CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Terra sovrasfruttata: ?più poveri già da oggi

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[di Luca Mercalli su lastampa.it] L’allarme: quest’anno il giorno in cui si intacca il capitale delle????? risorse rinnovabili inizia in anticipo di 5 giorni rispetto al 2015. L’Italia vive 4 volte al di sopra delle proprie capacità ecologiche. Dalle foreste ai pesci, riduciamo il tesoro delle generazioni future. Mentre l’economia globale, la popolazione, l’estrazione di risorse naturali e l’inquinamento crescono, le dimensioni della Terra rimangono fisse. Così quest’anno l’Overshoot Day, il giorno del sovrasfruttamento calcolato dal Global Footprint Network, cade oggi, 8 agosto, in anticipo di 5 giorni rispetto al 13 agosto dello scorso anno. È la data nella quale gli interessi della natura, cioè tutta la produzione annua rinnovabile, dalle foreste ai pesci, è stata consumata, data dalla quale fino a fine anno si intaccherà il capitale planetario, attingendo a risorse non più rinnovabili e di cui saranno dunque private le generazioni future. E accanto ai prelievi eccessivi si aggiungono le scomode eredità: cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e inquinamenti assortiti. È dal 1970 che l’Umanità è entrata nel territorio dell’insostenibilità, e la data del sovrasfruttamento anticipa anno dopo anno. Per l’Italia la situazione è ancora più critica, in quanto il nostro Paese vive quattro volte al di sopra delle proprie risorse ecologiche interne, e quindi ha toccato l’overshoot day a inizio aprile. Fin qui il pezzo è praticamente identico a quello che ho scritto l’anno scorso. Ecco il problema: è passato un altro anno e siamo sempre qui a raccontarcela come se si trattasse di una notiziola qualunque. Invece è la notizia più rilevante per la nostra specie. È quella sulla quale dovremmo riflettere ogni giorno per trovare urgentemente una soluzione al prossimo collasso della biosfera e della società. Non chiamatele teorie catastrofiste per favore. È la solita etichetta che autorizza a fregarsene senza approfondire. Ormai tutta la scienza internazionale del sistema Terra è in allarme. Solo pochi giorni fa la Noaa, l’ente meteorologico statunitense, ha pubblicato il rapporto sui cambiamenti climatici 2015, che rendono l’annata eccezionale per numero di record superati. E il 2016 sarà probabilmente peggio, con il primo semestre al top del caldo globale e i ghiacci artici ai minimi. Il rapporto di fine luglio dell’Unep, ente ambientale delle Nazioni Unite, “Global Material Flows and Resource Productivity”, avvisa che la quantità di materie prime estratte dalla Terra è aumentata dai 22 miliardi di tonnellate del 1970 agli «sbalorditivi» 70 miliardi di tonnellate del 2010; i paesi ricchi consumano circa 10 volte la quantità di quelli più poveri. Se il mondo continua così, al 2050, con oltre 9 miliardi di abitanti sulla Terra, serviranno 180 miliardi di tonnellate di materie prime minerali, con i conseguenti danni ambientali. Sempre l’Unep ha pubblicato da poco il rapporto “Marine Litter” sul drammatico incremento dei rifiuti plastici negli oceani. Questi studi ormai non si contano, ma l’impressione è quella di un grande spreco di conoscenza, come se passasse tutto inosservato, nell’indifferenza della politica e dei cittadini, mentre il limite dell’irreversibilità della crisi ambientale si avvicina pericolosamente. In dicembre la COP21 a Parigi ha stabilito di ridurre le emissioni climalteranti per contenere in 2 gradi l’aumento della temperatura globale entro il 2100. L’accordo entrerà in vigore dopo che almeno 55 paesi che contino il 55% delle emissioni globali avranno firmato. A oggi quanti hanno ratificato? 21 stati su 179, per...

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In Brasile vincono gli indigeni: bloccata la diga che avrebbe stravolto l’Amazzonia

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In Brasile vincono gli indigeni: bloccata la diga che avrebbe stravolto l’Amazzonia

[di greenreport.it] Proprio quando gli occhi del mondo sono incollati sul Brasile per l’inizio delle Olimpiadi, l’Istituto brasiliano delle risorse naturali rinnovabili e ambientali (Ibama) annuncia l’annullamento della licenza di costruzione del mega-progetto di São Luiz do Tapajós, una gigantesca diga idroelettrica che avrebbe stravolto il cuore dell’amazzonia brasiliana: con un bacino di 729 chilometri quadri (circa l’estensione di New York), la diga – la prima delle 43 previste sul fiume Tapajós – avrebbe sommerso 400 chilometri quadri di foresta pluviale incontaminata, portando inoltre alla deforestazione di un’area di 2.200 chilometri quadri, e distruggendo la vita degli indigeni Munduruku, che abitano la valle del Tapajós da generazioni. «Noi, gli indigeni Munduruku – ha commentato Arnaldo Kaba Munduruku, rappresentante generale del suo popolo – siamo molto felici nell’apprendere questa notizia. Questo risultato è molto importante per noi. Ora continueremo a combattere contro le altre dighe che minacciano il nostro fiume». Come tornano infatti a sottolineare da Greenpeace – associazione che è stata vicina agli indigeni sostenendone le battaglie – sono altri 42 i progetti idroelettrici previsti per il bacino del fiume Tapajós e centinaia previsti per l’ Amazzonia, come parte di un modello di sviluppo economico aggressivo che non riconosce l’importanza di preservare le foreste. Quella idroelettrica è un’importante fonte d’energia rinnovabile, ma le dighe finora costruire in Amazzonia hanno avuto impatti significativamente negativi sulle comunità indigene, l’ambiente e sono state implicate in scandali di corruzione. Per questo negli ultimi mesi, più di un milione e duecentomila persone in tutto il mondo hanno voluto sostenere la lotta degli indigeni Munduruku per dire no alla diga di São Luiz do Tapajós, chiedendo a multinazionali come Siemens di prendere le distanze dal progetto e di seguire l’esempio di Enel che ha confermato a Greenpeace di voler abbandonare questo pericoloso progetto. «Questa è una grande vittoria per gli indigeni Munduruku e per tutti coloro che hanno a cuore il futuro della Foresta Amazzonica e dei suoi abitanti – è il commento di Martina Borghi, Campagna foreste di Greenpeace Italia – Chiediamo al governo brasiliano di completare immediatamente la demarcazione ufficiale del territorio dei Munduruku e di scegliere un modello di sviluppo basato sull’efficienza energetica e l’impiego di energia veramente sostenibile, come quella solare ed eolica. Chiediamo inoltre a Siemens e tutte le altre aziende che avevano mostrato interesse a partecipare al mega-progetto di São Luiz do Tapajós di impegnarsi in favore della protezione dell’Amazzonia e di promuovere progetti lungimiranti, capaci di portare benefici all’ambiente e ai Paesi che li accolgono, invece di minacciarli». Pubblicato il 5 agosto...

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In Alaska sposteranno un intero villaggio, a causa del clima che cambia

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In Alaska sposteranno un intero villaggio, a causa del clima che cambia

[di Lorenzo Brenna su lifegate.it] Gli abitanti di Shishmaref, piccolo villaggio nel cuore dell’Alaska, hanno deciso di spostare il paese per sfuggire all’innalzamento del mare. La costa sta scomparendo a vista d’occhio e il livello del mare sale impercettibile ma inesorabile. Allarmati da questi fenomeni, esacerbati dai cambiamenti climatici, gli abitanti del villaggio di Shishmaref, in Alaska, hanno deciso di trasferire l’intera comunità. Dove vivono gli ultimi Iñupiat Il villaggio di origine inuit (il nome originale è Qigiqtaq) ospita una delle ultimecomunità Iñupiat, antico popolo nativo dell’Alaska. Da tempo immemore gli Iñupiat vivono in queste lande apparentemente inospitali, coperte di ghiaccio per la maggior parte dell’anno, cacciando caribù e foche barbate. A causa del riscaldamento globale però il loro mondo rischia di scomparire per sempre. La scomparsa della costa Shishmaref si trova sull’isola di Sarichef, è situato a circa cinquanta chilometri dal Circolo Polare Artico ed è a soli cinque metri sul livello del mare. Proprio per questo l’innalzamento delle acque rappresenta una minaccia concreta. Si stima che le onde erodano circa sei metri di costa ogni anno, mentre l’aumento delle temperature accelera lo scioglimento dei ghiacci. Referendum per il futuro di Shishmaref I circa seicento abitanti di Shishmaref sono stati chiamati a votare per decidere le sorti della comunità. La maggioranza dei votanti, 89, ha votato per spostare il villaggio in un’area più sicura, mentre 78 hanno votato per rimanere nell’attuale posizione. Servono i soldi per spostare il villaggio Per spostare l’intero villaggio e i suoi abitanti servirebbero circa 180 milioni di dollari, secondo uno studio dell’Army Corps of Engineers, la sezione dell’esercito statunitense specializzata in ingegneria e progettazione, mentre per restare ne occorrerebbero almeno 110 milioni per opere di consolidamento delle abitazioni (già tredici case sulla spiaggia sono state spostate). Il segretario degli Interni statunitensi Sally Jewell ha annunciato che verranno stanziati otto milioni di dollari per finanziare “progetti che promuovono l’adattamento delle comunità tribali ai cambiamenti climatici” in Alaska. La cifra è però ben al di sotto del denaro necessario a Shishmaref per spostarsi. Dove andare? Se venissero raccolti i fondi e l’opera di spostamento andasse a buon fine, sono state individuate due aree possibili per far sorgere il nuovo Shishmaref: Old Pond e West Tin Creek Hills, non molto distanti dall’attuale villaggio ma mano minacciati dall’erosione costiera. Una finestra sul futuro La sorte di Shishmaref, spostarsi o essere inghiottita dalle acque, toccherà in un futuro prossimo anche ad altri villaggi. Secondo una ricerca del Government Accountability Office degli Stati Uniti (Gao), Shishmaref è uno dei trentuno paesi che dovranno affrontare “minacce imminenti” da inondazioni ed erosione costiera. Altri duecento villaggi dovranno fronteggiare la medesima emergenza in futuro. Lo scorso febbraio una piccola comunità di nativi americani della tribù Biloxi-Chitimacha-Choctaw dell’isola di Jean Charles, nel sud della Louisiana, è stata costretta ad abbandonare la propria terra per non farvi più ritorno, diventando i primi rifugiati climatici degli Stati Uniti.   Pubblicato il 22 agosto...

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I servizi pubblici locali in Emilia Romagna, Toscana, Veneto, Marche, Umbria

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su I servizi pubblici locali in Emilia Romagna, Toscana, Veneto, Marche, Umbria

I servizi pubblici locali in Emilia Romagna, Toscana, Veneto, Marche, Umbria

[di Ires Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Marche e Umbria] Riportiamo sul sito del CDCA il rapporto della quarta annualità di ricerca sui Servizi Pubblici Locali realizzata da Ires – Istituto di Ricerche Economiche e Sociali. Nel 2012 IRES Veneto aveva realizzato, su richiesta delle strutture CGIL, un primo monitoraggio sui Servizi Pubblici Locali nella Regione. Nel 2013 e 2014 gli IRES di Emilia Romagna, Toscana e Veneto, operando in sinergia, si sono proposti di rafforzare l’analisi dei processi in atto, estendendola alle tre Regioni e comparando i diversi sistemi di governance. Con il Rapporto 2015 si sperimenta, da un lato, un ulteriore allargamento della collaborazione, con la partecipazione di IRES Marche e di IRES Umbria, e, dall’altro, un ruolo più attivo delle strutture sindacali d’azienda e territoriali attraverso l’approfondimento di alcuni casi di studio.   Scarica il report...

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I terroristi dell’Antropocene

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I terroristi dell’Antropocene

[di Elena Camino su serenoregis.it] In un recente articolo sul New York Times1 l’autore, Max Fisher, riporta alcune idee espresse da due importanti figure pubbliche sullo scottante argomento delle armi nucleari. In una intervista rilasciata a marzo Donald Trump pose la domanda: “se l’ ISIS ci colpisse, non rispondereste con un ordigno nucleare?” In una successiva occasione, Trump ha chiesto ripetutamente: “Se le abbiamo, perché non possiamo usarle?” Nello stesso articolo Fisher ricorda ai lettori che il Primo Ministro britannico, Theresa May, ha recentemente risposto affermativamente a un membro del Parlamento che le chiedeva se lei fosse personalmente preparata ad autorizzare un attacco nucleare che potrebbe uccidere centomila persone: “il punto cruciale della deterrenza è che i nostri nemici devono sapere che saremmo pronti a usare le armi nucleari”. Da qualche anno scienziati e studiosi discutono sulla possibilità di riconoscere ufficialmente che la storia della Terra è entrata in una nuova fase, caratterizzata dalla presenza umana. Uno dei segni più significativi sarebbe la presenza di ‘fall-out’ radioattivo su tutto il pianeta, dovuto all’esplosione di bombe atomiche: in particolare la comparsa di plutonio 239, un isotopo raro in natura ma presente in quantità significative nelle esplosioni nucleari, è stata rilevata a partire dagli anni 1950 in tutto il pianeta. L’Antropocene – così è stato proposto di chiamare la nuova era geologica – sarebbe dunque caratterizzata da questa moderna e tecnologica manifestazione di follia: la produzione, la sperimentazione e la messa a punto di ordigni in grado di eliminare l’umanità. L’orologio dell’Apocalisse Le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse erano state avvicinate alla mezzanotte già nel 2015, riportando il mondo alla situazione di altissimo rischio che si era verificata nel 1983, al culmine della Guerra Fredda. Nel 2016 la situazione è ancora gravissima, secondo i membri del Bulletin of the Atomic Scientists3: “Gennaio 2016. Tre minuti alla mezzanotte è troppo vicino. Davvero troppo vicino. Noi, membri del Science and Security Board del Bulletin of the Atomic Scientists, vogliamo che sia chiaro il perché non abbiamo modificato la posizione delle lancette dell’Orologio dell’Apocalisse (il Doomsday Clock) nel 2016: denunciamo il fatto che i leaders mondiali continuano a non concentrare i loro sforzi – e a non richiamare l’attenzione del mondo intero – per ridurre l’estremo pericolo posto dalle armi nucleari e dal cambiamento climatico. Si tratta di un pericolo esistenziale nel vero senso della parola, perché minaccia l’esistenza stessa della civilizzazione umana: affrontarlo dovrebbe quindi essere al primo posto dell’agenda dei leaders mondiali.” In occasione dell’anniversario dei 70 anni del Bollettino degli Scienziati Atomici, nel 2015 il giornalista Eric Schlosser4 aveva passato in rassegna lo scenario nucleare, pieno di pericoli: dai programmi di modernizzazione degli armamenti, alla crescente retorica pro-nucleare, ai sempre più voluminosi depositi di materiale fissile e alla miopia della attuale dottrina nucleare. Tutti questi pericoli non sono presenti nella consapevolezza del pubblico, a differenza di quanto avvenne dopo la seconda guerra mondiale, quando il Bulletin scriveva “tutto ciò che possiamo guadagnare in ricchezza, sicurezza economica o salute sarà inutile se la nostra nazione continuerà a vivere con l’incubo di una improvvisa e totale distruzione”. Mentre la diffusa paura di allora è molto diminuita – osserva Schlosser – in realtà il pericolo adesso è molto maggiore. E la scelta è sempre più urgente. Gli stock nucleari immagine2_i terroristi dell antropoceneHans M. Kristensen & Robert...

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Il mondo del petrolio nel caos

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Il mondo del petrolio nel caos

[di Michael Klare su serenoregis.org] Del viaggio che avevo compiuto negli anni 1970 a El Paso, Texas, una cosa mi rimane in mente: il tempo meteorologico. No, non il tempo che c’era a El Paso, che è più o meno lo stesso per tutto l’anno, ma il tempo come veniva presentato alla televisione. Ricordo che la persona che presentava le notizie meteo iniziava sempre dal Golfo Persico, per poi percorrere rapidamente e con grande effetto tutto il pianeta (e le sue varie perturbazioni) per arrivare alla fine a El Paso, dove la situazione era – come prevedibile – calda e noiosa. Si è trattato forse del mio primo impatto con l’affascinante mondo delle previsioni meteo alla TV, che si potrebbero riassumere così: situazioni drammatiche – tempeste, inondazioni, siccità, incendi, case scoperchiate, sopravvissuti in lacrime, naufraghi – e nessun politico a sciupare il quadro. Solo Madre Natura, solo il Maltempo!   Quello che allora era un fenomeno curioso che si verificava nella trasmissione delle notizie in una sola città è diventata la prassi per tutte le notizie trasmesse dalle TV. A questo punto, chi non ha ascoltato infinite volte i giornalisti che commentavano situazioni meteo mentre combattevano contro venti sferzanti e piogge scroscianti, in attesa di un uragano in arrivo, mentre gridavano il loro commento e avanzavano, con stivaloni fino all’inguine (ormai indispensabile accessorio per i servizi sulle inondazioni), nelle acque che fino a poco prima erano strade di città?   C’è solo un problema: il cambiamento climatico minaccia di mandare all’aria la ricetta. Questo fenomeno ha reso più complicato trasmettere servizi sulle condizioni meteo, inserendo la componente umana della politica (cioè i combustibili fossili) là dove prima si trattava solo dello spaventoso potere distruttivo della natura e delle emozioni umane più immediate. Ma sempre più il brutto tempo può essere attribuito, almeno in parte, alle nostre combustioni senza sosta di combustibili fossili. Tuttavia, complessivamente gli annunci meteo forniti dalle TV continuano ad ignorare questa realtà, anche se è sempre più chiara la sua influenza sul tempo meteorologico. In un certo senso, è come se le notizie abbiano ormai incorporato il cambiamento climatico. Un piccolo indizio viene dal modo con cui la parola chiave ‘condizioni meteo estreme’ è diventato di uso comune nei notiziari che danno informazioni sul moltiplicarsi di alluvioni a Sudest, incendi nell’Ovest, tornadi nel Sud e lungo le Grandi Pianure. Condizioni ‘estreme’, in altre parole, ha conquistato un posto nella nostra consapevolezza, in gran misura spogliato dell’elemento cruciale responsabile di questa ‘condizione estrema’: la crescente quantità di gas a effetto serra che l’umanità sta scaricando come spazzatura nell’atmosfera.   Un caso a questo proposito: l’impressionante incendio1 che continua a devastare i depositi di sabbie bituminose nella regione dell’ Alberta, in Canada, dopo che un inverno e un inizio di primavera sgradevolmente caldi e secchi hanno ridotto le foreste locali a poco più che sterpaglie (in un mondo in cui gli incendi stagionali si stanno estendendo e intensificando globalmente).   Se si tiene presente che le industrie che si occupano dell’estrazione del materiali carboniosi dalle sabbie bituminose hanno visto i loro depositi minacciati, i loro campi di lavoro incineriti, la città di Fort McMurray – che fa da base operativa – devastata, e la trasformazione di decine di migliaia di cittadini in rifugiati climatici, pensereste che nei telegiornali ci...

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ISPRA. Controlli di qualità delle serie di temperatura e precipitazione

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ISPRA. Controlli di qualità delle serie di temperatura e precipitazione

[su isprambiente.gov] Una valutazione periodica, affidabile e completa del clima e delle variazioni climatiche a scala nazionale rende necessaria la realizzazione di un dataset climatico nazionale di dati giornalieri di qualità controllata, che integri le serie disponibili da diverse fonti e reti osservative sul territorio. In questo rapporto viene descritta la procedura di controllo di qualità delle serie di temperatura e precipitazione, applicata al dataset italiano di osservazioni climatiche con passo giornaliero in corso di realizzazione. La procedura, che prevede una serie di controlli in sequenza per rilevare diverse tipologie di errore (dati duplicati, valori impossibili o anomali, inconsistenze interne, temporali e spaziali), è stata sviluppata sulla base di un’analisi dei controlli di qualità adottati da varie Istituzioni internazionali  responsabili della raccolta e della diffusione di dati climatici, in particolare il National Climatic Data Center (NCDC) della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA).   Scarica la pubblicazione...

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Come un El Niño ‘Godzilla’ ha buttato all’aria le previsioni meteo

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Come un El Niño ‘Godzilla’ ha buttato all’aria le previsioni meteo

[di Eli Kintisch su serenoregis.org] El Niño consiste in un fenomeno climatico ciclico frutto dell’interazione accoppiata fra oceano e atmosfera. S’instaura a causa del surriscaldamento delle acque superficiali oceaniche del Pacifico orientale che, attraverso l’aumentata convezione, modificano a loro volta la circolazione equatoriale dei venti e con essa la distribuzione delle precipitazioni. El Niño provoca di solito forti piogge e un abbassamento delle temperature sulle coste sudamericane del Pacifico e siccità e un innalzamento delle temperature sulle coste occidentali del Pacifico. Le anomalie registrate quest’anno ci fanno capire la portata dei cambiamento climatici globali innescati dall’aumento di pochi gradi di temperatura dell’atmosfera, l’imprevedibilità delle trasformazioni che stanno verificandosi nelle grandi correnti oceaniche e atmosferiche, la totale inadeguatezza dell’uomo a contrastarle. Dalla produzione di cicloni e dallo sbiancamento dei coralli nelle acque tropicali del Pacifico, fino alla siccità in Perù e Sud Africa, le manifestazioni di El Niño che sono di recente terminate hanno fatto registrare situazioni estreme, da record, dappertutto sul nostro pianeta. Quello che avevano previsto i meteorologi, dandogli il soprannome ‘Godzilla’, cioè un El Niño particolarmente intenso, non solo si è avverato, ma è andato oltre alle aspettative, soprattutto lungo le coste occidentali degli Stati Uniti, dove ha tenuto all’asciutto il Sud della California, mentre ha provocato grandi tempeste lungo la costa nord-occidentale del Pacifico. Questa incapacità a prevedere correttamente ha suscitato interrogativi nella comunità degli scienziati dell’atmosfera, che vorrebbero migliorare le loro capacità previsionali per la prossima volta in cui El Niño alzerà la testa. La principale causa che alimenta la perturbazione di El Niño è la differenza di temperatura tra il calore che si accumula nelle acque della zona centrale dell’oceano Pacifico, e la zona fredda lungo le coste all’estremità del Sud America. Quest’anno le temperature nell’area centrale dell’oceano Pacifico sono salite di ben 3°C al di sopra della media, caratterizzando l’evento come il più intenso di sempre. Quel calore di per sé ha generato alcuni impatti che erano facilmente prevedibili, come lo sbiancamento dei coralli. Ma l’oceanografo Kim Cobb del Georgia Institute of Technology di Atlanta, osservò che la devastazione della barriera corallina in tutta la nazione di Kiribati si è rivelata “peggiore delle più nere previsioni”. Le temperature registrate nella parte alta del Pacifico erano servite al governo Indiano per prevedere un monsone ‘scarso’ durante l’ultima estate. Durante El Niño i movimenti convettivi sul Pacifico Occidentale spesso si attenuano, sottraendo energia al monsone. Per gli scienziati, preoccupati di non spaventare il pubblico, furono necessari molto coraggio e convinzione per fare quella previsione, che si è rivelata corretta: l’estate scorsa siccità e incendi hanno investito l’India, il Sud Est asiatico e l’Indonesia. Invece, lungo la costa Occidentale degli USA altri fattori sono intervenuti a confondere le previsioni. I modelli matematici prevedevano che El Niño sarebbe stato più intenso, ma qualitativamente simile a quelli passati: che avrebbe portato acqua al Sud della California, perennemente assetato, e siccità al Nord. Invece la regione ha subìto il 4° anno consecutivo di siccità. Nel Nord-Ovest del Pacifico, nel frattempo, El Niño è iniziato come previsto, e ha portato ai contadini e agli allevatori un clima caldo e asciutto. Ma poi sono arrivate inaspettate e intense precipitazioni in inverno, accolte da un misto di disperazione (alluvioni, strade bloccate dalla neve) e gioia per l’arrivo della neve che avrebbe ripristinato...

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L’idra dalle sette teste

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L’idra dalle sette teste

[di Alex Zanotelli su comune.info] Il profeta dell’Apocalisse descrive la Roma Imperiale come la Bestia dalle sette teste che rappresentano i sette imperatori. Anche il nostro Sistema economico-finanziario è una Bestia dalle sette teste che sono i sette importanti trattati internazionali (NAFTA, TPP,TTIP, CETA, TISA, CAFTA, ALCA), siglati per creare un mercato globale sempre più liberista sotto la spinta delle multinazionali e della finanza che vogliono entrare nei processi decisionali delle nazioni. I trattati che ci interessano più direttamente ora sono il CETA (Accordo Commerciale tra Canada e Europa), il TTIP (Partenariato Transatlantico per il commercio e per gli investimenti) e il TISA (Accordo sul commercio dei servizi).Il CETA sta per essere ormai approvato , nonostante le tante contestazioni soprattutto per certe clausole pericolose che contiene. Abbiamo però ottenuto una vittoria: il Trattato dovrà passare al vaglio dei Parlamenti dei 28 paesi della UE, prima di entrare in funzione. E questo ci fa sperare che venga così sconfitto. Anche per il TTIP sia gli USA che la UE vorrebbero concluderlo entro la fine dell’anno. Infatti nell’ultimo round di negoziati tenutosi a Bruxelles dall’11 al 13 luglio, i delegati erano concordi nel voler firmare il Trattato prima della fine del mandato di Obama. Ma l’opposizione al TTIP è forte negli USA sia da parte di Trump che di Hillary Clinton, ma anche in campo europeo, da parte di F. Hollande. La posizione del governo Renzi invece è sempre più schierata a favore dell’accordo. Ma è in crescendo in tutta Europa la resistenza all’accordo, soprattutto in Germania. Ma anche in Italia si sta rafforzando l’opposizione popolare, come abbiamo visto a Roma nella bella manifestazione del 7 maggio scorso. Questa resistenza al TTIP trova una nuova forza nell’intervento dei vescovi cattolici degli USA (USCCB) e delle Conferenze Episcopali Europee (COMECE) che hanno invitato i cattolici a valutare l’accordo sulla base di una serie di principi etici. “E’ cruciale che tutte le persone abbiano voce in capitolo in decisioni che riguardano le loro vite- scrivono i vescovi. La partecipazione va in particolare applicata ai negoziati del TTIP e per altri accordi commerciali. Questi dovrebbero svolgersi in sedi pubbliche e attraverso processi che assicurino che le voci provenienti dai settori più colpiti della società, possano essere ascoltate e i loro interessi riflessi…. In qualsivoglia accordo devono venire fuori. “ E’ l’opposto di quanto avviene con il TTIP. Possiamo dunque sperare in una vittoria:è troppo presto per dirlo. Dobbiamo continuare a rimanere vigili. Mi fa invece ancora più paura l’altra testa dell’idra: il TISA, il Trattato sul Commercio dei servizi , come scuola, acqua, sanità! Si vuole la privatizzazione di tutti i servizi. Purtroppo si conosce poco di questo trattato e se ne parla poco. I negoziati sono in corso a Ginevra in grande segretezza. Vi partecipano i delegati delle 28 nazioni della UE e di 22 altre nazioni tra cui USA,Canada, Australia e Giappone. Gli interessi e gli appetiti sono enormi perché solo negli USA i servizi rappresentano il 75% dell’economia. Mentre la UE è il più grande esportatore di servizi nel mondo con milioni di posti di lavoro. Ora sappiamo qualcosa di più delle trattative in atto tramite le rivelazioni di Wikileaks. Tra i documenti troviamo una lettera dell’ambasciatore USA M. Punke, vice presidente per il commercio degli USA che propone ai negoziatori...

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Il cambiamento climatico in corso e i futuri possibili

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Il cambiamento climatico in corso e i futuri possibili

[su climalteranti.it] La scienza dei cambiamenti climatici porta, indubbiamente, notizie preoccupanti (come gli ultimi dati diCO2 in atmosfera,  temperature mensili, estensione dei ghiacci artici, acidificazione dei mari). Una buona notizia è che davanti a noi non abbiamo un solo futuro, ma possiamo ancora scegliere.   Ci sono diversi possibili futuri. Gli scienziati li chiamano “scenari”, e qui ne presentiamo tre, prendendo spunto dal metodo a spirale delle anomalie mensili, sviluppato originariamente da Ed Hawkins per i dati HadCRUT. . . .   Il primo mostra, dopo l’andamento delle temperature osservate dal 1880 al 2016, le proiezioni delle temperature medie globali dell’atmosfera dal 2017 al 2100 (dati presi dalle simulazioni CMIP5 su questo sito), nel caso in cui si continuasse come se nulla fosse a emettere gas serra in atmosfera; uno scenario “Business as usual”, chiamato anche “Disaster as Usual” e tecnicamente noto come RCP 8.5 … continua a leggere e visualizza gli...

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