produzione di energia”. In...

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Spagna, siccità e inquinamento: a rischio il parco nazionale di Doñana

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Spagna, siccità e inquinamento: a rischio il parco nazionale di Doñana

[di Antonio Cianciullo su repubblica.it] La riserva andalusa, considerata Patrimonio dell’umanità, ha perso l’80% delle sue fonti di acqua a causa della bonifica di paludi, agricoltura intensiva e inquinamento da parte dell’industria mineraria ROMA – Lo status di parco non è più uno scudo sufficiente: l’onda del cambiamento climatico rischia di travolgere i presidi della natura tutelata. Anche perché spesso i danni prodotti dalla cattiva gestione globale delle risorse (gas serra derivanti dal sovrasfruttamento dei combustibili fossili) sono moltiplicati dalla cattiva gestione locale delle risorse (abusivismo edilizio, pozzi e cave illegali). La Spagna potrebbe essere il primo paese a inserire un’area protetta nell’elenco dei luoghi in pericolo. L’allarme è stato fatto scattare dallo studio “Salvare Doñana: dal pericolo alla prosperità”, prodotto per il Wwf da Dalberg Global Development Advisors. Il Parco nazionale di Doñana, alla foce del Guadalquivir, in Andalusia, è un paradiso di 540 chilometri quadrati che ospita 4 mila specie, 6 milioni di uccelli migratori tra cui fenicotteri, aironi, gru e una tra le specie europee più minacciate, la lince iberica. Ora potrebbe essere inserito nella lista Unesco dei siti del Patrimonio mondiale dell’umanità in pericolo perché rischia di prosciugarsi completamente. L’agricoltura intensiva e le modificazioni dell’alveo del fiume hanno già ridotto dell’80% il patrimonio idrico di questa area umida. Nonostante i vari accordi internazionali che dovrebbero proteggerla (sito Ramsar, sito Natura 2000, riserva della Biosfera dall’Unesco, Patrimonio dell’umanità), sono stati contati 1.000 pozzi senza autorizzazione e 3.000 ettari di allevamenti illegali. Inoltre ci sono i rischi legati alle attività di estrazione. Un incidente in una miniera vicina 20 anni fa provocò il rilascio di 5 milioni di metri cubi di fanghi tossici e nei giorni successivi furono raccolte 30 tonnellate di pesci morti. La miniera fu chiusa e il tentativo di risanamento ambientale costò 380 milioni di euro, ma ora sono stati concessi nuovi diritti di estrazione. Inoltre l’area è stata dichiarata sito strategico di stoccaggio del gas e ci sono piani per un ulteriore dragaggio del fiume Guadalquivir. Pubblicato il 15 Settembre...

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Un mare di plastica

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Un mare di plastica

[di Silvia Boccardi su Qcode Mag, illustrazioni di Martina Antoniotti, tratto da KALEDATA è un blog che raccoglie infografiche disegnate a mano su temi di news e attualità] L’INQUINAMENTO DA RIFIUTI, CON INFOGRAFICHE DISEGNATE A MANO SU TEMI DI NEWS E ATTUALITÀ La plastica è il componente principale dei rifiuti prodotti dall’essere umano. Di tutti i rifiuti che si trovano sulle spiagge e nell’acqua, il 95% è plastica. Come l’uomo, la plastica è presente in tutto il mondo. La maggior parte dei rifiuti plastici si decompone molto lentamente o per nulla, soprattutto in mare dove la degradazione per effetto della luce solare (fotodegradazione) viene impedita dalla bassa temperatura dell’acqua e dallo strato di alghe che ricopre gli oggetti. Con una densità di rifiuti pari a 100.000 pezzi per km², il Mediterraneo è uno dei mari più inquinati al mondo. A maggio 2016, un REPORT ha calcolato che i 22 paesi che si affacciano sul Mediterraneo producono 361.000 tonnellate di rifiuti al giorno, di cui il 10% è plastica. Di questi, più del 2% finisce in mare per un totale di 731 tonnellate al giorno di plastica nelle nostre acque. Lo Stato che scarica più plastica nel mare è la Turchia, seguita, in ordine, da Spagna, Italia e Francia. Su scala mondiale, però, è più difficile per i ricercatori riuscire a stabilire il flusso di rifiuti di terra che finiscono in acqua. Lo studio più accurato sul tema è stato pubblicato l’anno scorso su Science e stima che su un totale di quasi 300 milioni di tonnellate di rifiuti plastici prodotti ogni anno nel mondo, tra i 4,8 e 12,7 finiscono nel mare. L’International Coastal Cleanup, iniziativa di Ocean’s Conservancy che promuove la pulizia delle spiagge volontaria a livello mondiale, ha rilevato che i rifiuti più comuni nel Mediterraneo nel 2014 erano principalmente cannucce, sacchetti e bottiglie di plastica, cotton fioc e mozziconi di sigarette. Se non venissero prese le misure cautelari necessarie in tempo, si calcola che entro il 2025 i quantitativi di rifiuti in mare potrebbero aumentare di 2,7 volte, secondo un recente REPORT delle Nazioni Unite. Entro il 2050 il 99% degli uccelli marini avrà ingerito almeno uno di questi rifiuti e ci sarà PIÙ PLASTICA IN MARE CHE PESCI. Reti, boe, trappole, ami da pesca persi o abbandonati rappresentano la più grande minaccia per la fauna marina: sono in moltissimi infatti tra pesci, mammiferi e uccelli a rimanerci intrappolati. I sacchetti di plastica rappresentano un altro pericolo in quanto vengono spesso scambiati per cibo dalle tartarughe, seguiti da posate di plastica, tappi di bottiglia, palloncini e mozziconi di sigarette, che impattano principalmente sulla fauna selvatica. SI CALCOLA che la plastica presente negli oceani uccida 1 milione di creature marine ogni anno. A gennaio 2016, 29 CAPODOGLI sono stati trovati arenati sulle coste del Mare del Nord, una zona troppo poco profonda per questo tipo di mammiferi. Secondo un COMUNICATO STAMPA del Parco Nazionale del mare di Wadden in Schleswig-Holstein, alcune balene avevano lo stomaco iper-disteso per aver ingerito oltre 100 sacchetti di plastica, 13 metri di rete da pesca, un pezzo di un’automobile di 70 cm e altri rifiuti. Lo STUDIO più completo sul tema degli effetti dell’inquinamento marino sulla fauna acquatica è stato realizzato pochi mesi fa da due ricercatori della Plymouth University che hanno...

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Diesel e benzina? Veleni legali. La denuncia: “Compagnie svizzere inondano l’Africa di carburanti tossici”

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Diesel e benzina? Veleni legali. La denuncia: “Compagnie svizzere inondano l’Africa di carburanti tossici”

[di Elena Boromeo su ilfattoquotidiano.it] L’accusa arriva dalla ong elvetica Public Eye, che ha pubblicato il report “Dirty Diesel” in cui rende noti i risultati delle analisi condotte su carburanti prelevati in otto Paesi dell’Africa occidentale: i campioni analizzati “presentano una quantità di zolfo fino a 378 volte quella consentita in Europa” Alcune grandi compagnie svizzere specializzate nel trading di materie prime “stanno inondando l’Africa di carburanti tossici”. Vendendo a Paesi come Angola, Senegal, Ghana, Costa d’Avorio, Congo e altri diesel e benzina che in Europa sarebbero illegali per via dell’alta concentrazione di sostanze nocive. L’accusa arriva dalla ong elvetica Public Eye, che lo scorso 14 settembre ha pubblicato il report “Dirty Diesel”, in cui tra le altre cose rende noti i risultati delle analisi condotte su carburanti prelevati in otto Paesi dell’Africa occidentale: i campioni analizzati “presentano una quantità di zolfo fino a 378 volte quella consentita in Europa”, a cui si aggiungono altri potenti inquinanti come il benzene e i policiclici aromatici “in concentrazioni che non sarebbero mai consentite in carburanti europei o statunitensi”. Nei Paesi occidentali è ormai noto che lo zolfo, con i suoi composti derivati dalla combustione (tra cui l’anidride solforosa) è uno dei principali agenti inquinanti dell’aria, mentre il benzene e altri componenti del petrolio sono cancerogeni. In Africa, tuttavia, gli standard dei carburanti non sono stati adeguati a queste nuove conoscenze e ciò consente alle compagnie occidentali, con il placet dei governi locali, di continuare a produrre carburanti “di qualità africana” (come vengono definiti dai trader) a basso costo. “Incrementando l’inquinamento dell’aria, i carburanti con alta concentrazione di zolfo hanno conseguenze dirette sulla salute delle persone”, afferma l’organizzazione. Sotto la lente di Public Eye sono finiti giganti del trading petrolifero come Trafigura (presente nelle pompe di benzina africane con i marchi Puma, Pumangol, Gazelle e Ubi), Vitol (che possiede il brand Vivo Energy insieme alla Shell), Oryx e Lynx Energy, e più lateralmente anche Glencor, Mercuria e Gunver. Si tratta di compagnie che nella maggior parte dei casi hanno sede legale in Svizzera e bracci operativi nella cosiddetta zona “ARA” (Amsterdam, Rotterdam, Anversa), dove è incentrata l’attività di produzione ed export. Come riporta la ong, un ente regolatore britannico ha definito queste compagnie the known unknowns, le “note sconosciute”, per via dell’opacità che caratterizza il settore in cui operano. L’inchiesta ha preso le mosse dal disastro ambientale della Probo Koala, la nave operante per conto di Trafigura, che la sera del 19 agosto 2006 ha scaricato nel porto di Abidjan, in Costa d’Avorio, più di 528 tonnellate di scorie tossiche provenienti dalla lavorazione del petrolio. “Come tutti quanti, ci siamo concentrati sulle scorie che avevano causato una catastrofe sanitaria”, spiega la ong di Zurigo nel suo report, ricordando i 15 morti e le 100mila persone che si sono ammalate più o meno gravemente in seguito al disastro. Ma dopo Probo Koala un’importante questione rimaneva aperta: cosa ne è stato di quella benzina? Partendo da questa domanda, l’organizazzione ha provato, nell’arco di tre anni, a ricostruire la mappa dei traffici dei carburanti venduti dalle cosiddette commodity trading companies, cioè compagnie di commercio di materie prime, ai Paesi africani. Uno degli aspetti più allarmanti, secondo Public Eye, è il fatto che le stesse società non si limitano a comprare e rivendere il carburante, ma...

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