Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Scenari di cambiamenti climatici 2021- 2050: quale disponibilità idrica nel bacino del fiume Po?
[di R. Vezzoli, P-Mercogliano e S. Castellari su Ingegneria dell’ambiente] Sommario – Il clima degli ultimi decenni nel bacino del fiume Po è stato caratterizzato da cambiamenti sia nelle precipitazioni sia nelle temperature; le proiezioni climatiche effettuate mediante modelli climatici mostrano come su quest’area, in futuro, si debbano attendere un aumento delle temperature e una diminuzione delle precipitazioni, con l’eccezione dell’area Alpina in inverno. Anche gli eventi estremi, massimi di temperatura e della precipitazione, saranno più frequenti. Come conseguenza, la disponibilità idrica in estate è destinata a diminuire mentre la frequenza di eventi di piena ad aumentare, con potenziali ricadute sulle attività produttive e sulla popolazione insediata nel bacino del fiume Po. L’uso di una catena modellistica che include componenti climatiche/idrologiche e di bilancio permette di studiare la futura disponibilità idrica nel Po. Le proiezioni climatiche al periodo 2021-2050, per gli scenari IPCC RCP4.5 e RCP8.5, mostrano che, rispetto al periodo di controllo 1982-2011, le portate del fiume Po si ridurranno in estate con eventi di magra più frequenti e severi, mentre aumenteranno in inverno, coerentemente con le anomalie climatiche identificate per precipitazioni e temperature nel medesimo periodo. La metodologia applicata in questo studio è direttamente trasferibile ad altri bacini idrografici del nostro Paese al fine di prevenire il rischio di crisi idriche, promuovere la sicurezza idraulica e ridurre i potenziali impatti causati dalle future siccità sulla produzione energetica e sul settore agricolo … continua a leggere...
read more[posted on ejolt.org]El Niño translates to ‘the boy‘ and in his case, the child is unwanted. El Niño is a periodic climate phenomenon that occurs when a vast pool of water in the western tropical Pacific Ocean becomes abnormally warm. The resulting changes in ocean currents and winds affect the world’s weather and climate. What set the most recent 2015 to 2016 El Niño apart is that it was one of the strongest ever, which is related to the warming of the Pacific Ocean. The recurrent El Niño is a much older phenomenon than the recent increase in CO2 emissions and global warming after the industrial revolution. CO2 concentration in the atmosphere has increased from 360 ppm in 1990 to over 400 ppm today. This has nothing to do with El Niño. But the hypothesis that global warming increases the strength of the Niños is gaining ground. Per capita, historically and today, the largest emitters of CO2 are the rich countries. There is a Climate Debt from North to South – which the EJOLT team visualised in this map. Rikard Warlenius wrote that the concept of ecological debt has been used as a biophysical measure, a legal instrument and a distributional principle. But at the COP21 in Paris, the rich countries imposed a clause of “lack of liability” for climate change, which boils down to denying history. This is unjust. A strong El Niño increases the injustice. Within the Global South, the poorest part suffers the most. Sub-Sahara Africa has seen some of the biggest droughts and related crop failures in history – with bread basket South Africa showing a 36% drop in grain output. The UN’s World Food Programme said that 40 million people in rural areas and 9 million in urban centres who live in the drought-affected parts of Zimbabwe, Mozambique, South Africa, Zambia, Malawi and Swaziland will need food assistance in the next year. But India and many parts of south-east Asia have also been struggling with a severe heat wave, with Cambodia and Laos setting all-time temperature records. All schools in Delhi have been told to take ‘mandatory summer vacation’ and the heat waves and a drought have affected 330 million people across India alone. The UN’s World Food Program said that nearly 100 million people in the Global South face food and water shortages. That goes far beyond some local catastrophes. Although they sure bore the brunt of the natural disasters, it’s not only the Global South that suffers. The huge and uncontrollable forest fires in Canada are also linked to El Niño and possibly to the trend to global warming. Despite all this, scientists like Kevin Anderson are telling us that the Paris Agreement doesn’t come near to a path that prevents substantial increases in temperature. But while governments are failing to contain the problem, people are taking action. Break Free In the first half of May, a global wave of mass actions targeted the world’s most dangerous fossil fuel projects. The organisers claim that it is the “ Largest civil disobedience in the history of the environmental movement“. Masses of activists have taken recourse to direct action in dozens of places to physically keep coal in the hole, oil is the soil and gas under the grass. In Australia, no coal has...
read moreLe aree interne come sfida alla metropolitanità dominante
[di Giovanni Carrosio su ecologiapolitica.org] Da circa tre anni, in Italia, è attiva una politica pubblica nazionale – la Strategia Nazionale Aree Interne – che vuole combattere lo spopolamento delle aree periferiche del nostro paese e affermare un modo di fare politiche pubbliche che non sia cieco rispetto alla straordinaria varietà di situazioni territoriali che lo caratterizzano. Essa rappresenta anche una battaglia culturale, una sfida alla metropolitanità dominante e ai feticci della modernità novecentesca, nel nome di uno sviluppo più equo socialmente e territorialmente. Tra i meriti di questa politica, infatti, vi è quello di avere rimesso in moto il dibattito sullo sviluppo nel nostro paese, partendo non più dai grandi centri urbani e industriali ma dalle aree periferiche, quelle che negli ultimi cinquanta anni hanno subìto un processo di spopolamento, depauperamento e marginalizzazione dai sistemi economici e di potere nazionali. Questa ricalibratura territoriale delle politiche ha evidentemente molti nemici, che si trovano sia dentro le aree interne (i rentier del sottosviluppo), sia al di fuori di esse (coloro che predicano di processi economici naturali che vanno verso la concentrazione territoriale dello sviluppo). Scardinare questa doppia e vicendevole narrazione, quella dei rentier che hanno costruito posizioni di rendita proprio sulla marginalizzazione e quella che promuove una alleanza globale metropolitana, dove le città sono gli unici nodi della rete di accumulazione globale del capitale (Harvey, 2010), non è affatto semplice. Bisogna armarsi di solida teoria e di determinata prassi. In questo contributo si vuole contribuire all’armamentario teorico delle aree interne mettendo in luce come, in questa fase storica, esse rappresentano dei potenziali motori di cambiamento dai quali fare ripartire il moto dello sviluppo, che oggi appare congelato in una stasi frenetica, caratterizzata da un irrigidimento culturale e strutturale della società a fronte di una inedita accelerazione sociale. Dotate di una propria alternativa struttura del tempo, le aree interne alimentano un paradosso: sono luoghi di decelerazione, periferalizzati dal dominio metropolitano, che si mostrano come spazi fisici, sociali, produttivi in movimento e non assoggettabili ai nuovi meccanismi dell’alienazione. Spazi di decelerazione per ridare fiato alla democrazia, rimettere in moto una critica dell’economia politica, costruire relazioni umane nuove e rapporti di produzione differenti. Spazi dai quali fare ripartire il moto del cambiamento … Continua a leggere su...
read moreIn Brasile continuano gli sfratti forzati a danno delle comunità guarani
[di Survival International su survivalinternational.org]Indignazione in Brasile per un un video che mostra la demolizione delle case di una comunità guarani, ora condannata a vivere ai margini di un’autostrada. La comunità guarani di Apy Ka’y, le cui terre ancestrali sono state distrutte per far spazio all’agricoltura industriale, è stata sfrattata da circa 100 poliziotti armati pesantemente (Guarda le immagini: Lo sfratto brutale di Apy Ka’y). I Guarani della comunità erano stati costretti a vivere ai margini di un’autostrada per dieci anni, durante i quali otto persone sono state investite e uccise, e un’altra è morta per avvelenamento da pesticidi. Nel 2013 la comunità aveva rioccupato una piccola parte della sua terra ancestrale. Ora è stata nuovamente sfrattata, dopo che un giudice ha riconosciuto la richiesta del proprietario terriero di emettere un’ordinanza di sfratto – nonostante gli appelli dei Guarani, dei loro alleati in Brasile e di migliaia di sostenitori di Survival in tutto il mondo. Un altro video mostra la polizia armata che assiste allo sfratto delle nove famiglie Guarani Kaiowá e le proteste della leader indigena Damiana Cavanha, che sostiene il diritto del suo popolo a difendere le proprie vite, proteggere le proprie terre e determinare autonomamente il proprio futuro (Guarda: Damiana protesta contro lo sfratto) “Non lo accettiamo. Resterò qui, è un mio diritto. Abbiamo i nostri diritti” ha detto Damiana. “Non sono solo i Bianchi ad avere dei diritti, li hanno anche i Guarani Kaiowá e i popoli indigeni. Così tanti di noi sono morti, così tante persone sono state uccise dai sicari… Lasciateci stare qui, è la nostra Tekoha [terra ancestrale]. Io ritornerò alla mia Tekoha.” In giugno, i sicari al soldo degli allevatori avevano attaccato un’altra comunità guarani, a Tey’i Jusu. Un uomo è stato ucciso e diverse altre persone, tra cui un ragazzo di dodici anni, sono rimaste gravemente ferite. I Guarani sono stati derubati di gran parte della loro terra. L’imprenditoria agricola brasiliana cerca da decenni di tenere i popoli indigeni lontani dai loro territori ancestrali. Li sottopone a violenza genocida e razzismo per derubarli di terre, risorse e forza lavoro nel nome del “progresso” e della “civilizzazione”. La situazione dei Guarani è una delle crisi umanitarie più urgenti e raccapriccianti del nostro tempo. In aprile Survival ha lanciato la campagna ‘Fermiamo il genocidio in Brasile’ per portare la crisi all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale in occasione delle Olimpiadi di Rio 2016. “È una notizia terribile, ma purtroppo è anche una tragedia ricorrente per i Guarani del Brasile” ha dichiarato oggi il Direttore generale di Survival Stephen Corry. “Non possiamo restare fermi ad assistere alla distruzione di un popolo intero. Se non sarà rispettato e garantito il loro diritto a vivere nelle loro terre, i Guarani saranno distrutti.” (Per leggere la storia online: www.survival.it) Survival International è il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni. Dal 1969 aiutiamo i popoli indigeni a difendere le loro vite, a proteggere le loro terre e a determinare autonomamente il proprio...
read moreRapporto Epidemiologico sulla Popolazione Residente in Prossimità del Fiume Sacco
Pubblicato il Rapporto tecnico 2013-2015 del Dipartimento di Epidemiologia sel Servizio Sanitario della Regione Lazio sulla Sorveglianza Sanitaria ed Epidemiologica della Popolazione Residente in Prossimità del Fiume Sacco. Di seguito alcuni estratti sulla contaminazione da betaeseclorocicloesano riscontrata nel sangue della popolazione e sui possibili effetti sanitari. E’ possibile scaricare l’intero report a questo link “La popolazione che ha partecipato alla sorveglianza (602 soggetti appartenenti a 225 famiglie) è costituita per il 52% da maschi e per il 43% da persone con più di 50 anni (Tabella 3). La concentrazione ematica di ?-HCH è compresa tra 2.21 e 2541 ng/g lipidi, la mediana della concentrazione è 71 (DS:95.7) ng/g lipidi, la media aritmetica è 148 DS:242.7) ng/g lipidi, mentre la media geometrica è 72 (DSG:3.4) ng/g lipidi, ad indicare una distribuzione asimmetrica dell’inquinante (Indice di Asimmetria: 4.9).” […] “Si può facilmente ritenere che la catena alimentare sia stata la principale fonte di contaminazione: la verdura irrigata con acqua contaminata, gli animali che pascolavano su terreni contaminati e che venivano nutriti con alimenti e acqua a loro volta contaminati. Il rischio legato al consumo di cibo prodotto nell’area è stato dimostrato in uno studio precedente (2,12) ed è confermato in questo studio sia dalla stepwise regression che include nel modello finale la variabile relativa al consumo di almeno un alimento di produzione propria/locale, sia dal modello di regressione che considera le singole tipologie di alimenti. In particolare, in questa fase è stato possibile stabilire che un ruolo fondamentale è stato il consumo di carne bovina e uova di polli allevati nell’area contaminata.” […] “L’associazione positiva rilevata tra le concentrazioni ?-HCH e la frequenza cardiaca è di rilevanza clinica, in quanto l’evidenza epidemiologica suggerisce che una elevata frequenza cardiaca a riposo è associata ad un aumento della morbosità e mortalità per patologie cardiovascolari nella popolazione generale, indipendentemente dai fattori di rischio convenzionali (25). E’ noto che un aumento della frequenza cardiaca amplifica lo squilibrio tra domanda e offerta di ossigeno del miocardio, favorendo così l’ischemia miocardica. Inoltre, un aumento della frequenza cardiaca può aumentare lo stress dovuto a vibrazioni meccaniche sulle grandi arterie, provocando il loro irrigidimento, e aumentando potenzialmente il rischio di pericolose aritmie durante gli episodi ischemici (25). Il battito è anche considerato come una misura approssimativa di iperattività simpatica globale, che è di per sé un importante meccanismo patologico (26).” “I nostri dati forniscono una forte evidenza di associazione del ?-HCH sierico con IMC e circonferenza addominale. Tale associazione può essere spiegata in primo luogo con il fatto che la maggiore disponibilità di grasso facilità il deposito. Tuttavia, i meccanismi di equilibrio sono complessi: la perdita di peso provoca l’aumento delle concentrazioni sieriche dell’inquinante a causa della riduzione della capacità di stoccaggio nel tessuto adiposo e del conseguente rilascio di ?-HCH nel sangue (22,27,28); al contrario, l’aumento di peso porta alla diminuzione delle concentrazioni sieriche di ?-HCH attraverso la rimobilizzazione dell’inquinante nel tessuto adiposo (22,27,28). Ma, a causa del disegno trasversale dello studio, non è possibile escludere una relazione inversa ossia che i POP siano la causa dell’alterazione del metabolismo e dell’obesità, come suggerito da un crescente numero di studi (22). Secondo l’”ipotesi obesogena”, questi inquinanti possono essere definiti come sostanze chimiche che alterano il metabolismo e interrompono i meccanismi di controllo dell’appetito (29,30).” […] “Le evidenze epidemiologiche e sperimentali disponibili dimostrano che la contaminazione da POPs è associata con lo sviluppo del diabete (22). Una relazione dose-risposta è generalmente considerata una condizione importante per la definizione di associazione causale (31), ma in studi...
read moreAlbiano, il paese che protesta una volta a settimana: “Impianto tritarifiuti vicino alle case”
[di Melania Carnevali su ilfattoquotidiano.it] Secondo gli abitanti la ditta non può stare lì. L’iter per le autorizzazioni è stato complicato, ma alla fine da 534 metri cubi di rifiuti l’azienda è arrivata a trattarne 90mila metri cubi. Intanto la Procura apre un fascicolo (ma senza indagati) Un impianto per la produzione di combustibile derivato da rifiuti triturati a una manciata di metri dalle case, in una zona dove il regolamento urbanistico concede a malapena i cassonetti della spazzatura. E il tutto con tanto di autorizzazione della Provincia che considera l’impianto un “miglioramento paesaggistico rispetto agli insediamenti circostanti”. È la vicenda della ditta Costa, ad Albiano Magra (Aulla), paesino su un colle della provincia di Massa Carrara che nel Medioevo faceva da caposaldo sulla via Francigena. Dall’apertura dell’impianto (a fine anni Novanta) gli abitanti non hanno mai messo di protestare. Nell’ultimo anno sono scesi in piazza una volta alla settimana: tamburi, maschere, carri allegorici per dire che una ditta che tratta i rifiuti lì non ci poteva stare. manifestazione albiano 3Nel frattempo infatti era saltato fuori che l’impianto di produzione “di css” (combustibile solido secondario) non era a norma dal punto di vista edilizio, perché il regolamento urbanistico vietava – e ancora vieta – l’insediamento di attività insalubri in quella zona. Eppure, a dare l’ok alla realizzazione del progetto durante la conferenza provinciale dei rifiuti, nel 2003, furono proprio gli allora assessori comunali all’Ambiente e ai Lavori pubblici, Roberto Simoncini e Carlo Magrini; il primo entrato poi in società con lo stesso Mauro Costa (proprietario della ditta), anche se in tutt’altro settore. Sindaco di Aulla, invece, era l’attuale senatore verdiniano, Lucio Barani, capogruppo di Ala a Palazzo Madama. Una vicenda su cui adesso indaga anche la Procura anche se per il momento non risultano indagati. La ditta intanto continua a macinare rifiuti. Pubblicità È il 1997 quando la Provincia autorizza l’impresa ad avviare un impianto di stoccaggio provvisorio di rifiuti non pericolosi. In sostanza quello doveva essere solo un deposito di rifiuti provenienti dalla raccolta differenziata prima di essere trasportati altrove. In totale l’impianto non poteva superare i 534 metri cubi di rifiuti. Nel 2001 – anno in cui scadeva l’autorizzazione – la Costa chiede di ampliare l’impianto e acquista, attraverso un procedimento di esproprio con il Comune di Aulla, l’area adiacente a quella già di proprietà. Poi presenta il progetto per la realizzazione di un impianto con “due linee per la selezione dei rifiuti e due linee per la produzione di cdr” (combustibile da rifiuto, che è il predecessore del “css” attuale). Si riunisce la conferenza provinciale dei rifiuti e Simoncini e Magrini danno il via. La Provincia, senza molte verifiche, approva. Presidente dell’ente è Osvaldo Angeli, ultimo segretario provinciale del Pci e oggi nel Pd. manifestazione albiano 2L’anno seguente, però, il consiglio comunale approva una delibera con cui ritiene la determina dirigenziale della Provincia (quella con cui veniva approvato il progetto della Costa) non valido perché “non conforme dal punto di vista urbanistico” dal momento che l’impianto “sarebbe oggettivamente non compatibile in prossimità di una zona fortemente insediata ed urbanizzata”. Ma questo non è bastato. L’impianto è stato realizzato. Sono passati 13 anni e i rifiuti trattati sono aumenti parecchio, superando i 90mila metri cubi (dai 534 iniziali). Nel frattempo ci sono stati due incendi nel capannone...
read moreLa mafia dentro i padiglioni di Expo 2015
[di Michele Sasso su espresso.it] Nel mirino della Dda il consorzio Dominus che allestì nel sito di Rho il palazzo congressi, l’auditorium, e gli stand milionari di Francia, Qatar e Guinea. Le accuse: associazione a delinquere con l’aggravante di aver agevolato Cosa Nostra. Undici arresti. Tra loro anche un avvocato, ex presidente della Camera Penale di Caltanissetta I tentacoli di Cosa nostra fin dentro il cuore delle strutture espositive più grandi d’Europa, Fiera Milano, un colosso da 260 milioni di euro di ricavi l’anno. E grazie a rapporti criminali e subappalto dopo subappalto, anche l’allestimento e la costruzione di alcuni padiglioni di Expo 2015, il maxi evento andato in scena alle porte della metropoli l’anno scorso. L’incubo dell’infiltrazione e del lato oscuro degli appalti milionari è diventato realtà stamattina quando la Guardia di Finanza ha arrestato 11 persone su richiesta dei magistrati milanesi antimafia Sara Ombra e Paolo Storari, coordinati dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini. Nel giorno dell’annuncio di nuovi arresti per alcuni appalti di Fiera Milano ed Expo 2015, il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni parla di una “storia che non finisce mai”. Secondo Maroni, però: “Queste gare non hanno niente a che vedere con il futuro dell’Area Expo”(Video di Tiziano Scolari) Le accuse vanno dall’associazione a delinquere finalizzata a favorire gli interessi di Cosa Nostra, in particolare la famiglia Pietrapersa di Enna, a riciclaggio e frode fiscale. Nel mirino della Dda il consorzio Dominus, che allestì per conto della controllata della Fiera, Nolostand, i padiglioni di palazzo congressi, auditorium, Francia, Qatar, Guinea, e lo stand Birra Poretti. Funzionava così: Fiera Milano delegava la realizzazione della opere necessarie a grandi manifestazione internazionali (come il Salone del mobile e la Borsa del Turismo) alla controllata Nolostand. E quest’ultima assegnava gran parte dei lavori alla società consortile “Dominus”, amministrata da “teste di legno”, ma di fatto riconducibile a Giuseppe Nastasi e Liborio Pace. Secondo l’ordinanza d’arresto, le indagini hanno dimostrato “una serie di elementi relativi all’infiltrazione mafiosa”. La figura principale è quella di Giuseppe Nastasi, “un imprenditore che si occupa di allestimenti fieristici e che, insieme ad altri soggetti che fungono da prestanome, commette una serie di reati tributari per importi assai rilevanti”. Nell’ordinanza si legge che “Nastasi è apparso subito in rapporti molto stretti con Liborio Pace (con cui è socio), già imputato per appartenenza alla famiglia mafiosa di Pietraperzia e che dalle indagini appare come elemento di collegamento con detta famiglia partecipando all’attività di riciclaggio del denaro provento dei reati tributari”. I due soci Pace e Nastasi “intrattenevano costanti rapporti con i dirigenti e gli organi di vertice della Nolostand, al fine di ottenere l’aggiudicazione o di assicurarsi il rinnovo dei contratti di appalto dei servizi di trasporto e facchinaggio dei siti fieristici”. A scriverlo è il giudice Fabio Roja che si è occupato del provvedimento con il quale la Nolostand è stata commissaria. “Pace e Nastasi – continua l’ordinanza – avevano, quali interlocutori privilegiati, Enrico Mantica, in qualità di direttore tecnico ed ex amministratore delegato di Nolostand spa, per la risoluzione di problematiche lavorative e Marco Serioli, amministratore delegato di Nolostand spa”. Entrambi i manager, allo stato, non risultano comunque indagati. Il giro d’affari dimostra i rapporti stretti e consolidati: su 20 milioni di euro di fatturato in tre anni, 18 milioni il consorzio di cooperative...
read moreEcomafie: Campania maglia nera dei reati. Lombardia prima per corruzione
[di Luisiana Gaita su ilfattoquotidiano.it] I dati del dossier 2016 di Legambiente: nel 2015 il “fatturato” delle ecomafie è calato di tre miliardi, a 19,1, per probabile effetto della contrazione degli investimenti su opere pubbliche e rifiuti. 947 gli illeciti contestati, 118 dei quali per il nuovo reato di inquinamento ambientale. Grasso: “Necessario rafforzare gli interventi contro la corruzione, uno dei peggiori nemici dell’ambiente per le collusioni nelle pubbliche amministrazioni” A più di un anno dall’entrata in vigore della legge sugli ecoreati, il rapporto “Ecomafia 2016, le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia” è quello della ‘scossa elettrica’. Così lo ha definito il direttore generale di Legambiente Stefano Ciafano, presentando in Senato i dati raccolti dall’Osservatorio nazionale ambiente e legalità dell’associazione, grazie al contributo delle forze dell’ordine e raccolti nel volume edito da Edizioni Ambiente con il sostegno di Cobat. Il primo dato è che il fatturato delle ecomafie è sceso di quasi 3 miliardi di euro, assestandosi sui 19,1 miliardi. I reati ambientali sono in leggera flessione e crescono gli arresti, “primi segnali di una inversione di tendenza dopo l’introduzione dei delitti contro l’ambiente nel Codice penale”. Nel 2015 sono stati accertati 27.745 reati ambientali (più di 76 al giorno), arrestate 188 persone, 24.623 quelle denunciate. Più di 7mila i sequestri. Si tratta di un fenomeno nazionale, ma spiccano i numeri negativi che riguardano le quattro regioni con una presenza tradizionalmente radicata della criminalità organizzata: Campania, Puglia, Sicilia e Calabria. E se la Campania è maglia nera per numero di reati, sul fronte della corruzione legata a illeciti ambientali (302 inchieste in 5 anni in Italia, con 2.666 arresti) al primo posto per più alto numero di indagini c’è la Lombardia, seguita da Campania, Lazio, Sicilia e Calabria. “La prevenzione è la moneta buona che scaccia quella cattiva – ha dichiarato Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente – è necessario creare lavoro, filoni di sviluppo economico e produttivo nei territori più a rischio, sostenere le centinaia e centinaia di cooperative e di imprese, che anche nel sud stanno cercando di invertire la rotta, puntando su qualità ambientale e legalità”. LA PRESENZA DEI CLAN – Nei primi otto mesi dall’entrata in vigore della legge sono stati contestati 947 ecoreati, con 1.185 denunce dalle forze dell’ordine e dalle Capitanerie di porto e il sequestro di 229 beni per un valore di 24 milioni di euro. Sono 118 i casi di inquinamento e 30 le contestazioni del nuovo delitto di disastro ambientale. Nonostante il calo complessivo dei reati, ne cresce l’incidenza in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Se ne sono contati 13.388, il 48,3% sul totale nazionale, mentre nel 2014 l’incidenza era del 44,6%. E soprattutto in queste aree che si registrano anche ritorsioni da parte della criminalità organizzata ai danni degli amministratori che si impegnano contro i reati ambientali. L’Osservatorio nazionale ambiente e legalità di Legambiente ha censito in Italia dal 1994 ad oggi 326 clan, con un volume di affari pari a 19,1 miliardi di euro solo del 2015 con un calo di quasi 3 miliardi rispetto all’anno precedente (22 miliardi) “dovuto principalmente – spiega Legambiente – alla netta contrazione degli investimenti a rischio nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, che hanno visto nell’ultimo anno prosciugare la spesa per opere pubbliche e per la gestione...
read moreMigration in response to environmental change
[su arpae.it]Un numero speciale di “Science for Environment Policy”, periodico della Direzione generale Ambiente della Commissione europea, analizza le cause delle migrazioni ambientali e le possibili opzioni politiche per l´Europa nell´affrontare la questione. Le migrazioni collegate al cambiamento climatico sono previste in aumento, soprattutto nei paesi più poveri, anche a causa dell´aumento nella frequenza e gravità di eventi estremi (come siccità, innalzamento del livello del mare, inondazioni, uragani). La migrazione è spesso il risultato combinato di cause diverse (economiche, sociali e politiche) che possono essere influenzate dal cambiamento delle condizioni ambientali. Una migrazione forzata può essere causata da una catastrofe ambientale (come uno tsunami o un´alluvione), ma un processo più graduale può essere causato anche da un deterioramento ambientale lento, come gli effetti di una lunga siccità (ad esempio come quelle che hanno interessato alcune aree di Marocco, Algeria, Tunisia, Somalia ed Egitto). Anche se non tutti direttamente collegati al cambiamento climatico, gli eventi meteorologici estremi nel 2010 hanno colpito 320 milioni di persone (dati del World Disasters report della Federazione internazionale Croce Rossa e Mezzaluna rossa). Secondo l´Unep il cambiamento climatico influirà sulle migrazioni in tre modi: – gli effetti del riscaldamento in alcune aree ridurranno gradualmente la produttività agricola e causeranno il degrado dei servizi ecosistemici come acqua pulita e suolo fertile – l´aumento di eventi meteo estremi interesserà un numero sempre maggiore di persone, che saranno costrette a spostarsi – l´innalzamento del livello del mare distruggerà permanentemente aree costiere, causando lo spostamento di milioni di persone. La migrazione ambientale è un tema che richiede già attenzione da parte dell´Europa. L´Unione europea ha già riconosciuto la necessità di affrontare la questione nel documento ´Climate change, environmental degradation and migration´ che accompagnava la Strategia di adattamento UE (2013). Attualmente l´Ue sta finanziando lo studio Migration, Environment and Climate Change: Evidence for Policy (MECLEP), condotto dall´Organizzazione internazionale per la migrazione con l´obiettivo di aumentare la conoscenza sul rapporto tra migrazioni e cambiamento ambientale e su come le migrazioni potrebbero beneficiare di strategie di adattamento. Una delle strade analizzate per proteggere le popolazioni che vivono nelle regioni più vulnerabili a disastri è il trasferimento programmato. Un progetto multi-partner finanziato dalla Commissione europea sta sviluppando linee guida per superare i problemi legali legati alle migrazioni transfrontaliere in caso di disastro. Già i titoli degli articoli contenuti nell´approfondimento di Science for Environment Policy danno conto della complessità del tema e dei tanti aspetti da tenere in considerazione nell´affrontarlo: – Esplorando le cause interconnesse delle migrazioni umane nel contesto del cambiamento climatico – Eventi ambientali estremi e migrazioni umane: non è un legame semplice – Le migrazioni umane causate dal cambiamento climatico: come dovrebbero rispondere i governi? – Migrazioni: un´opportunità per integrare la mobilità umana e le politiche di adattamento al cambiamento climatico – Migranti ambientali necessitano una migliore protezione dei diritti umani – E´ tempo di agire sulle migrazioni causate dal cambiamento climatico – Migrazioni nell´Ue legate al cambiamento climatico: l´impatto dipende dalle infrastrutture attuali. Scarica il numero speciale “Migration in response to climate change” (Science for Environmental Policy, Thematic issue, n. 51, settembre...
read moreEcomafia 2016, crollano le opere pubbliche e scivola anche il business dei reati ambientali
[di Luca Aterini su greenreport.it] Dopo anni di crescita pressoché ininterrotta da quando nel lontano 1994 Legambiente coniò la parola “ecomafia”, nel 2015 cala il numero dei reati ambientali censiti dal Cigno verde all’interno del rapporto Ecomafia 2016, le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia (edito da Edizioni Ambiente con il sostegno di Cobat, 22€). «Gli illeciti ambientali accertati sono 27.745 – snocciolano da Legambiente – Per dirla in altro modo, più di 76 reati al giorno, più di 3 ogni ora. Salgono a 188 gli arresti, mentre diminuiscono le persone denunciate, 24.623, e i sequestri, 7.055. In calo le infrazioni nel ciclo del cemento e dei rifiuti». Perché quest’inversione di tendenza nell’ecomafia? Trattando di un mondo sommerso e misconosciuto nelle sue reali dimensioni, la risposta non può che procedere a tentoni. Legambiente mette in prima fila «numeri e risultati che raccontano il lento ma grande cambiamento che ha preso il via nel 2015, con l’approvazione della legge sugli ecoreati, e continua nel 2016, anno in cui si cominciano a raccogliere i primi frutti di un’azione repressiva più efficace e finalmente degna di un paese civile che punisce davvero chi inquina». I dati sull’effettiva “punizione” lasciano sospesi molti interrogativi, visto il consistente numero di prescrizioni permesse proprio dai meccanismi della legge 68/2015, ma in questo conteso è di maggiore interesse guardare alle dinamiche che si muovono al di là della normativa sugli ecoreati. Il business delle ecomafie nel 2015 è stato di 19,1 miliardi di euro, quasi tre miliardi in meno rispetto all’anno precedente (22 miliardi di euro). Con lucidità Legambiente osserva come sia «un calo dovuto principalmente alla netta contrazione degli investimenti a rischio nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, che hanno visto nell’ultimo anno prosciugare la spesa per opere pubbliche e per la gestione dei rifiuti urbani sotto la soglia dei 7 miliardi (a fronte dei 13 dell’anno precedente)». Il nesso con l’ecomafia è presto fatto: «La corruzione rimane un fenomeno dilagante – ricorda Legambiente, e anche la cronaca di questi giorni – è il volto moderno delle ecomafie che colpisce ormai anche il nord Italia». Dunque, al Sud gli investimenti in opere pubbliche e per la gestione dei rifiuti urbani (che a loro volta sono appena un quarto dei rifiuti speciali) sono letteralmente crollati, quasi dimezzati: da 13 a 7 miliardi di euro. Conseguentemente, anche l’ecomafia ha perso terreno, realizzando però solo una leggera flessione: -2,9 miliardi di euro. In compenso è concretamente possibile che il crollo di investimenti sia andato ad acuire la cronica mancanza di impianti per la gestione del ciclo integrato dei rifiuti – urbani, in questo caso. Per i rifiuti speciali, invece, che il Cigno verde descrive come «il più pericoloso campo d’attività delle ecomafie e uno tra i business illegali più redditizio» i dati sono ancora più sfumati. Da ultimo il rapporto Materia rinnovata, presentato proprio al Forum rifiuti di Legambiente, ha confermato quanto sia indietro la contabilità e la conoscenza dei flussi di materia che attraversano legalmente la nostra economia, figurarsi per quella fetta di sommerso. Persi profitti da un lato, l’ecomafia però non si sgomenta e recupera su altri fronti e con maggior vigore proprio al Sud. «Nonostante il calo complessivo dei reati nel 2015, cresce l’incidenza degli illeciti nelle quattro regioni a tradizionale insediamento...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.