CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Pescara, mare inquinato: chiesto processo per sindaco e vice. A un anno dall’incidente situazione ancora critica

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Pescara, mare inquinato: chiesto processo per sindaco e vice. A un anno dall’incidente situazione ancora critica

[Di Maurizio Di Fazio su Ilfattoquotidiano.it] Marco Alessandrini ed Enzo Del Vecchio, del Pd, sono accusati di concorso in omissione d’atti d’ufficio. A luglio 2015 migliaia di metri cubi di liquami vennero sversati in mare a causa della rottura di una fogna. Ancora oggi, però, ogni volta che piove gli scarichi fognari terminano in acqua perché il depuratore non è più sufficiente e va in tilt. Marco Alessandrini ed Enzo Del Vecchio, rispettivamente sindaco e vicesindaco del Comune di Pescara, entrambi del Pd, devono essere processati per concorso in omissione d’atti d’ufficio: avrebbero infatti omesso “di emanare idonei provvedimenti amministrativi volti a tutelare la salute pubblica e a impedire la pubblica balneazione di quel tratto costiero”. Lo chiedono i pm Mirvana Di Serio e Anna Rita Mantini. A processo insieme a loro potrebbe finire, se il gip accoglierà l’istanza dei pubblici ministeri, anche il dirigente comunale Tommaso Vespasiano. La vicenda è relativa all’estate del 2015: a fine luglio, la rottura di una fogna determinò lo sversamento nel mare di Pescara di migliaia di metri cubi di liquami e già nei giorni precedenti le analisi avevano accertato “il rilevante superamento dei parametri di legge per il valore dell’escherichia coli” scrivono i giudici. Un’impennata di colibatteri fecali, pericolosi, oltre una certa soglia, per la nostra salute. Ma nel weekend del 1° e 2 agosto turisti e “indigeni” continuarono a farsi il bagno tranquillamente nel mare inquinatissimo, perché nessun divieto di balneazione venne affisso a ridosso del pezzo di spiaggia compromesso. Alcuni di loro accusarono poi problemi gastrointestinali ed epidermici. Il Comune restò in silenzio: solo il 3 agosto il sindaco Alessandrini firmò l’ordinanza di divieto di balneazione, retrodatandola a due giorni prima. Un anno dopo, la situazione non sembra essere cambiata affatto. Si susseguono le rilevazioni dell’Arta, l’Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente; ma lo specchio di mare del centro di Pescara continua a risultare molto inquinato. Intanto si è appurato che ogni volta che piove in maniera abbondante, come accaduto nei giorni scorsi, gli scarichi fognari terminano in mare perché il depuratore esistente non è più sufficiente e va in tilt. Si temono ricadute nefaste sul turismo, e molti cittadini pescaresi hanno rinunciato all’idea stessa di tuffarsi vicino casa, tra gli ombrelloni e gli scogli del loro stabilimento del cuore. Il problema dell’emergenza balneazione a Pescara rimbalza anche in Parlamento. “Purtroppo non esistono risposte semplici a problemi così complessi, soprattutto quando i problemi si sono incancreniti fino a questo punto per assenza di iniziative concrete fino ad oggi – afferma il sindaco Marco Alessandrini – Noi siamo sul fronte ogni giorno, reprimendo abusi, progettando secondo le buone pratiche ed esponendoci, malgrado siamo interpreti di azioni mai svolte prima, alle legittime aspettative della gente. Per dare una risposta significativa al problema occorre avere in mente un disegno strategico. Non lo penso da oggi, tant’è che sin dall’inizio dell’anno ho chiesto formalmente alla Regione di trovare una soluzione in riferimento a due necessità urgentissime per la nostra città: in primo luogo la separazione delle acque bianche dalle acque nere, visto che a oggi le acque piovane e di fogna sono canalizzate nella stessa conduttura”. Replicano alle sue parole le consigliere comunali 5 Stelle al Comune di Pescara, Erika Alessandrini ed Enrica Sabatini: “L’ammissione di Alessandrini dimostra quanto la pigrizia politica, la mancanza...

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Malmö, così la Svezia scopre la via sostenibile per uscire dalla crisi

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Malmö, così la Svezia scopre la via sostenibile per uscire dalla crisi

[Di Alessandro Canepa su Lastampa.it] Una città industriale diventa città sostenibile ed esce dalla crisi. Il caso di Malmö, quasi 300mila abitanti, terza città della Svezia. Rinascere. Trasformarsi da città industriale in crisi a città sostenibile. È possibile, se c’è un approccio sistemico. Perché non bastano singoli buoni ma disorganici progetti: serve una idea di città. Un caso esemplare è quello di Malmö, quasi 300mila abitanti, terza città della Svezia, che dagli anni ’80 è entrata in una profonda crisi causata dal progressivo collasso dell’industria delle costruzioni navali e poi di quella dell’industria dell’auto e del cemento. La città perdeva abitanti, aveva visto evaporare 30mila posti di lavoro, e non riusciva ad integrare i tanti migranti (il 28% degli abitanti di Malmö è nato all’estero). Un disastro. La scelta fu quella di trasformarla nella migliore città al mondo per lo sviluppo urbano sostenibile. Fu così creato il Malmö environmental program 2009-2020, si avviarono grandi progetti di qualificazione urbana. Dal Porto Occidentale, un quartiere che al 2030 ospiterà 20mila persone e che sorge dove una volta erano i cantieri navali, al quartiere di Hyrillye: in entrambi i casi si va oltre il semplice retrofitting di vecchi quartieri, come avvenne ad Augustenburg, un’area di edilizia popolare costruita nel 1948 e abitata da 3mila persone, che dal 1998 è stata riqualificata aumentando del 10% la performance energetica degli edifici. Malmö voleva di più. E così si è puntato da un lato sulla conoscenza – creazione della Malmö University, che ha sede nel porto occidentale – e dall’altro sulla trasformazione della città (grazie al ponte con la Danimarca) in un hub tra Svezia e Continente. Il tutto, si badi bene, in un contesto di sviluppo sostenibile. La città sarà climate neutral entro il 2020, ed entro il 2030 userà esclusivamente energia rinnovabile. I nuovi quartieri sono stati pensati per dare priorità al trasporto collettivo, a cicli e pedoni. Sono state costruiti 470 chilometri di piste ciclabili (che hanno incentivato l’uso delle bici, che oggi copre il 30% degli spostamenti) e il 50% degli autobus già oggi viaggia con il biogas prodotto dagli scarti alimentari. Il 75% dei nuovi bus è poi a biogas, elettrico, ibrido o a idrogeno. Come risultato, la qualità dell’aria è migliorata. E già oggi i giorni di sforamento dei valori delle PM10 si sono ridotti a 3 all’anno. La raccolta differenziata viaggia sul 70%, e quanto non è recuperabile o utilizzato per produrre biogas viene bruciato nell’inceneritore, che dà teleriscaldamento a 70mila abitazioni e fornisce elettricità. Al 2020 le emissioni di CO² della città saranno del 40% inferiori di quelle del 1990, e i consumi energetici pro capite inferiori del 20% (con obiettivo di ridurli di un altro 20% nel decennio successivo). In questo modo, puntando su conoscenza, trasporti e sostenibilità, Malmö è rinata. Per la tante aree industriali depresse del nostro Paese, e non solo del nostro Paese, davvero un esempio da imitare.     Pubblicato su Lastampa.it il 27 giugno 2016...

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Presente e futuro delle aree costiere nel rapporto Ambiente Italia 2016

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Presente e futuro delle aree costiere nel rapporto Ambiente Italia 2016

[Di redazione su Greenreport.it] Cemento, erosione, mala depurazione e beach litter, le minacce per coste che i cambiamenti climatici renderanno più fragili. «Oltre settemila chilometri di coste con bellezze storiche, ambientali, geomorfologiche che determinano in modo significativo l’identità del Belpaese. Coste al centro di uno dei mari più delicati del pianeta per ragioni ambientali ma anche culturali e commerciali, banco di prova imprescindibile rispetto ai cambiamenti climatici, sui quali pesano le conseguenze di politiche miopi e inefficienze storiche. Oggi il 51% dei litorali italiani è stato trasformato da case e palazzi e la cifra, senza un cambio delle politiche, è destinato a crescere: negli ultimi decenni al ritmo di 8 chilometri all’anno, più della metà dei paesaggi costieri sono stati trasformati da palazzi, alberghi e ville. Un terzo delle spiagge è interessato da fenomeni erosivi attualmente in espansione; 14.542 sono le infrazioni accertate nel corso del 2014 tra reati inerenti al mare e alla costa in Italia, 40 al giorno, 2 ogni chilometro, ancora in crescita rispetto al 2013. L’habitat marino è costantemente messo alla prova dall’inquinamento, con il 25% degli scarichi cittadini ancora non depurati (40% in alcune località) e ben 1.022 agglomerati in procedura di infrazione europea. Il 45% dei prelievi realizzati da Goletta Verde nel 2015 è risultato inquinato, mentre la plastica continua a colonizzare spiagge e fondali marini. Solo il 19% della costa (1.235 chilometri) è sottoposta a vincoli di tutela». E’ questa la foto, non proprio esaltante, scattata da offerta dal rapporto Ambiente Italia 2016, a cura di Legambiente e edito da Edizioni Ambiente, che è stato presentato oggi a Roma. Le coste italiane sono state analizzate a 360 gradi, con 16 contributi di esperti dedicati alle aree costiere e allo stato di salute dei nostri mari e al Mediterraneo quale hot spot del cambiamento climatico ed Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente e curatore del volume insieme a Sebastiano Venneri e Giorgio Zampetti, sottolinea che «Le coste sono uno straordinario patrimonio del nostro Paese – che dobbiamo liberare dalla pressione di cemento e inquinamento. Il Rapporto Ambiente Italia presenta una fotografia di questi impatti con dati davvero inquietanti e studi che dimostrano come sia possibile invertire questa situazione attraverso un cambio delle politiche. Proprio la sfida che i cambiamenti climatici pongono alle aree costiere del Mediterraneo, con impatti significativi sugli ecosistemi, sulla linea di costa e sulle aree urbane, deve portare a una nuova e più incisiva visione degli interventi. Occorre rafforzare la resilienza dei territori ai cambiamenti climatici e spingere verso la riqualificazione e valorizzazione diffusa del patrimonio costiero». Il volume, attraverso contributi diversi, mette in evidenza i diversi processi che incidono sullo stato di salute delle coste italiane e la stretta relazione tra i fenomeni: «La stessa erosione costiera – dicono a Legambiente – , un fenomeno in espansione legato a molteplici cause, che riguardano sia le trasformazioni provocate da porti e interventi sul litorale che la riduzione degli apporti dei sedimenti dalle aree interne attraverso i fiumi per vie di dighe, sbarramenti e cave. Situazioni che sarà sempre più importante monitorare per capire come intervenire in una prospettiva di cambiamenti climatici. Le ragioni della fragilità delle aree costiere italiane – è noto – sono dovute a problemi idrogeologici e alle conseguenze di urbanizzazioni, sia legali che abusive, in posti scellerati spesso...

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Rifiuti, non solo porta a porta: i Comuni virtuosi, da Trento a Olbia fino a Forlì

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Rifiuti, non solo porta a porta: i Comuni virtuosi, da Trento a Olbia fino a Forlì

[Di Veronica Ulivieri su Ilfattoquotidiano.it] Le cose vanno bene (per ambiente e tasche dei cittadini) nelle partecipate in cui i Comuni hanno mantenuto il controllo sulle società. Ecco perché in alcune città d’Italia la gestione è sostenibile e di successo. Infiltrazioni mafiose, amministrazioni che non riescono a controllare i gestori dei servizi di igiene urbana oppure sindaci che li controllano fin troppo, trasformandoli in serbatoi di voti e assunzioni. Abbiamo raccontato i mali che affliggono la gestione dei rifiuti urbani nei Comuni italiani. Le storie negative sono tante, ma non è ovunque così. Dove i sindaci hanno saputo mantenere il controllo sulle società e puntare a un miglioramento del servizio, ne hanno beneficiato l’ambiente e le tasche dei cittadini. Un rapporto di Confartigianato lo ha detto di recente: al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, “nelle città in cui le tariffe sono più alte è peggiore la qualità del servizio”. Spiega Attilio Tornavacca, esperto di rifiuti della Esper, che quando “le dimensioni delle società pubbliche sono sufficienti a creare le necessarie economie di scala ma non sono neppure troppo elevate – cioè sono comprese tra i 40-50mila ed i 150-200mila abitanti serviti – ed il peso azionario dei vari Comuni è sufficientemente equilibrato, si rilevano spesso risultati molto avanzati sia in termini di elevati livelli di riciclaggio e qualità del servizio che in termini di ottimizzazione dei costi”. Trento: differenziare conviene L’anno scorso, l’associazione Comuni Virtuosi ha raccolto in una pubblicazione, in collaborazione con Esper, le esperienze degli amministratori che hanno traghettato i propri Comuni verso forme di gestione dei rifiuti più sostenibili. Tra questi c’è anche Trento, dove nel 2005 la raccolta differenziata era ferma al 45 per cento. La rivoluzione è arrivata con il graduale passaggio al sistema del porta a porta. “Nel giro di poco più due anni abbiamo raggiunto e superato il 65 per cento, contribuendo in maniera significativa all’affossamento del progetto dell’inceneritore. Ora si viaggia sopra l’80 per cento di raccolta differenziata, viene applicata la tariffa puntuale (quel sistema, cioè, in cui ogni famiglia o impresa paga in proporzione ai rifiuti indifferenziati prodotti, ndr) ed i cittadini mai tornerebbero indietro al bidone stradale. Anche perché si è dimostrato che il porta a porta conviene economicamente al cittadino. Milioni di euro risparmiati, non conferendo migliaia di tonnellate alla discarica ed invece introdotte nel circuito virtuoso del riciclo”, racconta oggi Aldo Pompermaier, assessore all’Ambiente del Comune di Trento dal 2005 al 2009, nel periodo della svolta verde. Effetto domino Nel Nord della Toscana, tutto è iniziato nel 2007 da un bando della provincia di Lucca per i Comuni decisi a sperimentare modelli virtuosi di gestione dei rifiuti.“Grazie ai finanziamenti e all’impegno che i cittadini hanno messo nella raccolta differenziata, è stato possibile procedere alla chiusura di due inceneritori, contro i quali erano da tempo nati comitati spontanei”, dice Maura Cavallaro, assessore provinciale all’Ambiente tra il 2006 e il 2014. Non solo: l’impegno del Comune di Capannori, che già nel 2008 ha esteso il porta a porta a tutto il suo territorio superando in pochi anni il 75 per cento di differenziata, ha spinto gli altri enti locali a perseverare senza cedere a pressioni: “Fu di stimolo anche agli altri Comuni della provincia a proseguire il percorso che avevamo faticosamente avviato con varie resistenze di...

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Perché Generali continua a investire nella Duke Energy, e nel carbone?

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Perché Generali continua a investire nella Duke Energy, e nel carbone?

[Di redazione su Terraterraonline.org] Generali è una delle maggiori compagnie d’assicurazione italiane. Duke Energy è la maggiore azienda produttrice di energia elettrica degli Stati uniti, oggi sotto accusa per aver inquinato diversi bacini d’acqua. Per capire cosa le lega, seguiamo il filo del carbone. Il carbone resta tra le fonti d’energia fossile più estratte del Pianeta, con miniere attive in circa 70 paesi, questo ormai nessuno lo nega. Principali produttori e consumatori sono Usa, Cina e India, e secondo il think tank americano Center for Climate and Energy Solutions, dal carbone dipende il 29,7% della produzione energetica e il 44% delle emissioni di anidride carbonica mondiali. Ridurre l’uso di carbone è fondamentale, per contenere il cambiamento del clima. In occasione della recente conferenza dell’Onu sul clima a Parigi (la Cop 21), abbiamo sentito grandi dichiarazioni d’intenti – ad esempio da parte delle grandi compagnie d’assicurazione, che gestiscono enormi quantità di fondi attivi da investire. Anche Generali: «In qualità di assicuratore, Generali desidera avere un ruolo attivo nel dare supporto alla transizione verso un’economia ed una società più sostenibili. Continueremo a monitorare e ridurre i nostri impatti diretti e a promuovere un’economia per limitare il riscaldamento globale a 2 gradi attraverso i nostri prodotti, servizi e investimenti, così come affermato nella nostra Politica di Gruppo per l’ambiente e il clima», dice un messaggio pubblicato sul suo sito web in occasione della conferenza sul clima. Dal 2010 Generali dichiara di avere le sue linee guida su come vincolare i suoi investimenti e prestiti in giro per il mondo a una maggior tutela ambientale; prima dichiarava di seguire le “migliori pratiche” del Fondo pensione del governo norvegese, che con quasi 790 miliardi di euro di attivi in gestione è il principale veicolo a controllo statale al mondo. Negli ultimi tempi però il Fondo norvegese ha deciso di disinvestire dal carbone, cioè non puntare più su società che affidano al carbone più del 30% della propria capacità di generazione elettrica, nel caso delle utility elettriche, o più del 30% dei ricavi da progetti a carbone. Anche Axa e Allianz, dirette concorrenti di generali, hanno scelto di non mettere più le proprie risorse nel carbone. Invece la compagnia triestina continua a investire in compagnie come la Duke Energy, la più grande utility energetica statunitense, con interessi anche in Canada e in America Latina. Duke è finita nell’occhio del ciclone per l’altissimo livello di inquinamento dei bacini d’acqua in cui sono sversati i residui tossici della combustione nelle centrali a carbone. Tecnicamente si chiama coal ash management, attività molto dannosa per l’ambiente e per le persone. La Duke brucia carbone in cinque stati: Indiana, Florida, Kentucky, South Carolina e North Carolina, con 14 impianti e ben 33 bacini di smaltimento. «Immaginate 33 stagni grandi come il Colosseo, o più, pieni di rifiuti industriali contenenti arsenico, cromo, cadmio, mercurio e piombo che finiscono nei fiumi e nelle falde acquifere. Un vero incubo!», racconta Donna Lisenby, esponente dell’organizzazione International Waterkeeper Alliance, che dal 2010 segue questo caso. «Nei pressi di questi stagni vivono oltre 300 famiglie, che non possono utilizzare l’acqua dei pozzi vicini alle loro abitazioni». Donna spiega che è la Duke a fornire riserve idriche a tutte queste famiglie ma che le ultime analisi fatte eseguire dalle autorità statali lo scorso febbraio hanno stabilito che...

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Il 7% in più di investimenti energetici può ridurre del 50% le morti da inquinamento atmosferico

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Il 7% in più di investimenti energetici può ridurre del 50% le morti da inquinamento atmosferico

[Di redazione su Greenreport.it] Iea: «Entro il 2040 si può dimezzare la quarta più grande minaccia per la salute umana». Si stima che ogni anno ci siano 6,5 milioni di decessi legati all’inquinamento atmosferico e che questi impressionanti numeri siano destinati ad aumentare significativamente nei prossimi decenni, a meno che l’industria energetica non metta in campo più iniziative per ridurre le emissioni. Il World Energy Outlook Special Report on Energy and Air Pollution appena pubblicato dall’International energy agency (Iea) sottolina che «L’inquinamento atmosferico è un problema sentito in tutto il mondo, in particolare tra i più poveri nella società. Nessun Paese è immune: uno sconcertante 80% della popolazione che vive nelle città che monitorano i livelli di inquinamento respira aria che non riesce a soddisfare le norme di qualità dell’aria fissati dalla Organizzazione Mondiale della Sanità». Le morti premature causate dall’inquinamento atmosferico sembrano destinate a salire dai 3 milioni odierni a 4,5 milioni entro il 2040 e si concentreranno soprattutto nei Paesi in via di sviluppo dell’Asia. Nello stesso periodo dovrebbero però diminuire da 3,5 a 3 milioni le morti premature dovute all’inquinamento atmosferico all’interno delle abitazioni, morti premature che continueranno ad essere fortemente legate alla povertà e alla impossibilità di accedere all’energia moderna. Il nuovo rapporto speciale Iea mette in luce i legami tra energia, inquinamento atmosferico e salute e identifica i contributi che il settore energetico può dare per limitare la cattiva qualità dell’aria, la quarta più grande minaccia per la salute umana, dopo l’ipertensione, le diete povere e il fumo. «La produzione e l’utilizzo di energia – dicono gli esperti Iea – in gran parte dalla combustione di carburanti non regolamentata, scarsamente regolamentati o inefficienti, sono le più importanti fonti antropiche di emissioni dei principali inquinanti atmosferici: l’85% del particolato e la quasi totalità degli ossidi di zolfo e degli ossidi di azoto. Milioni di tonnellate di questi inquinanti vengono rilasciate nell’atmosfera ogni anno, da fabbriche, centrali elettriche, automobili, camion, così come dai 2,7 miliardi di persone che ancora si basano su stufe e combustibili per la cucina (soprattutto legno, carbone di legna e altre biomasse) inquinanti». Secondo il World Energy Outlook Special Report on Energy and Air Pollution, la Cop21 Unfccc di Parigi ha posto maggiore attenzione a questo problema, decidendo di accelerare transizione energetica che «mette le emissioni globali di questi inquinanti su un trend di lento declino al 2040. Tuttavia, il problema è ben lungi dall’essere risolto e i cambiamenti globali mascherano le forti differenze regionali: le emissioni continuano a calare nei Paesi industrializzati. In Cina, i recenti segnali di declino sono consolidati. Ma le emissioni in generale sono in aumento in India, nel Sud-Est asiatico e in Africa», aree del mondo dove, di fronte alla crescita prevista della domanda di energia, si fanno davvero scarsi sforzi politici per migliorare la qualità dell’aria. Il direttore esecutivo dell’Iea, Fatih Birol, ha evidenziato che «L’aria pulita è un diritto umano fondamentale che la maggior parte della popolazione mondiale non ha. Nessun paese – ricco o povero – può sostenere che il compito di affrontare l’inquinamento dell’aria è stato completato. Ma i governi sono ben lungi dall’essere in grado di agire ed è necessario agire ora. Politiche energetiche e tecnologie testate sono in grado di fornire grandi tagli all’inquinamento atmosferico in tutto il mondo e di...

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Nel 2014 le emissioni di gas serra dell’Ue hanno raggiunto il livello più basso dal 1990

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Nel 2014 le emissioni di gas serra dell’Ue hanno raggiunto il livello più basso dal 1990

[Di Umberto Mazzantini su Greenreport.it] In Italia -4,6% emissioni nel 2014 e -19,8% rispetto al 1990. Nell’ultimo anno sono però tornate pesantemente a crescere. L’Unione europea ha presentato all’Onu il suo “Annual european union greenhouse gas inventory 1990–2014 and inventory report 2016”, che ora viene reso noto dall’European environment agency (Eea), che spiega: «In termini assoluti, a partire dal 1990, le emissioni di gas serra sono diminuite di 1.383 milioni di tonnellate (Mt) nell’Ue raggiungendo 4282 milioni di tonnellate di CO² equivalenti nel 2014». Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’Eea, sottolinea: «E’ positivo che l’Europa sia stata in grado di ridurre sostanzialmente le emissioni di gas serra dal 1990. Si tratta di un passo importante verso il raggiungimento dei nostri obiettivi climatici per il 2030 e il 2050. Per accelerare la transizione verso una società low-carbon dobbiamo migliorare ulteriormente i nostri investimenti in tecnologia e innovazione, al fine di ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili». La riduzione delle emissioni di gas serra nei 28 Paesi Ue più l’Islanda in 24 anni è avvenuta grazie a una serie di fattori, come il crescente utilizzo di energie rinnovabili, l’utilizzo di carburanti a più basso tenore di carbonio e il miglioramento dell’efficienza energetica, ma un determinante contributo è venuto anche dalla recessione economica e dai cambiamenti strutturali nell’economia. Ma bisogna “ringraziare” anche il riscaldamento globale causato proprio dalle emissioni di gas serra: è diminuita anche la richiesta di energia per il riscaldamento domestico, perché, a partire dal 1990, l’Europa, in media, ha vissuto inverni più miti. Tra il 2013 e il 2014 le emissioni di gas serra nell’Ue sono diminuite di 185 mt (4,1%) e in Italia del 4,6%. L’Eea spiega che «la riduzione delle emissioni è dovuta principalmente alla minore richiesta di riscaldamento da parte delle famiglie a causa dell’inverno molto caldo in Europa. Anche l’aumento delle fonti rinnovabili non combustibili, in particolare dell’eolico e dell’energia, ha contribuito a ridurre le emissioni nel 2014». Anche se, secondo l’ultimo Climate report della Fondazione per lo sviluppo sostenibile dell’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, nel 2015 In Italia le emissioni di gas serra in Italia sono aumentate di circa il 2,5% – circa 3 volte tanto la crescita del Pil (che ha segnato un +0,8%) – nel periodo 1990-2014 l’Italia, nonostante alcuni governi dichiaratamente eco-scettici, fino al 2014 ha fatto la sua parte: –19.8%, passando da 521,9 milioni di tonnellate equivalenti di CO² emesse nel 1990 ai 418,6 milioni di tonnellate CO²/eq del 2014. Le emissioni di gas serra, tra il 1990 e il 2014 sono diminuite nella maggior parte dei settori, e i decrementi sono stati maggiori nelle industrie manifatturiere e delle costruzioni (-372 Mt), per la produzione di elettricità e calore (-346 Mt), e per il riscaldamento residenziale (-140 Mt). Le dolenti note vengono dal trasporto su strada, responsabile per il più grande aumento di emissioni di CO², cresciute di 124 Mt nel periodo 1990-2014, e di 7 Mt nel 2013-14. Anche le emissioni derivanti dai trasporti internazionali (aviazione e navale), che non sono incluse nei totali nazionali comunicati all’Unfccc, sono aumentate di ben 93 Mt tra il il 1990 e il 2014 (93 Mt). Aumento (99 Mt) infine anche per le emissioni di idrofluorocarburi (HFC), un gruppo di gas serra utilizzato nella produzione di dispositivi di raffreddamento, sistemi di condizionamento e...

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Governo Renzi contro Regione Puglia: CdM impugna la legge varata per Xylella ma pensata per Tap

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Governo Renzi contro Regione Puglia: CdM impugna la legge varata per Xylella ma pensata per Tap

[Di Tiziana Colluto su Ilfattoquotidiano.it] Il cdm trascina l’ente guidato da Michele Emiliano di fronte alla Corte Costituzionale per la legge con cui la Regione ha introdotto il vincolo del mantenimento, per sette anni, della destinazione agricola dei terreni interessati da estirpazioni di ulivi a causa di Xylella. La vera partita, però, è il gasdotto Tap. Si scrive Xylella, si legge Tap: il Consiglio dei ministri trascina la Regione Puglia di fronte alla Corte Costituzionale. Ha deliberato oggi l’impugnativa della legge varata l’11 aprile scorso, quella con la quale è stato introdotto il vincolo del mantenimento, per sette anni, della destinazione urbanistica dei suoli colpiti dal patogeno da quarantena. Tuttavia, la partita travalica la questione ulivi e sconfina nel braccio di ferro sul gasdotto che dall’Azerbaijan è pronto a sbarcare nel Salento. Perché, leggendo tra le righe ma neanche tanto, è evidente che la norma pugliese dichiarata “urgente” ponga degli ostacoli non da poco alla realizzazione dell’infrastruttura energetica, che non ha i requisiti richiesti per le opere risparmiate e ricade appieno nelle aree infette, corrispondenti all’intera provincia di Lecce. Dunque, si ritorna allo scontro, ad appena 24 ore dalla sentenza con cui la Corte di Giustizia Ue di fatto ha sdoganato i tagli di massa delle piante, anche se non nell’immediato. Come comunicato ufficialmente dalla presidenza del Consiglio, “l’impugnativa è stata decisa in quanto la norma, istituendo un vincolo di natura urbanistica su determinate aree, viola l’articolo 117, terzo comma della Costituzione, con riferimento alla materia “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”, nonché il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione”. Inoltre, si ritiene lesiva degli articoli 41, 42 e 43 della Costituzione, quelli che tutelano la libera iniziativa economica e la proprietà privata, oltre che dei principi comunitari in materia di libera circolazione delle persone e di stabilimento (articoli 43 e 49 del Trattato Ue), contraddicendo, così, anche l’articolo 117, primo comma, della Costituzione. Il governatore pugliese Michele Emiliano da subito, invece, aveva messo le mani avanti: “Non incidiamo sulla pianificazione e quindi sulla potestà dei Comuni – aveva spiegato – e non introduciamo un vincolo urbanistico, ma una prescrizione limitata nel tempo che rientra tra le potestà legislative temporanee”. La legge è frutto di una lunga, tribolata, attività di mediazione interna innanzitutto al Pd: nasce dalla proposta del consigliere democratico Sergio Blasi e inizialmente estendeva il vincolo di destinazione urbanistica a 15 anni. E’ stata bocciata una prima volta dal Consiglio regionale, che l’ha approvata, modificata, il 31 marzo scorso. Il contesto in cui è maturata è noto: da una parte una discoteca, dall’altra alcune abitazioni, più in là il progetto di un centro commerciale al posto degli ulivi. Il freno alla cementificazione è stato ritenuto necessario. La legge, però, proprio per tentare di svincolarsi dalla mannaia della Corte Costituzionale, ha un’appendice: fa salva “la realizzazione di opere pubbliche prive di alternativa localizzativa e necessarie alla salvaguardia della pubblica incolumità e dell’ambiente e per le quali sia stata svolta con esito positivo la valutazione di impatto ambientale (VIA) e ricorrano congiuntamente i seguenti requisiti: a) che l’opera autorizzata con procedura VIA abbia un livello di progettazione esecutiva e sia immediatamente cantierabile; b) che si sia adempiuto a tutte le prescrizioni rivenienti dal provvedimento VIA e che la relativa verifica di ottemperanza sia stata asseverata da...

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Fao: per ridurre pressione migratoria necessario affrontare fame, cambiamenti climatici e povertà

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Fao: per ridurre pressione migratoria necessario affrontare fame, cambiamenti climatici e povertà

[Di FAO su Greenreport.it] Serve migliorare l’accesso alla terra e alle altre risorse, e costruire resilienza. Lo sviluppo rurale sostenibile ha un ruolo chiave per affrontare la fame, la povertà e le altre cause alla base dei fenomeni migratori, che stanno mettendo a dura prova la capacità di molti paesi di raggiungere i loro obiettivi di sviluppo – ha affermato il Direttore Generale della FAO José Graziano da Silva oggi. «La pressione migratoria che oggi sta causando grande preoccupazione a livello globale, è il risultato di guerre, conflitti e instabilità politica, ma la FAO invita a prestare la giusta attenzione ai fattori alla fonte di tali fenomeni», ha detto Graziano da Silva intervenendo alle Giornate europee dello sviluppo 2016 a Bruxelles. Persistenti difficoltà economiche, povertà, insicurezza alimentare, cambiamenti demografici e climatici, oltre alle crescenti ingiustizie e pressione sulle risorse naturali stanno forzando milioni di persone a cercare una vita migliore altrove – ha sottolineato il Direttore Generale della FAO. Un fattore fondamentale per affrontare tale fenomeno è migliorare l’accesso alle terre, all’acqua, al credito, ai mercati e alle tecnologie per i poveri rurali, in particolar modo per i piccoli produttori a livello familiare. Organizzate dalla Commissione Europea, le Giornate europee dello sviluppo quest’anno pongono l’accento sull’Agenda 2013 per lo Sviluppo Sostenibile, recentemente approvata. Graziano da Silva ha sottolineato come il Secondo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG2 in inglese N.d.T.) – porre fine alla fame, migliorare la nutrizione e promuovere pratiche di sviluppo sostenibile – rappresenti una sfida particolarmente difficile nelle aree rurali dell’Africa sub- Sahariana e in Asia meridionale, dove i livelli di povertà estrema e sottoalimentazione sono ancora molto alti. Il Direttore Generale della FAO ha posto l’accento sull’importanza di contribuire a costruire la resilienza delle comunità rurali e favorire il loro accesso a opportunità di lavoro decenti, soprattutto per donne e giovani. Ha inoltre citato le misure di protezione sociale come sostegno importante nel momento del bisogno e come fonte di guadagno in grado di promuovere la nascita di piccole attività produttive. «Abbiamo inoltre bisogno di investimenti in aree che producono veri benefici per i poveri, incluso il loro accesso a beni pubblici come l’istruzione, la salute, l’ acqua pulita e i servizi igienici», ha continuato. Combattere l’impatto dei cambiamenti climatici è fondamentale per raggiungere il Secondo Obiettivo di Sviluppo Sostenibile, ha continuato Da Silva. «La comunità internazionale deve agire per aiutare i paesi ad entrare nella fase successiva, che comprende identificare strategie di adattamento specifiche, opportunità di finanziamento, trasferimento di tecnologie e una solida raccolta di dati». La FAO, da parte sua è pronta, ad affiancarsi ai paesi membri per aiutarli ad identificare strategie di adattamento specifiche, come l’implementazione di pratiche e tecniche dell’ “agricoltura intelligente dal punto di vista climatico” (“climate smart agricolture“) ha affermato Da Silva. Il Direttore Generale ha inoltre sottolineato il legame tra l’ SDG2 e la Resistenza agli Antibiotici (AMR acronimo inglese N.d.T.), che spesso è il risultato di un utilizzo non controllato di farmaci per il trattamento o la prevenzione di malattie nell’allevamento, nell’acquacoltura o nella produzione di cereali. Pratica che può portare all’emergere di micro-organismi resistenti agli antibiotici. Notando come buoni progressi siano già stati fatti grazie al Global Action Plan dell’OMS, la FAO, che opera a stretto contatto con l’Organizzazione Mondiale della Salute Animale (OIE), crede che...

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L’anno peggiore per i difensori dell’ambiente: 185 vittime

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L’anno peggiore per i difensori dell’ambiente: 185 vittime

[Di Luca Martinelli su Altreconomia.it] Nel 2015, secondo il rapporto di Global Witness, il numero delle vittime tra gli attivisti è cresciuto del 59% rispetto all’anno precedente. Quattro su dieci appartenevano a un popolo indigeno. Il Paese con il maggior numero di omicidi è il Brasile, dove se ne sono registrati ben 50. Quarantadue, invece, le persone uccise per l’opposizione a progetti dell’industria estrattiva. Leggi su Altreconomia 183 “Attivisti sotto controllo: la violazione della privacy mina la democrazia”. Nel 2015 sono stati assassinati 185 difensori del territorio e dell’ambiente. Secondo Global Witness, che ha pubblicato il 20 giugno il proprio rapporto, si è trattato dell’anno “più mortifero della storia”. Il numero delle vittime rappresenta un aumento del 59% rispetto all’anno precedente. “I ‘difensori’ sono assassinati a un ritmo di più di tre ogni settimana” scrive la ong. Le pagine di “On dangerous ground” si aprono con un elenco – nome per nome – di tutti coloro che hanno perso la vita nel corso del 2015, e con una foto di Berta Cacéres: Goldman Prize (nobel alternativo per l’ambiente) 2015 per l’America Latina, la leader indigena hondureña è stata uccisa nella propria casa a marzo 2016. Il suo nome figurerà nella lista il prossimo anno, ma intanto Global Witness l’ha voluta ricordare – dedicandole il report – perché nel 2015 il 40% delle vittime erano indigeni, che soffrono una “immensa vulnerabilità”, a causa anche dell’isolamento geografico “che espone questi popoli in modo particolare all’accaparramento di terre per lo sfruttamento delle risorse naturali”. Tra le risorse, senz’altro è l’opposizione ad iniziative del settore estrattivo e minerario ad aver causato il maggior numero di vittime nel 2015: sono 42 i casi, in 10 Paesi. In questo ambito, l’aumento rispetto al 2014 è del 70%. Gli altri ambiti indicati come cause di un numero rilevante di omicidi sono il comparto agro-industriale (con 20), le dighe e i diritti sull’utilizzo delle acque (15) e lo sfruttamento delle risorse forestali (15). Global Witness evidenzia con alcuni esempi il profilo-tipo del “difensore della terra” vittima di omicidio nel 2015. Rigoberto Lima Choc, del Guatemala, aveva denunciato l’inquinamento dell’acqua causato da un’industria di produzione di olio di palma. Saw Johnny faceva campagna con l’accaparramento delle terre dell’etnia Karen, in Birmania. Alfredo Ernesto Vracko Neuenschwander, silvicoltore peruviano, difendeva la biodiversità dei boschi. Sandeep Kothari era un giornalista indiano: aveva scritto articoli contro lo sfruttamento illegale di alcune cave, nel Maharashtra. Infine, Maria das Dores dos Santos Salvador, leader di una comunità rurale dell’Amazzonica brasiliana, che aveva denunciato la vendita illegale di terre comunitarie. Il Brasile è il Paese che ha registro nel 2015 il più alto numero di vittime, 50. Seguono, secondo i dati di Global Witness, che riguardano 16 Paesi, le Filippine (con 33), la Colombia (26), Perù (12) e Nicaragua (12). Complessivamente, sono 7 i Paesi dell’America Latina coinvolti (anche Guatemala, Honduras e Messico, oltre ai 4 già elencati). Sette i Paesi dell’Asia. Due quelli africani. Tra le raccomandazioni, Global Witness avanza ai governi la richiesta di ratificare la Convenzione numero 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro sui popoli indigeni e tribali (leggi qui l’intervista di Altreconomia ad Alvaro Pop, presidente del Forum permanente Onu sui popoli indigeni), e agli investitori di non realizzare alcuna attività senza aver ricevuto il consenso “veramente libero, previo e informato” dei...

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