CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Venezia, da patrimonio mondiale dell’umanità alla “danger list” dell’Unesco?

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Venezia, da patrimonio mondiale dell’umanità alla “danger list” dell’Unesco?

[di Marco Parini su greenreport.it]«Reali i rischi per la conservazione del sito». Chieste all’Italia misure urgenti contro grandi navi e per un turismo sostenibile La risoluzione adottata dall’Unesco ieri, giovedì 14 luglio nella 40a sessione a Istanbul, relativa al sito Venice and its Lagoon, è un grande successo di tutti coloro che hanno lavorato in questi anni per la tutela della città e della sua Laguna, ma è anche il riconoscimento della fondatezza delle posizioni di Italia Nostra e delle sue denunce sullo stato di pericolo della città. Nell’ottobre dello scorso anno tre commissari (Unesco, Icomos, Ramsar) hanno effettuato a Venezia un’ispezione e redatto una relazione sfociata nella risoluzione comunicata oggi. La risoluzione dell’Unesco – riconoscendo come reali i rischi per la conservazione del sito da noi denunciati – richiede allo Stato italiano entro il primo febbraio del 2017 di presentare un rapporto dettagliato sullo stato di conservazione del sito, chiedendo contestualmente misure urgenti, quali il fermo di qualsiasi nuovo progetto infrastrutturale, un documento «legale» che introduca la proibizione alla grandi navi passeggeri e commerciali di entrare in Laguna, l’introduzione di limiti nel traffico acqueo (di velocità, e nel tipo di scafi e imbarcazioni) in città e in Laguna e una strategia efficace per un turismo sostenibile. In mancanza di progressi, l’Unesco prenderà in considerazione di iscrivere il sito nella lista dei siti in pericolo, al pari di luoghi a rischio di essere distrutti da eventi bellici. Uno schiaffo che il governo italiano si spera non voglia subire, correndo finalmente ai ripari con decise misure per la tutela di Venezia e della Laguna, quali l’estromissione delle grandi navi croceristiche, il contenimento del traffico di grandi navi commerciali in Laguna e dei danni provocati dal Canale dei Petroli, la rifunzionalizzazione idraulica della Laguna centrale, e una politica di forti incentivi economici a sostegno della residenza e delle attività tradizionali o comunque non legate al turismo. Vale a dire una nuova legge speciale. Italia Nostra negli anni scorsi ha scritto tre lettere all’Unesco denunciando le gravi minacce che su Venezia e la sua Laguna incombono, chiedendo di inserire il sito nella Danger list. La Laguna di Venezia infatti, dichiarata assieme e inscindibilmente a Venezia sito culturale di importanza mondiale (definita dal Rapport périodique dell’Unesco 2006 «an outstanding example of a semi-lake settlement», che necessita «as much protection as the palaces and the churches»), è in serio pericolo di veder distrutte le sue forme caratteristiche e la sua morfologia a causa di progetti infrastrutturali, anche finalizzati alla promozione di attività portuali, proposti da autorità statali e locali anche amministrativamente diverse da Venezia ma insistenti sullo stesso territorio lagunare… La città di Venezia inoltre è oggetto di un turismo di massa sempre più devastante, per nulla regolato o pianificato, che cancella il modo di vivere peculiare della città e ne espelle gli abitanti». Per questi motivi, al fine di esprimere un’azione più stringente di tutela, Italia Nostra invitava il World Heritage Committee a prendere in considerazione la possibilità di inserire Venezia e la sua Laguna nella Danger List, ed eventualmente di cancellare Venezia e la sua Laguna dalla lista dei siti patrimonio mondiale dell’umanità. Pubblicato su greenreport.it il 15 luglio...

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Biodiversità, allarme degli esperti: pericolo anche per uomo

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Biodiversità, allarme degli esperti: pericolo anche per uomo

[su tgcom24.mediaset.it]Uno studio pubblicato su Science punta il dito contro la distruzione degli habitat causata dallo sfruttamento agricolo: gli ecosistemi non sono in grado di “riprendersi” La biodiversità del globo terrestre è scesa sotto il “livello di guardia” a causa della distruzione degli habitat e dello sfruttamento agricolo, con conseguenze potenzialmente disastrose anche per l’uomo. A lanciare l’allarme è uno studio guidato dell’University College London, pubblicato su Science. Oltre la metà della superficie terrestre, che ospita più del 70% della popolazione mondiale, il livello di perdita di biodiversità è diminuito a tal punto da minare la capacità degli ecosistemi di “supportare” in futuro le stesse vite umane. A rischio la sopravvivenza dell’uomo – Secondo i ricercatori, il nostro pianeta sta perdendo talmente tante specie animali e vegetali che a rischio potrebbe esserci la stessa sopravvivenza dell’uomo. La distruzione degli habitat naturali ha infatti ridotto la varietà di piante e animali esistenti al punto che fenomeni naturali – come l’impollinazione, la decomposizione dei rifiuti, la regolazione del ciclo globale del carbonio – potrebbero non essere più in grado di funzionare correttamente, con rischi in particolare per l’agricoltura. La minaccia dell’agricoltura intensiva – La piaga più grave è quella dell’agricoltura intensiva. Sono oltre 240 le colture nel mondo, tra cui quelle di moltissimi frutti, che per sopravvivere hanno bisogno di impollinatori come api e farfalle, le cui popolazioni sono state notevolemente decimate negli ultimi anni. Tundra e foreste boreali sono le aree meno colpite, al contrario delle praterie, dove si concentra la maggior parte dell’industria agricola. Pubblicato su tgcom24.mediaset.it il...

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Autostrada per l’inferno

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Autostrada per l’inferno

[di Re:Common su recommon.org]“Autostrada per l’inferno” è un’analisi approfondita di due grandi progetti di infrastrutture nel Veneto e delle questioni connesse, relative alla corruzione e all’appropriazione dello stato da parte del privato. Il Passante di Mestre e il Mose sono due grandi opere parte di uno dei massimi scandali di corruzione della storia italiana che ha portato all’arresto di uomini politici, imprenditori e funzionari pubblici. Ci si riferisce qui a questo scandalo di corruzione sistemica come al “sistema Veneto”. Come organizzazioni della società civile  che hanno la missione di rendere le istituzioni finanziarie pubbliche più aperte, trasparenti, responsabili e sostenibili ci siamo concentrati anche sull’aspetto finanziario delle vicende. Di fatto da un decennio il denaro europeo finanzia i discutibili mega-progetti al cuore del sistema. Nonostante l’emergere di motivi di sospetto, la Banca europea per gli investimenti (BEI) ha elargito vari prestiti e continuato a erogare quote di quei prestiti anche quando scoppiò lo scandalo corruzione e furono avviate in Italia indagini di alto profilo. In realtà la BEI e la Commissione europea sono ancora impegnate a rifinanziare il debito accumulato dal Passante di Mestre tramite l’iniziativa dei Project Bond. Ciò è in netto contrasto con l’impegno della BEI in una “politica di tolleranza zero nei confronti delle frodi e della corruzione”. Il presente rapporto narra inoltre la storia dei numerosi insuccessi e punti deboli dei sistemi anticorruzione, dal sostegno sconsiderato della BEI e della banca pubblica italiana Cassa Depositi e Prestiti (CDP) alle inerzie dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF). Vi sono documentati numerosi casi di conflitti di interesse e intrecci tra sfera pubblica e privata in ciò che si definisce “combo pubblico-privato” (combinazione tra pubblico e privato). In verità il sistema Veneto ha mostrato una vera e propria appropriazione sistemica dello stato da parte del privato,che emerge nel modo in cui i rapporti tra istituzioni pubbliche ed enti privati erano stati strutturati a vantaggio degli interessi di pochi. In tempi come i nostri di grave difficoltà economica e finanziaria, di solito i governi non vedono l’ora di sostenere le proprie economie promuovendo investimenti infrastrutturali di grande scala. E troppo spesso l’“urgenza” di portare avanti quegli investimenti accelera i processi decisionali, la scelta dei progetti e in definitiva i finanziamenti europei. Ma una tale fretta rischia più spesso di portare a scelte mediocri basate su valutazioni economiche inadeguate e alla sottovalutazione degli impatti ambientali e sociali. Nel caso del sistema Veneto,  la creazione del debito e le garanzie pubbliche e i meccanismi che la consentono sono anche strumenti cruciali dell’appropriazione dello stato. Si fa inoltre appello alle istituzioni europee affinché imparino da questo caso e affrontino più seriamente i problemi di frodi e corruzione legati ai progetti finanziati dalla BEI, la  banca dell’Unione Europea. SCARICA QUI LA...

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L’ingannevole ragionevolezza della Torino-Lione

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L’ingannevole ragionevolezza della Torino-Lione

[di Livio Pepino su ecologia politica.org]«Il ridimensionamento della grande opera era previsto da anni. Non è un improvviso “Nì Tav” ma la prima ammissione ufficiale della grande truffa perpetrata nei tunnel sotto le Alpi». Commentando una dichiarazione del ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, il manifesto di domenica titola con qualche ottimismo e buona evidenza: «Torino-Lione, il governo diventa Nì Tav». È proprio così o si tratta dell’ennesima bufala di un governo che privilegia, ancora una volta, la narrazione sulla realtà? Purtroppo la risposta è univocamente la seconda. Eppure anche le bufale, a volte, aprono nuovi spazi in cui è bene inserirsi. Partiamo, dunque, dai fatti. Cosa ha detto il ministro? Ha detto – secondo le agenzie – che il progetto della tratta nazionale della Torino-Lione, che da Bussoleno scende verso il capoluogo e raggiunge Settimo, è stato “revisionato” rispetto a quello preliminare del 2011, prevedendo, almeno in una prima fase, l’utilizzo di una parte consistente dell’attuale linea storica (23 chilometri e mezzo tra Bussoleno e Buttigliera) e l’accantonamento, nella parte di nuova realizzazione, di alcuni tunnel originariamente previsti (in particolare la cosiddetta “gronda merci”, cioè la galleria di venti chilometri da scavare tra Torino e Settimo). Di qui un risparmio di oltre due miliardi, un minor impatto ambientale e una maggior “rapidità” di costruzione della tratta (destinata a essere completata entro il 2030). Naturalmente – si è affrettato a precisare il ministro – “non sono arretramenti ma adeguamenti, e sono un’intelligente rivisitazione dei progetti per fare le opere nei tempi giusti, con i costi minori e che siano davvero utili”. L’affermazione ministeriale, oltre che reticente in alcuni passaggi, è un capolavoro di narrazione tesa a trasformare il flop dell’originario progetto (e le conseguenti necessarie marce indietro) in una scelta strategica dei proponenti effettuata per responsabilità economica ed ecologica (magari accogliendo, magnanimamente, alcune proposte degli odiati No Tav). In realtà, peraltro, non c’è nulla di nuovo, se non la traduzione in progetto (a quanto pare…) di una sorta di concordato fallimentare predisposto, non senza imbarazzo, cinque anni fa … continua a leggere su ecologia...

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Seveso quarant’anni dopo

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Seveso quarant’anni dopo

[di Giovanna Ricoveri su ecologiapolitica.org] Il 10 luglio 1976 alla Icmesa di Meda, comune della Brianza a nord di Milano, si verificò un incidente drammatico a causa del surriscaldamento di un reattore e la immissione in atmosfera di una polvere bianca – la diossina di Seveso, la più tossica di tutte le diossine, che provoca tumori e cloracne. La polvere bianca fu trascinata dal vento verso sud, ricadendo soprattutto su Seveso, Cesano Maderno e Desio, ma Seveso fu il comune maggiormente colpito, e per questa ragione la Direttiva europea 82/501 sui grandi rischi industriali prese il nome di Direttiva Seveso. L’Icmesa era una società di proprietà della Givaudan, a sua volta appartenente alla multinazionale svizzera Hoffmann-La Roche, che fabbricava composti chimici organici, intermedi per la produzione di cosmetici e di erbicidi. Tra questi composti veniva prodotto il triclorofenolo, il cui rapporto con la diossina era ben noto, tanto che nel 1970 erano già stati descritti i danni alla salute verificatisi nelle persone esposte al contatto con gli erbicidi che gli americani avevano versato in grandi quantità in Vietnam per distruggere la giungla, nella quale si nascondevano i partigiani Vietcong, e i campi di riso, unico alimento per la popolazione che collaborava con i partigiani. Per inciso, l’intossicazione dovuta alla diossina presente in quelle vere e proprie armi chimiche colpì anche i soldati americani che percorsero il terreno contaminato, tanto che molti reduci dal Vietnam fecero causa al governo americano per essere risarciti per i danni sofferti a causa del contatto con la diossina sparsa proprio dai loro stessi compagni d’arma. Dal 1970 inoltre l’uso agricolo degli erbicidi usati dagli americani in Vietnam era stato vietato anche in Italia. L’incidente di Seveso del 1976 accadde di sabato, quando la fabbrica era chiusa. Ben presto gli animali domestici cominciarono a morire, e comparvero delle pustolette sulla faccia dei bambini che giocavano all’aria aperta ed erano venuti a contatto con la “nube”. Ma la direzione aziendale non avvertì né i lavoratori né la popolazione, e non denunciò l’incidente alle autorità sanitarie italiane fino al martedì successivo, quattro giorni dopo. Niente venne fatto fino al sabato successivo, quando la popolazione venne evacuata, cosicché l’incidente si tradusse in una vera catastrofe umana e sociale per un insieme di fattori, dovuti in parte al cinismo dell’azienda e in parte al cinismo e all’ignoranza degli amministratori locali e delle autorità sanitarie nazionali … continua a leggere su...

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Bari, mai inaugurato l’impianto di compostaggio più grande d’Europa

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Bari, mai inaugurato l’impianto di compostaggio più grande d’Europa

[di Titti Vincenti su ilfattoquotidiano.it] Dovrebbe trasformare 438 tonnellate al giorno di scarti organici, ma per adesso è un mega capannone vuoto, bloccato da iter burocratici e inchieste giudiziarie. Gli abitanti dei paesi limitrofi tra l’altro hanno più di una perplessità in merito: da sempre ne contestano l’ubicazione, l’iter burocratico e il progetto. Ha una struttura avveniristica e maestosa, tanto da essere definito l’astronave dei rifiuti. Altri invece lo chiamano più semplicemente ecomostro. Sulla statale 96 che collega Bari aMatera, nella zona di Grumo, c’è uno tra i più grandi impianti dicompostaggio d’Europa: dovrebbe trasformare 438 tonnellate al giorno di scarti organici, come il cibo, in fertilizzanti e compost. Mai inaugurato, adesso è un mega capannone vuoto dellaPrometeo 2000, società satellite di un’altra azienda che opera in questo settore, la Tersan della famiglia Delle Foglie. Gli abitanti dei paesi limitrofi, però, serbano più di una perplessità in merito: da sempre ne contestano l’ubicazione, l’iter burocratico e ilprogetto. L’AREA DEL SITO E’ IDONEA?- “Lo stabilimento è adiacente alParco nazionale dell’Alta Murgia, un’area protetta, oltre che ad una polveriera, ad una linea ferroviaria e ad altri siti sottoposti a vincoli ambientali” rivela l’avvocato Pasquale Regina, portavoce del comitato civico Econostro. “Se lo attivassero, sentiremmo del cattivo odore, che svaluterebbe i terreni. Riusciremmo a vendere i nostri prodotti slow food e Dop, come la mandorlaFilippo Cea di Toritto e l’olio? Non credo! Avremmo anche problemi con i turisti” lamenta invece una signora di Quasano, borgo a pochi chilometri dall’astronave. L’ITER BUROCRATICO E LE AUTORIZZAZIONI- Soprattutto appare dubbia la procedura amministrativa. A fine anni ’90, La famiglia Delle Foglie inoltra le richieste per costruire l’impianto di compostaggio su un terreno di loro proprietà. Nel giro di poco tempo, la Regione Puglia fornisce la prima valutazione di impatto ambientale positiva e la Provincia di Baridà il suo consenso. Ad agosto 2001, i proprietari chiedono una nuova variante in corso d’opera per “l’accorpamento dei volumi edificati”. L’iter per questo riesame non si è mai concluso e dal 2000 si contano numerose proroghe: agli atti rimane solo una determina dirigenziale della Provincia, vecchia di sedici anni. Il progetto iniziale, tra l’altro, sembra non essere più reperibile. L’aveva firmato l’ingegner CarmineCarella, coinvolto nel processo sul termovalorizzatore della Eco Energia-Marcegaglia, poi assolto. “Non esiste agli atti e non è mai stato messo a disposizione” sottolinea l’avvocato Rocco Lavalle, assessore all’ambiente di Toritto, provincia di Bari. Dunque le passate autorizzazioni sono ancora valide? Non si sa. Secondo gli esponenti del comitato Alta murgia “per legge la valutazione di impatto ambientale deve essere reiterata e deve riguardare l’intero impianto”. Anche lì, però, tutto è bloccato: la Regione Puglia, che deve pronunciarsi nel merito, sta “completando l’istruttoria e raccogliendo i pareri” come riferisce un dirigente del dipartimento ecologia. LA STORIA GIUDIZIARIA-  Nel frattempo, i lavori sul cantiere dell’astronave sono stati bloccati. Il motivo? Una complessavicenda giudiziaria aperta su più fronti: nel settembre 2000 il comune di Grumo ricorre al Tar per annullare la delibera della Provincia con cui si approvava il progetto; mentre ad ottobre 2004 il gip del Tribunale di Bari pone sotto sequestro preventivo l’impianto, il capo d’accusa è abusivismo edilizio, oltre alla violazione di norme ambientali e urbanistiche. Tutti gli imputati vengono assolti nel 2014, quando la Corte d’appello di Bariannulla la confisca.  A dicembre dello stesso anno il consiglio di Stato respinge infine il ricorso del comune...

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Alpi Apuane: storie di resistenza

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Alpi Apuane: storie di resistenza

[di Paola Imperatore su alternativeaps.org] A partire dagli anni ’90 le dinamiche dei territori sono divenute centrali nel definire il conflitto sociale in Italia, ecorteo non solo. Da un lato l’economia neoliberista ha dato un’ulteriore spinta alla sfrenata competizione globale che ha fatto dei territori e delle comunità che vi vivono le prime vittime da sacrificare in nome del profitto, travestito da progresso. Dall’altro, in una generale crisi della rappresentanza, è cresciuta la sfiducia nei confronti dei classici canali istituzionali e nei partiti politici, con la propensione a mobilitarsi in modo diretto a livello locale.   Sotto la bandiera del progresso, elevato a valore universale e neutrale, i poteri economici con la connivenza e talvolta complicità delle istituzioni hanno dato il via ad un processo di mercificazione delle risorse senza precedenti. Così le comunità hanno visto progettare e costruire nelle loro terre inceneritori, imponenti infrastutture, grandi eventi, installazioni militari, hanno visto interrare rifiuti, privatizzare le proprie risorse, cementificare, inquinare, devastare e saccheggiare i loro territori. Hanno visto costruire dispositivi di morte laddove vi era vita. Alle politiche calate dall’alto dalle istituzioni e dagli interessi forti le comunità si sono opposte, autorganizzandosi in difesa dei territori. Si è venuto a delineare nel corso del tempo un conflitto tra due modi radicalmente differenti di pensare al territorio, alla sua gestione e organizzazione, quello che più comunemente chiamiamo conflitto ambientale. I movimenti di resistenza popolare nei territori rappresentano un fenomeno piuttosto recente e altresì nuovo, sia rispetto a quelle che sono le rivendicazioni e valori in cui si identifica sia per quelli che sono i mezzi di cui si dota per finalizzare i propri obiettivi. Spostandosi verso rivendicazioni postmaterialiste riconducibili al discorso della qualità della vita, essi sono finiti con l’inglobare una serie di problematiche e lotte che con la qualità della vita di una comunità interagiscono sensibilmente e tra le quali non possono mancare variabili prettamente materialiste. In questo senso, cioè per la capacità di intrecciare sullo stesso piano più lotte, rappresentano a mio avviso un elemento di novità rispetto al mondo dei movimenti sociali all’interno dei quali hanno guadagnato un forte protagonismo.   Ciò che abbiamo imparato dalle esperienze di questi anni è che, dalla Val Susa a Niscemi, lottare in difesa del proprio territorio significa lottare per un modello di relazioni sociali, economiche e politiche alternative, basate su valori solidaristici e non di competitività, di inclusività e non di esclusione, di riconoscimento delle, e nelle, identità territoriali e che trova nella partecipazione diretta e attiva la propria ragion d’essere. Significa riconoscere nella propria terra non una merce ma un bene comune da preservare, da gestire collettivamente sperimentando modelli orizzontali e partecipativi, in rifiuto a gerarchie e verticismi.   Natura da vendere vs. Natura da difendere. Il caso delle Alpi Apuane   La questione relativa all’escavazione di marmo nelle Apuane rappresenta sicuramente un caso peculiare nell’ambito dei conflitti ambientali. Emblematico dell’assurdità che si consuma su queste montagne è il fatto che il sistema delle concessioni sia stato regolato, fino alla legge regionale 35 del 2015, dall’editto di Maria Teresa Cybo Malaspina del 1751 (duchessa di Massa e principessa di Carrara) che prevedeva la “concessione perpetua” per coloro che avessero registrato il possesso di una cava di marmo per almeno 20 anni. In sostanza si riconosceva la natura di bene privato...

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In morte di una centrale

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In morte di una centrale

[di Giorgio Nebbia su ecologiapolitica.org] Alla maggior parte degli Italiani il nome “Montalto di Castro” dice poco; alcuni hanno notato, andando veloci lungo la linea ferroviaria Roma-Genova, questo nome sul muro di una stazione; i più curiosi, guardando fuori dal finestrino, dalla parte del mare, avranno visto in lontananza quattro grossi edifici con un grande, alto camino: una centrale elettrica, senza dubbio. Una centrale che, negli anni ottanta del secolo scorso, è stata al centro di vivaci polemiche ecologiche. A dire la verità le centrali di Montalto di Castro sono state due, una nucleare che non è mai stata neanche completata, e quella a olio combustibile che ha funzionato pochi anni e oggi è chiusa. Dopo la grande crisi del 1973, quando il prezzo del petrolio aumentò di dieci volte in pochi anni, il governo italiano avviò vari piani energetici che prevedevano la costruzione di varie centrali nucleari distribuite in varie parti d’Italia. Cominciò una vivace contestazione antinucleari e rimase in piedi soltanto il progetto di una centrale nucleare da 2000 megawatt, del tipo ad acqua bollente simile a quella che era in funzione a Caorso (Cremona), da localizzare nel Lazio, quasi al confine con la Toscana, in una pianura occupata da campi coltivati, vicino al mare la cui acqua era necessaria per raffreddare le turbine. Un progetto nato sotto una cattiva stella perché nel 1979 si verificò negli Stati Uniti il primo grave incidente alla centrale nucleare di Three Mile Island, un paesino della Pennsylvania; si verificò la fusione del nocciolo contenente l’uranio, il plutonio e gli elementi radioattivi formatisi nel processo. Furono avviate inchieste sulla sicurezza nucleare e, nonostante le proteste e i dubbi, il governo italiano decise di iniziare ugualmente nel 1982 la costruzione della centrale di Montalto. Sfortunata davvero, perché nel 1986 si verificò l’altro gravissimo incidente nucleare alla centrale ucraina di Chernobyl. Grande spavento, altre commissioni, altre inchieste parlamentari, in Italia un referendum bocciò la scelta nucleare e nel 1989 fu deciso di abbandonare a metà la costruzione della centrale di Montalto. Fra opere già fatte, fra risarcimento di danni per i contratti in corso, eccetera, il tutto è costato ai cittadini italiani l’equivalente di circa tre miliardi di euro attuali … continua a leggere...

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A new report from IDMC – Displaced for Development in India] By providing a first-hand account of development projects and business activities that have caused displacement across India, this report documents and analyses the scale, process and impacts of the phenomenon. Rather than being priority beneficiaries of the projects that displace them on account of their losses, IDPs tend to find themselves trapped in permanent poverty. Given the limited availability of project documents and the lack of systematic monitoring, the true scale of displacement in India is unknown, as are the location and needs of many of those affected. As the world embarks on implementing the post-2015 global development agendas, IDMC calls for the displaced to be priority beneficiaries of development work. Leaving IDPs behind risks undermining the achievement of these agendas. The report is available here Click here for the photo...

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Consumo di suolo in Italia, il “prezzo da pagare” è quasi un miliardo all’anno

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[di Umberto Mazzantini su greenreport.it] Il rapporto 2016 “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”, pubblicato oggi dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e presentato durante la Giornata dedicata al suolo, conferma tutte le preoccupazioni e gli allarmi delle associazioni ambientaliste e degli urbanisti: Sfiora il miliardo di euro (oltre 800 milioni) il prezzo massimo annuale che gli italiani potrebbero pagare dal 2016 in poi per fronteggiare le conseguenze del consumo di suolo degli ultimi 3 anni (2012-2015), un consumo che, sebbene viaggi oggi alla velocità più ridotta di 4 metri quadrati al secondo, continua inesorabilmente ad avanzare ricoprendo in soli due anni altri 250 km2 di territorio, circa 35 ettari al giorno». Ma la situazione risale è ancora peggio di quella percepita: «I costi occulti, quelli cioè non sempre immediatamente percepiti – spiegano all’Ispra – prevedono una spesa media che può arrivare anche a 55 mila euro all’anno per ogni ettaro di terreno consumato e cambiano a seconda del servizio ecosistemico che il suolo non può più fornire per via della trasformazione subita: si va dalla produzione agricola (oltre 400 milioni di euro), allo stoccaggio del carbonio (circa 150 milioni), dalla protezione dell’ erosione (oltre 120 milioni), ai danni provocati dalla mancata infiltrazione dell’acqua (quasi 100 milioni) e dall’assenza di impollinatori (quasi 3 milioni). Solo per la regolazione del microclima urbano (ad un aumento di 20 ettari per km2 di suolo consumato corrisponde un aumento di 0.6 °C della temperatura superficiale) è stato stimato un costo che si aggira intorno ai 10 milioni all’anno». Il rapporto evidenzia che si tratta delle stime preliminari dei costi nazionali “nascosti” provocati dalla trasformazione forzata del territorio avvenuta tra il 2012 e il 2015 e aggiunge che «Milano (45 milioni), Roma (39 milioni di euro), e Venezia (27 milioni) sono le città metropolitane con i costi annuali più alti. Nonostante la crisi, l’Italia perde ancora terreno: dal 2012 al 2015 il territorio sigillato è aumentato dello 0,7%, invadendo fiumi e laghi (+0,5%), coste (+0,3%) ed aree protette (+0,3%), avanzando anche in zone a pericolosità sismica (+0,8%), da frana (+0,3%) e idraulica (+0,6%)». Inoltre, la maggior parte del suolo consumato è di buona qualità: «Lo studio condotto in Abruzzo e in Veneto – dicono all’Ispra – ha dimostrato che i suoli modificati sono quelli con maggiore potenzialità produttiva. Inoltre la copertura artificiale non deteriora solo il terreno direttamente coinvolto, ma produce impatti notevoli anche su quello circostante. Gli effetti, le perdita di parte delle funzioni fondamentali, si ripercuotono sul suolo fino a 100 metri di distanza. In altri termini, oltre la metà del territorio nazionale (56%) risulta compromesso». Nel 2015, 3 regioni hanno superato il 10% di suolo consumato, con il valore percentuale più elevato in Lombardia, Veneto e Campania. Mentre Emilia Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Puglia, Piemonte, Toscana, Marche hanno valori compresi tra il 7 e il 10%. La regione più virtuosa è la Valle d’Aosta (3%). Il rapporto conclude: «Nel triennio 2012-2015 l’Italia si è divisa nettamente in due: il consumo avvenuto nella metà dei comuni italiani (51%) coincide con l’incremento della popolazione, mentre l’altra metà (49%) ha consumato ‘a perdere’, ovvero nonostante la popolazione non crescesse. I piccoli comuni (con meno di 5.000 abitanti) sono i più inefficienti, avendo i valori più alti di consumo...

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