CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Rifiuti Roma, Anticorruzione indaga su Ama: nel mirino appalti e affidamenti

Posted by on 8:42 am in Notizie | Commenti disabilitati su Rifiuti Roma, Anticorruzione indaga su Ama: nel mirino appalti e affidamenti

Rifiuti Roma, Anticorruzione indaga su Ama: nel mirino appalti e affidamenti

[su ilfattoquotidiano.it]L’obiettivo dell’Anac è quello di raccogliere documentazione e ricostruire l’iter delle procedure. Chiesta la collaborazione della giunta L’Anticorruzione vuole vederci chiaro sull’operato di Ama. L’Anac, guidata da Raffaele Cantone, ha aperto una istruttoria sulla municipalizzata in relazione alla gestione dei rifiuti a Roma. L’obiettivo è quello di raccogliere documentazione e ricostruire l’iter degli appalti e delle procedure di affidamenti dei servizi, chiedendo la collaborazione dell’amministrazione capitolina. Roma si trova in piena emergenza rifiuti e la situazione ha creato numerose polemiche e un duro scontro politico tra le opposizioni e la nuova giunta guidata dal sindaco 5 Stelle Virginia Raggi che commenta così l’istruttoria dell’Anac: “Lo chiedevamo da anni”. Intanto il consigliere regionale del Lazio e membro del mini-direttorio romano M5s, Gianluca Perilli, annuncia: “Faremo un piano di riorganizzazione dell’azienda come di tutte le partecipate del Comune: saranno piani molto radicali. Infatti se non si parte alla riorganizzazione non si potranno davvero migliorare le cose”. Appena ieri il ministro dell’Ambiente Gian Luca Gallettirispondendo al question time alla Camera ha detto che la situazione nella Capitale “è motivo di profonda preoccupazione”. E ha spronato Raggi e Zingaretti ad agire: “Ci vuole untermovalorizzatore, basta discariche”. La notizia dell’istruttoria aperta da Anac arriva nel giorno in cui il Campidoglio ha scelto il nuovo amministratore unico per guidare la municipalizzata. Si tratta di Alessandro Solidoro, presidente dell’ordine dei commercialisti di Milano. La nomina è stata ufficializzata giovedì mattina, dopo le dimissioni irrevocabili di Daniele Fortiniin polemica con l’assessore all’ambiente della giunta Raggi Paola Muraro. Proprio ieri, Fratelli d’Italia ha presentato un esposto all’Anac “per chiedere un parere sugli eventuali profili di incompatibilità dell’assessore Muraro in relazione alla sua condizione di consulente Ama dal 2004 al 2016 ed in particolare al contenzioso da lei avviato nei confronti dell’azienda”. “Il nostro esposto – chiede il consigliere comunale di Fdi-An Andrea De Priamo – chiede di verificare anche la posizione dell’assessore sotto il profilo dell’inopportunità in relazione alla sua esperienza come consulente di società private affidatarie di importanti commesse da Ama”. In Procura intanto proseguono gli accertamenti partiti dai 14 dossier inviati da Fortini, dossier che parlano anche del pericolo di “infiltrazioni criminali” in un’azienda già martoriata daParentopoli e Mafia Capitale. Si indaga anche su una possibile truffa circa le tariffe applicate sullo smaltimento e sui dati forse gonfiati della spazzatura trattata. “Domani me ne andrò e saremo contenti in due, io e Cerroni”, chiosa ironico Fortini riferendosi al proprietario di Malagrotta e suggerendo maliziosamente il possibile lo scenario del “dopo di lui”.   Pubblicato il...

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Traffico di rifiuti, gli atti non arrivano in Cassazione: il processo ai Pellini rischia la prescrizione

Posted by on 7:54 am in Notizie | Commenti disabilitati su Traffico di rifiuti, gli atti non arrivano in Cassazione: il processo ai Pellini rischia la prescrizione

Traffico di rifiuti, gli atti non arrivano in Cassazione: il processo ai Pellini rischia la prescrizione

[di Nello Trocchia su ilfattoquotidiano.it] Pochi giorni fa ho seguito in aula la lettura della sentenza a carico di Cipriano Chianese, considerato l’inventore dell’ecomafia in Campania. Da giornalista e da cittadino campano. Dietro al vetro, nel luogo riservato al pubblico, c’erano comitati, attivisti, testimoni del disastro, ma anche del riscatto. Sono il vero stato nel vuoto delle istituzioni. Dopo la sentenza che ha condannato Chianese a venti anni, è emerso chiaro l’orizzonte per chi segue queste vicende da anni: monitorare i processi. Lo dovrebbero fare tutti, stampa compresa, ma non accade. C’è un altro processo, in corso, molto importante, quello a carico dei fratelli Pellini che rischia di finire in prescrizione. Ecco quello che è accaduto. Le motivazioni della sentenza sono state depositate il 23 aprile 2015. Una sentenza, emessa dalla quarta sezione della Corte di Appello di Napoli. Dopo il ricorso per Cassazione presentato dagli avvocati degli imputati, secondo la legge, gli atti vengono “senza ritardo” trasmessi al giudice dell’impugnazione, ma al momento di quel plico, in Cassazione, non c’è traccia. La vicenda riguarda il processo a carico dei fratelli Pellini, tra quelli in corso, uno dei più importanti contro il sistema di inquinamento ambientale. In secondo grado, Salvatore, Cuono e Giovanni Pellini sono stati condannati a 7 anni per traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale aggravato. Il fascicolo del procedimento penale, al momento, non è approdato nella capitale presso la Suprema Corte di Cassazione. Tempi lunghi, carenza di personale, difficoltà dovute ai carichi di lavori, ma il risultato è che, ormai passato un anno dal deposito delle motivazioni della sentenza di appello, senza l’arrivo del fascicolo non è possibile fissare l’udienza e arrivare alla definizione del processo. Il rischio è che tutto finisca in prescrizione, soprattutto se la Cassazione dovesse decidere per l’annullamento con rinvio in Corte di Appello. L’allarme è stato lanciato da Alessandro Cannavacciuolo, la sua famiglia è parte civile nel processo. “Sono andato a Roma presso la segreteria della Cassazione per verificare l’arrivo degli atti, ma non c’era traccia e poi a Napoli dove abbiamo avuto la triste conferma”. Un lungo giro, accompagnato dall’attivista Enzo Tosti, per capire l’iter del fascicolo dove dentro c’è un pezzo di vita e della lunga battaglia di Alessandro e della sua famiglia. L’avvocato di parte civile Mimmo Paolella, che ha seguito il processo insieme all’avvocato Giovanni Bianco, spiega: “E’ emerso dalle nostre verifiche che il fascicolo, per difetti di notifiche e altri adempimenti da svolgere, non è stato inviato in Cassazione, confidiamo che tutto avvenga nel più breve tempo possibile. La prescrizione sarebbe una vera e propria sciagura”. Proprio la sentenza di secondo grado ha riconosciuto il disastro ambientale aggravato a carico dei fratelli Pellini. Alessandro Cannavacciuolo non perde la fiducia: “Noi siamo grati al lavoro dei giudici di secondo grado, proprio la quarta sezione, presidente Eugenio Giacobini, ha emesso una sentenza storica riconoscendo il disastro ambientale aggravato. Ora bisogna affrettare i tempi per evitare la prescrizione”. Proprio uno dei Pellini, intanto, è tornato in attività, socio in un’azienda che fa incetta di appalti pubblici, come denunciato proprio da ilfattoquotidiano.it. L’inchiesta, denominata Carosello, avviata nel 2006 dalla Procura di Napoli, ha messo sotto accusa un sistema che ha provocato, secondo i giudici, un disastro ambientale nel territorio di Acerra, movimentando e scaricando illegalmente tonnellate di pattume di...

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Qualità dell’ambiente urbano – XI Rapporto. Focus su Inquinamento elettromagnetico e ambiente urbano

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Qualità dell’ambiente urbano – XI Rapporto. Focus su Inquinamento elettromagnetico e ambiente urbano

[su isprambiente.gov.it]l Focus “Inquinamento elettromagnetico e ambiente urbano ” tratta un tema molto attuale relativo all’evoluzione tecnologica e normativa che ha recentemente caratterizzato il mondo delle telecomunicazioni. L’obiettivo è stato quello di mettere in luce le caratteristiche delle nuove tecnologie che si sono affacciate nel settore delle telecomunicazioni, ciò che è cambiato a livello normativo e come tutto questo si è tradotto in termini di variazione di livelli di campo elettromagnetico presenti nell’ambiente e a cui è esposta la popolazione. Quest’ultimo aspetto viene argomentato attraverso la presentazione di alcuni lavori svolti dai colleghi delle ARPA/APPA relativamente a loro esperienze di misurazioni di campi elettromagnetici e/o studi su esposizione della popolazione finalizzate a cercare di verificare quanto questa evoluzione tecnologica e normativa abbia effettivamente avuto impatto sullo sviluppo della rete di telecomunicazione e quindi sulle condizioni di esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici. Scarica la pubblicazione (pdf – 6 Mb) Sfoglia la pubblicazione ISPRA Stato dell’Ambiente 64/2015...

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Villaggi nativi e miniere di carbone. Le donne di Tamnar hanno vinto un round

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Villaggi nativi e miniere di carbone. Le donne di Tamnar hanno vinto un round

[di Marina Forti su terraterraonline.it] Un piccolo gruppo di villaggi “tribali” dell’India profonda contro due potenti compagnie minerarie, una privata e una statale. La sproporzione delle forze è schiacciante, eppure i villaggi nativi hanno vinto un round. Per otto giorni e notti consecutivi hanno bloccato l’accesso alle miniere di carbone, finché l’amministrazione ha accettato di rispondere alle loro richieste: lavoro, risarcimenti, giustizia. Questa storia si svolge in Chhattisgarh, stato dell’India settentrionale. Tamnar, distretto di Raigarh, è una remota località tra le montagne non lontano dal confine con il Jharkhand a nord e l’Orissa a est: siamo nel cuore della regione chiamata mineral belt, perché racchiude enormi giacimenti minerari. Questi tre stati da soli fanno il 70 per cento dei giacimenti di carbone dell’India, il 56 per cento del ferro, il 60 per cento della bauxite, materie prime che fanno funzionare l’industria moderna. Da anni però la regione è attraversata da conflitti: perché miniere e fabbriche hanno costretto molti a sfollare, e perché aziende e notabili esercitano un potere arrogante. Questa è anche la regione dove vive gran parte della popolazione nativa indiana, gli adivasi, “tribali”, che di tanto “sviluppo” hanno visto solo requisizioni di terre, inquinamento e repressione. Per questo la vicenda di questo piccolo municipio rurale allude a una storia più generale. La battaglia di Tamnar è stata guidata dalle donne (riprendo il racconto dei fatti da Scroll.in). Sono loro che hanno cominciato l’11 luglio bloccando la strada principale, che dà accesso alle miniere Gare Palma IV/2 e IV/3 gestite dalla compagnia statale South Eastern Coalfield Limited. Decine di persone sono rimaste là giorno e notte, incuranti dei continui acquazzoni (in India questa è la stagione delle piogge monsoniche). Poco a poco le miniere si sono fermate: non passava nulla, non un camion, non un solo carico di carbone. Gli abitanti chiedevano lavoro e risarcimenti per le terre incamerate dalle compagnie minerarie. Tamnar comprende diversi villaggi ed è circondata da miniere di carbone: oltre a quelle di Gare Palma IV/2 e IV/3 ci sono quelle in concessione a Jindal Power e a Hindalco (gruppo Aditya Birla). L’intero paesaggio è fatto di miniere – sotterranee e a cielo aperto, enormi buchi scavati nella montagna, gran via vai di camion e polvere nera che vola ovunque. Tutti i villaggi qui sono toccati da almeno una miniera o una centrale termica. Dunque quando il primo gruppo di villaggi ha bloccato l’accesso alle miniere di Gare Palma IV/2 e IV/3, gli altri villaggi si sono uniti a loro: l’interesse comune era chiaro. Tanto più che altre miniere sono in espansione nella zona. La Gare Palma IV/4, in concessione a Hidalco, ha suscitato proteste e fatto altri sfollati, denuncia Amnesty International. Ora il consiglio di villaggio (l’organo di governo locale, elettivo) chiede una moratoria. La gente di Tamnar accusa le compagnie di aver occupato le loro terre senza cercare il “previo consenso informato” del consiglio municipale, come vuole la legge, e senza riguardo per chi ha perso di colpo la terra da coltivare. Chiede che siano rispettate la Forest Rights Act, legge che tutela i diritti consuetudinari delle popolazioni delle regioni forestali, e la legge chiamata Pesa, che rende in teoria inalienabile la terra dei municipi (panchayat) abitati da popolazioni native: come Tamnar, appunto. Qui tutti hanno storie di terre sottratte più o...

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Venezia, da patrimonio mondiale dell’umanità alla “danger list” dell’Unesco?

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Venezia, da patrimonio mondiale dell’umanità alla “danger list” dell’Unesco?

[di Marco Parini su greenreport.it]«Reali i rischi per la conservazione del sito». Chieste all’Italia misure urgenti contro grandi navi e per un turismo sostenibile La risoluzione adottata dall’Unesco ieri, giovedì 14 luglio nella 40a sessione a Istanbul, relativa al sito Venice and its Lagoon, è un grande successo di tutti coloro che hanno lavorato in questi anni per la tutela della città e della sua Laguna, ma è anche il riconoscimento della fondatezza delle posizioni di Italia Nostra e delle sue denunce sullo stato di pericolo della città. Nell’ottobre dello scorso anno tre commissari (Unesco, Icomos, Ramsar) hanno effettuato a Venezia un’ispezione e redatto una relazione sfociata nella risoluzione comunicata oggi. La risoluzione dell’Unesco – riconoscendo come reali i rischi per la conservazione del sito da noi denunciati – richiede allo Stato italiano entro il primo febbraio del 2017 di presentare un rapporto dettagliato sullo stato di conservazione del sito, chiedendo contestualmente misure urgenti, quali il fermo di qualsiasi nuovo progetto infrastrutturale, un documento «legale» che introduca la proibizione alla grandi navi passeggeri e commerciali di entrare in Laguna, l’introduzione di limiti nel traffico acqueo (di velocità, e nel tipo di scafi e imbarcazioni) in città e in Laguna e una strategia efficace per un turismo sostenibile. In mancanza di progressi, l’Unesco prenderà in considerazione di iscrivere il sito nella lista dei siti in pericolo, al pari di luoghi a rischio di essere distrutti da eventi bellici. Uno schiaffo che il governo italiano si spera non voglia subire, correndo finalmente ai ripari con decise misure per la tutela di Venezia e della Laguna, quali l’estromissione delle grandi navi croceristiche, il contenimento del traffico di grandi navi commerciali in Laguna e dei danni provocati dal Canale dei Petroli, la rifunzionalizzazione idraulica della Laguna centrale, e una politica di forti incentivi economici a sostegno della residenza e delle attività tradizionali o comunque non legate al turismo. Vale a dire una nuova legge speciale. Italia Nostra negli anni scorsi ha scritto tre lettere all’Unesco denunciando le gravi minacce che su Venezia e la sua Laguna incombono, chiedendo di inserire il sito nella Danger list. La Laguna di Venezia infatti, dichiarata assieme e inscindibilmente a Venezia sito culturale di importanza mondiale (definita dal Rapport périodique dell’Unesco 2006 «an outstanding example of a semi-lake settlement», che necessita «as much protection as the palaces and the churches»), è in serio pericolo di veder distrutte le sue forme caratteristiche e la sua morfologia a causa di progetti infrastrutturali, anche finalizzati alla promozione di attività portuali, proposti da autorità statali e locali anche amministrativamente diverse da Venezia ma insistenti sullo stesso territorio lagunare… La città di Venezia inoltre è oggetto di un turismo di massa sempre più devastante, per nulla regolato o pianificato, che cancella il modo di vivere peculiare della città e ne espelle gli abitanti». Per questi motivi, al fine di esprimere un’azione più stringente di tutela, Italia Nostra invitava il World Heritage Committee a prendere in considerazione la possibilità di inserire Venezia e la sua Laguna nella Danger List, ed eventualmente di cancellare Venezia e la sua Laguna dalla lista dei siti patrimonio mondiale dell’umanità. Pubblicato su greenreport.it il 15 luglio...

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Biodiversità, allarme degli esperti: pericolo anche per uomo

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Biodiversità, allarme degli esperti: pericolo anche per uomo

[su tgcom24.mediaset.it]Uno studio pubblicato su Science punta il dito contro la distruzione degli habitat causata dallo sfruttamento agricolo: gli ecosistemi non sono in grado di “riprendersi” La biodiversità del globo terrestre è scesa sotto il “livello di guardia” a causa della distruzione degli habitat e dello sfruttamento agricolo, con conseguenze potenzialmente disastrose anche per l’uomo. A lanciare l’allarme è uno studio guidato dell’University College London, pubblicato su Science. Oltre la metà della superficie terrestre, che ospita più del 70% della popolazione mondiale, il livello di perdita di biodiversità è diminuito a tal punto da minare la capacità degli ecosistemi di “supportare” in futuro le stesse vite umane. A rischio la sopravvivenza dell’uomo – Secondo i ricercatori, il nostro pianeta sta perdendo talmente tante specie animali e vegetali che a rischio potrebbe esserci la stessa sopravvivenza dell’uomo. La distruzione degli habitat naturali ha infatti ridotto la varietà di piante e animali esistenti al punto che fenomeni naturali – come l’impollinazione, la decomposizione dei rifiuti, la regolazione del ciclo globale del carbonio – potrebbero non essere più in grado di funzionare correttamente, con rischi in particolare per l’agricoltura. La minaccia dell’agricoltura intensiva – La piaga più grave è quella dell’agricoltura intensiva. Sono oltre 240 le colture nel mondo, tra cui quelle di moltissimi frutti, che per sopravvivere hanno bisogno di impollinatori come api e farfalle, le cui popolazioni sono state notevolemente decimate negli ultimi anni. Tundra e foreste boreali sono le aree meno colpite, al contrario delle praterie, dove si concentra la maggior parte dell’industria agricola. Pubblicato su tgcom24.mediaset.it il...

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Autostrada per l’inferno

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Autostrada per l’inferno

[di Re:Common su recommon.org]“Autostrada per l’inferno” è un’analisi approfondita di due grandi progetti di infrastrutture nel Veneto e delle questioni connesse, relative alla corruzione e all’appropriazione dello stato da parte del privato. Il Passante di Mestre e il Mose sono due grandi opere parte di uno dei massimi scandali di corruzione della storia italiana che ha portato all’arresto di uomini politici, imprenditori e funzionari pubblici. Ci si riferisce qui a questo scandalo di corruzione sistemica come al “sistema Veneto”. Come organizzazioni della società civile  che hanno la missione di rendere le istituzioni finanziarie pubbliche più aperte, trasparenti, responsabili e sostenibili ci siamo concentrati anche sull’aspetto finanziario delle vicende. Di fatto da un decennio il denaro europeo finanzia i discutibili mega-progetti al cuore del sistema. Nonostante l’emergere di motivi di sospetto, la Banca europea per gli investimenti (BEI) ha elargito vari prestiti e continuato a erogare quote di quei prestiti anche quando scoppiò lo scandalo corruzione e furono avviate in Italia indagini di alto profilo. In realtà la BEI e la Commissione europea sono ancora impegnate a rifinanziare il debito accumulato dal Passante di Mestre tramite l’iniziativa dei Project Bond. Ciò è in netto contrasto con l’impegno della BEI in una “politica di tolleranza zero nei confronti delle frodi e della corruzione”. Il presente rapporto narra inoltre la storia dei numerosi insuccessi e punti deboli dei sistemi anticorruzione, dal sostegno sconsiderato della BEI e della banca pubblica italiana Cassa Depositi e Prestiti (CDP) alle inerzie dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF). Vi sono documentati numerosi casi di conflitti di interesse e intrecci tra sfera pubblica e privata in ciò che si definisce “combo pubblico-privato” (combinazione tra pubblico e privato). In verità il sistema Veneto ha mostrato una vera e propria appropriazione sistemica dello stato da parte del privato,che emerge nel modo in cui i rapporti tra istituzioni pubbliche ed enti privati erano stati strutturati a vantaggio degli interessi di pochi. In tempi come i nostri di grave difficoltà economica e finanziaria, di solito i governi non vedono l’ora di sostenere le proprie economie promuovendo investimenti infrastrutturali di grande scala. E troppo spesso l’“urgenza” di portare avanti quegli investimenti accelera i processi decisionali, la scelta dei progetti e in definitiva i finanziamenti europei. Ma una tale fretta rischia più spesso di portare a scelte mediocri basate su valutazioni economiche inadeguate e alla sottovalutazione degli impatti ambientali e sociali. Nel caso del sistema Veneto,  la creazione del debito e le garanzie pubbliche e i meccanismi che la consentono sono anche strumenti cruciali dell’appropriazione dello stato. Si fa inoltre appello alle istituzioni europee affinché imparino da questo caso e affrontino più seriamente i problemi di frodi e corruzione legati ai progetti finanziati dalla BEI, la  banca dell’Unione Europea. SCARICA QUI LA...

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L’ingannevole ragionevolezza della Torino-Lione

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L’ingannevole ragionevolezza della Torino-Lione

[di Livio Pepino su ecologia politica.org]«Il ridimensionamento della grande opera era previsto da anni. Non è un improvviso “Nì Tav” ma la prima ammissione ufficiale della grande truffa perpetrata nei tunnel sotto le Alpi». Commentando una dichiarazione del ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, il manifesto di domenica titola con qualche ottimismo e buona evidenza: «Torino-Lione, il governo diventa Nì Tav». È proprio così o si tratta dell’ennesima bufala di un governo che privilegia, ancora una volta, la narrazione sulla realtà? Purtroppo la risposta è univocamente la seconda. Eppure anche le bufale, a volte, aprono nuovi spazi in cui è bene inserirsi. Partiamo, dunque, dai fatti. Cosa ha detto il ministro? Ha detto – secondo le agenzie – che il progetto della tratta nazionale della Torino-Lione, che da Bussoleno scende verso il capoluogo e raggiunge Settimo, è stato “revisionato” rispetto a quello preliminare del 2011, prevedendo, almeno in una prima fase, l’utilizzo di una parte consistente dell’attuale linea storica (23 chilometri e mezzo tra Bussoleno e Buttigliera) e l’accantonamento, nella parte di nuova realizzazione, di alcuni tunnel originariamente previsti (in particolare la cosiddetta “gronda merci”, cioè la galleria di venti chilometri da scavare tra Torino e Settimo). Di qui un risparmio di oltre due miliardi, un minor impatto ambientale e una maggior “rapidità” di costruzione della tratta (destinata a essere completata entro il 2030). Naturalmente – si è affrettato a precisare il ministro – “non sono arretramenti ma adeguamenti, e sono un’intelligente rivisitazione dei progetti per fare le opere nei tempi giusti, con i costi minori e che siano davvero utili”. L’affermazione ministeriale, oltre che reticente in alcuni passaggi, è un capolavoro di narrazione tesa a trasformare il flop dell’originario progetto (e le conseguenti necessarie marce indietro) in una scelta strategica dei proponenti effettuata per responsabilità economica ed ecologica (magari accogliendo, magnanimamente, alcune proposte degli odiati No Tav). In realtà, peraltro, non c’è nulla di nuovo, se non la traduzione in progetto (a quanto pare…) di una sorta di concordato fallimentare predisposto, non senza imbarazzo, cinque anni fa … continua a leggere su ecologia...

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Seveso quarant’anni dopo

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Seveso quarant’anni dopo

[di Giovanna Ricoveri su ecologiapolitica.org] Il 10 luglio 1976 alla Icmesa di Meda, comune della Brianza a nord di Milano, si verificò un incidente drammatico a causa del surriscaldamento di un reattore e la immissione in atmosfera di una polvere bianca – la diossina di Seveso, la più tossica di tutte le diossine, che provoca tumori e cloracne. La polvere bianca fu trascinata dal vento verso sud, ricadendo soprattutto su Seveso, Cesano Maderno e Desio, ma Seveso fu il comune maggiormente colpito, e per questa ragione la Direttiva europea 82/501 sui grandi rischi industriali prese il nome di Direttiva Seveso. L’Icmesa era una società di proprietà della Givaudan, a sua volta appartenente alla multinazionale svizzera Hoffmann-La Roche, che fabbricava composti chimici organici, intermedi per la produzione di cosmetici e di erbicidi. Tra questi composti veniva prodotto il triclorofenolo, il cui rapporto con la diossina era ben noto, tanto che nel 1970 erano già stati descritti i danni alla salute verificatisi nelle persone esposte al contatto con gli erbicidi che gli americani avevano versato in grandi quantità in Vietnam per distruggere la giungla, nella quale si nascondevano i partigiani Vietcong, e i campi di riso, unico alimento per la popolazione che collaborava con i partigiani. Per inciso, l’intossicazione dovuta alla diossina presente in quelle vere e proprie armi chimiche colpì anche i soldati americani che percorsero il terreno contaminato, tanto che molti reduci dal Vietnam fecero causa al governo americano per essere risarciti per i danni sofferti a causa del contatto con la diossina sparsa proprio dai loro stessi compagni d’arma. Dal 1970 inoltre l’uso agricolo degli erbicidi usati dagli americani in Vietnam era stato vietato anche in Italia. L’incidente di Seveso del 1976 accadde di sabato, quando la fabbrica era chiusa. Ben presto gli animali domestici cominciarono a morire, e comparvero delle pustolette sulla faccia dei bambini che giocavano all’aria aperta ed erano venuti a contatto con la “nube”. Ma la direzione aziendale non avvertì né i lavoratori né la popolazione, e non denunciò l’incidente alle autorità sanitarie italiane fino al martedì successivo, quattro giorni dopo. Niente venne fatto fino al sabato successivo, quando la popolazione venne evacuata, cosicché l’incidente si tradusse in una vera catastrofe umana e sociale per un insieme di fattori, dovuti in parte al cinismo dell’azienda e in parte al cinismo e all’ignoranza degli amministratori locali e delle autorità sanitarie nazionali … continua a leggere su...

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Bari, mai inaugurato l’impianto di compostaggio più grande d’Europa

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Bari, mai inaugurato l’impianto di compostaggio più grande d’Europa

[di Titti Vincenti su ilfattoquotidiano.it] Dovrebbe trasformare 438 tonnellate al giorno di scarti organici, ma per adesso è un mega capannone vuoto, bloccato da iter burocratici e inchieste giudiziarie. Gli abitanti dei paesi limitrofi tra l’altro hanno più di una perplessità in merito: da sempre ne contestano l’ubicazione, l’iter burocratico e il progetto. Ha una struttura avveniristica e maestosa, tanto da essere definito l’astronave dei rifiuti. Altri invece lo chiamano più semplicemente ecomostro. Sulla statale 96 che collega Bari aMatera, nella zona di Grumo, c’è uno tra i più grandi impianti dicompostaggio d’Europa: dovrebbe trasformare 438 tonnellate al giorno di scarti organici, come il cibo, in fertilizzanti e compost. Mai inaugurato, adesso è un mega capannone vuoto dellaPrometeo 2000, società satellite di un’altra azienda che opera in questo settore, la Tersan della famiglia Delle Foglie. Gli abitanti dei paesi limitrofi, però, serbano più di una perplessità in merito: da sempre ne contestano l’ubicazione, l’iter burocratico e ilprogetto. L’AREA DEL SITO E’ IDONEA?- “Lo stabilimento è adiacente alParco nazionale dell’Alta Murgia, un’area protetta, oltre che ad una polveriera, ad una linea ferroviaria e ad altri siti sottoposti a vincoli ambientali” rivela l’avvocato Pasquale Regina, portavoce del comitato civico Econostro. “Se lo attivassero, sentiremmo del cattivo odore, che svaluterebbe i terreni. Riusciremmo a vendere i nostri prodotti slow food e Dop, come la mandorlaFilippo Cea di Toritto e l’olio? Non credo! Avremmo anche problemi con i turisti” lamenta invece una signora di Quasano, borgo a pochi chilometri dall’astronave. L’ITER BUROCRATICO E LE AUTORIZZAZIONI- Soprattutto appare dubbia la procedura amministrativa. A fine anni ’90, La famiglia Delle Foglie inoltra le richieste per costruire l’impianto di compostaggio su un terreno di loro proprietà. Nel giro di poco tempo, la Regione Puglia fornisce la prima valutazione di impatto ambientale positiva e la Provincia di Baridà il suo consenso. Ad agosto 2001, i proprietari chiedono una nuova variante in corso d’opera per “l’accorpamento dei volumi edificati”. L’iter per questo riesame non si è mai concluso e dal 2000 si contano numerose proroghe: agli atti rimane solo una determina dirigenziale della Provincia, vecchia di sedici anni. Il progetto iniziale, tra l’altro, sembra non essere più reperibile. L’aveva firmato l’ingegner CarmineCarella, coinvolto nel processo sul termovalorizzatore della Eco Energia-Marcegaglia, poi assolto. “Non esiste agli atti e non è mai stato messo a disposizione” sottolinea l’avvocato Rocco Lavalle, assessore all’ambiente di Toritto, provincia di Bari. Dunque le passate autorizzazioni sono ancora valide? Non si sa. Secondo gli esponenti del comitato Alta murgia “per legge la valutazione di impatto ambientale deve essere reiterata e deve riguardare l’intero impianto”. Anche lì, però, tutto è bloccato: la Regione Puglia, che deve pronunciarsi nel merito, sta “completando l’istruttoria e raccogliendo i pareri” come riferisce un dirigente del dipartimento ecologia. LA STORIA GIUDIZIARIA-  Nel frattempo, i lavori sul cantiere dell’astronave sono stati bloccati. Il motivo? Una complessavicenda giudiziaria aperta su più fronti: nel settembre 2000 il comune di Grumo ricorre al Tar per annullare la delibera della Provincia con cui si approvava il progetto; mentre ad ottobre 2004 il gip del Tribunale di Bari pone sotto sequestro preventivo l’impianto, il capo d’accusa è abusivismo edilizio, oltre alla violazione di norme ambientali e urbanistiche. Tutti gli imputati vengono assolti nel 2014, quando la Corte d’appello di Bariannulla la confisca.  A dicembre dello stesso anno il consiglio di Stato respinge infine il ricorso del comune...

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