Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Rinnovabili, entro il 2050 metà dei cittadini Ue si produrrà da solo l’elettricità
[di Luca Pagni su repubblica.it] Secondo uno studio commissionato da Greenpeace, il 45 per cento degli utenti potrebbe raggiungere l’autonomia energetica, coprendo il 45 per cento di tutta la domanda di energia dell’Unione europea. In Italia, la quota di autonomia potrebbe essere del 40 per cento MILANO – L’inarrestabile crescita delle rinnovabili non sta soltanto accellerando il minor utilizzo delle fonti fossili per la produzione di energia elettrica. Ma sta cambiando radicalmente anche i modelli di approvvigionamento, fino a ora basati su centrali di rilevanti dimensioni e sulla grandi utility. Lo rivela uno studio commissionato da Greenpeace, secondo cui entro il 2050 un cittadino su due dell’Unione europea (pari a 264 milioni di persone) potrebbe produrre da sè l’energia che gli è necessaria e magari rivendendone sul mercato una parte. Se si raggiungesse questa quota, l’autoproduzione potrebbe coprire fino al 45 per cento della domanda di tutta la Ue. Gli energy citizens. Proprio per monitorare un fenomeno in forte crescita in tutta Europa grazie ai minori costi degli impianti fotovoltaici e l’ingresso del mini-eolico sul mercato, Greenpeace ha incaricato il centro CE Delft, specilizzato nelle tematiche ambientali, di capire le prospettive dell’energia autoprodotta. Gli esperti del centro olandese hanno prodotto un documento secondo cui – con l’opportuno quadro normativo – i cosidetti citizen energy saranno i protagonisti del mercato. Con questo termine non si intendono soltanto le utenze domestiche, ma il concetto va allargato anche alle piccole e medie imprese, considerate fino a 50 dipendenti, nonché agli edifici pubblici. I cittadini vanno considerati sia come singoli sia come partecipanti a consorzi e progetti collettivi. Svezia e Lettonia in testa. Secondo il centro di ricerca Ce Delft, la crescita dell’autoproduzione potrebbe coprire il 19 per cento della domanda di energia nella Ue entro il 2030, per poi salire al 45 per cento al 2050. L’apporto dei singoli stati è ovviamente differenziato: in testa troviamo la Svezia, che già da tempo si è data obiettivi sulle rinnovabili ancora più sfidanti di quelli stabiliti da Bruxelles: al 2050, nel paese scandinavo i cittadini autosufficienti potrebbero essere il 79 per cento. Mentre potrebbe essere la Lettonia la nazione dove l’energia autoprodotta coprirà la quota più alta della domanda complessiva, con un dato dell’83 per cento. Sempre al 2050, è già possibile calcolare l’apporto dei diversi soggetti alla torta complessiva di energia autoprodotta. Fatto 100 il totale, per il 37 per cento sarà coperta da progetti collettivi e cooperative, le Pmi daranno un contributo del 39%, gli impianti domestici del 23 per cento, mentre rimarrà praticamente ininfluente il peso degli edifici pubblici, con soltanto un 1 per cento. E l’Italia? Secondo il documento di Greenpeace, “si prevede che nel 2050, 2 italiani su 5 contribuiranno alla produzione di energia”. mentre la domanda di energia potrebbe essere coperta per il 34 per cento del totale. In quanto alla suddivisione tra le varie categorie, in Italia il contributo più significativo arriverà dagli impianti domestici e dalle cooperative, entrambe con una quota del 27 per cento, mentre il 25 per cento sarà delle Pmi e – anche in questo caso – gli edifici pubblici copriranno solo un misero 1 per cento. I dati inferiori alla media Ue dipendono – secondo Greenpeace dai provvedimenti degli ultimi governi che “stanno disincentivando il consumo e la produzione di energia”. In...
read moreSpagna, siccità e inquinamento: a rischio il parco nazionale di Doñana
[di Antonio Cianciullo su repubblica.it] La riserva andalusa, considerata Patrimonio dell’umanità, ha perso l’80% delle sue fonti di acqua a causa della bonifica di paludi, agricoltura intensiva e inquinamento da parte dell’industria mineraria ROMA – Lo status di parco non è più uno scudo sufficiente: l’onda del cambiamento climatico rischia di travolgere i presidi della natura tutelata. Anche perché spesso i danni prodotti dalla cattiva gestione globale delle risorse (gas serra derivanti dal sovrasfruttamento dei combustibili fossili) sono moltiplicati dalla cattiva gestione locale delle risorse (abusivismo edilizio, pozzi e cave illegali). La Spagna potrebbe essere il primo paese a inserire un’area protetta nell’elenco dei luoghi in pericolo. L’allarme è stato fatto scattare dallo studio “Salvare Doñana: dal pericolo alla prosperità”, prodotto per il Wwf da Dalberg Global Development Advisors. Il Parco nazionale di Doñana, alla foce del Guadalquivir, in Andalusia, è un paradiso di 540 chilometri quadrati che ospita 4 mila specie, 6 milioni di uccelli migratori tra cui fenicotteri, aironi, gru e una tra le specie europee più minacciate, la lince iberica. Ora potrebbe essere inserito nella lista Unesco dei siti del Patrimonio mondiale dell’umanità in pericolo perché rischia di prosciugarsi completamente. L’agricoltura intensiva e le modificazioni dell’alveo del fiume hanno già ridotto dell’80% il patrimonio idrico di questa area umida. Nonostante i vari accordi internazionali che dovrebbero proteggerla (sito Ramsar, sito Natura 2000, riserva della Biosfera dall’Unesco, Patrimonio dell’umanità), sono stati contati 1.000 pozzi senza autorizzazione e 3.000 ettari di allevamenti illegali. Inoltre ci sono i rischi legati alle attività di estrazione. Un incidente in una miniera vicina 20 anni fa provocò il rilascio di 5 milioni di metri cubi di fanghi tossici e nei giorni successivi furono raccolte 30 tonnellate di pesci morti. La miniera fu chiusa e il tentativo di risanamento ambientale costò 380 milioni di euro, ma ora sono stati concessi nuovi diritti di estrazione. Inoltre l’area è stata dichiarata sito strategico di stoccaggio del gas e ci sono piani per un ulteriore dragaggio del fiume Guadalquivir. Pubblicato il 15 Settembre...
read moreUn mare di plastica
[di Silvia Boccardi su Qcode Mag, illustrazioni di Martina Antoniotti, tratto da KALEDATA è un blog che raccoglie infografiche disegnate a mano su temi di news e attualità] L’INQUINAMENTO DA RIFIUTI, CON INFOGRAFICHE DISEGNATE A MANO SU TEMI DI NEWS E ATTUALITÀ La plastica è il componente principale dei rifiuti prodotti dall’essere umano. Di tutti i rifiuti che si trovano sulle spiagge e nell’acqua, il 95% è plastica. Come l’uomo, la plastica è presente in tutto il mondo. La maggior parte dei rifiuti plastici si decompone molto lentamente o per nulla, soprattutto in mare dove la degradazione per effetto della luce solare (fotodegradazione) viene impedita dalla bassa temperatura dell’acqua e dallo strato di alghe che ricopre gli oggetti. Con una densità di rifiuti pari a 100.000 pezzi per km², il Mediterraneo è uno dei mari più inquinati al mondo. A maggio 2016, un REPORT ha calcolato che i 22 paesi che si affacciano sul Mediterraneo producono 361.000 tonnellate di rifiuti al giorno, di cui il 10% è plastica. Di questi, più del 2% finisce in mare per un totale di 731 tonnellate al giorno di plastica nelle nostre acque. Lo Stato che scarica più plastica nel mare è la Turchia, seguita, in ordine, da Spagna, Italia e Francia. Su scala mondiale, però, è più difficile per i ricercatori riuscire a stabilire il flusso di rifiuti di terra che finiscono in acqua. Lo studio più accurato sul tema è stato pubblicato l’anno scorso su Science e stima che su un totale di quasi 300 milioni di tonnellate di rifiuti plastici prodotti ogni anno nel mondo, tra i 4,8 e 12,7 finiscono nel mare. L’International Coastal Cleanup, iniziativa di Ocean’s Conservancy che promuove la pulizia delle spiagge volontaria a livello mondiale, ha rilevato che i rifiuti più comuni nel Mediterraneo nel 2014 erano principalmente cannucce, sacchetti e bottiglie di plastica, cotton fioc e mozziconi di sigarette. Se non venissero prese le misure cautelari necessarie in tempo, si calcola che entro il 2025 i quantitativi di rifiuti in mare potrebbero aumentare di 2,7 volte, secondo un recente REPORT delle Nazioni Unite. Entro il 2050 il 99% degli uccelli marini avrà ingerito almeno uno di questi rifiuti e ci sarà PIÙ PLASTICA IN MARE CHE PESCI. Reti, boe, trappole, ami da pesca persi o abbandonati rappresentano la più grande minaccia per la fauna marina: sono in moltissimi infatti tra pesci, mammiferi e uccelli a rimanerci intrappolati. I sacchetti di plastica rappresentano un altro pericolo in quanto vengono spesso scambiati per cibo dalle tartarughe, seguiti da posate di plastica, tappi di bottiglia, palloncini e mozziconi di sigarette, che impattano principalmente sulla fauna selvatica. SI CALCOLA che la plastica presente negli oceani uccida 1 milione di creature marine ogni anno. A gennaio 2016, 29 CAPODOGLI sono stati trovati arenati sulle coste del Mare del Nord, una zona troppo poco profonda per questo tipo di mammiferi. Secondo un COMUNICATO STAMPA del Parco Nazionale del mare di Wadden in Schleswig-Holstein, alcune balene avevano lo stomaco iper-disteso per aver ingerito oltre 100 sacchetti di plastica, 13 metri di rete da pesca, un pezzo di un’automobile di 70 cm e altri rifiuti. Lo STUDIO più completo sul tema degli effetti dell’inquinamento marino sulla fauna acquatica è stato realizzato pochi mesi fa da due ricercatori della Plymouth University che hanno...
read moreDiesel e benzina? Veleni legali. La denuncia: “Compagnie svizzere inondano l’Africa di carburanti tossici”
[di Elena Boromeo su ilfattoquotidiano.it] L’accusa arriva dalla ong elvetica Public Eye, che ha pubblicato il report “Dirty Diesel” in cui rende noti i risultati delle analisi condotte su carburanti prelevati in otto Paesi dell’Africa occidentale: i campioni analizzati “presentano una quantità di zolfo fino a 378 volte quella consentita in Europa” Alcune grandi compagnie svizzere specializzate nel trading di materie prime “stanno inondando l’Africa di carburanti tossici”. Vendendo a Paesi come Angola, Senegal, Ghana, Costa d’Avorio, Congo e altri diesel e benzina che in Europa sarebbero illegali per via dell’alta concentrazione di sostanze nocive. L’accusa arriva dalla ong elvetica Public Eye, che lo scorso 14 settembre ha pubblicato il report “Dirty Diesel”, in cui tra le altre cose rende noti i risultati delle analisi condotte su carburanti prelevati in otto Paesi dell’Africa occidentale: i campioni analizzati “presentano una quantità di zolfo fino a 378 volte quella consentita in Europa”, a cui si aggiungono altri potenti inquinanti come il benzene e i policiclici aromatici “in concentrazioni che non sarebbero mai consentite in carburanti europei o statunitensi”. Nei Paesi occidentali è ormai noto che lo zolfo, con i suoi composti derivati dalla combustione (tra cui l’anidride solforosa) è uno dei principali agenti inquinanti dell’aria, mentre il benzene e altri componenti del petrolio sono cancerogeni. In Africa, tuttavia, gli standard dei carburanti non sono stati adeguati a queste nuove conoscenze e ciò consente alle compagnie occidentali, con il placet dei governi locali, di continuare a produrre carburanti “di qualità africana” (come vengono definiti dai trader) a basso costo. “Incrementando l’inquinamento dell’aria, i carburanti con alta concentrazione di zolfo hanno conseguenze dirette sulla salute delle persone”, afferma l’organizzazione. Sotto la lente di Public Eye sono finiti giganti del trading petrolifero come Trafigura (presente nelle pompe di benzina africane con i marchi Puma, Pumangol, Gazelle e Ubi), Vitol (che possiede il brand Vivo Energy insieme alla Shell), Oryx e Lynx Energy, e più lateralmente anche Glencor, Mercuria e Gunver. Si tratta di compagnie che nella maggior parte dei casi hanno sede legale in Svizzera e bracci operativi nella cosiddetta zona “ARA” (Amsterdam, Rotterdam, Anversa), dove è incentrata l’attività di produzione ed export. Come riporta la ong, un ente regolatore britannico ha definito queste compagnie the known unknowns, le “note sconosciute”, per via dell’opacità che caratterizza il settore in cui operano. L’inchiesta ha preso le mosse dal disastro ambientale della Probo Koala, la nave operante per conto di Trafigura, che la sera del 19 agosto 2006 ha scaricato nel porto di Abidjan, in Costa d’Avorio, più di 528 tonnellate di scorie tossiche provenienti dalla lavorazione del petrolio. “Come tutti quanti, ci siamo concentrati sulle scorie che avevano causato una catastrofe sanitaria”, spiega la ong di Zurigo nel suo report, ricordando i 15 morti e le 100mila persone che si sono ammalate più o meno gravemente in seguito al disastro. Ma dopo Probo Koala un’importante questione rimaneva aperta: cosa ne è stato di quella benzina? Partendo da questa domanda, l’organizazzione ha provato, nell’arco di tre anni, a ricostruire la mappa dei traffici dei carburanti venduti dalle cosiddette commodity trading companies, cioè compagnie di commercio di materie prime, ai Paesi africani. Uno degli aspetti più allarmanti, secondo Public Eye, è il fatto che le stesse società non si limitano a comprare e rivendere il carburante, ma...
read moreContinuiamo a contrastare il “Trattato Nosferatu”
[di Marco Schiaffino su italia.attac.org] Sarà che sono interista e ho ancora in mente un fatidico 5 maggio, sarà che sono cresciuto negli anni ’80 e ho in mente i film horror in cui il cattivo sembra morto per poi rispuntare armato di machete alle spalle della protagonista, ma io del “decesso” del TTIP non mi fido. Le dichiarazioni dei ministri francese (prima) e tedesco (poi) rappresentano certamente un’ottima notizia, ma non vanno molto al di là di certificare quello stallo di cui siamo tutti consapevoli da anni. Certo, se il ministro dell’economia tedesco Sigmar Gabriel avesse detto “ci siamo resi conto che il TTIP è una monumentale idiozia e che non fa gli interessi dei cittadini ma solo delle multinazionali” la cosa sarebbe diversa. Al momento, però, la crisi dei negoziati è dovuta a due fattori che non sono per nulla risolutivi. Il primo è il fatto che le parti, in perfetta logica da bottegai, non riescono a trovare un accordo che illuda entrambi di aver fatto un buon affare, o per lo meno non riescono a spuntare condizioni che possano sbandierare di fronte ai rispettivi sponsor per definire il TTIP un “successo”. Il secondo è il fatto che buona parte delle “resistenze” al trattato non sono affatto genuine. Diciamocelo: ai membri del governo di Francia e Germania (gli unici ad aver dichiarato pubblicamente qualche perplessità sul trattato) il TTIP andrebbe benissimo. L’unico problema che hanno è che esiste una cosa chiamata “opinione pubblica” che negli ultimi 3 anni ha dato retta a una cosa chiamata “movimenti” che hanno spiegato loro perché il trattato fa schifo. E siccome quella cosa chiamata “opinione pubblica” ha il brutto vizio di condizionare i risultati elettorali, Merkel e Hollande non se la sentono di prenderla a calci in faccia. Fosse per loro, diciamocelo, l’ISDS non sarebbe un grosso problema. La clausola che permette alle aziende di fare causa a un governo se promulga una legge che “disturba” i loro affari (magari per tutelare sciocchezze come la salute dei cittadini, l’ambiente o i diritti dei consumatori) sarebbe promossa come un ottimo strumento per garantire la crescita dell’economia e, ancor meglio, una ghiotta occasione per crearsi un alibi spendibile in futuro quando quella cosa chiamata “opinione pubblica” dovesse chiedere loro conto delle politiche che portano avanti. Se oggi Francia e Germania dichiarano “morto” il TTIP, quindi, non è per una sincera convinzione riguardo il fatto che il trattato non fa gli interessi dei loro cittadini. È solo per interesse. Tanto più che gli stessi governi portano avanti trattati come il CETA (l’accordo col Canada che ha caratteristiche pressoché identiche al TTIP) e il TISA, l’accordo sui servizi che prevede politiche ancora più sbilanciate verso una visione neoliberista. È questo il motivo per cui la campagna Stop TTIP non può e non deve abbassare la guardia. Nel quadro attuale, il successo non può portarci ad abbandonare la lotta, ma a rilanciare per fare in modo che l’opposizione ai trattati di libero scambio e il conseguente tentativo di scippo di democrazia portato avanti dai poteri finanziari diventi una lotta ampia e condivisa. Da tutti. Pubblicato il...
read moreLa resistenza dei Sioux contro i cowboy del petrolio
[di Tiziana Barillà su left.it] A cavallo, con le facce dipinte di nero e giallo, i Lakota Hunkpapa, discendenti diretti di Toro Seduto, combattono contro i nuovi cowboy dell’energia fossile e le loro infrastrutture. «Questa è la terra dove sono sepolti i nostri antenati. E in un solo giorno di lavori questa terra sacra è stata trasformata in un buco». La tribù Sioux non esita a definire “resistenza” la lotta contro l’oleodotto sotterraneo in North Dakota e chiama a raccolta tutte le altre tribù proponendosi di ospitare il National Powwow, il raduno annuale dei capi. Accampati da gennaio 2016 nel Sacred Stone Camp, nel bel mezzo della riserva dove il progetto prevede il passaggio dell’oleodotto, attendono che il giudice stabilisca se i lavori vanno sospesi oppure no. L’udienza si terrà il 9 settembre, intanto si susseguono le proteste e gli scontri: finora si contano più di 20 arresti, dal momento in cui lo sceriffo Kyle Kirchmeier ritiene che la protesta sia illegale. E mentre gli ambientalisti affiancano i nativi d’America nel tentativo di bloccare i cantieri e presidiando la zona, il governatore Jack Dalrympe ha dichiarato lo stato di emergenza per motivi di pubblica sicurezza. La compagnia petrolifera Energy Transfer, partner del Texas, ha scelto quelle terre sacre per costruire il Dapl (Dakota Access Pipeline): un oleodotto sotterraneo di 1.900 chilometri che dovrebbe sbucare in Illinois. Per realizzarlo si spenderanno circa 3,7 miliardi di dollari. In caso di guasto o rottura della condotta, il rischio va ben oltre la profanazione delle terre sacre ai Sioux: un incidente potrebbe inquinare le falde del Missouri e quindi compromettere i rifornimenti idrici della popolazione locale. Perciò, spiegano i contestatori, la realizzazione del Dapl è in aperta violazione al Trattato di Fort Laramie del 1868, in cui il governo americano si impegnava a «garantire per sempre l’utilizzo indisturbato delle risorse idriche» ai nativi. Eppure, non appena l’Army Corps of Engineers (il Genio miltare) ha dato il via libera al progetto, i lavori hanno preso il via, sotto la protezione della polizia statale e dello sceriffo. «Solo quando avrete inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero e pescato l’ultimo pesce, solo allora vi accorgerete di non poter mangiare il denaro accumulato nelle vostre banche», avverte la saggezza dei nativi. E c’è già chi dice che questa potrebbe essere il primo banco di prova per gli Stati Uniti che ratificando in queste stesse ore l’accordo sul clima di Parigi hanno promesso di cambiare rotta. Pubblicato il...
read more[by Nora on Upside-Down] In a space when rivers meet the sea, and the hungry tides wash the lands in continuous rhythm, fishing seems to be the only alternative to survive in the hostile landscape that creates what today is known as the Sundarbans. But when tradition meets modernity, and the rule of conservation overcome the rituals and the customs of the forest dwellers, a conflict between people and state, human and animal arise in a very violent way in one of the most complex landscape of the world. Sundarban is the immense archipelagos that lay between the sea and the land of Bengal, separated by national borders into India and Bangladesh side. The Indian Sundarbans stretches for more than three hundred kilometers, from the Hoogly river on the west to the Meghna river on the east, shaped by the biggest delta of the holiest river in the world, the Ganga. This hostile but beautiful place, home of one of the largest mangrove forest of the world got declared as Bengal Tiger Reserve in 1973 and is a UNESCO World Heritage Centre since 1987. This famous place has attracted the attention of many wildlife enthusiasts, bringing the safeguards of species and the ecosystem in the forefront. The Bengal Tiger, the real protagonist of the place is protected and celebrated as the king of the Sundarbans, turning this harsh land into a famous touristic attraction, but also a violent conflict zone between people and state, human and tigers. The entire area hosts an almost forgotten population of about 4.5 million people, living in scattered, often remotely located islands, with poor access to basic facilities such as health, education, roads, sanitation, potable water and electricity. Over the past two decades, once the mangrove forest became recognized as a protected area, the islanders started to loose access to their natural resources essential for their livelihood. As the salinity of the soil and the high possibilities of floods and storms renders agriculture unreliable or even impossible, fishing remained one of the most important sources of livelihood for the majority of people in the Sundarbans. But a new series of regulation and conservation policies, seem to have put under serious threat the same existence of the inhabitants of the Sundarbans As a result, fishing has become to be one of the most controversial activities forcing thousands of people to poverty and austerity. Around 80% of the 4.5 million inhabitants of Sunderban depend on fishing for a source of livelihood. The most controversial regulation is the restriction of boats that have the right to fish in Sundarbans waters. Anukul Chandra Das, a fisherman from Sonagaon village from the main island of Gosaba, tells me about the debate around the Boat Licensing Certificates (BLC), the document that authorizes fishing activities. “I do not possess myself any BLC, hence to go fishing I need to rent it out for a price of about 30.000 or 32.000 per year. However, the number of BLCs are not enough for all of us and most of the people are struggling to go fishing, an activity which is crucial for our survival”. 923 licenses were issued in 1973 for the Sundarban Tiger Reserve area of 892.38 square kilometres, of which only 713 remain active – many permits lie obstructed in forest range offices...
read moreUn decimo dei territori selvaggi spazzati via dagli anni ’90 ad oggi
[ di Redazione Wired] Il pianeta è sempre meno selvaggio e negli ultimi vent’anni la riduzione delle aree incontaminate ha visto un’accelerata prepotente: lo afferma uno studio pubblicato su Current Biology e i cui risultati sono rilanciati dalla statunitense Wildlife Conservation Society. Secondo le stime dello studio, condotto da un team di studiosi principalmente australiani della University of Queensland, 3,3 milioni di chilometri quadrati – circa un decimo del totale – sono andati persi a partire dai primi anni ’90, un fenomeno che ha interessato principalmente il Sud America (29,6%) e l’Africa (14%). Allo stato attuale rimarrebbero quindi poco più di 30 milioni di chilometri quadrati nella condizione selvaggia, localizzati per lo più in Nord America, Nord Africa e in Asia. Secondo i ricercatori, tuttavia, esistono ancora grandi aree contigue (perlopiù desertiche), caratterizzate da wilderness, di almeno 10mila chilometri quadrati, quindi blocchi decisivi e di grande rilevanza ma che pure devono fronteggiare il pericolo di una sostanziale e continua erosione. Se si guarda ai biomi, vale a dire le tipologie di ambienti terrestri caratterizzati da particolari condizioni di vegetazione e clima, dei quattordici presenti sul globo tre allo stato attuale non hanno un’area incontaminata globalmente significativa, perché negli ultimi vent’anni è continuato il processo di riduzione. Altri cinque biomi, hanno meno del 10% del totale di aree incontaminate. Se la comunità globale continua a darsi obiettivi sul clima, in particolare dal punto di vita della mitigazione, e poi lascia andare le aree naturali selvagge, ecco che si genera un forte cortocircuito, valido naturalmente anche per tutti i discorsi sulla conservazione delle specie. Le aree selvagge sono infatti fondamentali per diverse specie, in particolare quelle, ad esempio i grandi carnivori, che hanno un rapporto conflittuali con l’uomo e con quelle interessate da fenomeni migratori. Lo studio si spinge poi anche in altre considerazioni di marca più politica e meno ambientale, ribadendo come la mancanza del riconoscimento del tema specifico della natura selvaggia negli accordi globali, ma anche nella stessa politica locale, crei anche implicazioni negli stessi programmi di finanziamento internazionali, con un’allocazione delle risorse non sempre equa. Pubblicato il...
read moreI rifugiati fantasma senza diritto d’asilo: “Salviamo chi fugge dai disastri naturali”
[di Vladimiro Polchi su repubblica.it] Ogni anno sei milioni di persone emigrano a causa dei disastri ecologici. Gli esperti: “Saranno 250 milioni nel 2050, è l’emergenza del secolo” ROMA. Sei milioni di persone fuggono ogni anno dalle proprie case. Sono profughi “fantasma” senza tutele, né protezioni. Li chiamano “rifugiati ambientali”: uomini e donne invisibili alle leggi e alle convenzioni internazionali, vittime di calamità naturali e cambiamenti climatici. Entro il 2050 saranno 200-250 milioni. Peccato che la Convenzione di Ginevra non riconosca loro lo status di rifugiato: così oggi chi scappa dalla guerra può chiedere asilo, chi fugge da fame o sete resta senza diritti. I numeri sono impressionanti: secondo il Centre for research on the epidemiology of disasters, negli ultimi 20 anni sono state distrutte da catastrofi climatiche 87 milioni di case. Le migrazioni ambientali sono in gran parte migrazioni interne: solo nel 2015 il numero di sfollati per calamità naturali è stato 19,2 milioni in 113 diversi Paesi. L’ultimo caso è quello della Lousiana: nelle alluvioni del mese scorso sono state distrutte 60mila case. E i senzatetto sono stati più di 7mila. I rifugiati ambientali sono stati di recente anche al centro dell’attenzione del Papa: “I cambiamenti climatici contribuiscono alla straziante crisi dei migranti forzati. I poveri del mondo, i meno responsabili dei cambiamenti climatici, sono i più vulnerabili e ne subiscono gli effetti “, ha detto Francesco due settimane fa in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato. Lo straordinario aumento di sfollati e profughi, fra l’altro, è dovuto anche a conflitti scatenati da politiche di appropriazione di risorse. Dal dopoguerra a oggi, ben 111 conflitti nel mondo avrebbero tra le proprie radici cause ambientali. A questo popolo invisibile è dedicato il convegno internazionale “Il secolo dei rifugiati ambientali?”, organizzato da Barbara Spinelli, a Milano il 24 settembre (registrazione su rifugiatiambientali@ gmail.com). “Sono rifugiati ambientali quelli che sono costretti a fuggire da conflitti per l’accaparramento delle risorse idriche o energetiche – spiega Spinelli – come lo sono coloro che fuggono dalla desertificazione e dal collasso delle economie di sussistenza in seguito a crisi dell’ecosistema attribuibili a cause naturali o attività umane: land grabbing, water grabbing, processi di “villaggizzazione” forzata, che negli anni Ottanta causarono la morte di un milione di persone per carestia in Etiopia, e ancora inquinamento ambientale, smaltimento intensivo di rifiuti tossici, scorie radioattive risultanti da bombardamenti”. L’appello per una nuova Europa Il pericolo? È che questo popolo resti “trasparente” agli occhi delle leggi internazionali: né la Convenzione di Ginevra, né il Protocollo aggiuntivo del 1967 riconoscono lo status di rifugiato a chi fugge a causa di catastrofi ambientali. Svezia e Finlandia sono gli unici Paesi europei ad aver incluso i profughi ambientali nelle rispettive politiche migratorie nazionali. Secondo le principali ong, tra le azioni da intraprendere resta centrale il riconoscimento giuridico. “Questi flussi si aggiungono a quelli causati da guerre, persecuzioni politiche, religio- se o etniche, e talvolta vi si sovrappongono in modo inestricabile – sostiene ancora Spinelli – è pretestuoso e miope considerare queste popolazioni in fuga da condizioni invivibili alla stregua di migranti economici, tuttavia è esattamente ciò che fa la Commissione europea con il cosiddetto “approccio hotspot”, che istituisce due categorie di migranti: i profughi di guerra, ai quali viene riconosciuto il diritto di chiedere protezione internazionale, e...
read moreVersilia, due milioni dalla Regione per depurare il mare con disinfettante fuori norma
[di Veronica Ulivieri su ilfattoquotidiano.it] Si chiama acido peracetico ed è la soluzione tampone pensata dalle istituzioni per tenere a bada l’inquinamento proveniente da scarichi abusivi, fognature e depuratori inadeguati: verrà versato nel fosso dell’Abate a Camaiore e Viareggio e nei fossi Motrone e Fiumetto a Pietrasanta per neutralizzare i batteri fecali. Scettica, però, l’Agenzia per la protezione ambientale della Toscana. Considerati non prioritari, invece, la costruzione di nuove fogne e l’aumento di capacità dei depuratori. Quasi 2 milioni di euro di soldi regionali, e quindi dei cittadini, per sversare in tre fossi che sfociano in mare un disinfettante chimico “ammazza-inquinamento”. In Versilia, dove negli ultimi 40 anni non si è mai smesso di parlare di reflui fognari che finiscono direttamente nei corsi d’acqua, l’acido peracetico è l’ultima spiaggia. O, se la si vuole guardare da un altro punto di vista, l’ultimo di una serie di interventi tampone con cui negli anni si è cercato di tenere a bada la sporcizia proveniente da scarichi abusivi e fognature e depuratori inadeguati. Senza mai risolvere il problema alla radice. Così, sulla costa toscana del turismo vip (qui si trovano anche Viareggio e Forte dei Marmi), che ogni estate è alle prese con i divieti di balneazione temporanei legati ai livelli di batteri fecali fuori norma, si sono succeduti il cloro, i grossi tubi per spargere le acque sporche in mare aperto, il vizio di qualche sindaco di non imporre lo stop ai bagni anche in presenza di dati chiari di contaminazione, e alla fine l’acido peracetico, utilizzato nella cittadina versiliese di Pietrasanta fin dal 1998. Dove tra l’altro, come certifica l’Agenzia per l’ambiente della Toscana (Arpat), “i superamenti dei limiti previsti dalle leggi vigenti (per la concentrazione di batteri fecali, ndr), che determinano i divieti di balneazione, si sono verificati anche quando quei trattamenti venivano effettuati”. Nonostante questo, il peracetico sarà presto al centro di una nuova sperimentazione finanziata con soldi regionali nel fosso dell’Abate a Camaiore e Viareggio e nei fossi Motrone e Fiumetto sempre a Pietrasanta. In un’atmosfera che il sindaco di Camaiore Alessandro Del Dotto, capofila del progetto di sperimentazione, definisce da “crisi di coscienza tra la necessità di salvaguardare l’ambiente e quella di salvaguardare la salute”. A cui va aggiunto un terzo fattore: la tutela dell’economia del turismo, incarnata qui da schiere di balneari imbufaliti a cui si sono aggiunti negli ultimi tempi anche alcuni pescatori preoccupati di ulteriori impatti su una rete già di per sé sempre più vuota. Progetto “prioritario” ma ancora fermo dopo due anni – Per mettere fine agli allarmi che tornano ogni estate, dopo stanziamenti anche ministeriali precedenti, a fine agosto 2014 la Regione ha siglato con una serie di enti, tra cui i Comuni dell’area, un accordo da 38,6 milioni di euro. Il documento, però, già a un primo sguardo risulta curioso. Tra le “azioni prioritarie di immediata attivazione”, infatti, non ci sono gli interventi per adeguare le fognature e aumentare la capacità di depuratori, derubricati nella sezione “altre azioni”, ma solo gli altrettanto importanti controlli su scarichi abusivi e commistioni tra rete bianca e nera (all’origine di molte contaminazioni) e la famosa sperimentazione per “l’abbattimento della carica batterica” nei tre fossi. Che doveva essere sì prioritaria e di immediata realizzazione, ma a oltre due anni dalla firma dell’accordo non è...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.