CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Salute, allarme per i cementifici trasformati in inceneritori

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Salute, allarme per i cementifici trasformati in inceneritori

[Di Ersilio Mattioni e Michele Sasso su Espresso.repubblica.it] Scritto dall’ex ministro Clini e potenziato dal Governo Renzi, un decreto su misura trasforma questi impianti in inceneritori. Con pericoli seri per la salute. Come dimostrano gli studi dell’Arpa e i casi in Lombardia e Puglia. Una rivoluzione tra le ciminiere dei 69 impianti italiani. Una rivoluzione che fa la gioia del settore. Anche i cementifici possono bruciare i rifiuti. Dove nascono i sacchi indispensabili al ciclo del cemento si usano i forni per altri scopi. La decisione è stata prima scritta dal Governo Monti e poi confermata e potenziata dal premier Renzi quando nell’estate del 2014 spiegava la sua idea di futuro e ripresa economica con il decreto Sblocca Italia: «Non ho paura di sognare un’Italia che, se cambia, diventa “smart”. Vogliamo liberare interventi fermi da 40 anni». Dietro allo storytelling del rottamatore c’è un’accelerata per bruciare di più ma con meno regole: fino al 2013 la quota era minima, ma per evitare la costruzione di nuovi impianti di incenerimento ecco la soluzione low-cost e veloce. Con pesanti ricadute sull’aria, l’ambiente e la salute pubblica. Come dimostra un’analisi di Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente del Piemonte, pubblicata poche settimane fa. Sono stati studiati gli effetti per gli abitanti che vivono vicino ad uno storico inceneritore, quello di Vercelli. Lo studio mostra un aumento della mortalità generale del 20 per cento nei residenti e un aumento di patologie invalidanti come il tumore del colon retto del 400 per cento, e ancora tumore del polmone (più 180 cento), cardiopatia ischemica-infarto (più 90 per cento), enfisema e bronchite cronica (più 50 per cento). In questo caso sotto osservazione è finito un inceneritore, concepito allo scopo di bruciare rifiuti, dotato di filtri e sistemi di abbattimento degli inquinanti, ma quali risultati si avrebbero se lo studio fosse applicato a un cementificio, costruito con un’altra mission e trasformato in un forno per la distruzione dell’immondizia? A portare questi dubbi in Parlamento ci ha pensato Alberto Zolezzi, medico pneumologo ed eletto alla Camera per il Movimento cinque stelle: «Assistiamo ad una deregulation totale: un cementificio che vuole bruciare non chiede nessun permesso speciale, basta l’ok del Comune e si inizia. Con effetti devastanti, le emissioni di diossine e metalli pesanti sono quindici volte più alte rispetto agli impianti tradizionali. Il motivo è chiaro: sono stati progettati e costruiti 50 anni fa con tutt’altro scopo». Se in Europa la tendenza è smantellare e potenziare la raccolta differenziata, il nostro Paese ha deciso da fare eccezione. A febbraio 2014 con il governo Letta agli sgoccioli viene approvato il cosiddetto decreto Clini (dal nome dell’ex ministro dell’ambiente finito a processo con l’accusa di corruzione) che consente di svolgere, pur utilizzando un combustibile ritenuto meno inquinante, lo stesso sporco lavoro degli inceneritori: bruciare i rifiuti. Sette mesi dopo entra in vigore lo “Sblocca Italia”, 13 provvedimenti governativi per far ripartire edilizia e grandi opere con lo scopo di spingere la ripresa economica. Nel decreto si parla anche di immondizia: addio al vecchio federalismo ambientale (ogni regione deve essere auto-sufficiente, dotandosi degli impianti necessari e aumentando la differenziata) in nome di una ritrovata “solidarietà” nazionale, che consente di portare i rifiuti della Campania in Trentino trasformandoli da problema a risorsa. Lo scenario cambia in maniera radicale. E la preoccupazione...

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[By drafting on Internal-displacement.org] The report of the UN Secretary General for the World Humanitarian Summit outlines a series of actions states are encouraged to take with a view to addressing displacement in a responsible way. In this framework the Agenda for Humanity, attached to the Report, stresses the need for law and policy making efforts at regional and national level. This paper provides a reflection on the advancements made by the Kampala Convention in clarifying roles and responsibilities for states and other actors in responding to displacement, takes stock of the lessons learned from the process and analyses its remaining challenges with a view to verifying the replicability of the Convention in different regions Additionally, it looks at the adoption and the implementation of national laws and policies as a crucial step to ensure responsibility for IDPs which should not be conceived in isolation from the establishment of regional standards. IDMC hopes to stimulate discussions among global policy makers to ensure that specific commitments on this theme are made in Istanbul and that an effective oversight is granted in the coming years. Download the PDF     Posted on Internal-displacement.org on May 2016...

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Pfas, l’ultimo veleno del Veneto. “Controlli per 90mila persone”

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Pfas, l’ultimo veleno del Veneto. “Controlli per 90mila persone”

[Di Ivan Compasso su Repubblica.it] Teflon, Goretex, cartone per alimenti nei fiumi per trent’anni, la Regione lancia l’allarme. Settantanove comuni a rischio: servono 100 milioni l’anno per mettere in sicurezza l’acquedotto. Nel Veneto delle troppe diossine un nuovo caso si impone: quello dei Pfas. Il composto di perfluoroalchilici è l’ultima mistura chimica, fuori controllo, che spaventa tre province venete: Vicenza, innanzitutto, poi Verona e Padova. E alcuni comuni del Ferrarese. Nei prossimi giorni la Regione Veneto chiederà a novantamila residenti di 79 comuni di sottoporsi ad analisi profonde. In un recente convegno al Dipartimento di scienze chimiche dell’Università di Padova la mappa delle contaminazioni è stata aggiornata: 21 comuni (sui 79) sono ad alto rischio. La questione è che fino al 2011 la fabbrica Miteni di Trissino, novemila abitanti in provincia di Vicenza, ha sversato in due torrenti contaminando il bacino di Agno e Fratta Gorzone e oggi l’inquinante, risalendo la catena alimentare, potrebbe essere presente nel sangue e nei tessuti di molte donne e molti uomini. La dottoressa Francesca Russo, dirigente medico del Servizio promozione d’igiene e sanità pubblica per la Regione Veneto, ha spiegato: “Abbiamo identificato l’area maggiormente contaminata dai Pfas. Ora chiameremo tutti i soggetti che consideriamo esposti a queste sostanze”. I medici per l’ambiente Isde hanno stimato 1.300 morti in più delle medie naturali, negli ultimi trent’anni, nei comuni interessati. La causa sarebbe la contaminazione da Pfas del bacino di Agno e Fratta Gorzone. I composti sversati, tutti resistenti all’acqua, sono tessuti in Goretex, rivestimenti di carta e cartone per alimenti, fondi antiaderenti e contenitori alimentari come il Teflon. Nel 2013 uno studio del Consiglio nazionale per le ricerche sulla presenza dei Pfas in diverse aree del paese ha riscontrato tra Padova, Vicenza e Verona concentrazioni fino a 2.000 nanogrammi per grammo, considerate altissime. E livelli paragonabili sono stati trovati nelle acque potabili. Contemporaneamente, in quell’area del Nord-Est si è riscontrato l’aumento di patologie serie: l’infarto del miocardio, diversi linfomi, il morbo di Parkinson, l’Alzheimer, malattie dell’apparato genito-urinario, tumori al fegato, alla mammella e alle ovaie. L’Arpa, l’Agenzia regionale per l’ambiente, dopo una campagna di monitoraggio delle acque ha certificato, sempre nel 2013, che dallo scarico dell’azienda Miteni sono fuoriusciti per vent’anni “notevoli quantità di perfluoroalchilati” e “gli impianti di depurazione non sono stati in grado di abbattere questo tipo di sostanze”. La Regione Veneto ha imposto l’uso di appositi filtri e richiesto aiuto al governo per le spese necessarie per mettere in sicurezza l’acquedotto: servono cento milioni di euro l’anno. Il procedimento di sintesi degli Pfas fu brevettato nel 1938 dalla multinazionale DuPont, accusata negli Usa di aver sversato nel fiume Ohio grandi quantità di sostanze cancerogene. Negli Stati Uniti l’agenzia ambientale Epa ha bandito i perfluoroalchilici già nel 2000. Nel 2006 il Parlamento europeo ha fissato a 0,0005 per cento la concentrazione massima di Pfas nei materiali e si sta discutendo sul loro inserimento nella lista stilata dalla Convenzione di Stoccolma che individua i composti più pericolosi per la salute dell’uomo. La Miteni ha interrotto la produzione pericolosa, ma nel luglio 2013 la Procura di Vicenza ha aperto un’indagine sulla Miteni per adulterazione e contraffazione delle acque. L’azienda, tuttavia, sposta le accuse: “Abbiamo investito 15 milioni nel trattamento delle acque, la falla è nel sistema consortile di depurazione”. Lo stabilimento di Trissino è...

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Carbonella

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Carbonella

[Di Giorgio Nebbia su Fondazionemicheletti.it] Davanti all’impoverimento delle riserve di petrolio e gas naturale – e al conseguente aumento dei prezzi dei carburanti e delle materie prime per l’industria chimica – sta crescendo l’interesse per la produzione di materie organiche dalla “biomassa”, un termine riferito a prodotti agricoli in eccedenza, a sottoprodotti agricoli, a prodotti forestali, variabilissimi come distribuzione e composizione chimica. Si tratta, secondo alcuni conti, di una produzione, sulle terre emerse, ogni anno, di circa 100-150 miliardi di tonnellate (circa volte la massa dei combustibili fossili bruciati ogni anno nel mondo) di materie vegetali aventi composizione media circa [CH2O], con piccole quantità di altri elementi, soprattutto azoto, fosforo, zolfo e sali inorganici, contenenti, al momento della formazione, dal 15 all’85 % di acqua, diciamo, in media, circa il 50 % di acqua. L’interesse è giustificato perché, per secoli e millenni, la biomassa vegetale è stata la principale, se non unica, fonte (oltre che di alimenti) di combustibili e di materie prime industriali. Nell’ondata di curiosità per le cose della natura, caratteristica del 1600 e del 1700, gli “scienziati” (che erano filosofi, naturalisti, persone colte e curiose, spesso attente ai commerci) cercavano di svelare i segreti della natura con alcune semplici operazioni come la combustione, il riscaldamento ad alta temperatura, il trattamento con i pochi “acidi” allora disponibili, osservando e descrivendo quello che succedeva. La distillazione “secca”, in assenza d’aria, del legno generava un residuo solido, il carbone di legna, e una massa di sostanze volatili, in parte sotto forma di gas combustibili, in parte sotto forma di liquidi da cui più tardi sarebbero stati separati l’alcol metilico, l’acido acetico e l’acetone, e un catrame. Robert Boyle (1627-1691) nel 1661 riconobbe la presenza in tali liquidi dell’alcol metilico; nel 1684 John Clayton (1657-1725) stabilì che se ne formavano circa 3 kg per 100 kg di legno. La distillazione secca del legno era praticata industrialmente per ottenere il carbone di legna usato in siderurgia e per riscaldamento domestico o artigianale e le sostanze volatili finivano nell’aria ed erano fonte di inquinamento; anzi l’interesse per la composizione e l’utilizzazione commerciale delle sostanze volatili derivarono dalla necessità di limitare l’inquinamento atmosferico urbano, secondo il criterio che non inquinare rende. La chimica e l’industria della distillazione secca del legno, benché ormai quasi del tutto dimenticate (ma si insegnavano ancora nei corsi universitari di chimica quando studiavo io, settant’anni fa), hanno molti aspetti abbastanza affascinanti, soprattutto se si considera che la materia prima è “rinnovabile” e ritorna disponibile ogni anno. Quando si riscalda il legno a temperatura superiore a 270° comincia il processo di decomposizione (“carbonizzazione”); se l’operazione è condotta in assenza, o in presenza di limitate quantità, di aria si ottiene il carbone di legna (“carbonella”); questa è l’unica operazione che si pratica ancora su piccola scala nelle montagne, e si conduce coprendo un mucchio di legname con terra, avviando una combustione parziale e lasciando procedere lentamente la carbonizzazione. Durante il processo di riscaldamento dapprima evapora l’acqua e, fino ad evaporazione completa, la massa della legna conserva la temperatura di 100-110°; quando il legno è secco la temperatura comincia ad aumentare e, quando raggiunge 270°, il legno comincia a decomporsi spontaneamente con liberazione di calore; cominciano a liberarsi anche le sostanze volatili e la volatilizzazione è completa quando la temperatura raggiunge 450°....

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Cambiamenti climatici e rischio idrogeologico: il caso studio della Campania

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Cambiamenti climatici e rischio idrogeologico: il caso studio della Campania

[Di aa.vv.* su Cmcc.it] I potenziali impatti dei cambiamenti climatici sui pericoli idro-geologici, come frane e alluvioni. I risultati della collaborazione tra l’Autorità di Bacino della Campania Centrale e la Divisione REHMI della Fondazione CMCC. In Europa, le variazioni in intensità e frequenza delle precipitazioni attese per effetto dei cambiamenti climatici potrebbero tradursi in un sostanziale incremento del rischio e quindi dei costi associati a fenomeni di dissesto idrologico. La legge italiana 49/2010, recependo la Direttiva Europea 2007/60/CE, richiede quindi che il potenziale effetto dei cambiamenti climatici sui fenomeni di dissesto sia esplicitamente tenuto in considerazione nelle fasi di pianificazione individuate e nei futuri aggiornamenti. Il bacino della Campania centrale, un’area di circa 2200 kmq che si estende tra le province di Napoli, Avellino, Benevento, Caserta, Salerno, è caratterizzato da elevata urbanizzazione e alta vulnerabilità idro-geologica, sismica e vulcanica. Data la sua notevole importanza per le valenze paesaggistico-ambientali e storico-culturali, appare fondamentale individuare tempestivamente le principali vulnerabilità del territorio e mettere a punto i necessari piani d’intervento. È con questo obiettivo che nasce la collaborazione fra l’Autorità di Bacino della Campania Centrale e la Divisione REMHI della Fondazione CMCC. Fra gli obiettivi di questa collaborazione, la valutazione degli impatti dei cambiamenti climatici nell’area della Campania centrale, con particolare riguardo alle portate idrologiche, alla definizione del bilancio idrico e delle portate di magra. I risultati sono riportati nella “Relazione Idrologica” del Piano Stralcio di Assetto Idrogeologico, e nello studio pubblicato sulla rivista Ingegneria dell’ambiente (Vol.3 n.1/2016), dal titolo “Stima dell’effetto dei cambiamenti climatici sui fenomeni di dissesto geo-idrologici: il caso studio della Campania centrale” (fra gli autori, anche i ricercatori della Fondazione CMCC Guido Rianna, Francesco Guarino e Paola Mercogliano). Con l’obiettivo di inserire nel Piano Stralcio anche gli eventuali effetti dei cambiamenti climatici, lo studio ha cercato in via preliminare di raggiungere i seguenti obiettivi: presentare in modo chiaro la catena di simulazione climatica utilizzata per la stima delle variazioni di precipitazione e temperatura; confrontare le mappe di anomalia di precipitazione così ottenute con le mappe di pericolosità realizzate nell’ambito del Piano, cercando d’individuare quelle aree in cui l’attuale valutazione di pericolosità realizzata in condizioni “stazionarie”, senza tener conto dell’effetto dei cambiamenti climatici, potrebbe rivelarsi inadeguata. Il risultato integrale, in termini generali, è una tendenza sull’area ad una “estremizzazione” dei comportamenti stagionali con una parte dell’anno caratterizzata da alte temperature e scarsissime precipitazioni (con conseguente maggiore probabilità di occorrenza di fenomeni siccitosi e ondate di calore) e altra parte caratterizzata da incrementi di temperatura inferiori e stazionarietà o incrementi delle precipitazioni. Le variazioni di pericolosità geo-idrologica potenzialmente indotte dai cambiamenti climatici sono soprattutto influenzate dai cambiamenti attesi nei valori estremi di precipitazione intensa. La catena di simulazione La catena modellistica impiegata, sviluppata dalla Divisione REMHI (REgional Models and geo-Hydrological Impacts) della Fondazione CMCC utilizza il modello climatico globale (GCM) CMCC-CM, il modello climatico regionale COSMO-CLM con risoluzione orizzontale di circa 8 km, nella configurazione ottimizzata per l’Italia da Bucchignani et al. (2015). Le analisi coprono l’intervallo temporale dal 1971 al 2100: per il primo periodo 1971-2005, i modelli climatici si basano su osservazioni delle emissioni, mentre per il restante sono utilizzati gli scenari IPCC RCP4.5 e RCP8.5. Gli scenari RCP (Representative Concentration Pathways) selezionati dall’IPCC descrivono l’andamento di emissioni e concentrazioni di gas serra, aerosol, gas chimicamente attivi e...

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Energia rinnovabile: 8,1 milioni di occupati nel mondo. Altri 1,3 milioni nel grande idroelettrico

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Energia rinnovabile: 8,1 milioni di occupati nel mondo. Altri 1,3 milioni nel grande idroelettrico

[Di redazione su Greenreport.it] Irena: «Il lavoro nelle energie rinnovabili continua a crescere», ma non nell’Ue. Secondo il nuovo rapporto “Renewable Energy and Jobs – Annual Review 2016”, pubblicato dall’International renewable energy agency (Irena) e presentato all’11esimo Council meeting dell’organizzazione, terminato ieri (25 maggio 2016, ndr) ad Abu Dhabi, «Più di 8,1 milioni di persone in tutto il mondo sono ora impiegate nell’industria delle energie rinnovabili: un aumento del 5% rispetto allo scorso anno». Il rapporto fornisce anche una stima prudenziale del numero di posti di lavoro nelle grandi centrali idroelettriche: altri 1,3 milioni di posti di lavoro diretti in tutto il mondo. Il direttore di Irena, Adnan Z. Amin, ha sottolineato che «la continua crescita di posti di lavoro nel settore delle energie rinnovabili è significativa perché è in contrasto con le tendenze di tutto il settore energetico. Questo aumento è guidato dal calo dei costi delle tecnologie dell’energia rinnovabile e da quadri politici favorevoli. Ci aspettiamo che questo trend continui dato che il business case per le energie rinnovabili si rafforza e che i Paesi si stanno muovendo per raggiungere i loro obiettivi climatici concordati a Parigi». Nel 2015 il numero totale di posti di lavoro nell’energia rinnovabile è aumentato in tutto il mondo, mentre sono calati i posti di lavoro nell’insieme dell’industria energetica. Come negli anni precedenti, è la politica energetica uno dei fattori chiave per aumentare i posti di lavoro. Il rapporto evidenzia che le gare energetiche nazionali e statali in India e Brasile, i crediti d’imposta negli Usa e le politiche favorevoli in Asia hanno contribuito a un aumento dell’occupazione. I paesi con il maggior numero di posti di lavoro nell’energia rinnovabile nel 2015 comprendono Cina, Brasile, Stati Uniti, India, Giappone e Germania. Il solare fotovoltaico (PV) resta il più grande datore di lavoro mondiale delle energie rinnovabili, con 2,8 milioni di posti di lavoro (dai 2,5 delle ultime stime), l’11,5 in più, con posti di lavoro nel settore manifatturiero, nell’installazione e nell’operatività e manutenzione. L’occupazione è cresciuta in Giappone e negli Stati Uniti, stabilizzato in Cina, e diminuito nell’Unione europea. Al secondo posto si piazzano i biocarburanti liquidi, con 1,7 milioni di posti di lavoro, seguiti dall’energia eolica, che è cresciuta del 5% per raggiungere 1,1 milioni di posti di lavoro a livello mondiale, grazie soprattutto ai forti tassi di installazione di pale eoliche in Cina, Usa e Germania. I posti di lavoro sono invece diminuiti nei biocarburanti liquidi, nel solare termico e negli impianti idroelettrici grandi e piccoli, a causa di vari fattori tra cui l’aumento della meccanizzazione, il rallentamento dei mercati immobiliari, l’abolizione dei sussidi e il calo dei nuovi impianti. Con più di un terzo della nuova energia rinnovabile installata a livello globale nel 2015, la Cina ha portato l’occupazione nelle rinnovabili a 3,5 milioni di posti di lavoro, molti più dei 2,6 milioni impiegati nel gas e nel petrolio. Nell’Unione europea, Regno Unito, Germania e Danimarca sono stati i leader mondiali in materia di occupazione eolica offshore. Ma, nel complesso, i posti di lavoro nell’Ue sono diminuiti per il quarto anno di fila a causa della debole crescita economica. I posti di lavoro nelle rinnovabili sono calati del 3%, a 1,17 milioni, nel 2014, l’ultimo anno per cui sono disponibili i dati. La Germania resta il Paese Ue con...

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[By Caroline Zickgraf, Sara Vigil, Florence de Longueville, Pierre Ozer and François Gemenne on Knomad.org] From the Sahel to the coast, West Africa is experiencing a variety of environmental change impacts, whether resulting from slowonset changes or sudden shocks. They are significantly influencing migration patterns in and out of West Africa. In this region where natural resources form the foundation of livelihoods and food security (fishing and agriculture), the relationship between environmental changes and socioeconomic vulnerabilities is of particular concern. Environmental degradation affects populations’ vulnerability and resilience capacity in complex ways. The presence of multiple environmental trends and shocks varies geographically. While desertification and droughts are of prime importance for some, floods, coastal erosion, and sea level rise are the main hazards for others. Even within local populations affected by the same climatic threats, their vulnerability and likelihood to migrate are affected by their socioeconomic status, their dependence on natural resources, and their demographic characteristics. Given the differentiated vulnerabilities and capacities for resilience, policy must be adapted and implemented according to particular populations and needs. Policy makers must also consider vulnerability as it is perceived by those affected. Therefore,environmental mobility cannot be treated as a strictly rational behaviour based on actual vulnerability. Local populations must be educated about current and expected changes to their natural environments to facilitate better-informed mobility decisions. Migration can also offer a significant tool with which local populations can increase their resilience to socio-environmental changes. Building infrastructure and establishing protection mechanisms for migrants and displaced persons is a necessary step in mitigating future risk. Regional authorities must work together to build the resilience of sending communities to climatic shocks, but they must also facilitate migration as an adaptation strategy by recognizing the development potential of remittances. These policy interventions may help decrease the potential for the creation of “trapped” populations, be they trapped in areas of origin, in transit, or in destination areas.   To read the article, click here.     Posted on Knomad.org on April 2016...

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Oltre la bomba. L’industria nucleare Usa non ha imparato la lezione di Fukushima

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Oltre la bomba. L’industria nucleare Usa non ha imparato la lezione di Fukushima

[Di redazione su Greenreport.it] Oggi Obama al memoriale di Hiroshima, è il primo presidente Usa: «Raggiungere un mondo senza più l’atomica». Per la prima volta nella storia, oggi un presidente Usa in carica – Barack Obama – ha reso omaggio alle vittime di Hiroshima, dove il 6 agosto 1945 un unico ordigno fece 140mila morti e lasciò una tragica eredità che ancora oggi continua. Già nel suo celebre discorso di Praga, pronunciato poco dopo essersi insediato alla Casa bianca, Obama manifestò pubblicamente il suo impegno per un mondo senza più armi nucleari, e ha ribadito oggi la necessità di lavorare per «raggiungere un mondo senza più l’atomica». «La mia visita a Hiroshima – ha dichiarato il presidente alla base militare di Iwakuni prima di recarsi con il premier giapponese Shinzo Abe al Parco della pace e al cenotafio in memoria delle vittime – è la prova che anche le fratture più dolorose possono essere ricomposte». Un messaggio rafforzato nelle ore successive, quelle più dense di significato: «Dobbiamo fare il possibile per distruggere gli armamenti o bloccare i fanatici dall’impadronirsi di questi armamenti – ha dichiarato Obama – Ciò che è accaduto, l’immagine di un fungo nucleare, ci ricorda le contraddizioni umane. Nel giro di pochi anni sono morte 60 milioni di persone». La strada però rimane ancora molto, troppo lunga. A partire dalla sicurezza di quel nucleare “civile” che ha provocato la sua ultima, grande strage con Fukushima; una strage dalla quale anche gli Usa dimostrano di aver imparato troppo poco. «L’incidente nucleare del 2011 di Fukushima Daiichi dovrebbe essere un campanello d’allarme per i gestori degli impianti nucleari e le autorità di regolamentazione sull’importanza critica della misurazione, gestione e ripristino del raffreddamento nelle piscine del combustibile esaurito durante gli incidenti gravi e gli attacchi terroristici». È quanto afferma un recente rapporto della National academies of sciences, engineering, and medicine degli Stati uniti. Lo studio è stato sponsorizzato dalla Nuclear regulatory commission Usa (Usnrc). Le National academies of sciences, engineering, and medicine sono istituzioni private senza scopo di lucro che forniscono un’analisi oggettiva indipendente e consigli per risolvere problemi complessi e informare le decisioni della politica pubblica legati alla scienza, alla tecnologia e alla medicina. Le Academies vantano tra l’altro una solida tradizione: operano nell’ambito del Congressional charter to the National academy of sciences firmato nel 1863 dal presidente Abraham Lincoln. Si tratta del secondo e ultimo rapporto di uno studio dal Congresso statunitense su quali lezioni possono essere apprese dalla tragedia nucleare di Fukushima Daiichi. Il primo rapporto Phase 1 di questo studio è stato pubblicato nel luglio 2014. Il nuovo rapporto “Lessons Learned from the Fukushima Nuclear Accident for Improving Safety and Security of U.S. Nuclear Plants: Phase 2 (2016)” presenta risultati e fornisce raccomandazioni per migliorare la sicurezza delle centrali nucleari Usa e per lo stoccaggio del combustibile esaurito, così come rivede le conclusioni di precedenti studi sulla sicurezza dello stoccaggio del combustibile nucleare esaurito. Il Committee on lessons learned from the Fukushima nuclear accident for improving safety and security of U.S. nuclear plants che ha effettuato lo studio Phase 2 ha scoperto che gli impianti di stoccaggio del combustibile – come anche le piscine utilizzato per immagazzinare il combustibile esaurito sotto l’acqua e le cask utilizzate per il carburante a secco – presso l’impianto nucleare...

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Venezuela: default in vista per il debito sovrano

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Venezuela: default in vista per il debito sovrano

[Di Michele Dellera su Ispionline.it] Il 26 febbraio scorso il governo di Nicolas Maduro ha ripagato una prima parte del debito del Paese in scadenza nell’anno corrente – 2.3 miliardi di dollari. Restano tuttavia circa 8 miliardi di dollari di debito in scadenza fra Agosto e Novembre 2016, divisi fra il governo e la compagnia petrolifera nazionale PdVSA (Petróleos de Venezuela S.A.). Il Ministro delle Finanze, Rodolfo Medina, ha voluto rassicurare i creditori dichiarando che il rispetto delle scadenze è prova non solo di affidabilità ma anche della solidità finanziaria del Paese. I mercati internazionali del debito, però, sembrano mandare segnali nella direzione opposta. A fine gennaio gli investitori hanno iniziato a vendere in massa i titoli a lunga scadenza, portando il prezzo a 37 centesimi – segnale che le probabilità di un default sono molto alte. Il deficit fiscale è stimato intorno al 20% del Pil, e le riserve internazionali a disposizione della banca centrale stanno esaurendosi rapidamente: si pensa siano inferiori ai 14 miliardi di dollari. Con poca liquidità a disposizione e altri pagamenti in arrivo entro fine anno, il governo Maduro sembra avere la situazione sempre meno sotto controllo. Le difficoltà finanziarie in cui si trova il Venezuela sono, in parte, dovute al crollo del prezzo del petrolio. Il settore degli idrocarburi garantisce più del 95% delle esportazioni del Venezuela, e le entrate del Tesoro ne dipendono per circa il 60%. Rispetto al 2014, le entrate da esportazioni di greggio sono quasi dimezzate – da 72 miliardi di dollari nel 2014 a 36 miliardi nel 2015. Supponendo che il prezzo del greggio non si innalzi in modo significativo nei prossimi mesi, entro fine 2016 gli introiti da esportazioni subiranno un declino ulteriore stimato fra gli 8 e i 10 miliardi circa. Il prezzo del petrolio ha certamente contribuito a peggiorare la crisi in cui si trova il Paese. Ma non tutti i Paesi esportatori di greggio si trovano così in difficoltà. Attraverso i propri fondi sovrani, altri esportatori hanno costruito, negli anni del commodity boom, buffer finanziari più o meno solidi. Non il Venezuela, il cui fondo di stabilizzazione (Fondo de Inversión para la Estabilización Macroeconómica, o Fiem) è stato trasformato dall’allora presidente Hugo Chàvez in uno strumento per finanziare sussidi e programmi di sviluppo tanto ambiziosi quanto improduttivi. Finanziate tanto con le risorse accumulate nel Fiem quanto con i profitti di PdVSA, e destinate al sostegno di famiglie, cooperative e piccole imprese in aree svantaggiate, le misiones hanno contribuito a ridurre la diseguaglianza – il coefficiente Gini è diminuito da 0.5 nel 1998, l’anno prima che Chàvez salisse al potere, a 0.45 nel 2013. Questo, però, a scapito di produttività, dinamismo economico e di una maggiore diversificazione dell’economia. La crescita del Pil è rallentata notevolmente, ed era già in territorio negativo prima della recessione odierna. Gli alti livelli di spesa pubblica del governo Venezuelano hanno lasciato il segno sulle finanze pubbliche del Paese. Negli ultimi cinque anni sia il deficit che il debito pubblico sono aumentati notevolmente. Senza crescita economica, con delle finanze pubbliche in dissesto e riserve internazionali in esaurimento, non è sorprendente che l’attuale governo Maduro si trovi in grave difficoltà, sia con il proprio elettorato che con i creditori internazionali. Delle misure introdotte dal governo per fronteggiare la crisi, alcune, come l’imposizione...

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Dopo Doha: quanto resisteranno ancora gli stati petroliferi?

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[Di Matteo Villa su Ispionline.it] Si è detto praticamente tutto sulle conseguenze del fallimento del vertice di Doha, l’ennesimo incontro tra paesi esportatori di petrolio, dimostratosi incapace di far convergere il consenso verso una risposta coordinata alla crisi dei prezzi. Il vertice si è tenuto in un contesto che ci è ormai noto, e che nel recente Rapporto ISPI abbiamo deciso di chiamare “età dell’abbondanza”. Da ormai quasi due anni, infatti, i mercati mondiali hanno preso consapevolezza dell’eccesso di offerta di petrolio, causato in larga misura dalla rivoluzione shale negli Stati Uniti, e i prezzi del greggio sono crollati dai circa 115 dollari al barile a giugno 2014 ai 30 del gennaio di quest’anno. Ma età dell’abbondanza significa per molti età delle ristrettezze. Tutti quei paesi che si finanziano grazie alla vendita all’estero di petrolio e gas naturale, i cosiddetti rentier state, si trovano oggi a fare i conti con uno scenario di prezzi bassi che ci riporta indietro a un periodo neanche troppo lontano, ma che quasi tutti credevamo di esserci lasciati alle spalle: sono i diciotto anni tra il 1986 e il 2003, quelli in cui i prezzi reali del barile (attualizzati al 2015) non avevano mai superato i 45 dollari. Se davvero un simile ciclo di prezzi bassi si fosse riaperto, la sostenibilità delle finanze pubbliche dei paesi rentier tornerebbe in discussione. A meno di due anni dall’inizio della crisi, infatti, allo scopo di riequilibrare bilanci in rosso questi paesi hanno bruciato l’impressionante cifra di 315 miliardi di dollari in riserve in valuta estera – praticamente un quinto del totale. In questo contesto, l’obiettivo di Doha sarebbe stato quello di congelare la produzione di greggio dei partecipanti. Scopo ultimo: sostenere i prezzi. E, per questa via, dare una boccata d’ossigeno ai bilanci nazionali. Un primo indicatore delle tensioni che continuano a impedire ai paesi esportatori di raggiungere un accordo è proprio il fatto che a Doha si parlasse solo di un congelamento dei livelli di produzione (peraltro a livelli che per molti paesi sono tra i più alti di sempre), non di una loro riduzione. L’incapacità dei partecipanti di raggiungere un consenso persino attorno a una proposta tanto modesta riporta alla luce quelle che sono almeno tre grandi divisioni tra gli stati rentier oggi. La prima separa nettamente chi ha deciso di prendere parte al vertice e chi non ha neppure preso in considerazione l’idea di partecipare. Di quest’ultimo gruppo fanno parte Iran e Libia, paesi che hanno come obiettivo di breve periodo quello di aumentare la propria produzione di greggio, costi quel che costi. Teheran punta a tornare ai livelli pre-sanzioni e, se possibile, a superarli, anche perché Rouhani vuole dimostrare al paese che l’accordo sul nucleare può dare benefici immediati a un’economia in subbuglio. La Libia, da par suo, non ha alcun interesse a impegnarsi a limitare la propria produzione, che al momento fluttua tra un terzo e un ottavo rispetto ai livelli del 2010 – a causa dell’instabilità e non per scelta razionale. E, in ogni caso, come avrebbe potuto rendere credibili le proprie promesse un paese in cui tre diversi governi si contendono controllo e legittimità? C’è poi una seconda evidente linea di divisione che attraversa le delegazioni che erano presenti a Doha: quella tra chi aveva davvero interesse a congelare la...

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