CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Caldo record, il Kuwait è come la Valle della Morte

Posted by on 9:49 am in Notizie | Commenti disabilitati su Caldo record, il Kuwait è come la Valle della Morte

Caldo record, il Kuwait è come la Valle della Morte

Colonnina di mercurio a 54°C: è la temperatura più alta mai registrata in Asia e in tutto l’emisfero orientale. Il primato mondiale resta (per ora) al deserto californiano.   (Rinnovabili.it) – Il 21 luglio una stazione di rilevazione meteo di Mitrabah, in Kuwait, ha registrato la temperatura record di 54°C. E’ il valore più alto mai registrato in tutta l’Asia e l’emisfero orientale, quello precedente era stato segnalato sempre in Kuwait ma a Sulaibiya 4 anni fa ed era di appena 0,1°C inferiore. Un caldo record che ha battuto anche quello delle ondate di calore che flagellano Pakistan e India causando centinaia di morti premature ogni anno. Il valore si avvicina di molto al record mondiale, che appartiene alla torrida Valle della Morte della California, con 56,7°C segnalati nel 1913. L’annuncio arriva dalla World Meteorological Organization (WMO), l’agenzia dell’Onu che si farà carico di verificare che la strumentazione di Mitrabah funzionasse correttamente prima di dare l’ufficialità. Ma gli apparecchi erano stati revisionati nel 2010, improbabile che arrivino sorprese. Ma l’ondata di caldo record sta facendo bollire tutto il medio oriente, area che la comunità scientifica indica come una delle più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Il 22 luglio gli abitanti di Bassora, in Iraq, hanno visto schizzare la colonnina di mercurio fino a 53,9°C. In questo periodo anche il nord Africa è bollente, con temperature che superano di un buon margine e con continuità le medie stagionali. Ma il fenomeno è più esteso – e drammatico – di questa singola ondata di caldo. Già a maggio l’India aveva toccato il nuovo record nazionale, con i 51°C registrati nello stato del Rajastan. Per non citare i valori altissimi che hanno caratterizzato tutta la regione artica negli ultimi mesi. A dare un quadro complessivo della situazione del riscaldamento globale ci hanno pensato di recente i dati Nasa e Noaa. Giugno è stato più caldo di 0,9°C rispetto alla media delle temperature del ‘900. L’ultimo giugno con un clima al di sotto della media risale ormai a 40 anni fa. Inoltre ciascuno degli ultimi 14 mesi ha infranto ogni record precedente di riscaldamento globale, facendo salire la colonnina di mercurio ogni volta di qualche decimo di grado. Il 2016 sarà con buona probabilità l’anno più caldo della storia, annunciava pochi giorni fa proprio il WMO, indicando come cause principali del riscaldamento globale gli altissimi livelli di concentrazione di CO2 in atmosfera (oltre 400 ppm) e lo stato critico dei ghiacci dell’Artico.   Pubblicato il 27/07/2016...

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Panama Papers, l’Africa saccheggiata dalle offshore dei potenti

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Panama Papers, l’Africa saccheggiata dalle offshore dei potenti

[di P. Biondani, M. Munafò, M. Pratellesi e L. Sisti su espresso.repubblica.it] La nuova inchiesta giornalistica internazionale svela 1.400 società anonime utilizzate per spogliare le risorse naturali del continente nero. Petrolio, gas, oro, diamanti: ecco come i soldi sottratti alle popolazioni in miseria finiscono nei paradisi fiscali. Tra corruzioni, guerre, colpi di stato e riciclaggio di denaro sporco. Ecco i nuovi Panama Papers: l’Africa saccheggiata dalle offshore dei potenti. Tre mesi dopo aver svelato migliaia di società anonime utilizzate dai ricchi del mondo per spostare profitti e patrimoni nei paradisi fiscali a tassazione bassissima o nulla, una nuova inchiesta internazionale dei giornalisti associati al consorzio Icij mette a nudo gli affari segreti di politici, militari, dirigenti statali, manager e imprenditori che si spartiscono le enormi risorse naturali del Continente nero. Attraverso l’analisi dei documenti riservati dell’archivio di Mossack Fonseca, lo studio legale con base a Panama specializzato nella creazione di anonime società-schermo per migliaia di clienti di tutto il pianeta, i giornalisti aderenti all’International Consortium of Investigative Journalists, di cui fa parte l’Espresso in esclusiva per l’Italia, hanno identificato oltre 1.400 offshore collegate direttamente alle ricchezze dell’Africa. Lo studio Mossack Fonseca ha lavorato per tre ex ministri nigeriani del petrolio, che hanno usato le società offshore per comprare imbarcazioni e ville a Londra. Secondo Oxfam, il 12 per cento del Pil del Paese viene perduto in flussi finanziari illeciti. Sono società che permettono ai titolari di sfruttare materie prime e risorse naturali in ben 44 dei 54 Stati africani: soprattutto petrolio, gas, oro, diamanti e altri metalli preziosi. Attraverso le offshore, i profitti vengono sottratti alle popolazioni locali e dirottati in lontani paradisi fiscali come British Virgin Islands, Seychelles o Dubai. Il regime legale di segretezza che caratterizza queste società- cassaforte aveva finora garantito il più assoluto anonimato ai ricchissimi proprietari delle 1.400 offshore, utilizzate anche per nascondere l’identità dei protagonisti di colossali casi di corruzione e riciclaggi di denaro sporco. Alcuni di questi affari africani sono al centro anche di indagini giudiziarie avviate dalle autorità africane o da magistrati di altri Paesi come Stati Uniti, Svizzera, Gran Bretagna e Italia. PanamAfrica è il nome in codice di questa nuova inchiesta giornalistica, che parte sempre dall’archivio delle società registrate fino al 2015 dallo studio Mossack Fonseca: oltre 120 mila offshore costituite dai professionisti di Panama ma collocate anche in molti altri paradisi fiscali. Dopo gli articoli pubblicati nel maggio e aprile scorsi sulle società-cassaforte utilizzate per finalità di evasione o elusione fiscale, PanamAfrica ora spiega come le offshore vengono utilizzate per spogliare il Continente nero delle sue ricchissime risorse, mentre milioni di uomini, donne e bambini africani sono costretti a vivere in condizioni disumane, tra fame, miseria, disastri ambientali, terrorismo e guerre spesso collegate a inconfessabili moventi economici. Gli articoli pubblicati a partire da oggi sul sito de l’Espresso documentano i primi risultati di questa nuova inchiesta giornalistica internazionale. Ci sono le offshore segrete dei faccendieri che hanno ottenuto da ministri corrotti le licenze per sfruttare i giacimenti di gas e petrolio in Algeria o le miniere della Repubblica Democratica del Congo. C’è l a storia del playboy, amico di molte stelle del cinema e della musica, che è diventato miliardario con il petrolio in Nigeria , dove ora è sotto accusa per una rovinosa bancarotta da 1.800 milioni...

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Rettifica scheda Atlante. Processo Pellini: assolti Curcio e Addonisio. Ma è rischio prescrizione

Posted by on 7:50 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Rettifica scheda Atlante. Processo Pellini: assolti Curcio e Addonisio. Ma è rischio prescrizione

Rettifica scheda Atlante. Processo Pellini: assolti Curcio e Addonisio. Ma è rischio prescrizione

[di CDCA] Il processo a carico dei fratelli Pellini, accusati di smaltimento illecito di rifiuti e disastro ambientale, rischia di finire in prescrizione. La famiglia di imprenditori di Acerra è accusata di aver smaltito illecitamente tonnellate di rifiuti tossici nelle campagne dell’agro nolano e casertano, aggirando i controlli grazie ad accordi con esponenti della pubblica amministrazione e delle forze dell’ordine e l’appoggio dei clan di Marcianise. Avvelenati così terreni agricoli nei comuni di Acerra, Giugliano, Qualiano, Bacoli. Tra i rifiuti, anche i fanghi di Porto Marghera. L’Atlante Italiano dei conflitti ambientali ha pubblicato e diffuso a tal proposito una scheda che riassume le varie fasi della vicenda. Su segnalazione del diretto interessato, al quale vanno le nostre scuse per il mancato aggiornamento della scheda, diamo pubblica diffusione della doverosa rettifica, per correttezza di informazione e rispetto dei diritti della persona. Nella scheda in oggetto scrivevamo infatti: “Pellini e associati hanno smaltito illegalmente in Campania almeno un milione di tonnellate di scarti industriali provenienti per la maggior parte da Toscana e Veneto, con un profitto stimato di ventisette milioni di euro. L’organizzazione si avvaleva di un rete di complici che ricoprivano posizioni di controllo nella pubblica amministrazione e nelle forze dell’ordine. In particolare, l’ex maresciallo dei carabinieri Giuseppe Curcio avrebbe dirottato i controlli dell’ARPAC e manomesso le indagini innescate dalle denunce degli agricoltori, causandone l’archiviazione”. Tale tenore letterale non teneva conto dell’avvenuta assoluzione del Maresciallo Curcio, avvenuta nel gennaio 2015 e passata in giudicato nel giugno dello stesso anno per estraneità ai fatti. In occasione della condanna in Appello a 7 anni di reclusione per Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini, per traffico illecito di rifiuti e reato di disastro ambientale aggravato, nell’ambito dell’inchiesta “Carosello-Ultimo atto”, la IV sezione penale della Corte d’Appello di Napoli ha infatti assolto con sentenza irrevocabile i carabinieri Vincenzo Addonisio e Giuseppe Curcio, nonché Vincenzo Lubrano Lobianco, titolare di una cava-discarica di Bacoli, e Fulvio Isè perché «il fatto non sussiste». Tra il 2003 e il 2006, più di un milione di tonnellate di rifiuti industriali, prevalentemente dalla Toscana e dal Veneto, sarebbero stati spacciati per compost e smaltiti nell’agro acerrano. Le motivazioni della sentenza che ha assolto i carabinieri Vincenzo Addonisio e Giuseppe Curcio, sono state depositate il 23 aprile 2015. Gli avvocati degli altri imputati, per i quali la stessa sentenza emetteva condanne aggravate, hanno presentato ricorso in Cassazione. Gli atti avrebbero dovuto essere trasmessi immediatamente al giudice dell’impugnazione ma ad oggi il procedimento non è stato ancora arrivato e, ancora una volta, un processo per disastro ambientale rischia di chiudersi senza che nessuno debba pagare per le proprie responsabilità, fatte salve dalla prescrizione dei reati contestati. Restiamo a disposizione per ulteriori chiarimenti.   L’equipe del...

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Rifiuti Roma, nello scontro tra giunta Raggi e Ama si inseriscono anche due inchieste giudiziarie

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Rifiuti Roma, nello scontro tra giunta Raggi e Ama si inseriscono anche due inchieste giudiziarie

[di Nello Trocchi su ilfattoquotidiano.it] Il tritovagliatore di Rocca Cencia è sotto inchiesta dopo la presentazione di un esposto da parte di Daniele Fortini, presidente di Ama ora dimissionario, che è stato ascoltato nuovamente dai pm. La Procura, intanto, ha inviato i carabinieri del Noe per acquisire atti e documenti presso i Tmb, impianti di trattamento meccanico biologico, di proprietà dell’Ama. I magistrati procedono per truffa   Il tritovagliatore sotto inchiesta   Il tritovagliatore al centro della contesa è di proprietà di Manlio Cerroni, ribattezzato l’ottavo re di Roma, signore dei rifiuti nel Lazio, sotto processo per truffa, associazione a delinquere e disastro ambientale in due diversi processi. L’assessore del comune di Roma Paola Muraro, vista la situazione di crisi rifiuti, ha chiesto all’Ama di usare il tritovagliatore raccogliendo il no dei vertici aziendali. Un no che in maniera chiara viene spiegato nel piano operativo presentato, in questi giorni, da Ama al comune. Proprio l’indagine in corso, si procede per truffa e frode, è il motivo ostativo all’uso dell’impianto.   Nei giorni scorsi i carabinieri del Noe hanno acquisito documenti presso l’Ama in merito al contestato tritovagliatore. Fortini aveva spiegato proprio al Fattoquotidiano.it che quell’impianto si poteva usare solo con un’ordinanza oppure con una gara pubblica visto che è fuori dal piano regionale dei rifiuti, ma soprattutto è sotto inchiesta. L’assessore Paola Muraro in merito all’indagine ha spiegato: “L’inchiesta sul tritovagliatore di Rocca Cencia? Chiedetelo alla Procura, non ne ho idea. L’ho letto sui giornali, altro non sappiamo. Se avrà conseguenze sulla situazione della città? Questo bisogna chiederlo alla Regione, se ha degli input da parte della Procura”. Fortini, dopo cinque ore in procura ascoltato come persona informata sui fatti, ha chiarito: “Ho rappresentato una situazione anomala e per certi versi stravagante. Mai un contratto tra Ama e Colari (il consorzio riferibibile a Manlio Cerroni) per l’uso del tritovagliatore di Rocca Cencia, mai una gara d’appalto”.   I Tmb sotto indagine e le polemiche sull’assessore C’è un altro filone di indagine, per il quale non sono noti i nomi degli indagati, aperto in procura relativo agli impianti di trattamento meccanico biologico dell’Ama, i Tmb di Rocca Cencia e Salario. La Procura capitolina ha inviato i carabinieri del Noe ad acquisire la documentazione relativa alle due strutture. L’assessore all’Ambiente Paola Muraro per 12 anni dal 2004 al 2016 è stata consulente di Ama e ha ricoperto, negli ultimi anni, il ruolo di referente Ipcc per gli impianti in questione, si occupava dellle procedure realative all’autorizzazione integrata ambientale. “Ero una consulente, non ho responsabilità” ha spiegato all’edizione locale di Repubblica.   C’è da capire come e perché i tmb, negli anni, hanno lavorato poco e male, se e come è stato arrecato danno alle casse pubbliche favorendo così interessi privati nel trattamento della spazzatura capitolina. Anni, in particolare dal 2010 al 2013, nei quali gli impianti funzionavano a singhiozzo. Periodo di reggenza di manager poi finiti coinvolti in inchieste giudiziarie. Non è da trascurare che nella stessa inchiesta Mafia Capitale uno dei filoni di indagine era relativo al ruolo svolto da Ama e dal rapporto con le cooperative legate a Salvatore Buzzi. Inchiesta che vede imputati due ex manager dell’azienda Franco Panzironi e Giovanni Fiscon. Dagli atti emergevano contatti e rapporti anche con altri soggetti della galassia rifiuti, una rete di...

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Il viadotto dei Toto sfonderà le meravigliose Gole di San Venanzio

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Il viadotto dei Toto sfonderà le meravigliose Gole di San Venanzio

[su primadanoi.it] L’allarme degli ambientalisti. Acerbo parla di Turchia e Forza Italia esulta perchè per ora è saltata la delibera.  ABRUZZO. Un viadotto che sfonderà le meravigliose Gole di San Venanzio: anche questo prevede il progetto del gruppo Toto sull’accorciamento dei tracciati autostradali A24 e A25. Un progetto mastodontico che attende il via libera del ministero e che non piace a tutti. Ieri l’assessore alle Aree Interne, Andrea Gerosolimo, nella riunione di giunta che doveva prendere atto del via libera di massima dei tecnici, è riuscito almeno a strappare la promessa alla squadra di Governo di far partire un momento di confronto con il territorio o meglio quella fetta di amministratori pubblici che proprio non mandano giù il progetto. Sindaci, ma non solo, che gridano al rischio di isolamento che la creazione di una viabilità alternativa potrebbe produrre. Ma anche sul fronte ambientale, oltre che su quello sismico (il nuovo tracciato passerebbe su tre faglie attive) ci sono problemi. Le associazioni che si battono per la tutela del territorio sono sul piede di guerra e comincia già a respirarsi l’aria della mobilitazione che il movimento ambientalista abruzzese respira da tempo a pieni polmoni. In lontananza affiorano echi lontani come quelli della durissima battaglia, indimenticabile, contro il traforo del Gran Sasso. Oggi come allora da un lato c’è un progetto mastodontico che attende il via libera del Ministero e dall’altro la bellezza del territorio che è in pericolo. E non una bellezza qualunque uno dei paesaggi di maggior pregio dell’Abruzzo. «Si tratta di un vero e proprio affronto alla storia e alla natura abruzzese, un attacco senza se e senza ma al buon senso e a numerose norme nazionali ed internazionali poste a tutela di beni culturali, paesaggistici e naturalistici», denunciano Stazione Ornitologica Abruzzese, LIPU, Altura e Salviamo l’Orso. Le associazioni fanno notare che oltre alle Gole l’attuazione di questo progetto comporterebbe la distruzione ambientale e paesaggistica di diversi altri siti, inclusi in parchi nazionali e regionali e in riserve naturali che caratterizzano il paesaggio e l’ambiente dell’Abruzzo la cosiddetta “Regione verde d’Europa”. «Pensavamo di averle viste tutte in questi anni ma questo progetto mina alla radice qualsiasi idea di tutela del patrimonio appenninico pur di far fare profitto ad un gruppo imprenditoriale», continuano gli ambientalisti. Le Gole di San Venanzio sono in gran parte Riserva naturale regionale e, per la restante parte, Parco naturale regionale. Sono tutelate a livello comunitario essendo classificate quale Sito di Interesse Comunitario per la fauna e la flora nonché Zona di Protezione Speciale con la nidificazione dell’Aquila reale e di una specie prioritaria, il Lanario. Ci sono Beni culturali come l’Eremo di San Venanzio e l’acquedotto romano. Insomma, un concentrato di valori unici. L’approvazione da parte di un tavolo “interdisciplinare” del progetto «ha volutamente ignorato la parte naturalistica perché sa benissimo che altrimenti avrebbero dovuto evidenziate i valori dei beni comuni la cui integrità è messa in pericolo dal progetto», denunciano le associazioni. «Sarebbero emersi decine di vincoli da superare. Così si preferisce costruire la “rete” degli interessi favorevoli per mettere tutti davanti al fatto compiuto». Ma le norme comunitarie impongono di esaminare preliminarmente e non “a posteriori” l’incidenza degli interventi su fauna e flora protetti. «Le scelte devono basarsi sulla valutazione consapevole di cosa c’è sul campo e non cercare di adattare ex post l’ambiente ai progetti con...

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Caltagirone entra in Suez e diventa il terzo azionista

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Caltagirone entra in Suez e diventa il terzo azionista

[di Celestina Dominelli su ilsole24ore.com]La risultante è chiara: il gruppo Caltagirone mette un piede in Suez, multinazionale francese specializzata nella gestione dei rifiuti e delle acque, per diventare il terzo socio del colosso transalpino alle spalle di Engie (l’ex Gaz de France, che ha il 33,6%) e della spagnola Caixa (5,7%). Mentre i francesi consolidano la propria presenza in Acea, rilevando da Caltagirone un pacchetto di azioni pari al 10,85% e salendo al 23,3% dall’attuale 12,5 per cento. E il percorso, svelato ieri da Suez nella nota con cui annunciava i risultati semestrali (archiviati con una crescita dei ricavi del 2,2,%) andrà a traguardo attraverso un aumento di capitale del 3,54% messo in pista dal gruppo transalpino e usato come corrispettivo per acquisire parte del pacchetto azionario in mano Caltagirone (che scenderà così al 5%). A squarciare il velo su un negoziato, cominciato un anno fa quando ancora la nuova giunta pentastellata al Campidoglio era di là da venire, sono stati, come detto, i francesi che, nel comunicato mattutino sulla semestrale, hanno svelato l’intenzione di aumentare la quota in Acea. Caltagirone entra in Suez con il 3,5%. I?francesi salgono al 23% in Acea Un passo portato avanti dal gruppo francese attraverso l’emissione di nuove azioni Suez nell’ambito di «un progetto di cooperazione industriale di lungo termine che sta per essere finalizzato con il gruppo Caltagirone». Poi, nel pomeriggio, la holding romana ha confermato, con una nota assai stringata, «che le controllate Viafin, Viapar e Soficos, insieme con Gamma e Fincal hanno deliberato di dar corso a un’operazione di conferimento in favore di Suez di azioni Acea», secondo quanto anticipato dall’azienda transalpina. I termini definitivi saranno comunicati oggi al mercato, ma il contorno ormai è chiaro e, a queste condizioni, il valore dell’operazione sarebbe di circa 300 milioni di euro con Suez, big presente in settanta paesi diversi, che ha una capitalizzazione di circa tre volte quella di Acea e un fatturato che, nel 2015, si è attestato a oltre 15 miliardi di euro. La logica dell’operazione è tutta industriale e, dietro il passaggio contenuto nella nota di Suez, si celano precise sinergie che saranno messe nero su bianco nel contratto in via di finalizzazione e che i due operatori sono intenzionati a percorrere nel trattamento dei rifiuti – che rappresenta, stando all’ultimo bilancio di Suez, il 49% del suo fatturato, mentre il gruppo romano è attivo nel settore attraverso la controllata Cementir con il grosso del business distribuito tra Gran Bretagna e Turchia – e sulla gestione idrica (acquedotti), tassello cruciale nell’ampio portafoglio del big transalpino e rispetto al quale la holding romana può mettere a frutto la propria expertise. Un’alleanza dagli sviluppi promettenti per entrambe le aziende, dunque, che, con tutta probabilità, sarà accompagnata, sul fronte francese, anche da un riassetto della governance con il gruppo Caltagirone che, a valle della ricapitalizzazione e dell’ingresso nell’azionariato, potrebbe entrare nel board con un proprio rappresentante nel board di?Suez (la cooptazione dovrebbe coinvolgere Francesco Caltagirone, numero uno di Cementir, che già siede nel cda di Acea). Guardando al futuro, il nuovo asse industriale potrebbe poi precludere a una crescita del gruppo capitolino nel capitale anche fino al 6%, come auspicano peraltro i soci francesi.?Per i quali cambierà poco o nulla in termini di governance dopo l’ascesa nell’azionariato di Acea visto la...

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Rifiuti Roma, Anticorruzione indaga su Ama: nel mirino appalti e affidamenti

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Rifiuti Roma, Anticorruzione indaga su Ama: nel mirino appalti e affidamenti

[su ilfattoquotidiano.it]L’obiettivo dell’Anac è quello di raccogliere documentazione e ricostruire l’iter delle procedure. Chiesta la collaborazione della giunta L’Anticorruzione vuole vederci chiaro sull’operato di Ama. L’Anac, guidata da Raffaele Cantone, ha aperto una istruttoria sulla municipalizzata in relazione alla gestione dei rifiuti a Roma. L’obiettivo è quello di raccogliere documentazione e ricostruire l’iter degli appalti e delle procedure di affidamenti dei servizi, chiedendo la collaborazione dell’amministrazione capitolina. Roma si trova in piena emergenza rifiuti e la situazione ha creato numerose polemiche e un duro scontro politico tra le opposizioni e la nuova giunta guidata dal sindaco 5 Stelle Virginia Raggi che commenta così l’istruttoria dell’Anac: “Lo chiedevamo da anni”. Intanto il consigliere regionale del Lazio e membro del mini-direttorio romano M5s, Gianluca Perilli, annuncia: “Faremo un piano di riorganizzazione dell’azienda come di tutte le partecipate del Comune: saranno piani molto radicali. Infatti se non si parte alla riorganizzazione non si potranno davvero migliorare le cose”. Appena ieri il ministro dell’Ambiente Gian Luca Gallettirispondendo al question time alla Camera ha detto che la situazione nella Capitale “è motivo di profonda preoccupazione”. E ha spronato Raggi e Zingaretti ad agire: “Ci vuole untermovalorizzatore, basta discariche”. La notizia dell’istruttoria aperta da Anac arriva nel giorno in cui il Campidoglio ha scelto il nuovo amministratore unico per guidare la municipalizzata. Si tratta di Alessandro Solidoro, presidente dell’ordine dei commercialisti di Milano. La nomina è stata ufficializzata giovedì mattina, dopo le dimissioni irrevocabili di Daniele Fortiniin polemica con l’assessore all’ambiente della giunta Raggi Paola Muraro. Proprio ieri, Fratelli d’Italia ha presentato un esposto all’Anac “per chiedere un parere sugli eventuali profili di incompatibilità dell’assessore Muraro in relazione alla sua condizione di consulente Ama dal 2004 al 2016 ed in particolare al contenzioso da lei avviato nei confronti dell’azienda”. “Il nostro esposto – chiede il consigliere comunale di Fdi-An Andrea De Priamo – chiede di verificare anche la posizione dell’assessore sotto il profilo dell’inopportunità in relazione alla sua esperienza come consulente di società private affidatarie di importanti commesse da Ama”. In Procura intanto proseguono gli accertamenti partiti dai 14 dossier inviati da Fortini, dossier che parlano anche del pericolo di “infiltrazioni criminali” in un’azienda già martoriata daParentopoli e Mafia Capitale. Si indaga anche su una possibile truffa circa le tariffe applicate sullo smaltimento e sui dati forse gonfiati della spazzatura trattata. “Domani me ne andrò e saremo contenti in due, io e Cerroni”, chiosa ironico Fortini riferendosi al proprietario di Malagrotta e suggerendo maliziosamente il possibile lo scenario del “dopo di lui”.   Pubblicato il...

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Traffico di rifiuti, gli atti non arrivano in Cassazione: il processo ai Pellini rischia la prescrizione

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Traffico di rifiuti, gli atti non arrivano in Cassazione: il processo ai Pellini rischia la prescrizione

[di Nello Trocchia su ilfattoquotidiano.it] Pochi giorni fa ho seguito in aula la lettura della sentenza a carico di Cipriano Chianese, considerato l’inventore dell’ecomafia in Campania. Da giornalista e da cittadino campano. Dietro al vetro, nel luogo riservato al pubblico, c’erano comitati, attivisti, testimoni del disastro, ma anche del riscatto. Sono il vero stato nel vuoto delle istituzioni. Dopo la sentenza che ha condannato Chianese a venti anni, è emerso chiaro l’orizzonte per chi segue queste vicende da anni: monitorare i processi. Lo dovrebbero fare tutti, stampa compresa, ma non accade. C’è un altro processo, in corso, molto importante, quello a carico dei fratelli Pellini che rischia di finire in prescrizione. Ecco quello che è accaduto. Le motivazioni della sentenza sono state depositate il 23 aprile 2015. Una sentenza, emessa dalla quarta sezione della Corte di Appello di Napoli. Dopo il ricorso per Cassazione presentato dagli avvocati degli imputati, secondo la legge, gli atti vengono “senza ritardo” trasmessi al giudice dell’impugnazione, ma al momento di quel plico, in Cassazione, non c’è traccia. La vicenda riguarda il processo a carico dei fratelli Pellini, tra quelli in corso, uno dei più importanti contro il sistema di inquinamento ambientale. In secondo grado, Salvatore, Cuono e Giovanni Pellini sono stati condannati a 7 anni per traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale aggravato. Il fascicolo del procedimento penale, al momento, non è approdato nella capitale presso la Suprema Corte di Cassazione. Tempi lunghi, carenza di personale, difficoltà dovute ai carichi di lavori, ma il risultato è che, ormai passato un anno dal deposito delle motivazioni della sentenza di appello, senza l’arrivo del fascicolo non è possibile fissare l’udienza e arrivare alla definizione del processo. Il rischio è che tutto finisca in prescrizione, soprattutto se la Cassazione dovesse decidere per l’annullamento con rinvio in Corte di Appello. L’allarme è stato lanciato da Alessandro Cannavacciuolo, la sua famiglia è parte civile nel processo. “Sono andato a Roma presso la segreteria della Cassazione per verificare l’arrivo degli atti, ma non c’era traccia e poi a Napoli dove abbiamo avuto la triste conferma”. Un lungo giro, accompagnato dall’attivista Enzo Tosti, per capire l’iter del fascicolo dove dentro c’è un pezzo di vita e della lunga battaglia di Alessandro e della sua famiglia. L’avvocato di parte civile Mimmo Paolella, che ha seguito il processo insieme all’avvocato Giovanni Bianco, spiega: “E’ emerso dalle nostre verifiche che il fascicolo, per difetti di notifiche e altri adempimenti da svolgere, non è stato inviato in Cassazione, confidiamo che tutto avvenga nel più breve tempo possibile. La prescrizione sarebbe una vera e propria sciagura”. Proprio la sentenza di secondo grado ha riconosciuto il disastro ambientale aggravato a carico dei fratelli Pellini. Alessandro Cannavacciuolo non perde la fiducia: “Noi siamo grati al lavoro dei giudici di secondo grado, proprio la quarta sezione, presidente Eugenio Giacobini, ha emesso una sentenza storica riconoscendo il disastro ambientale aggravato. Ora bisogna affrettare i tempi per evitare la prescrizione”. Proprio uno dei Pellini, intanto, è tornato in attività, socio in un’azienda che fa incetta di appalti pubblici, come denunciato proprio da ilfattoquotidiano.it. L’inchiesta, denominata Carosello, avviata nel 2006 dalla Procura di Napoli, ha messo sotto accusa un sistema che ha provocato, secondo i giudici, un disastro ambientale nel territorio di Acerra, movimentando e scaricando illegalmente tonnellate di pattume di...

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Qualità dell’ambiente urbano – XI Rapporto. Focus su Inquinamento elettromagnetico e ambiente urbano

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Qualità dell’ambiente urbano – XI Rapporto. Focus su Inquinamento elettromagnetico e ambiente urbano

[su isprambiente.gov.it]l Focus “Inquinamento elettromagnetico e ambiente urbano ” tratta un tema molto attuale relativo all’evoluzione tecnologica e normativa che ha recentemente caratterizzato il mondo delle telecomunicazioni. L’obiettivo è stato quello di mettere in luce le caratteristiche delle nuove tecnologie che si sono affacciate nel settore delle telecomunicazioni, ciò che è cambiato a livello normativo e come tutto questo si è tradotto in termini di variazione di livelli di campo elettromagnetico presenti nell’ambiente e a cui è esposta la popolazione. Quest’ultimo aspetto viene argomentato attraverso la presentazione di alcuni lavori svolti dai colleghi delle ARPA/APPA relativamente a loro esperienze di misurazioni di campi elettromagnetici e/o studi su esposizione della popolazione finalizzate a cercare di verificare quanto questa evoluzione tecnologica e normativa abbia effettivamente avuto impatto sullo sviluppo della rete di telecomunicazione e quindi sulle condizioni di esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici. Scarica la pubblicazione (pdf – 6 Mb) Sfoglia la pubblicazione ISPRA Stato dell’Ambiente 64/2015...

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Villaggi nativi e miniere di carbone. Le donne di Tamnar hanno vinto un round

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Villaggi nativi e miniere di carbone. Le donne di Tamnar hanno vinto un round

[di Marina Forti su terraterraonline.it] Un piccolo gruppo di villaggi “tribali” dell’India profonda contro due potenti compagnie minerarie, una privata e una statale. La sproporzione delle forze è schiacciante, eppure i villaggi nativi hanno vinto un round. Per otto giorni e notti consecutivi hanno bloccato l’accesso alle miniere di carbone, finché l’amministrazione ha accettato di rispondere alle loro richieste: lavoro, risarcimenti, giustizia. Questa storia si svolge in Chhattisgarh, stato dell’India settentrionale. Tamnar, distretto di Raigarh, è una remota località tra le montagne non lontano dal confine con il Jharkhand a nord e l’Orissa a est: siamo nel cuore della regione chiamata mineral belt, perché racchiude enormi giacimenti minerari. Questi tre stati da soli fanno il 70 per cento dei giacimenti di carbone dell’India, il 56 per cento del ferro, il 60 per cento della bauxite, materie prime che fanno funzionare l’industria moderna. Da anni però la regione è attraversata da conflitti: perché miniere e fabbriche hanno costretto molti a sfollare, e perché aziende e notabili esercitano un potere arrogante. Questa è anche la regione dove vive gran parte della popolazione nativa indiana, gli adivasi, “tribali”, che di tanto “sviluppo” hanno visto solo requisizioni di terre, inquinamento e repressione. Per questo la vicenda di questo piccolo municipio rurale allude a una storia più generale. La battaglia di Tamnar è stata guidata dalle donne (riprendo il racconto dei fatti da Scroll.in). Sono loro che hanno cominciato l’11 luglio bloccando la strada principale, che dà accesso alle miniere Gare Palma IV/2 e IV/3 gestite dalla compagnia statale South Eastern Coalfield Limited. Decine di persone sono rimaste là giorno e notte, incuranti dei continui acquazzoni (in India questa è la stagione delle piogge monsoniche). Poco a poco le miniere si sono fermate: non passava nulla, non un camion, non un solo carico di carbone. Gli abitanti chiedevano lavoro e risarcimenti per le terre incamerate dalle compagnie minerarie. Tamnar comprende diversi villaggi ed è circondata da miniere di carbone: oltre a quelle di Gare Palma IV/2 e IV/3 ci sono quelle in concessione a Jindal Power e a Hindalco (gruppo Aditya Birla). L’intero paesaggio è fatto di miniere – sotterranee e a cielo aperto, enormi buchi scavati nella montagna, gran via vai di camion e polvere nera che vola ovunque. Tutti i villaggi qui sono toccati da almeno una miniera o una centrale termica. Dunque quando il primo gruppo di villaggi ha bloccato l’accesso alle miniere di Gare Palma IV/2 e IV/3, gli altri villaggi si sono uniti a loro: l’interesse comune era chiaro. Tanto più che altre miniere sono in espansione nella zona. La Gare Palma IV/4, in concessione a Hidalco, ha suscitato proteste e fatto altri sfollati, denuncia Amnesty International. Ora il consiglio di villaggio (l’organo di governo locale, elettivo) chiede una moratoria. La gente di Tamnar accusa le compagnie di aver occupato le loro terre senza cercare il “previo consenso informato” del consiglio municipale, come vuole la legge, e senza riguardo per chi ha perso di colpo la terra da coltivare. Chiede che siano rispettate la Forest Rights Act, legge che tutela i diritti consuetudinari delle popolazioni delle regioni forestali, e la legge chiamata Pesa, che rende in teoria inalienabile la terra dei municipi (panchayat) abitati da popolazioni native: come Tamnar, appunto. Qui tutti hanno storie di terre sottratte più o...

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