CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoro

L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
    Leggi l’articolo
  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
  • Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
    Leggi l’articoloAscolta su Scanner
  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
    Leggi l’articolo
  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
    Leggi l’articoloAscolta su Scanner
  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
    Leggi l’articolo /Ascolta su Scanner

 

  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner

Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
    Leggi l’articolo
  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
    Guarda la diretta
  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
    Leggi l’articolo
  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
    Leggi l’articolo
    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

Leggi l’articolo

 

  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
Leggi l’articolo

  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
    Leggi l’articolo
  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
    Leggi il comunicato
  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
    Leggi l’articolo
  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
    Leggi l’articolo
  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
    Leggi l’articolo
  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
    Leggi l’articolo
  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
    Leggi l’articolo
  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
    Leggi l’articolo
  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
    Leggi l’articolo
  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
    Guarda la diretta
  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
    Leggi l’articolo
  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
    Leggi l’articolo
  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
    Leggi l’articolo
  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
    Leggi l’articolo

Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Nel 2014 le emissioni di gas serra dell’Ue hanno raggiunto il livello più basso dal 1990

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Nel 2014 le emissioni di gas serra dell’Ue hanno raggiunto il livello più basso dal 1990

Nel 2014 le emissioni di gas serra dell’Ue hanno raggiunto il livello più basso dal 1990

[Di Umberto Mazzantini su Greenreport.it] In Italia -4,6% emissioni nel 2014 e -19,8% rispetto al 1990. Nell’ultimo anno sono però tornate pesantemente a crescere. L’Unione europea ha presentato all’Onu il suo “Annual european union greenhouse gas inventory 1990–2014 and inventory report 2016”, che ora viene reso noto dall’European environment agency (Eea), che spiega: «In termini assoluti, a partire dal 1990, le emissioni di gas serra sono diminuite di 1.383 milioni di tonnellate (Mt) nell’Ue raggiungendo 4282 milioni di tonnellate di CO² equivalenti nel 2014». Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’Eea, sottolinea: «E’ positivo che l’Europa sia stata in grado di ridurre sostanzialmente le emissioni di gas serra dal 1990. Si tratta di un passo importante verso il raggiungimento dei nostri obiettivi climatici per il 2030 e il 2050. Per accelerare la transizione verso una società low-carbon dobbiamo migliorare ulteriormente i nostri investimenti in tecnologia e innovazione, al fine di ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili». La riduzione delle emissioni di gas serra nei 28 Paesi Ue più l’Islanda in 24 anni è avvenuta grazie a una serie di fattori, come il crescente utilizzo di energie rinnovabili, l’utilizzo di carburanti a più basso tenore di carbonio e il miglioramento dell’efficienza energetica, ma un determinante contributo è venuto anche dalla recessione economica e dai cambiamenti strutturali nell’economia. Ma bisogna “ringraziare” anche il riscaldamento globale causato proprio dalle emissioni di gas serra: è diminuita anche la richiesta di energia per il riscaldamento domestico, perché, a partire dal 1990, l’Europa, in media, ha vissuto inverni più miti. Tra il 2013 e il 2014 le emissioni di gas serra nell’Ue sono diminuite di 185 mt (4,1%) e in Italia del 4,6%. L’Eea spiega che «la riduzione delle emissioni è dovuta principalmente alla minore richiesta di riscaldamento da parte delle famiglie a causa dell’inverno molto caldo in Europa. Anche l’aumento delle fonti rinnovabili non combustibili, in particolare dell’eolico e dell’energia, ha contribuito a ridurre le emissioni nel 2014». Anche se, secondo l’ultimo Climate report della Fondazione per lo sviluppo sostenibile dell’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, nel 2015 In Italia le emissioni di gas serra in Italia sono aumentate di circa il 2,5% – circa 3 volte tanto la crescita del Pil (che ha segnato un +0,8%) – nel periodo 1990-2014 l’Italia, nonostante alcuni governi dichiaratamente eco-scettici, fino al 2014 ha fatto la sua parte: –19.8%, passando da 521,9 milioni di tonnellate equivalenti di CO² emesse nel 1990 ai 418,6 milioni di tonnellate CO²/eq del 2014. Le emissioni di gas serra, tra il 1990 e il 2014 sono diminuite nella maggior parte dei settori, e i decrementi sono stati maggiori nelle industrie manifatturiere e delle costruzioni (-372 Mt), per la produzione di elettricità e calore (-346 Mt), e per il riscaldamento residenziale (-140 Mt). Le dolenti note vengono dal trasporto su strada, responsabile per il più grande aumento di emissioni di CO², cresciute di 124 Mt nel periodo 1990-2014, e di 7 Mt nel 2013-14. Anche le emissioni derivanti dai trasporti internazionali (aviazione e navale), che non sono incluse nei totali nazionali comunicati all’Unfccc, sono aumentate di ben 93 Mt tra il il 1990 e il 2014 (93 Mt). Aumento (99 Mt) infine anche per le emissioni di idrofluorocarburi (HFC), un gruppo di gas serra utilizzato nella produzione di dispositivi di raffreddamento, sistemi di condizionamento e...

read more

Governo Renzi contro Regione Puglia: CdM impugna la legge varata per Xylella ma pensata per Tap

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Governo Renzi contro Regione Puglia: CdM impugna la legge varata per Xylella ma pensata per Tap

Governo Renzi contro Regione Puglia: CdM impugna la legge varata per Xylella ma pensata per Tap

[Di Tiziana Colluto su Ilfattoquotidiano.it] Il cdm trascina l’ente guidato da Michele Emiliano di fronte alla Corte Costituzionale per la legge con cui la Regione ha introdotto il vincolo del mantenimento, per sette anni, della destinazione agricola dei terreni interessati da estirpazioni di ulivi a causa di Xylella. La vera partita, però, è il gasdotto Tap. Si scrive Xylella, si legge Tap: il Consiglio dei ministri trascina la Regione Puglia di fronte alla Corte Costituzionale. Ha deliberato oggi l’impugnativa della legge varata l’11 aprile scorso, quella con la quale è stato introdotto il vincolo del mantenimento, per sette anni, della destinazione urbanistica dei suoli colpiti dal patogeno da quarantena. Tuttavia, la partita travalica la questione ulivi e sconfina nel braccio di ferro sul gasdotto che dall’Azerbaijan è pronto a sbarcare nel Salento. Perché, leggendo tra le righe ma neanche tanto, è evidente che la norma pugliese dichiarata “urgente” ponga degli ostacoli non da poco alla realizzazione dell’infrastruttura energetica, che non ha i requisiti richiesti per le opere risparmiate e ricade appieno nelle aree infette, corrispondenti all’intera provincia di Lecce. Dunque, si ritorna allo scontro, ad appena 24 ore dalla sentenza con cui la Corte di Giustizia Ue di fatto ha sdoganato i tagli di massa delle piante, anche se non nell’immediato. Come comunicato ufficialmente dalla presidenza del Consiglio, “l’impugnativa è stata decisa in quanto la norma, istituendo un vincolo di natura urbanistica su determinate aree, viola l’articolo 117, terzo comma della Costituzione, con riferimento alla materia “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”, nonché il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione”. Inoltre, si ritiene lesiva degli articoli 41, 42 e 43 della Costituzione, quelli che tutelano la libera iniziativa economica e la proprietà privata, oltre che dei principi comunitari in materia di libera circolazione delle persone e di stabilimento (articoli 43 e 49 del Trattato Ue), contraddicendo, così, anche l’articolo 117, primo comma, della Costituzione. Il governatore pugliese Michele Emiliano da subito, invece, aveva messo le mani avanti: “Non incidiamo sulla pianificazione e quindi sulla potestà dei Comuni – aveva spiegato – e non introduciamo un vincolo urbanistico, ma una prescrizione limitata nel tempo che rientra tra le potestà legislative temporanee”. La legge è frutto di una lunga, tribolata, attività di mediazione interna innanzitutto al Pd: nasce dalla proposta del consigliere democratico Sergio Blasi e inizialmente estendeva il vincolo di destinazione urbanistica a 15 anni. E’ stata bocciata una prima volta dal Consiglio regionale, che l’ha approvata, modificata, il 31 marzo scorso. Il contesto in cui è maturata è noto: da una parte una discoteca, dall’altra alcune abitazioni, più in là il progetto di un centro commerciale al posto degli ulivi. Il freno alla cementificazione è stato ritenuto necessario. La legge, però, proprio per tentare di svincolarsi dalla mannaia della Corte Costituzionale, ha un’appendice: fa salva “la realizzazione di opere pubbliche prive di alternativa localizzativa e necessarie alla salvaguardia della pubblica incolumità e dell’ambiente e per le quali sia stata svolta con esito positivo la valutazione di impatto ambientale (VIA) e ricorrano congiuntamente i seguenti requisiti: a) che l’opera autorizzata con procedura VIA abbia un livello di progettazione esecutiva e sia immediatamente cantierabile; b) che si sia adempiuto a tutte le prescrizioni rivenienti dal provvedimento VIA e che la relativa verifica di ottemperanza sia stata asseverata da...

read more

Fao: per ridurre pressione migratoria necessario affrontare fame, cambiamenti climatici e povertà

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Fao: per ridurre pressione migratoria necessario affrontare fame, cambiamenti climatici e povertà

Fao: per ridurre pressione migratoria necessario affrontare fame, cambiamenti climatici e povertà

[Di FAO su Greenreport.it] Serve migliorare l’accesso alla terra e alle altre risorse, e costruire resilienza. Lo sviluppo rurale sostenibile ha un ruolo chiave per affrontare la fame, la povertà e le altre cause alla base dei fenomeni migratori, che stanno mettendo a dura prova la capacità di molti paesi di raggiungere i loro obiettivi di sviluppo – ha affermato il Direttore Generale della FAO José Graziano da Silva oggi. «La pressione migratoria che oggi sta causando grande preoccupazione a livello globale, è il risultato di guerre, conflitti e instabilità politica, ma la FAO invita a prestare la giusta attenzione ai fattori alla fonte di tali fenomeni», ha detto Graziano da Silva intervenendo alle Giornate europee dello sviluppo 2016 a Bruxelles. Persistenti difficoltà economiche, povertà, insicurezza alimentare, cambiamenti demografici e climatici, oltre alle crescenti ingiustizie e pressione sulle risorse naturali stanno forzando milioni di persone a cercare una vita migliore altrove – ha sottolineato il Direttore Generale della FAO. Un fattore fondamentale per affrontare tale fenomeno è migliorare l’accesso alle terre, all’acqua, al credito, ai mercati e alle tecnologie per i poveri rurali, in particolar modo per i piccoli produttori a livello familiare. Organizzate dalla Commissione Europea, le Giornate europee dello sviluppo quest’anno pongono l’accento sull’Agenda 2013 per lo Sviluppo Sostenibile, recentemente approvata. Graziano da Silva ha sottolineato come il Secondo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG2 in inglese N.d.T.) – porre fine alla fame, migliorare la nutrizione e promuovere pratiche di sviluppo sostenibile – rappresenti una sfida particolarmente difficile nelle aree rurali dell’Africa sub- Sahariana e in Asia meridionale, dove i livelli di povertà estrema e sottoalimentazione sono ancora molto alti. Il Direttore Generale della FAO ha posto l’accento sull’importanza di contribuire a costruire la resilienza delle comunità rurali e favorire il loro accesso a opportunità di lavoro decenti, soprattutto per donne e giovani. Ha inoltre citato le misure di protezione sociale come sostegno importante nel momento del bisogno e come fonte di guadagno in grado di promuovere la nascita di piccole attività produttive. «Abbiamo inoltre bisogno di investimenti in aree che producono veri benefici per i poveri, incluso il loro accesso a beni pubblici come l’istruzione, la salute, l’ acqua pulita e i servizi igienici», ha continuato. Combattere l’impatto dei cambiamenti climatici è fondamentale per raggiungere il Secondo Obiettivo di Sviluppo Sostenibile, ha continuato Da Silva. «La comunità internazionale deve agire per aiutare i paesi ad entrare nella fase successiva, che comprende identificare strategie di adattamento specifiche, opportunità di finanziamento, trasferimento di tecnologie e una solida raccolta di dati». La FAO, da parte sua è pronta, ad affiancarsi ai paesi membri per aiutarli ad identificare strategie di adattamento specifiche, come l’implementazione di pratiche e tecniche dell’ “agricoltura intelligente dal punto di vista climatico” (“climate smart agricolture“) ha affermato Da Silva. Il Direttore Generale ha inoltre sottolineato il legame tra l’ SDG2 e la Resistenza agli Antibiotici (AMR acronimo inglese N.d.T.), che spesso è il risultato di un utilizzo non controllato di farmaci per il trattamento o la prevenzione di malattie nell’allevamento, nell’acquacoltura o nella produzione di cereali. Pratica che può portare all’emergere di micro-organismi resistenti agli antibiotici. Notando come buoni progressi siano già stati fatti grazie al Global Action Plan dell’OMS, la FAO, che opera a stretto contatto con l’Organizzazione Mondiale della Salute Animale (OIE), crede che...

read more

L’anno peggiore per i difensori dell’ambiente: 185 vittime

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su L’anno peggiore per i difensori dell’ambiente: 185 vittime

L’anno peggiore per i difensori dell’ambiente: 185 vittime

[Di Luca Martinelli su Altreconomia.it] Nel 2015, secondo il rapporto di Global Witness, il numero delle vittime tra gli attivisti è cresciuto del 59% rispetto all’anno precedente. Quattro su dieci appartenevano a un popolo indigeno. Il Paese con il maggior numero di omicidi è il Brasile, dove se ne sono registrati ben 50. Quarantadue, invece, le persone uccise per l’opposizione a progetti dell’industria estrattiva. Leggi su Altreconomia 183 “Attivisti sotto controllo: la violazione della privacy mina la democrazia”. Nel 2015 sono stati assassinati 185 difensori del territorio e dell’ambiente. Secondo Global Witness, che ha pubblicato il 20 giugno il proprio rapporto, si è trattato dell’anno “più mortifero della storia”. Il numero delle vittime rappresenta un aumento del 59% rispetto all’anno precedente. “I ‘difensori’ sono assassinati a un ritmo di più di tre ogni settimana” scrive la ong. Le pagine di “On dangerous ground” si aprono con un elenco – nome per nome – di tutti coloro che hanno perso la vita nel corso del 2015, e con una foto di Berta Cacéres: Goldman Prize (nobel alternativo per l’ambiente) 2015 per l’America Latina, la leader indigena hondureña è stata uccisa nella propria casa a marzo 2016. Il suo nome figurerà nella lista il prossimo anno, ma intanto Global Witness l’ha voluta ricordare – dedicandole il report – perché nel 2015 il 40% delle vittime erano indigeni, che soffrono una “immensa vulnerabilità”, a causa anche dell’isolamento geografico “che espone questi popoli in modo particolare all’accaparramento di terre per lo sfruttamento delle risorse naturali”. Tra le risorse, senz’altro è l’opposizione ad iniziative del settore estrattivo e minerario ad aver causato il maggior numero di vittime nel 2015: sono 42 i casi, in 10 Paesi. In questo ambito, l’aumento rispetto al 2014 è del 70%. Gli altri ambiti indicati come cause di un numero rilevante di omicidi sono il comparto agro-industriale (con 20), le dighe e i diritti sull’utilizzo delle acque (15) e lo sfruttamento delle risorse forestali (15). Global Witness evidenzia con alcuni esempi il profilo-tipo del “difensore della terra” vittima di omicidio nel 2015. Rigoberto Lima Choc, del Guatemala, aveva denunciato l’inquinamento dell’acqua causato da un’industria di produzione di olio di palma. Saw Johnny faceva campagna con l’accaparramento delle terre dell’etnia Karen, in Birmania. Alfredo Ernesto Vracko Neuenschwander, silvicoltore peruviano, difendeva la biodiversità dei boschi. Sandeep Kothari era un giornalista indiano: aveva scritto articoli contro lo sfruttamento illegale di alcune cave, nel Maharashtra. Infine, Maria das Dores dos Santos Salvador, leader di una comunità rurale dell’Amazzonica brasiliana, che aveva denunciato la vendita illegale di terre comunitarie. Il Brasile è il Paese che ha registro nel 2015 il più alto numero di vittime, 50. Seguono, secondo i dati di Global Witness, che riguardano 16 Paesi, le Filippine (con 33), la Colombia (26), Perù (12) e Nicaragua (12). Complessivamente, sono 7 i Paesi dell’America Latina coinvolti (anche Guatemala, Honduras e Messico, oltre ai 4 già elencati). Sette i Paesi dell’Asia. Due quelli africani. Tra le raccomandazioni, Global Witness avanza ai governi la richiesta di ratificare la Convenzione numero 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro sui popoli indigeni e tribali (leggi qui l’intervista di Altreconomia ad Alvaro Pop, presidente del Forum permanente Onu sui popoli indigeni), e agli investitori di non realizzare alcuna attività senza aver ricevuto il consenso “veramente libero, previo e informato” dei...

read more

Pet coke, dal ’91 lotta di carte bollate tra ambientalisti e privati per il deposito di Caserta

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Pet coke, dal ’91 lotta di carte bollate tra ambientalisti e privati per il deposito di Caserta

Pet coke, dal ’91 lotta di carte bollate tra ambientalisti e privati per il deposito di Caserta

[Di Luisiana Gaita su Ilfattoquotidiano.it] A Sessa Aurunca il sito (all’aperto) in cui viene stoccato lo scarto del petrolio è al centro di una disputa decennale. Per le associazioni ambientaliste ci sono stati “25 anni di irregolarità” tra autorizzazioni parziali, ordini di demolizione da parte del Comune e rimpalli di competenze territoriali. Per l’azienda è tutto a norma di legge. Il 18 dicembre scorso, però, un decreto del ministero dello Sviluppo economico ha regolarizzato tutto, a favore dell’imprenditore accusato di inquinare. Si chiama pet coke. È lo scarto dell’oro nero. Prima era un rifiuto tossico, poi è diventato una risorsa. Inquinante. A Sessa Aurunca, Caserta, è al centro di una polemica. Per via del deposito lungo la statale Appia, in località Cancello, che da anni è al centro di una disputa tra ambientalisti e Interport srl. Per le associazioni e il Comune è abusivo. Per Regione e proprietario è tutto regolare. Una battaglia a colpi di carte bollate iniziata nel 1991 e finita, forse, il 18 dicembre scorso. Quando il ministero dello Sviluppo economico all’epoca guidato da Federica Guidi con apposito decreto ha autorizzato a ridurre la capacità di stoccaggio del deposito, legittimando le attività e, secondo le associazioni, “mettendo una toppa a 25 anni di irregolarità” tra autorizzazioni parziali, ordini di demolizione e rimpalli di competenze territoriali. Legambiente denuncia da anni (anche alla Commissione Ue) lo “stoccaggio a cielo aperto e il trasporto con livelli inadeguati di prevenzione dell’inquinamento”, il tutto in mancanza di Valutazione di impatto ambientale e di titolo edilizio, in un’area agricola. Vicina al fiume Garigliano, a due passi da campi a coltivazione intensiva, pascoli e allevamenti di bufale. Chiede di far luce sulla vicenda anche la portavoce dell’Assemblea Popolare del Golfo di Gaeta, Paola Villa: “Il materiale per decenni è stato disperso lungo la strada, prima dell’entrata in vigore di un regolamento, mai rispettato fino in fondo, che impone una serie di obblighi sul trasporto a bordo dei camion”. L’ultima interrogazione è dei giorni scorsi. L’ha firmata Vincenzo Viglione (consigliere regionale M5S e membro della Commissione Ambiente) ed è diretta ai vertici della Regione. Il sospetto è che per molti anni si siano chiusi gli occhi sull’attività della Interport (che fa capo a Intergroup) presieduta da Nicola Di Sarno, per il quale a marzo scorso è stato chiesto il rinvio a giudizio con le accuse di corruzione e concorso in una serie di reati ambientali. Sessa Aurunca non c’entra: l’inchiesta è quella sui presunti trattamenti di favore tra pubblico e privato al porto di Gaeta. Il gip deciderà il 13 giugno. Fatto sta che proprio dal porto di Gaeta arriva il pet coke. In Italia fino a qualche anno fa era vietato utilizzarlo come combustibile, perché considerato scarto tossico. Poi nel 2002 il governo Berlusconi cambia le carte in tavola. Utilizzato soprattutto nei cementifici, è un carbone ottenuto durante la distillazione del petrolio ad alta concentrazione di zolfo e metalli pesanti, alcuni dei quali cancerogeni. A Sessa Aurunca tutto inizia nel 1991, quando il sindaco rilascia un’autorizzazione sanitaria a Di Sarno per scarico e deposito di carbone, secondo la normativa vigente, ovvero la ‘Disciplina su produzione e vendita di alimenti e bevande’. Per Giulia Casella, presidente del locale circolo Legambiente, nella concessione ci sono tre vizi di forma. “Il carbone non è pet coke...

read more

Ecoballe, ci vogliono 2 anni e mezzo per spostarle

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Ecoballe, ci vogliono 2 anni e mezzo per spostarle

Ecoballe, ci vogliono 2 anni e mezzo per spostarle

[Di redazione su Giuseppemanzo.wordpress.com] Terra dei fuochi. Oggi alla presenza del Governatore della Regione Campania Vincenzo De Luca è stata rimossa la prima ecoballa. Per De Luca è la “giornata storica, l’inizio della soluzione al problema Terra dei Fuochi”. Giubilo sui social network e c’è chi trasferisce il merito direttamente a Renzi. Ovviamente siamo in campagna elettorale è la potenza di una foto o di un video servono, eccome. Poi bisogna spiegare bene di cosa si tratta. È giustificato tutto questo ottimismo? Non proprio. Lo stesso governatore ammette: “Ci vorranno due anni e mezzo per togliere tutte le balle”. Intanto sono 742.000 metri quadrati di sito tra Masseria del Re e Masseria lo Spesso da bonificare completamente. Ora si iniziano i lavori di rimozione dei rifiuti imballati e stoccati dei primi 2 lotti n. 5/6 di Lo Spesso, aggiudicati alla società Vibeco srl che ha realizzato l’impianto di trattamento, confezionamento e pesa ecoballe. Il cantiere è stato preparato dalla società I.A. Consulting srl, che ha progettato l’allestimento del cantiere con la predisposizione delle macchine di lavorazione: macchina per la pesa, portale radio metrico, impianto di trattamento per la filmatura e la pressatura delle ecoballe, oltre che l’allestimento degli uffici. Questo permetterà la sana e corretta funzione dell’impianto, in quanto grazie a queste macchine i camion prima di uscire dall’impianto passeranno per la pesa e il portale radio metrico per verificare l’eventuale presenza di materiale radioattivo. A questo punto verranno smistati in due destinazioni finali: una nazionale per alimentare gli impianti del cementificio, divenendo così combustibili solidi secondari (prassi solita in Europa ma rara in Italia – dati statistici parlano del 16%) e una estera con l’invio delle balle rifilmate e impacchettate via nave verso la Spagna. Per il direttore tecnico della I.A. Consulting srl Raffaele Iorio si tratta di “un mezzo miracolo”. Eppure restano tanti nodi prima di cantare vittoria nella Terra dei fuochi. Innanzitutto ci sono davanti ancora 2 anni e mezzo prima che esca l’ultima ecoballa; poi occorre capire bene circa il capitolo bonifiche dove recenti inchieste dimostrano la capacità di “riciclo” delle ditte mafiose; resta tutta aperta la partita su ciclo dei rifiuti mentre occorre capire quali sono i controlli nei cementifici dove finirà parte della monnezza e con quale impatto ambientale. Infine, restano tutti i nodi relativi ai roghi, alle discariche, allo screening sanitario e alla prevenzione. Insomma, più che una giornata storica oggi è stata solo sollevata una ecoballa nella terra del disastro ambientale.     Pubblicato su Giuseppemanzo.wordpress.com il 30 maggio 2016...

read more

Rifiuti a Taranto e provincia: salute sempre più a rischio e illegalità dilagante

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Rifiuti a Taranto e provincia: salute sempre più a rischio e illegalità dilagante

Rifiuti a Taranto e provincia: salute sempre più a rischio e illegalità dilagante

[Di Nicola Sammali su Inchiostroverde.it] Nella provincia di Taranto la situazione dei rifiuti si starebbe aggravando a tal punto che l’emergenza non sarebbe più soltanto ambientale ma soprattutto sanitaria. Una realtà drammatica che è la somma dell’azione di numerosi impianti tra discariche e inceneritori presenti sul territorio, che vivono da tempo al limite della legalità, tra autorizzazioni e raddoppi che non tengono conto delle ripercussioni sulla salute dei cittadini. Miasmi che ammorbano l’aria, esalazioni che non feriscono solo le narici, una puzza irrespirabile che lentamente contamina il corpo. Tutto avviene nel silenzio delle amministrazioni, della politica, e l’assenza del dibattito che ne deriva è colmata dall’impegno dal basso dei comitati, pronti a sollevare la questione, raccogliere dati e informazioni e ricostruire le zone d’ombra di una gestione che mostra pericolose falle. Come hanno fatto oggi (30 maggio 2016, ndr), per esempio, Beni Comuni Taranto – Vigiliamo per la Discarica Grottaglie – Comitato No al raddoppio dell’Inceneritore Massafra – Isde Medici per l’Ambiente – Comitato Madre Terra Massafra – Attiva Lizzano – Comitato Territorio Bene Comune San Marzano e il giornalista Gaetano de Monte, che hanno presentato un documento indirizzato al presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, in cui ricostruiscono la mappa dei veleni e i rischi connessi per la popolazione. La denuncia dei comitati territoriali della Provincia di Taranto e dei medici Isde evidenzia come “la Puglia è una Regione che non adeguandosi alle leggi in materia di rifiuti, in quanto non raggiunge il 65% di raccolta differenziata previsto entro il 31 dicembre 2012, vive in costante emergenza”. La provincia che più di altre subisce questa emergenza è quella di Taranto dove “l’amministrazione provinciale ha autorizzato un numero di impianti di gran lunga superiore al proprio fabbisogno”. Nel 2014 – si legge – sono stati smaltiti in provincia di Taranto oltre 1,12 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e speciali: di questi, 618.982 tonnellate sono di rifiuti urbani smaltiti, mentre solo 205mila sono quelli prodotti dal territorio tarantino. La provincia di Taranto “nonostante produca meno rifiuti rispetto ad altre – spiega Giovanni Vianello di Beni Comuni Taranto – è quella in cui vengono smaltiti il maggior numero di rifiuti urbani”. La situazione si starebbe aggravando, aggiunge l’attivista, perché “temiamo che in seguito alla chiusura delle discariche di Giovinazzo, di Cavallino, della Nubile nel brindisino, i rifiuti – vedendo le ordinanze di questi ultimi mesi – vengano conferiti tutti a Taranto”. Timori giustificati dal numero elevato di impianti autorizzati “soprattutto dall’ente Provincia da dieci anni a questa parte: discariche, inceneritori, procedure di raddoppi come Italcave a Statte, oppure a Grottaglie, a Massafra per quanto riguarda l’inceneritore”. Ecco, dunque, che “siamo in una situazione di illegalità diffusa dovuta al comportamento dei Comuni” sul fronte della raccolta differenziata. Le conseguenze non sono – come detto – solo sanitarie e ambientali ma ricadono anche sulle tasche dei cittadini. “A Belluno, dove si fa oltre il 70% di differenziata, una famiglia di 3 persone per 100 metri quadrati di casa, paga all’incirca 170 euro l’anno di tassa sui rifiuti. Da noi una famiglia arriva a pagare oltre i 300 euro annui”. Torniamo all’allarme per la salute, ormai alto e preoccupante. Gianfranco Orbello, presidente Isde Taranto, si rivolge al sindaco Stefàno perché “non capisco come voglia aprire, solo per colmare i disavanzi dell’Amiu, un altro...

read more

Muos, perché è stato confermato il sequestro. Non basta il Cga per dire che non è abusivo

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Muos, perché è stato confermato il sequestro. Non basta il Cga per dire che non è abusivo

Muos, perché è stato confermato il sequestro. Non basta il Cga per dire che non è abusivo

[Di Salvo Catalano su Meridionews.it] Il Tribunale di Caltagirone ha nuovamente detto no alla richiesta di dissequestro avanzata dal ministero della Difesa, attraverso l’Avvocatura dello Stato. Nelle motivazioni il giudice sottolinea che «occorrerà verificare in sede dibattimentale la legittimità dei provvedimenti di autorizzazione». Non c’è sentenza amministrativa che tenga. Il Muos di Niscemi rimane sotto sequestro. Per la terza volta un giudice afferma che i sigilli – apposti al cantiere della base militare Usa dove sorgono le parabole satellitari nell’aprile del 2015 – devono rimanere. Stavolta a dirlo è, di nuovo, il Tribunale di Caltagirone. Era stato il ministero della Difesa, attraverso l’Avvocatura dello Stato, a chiedere la revoca del provvedimento. Negata. La nuova richiesta era partita dopo le recenti sentenze del Consiglio di giustizia amministrativa che hanno dichiarato il Muos non nocivo. «Pur interessando i provvedimenti amministrativi (e in particolare le autorizzazioni paesaggistiche) – scrive il Tribunale riferendosi proprio alle sentenze del Cga – non sono idonee a determinare l’automatica insussistenza del carattere abusivo delle opere». Insomma, secondo il giudice, l’iter che ha portato alla costruzione dell’impianto di telecomunicazione va esaminato in altra sede. «Occorrerà verificare in sede dibattimentale la legittimità dei provvedimenti di autorizzazione alla costruzione del Muos anche in rapporto a eventuali profili di illegittimità che non è possibile valutare in fase procedimentale».     Pubblicato su Meridionews.it il 7 giugno 2016...

read more

Posted by on 9:00 am in News | Commenti disabilitati su

[By Paul Brown on Climatenewsnetwork.net] Analysts say tackling climate change is a more difficult and expensive challenge for governments than achieving the unconnected goal of being self-reliant for energy needs. For many governments aiming to reduce their import bills and avoid being reliant for fuel on potentially hostile or unstable foreign powers, energy independence is the ultimate goal. But international economists have published a report warning that it is false to believe the policy will also help to stave off climate change. New research by the International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA) shows that there is no real link between the two issues, despite the fact that politicians in many countries have claimed otherwise while trying to cut imports of oil, coal and gas. Among the countries that have tried to merge the two issues is the US, where there has been a big drive to boost domestic supplies of oil, gas and biofuels in order to avoid reliance on the Middle East suppliers. Eastern European governments also have sought to ally to two ideas, partly because they want to cut the use of Russian gas. Global temperatures But the latest analysis says it easier and cheaper to achieve the goal of energy independence than to reduce emissions low enough to keep global temperatures below 2°C. The study published in the Nature Energy journal says that ambitious climate policies would have the effect of lowering imports, since less fossil fuel would be needed, but the two policies are not otherwise linked. Previous research has shown that climate policies would bring benefits for other areas, including improved energy security and reduced air pollution. The new study, led by IIASA researcher Jessica Jewell, explored how policies focused on energy security would affect greenhouse gas emissions. “We know that if we were to radically reduce greenhouse gas emissions, fossil fuel imports would fall,” Jewell says. “But we found that the opposite isn’t true. Restricting energy imports would have a very small impact on emissions.” Although not cited in the report, an example of this is the UK, where the government is increasing subsidies for North Sea oil and encouraging fracking for gas in the name of reducing reliance on imported fossil fuels, while at the same time cutting support for onshore wind and solar energy. Economic models The IISA study used five different global energy and economic models to test policies aimed at cutting energy imports and compared them with policies for combating climate change. It showed that restricting imports to achieve energy independence would cut emissions only between 2% and 15% by the end of the century and allow temperatures to rise between 3.5°C and 4°C over pre-industrial levels. Policies focused on climate change mitigation require much more fundamental changes in the energy system, cutting emissions by 70% to keep temperatures below the 2°C target set by politicians. Cutting emissions also costs at least three times as much, and in some cases 20 times. David McCollum, an IIASA researcher and one of the study’s co-authors, says that the reason for this is that “climate policies would stimulate domestic renewables and energy efficiency much more than policies focused on reducing energy imports”. The researchers say that further work is required to identify policies that will achieve both objectives at the same...

read more

Le balle di Taverna del Re e la memoria corta

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Le balle di Taverna del Re e la memoria corta

Le balle di Taverna del Re e la memoria corta

[Di Salvatore De Rosa su Napolimonitor.it] Le vecchie contusioni tornano doloranti alla vista delle insegne istituzionali, di camionette della polizia, frotte di telecamere telecomandate e drappelli di funzionari condiscendenti che affollano le stradine della cittadella della monnezza di Taverna del Re, tra Giugliano e Villa Literno. Vengono alla mente simili cerimonie in terra campana, nelle quali il rappresentante istituzionale del momento raccoglie meriti, dispensa giudizi, affabula, recrimina e dà inizio alle danze. Viene alla mente il 26 marzo del 2009, Berlusconi che preme il pulsante di “accensione” dell’inceneritore (ci vorranno due anni di collaudi e riparazioni prima che cominci a bruciare a pieno ritmo), Bertolaso che gongola, le scenografie d’occasione e il cordone di polizia a tenere lontani gli acerrani. Quella volta senza menarli troppo. Ieri (30 maggio 2016, ndr), il refrain della vittoria del fare, snocciolato stavolta dal governatore De Luca e amplificato per via mediatica e telematica, orientava gli occhi degli astanti e degli utenti verso il braccio meccanico di una gru scintillante nell’atto di afferrare l’ecoballa fossilizzata. La rimozione del deposito di immondizia imbustata più grande della Campania srotolava così il copione preparato per l’occasione, moltiplicando dichiarazioni di rinascita, della fine dell’umiliazione inferta al paesaggio. A mantenere a debita distanza gli attivisti giuglianesi, le solite divise. Sgusciati chissà come tra le forze dell’ordine, alcuni dei lavoratori del Consorzio Unico di Bacino – i guardiani dei siti di stoccaggio disseminati in regione, da quarantatre mesi senza stipendio – sono riusciti ad attirare l’attenzione per qualche istante, salendo sulle montagne ricoperte da teli neri. Era il febbraio 2016 quando l’ennesimo suicidio per esasperazione di un lavoratore del CUB (il sesto per motivi economici secondo una nota degli otto sindacati autonomi che tutelano i lavoratori) attraversava la cronaca senza far rumore. Ma i CUB sono stati scaricati ormai, le operazioni di rimozione essendo state affidate alle ditte private vincitrici del bando approntato dalla Regione nel 2015. All’orizzonte, promesse di corsi di formazione per i CUB e di lavoro nella raccolta differenziata. D’accordo, ma quando il versamento degli stipendi dovuti? De Luca ha arringato l’uditorio. Grazie a lui, ha detto, Renzi ha orientato quasi cinquecento milioni di euro per la rimozione delle ecoballe: un festival di appalti per far viaggiare l’immondizia in Italia (Lombardia e Calabria) e all’estero e, dopo vagliatura, per ricomporre qualche cava-discarica. La camorra dei rifiuti è stata sconfitta, ha aggiunto. La Terra dei fuochi sarà un lontano ricordo, ha rincarato. E così le responsabilità passate e le necessità reali di questo pezzo di Campania si sublimano in proclami. Scolorano nel vogliamoci-bene perché ora-si-cambia-passo. Le contusioni che molti si portano addosso, e che riprendono a far male ogni volta che si annunciano miracoli, raccontano altro. Ricordano a chi ce le ha addosso perché quelle ecoballe sono lì, tanto per dirne una. Sono lì, perché i commissari all’emergenza Rastrelli e Bassolino hanno permesso a FIBE-Impregilo di trattare la totalità dei rifiuti prodotti in regione al fine di trasformarli in combustibile derivato da rifiuti (CDR) – poi rivelatosi fuori norma – da bruciare negli inceneritori che avrebbero dovuto costruire. E ciò in violazione delle ordinanze che normavano il piano di smaltimento rifiuti per la Campania (possibilità di trasformazione in CDR fino al cinquanta per cento dell’immondizia totale prodotta in regione; obbligo di smaltimento in altri impianti italiani a carico...

read more