Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Dai combustibili fossili emissioni di metano molto più alte di quanto si credeva
[di redazione su greenreport.it] Dal 20 al 25% del totale delle emissioni globali di metano e dal 20 al 60% in più. Le emissioni di metano provenienti dall’estrazione e produzione di combustibili fossili in tutto il mondo sono fino al 60% maggiori di quanto stimato da studi precedenti. A dirlo è lo studio “Upward revision of global fossil fuel methane emissions based on isotope database”,pubblicato su Nature dagli scienziati del Cooperative institute for research in environmental sciences (Cires), una partnership tra università del Colorado – Boulder e Nationa oceanic and atmospheric administration Usa (Noaa). Infatti, dallo studio, al quale ha partecipato anche l’italiano Giuseppe Etiope, dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, è emerso che «Le attività di combustibili fossili contribuiscono tra i 132 milioni e 165 milioni di tonnellate ai 623 milioni di tonnellate di metano emesso da tutte le fonti di ogni anno. Si tratta di circa dal 20 al 25% del totale delle emissioni globali di metano e dal 20 al 60% cento in più rispetto agli studi precedenti stime. Tuttavia, i risultati confermano anche altri lavori svolti dagli scienziati della Noaa che concludono che gli impianti di carburanti fossili non sono direttamente responsabili per l’aumento del tasso di emissioni globali di metano in atmosfera misurate in atmosfera dal 2007». Il principale autore dello studio, Stefan Schwietzke, uno scienziato del Cires che lavora all’Earth system research laboratory della Noaa, sottolinea: «Riconosciamo che i risultati potrebbero sembrare controintuitivi – le emissioni di metano dallo sviluppo di combustibili fossili sono state drammaticamente sottovalutate – ma non sono direttamente responsabili per l’aumento delle emissioni totali di metano osservato dal 2007». La revisione al rialzo della stima delle emissioni di metano da combustibili fossili avviene nonostante i miglioramenti nelle pratiche dell’industria che hanno ridotto le perdite dagli impianti petroliferi e di gas da circa l’8% della produzione a circa il 2% nel corso degli ultimi tre decenni. Ma il fortissimo aumento della produzione ha annullato i guadagni in efficienza, mantenendo costante il contributo complessivo proveniente dalle attività dei combustibili fossili. La ricerca ha analizzato il più grande database di misurazioni di metano mai assemblato per determinare la quantità di metano proviene da combustibili fossili, fonti geologiche naturali, attività microbica e combustione della biomassa. Dopo l’anidride carbonica, il metano è il secondo maggior contribuente al riscaldamento globale e, anche se non così abbondante o di lunga durata come la CO2, il metano è un gas serra 28 volte più potente in un periodo di 100 anni e gli autori dello studio sono convinti che «Ridurre le emissioni di metano provenienti dalla produzione di combustibili fossili potrebbe essere una strategia conveniente per rallentare il tasso di riscaldamento globale nel corso del prossimo secolo». Una delle autrici, Lori Brühwiler della Noaa, evidenzia che «Il nostro studio dimostra che le perdite dalle attività di petrolio e gas in tutto il mondo sono responsabili di molto più metano di quanto pensassimo. La buona notizia è che il fixing delle fuoriuscite dalle infrastrutture petrolifere e gasiere è un modo molto efficace a breve termine per ridurre le emissioni di questo importante gas serra». Schwietzke e il suo team, che comprendeva anche scienziati di altre università statunitensi, hanno messo insieme un database circa 100 volte più grande rispetto a quelli precedenti, «Il che ha migliorato l’accuratezza dei nostri risultati –...
read moreVenti potenze in declino e senza un’idea etica di “sviluppo”
[di Pietro Raitano da Altraeconomia.it] La globalizzazione come l’abbiamo conosciuta sembra giunta al termine. Che cosa la rimpiazzerà? All’ultimo G20 si è parlato di un “modello cinese”, un’economia che può tranquillamente fare a meno della democrazia. L’editoriale di Altreconomia 186, firmato dal direttore Pietro Raitano. Il sontuoso summit G20 si è tenuto il 4 e 5 settembre 2016 a Hangzhou, megalopoli costiera cinese con quasi 7 milioni di abitanti. È stato il più costoso della storia (anche se non è dato sapere quanto sia stato speso con precisione), l’undicesimo da quando, nel 1999, si è costituito questo “forum internazionale” dei governi e delle banche centrali delle 20 maggiori economie del Pianeta. I lavori si sono conclusi con un documento corposo -oltre 7mile parole- suddiviso in cinque temi: coordinamento politico, crescita economica innovativa, governance finanziaria ed economica, commercio e investimenti, sviluppo. Chi s’è preso -pochi- la briga di leggerlo vi ha trovato che i rappresentanti delle 20 potenze hanno riconosciuto che “la crescita economica è più debole di quanto vorremmo” e per questo hanno proposto le loro soluzioni per “far funzionare la globalizzazione”. Ne hanno ben ragione: i primi sei mesi del 2016 ci restituiscono un sistema globale sulla via di una recessione “secolare”, con il prodotto interno lordo che non cresce, i commerci internazionali che si riducono (le esportazioni cresciute solo dell’1%, a fronte del 5% medio dei 5 anni precedenti), la qualità del lavoro che peggiora, il sistema finanziario in balia di algoritmi completamente scollati dalla realtà, i fondamentali economici che non rispondono ad alcuna teoria. E a nulla sembrano servire le inedite iniziative delle banche centrali di tutto il mondo, che inondano il sistema di liquidità (la sola Banca Centrale del Giappone ha “stampato” moneta per l’equivalente del 60% del Pil del Paese). Vista da qui, la globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta -e criticata dal ‘99- sembra essere giunta al termine. Che cosa la rimpiazzerà? A Hangzhou si è parlato di un “modello cinese”: il problema è che tra tutti gli elementi che lo contraddistinguono, il più significativo è che si tratta di un’economia che può tranquillamente fare a meno della democrazia. Il G20 è stato poco più che un evento collaterale, e una volta di più i leader del mondo “sviluppato” hanno dimostrato di non essere affatto in grado di governare i profondi mutamenti di questi anni. La questione dei rifugiati ad esempio appare solo una volta nel documento finale: nel punto 44, quando i leader invitano “tutti gli Stati, in accordo con la loro capacità individuale, a incrementare l’assistenza alle organizzazioni internazionali per aumentare l’efficacia nell’assistenza dei Paesi coinvolti…”. Per inciso, è l’unico punto in cui appare la parola “umanitario”. Va da sé che tra i 20 “grandi” solo la Turchia -un’altra post-democrazia– è tra gli Stati che accolgono il maggior numero di rifugiati nel mondo (gli altri -Giordania, Etiopia, Iran, Libano e Pakistan- non fanno parte del gruppo). Di certo a rappresentare la nutrita schiera di chi non accoglie rifugiati c’era l’Arabia Saudita, il che spiega anche la fugace apparizione della parola “pace” (una volta sola, al punto 45) nel documento finale del vertice, anche se viene riferita alle misure per combattere il terrorismo: “Condanniamo fermamente il terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni, poiché pone serie sfide alla pace internazionale e alla sicurezza e mette in pericolo i nostri sforzi per sostenere l’economia globale...
read moreWashington s’impegna a ridurre i gas serra, ma potrebbe non bastare
[di Claudia Grisanti su internazionale.it] È possibile che gli Stati Uniti non riescano a raggiungere i propri obiettivi per la lotta ai cambiamenti climatici. Il paese ha sottoscritto l’accordo di Parigi dello scorso dicembre per limitare l’aumento della temperatura globale a 2 gradi centigradi rispetto al livello preindustriale. Inoltre gli Stati Uniti si sono impegnati a ridurre entro il 2025 del 26-28 per cento le proprie emissioni di gas serra rispetto al livello del 2005. Tuttavia, Jeffery Greenblatt e Max Wei, del Lawrence national laboratory di Berkeley, in California, hanno calcolato l’impatto delle politiche adottate dal paese e hanno stimato che, con gli strumenti attuali, il taglio alle emissioni sarà probabilmente inferiore. Al momento sono previste, per esempio, misure per limitare le emissioni dei veicoli, il miglioramento degli standard degli apparecchi, regolamenti per l’edilizia, una produzione energetica più pulita, controllo delle emissioni di idrofluorocarburi e metano. Ma il risultato di queste politiche è incerto, così come il valore esatto delle emissioni nel 2005 e quindi del taglio necessario. Secondo i ricercatori è difficile che le misure annunciate consentano il raggiungimento dell’obiettivo, soprattutto in presenza di condizioni non completamente favorevoli. Per essere certi di raggiungere l’obiettivo sarebbe quindi necessaria l’adozione di ulteriori misure, scrivono gli autori su Nature Climate Change. Pubblicato il...
read moreRatificato accordo di Parigi sul clima. Gli esperti: “Terra mai così calda da 115mila anni”
[da Il Fatto Quotidiano] Con il sì dell’Unione Europea il progetto entra ufficialmente in vigore. Per Segolene Royal, ministra francese e presidente della Cop 21 “oggi è un gran giorno per l’Europa e per il mondo intero”. Matteo Renzi twitta: “Pensiamo ai nostri figli”. Con 610 voti a favore, 38 contrari e 31 astenuti la plenaria del Parlamento europeo ha ratificato l’accordo di Parigi sul clima. “Oggi l’Unione europea ha trasformato le ambizioni sul clima in azione per il clima. L’accordo di Parigi è il primo di questo tipo e non sarebbe stato possibile senza l’Unione europea” ha commentato Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea. Grande soddisfazione anche da parte di Segolene Royal, ministra dell’Ambiente francese e presidente della Cop 21. “Venerdì i 7 Paesi europei che hanno già ratificato l’accordo depositeranno i documenti all’Onu e con questo atto l’accordo entrerà definitivamente in vigore permettendo di superare la soglia del 55% delle emissioni mondiali” ha commentato. Per il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon è un “passo storico“. L’accordo sul clima è stato raggiunto in tempi abbastanza brevi. Per ratificare il protocollo di Kyoto del 1997, che coinvolgeva con i suoi impegni vincolanti solo 35 paesi a ridurre le emissioni di CO2, ci erano voluti più di sette anni. L’intesa sottoscritta a Parigi invece è molto più larga: 186 stati responsabili. Perché l’accordo entrasse in vigore, erano necessarie le ratifiche di almeno 55 Paesi responsabili del 55% delle emissioni globali. “Dopo l’appoggio della Cina e gli Stati Uniti durante la Cop 21, anche l’India ha ratificato l’accordo. Ora sono 62 i Paesi che fanno parte dell’accordo” ha dichiarato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Con la decisione di oggi dell’Unione Europea, che produce il 12% dei gas serra, si è superata la soglia. Matteo Renzi ha twittato: “Oggi in Consiglio dei Ministri la ratifica dell’accordo di Parigi sul clima. L’Italia che pensa ai propri figli”. Monica Frassoni, co-presidente del Partito Verde europeo, ha commentato: “La decisione di andare avanti senza le lunghe procedure di ratifica nazionale è un’ottima notizia”. La temperatura globale, secondo uno studio scritto dall’ex climatologo della Nasa James Hansen insieme ad altri 11 esperti in materia, ha raggiunto un livello che sulla Terra non si vedeva da 115mila anni. Secondo gli scienziati, è necessario interrompere subito l’uso dei combustibili fossili, anche attraverso una tassazione ad hoc, per limitare le emissioni di gas serra. Il 2016, rivela lo studio, potrebbe chiudersi con una temperatura di 1,25 gradi più alta rispetto ai livelli preindustriali. Per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi, come prevede l’obiettivo più ambizioso dell’accordo di Parigi, si renderebbe quindi già necessario il ricorso alle cosiddette “emissioni negative”. Se lo stop ai combustibili fossili arriverà presto – spiegano gli scienziati statunitensi – per rimuovere la CO2 basteranno soluzioni semplici come la riforestazione. In caso contrario, sulle spalle dei giovani ricadrà il peso di dover mettere in campo tecnologie complesse, che avranno un costo minimo stimato tra i 154mila e i 570mila miliardi di dollari nel corso di questo secolo. Pubblicato il 4 ottobre...
read moreRapporto sulla qualità dell’aria regione Lazio
E’ stato pubblicato il 29 Settembre il rapporto redatto dall’Arpa sulla qualità dell’aria della regione Lazio. Nella prima parte del rapporto viene fatta una classificazione delle zone, per ogni inquinante, i ìn base ai risultati dei monitoraggi per verificare il rispetto dei requisiti del Decreto Legislativo 155, mentre nella seconda parte è stata riportata la classificazione dei Comuni del Lazio in base alle valutazioni modellistiche per determinati inquinanti (SO2, CO, Benzene, PM10, PM2.5, NO2). I risultati del rapporto però non sono affatto rassicuranti: le situazioni più critiche risultano quelle della Valle del Sacco e dell’Agglomerato di Roma; diversi comuni infatti sono stati declassati passando da zona 2 a zona 1 ovvero da zona a qualità scadente a qualità pessima. E’ possibile scaricare il rapporto a questo...
read morePer una strategia nazionale di rilancio delle aree interne
[di Marco Bussone su CSN Ecologia Politica, numero 9] Il terremoto che ha colpito alcuni borghi dell’Italia centrale ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica, paesi spesso dimenticati dalla politica, ma che hanno mantenuto vivo un forte senso della comunità. Per queste periferie geografiche, lo Stato ha ora la possibilità di riscattarsi coordinando ricostruzione e valorizzazione dei territori. Sono aspre, affascinanti, lontane, inconfondibili, fragili e vuote. L’Italia scopre le aree interne. I riflettori si sono accesi su quelle zone più periferiche del Paese nel momento più difficile. Il terremoto dell’Italia centrale ha portato i media lì tra i borghi dell’Appennino. È lì che la fragilità si è manifestata più forte. Non conoscevamo un solo nome – salvo Amatrice, di cui eravamo abituati a eliminare la vocale iniziale e che comunque non avremmo saputo collocare su una carta geografica – di quei paesi appenninici. L’Italia dei mille campanili e dei mille borghi, degli oltre 8 mila comuni, non conosce che pochi grandi centri, i poli dei servizi e delle opportunità. Le grandi aree urbane insomma, che abbiamo sempre saputo essere luoghi dove lavorare nelle grandi aziende, creare impresa e innovazione, fare spesa nei centri commerciali, girovagare anche tra monumenti storici di importanza mondiale o, alla peggio, tra i negozi del centro tra il dedalo ristretto delle vie dello struscio. Ma fuori? Oltre alle aree urbane, in questi giorni abbiamo imparato a conoscere le zone interne. Quelle che sono e forse resteranno “periferie rurali” molto simili e allo stesso tempo così diverse dalle “periferie urbane”. Erano e sono entrambe da “rattoppare”, da ricucire, per motivi e con obiettivi diversi. Erano e sono i luoghi dell’abbandono, da lasciare per una vita migliore. Dal Colle di Cadibona allo stretto di Messina per l’Appennino, dal Passo del Turchino alla Carnia per le Alpi. Non le conosciamo le aree interne del Paese. Il terremoto d’agosto ne ha mostrato una parte, oggi martoriata. Come dice sempre un bravo amministratore delle valli cuneesi, quelle aree le amano olandesi, tedeschi e svedesi, ma non abbastanza noi italiani. Noi non sappiamo quello che c’è al di là della montagna e della collina. E non è metaforico. Intendiamo tradizionalmente quei territori come parco divertimenti e zone ludiche. Vale per la città con i suoi centri commerciali, vale per Alpi e Appennino. Oggi come non mai usate per imprese e scalate, sciate e spa… Continua a leggere su ecologiapolitica.org Pubblicato a Settembre...
read moreI membri dell’Accademia Nazionale delle Scienze USA firmano una lettera aperta sul cambiamento climatico
[traduzione di Nadia Simonini] Il cambiamento climatico non è un’opinione, un imbroglio o una cospirazione. È una realtà fisica. I combustibili fossili hanno fornito energia alla Rivoluzione Industriale ma la combustione di petrolio, carbone e gas ha anche causato la maggior parte dell’aumento storico nei livelli atmosferici dei gas serra che intrappolano calore. Questo aumento di gas serra sta cambiando il clima della Terra. Le nostre impronte digitali sul sistema del clima sono visibili ovunque. Si vedono nel riscaldamento degli oceani, della superficie terrestre e dell’atmosfera più vicina alla Terra. Sono riconoscibili nell’aumento del livello del mare, nelle alterazioni subite dalle piogge, nella diminuzione dei ghiacci marini nell’Artico, nell’acidificazione degli oceani e in molti altri aspetti del sistema del clima. Il cambiamento climatico causato dall’Uomo non è qualcosa di molto lontano dalla nostra esperienza quotidiana che riguarda soltanto il remoto Artico. È presente qui ed ora nel nostro paese, nei nostri stati e nelle nostre comunità. Durante la campagna per le primarie presidenziali (negli USA) hanno asserito che la Terra non si sta riscaldando, oppure che il riscaldamento è dovuto a cause puramente naturali fuori dal controllo umano. Tali asserzioni sono in contrasto con la realtà. Altri hanno sostenuto che non si può giustificare alcuna azione finché non avremo la certezza assoluta degli impatti umani sul clima. La certezza assoluta è irraggiungibile. Tuttavia siamo certi al di là di ogni ragionevole dubbio che il problema del cambiamento climatico causato dall’Uomo è reale, grave ed immediato e che questo problema pone rischi significativi: alla nostra capacità di prosperare e costruire un futuro migliore, alla sicurezza nazionale, alla salute umana e alla produzione di cibo e alla rete interconnessa dei sistemi viventi. La scienza di base su come i gas serra intrappolano il calore è chiara e lo è stata da oltre un secolo. Alla fine è la forza di quella scienza di base che ha portato i governi del mondo a Parigi nel dicembre 2015. Si sono incontrati a Parigi nonostante le notevoli differenze nei sistemi di governo, negli interessi propri di ciascun paese, nelle colpe relative alle emissioni di gas serra in passato e nella vulnerabilità relativa al futuro cambiamento climatico. I leader di oltre 190 nazioni hanno riconosciuto che il problema del cambiamento climatico causato dall’uomo è un pericolo per i cittadini della Terra sia per quelli di oggi sia per quelli di domani. Per affrontare questo problema le nazioni hanno preso degli impegni. È stato un piccolo ma storico e vitale primo passo verso un governo più illuminato del sistema clima della Terra. Dagli studi sui cambiamenti nella temperatura e nel livello del mare nel corso dell’ultimo milione di anni sappiamo che il sistema clima ha dei ‘tipping points’ dei punti critici. La nostra vicinanza a questi punti critici è incerta. Tuttavia sappiamo che il riscaldamento rapido del pianeta aumenta il rischio di varcare dei punti climatici di non ritorno, possibilmente mettendo in moto dei cambiamenti su larga scala nella circolazione degli oceani, lo scioglimento di importanti calotte glaciali e l’estinzione di specie. Superare tali soglie avrà conseguenze che non saranno confinate ai prossimi uno o due cicli elettorali, dureranno per molte migliaia di anni. Anche il sistema politico ha dei punti critici. È pertanto causa di grande preoccupazione che il candidato Repubblicano alle elezioni presidenziali sia a favore di un ritiro...
read moreDecessi da inquinamento, troppi nei paesi a basso reddito
[di Redazione su Wired] Meno di una persona su dieci al mondo vive in un posto dove l’inquinamento dell’aria è conforme ai limiti, afferma l’Organizzazione mondiale della sanità Circa il 90% delle morti da inquinamento avviene in paesi a reddito medio-basso: lo afferma l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), rilasciando nuovi strumenti e informazioni sul grande tema di portata globale. Sempre secondo l’organizzazione che ha sede a Ginevra, il 92% della popolazione mondiale vive in aree in cui l’inquinamento supera la soglia massima fissata. A rilevarlo, un nuovo modello di indagine, sviluppato con l’Università di Bath, basato sui dati della misurazioni satellitari, dei modelli di trasporto aereo e delle stazioni di monitoraggio sul campo in oltre 3mila località, non solo cittadine ma anche rurali. A pagare il prezzo più pesante, in termini di decessi legati all’inquinamento, i paesi dell’Asia, nel sud est e le regioni del Pacifico Occidentale. Come dimostrano le mappe interattive, che mostrano le aree in cui i limiti sono superati, anche l’Europa vede delle criticità, in particolare ad est. Le dinamiche legate all’attività antropica, alle modalità di trasporto insufficienti o antiquate, alla combustione dei rifiuti, pesano molto. Secondo l’Oms, nel 2012, oltre l’11% delle morti globali erano associabili all’inquinamento, associando i valori indoor a quelli outdoor. Tuttavia, ci sono aspetti molto più difficili da controllare, come i fenomeni naturali (per esempio, le tempeste di sabbia nelle aree desertiche), che secondo l’organizzazione possono ugualmente influenzare la qualità dell’aria. Dove si può agire, va fatto, riconvertendo l’industria, sostituendo i mezzi di trasporto non sostenibili, aiutando i nuclei famigliari. Pubblicato il 27 Settembre...
read moreAddio mondo: abbiamo appena superato il limite di carbonio nell’atmosfera
[di Sarah Emerson su Motherboard] Questa settimana la Terra ha tagliato un traguardo significativo nella corsa che condurrà alla sua fine, perché abbiamo ufficialmente spinto i livelli di carbonio atmosferico oltre le tanto temute 400 parti per milione. Per sempre. Secondo un post pubblicato venerdì scorso sul blog dello Scripps Institution of Oceanography, “possiamo affermare con una certa sicurezza che il valore mensile di carbonio non sarà mai inferiore ai 400 ppm—quest’anno e per un futuro ancora indefinito.” I loro risultati sono basati sulle osservazioni settimanali condotte nel Mauna Loa Observatory delle Hawaii, dove gli scienziati del clima misurano i livelli di CO2 fin dal 1958. Cosa ci spaventa di questa cifra? Da alcuni anni gli scienziati ci avvertono che se il carbonio atmosferico dovesse superare le 400 parti per milione, questo segnerebbe un grave “punto di non ritorno” per una serie di processi climatici inarrestabili. Nel 2012 l’Artico è stata la prima regione sulla Terra ad attraversare questa sottile linea rossa. Tre anni più tardi, per la prima volta da quando gli scienziati avevano cominciato a tenerne traccia, i livelli di carbonio si sono mantenuti al di sopra delle 400 parti per millione per un mese di seguito. Questa volta gli esperti ritengono che sia impossibile tornare indietro a causa degli effetti ciclici della curva di CO2 di Mauna Loa. Di solito i livelli di carbonio raggiungono un punto di minima annuale verso la fine di settembre, spiegano su Scripps, ma quest’anno i numeri si aggirano intorno alle 401 parti per milione. Forse non abbiamo ancora raggiunto i livelli più bassi di carbonio del 2016, ma l’istituzione ritiene che sia “quasi impossibile”. L’unico aspetto positivo è che di solito i dati preoccupanti spingono le persone ad agire. Ad esempio l’Accordo di Parigi—una convenzione internazionale dedicata alla lotta contro il cambiamento climatico e ai suoi effetti—ha sancito alcuni obiettivi riguardanti i livelli di carbonio. Tutti i paesi firmatari dell’accordo sono tenuti a evitare che le temperature medie globali salgano sopra gli 1,5 ° C rispetto al periodo pre-industriale. Uno dei mezzi principali per raggiungere l’obiettivo è promuovere le energie pulite. Tuttavia, al momento, le 60 nazioni che hanno preso parte all’accordo sono responsabili soltanto del 47,76 percento delle emissioni di carbonio mondiali. Alla luce di quanto detto, ecco un elenco degli altri effetti permanenti del cambiamento climatico, in ordine sparso. Estinzione Non servono molte spiegazioni. Per quanto difficili da stimare con precisione, sappiamo che i tassi di estinzione sono aumentati di 1.000 volte rispetto al periodo precedente l’esistenza dell’Homo sapiens moderno. Il World Wildlife Fund ha calcolato che ogni anno si estinguono 10.000 specie. A causa dei cambiamenti climatici, un quarto delle specie terrestri potrebbe scomparire entro il 2050. Distruzione della catena alimentare In quanto legate indissolubilmente all’estinzione delle specie, le catene alimentari rischiano di restare sbilanciate in maniera permanente se i predatori e le loro prede iniziano a estinguersi. Nell’Artico, ad esempio, l’aumento delle temperature oceaniche ha fatto aumentare la popolazione delle alghe marine, che a loro volta privano dei loro nutrienti vitali le popolazioni di zooplancton, di merluzzi, di foche e di orsi polari. Nel corso degli ultimi 50 anni, le temperature medie in tutto l’Alaska e nel Canada occidentale sono aumentate di ben 13 gradi celsius. Innalzamento del livello dei mari Nel prossimo futuro, gli esseri umani saranno tra le specie che dovranno subire l’influenza catastrofica delle variazioni del livello del mare. Con lo scioglimento dei...
read moreIl Nord Italia è tra i luoghi d’Europa con l’inquinamento atmosferico più alto
[su The Post Internazionale] Secondo un rapporto Oms, oltre il 90 per cento della popolazione mondiale vive in aree in cui i livelli di inquinamento atmosferico superano la soglia di sicurezza minima Un recente rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) – Ambient air pollution: A global assessment of exposure and burden of disease – ha pubblicato dati e mappe sul problema dell’inquinamento atmosferico. Secondo l’Oms, oltre il 90 per cento della popolazione mondiale vive in aree in cui i livelli di inquinamento atmosferico superano le soglie di sicurezza minima per la salute, e la situazione non accenna a migliorare. Si tratta di una vera e propria emergenza nel campo della salute pubblica, e milioni di persone ne sono vittime ogni anno, a causa di minuscole particelle di sostanze inquinanti come il solfato, i nitrati e il nero di carbonio, che possono penetrare in profondità nei polmoni e condurre a malattie letali. Se alcune di queste polveri sono naturali in luoghi come il Sahara, molte altre provengono invece dai combustibili fossili, che non si limitano a questi danni ma sono anche causa del riscaldamento globale. Secondo uno studio risalente al 2012, l’inquinamento atmosferico è stato messo in relazione alla morte di circa 6,5 ??milioni di persone in tutto il mondo nel corso di quell’anno, ovvero oltre l’11 per cento di tutti i decessi. Il problema è infatti che solo una persona su dieci vive in città conformi alle linee guida dell’Oms sulla qualità dell’aria. In questo quadro già piuttosto sconfortante, non sono buone le notizie per l’Italia, in particolare per quanto riguarda le regioni del nord e con Milano a guidare (in negativo) la schiera delle aree più inquinate. Guardando un dettaglio della mappa interattiva fornita dall’Oms si nota infatti come il capoluogo lombardo sia la città con il più alto livello in Europa di particolato fine, o PM2.5. Con questo termine ci si riferisce, come spiega un’informativa del ministero della Salute italiano, alle “particelle di diametro aerodinamico inferiore o uguale ai 2,5 µm, una frazione di dimensioni aerodinamiche minori del PM10 e in esso contenuta. Sorgenti del particolato fine sono un po’ tutti i tipi di combustione, inclusi quelli dei motori di auto e motoveicoli, degli impianti per la produzione di energia, della legna per il riscaldamento domestico, degli incendi boschivi e di molti altri processi industriali. Come per il PM10, queste particelle sono caratterizzate da lunghi tempi di permanenza in atmosfera e, rispetto alle particelle grossolane, sono in grado di penetrare più in profondità nell’albero respiratorio umano”. La mappa interattiva dell’Oms si può trovare nella sua interezza, con tutti i dati riferiti ai diversi colori, a questo link. Qui di seguito invece un grafico sulle nazioni col numero più alto di morti dovuti all’inquinamento atmosferico: Pubblicato il 27 Settembre...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.