Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
I terroristi dell’Antropocene
[di Elena Camino su serenoregis.it] In un recente articolo sul New York Times1 l’autore, Max Fisher, riporta alcune idee espresse da due importanti figure pubbliche sullo scottante argomento delle armi nucleari. In una intervista rilasciata a marzo Donald Trump pose la domanda: “se l’ ISIS ci colpisse, non rispondereste con un ordigno nucleare?” In una successiva occasione, Trump ha chiesto ripetutamente: “Se le abbiamo, perché non possiamo usarle?” Nello stesso articolo Fisher ricorda ai lettori che il Primo Ministro britannico, Theresa May, ha recentemente risposto affermativamente a un membro del Parlamento che le chiedeva se lei fosse personalmente preparata ad autorizzare un attacco nucleare che potrebbe uccidere centomila persone: “il punto cruciale della deterrenza è che i nostri nemici devono sapere che saremmo pronti a usare le armi nucleari”. Da qualche anno scienziati e studiosi discutono sulla possibilità di riconoscere ufficialmente che la storia della Terra è entrata in una nuova fase, caratterizzata dalla presenza umana. Uno dei segni più significativi sarebbe la presenza di ‘fall-out’ radioattivo su tutto il pianeta, dovuto all’esplosione di bombe atomiche: in particolare la comparsa di plutonio 239, un isotopo raro in natura ma presente in quantità significative nelle esplosioni nucleari, è stata rilevata a partire dagli anni 1950 in tutto il pianeta. L’Antropocene – così è stato proposto di chiamare la nuova era geologica – sarebbe dunque caratterizzata da questa moderna e tecnologica manifestazione di follia: la produzione, la sperimentazione e la messa a punto di ordigni in grado di eliminare l’umanità. L’orologio dell’Apocalisse Le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse erano state avvicinate alla mezzanotte già nel 2015, riportando il mondo alla situazione di altissimo rischio che si era verificata nel 1983, al culmine della Guerra Fredda. Nel 2016 la situazione è ancora gravissima, secondo i membri del Bulletin of the Atomic Scientists3: “Gennaio 2016. Tre minuti alla mezzanotte è troppo vicino. Davvero troppo vicino. Noi, membri del Science and Security Board del Bulletin of the Atomic Scientists, vogliamo che sia chiaro il perché non abbiamo modificato la posizione delle lancette dell’Orologio dell’Apocalisse (il Doomsday Clock) nel 2016: denunciamo il fatto che i leaders mondiali continuano a non concentrare i loro sforzi – e a non richiamare l’attenzione del mondo intero – per ridurre l’estremo pericolo posto dalle armi nucleari e dal cambiamento climatico. Si tratta di un pericolo esistenziale nel vero senso della parola, perché minaccia l’esistenza stessa della civilizzazione umana: affrontarlo dovrebbe quindi essere al primo posto dell’agenda dei leaders mondiali.” In occasione dell’anniversario dei 70 anni del Bollettino degli Scienziati Atomici, nel 2015 il giornalista Eric Schlosser4 aveva passato in rassegna lo scenario nucleare, pieno di pericoli: dai programmi di modernizzazione degli armamenti, alla crescente retorica pro-nucleare, ai sempre più voluminosi depositi di materiale fissile e alla miopia della attuale dottrina nucleare. Tutti questi pericoli non sono presenti nella consapevolezza del pubblico, a differenza di quanto avvenne dopo la seconda guerra mondiale, quando il Bulletin scriveva “tutto ciò che possiamo guadagnare in ricchezza, sicurezza economica o salute sarà inutile se la nostra nazione continuerà a vivere con l’incubo di una improvvisa e totale distruzione”. Mentre la diffusa paura di allora è molto diminuita – osserva Schlosser – in realtà il pericolo adesso è molto maggiore. E la scelta è sempre più urgente. Gli stock nucleari immagine2_i terroristi dell antropoceneHans M. Kristensen & Robert...
read moreIl mondo del petrolio nel caos
[di Michael Klare su serenoregis.org] Del viaggio che avevo compiuto negli anni 1970 a El Paso, Texas, una cosa mi rimane in mente: il tempo meteorologico. No, non il tempo che c’era a El Paso, che è più o meno lo stesso per tutto l’anno, ma il tempo come veniva presentato alla televisione. Ricordo che la persona che presentava le notizie meteo iniziava sempre dal Golfo Persico, per poi percorrere rapidamente e con grande effetto tutto il pianeta (e le sue varie perturbazioni) per arrivare alla fine a El Paso, dove la situazione era – come prevedibile – calda e noiosa. Si è trattato forse del mio primo impatto con l’affascinante mondo delle previsioni meteo alla TV, che si potrebbero riassumere così: situazioni drammatiche – tempeste, inondazioni, siccità, incendi, case scoperchiate, sopravvissuti in lacrime, naufraghi – e nessun politico a sciupare il quadro. Solo Madre Natura, solo il Maltempo! Quello che allora era un fenomeno curioso che si verificava nella trasmissione delle notizie in una sola città è diventata la prassi per tutte le notizie trasmesse dalle TV. A questo punto, chi non ha ascoltato infinite volte i giornalisti che commentavano situazioni meteo mentre combattevano contro venti sferzanti e piogge scroscianti, in attesa di un uragano in arrivo, mentre gridavano il loro commento e avanzavano, con stivaloni fino all’inguine (ormai indispensabile accessorio per i servizi sulle inondazioni), nelle acque che fino a poco prima erano strade di città? C’è solo un problema: il cambiamento climatico minaccia di mandare all’aria la ricetta. Questo fenomeno ha reso più complicato trasmettere servizi sulle condizioni meteo, inserendo la componente umana della politica (cioè i combustibili fossili) là dove prima si trattava solo dello spaventoso potere distruttivo della natura e delle emozioni umane più immediate. Ma sempre più il brutto tempo può essere attribuito, almeno in parte, alle nostre combustioni senza sosta di combustibili fossili. Tuttavia, complessivamente gli annunci meteo forniti dalle TV continuano ad ignorare questa realtà, anche se è sempre più chiara la sua influenza sul tempo meteorologico. In un certo senso, è come se le notizie abbiano ormai incorporato il cambiamento climatico. Un piccolo indizio viene dal modo con cui la parola chiave ‘condizioni meteo estreme’ è diventato di uso comune nei notiziari che danno informazioni sul moltiplicarsi di alluvioni a Sudest, incendi nell’Ovest, tornadi nel Sud e lungo le Grandi Pianure. Condizioni ‘estreme’, in altre parole, ha conquistato un posto nella nostra consapevolezza, in gran misura spogliato dell’elemento cruciale responsabile di questa ‘condizione estrema’: la crescente quantità di gas a effetto serra che l’umanità sta scaricando come spazzatura nell’atmosfera. Un caso a questo proposito: l’impressionante incendio1 che continua a devastare i depositi di sabbie bituminose nella regione dell’ Alberta, in Canada, dopo che un inverno e un inizio di primavera sgradevolmente caldi e secchi hanno ridotto le foreste locali a poco più che sterpaglie (in un mondo in cui gli incendi stagionali si stanno estendendo e intensificando globalmente). Se si tiene presente che le industrie che si occupano dell’estrazione del materiali carboniosi dalle sabbie bituminose hanno visto i loro depositi minacciati, i loro campi di lavoro incineriti, la città di Fort McMurray – che fa da base operativa – devastata, e la trasformazione di decine di migliaia di cittadini in rifugiati climatici, pensereste che nei telegiornali ci...
read moreISPRA. Controlli di qualità delle serie di temperatura e precipitazione
[su isprambiente.gov] Una valutazione periodica, affidabile e completa del clima e delle variazioni climatiche a scala nazionale rende necessaria la realizzazione di un dataset climatico nazionale di dati giornalieri di qualità controllata, che integri le serie disponibili da diverse fonti e reti osservative sul territorio. In questo rapporto viene descritta la procedura di controllo di qualità delle serie di temperatura e precipitazione, applicata al dataset italiano di osservazioni climatiche con passo giornaliero in corso di realizzazione. La procedura, che prevede una serie di controlli in sequenza per rilevare diverse tipologie di errore (dati duplicati, valori impossibili o anomali, inconsistenze interne, temporali e spaziali), è stata sviluppata sulla base di un’analisi dei controlli di qualità adottati da varie Istituzioni internazionali responsabili della raccolta e della diffusione di dati climatici, in particolare il National Climatic Data Center (NCDC) della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA). Scarica la pubblicazione...
read moreCome un El Niño ‘Godzilla’ ha buttato all’aria le previsioni meteo
[di Eli Kintisch su serenoregis.org] El Niño consiste in un fenomeno climatico ciclico frutto dell’interazione accoppiata fra oceano e atmosfera. S’instaura a causa del surriscaldamento delle acque superficiali oceaniche del Pacifico orientale che, attraverso l’aumentata convezione, modificano a loro volta la circolazione equatoriale dei venti e con essa la distribuzione delle precipitazioni. El Niño provoca di solito forti piogge e un abbassamento delle temperature sulle coste sudamericane del Pacifico e siccità e un innalzamento delle temperature sulle coste occidentali del Pacifico. Le anomalie registrate quest’anno ci fanno capire la portata dei cambiamento climatici globali innescati dall’aumento di pochi gradi di temperatura dell’atmosfera, l’imprevedibilità delle trasformazioni che stanno verificandosi nelle grandi correnti oceaniche e atmosferiche, la totale inadeguatezza dell’uomo a contrastarle. Dalla produzione di cicloni e dallo sbiancamento dei coralli nelle acque tropicali del Pacifico, fino alla siccità in Perù e Sud Africa, le manifestazioni di El Niño che sono di recente terminate hanno fatto registrare situazioni estreme, da record, dappertutto sul nostro pianeta. Quello che avevano previsto i meteorologi, dandogli il soprannome ‘Godzilla’, cioè un El Niño particolarmente intenso, non solo si è avverato, ma è andato oltre alle aspettative, soprattutto lungo le coste occidentali degli Stati Uniti, dove ha tenuto all’asciutto il Sud della California, mentre ha provocato grandi tempeste lungo la costa nord-occidentale del Pacifico. Questa incapacità a prevedere correttamente ha suscitato interrogativi nella comunità degli scienziati dell’atmosfera, che vorrebbero migliorare le loro capacità previsionali per la prossima volta in cui El Niño alzerà la testa. La principale causa che alimenta la perturbazione di El Niño è la differenza di temperatura tra il calore che si accumula nelle acque della zona centrale dell’oceano Pacifico, e la zona fredda lungo le coste all’estremità del Sud America. Quest’anno le temperature nell’area centrale dell’oceano Pacifico sono salite di ben 3°C al di sopra della media, caratterizzando l’evento come il più intenso di sempre. Quel calore di per sé ha generato alcuni impatti che erano facilmente prevedibili, come lo sbiancamento dei coralli. Ma l’oceanografo Kim Cobb del Georgia Institute of Technology di Atlanta, osservò che la devastazione della barriera corallina in tutta la nazione di Kiribati si è rivelata “peggiore delle più nere previsioni”. Le temperature registrate nella parte alta del Pacifico erano servite al governo Indiano per prevedere un monsone ‘scarso’ durante l’ultima estate. Durante El Niño i movimenti convettivi sul Pacifico Occidentale spesso si attenuano, sottraendo energia al monsone. Per gli scienziati, preoccupati di non spaventare il pubblico, furono necessari molto coraggio e convinzione per fare quella previsione, che si è rivelata corretta: l’estate scorsa siccità e incendi hanno investito l’India, il Sud Est asiatico e l’Indonesia. Invece, lungo la costa Occidentale degli USA altri fattori sono intervenuti a confondere le previsioni. I modelli matematici prevedevano che El Niño sarebbe stato più intenso, ma qualitativamente simile a quelli passati: che avrebbe portato acqua al Sud della California, perennemente assetato, e siccità al Nord. Invece la regione ha subìto il 4° anno consecutivo di siccità. Nel Nord-Ovest del Pacifico, nel frattempo, El Niño è iniziato come previsto, e ha portato ai contadini e agli allevatori un clima caldo e asciutto. Ma poi sono arrivate inaspettate e intense precipitazioni in inverno, accolte da un misto di disperazione (alluvioni, strade bloccate dalla neve) e gioia per l’arrivo della neve che avrebbe ripristinato...
read moreL’idra dalle sette teste
[di Alex Zanotelli su comune.info] Il profeta dell’Apocalisse descrive la Roma Imperiale come la Bestia dalle sette teste che rappresentano i sette imperatori. Anche il nostro Sistema economico-finanziario è una Bestia dalle sette teste che sono i sette importanti trattati internazionali (NAFTA, TPP,TTIP, CETA, TISA, CAFTA, ALCA), siglati per creare un mercato globale sempre più liberista sotto la spinta delle multinazionali e della finanza che vogliono entrare nei processi decisionali delle nazioni. I trattati che ci interessano più direttamente ora sono il CETA (Accordo Commerciale tra Canada e Europa), il TTIP (Partenariato Transatlantico per il commercio e per gli investimenti) e il TISA (Accordo sul commercio dei servizi).Il CETA sta per essere ormai approvato , nonostante le tante contestazioni soprattutto per certe clausole pericolose che contiene. Abbiamo però ottenuto una vittoria: il Trattato dovrà passare al vaglio dei Parlamenti dei 28 paesi della UE, prima di entrare in funzione. E questo ci fa sperare che venga così sconfitto. Anche per il TTIP sia gli USA che la UE vorrebbero concluderlo entro la fine dell’anno. Infatti nell’ultimo round di negoziati tenutosi a Bruxelles dall’11 al 13 luglio, i delegati erano concordi nel voler firmare il Trattato prima della fine del mandato di Obama. Ma l’opposizione al TTIP è forte negli USA sia da parte di Trump che di Hillary Clinton, ma anche in campo europeo, da parte di F. Hollande. La posizione del governo Renzi invece è sempre più schierata a favore dell’accordo. Ma è in crescendo in tutta Europa la resistenza all’accordo, soprattutto in Germania. Ma anche in Italia si sta rafforzando l’opposizione popolare, come abbiamo visto a Roma nella bella manifestazione del 7 maggio scorso. Questa resistenza al TTIP trova una nuova forza nell’intervento dei vescovi cattolici degli USA (USCCB) e delle Conferenze Episcopali Europee (COMECE) che hanno invitato i cattolici a valutare l’accordo sulla base di una serie di principi etici. “E’ cruciale che tutte le persone abbiano voce in capitolo in decisioni che riguardano le loro vite- scrivono i vescovi. La partecipazione va in particolare applicata ai negoziati del TTIP e per altri accordi commerciali. Questi dovrebbero svolgersi in sedi pubbliche e attraverso processi che assicurino che le voci provenienti dai settori più colpiti della società, possano essere ascoltate e i loro interessi riflessi…. In qualsivoglia accordo devono venire fuori. “ E’ l’opposto di quanto avviene con il TTIP. Possiamo dunque sperare in una vittoria:è troppo presto per dirlo. Dobbiamo continuare a rimanere vigili. Mi fa invece ancora più paura l’altra testa dell’idra: il TISA, il Trattato sul Commercio dei servizi , come scuola, acqua, sanità! Si vuole la privatizzazione di tutti i servizi. Purtroppo si conosce poco di questo trattato e se ne parla poco. I negoziati sono in corso a Ginevra in grande segretezza. Vi partecipano i delegati delle 28 nazioni della UE e di 22 altre nazioni tra cui USA,Canada, Australia e Giappone. Gli interessi e gli appetiti sono enormi perché solo negli USA i servizi rappresentano il 75% dell’economia. Mentre la UE è il più grande esportatore di servizi nel mondo con milioni di posti di lavoro. Ora sappiamo qualcosa di più delle trattative in atto tramite le rivelazioni di Wikileaks. Tra i documenti troviamo una lettera dell’ambasciatore USA M. Punke, vice presidente per il commercio degli USA che propone ai negoziatori...
read moreIl cambiamento climatico in corso e i futuri possibili
[su climalteranti.it] La scienza dei cambiamenti climatici porta, indubbiamente, notizie preoccupanti (come gli ultimi dati diCO2 in atmosfera, temperature mensili, estensione dei ghiacci artici, acidificazione dei mari). Una buona notizia è che davanti a noi non abbiamo un solo futuro, ma possiamo ancora scegliere. Ci sono diversi possibili futuri. Gli scienziati li chiamano “scenari”, e qui ne presentiamo tre, prendendo spunto dal metodo a spirale delle anomalie mensili, sviluppato originariamente da Ed Hawkins per i dati HadCRUT. . . . Il primo mostra, dopo l’andamento delle temperature osservate dal 1880 al 2016, le proiezioni delle temperature medie globali dell’atmosfera dal 2017 al 2100 (dati presi dalle simulazioni CMIP5 su questo sito), nel caso in cui si continuasse come se nulla fosse a emettere gas serra in atmosfera; uno scenario “Business as usual”, chiamato anche “Disaster as Usual” e tecnicamente noto come RCP 8.5 … continua a leggere e visualizza gli...
read moreGuerre e migrazione
[di Vanessa Maher su serenoregis.org] Ringrazio il Centro Studi Sereno Regis per avermi invitata a parlare di guerra e migrazione. Come antropologa sono abituata a trattare temi più circoscritti, ma tenterò di dare un contributo all’impostazione della discussione. Probabilmente nel pubblico ci sono persone esperte su questi argomenti: i materiali sono quelli che tutti conosciamo ma che siamo abituati a trattare a frammenti. Tenterò di metterli in qualche ordine, privilegiando l’analisi rispetto alla cronaca e mettendo in discussione qualche luogo comune. Il titolo del Seminario sembra rappresentare in termini di un’unica causa e effetto la tragedia soprattutto dei profughi che oggi vediamo svolgersi in più parti del mondo. Tuttavia il titolo che inizialmente parlava di «ondate» ci serve per fare qualche precisione. Prima di tutto, sappiamo che il termine ondate (spesso usato in Europa per parlare di migranti stranieri) è una metafora con connotazioni catastrofiche che porta il pubblico a credere che il numero di migranti in Italia sia enorme, e a temere persino di esserne travolto (come i due ragazzi diciottenni di Venaria che l’altro giorno, parlando con una Donna in Nero che stazionava in via Garibaldi, ipotizzavano che i migranti in Italia fossero 15 milioni). Negli anni Ottanta i numeri di migranti erano molto più piccoli, ma in Italia si parlava già di «ondate». Le metafore hanno un impatto sull’immaginario del pubblico, specie quello televisivo. Queste metafore plasmano anche le politiche, le leggi e le misure pratiche che si adottano nei confronti sia dei profughi sia di altre persone migranti1 (vedi Maher 2014). Diversamente, sembra che le cifre e le statistiche anche contraddittorie che ci arrivano dai mass media lascino il tempo che trovano. Quindi eviterò di citare troppi numeri e proporrò una cornice di ragionamenti e domande. L’Africa che accoglie i profughi Per incominciare, vorrei citare un articolo di Marco Pantano su un sito online («la Voce di New York» aprile 2016) intitolato L’Africa che accoglie i profughi, in cui l’autore descrive come, dopo un’ennesima esplosione di violenza nel Congo nel 2013, siano arrivati circa 15.000 profughi congolesi nel West Nile, una zona povera ma fertile dell’Uganda, relativamente «in pace» solo dal 2002. Dopo una riunione degli anziani, i clan locali hanno deciso di assegnare loro circa 250 metri quadri di terra per famiglia, con i sementi e gli attrezzi per coltivarla. Alcune ONG (Organizzazioni Non Governative) attive nella zona forniscono un breve periodo di formazione agricola, al quale hanno accesso anche i locali. I congolesi convivano senza drammi con la popolazione locale, in attesa di tornare a casa. Anche il Sud Sudan che si trova appena oltre la frontiera dell’Uganda, nonostante sia tuttora in preda ad una guerra civile, ha incominciato ad accogliere profughi dal Congo. L’Onu ha appena formato fra di loro e avviato al lavoro un migliaio di elettricisti e falegnami, molto richiesti. La Tanzania accoglie profughi dal Burundi, dopo aver ospitato per decenni ruandesi, mozambicani e sudafricani. La prima domanda è: perché la ricca Europa con i suoi 500 milioni di abitanti, ma con una densità di abitanti inferiore a quella ugandese e un Pil molto superiore, fa tante storie? Solo il 3% dei profughi nel mondo approda in Europa, mentre il 97% è ospitato nei paesi in via di sviluppo o emergenti. Alla fine del 2014, i rifugiati nei 15 paesi europei...
read moreAcqua. Qualità tecnica: un percorso a due velocità
Abstract Il 92% degli interventi di manutenzione sulle reti idriche non è programmato, cioè dovuto a rotture accidentali, come sottolinea AEEGSI nella sua recente relazione al Parlamento. Occorre uscire dalla gestione “emergenziale” in favore di una pianificazione incardinata sulle manutenzioni programmate. Scarica il rapporto Acqua N. 66 Luglio...
read moreLiguria prima regione del Nord per reati ambientali
[su repubblica.it] I dati dal rapporto di Legambiente sull’ecomafia: inquinamento e cemento incontrollato. Il 22/mo rapporto sull’ecomafia di Legambiente conferma le infiltrazioni mafiose sui reati ambientali in Liguria, prima regione del Nord per numeri di illeciti ambientali e ottava a livello nazionale. “Con la legge sui reati ambientali c’è una diminuzione di illeciti ambientali, da 1.526 infrazioni nel 2014 a 1.144 nel 2015, ma l’immagine della Liguria è devastante”, dice il presidente Legambiente Liguria Santo Grammatico che auspica l’istituzione di una polizia ambientale dopo lo smantellamento di quella provinciale. Se nel rapporto Ecomafia 2016 Genova risulta in testa per l’illegalità nel ciclo dei rifiuti con 90 infrazioni contro 36 a Savona, 20 a La Spezia e 29 a Imperia, Imperia è la 6/a in Italia per incendi dolosi e prima in Liguria per infrazioni su attività illecite in edilizia con 84 infrazioni (144 denunce), seguita da Savona (67), Genova (55), La Spezia (31). Contro le ecomafie si chiedono norme contro gli appalti al massimo ribasso e annuncia un Summer School sulla tutela del territorio. “Anche quest’anno il Rapporto Ecomafia – dichiara Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente – ci racconta il brutto dell’Italia, segnata ancora da tante illegalità ambientali, ma in questa edizione 2016 leggiamo alcuni fenomeni interessanti che lasciano ben sperare. Dati e numeri, in parte in flessione, che dimostrano quali effetti può innescare un impianto normativo più efficace e robusto come i nuovi ecoreati, in grado di aiutare soprattutto la prevenzione oltreché la repressione dei fenomeni criminali. La prevenzione è la moneta buona che scaccia quella cattiva: è necessario creare lavoro, filoni di sviluppo economico e produttivo nei territori più a rischio, sostenere le centinaia e centinaia di cooperative e di imprese, che anche nel sud stanno cercando di invertire la rotta, puntando su qualità ambientale e legalità. E nel prevenire le ecomafie, oltre all’impegno dei territori e dei singoli cittadini, è importante una presenza costante dello Stato che deve essere credibile e dare risposte sempre più ferme, perché quando lo Stato è assente la criminalità organizzata avanza con facilità invadendo i territori, l’ambiente e le comunità locali. Quando invece lo Stato è presente, difficilmente gli ecomafiosi possono rubare e uccidere il nostro futuro”. Pubblicato il...
read moreDisastro ambientale in Canada, migliaia di fuoriuscite di petrolio
[di D Mazzocco su ecoblog.it] Dopo il gigantesco incendio di questa primavera nei boschi dell’Alberta, nelle ultime settimane il Canada ha dovuto fare i conti con un altro enorme disastro ambientale, quello delle perdite nel fiume Saskatchewan: 1600 sono i barili di petrolio finiti nel fiume del Canada occidentale, ma, a quanto pare, si tratta solamente dell’ultimo capitolo di una vicenda lunga oltre mezzo secolo. Si tratta di uno sversamento che ha destato moltissima preoccupazione poiché si tratta della fonte di acqua potabile per decine di migliaia di cittadini canadesi. Il Ministero dell’Economia canadese ha pubblicato un report nel quale ha citato le cifre delle perdite di idrocarburi nel fiume Saskatchewan: 18mila fra il 1990 e oggi, ben 8360 nell’ultimo decennio e 1463 di queste solamente dall’oleodotto Husky. La fuoriuscita di petrolio nel Saskatchewan che ha colpito le città di North Battleford, Maymont e Fort Albert è, quindi, solamente l’ultima di una serie infinita di sversamenti che costituiscono un disastro ambientale protratto nel tempo. Secondo Emily Eaton dell’Università di Regina il disastro ambientale dello Saskatchewan è stato possibile grazie alla corresponsabilità del governo e dell’amministrazione locale: gli organi di controllo sono sottodimensionati e le aziende autocertificano ogni aspetto della loro attività. Naturalmente con molta autoindulgenza. Pubblicato il 1/08/2016 Leggi anche: Disastro ambientale: la fuoriuscita di petrolio che il Canada non riesce a fermare 25/07/2016...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.