CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Unep: la salute di centinaia di milioni di persone a rischio per il crescente inquinamento dell’acqua

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Unep: la salute di centinaia di milioni di persone a rischio per il crescente inquinamento dell’acqua

[di greenreport.it] In occasione della World Water Week l’Unep ha presentato il rapporto “A Snapshot of the World’s Water Quality: Towards a global assessment” nel quale si sottolinea che «L’inquinamento dell’acqua è in aumento in tre continenti, centinaia di milioni di persone corrono di conseguenza il rischio di contrarre delle malattie mortali come il colera o il tifo». Secondo l’United Nations environment programme «L’aumento inquietante dell’inquinamento delle acque superficiali in Asia, in Africa e in America Latina minaccia anche le risorse vitali e nuoce all’economia di queste tre regioni. Se l’accesso a un’acqua di qualità diventa più difficile, l’inquinamento dell’acqua minaccia di accentuare le ineguaglianze, particolarmente tra le popolazioni più vulnerabili: le donne, i bambini e i poveri». Jacqueline McGlade, responsabile scientifica dell’Unep, evidenzia che «La quantità crescente di reflui urbani rigettati nelle acque di superficie è un fenomeno molto inquietante. L’accesso a un’acqua di qualità è essenziale per la salute umana e per lo sviluppo umano. Questi due aspetti sono in pericolo se non riusciamo a mettere fine all’inquinamento. Fortunatamente, è possibile ripristinare i fiumi già fortemente inquinati e disponiamo di tempo sufficiente per evitare la contaminazione di nuovi fiumi. E’ essenziale che la comunità internazionale si unisca per lottare contro questa crescente minaccia». Le ragioni di questo preoccupante inquinamento idrico in Asia, Africa e America Latina sono molteplici: crescita demografica, aumento dell’attività economica, intensificazione continua dell’agricoltura e della quantità delle acque nere. Il rapporto Unep evidenzia che «In questi tre continenti, tra il 1990 e il 2000, l’inquinamento microbiologico è aumentato in più del 50% dei tratti di fiume. Quanto all’inquinamento salino, è aumentato di circa il 33%. L’inquinamento è dovuto alla presenza di agenti patogeni il cui aumento proviene soprattutto dall’ampliamento dei sistemi fognari che scaricano reflui non depurati nei corpi idrici superficiali. In America Latina sono inquinati un quarto dei corsi dei fiumi, in Africa tra il 10 e il 25%, in Asia la metà. L’Unep ricorda che «In alcuni Paesi, più del 90% della popolazione dipende dalle acque superficiali come principale fonte d’acqua potabile. Queste acque, utilizzate per cucinare, per irrigare le coltivazioni, e per lo svago, quando sono inquinate rappresentano una minaccia per la salute umana. Circa 3,4 milioni di persone muoiono ogni anno per malattie legate alla presenza di agenti patogeni agents nell’acqua, come il colera, il tifo, le epatiti infettive, la polio, la criptosporidiosi, l’ascaridiasi e le malattie diarrotiche. La maggioranza di queste malattie sono dovute alla presenza di rifiuti di origine umana nell’acqua». L’Unep stima che «Fino a 25 milioni di persone corrono il rischio di essere infettate da queste malattie in America Latina, 164 milioni in Africa e 134 milioni in Asia. La soluzione non è quindi quella di costruire più sistemi fognari, ma di trattare le acque reflue». Un inquinamento organico pesante si presenta quando delle grandi quantità di composti organici scomponibili vengono scaricati in un corpo idrico e questo fenomeno colpisce ormai un Km su 7 dei fiumi latinoamericani, africani e asiatici. Alla fine questo inquinamento provoca l’anossia dei corpi idrici e diventa così una seria minaccia per la pesca di acqua dolce, la sesta fonte più importante di proteine animali per l’uomo, che da lavoro a 21 milioni di pescatori e produce 38,5 milioni di posti di lavoro diretti e indiretti nei Paesi in via di...

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In America Latina è finita la stagione dei governi di sinistra

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In America Latina è finita la stagione dei governi di sinistra

[di Bernard Guetta su internazionale.it] È un grande riflusso e la destituzione della presidente brasiliana, avvenuta il 31 agosto, è solo l’ultimo dei segnali. In Brasile, il Partito dei lavoratori di Dilma Rousseff e Lula ha perso il potere dopo tredici anni ai comandi del paese, ma è tutta l’America Latina a registrare un arretramento della sinistra. A novembre il liberista Mauricio Macri ha vinto le elezioni in Argentina scalzando la sinistra di Nestor e Cristina Kirchner. In Bolivia Evo Morales ha perso il referendum che gli avrebbe permesso di puntare a un quarto mandato. In Ecuador Rafael Correa ha dovuto rinunciare a presentarsi per un terzo mandato perché le sue possibilità di vittoria erano ridotte al lumicino. La sinistra venezuelana perde terreno in un caos inestricabile, rifiutando di farsi da parte malgrado la sua estrema impopolarità. Oggi in America Latina sono rimasti solo otto paesi governati dalla sinistra, mentre erano ben quindici alla fine degli anni novanta, al culmine dell’onda rossa latinoamericana.   Cocktail mortale Siamo alle prese con un’inversione di tendenza causata principalmente da tre fenomeni: il calo del prezzo delle materie prime, il logorio del potere e della democrazia e l’alternanza democratica. Dilma Rousseff non ha torto a definire la sua destituzione come un colpo di stato parlamentare, perché l’alterazione dei conti pubblici di cui è accusata è un concetto estremamente soggettivo. Come per il bilancio di un’azienda, ci sono molti modi di leggere e presentare i conti di un paese. L’argomento è soggetto a polemiche in tutti i paesi del mondo, ma i parlamentari brasiliani non avrebbero mai osato destituire la presidente se Rousseff non avesse perduto la sua aura. La riduzione delle entrate pubbliche dovuta al calo della domanda cinese ha portato gli elettori a cercare altre soluzioni Il Partito dei lavoratori ha sottratto decine di milioni di brasiliani alla povertà e ha cavalcato uno spettacolare boom economico. Durante la sua gestione il Brasile è entrato nei ranghi dei paesi emergenti, ma il rallentamento dell’economia cinese ha colpito l’economia brasiliana in pieno, proprio nel momento in cui si moltiplicavano le rivelazioni sul coinvolgimento dei dirigenti del partito di Lula negli scandali di corruzione. Questo cocktail mortale ha avvelenato Dilma Rousseff, e lo stesso processo è in atto in tutti i paesi latinoamericani che erano governati dalla sinistra. Non sempre ci sono stati problemi di corruzione, ma ovunque la riduzione delle risorse pubbliche dovuta al calo della domanda cinese ha portato gli elettori a cercare altre soluzioni rispetto a quelle della sinistra, che aveva scommesso con successo sulla redistribuzione delle risorse. Dopo la politica della domanda è arrivata la politica dell’offerta, con il cavallo di battaglia dell’aiuto alle industrie. Francia in testa, l’Europa conosce bene questo dibattito. In America Latina è il momento della destra, ma la grande novità è che le destre latinoamericane sono ormai democratiche e non più legate agli eserciti golpisti. Pubblicato il 2 settembre...

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Viaggio nella foresta amazzonica dove la solitudine non esiste

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Viaggio nella foresta amazzonica dove la solitudine non esiste

[di Marina Forti su internazionale.it] I puntini sulla mappa hanno nomi come Nueva Esperanza, Nuevo Destino, Nueva Patria. Oppure El Porvenir (“l’avvenire”), o ancora nomi di santi, perfino un ottimista Nuevo Paris. Sono villaggi sparsi intorno alla cittadina di Pucallpa, nell’Amazzonia peruviana, tra canali e lagune formati dal fiume Ucayali – che poi è il Rio delle Amazzoni, che per una buona metà scorre in Perù. Qui però è indicato con altri nomi: Urubamba quando scende dalle Ande sotto a Cuzco, Ucayali quando ha raggiunto la pianura, infine Amazonas ma solo centinaia di chilometri più a valle, dopo la fusione con il fiume Marañon.   Insomma: siamo nella parte più occidentale e remota del bacino amazzonico; da qui il fiume percorrerà ancora più di cinquemila chilometri prima di raggiungere l’oceano Atlantico.   Alla fine dell’ottocento Pucallpa era solo una missione francescana sperduta nella selva. Poi sono arrivati i caucheros, avventurieri che hanno accumulato fortune mandando i nativi a estrarre il caucciù (sì, come Fitzcarraldo, ma la realtà era meno romantica e più violenta): è stato il primo sfruttamento “industriale” dell’Amazzonia. Poi sono arrivati imprenditori in cerca di legno pregiato.   Il fiume della speranza   Nel 1945 è arrivata anche la strada, l’unica che collega Lima all’Amazzonia scavalcando le Ande. Così Pucallpa è diventata una piccola città: oggi conta 220mila abitanti, alcune vie asfaltate, il mercato, le scuole, ed è il primo porto fluviale con un regolare servizio di traghetti per navigare a valle (cioè verso nord). Un crocevia di commercio, passaggio di tagliatori di legname (spesso di frodo), imprenditori, avventurieri, missionari, nativi. E poverissimi contadini meticci arrivati dalle Ande o dalla costa in cerca di fortuna: per questo i villaggi dell’Amazzonia si chiamano destino, speranza, avvenire.   “Abbiamo l’essenziale. E una guida esperta, buon conoscitore della natura e degli umani della zona”   All’alba di un giorno di luglio partiamo in direzione di quei puntini. Eccoci a Puerto Callao, sul lago di Yarinacocha che in realtà è una laguna dell’Ucayali appena a nord di Pucallpa. Voltiamo le spalle a un “lungolago” di ristorantini popolari, piccoli negozi di generi vari, e alcuni bar con verande e nomi esotici.   Nella stagione delle piogge il lago sale fin qui, ma ora è in secca e bisogna scendere una lunga scarpata fino all’imbarcadero, cioè le barche tirate in secca e qualche passerella di legno per non scivolare sulla sponda argillosa. Ci facciamo largo tra il vociare dei venditori di pesce e i richiami dei barcaioli che fanno la spola tra le località del lago. Infine eccoci sulla Normita, barca dalla sagoma allungata, con una tettoia a dare ombra e un motore peki-peki, con l’elica retta da un’asta che permette di sollevarla quando il fondale è troppo basso. Abbiamo l’attrezzatura essenziale: tenda-zanzariera, acqua potabile, vettovaglie, carburante, fornellino, lampada a petrolio e qualche torcia. E una guida esperta, buon conoscitore della natura e degli umani della zona.   Attraversato il lago passiamo il villaggio San Francesco, fondato da un padre francescano con nativi shipibo “riscattati” dai caucheros. Imbocchiamo un canale che taglia verso il rio Ucayali. È solo un fiumiciattolo fangoso, ma c’è un intenso traffico, barche collettive, chiatte cariche di merci, canoe. Sulle sponde si intravede a volte una coltivazione di banani, un orto, magari una canoa, segno che dietro c’è un...

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In Cina tassa ambientale e standard più rigidi contro gli inquinanti

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In Cina tassa ambientale e standard più rigidi contro gli inquinanti

[di greenreport.it] Tasse su inquinanti atmosferici e rifiuti e limiti per le emissioni di navi, moto e auto ibride. Il governo centrale cinese ha presentato in prima lettura all’Assemblea popolare nazionale un progetto di legge sulla tassa ambientale, effettuando un passo in avanti verso un’imposta nazionale su diversi inquinanti prodotti dalle attività commerciali. L’agenzia ufficiale Xinhua spiega che «Questo progetto di legge propone delle tasse da 350 yuan (52 dollari) à 11.200 yuan al mese per i diversi rumori industriali, di fronte ai livelli di decibel eccessivi. Fissa anche tasse da 1,2 yuan per una data quantità di inquinanti atmosferici, di 1,4 yuan per una data quantità di inquinanti dell’acqua, così come delle tasse comprese tra i 5 e i 1.000 yuan per ogni tonnellata di ogni sorta di rifiuti solidi». Per esempio: gli inquinatori dovranno pagare 1,2 yuan per l’emissione di 0,95 kg di anidride solforosa e 1,4 yuan per l’emissione di 100 g di petrolio nell’acqua. Il ministro delle finanze Lou Jiwei ha detto che nella lista contenuta nel progetto di legge non compare l’anidride carbonica e ha aggiunto che «Le tasse potrebbero essere ridotte della metà se le emissioni dei contribuenti fossero inferiori alla metà dello standard nazionale». Attualmente la Cina non ha tasse sugli inquinatori ma percepisce “costi delle emissioni inquinanti” i cui tassi sono uguali o inferiori a quelli previsti dal nuovo progetto di legge. Secondo il Comitato per gli affari finanziari ed economici dell’Assemblea popolare nazionale, «La legge potrebbe colmare le lacune dell’attuale sistema, come l’applicazione inadeguata e l’ingerenza amministrativa , il che contribuirà alla ristrutturazione economica in corso in Cina». Il governo cinese ha pubblicato anche 5 nuovi standard per limitare alcuni dei maggiori inquinanti Xinhua scrive che «Questo dovrebbe permettere di ridurre di più della metà le emissioni delle industrie interessate». I documenti sono stati pubblicati congiuntamente dal ministero della protezione dell’ambiente e dall’Amministrazione generale dello Stato per il controllo della qualità, l’ispezione e la quarantena che spiegano che «Comprendono dei limiti per le emissioni dei motori delle navi, delle moto e delle auto elettriche ibride, così come dei limiti riguardanti le emissioni delle industrie della soda caustica e del cloruro di polivinile» Rispetto agli attuali standard cinesi, «La richiesta chimica di ossigeno nelle acque reflue, per le particelle di idrocarburi nei gas di scarico, il cloruro di vinile monomero e gli idrocarburi non metanici sarà ridotta del 77%, 51%, 72% e 58%, stabilendo nuovi standard», si legge in un comunicato del ministero della protezione dell’ambiente cinese, che precisa inoltre che questi nuovi standard «si inscrivono nel quadro delle misure destinate a mettere in opera i piani di azione per la prevenzione e il controllo dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua. Dovrebbero anche stimolare la trasformazione e la modernizzazione industriale». Pubblicato il 2 settembre...

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Panama Papers, mega tangenti Eni: ecco i documenti

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Panama Papers, mega tangenti Eni: ecco i documenti

[di Paolo Biondani e Leo Sisti su espresso.republica.it] Le carte che rivelano il fiume di soldi versati dal gruppo italiano ai familiari di un ministro algerino e ai politici nigeriani ?corrotti. È la mazzetta più grande della storia: 1,5 miliardi di dollari Il tesoro delle tangenti africane nel cuore degli Stati Uniti. Grosvenor Park è un’oasi verde con scoiattoli che saltellano da un albero all’altro, ruscelli che attraversano campi da tennis e piscine. Dal centro di Washington ci si arriva in 20-25 minuti con la linea rossa della metropolitana. Il centro abitato è Rockville, nel Maryland. Al numero 10.201 di Grosvenor Place si erge un condominio di 12 piani con balconi a colore alternato, azzurro e verde. Nell’ampio ingresso il “doorman”, il portinaio, dice di non sapere nulla dei proprietari dell’appartamento 1703. Infilando in automobile la Tuckerman Lane, dopo 18 chilometri si arriva a Potomac. La villa al numero 11.209 di Hunt Club Drive, costruita nel 1967 su due piani, si nasconde dietro un albero maestoso: ha sei camere, quattro bagni, due garage. Qui, nel registro cronologico dei residenti, spuntano tre nomi che in Algeria contano moltissimo: Chakib Khelil, 77 anni, ex ministro, la moglie Najat Arafat, 74, e il figlio Khaldoun, 39. L’appartamento e la villa nei dintorni della capitale americana sono le ultime tracce conosciute di un colossale fiume di soldi usciti da aziende del gruppo Eni e riversati in un arcipelago di società offshore gestite dal finanziere Farid Bedjaoui, inquisito come presunto tesoriere-ombra dell’ex ministro algerino dell’energia Chakib Khelil. Il pm milanese Fabio De Pasquale, nella rogatoria inviata negli Usa il 15 marzo 2015, scrive che «l’investimento dei proventi della corruzione in proprietà immobiliari negli Stati Uniti costituisce un tipico modus operandi del gruppo criminale riconducibile a Bedjaoui». Negli archivi di Mossack Fonseca, lo studio legale al centro dello scandalo dei Panama Papers, “l’Espresso” ha trovato gli atti di 12 delle almeno 17 società offshore utilizzate da Bedjaoui, secondo l’accusa, per ripulire e reinvestire un’enorme massa di presunte tangenti algerine: 400 milioni di dollari usciti dalle casse della società italiana Saipem. Altre carte riguardano un maxi-affare petrolifero in Nigeria che coinvolge i top manager dell’Eni. Sono i documenti, finora segreti, che chiudono il primo cerchio: dietro queste anonime società-cassaforte si nascondono proprio i potenti dell’Africa. Continua a leggere su espresso.republica.it   Pubblicato il 26 luglio...

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Asia meridionale, “il 60% delle falde acquifere è contaminato: rischi per 750 milioni di persone”

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Asia meridionale, “il 60% delle falde acquifere è contaminato: rischi per 750 milioni di persone”

[di Matteo Miavaldi su ilfattoquotidiano.it] Lo studio pubblicato da Nature Geoscience si è concentrato sul bacino indo-gangetico, esteso tra Pakistan, India, Nepal e Bangladesh, che rappresenta la risorsa d’acqua primaria per l’irrigazione e il consumo dell’intera area. La ricerca ha evidenziato livelli di salinità delle falde ben sopra la norma, in aggiunta a contaminazioni di arsenio che rendono più del 30 per cento delle acque non potabile. Le acque di uno dei bacini più grandi al mondo mostrano livelli di contaminazione preoccupanti, minacciando conseguenze gravi per oltre 750 milioni di persone. Parliamo del bacino indo-gangetico, l’enorme bacino idrico esteso tra Pakistan, India, Nepal e Bangladesh che rappresenta la risorsa d’acqua primaria per l’irrigazione e il consumo dell’intera area. Approssimativamente si parla di 7200 miglia cube di acqua sotterranea, pari a 20 volte la portata annuale dei tre principali fiumi dell’area, Brahmaputra, Indo e Gange, sommati. Uno studio pubblicato da Nature Geoscience lunedì 29 agosto ha rilevato livelli di salinità delle falde ben sopra la norma, in aggiunta a contaminazioni di arsenio che rendono più del 30 per cento delle acque non potabile. Il team di scienziati, guidato dal professor Alan MacDonald del British Geological Survey, partendo da rilevazioni satellitare ha condotto un monitoraggio sistematico di 3,429 pozzi sparsi per il bacino, analizzandone le acque a più riprese tra il 2002 e il 2012. Una raccolta dati inedita nella materia, che ha permesso un’analisi mai così accurata dello stato di salute delle acque sotterranee dell’Asia meridionale. Tra salinità e arsenico, più del 60 per cento delle acque risultano contaminate, condizione causata da fattori multipli che evidenziando le criticità di un’area della terra interessata da un incremento demografico eccezionale che, a ruota, comporta uno sfruttamento delle falde acquifere sempre più aggressivo. La salinità, spiega MacDonald al magazine TakePart, è dovuta in gran parte all’utilizzo delle acque del Gange e dell’Indo per l’irrigazione delle campagne. Più acqua si toglie ai fiumi, meno i fiumi riescono a scaricare in mare le scorie contenute naturalmente nelle proprie acque, che si vanno così ad aggiungere, filtrando sottoterra, all’acqua presente nelle falde in profondità, già più salata. La sete della piana indo-gangetica spinge infatti a cercare acqua sempre più in profondità, dove i livelli di salinità e arsenico (contenuto naturalmente nell’acqua, ma in dosi sempre più nocive man mano che ci si allontana dalla superficie) diventano nocivi. La contaminazione da arsenico non è purtroppo una novità in Bangladesh, dove più di un terzo dei pozzi presenti nel paese, secondo i dati di Dhaka, porta in superficie acque contenenti livelli di arsenico superiori alla soglia di sicurezza nazionale in vigore. Le conseguenze per la popolazione che beve o irriga i campi con acqua contaminata vanno dal cancro a lesioni cutanee, fino a deficit cognitivi permanenti per i bambini. Nonostante il quadro preoccupante, MacDonald ritiene che una maggiore oculatezza nello sfruttamento delle falde acquifere possa tranquillamente risolvere gran parte dei problemi. “Le acque sotterranee in questa regione sono una grande risorsa”, ha dichiarato MacDonald a TakePart, spiegando che la concentrazione di salinità nell’acqua continua a modificarsi naturalmente in base ai cambiamenti climatici. Si tratta di un processo “automatico” che, se affiancato da un monitoraggio e controllo dei livelli dell’acqua nelle falde, permetterebbe di mantenere la salinità sotto il livello di guardia. Un piano che ora, grazie alla banca...

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Terra sovrasfruttata: ?più poveri già da oggi

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[di Luca Mercalli su lastampa.it] L’allarme: quest’anno il giorno in cui si intacca il capitale delle????? risorse rinnovabili inizia in anticipo di 5 giorni rispetto al 2015. L’Italia vive 4 volte al di sopra delle proprie capacità ecologiche. Dalle foreste ai pesci, riduciamo il tesoro delle generazioni future. Mentre l’economia globale, la popolazione, l’estrazione di risorse naturali e l’inquinamento crescono, le dimensioni della Terra rimangono fisse. Così quest’anno l’Overshoot Day, il giorno del sovrasfruttamento calcolato dal Global Footprint Network, cade oggi, 8 agosto, in anticipo di 5 giorni rispetto al 13 agosto dello scorso anno. È la data nella quale gli interessi della natura, cioè tutta la produzione annua rinnovabile, dalle foreste ai pesci, è stata consumata, data dalla quale fino a fine anno si intaccherà il capitale planetario, attingendo a risorse non più rinnovabili e di cui saranno dunque private le generazioni future. E accanto ai prelievi eccessivi si aggiungono le scomode eredità: cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e inquinamenti assortiti. È dal 1970 che l’Umanità è entrata nel territorio dell’insostenibilità, e la data del sovrasfruttamento anticipa anno dopo anno. Per l’Italia la situazione è ancora più critica, in quanto il nostro Paese vive quattro volte al di sopra delle proprie risorse ecologiche interne, e quindi ha toccato l’overshoot day a inizio aprile. Fin qui il pezzo è praticamente identico a quello che ho scritto l’anno scorso. Ecco il problema: è passato un altro anno e siamo sempre qui a raccontarcela come se si trattasse di una notiziola qualunque. Invece è la notizia più rilevante per la nostra specie. È quella sulla quale dovremmo riflettere ogni giorno per trovare urgentemente una soluzione al prossimo collasso della biosfera e della società. Non chiamatele teorie catastrofiste per favore. È la solita etichetta che autorizza a fregarsene senza approfondire. Ormai tutta la scienza internazionale del sistema Terra è in allarme. Solo pochi giorni fa la Noaa, l’ente meteorologico statunitense, ha pubblicato il rapporto sui cambiamenti climatici 2015, che rendono l’annata eccezionale per numero di record superati. E il 2016 sarà probabilmente peggio, con il primo semestre al top del caldo globale e i ghiacci artici ai minimi. Il rapporto di fine luglio dell’Unep, ente ambientale delle Nazioni Unite, “Global Material Flows and Resource Productivity”, avvisa che la quantità di materie prime estratte dalla Terra è aumentata dai 22 miliardi di tonnellate del 1970 agli «sbalorditivi» 70 miliardi di tonnellate del 2010; i paesi ricchi consumano circa 10 volte la quantità di quelli più poveri. Se il mondo continua così, al 2050, con oltre 9 miliardi di abitanti sulla Terra, serviranno 180 miliardi di tonnellate di materie prime minerali, con i conseguenti danni ambientali. Sempre l’Unep ha pubblicato da poco il rapporto “Marine Litter” sul drammatico incremento dei rifiuti plastici negli oceani. Questi studi ormai non si contano, ma l’impressione è quella di un grande spreco di conoscenza, come se passasse tutto inosservato, nell’indifferenza della politica e dei cittadini, mentre il limite dell’irreversibilità della crisi ambientale si avvicina pericolosamente. In dicembre la COP21 a Parigi ha stabilito di ridurre le emissioni climalteranti per contenere in 2 gradi l’aumento della temperatura globale entro il 2100. L’accordo entrerà in vigore dopo che almeno 55 paesi che contino il 55% delle emissioni globali avranno firmato. A oggi quanti hanno ratificato? 21 stati su 179, per...

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In Brasile vincono gli indigeni: bloccata la diga che avrebbe stravolto l’Amazzonia

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In Brasile vincono gli indigeni: bloccata la diga che avrebbe stravolto l’Amazzonia

[di greenreport.it] Proprio quando gli occhi del mondo sono incollati sul Brasile per l’inizio delle Olimpiadi, l’Istituto brasiliano delle risorse naturali rinnovabili e ambientali (Ibama) annuncia l’annullamento della licenza di costruzione del mega-progetto di São Luiz do Tapajós, una gigantesca diga idroelettrica che avrebbe stravolto il cuore dell’amazzonia brasiliana: con un bacino di 729 chilometri quadri (circa l’estensione di New York), la diga – la prima delle 43 previste sul fiume Tapajós – avrebbe sommerso 400 chilometri quadri di foresta pluviale incontaminata, portando inoltre alla deforestazione di un’area di 2.200 chilometri quadri, e distruggendo la vita degli indigeni Munduruku, che abitano la valle del Tapajós da generazioni. «Noi, gli indigeni Munduruku – ha commentato Arnaldo Kaba Munduruku, rappresentante generale del suo popolo – siamo molto felici nell’apprendere questa notizia. Questo risultato è molto importante per noi. Ora continueremo a combattere contro le altre dighe che minacciano il nostro fiume». Come tornano infatti a sottolineare da Greenpeace – associazione che è stata vicina agli indigeni sostenendone le battaglie – sono altri 42 i progetti idroelettrici previsti per il bacino del fiume Tapajós e centinaia previsti per l’ Amazzonia, come parte di un modello di sviluppo economico aggressivo che non riconosce l’importanza di preservare le foreste. Quella idroelettrica è un’importante fonte d’energia rinnovabile, ma le dighe finora costruire in Amazzonia hanno avuto impatti significativamente negativi sulle comunità indigene, l’ambiente e sono state implicate in scandali di corruzione. Per questo negli ultimi mesi, più di un milione e duecentomila persone in tutto il mondo hanno voluto sostenere la lotta degli indigeni Munduruku per dire no alla diga di São Luiz do Tapajós, chiedendo a multinazionali come Siemens di prendere le distanze dal progetto e di seguire l’esempio di Enel che ha confermato a Greenpeace di voler abbandonare questo pericoloso progetto. «Questa è una grande vittoria per gli indigeni Munduruku e per tutti coloro che hanno a cuore il futuro della Foresta Amazzonica e dei suoi abitanti – è il commento di Martina Borghi, Campagna foreste di Greenpeace Italia – Chiediamo al governo brasiliano di completare immediatamente la demarcazione ufficiale del territorio dei Munduruku e di scegliere un modello di sviluppo basato sull’efficienza energetica e l’impiego di energia veramente sostenibile, come quella solare ed eolica. Chiediamo inoltre a Siemens e tutte le altre aziende che avevano mostrato interesse a partecipare al mega-progetto di São Luiz do Tapajós di impegnarsi in favore della protezione dell’Amazzonia e di promuovere progetti lungimiranti, capaci di portare benefici all’ambiente e ai Paesi che li accolgono, invece di minacciarli». Pubblicato il 5 agosto...

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In Alaska sposteranno un intero villaggio, a causa del clima che cambia

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In Alaska sposteranno un intero villaggio, a causa del clima che cambia

[di Lorenzo Brenna su lifegate.it] Gli abitanti di Shishmaref, piccolo villaggio nel cuore dell’Alaska, hanno deciso di spostare il paese per sfuggire all’innalzamento del mare. La costa sta scomparendo a vista d’occhio e il livello del mare sale impercettibile ma inesorabile. Allarmati da questi fenomeni, esacerbati dai cambiamenti climatici, gli abitanti del villaggio di Shishmaref, in Alaska, hanno deciso di trasferire l’intera comunità. Dove vivono gli ultimi Iñupiat Il villaggio di origine inuit (il nome originale è Qigiqtaq) ospita una delle ultimecomunità Iñupiat, antico popolo nativo dell’Alaska. Da tempo immemore gli Iñupiat vivono in queste lande apparentemente inospitali, coperte di ghiaccio per la maggior parte dell’anno, cacciando caribù e foche barbate. A causa del riscaldamento globale però il loro mondo rischia di scomparire per sempre. La scomparsa della costa Shishmaref si trova sull’isola di Sarichef, è situato a circa cinquanta chilometri dal Circolo Polare Artico ed è a soli cinque metri sul livello del mare. Proprio per questo l’innalzamento delle acque rappresenta una minaccia concreta. Si stima che le onde erodano circa sei metri di costa ogni anno, mentre l’aumento delle temperature accelera lo scioglimento dei ghiacci. Referendum per il futuro di Shishmaref I circa seicento abitanti di Shishmaref sono stati chiamati a votare per decidere le sorti della comunità. La maggioranza dei votanti, 89, ha votato per spostare il villaggio in un’area più sicura, mentre 78 hanno votato per rimanere nell’attuale posizione. Servono i soldi per spostare il villaggio Per spostare l’intero villaggio e i suoi abitanti servirebbero circa 180 milioni di dollari, secondo uno studio dell’Army Corps of Engineers, la sezione dell’esercito statunitense specializzata in ingegneria e progettazione, mentre per restare ne occorrerebbero almeno 110 milioni per opere di consolidamento delle abitazioni (già tredici case sulla spiaggia sono state spostate). Il segretario degli Interni statunitensi Sally Jewell ha annunciato che verranno stanziati otto milioni di dollari per finanziare “progetti che promuovono l’adattamento delle comunità tribali ai cambiamenti climatici” in Alaska. La cifra è però ben al di sotto del denaro necessario a Shishmaref per spostarsi. Dove andare? Se venissero raccolti i fondi e l’opera di spostamento andasse a buon fine, sono state individuate due aree possibili per far sorgere il nuovo Shishmaref: Old Pond e West Tin Creek Hills, non molto distanti dall’attuale villaggio ma mano minacciati dall’erosione costiera. Una finestra sul futuro La sorte di Shishmaref, spostarsi o essere inghiottita dalle acque, toccherà in un futuro prossimo anche ad altri villaggi. Secondo una ricerca del Government Accountability Office degli Stati Uniti (Gao), Shishmaref è uno dei trentuno paesi che dovranno affrontare “minacce imminenti” da inondazioni ed erosione costiera. Altri duecento villaggi dovranno fronteggiare la medesima emergenza in futuro. Lo scorso febbraio una piccola comunità di nativi americani della tribù Biloxi-Chitimacha-Choctaw dell’isola di Jean Charles, nel sud della Louisiana, è stata costretta ad abbandonare la propria terra per non farvi più ritorno, diventando i primi rifugiati climatici degli Stati Uniti.   Pubblicato il 22 agosto...

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I servizi pubblici locali in Emilia Romagna, Toscana, Veneto, Marche, Umbria

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I servizi pubblici locali in Emilia Romagna, Toscana, Veneto, Marche, Umbria

[di Ires Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Marche e Umbria] Riportiamo sul sito del CDCA il rapporto della quarta annualità di ricerca sui Servizi Pubblici Locali realizzata da Ires – Istituto di Ricerche Economiche e Sociali. Nel 2012 IRES Veneto aveva realizzato, su richiesta delle strutture CGIL, un primo monitoraggio sui Servizi Pubblici Locali nella Regione. Nel 2013 e 2014 gli IRES di Emilia Romagna, Toscana e Veneto, operando in sinergia, si sono proposti di rafforzare l’analisi dei processi in atto, estendendola alle tre Regioni e comparando i diversi sistemi di governance. Con il Rapporto 2015 si sperimenta, da un lato, un ulteriore allargamento della collaborazione, con la partecipazione di IRES Marche e di IRES Umbria, e, dall’altro, un ruolo più attivo delle strutture sindacali d’azienda e territoriali attraverso l’approfondimento di alcuni casi di studio.   Scarica il report...

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