Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
[By Tim Radford on Climatenewsnetwork.net] Melting sea ice is affecting the closely-linked Arctic climate in a feedback that will speed up warming there, scientists say. Scientists have established at least one factor in the record melting of northern Greenland in 2015. The Arctic itself played a hand in what happened. In a process that engineers call positive feedback, high atmospheric pressure and clear skies over the Arctic region practically committed the northwest of Greenland to an episode of melting at record rates. And because the Arctic is the fastest-warming region on Earth, and because atmosphere and ocean influence each other, the steady loss of sea ice each year has forced a change in wind patterns. This in turn has played back into the climatic machinery, according to a new study in Nature Communications. “How much and where Greenland melts can change depending on how things change elsewhere on Earth,” said Marco Tedesco, of Columbia University’s Lamont-Doherty Earth Observatory, who led the research. “If loss of sea ice is driving changes in the jet stream, the jet stream is changing Greenland, and this, in turn, has an impact on the Arctic system as well as the climate. It’s a system, it is strongly interconnected, and we have to approach it as such.” Worldwide impact Greenland’s burden of ice is the greatest in the northern hemisphere, and second only to Antarctica’s. If Greenland’s ice all melted, sea levels would rise worldwide by seven metres. So what scientists call “Arctic amplification” isn’t just a bit of climate science jargon, it is also a phenomenon that matters immensely to humans everywhere. The process works like this. The Arctic is warming faster as the sea ice disappears. This is because solar radiation which would have been reflected by a sheet of ice is being absorbed by blue water, which speeds up the warming further. And since the temperature difference between the Arctic and the tropics is narrowing, and since it’s the temperature difference that drives wind and ocean currents, then the jet stream that normally whizzes around the Arctic circle – thus keeping frozen air in one place and separating it from the warm breezes of the south – is, the theory goes, slowing, thus allowing warm moist air to penetrate into the north. And, it seems, to melt even more of Greenland. Professor Tedesco has been observing the intricate interplay of snow, ice, wind and sunlight in Greenland for years. Last year he and others examined the record melt of 2012 to piece together the rate of flow of water to the seas. Earlier this year he and others pinpointed a change in albedo – a measure of the reflectivity of snow on the island – that suggested that melting might accelerate. The latest study doesn’t declare the process of Arctic amplification guilty as charged: science proceeds cautiously and the researchers say only that the melting process observed in 2015 is “consistent” with the hypothesis of Arctic amplification. In fact, the jet stream swung north to latitudes never before observed at that time of year; the winds during July reversed their normal pattern, and southern Greenland – where melting has been at record levels for most of the decade – actually saw more snowfall and lower melting in 2015. Climate change is happening,...
read more‘Concordia’ ad Augusta: tutti pronti per l’affare del gas liquido
[Di Gianmarco Catalano su Isiciliani.it] A quattro anni dalla scampata minaccia di un rigassificatore, dopo la resa di Erg e Shell, lo spettro di un terminal del gas liquefatto è tornato a sorvolare le banchine del porto di Augusta. Lì dove, intanto, la Procura di Potenza continua a indagare sugli affari al petrolio orditi dal “quartierino” di Gianluca Gemelli, il compagno dell’ex ministra Federica Guidi. Tra raffinerie, basi e ordigni militari, inceneritori, cementifici riciclatori di petcoke e discariche di rifiuti tossici. La terra di frontiera più saccheggiata del sud Europa. Nessun progetto è stato ancora ufficialmente presentato, e difficilmente lo si farà prima dei decreti sblocca-miliardi promessi dal governo Renzi. Così, nell’attesa, si prepara il terreno del consenso, sciorinando analisi “green” unite a ipotesi infrastrutturali, grafici 3d e previsioni di mercato. Una cordata d’industriali incontra sindaci e dirigenti portuali nei convegni organizzati da comitati di propaganda lobbystica, spacciati per “iniziative indipendenti”, sotto l’egida della Marina militare italiana. Alleanze trasversali sotto il segno del GNL «Le analisi sul potenziale di mercato del GNL (gas naturale liquefatto, ndr) nel Canale di Sicilia sono davvero confortanti. Il solo porto di Augusta ne potrebbe utilizzare per 500 mila tonnellate. Anche pensando ad un 10% di trasformazioni all’anno si giustifica un deposito da 5-10 mila metri cubi di capacità, che avrebbe un costo abbastanza contenuto, sui 30-40 milioni di euro». A parlare è Diego Gavagnin, consulente e coordinatore scientifico di ConferenzaGNL, un comitato che dal 2013 gira l’Italia perorando la causa della “rivoluzione GNL”, attraverso fiere e workshop finanziati dai big dell’industria dei combustibili fossili e del settore navale, civile e militare. Dalle transnazionali Eni e Wartsila, passando per i colossi del metano Polargas, Gas and Heat, Ham Italia e Liquigas, fino all’ingegneristica di Vanzetti e Mes. Un lungo elenco in cui, come “sponsor Platinum”, figura pure Caronte&Tourist del duo Franza-Matacena, monopolista del traghettamento sullo Stretto di Messina e socia del consorzio Sicilia Navtec. Come evidenziato dal giornalista Antonio Mazzeo, ciò che più salta all’occhio di questo consorzio sono i legami trasversali con gli ambienti politici. Il presidente del suo consiglio d’amministrazione, ad esempio, è Gaetano Cacciola, vicesindaco nella giunta messinese capitanata da Renato Accorinti. Amministratore delegato è, invece, Daniele Noè, stretto congiunto di Marina Noè, l’ex assessore all’Industria della giunta di Totò Cuffaro e candidata nelle file dell’Udc alle elezioni europee del 2008 al fianco del fu governatore Raffaele Lombardo. Petrolio, discariche, rifiuti Ilva… Sempre dentro Sicilia Navtec, restando tra le imprese megaresi, si trova anche la Nico, azienda di bonifica industriale, attiva per conto delle grandi compagnie petrolchimiche, ereditata dai fratelli G. B. e P. B. Un gioiello di famiglia fondato nel 1977 dal padre Giovanni, oggi defunto, che compare nella lista dei presunti affiliati alle logge massoniche diffusa nel 2009 dalla storica rivista d’antimafia “La Voce delle voci”. Oggi entrambi i suoi figli siedono in seno al comitato portuale di Augusta guidato, fino a qualche giorno fa, dall’ex commissario straordinario Alberto Cozzo, che è accusato dalla magistratura lucana di aver spalleggiato Gemelli nell’occulta operazione volta ad accaparrarsi il pontile di punta Cugno per lo stoccaggio del petrolio proveniente dalla Basilicata. Ma G.B. è anche amministratore unico della società La Ginestra, socia al 12,5% di Cisma, impresa di gestione dell’omonima discarica di rifiuti speciali ubicata a Melilli. Qui, a febbraio dello scorso...
read morePerché un modello di «economia circolare» farebbe correre Pil e reddito delle famiglie europee
[Di Enrico Marro su Ilsole24ore.com] C’era una volta (e c’è ancora) l’“economia lineare”, nata dalla Rivoluzione industriale tra Settecento e Ottocento. Un modello forgiato all’insegna del “prendere, fare e smaltire”. Ma la storia insegna come l’economia lineare abbia creato vaste conseguenze sia sul piano ambientale che sociale. Il consumo di massa, l’utilizzo di combustibili fossili, l’urbanizzazione e il trasporto globale hanno contributo a produrre pesanti effetti. Per questo il futuro sarà invece dell’“economia circolare”: «Per sua natura, un’economia di recupero – come spiegano sull’Harvard Business Review i docenti universitari Mark Esposito, Terence Tse e Khaled Soufani – in cui non si tratta tanto di “fare di più con meno” ma, piuttosto, di fare di più con ciò di cui già disponiamo». Capitale naturale in via di esaurimento Un’utopia? Macché, una necessità reale, spiegano gli autori del saggio, consapevoli del rapido esaurimento del capitale naturale esistente, o almeno di quello di facile reperibilità . Dagli anni Settanta del secolo scorso, l’incremento della produttività delle colture di cereali ha infatti subito una diminuzione del 66%, nonostante i progressi delle tecniche di fertilizzazione e di irrigazione. Lo sfruttamento minerario sta diventando più costoso: le percentuali medie dei metalli ricavati dalle estrazioni sotterranee sono in netto calo, sia in termini di concentrazione che di qualità. Allo stesso tempo, secondo l’Ocse, la classe media globale raddoppierà entro il 2030. «Queste cifre servono da monito sul fatto che non possiamo continuare a crescere come specie continuando a godere di un’elevata qualità della vita senza cambiare il nostro modo di fare le cose», spiega Mark Esposito, docente di Strategia economica presso la Harvard University Extension e la Grenoble School of Management. Per fortuna le attuali politiche messe in atto dalla Commissione Europea, in particolare dal vicepresidente Katainen, sembrano muoversi davvero a favore di una rivoluzione in termini di economia circolare, che sta anzi diventando uno dei punti cardini dell’agenda politica dell’Unione. I benefici economici In Europa un sistema circolare creato grazie a nuove tecnologie e nuovi materiali sarebbe in grado di aumentare fino al 3% la produttività delle risorse, stima lo studio Growth within: a circular economy vision for a competitive Europe, realizzato dal McKinsey Center for Business and Environment in collaborazione con la Ellen MacArthur Foundation e il Sun (Stiftungsfonds für Umweltökonomie und Nachhaltigkeit). Questo modello – che pone al centro la sostenibilità del sistema, in cui non ci sono prodotti di scarto e nel quale le risorse vengono costantemente riutilizzate – genererebbe per le economie del Vecchio Continente un risparmio in termini di costi di produzione e utilizzo delle risorse di base pari a 1.800 miliardi di euro l’anno entro il 2030, che si tradurrebbe in una crescita del Pil fino a 7 punti percentuali e in più alti livelli di occupazione. Con il reddito disponibile delle famiglie europee che potrebbe risultare superiore di ben l’11% rispetto al percorso di sviluppo attuale. Le inefficienze attuali L’economia europea di oggi si fonda infatti su un sistema di creazione di valore molto inefficiente e continua a operare secondo il modello lineare “estrazione, produzione, consumo, smaltimento”, spiega ancora lo studio uscito sull’Harvard Business Review. Nel 2012, in Europa, sono state utilizzate in media 16 tonnellate di materiali per abitante: il 60% degli scarti è finito nelle discariche o negli inceneritori, mentre solo il 40%...
read moreEnergia per l’Europa: Sfidare la cooperazione transfontaliera
Che cosa implica la cooperazione transfrontaliera per i paesi UE, per i paesi dell’Europa orientale e del Nord Africa ? Che cosa è la finanziarizzazione e quali impatti può avere nel contesto delle infrastrutture energetiche? Come questi temi si legano alla giustizia climatica e alla democrazia ? E come la popolazione dei diversi paesi può cooperare al fine di istituire una rete di attivismo transfrontaliero e promuovere “lo sviluppo”? L’ODG offre un corso on-line su questi argomenti per 40 partecipanti provenienti da diversi paesi . Il corso offre un’analisi critica della recente tendenza di finanziarizzazione delle infrastrutture energetiche e la creazione del debito illegittimo. Di seguito la descrizione e le indicazioni in Inglese: The course stimulates participants to critically evaluate how the EU, through its external politics -in the form of free trade agreements, energy security policies and the involvement of public banks-, promotes a development model that generates social, economic and environmental impacts. Case studies in Europe and neighbouring countries will be used to illustrate these impacts. The course highlights some initiatives of activism undertaken in Spain and pays special attention to critical cartography as a tool for cross border activism. Students are encouraged to investigate case studies related to the topic, and possibilities for joint activist initiatives. Participating in the course will allow you to: Build critical knowledge on the concepts: financialization of energy infrastructure and illegitimate debt Deepen your understanding of current policies and developments in the EU and its neighbouring countries in Eastern Europe and North Africa regarding energy infrastructure Understand the role of EU, development banks public institutions and other actors in infrastructural energy projects Analyse diverse visions on development and related challenges Get to know case studies of infrastructural projects and its impacts Get to know cases of activism that are challenging large energy infrastructure projects Understand how critical cartography can be used as a tool for activism Build solidarity with other activists from Europe and neighbouring countries concerned with the impact of large energy infrastructure projects in the region Learn new insights and local cases from experts and peer activists Have the possibility to jointly elaborate activist initiatives for cross border activism Keywords: free online course, energy, infrastructure, EU, financialization, public-private partnerships, illegitimate debt, sustainability, transparency, inequality, environment, European investment banks, critical cartography, projects of common interests (PCI), development, peer learning, activism. Practical: the course offers three modules during a period of four weeks; from Monday July 4th to Friday July 29th. Each module consists of a Webinar delivered by an ODG expert, studying literature and other materials, and assignments. This program takes place in a participatory online learning environment, and assignments include students’ participation and exchange in a discussion forum. After successful participation and a final assignment, ODG will hand out a certificate of successful participation. Applying for the course? The Debt Observatory in Globalisation welcomes students, activists, people working in NGOs and other interested people from EU countries, Eastern Europe (especially from Armenia, Azerbaijan, Belarus, Georgia, Moldova and Ukraine), and North Africa (especially from Algeria, Egypt, Israel, Jordan, Lebanon, Libya, Morocco, Palestine, Syria and Tunisia) to apply. A maximum amount of 40 participants will be selected to participate in the free online course. The basic requirements for participation are: Being available for at least 8 hours per week to...
read moreSalute, allarme per i cementifici trasformati in inceneritori
[Di Ersilio Mattioni e Michele Sasso su Espresso.repubblica.it] Scritto dall’ex ministro Clini e potenziato dal Governo Renzi, un decreto su misura trasforma questi impianti in inceneritori. Con pericoli seri per la salute. Come dimostrano gli studi dell’Arpa e i casi in Lombardia e Puglia. Una rivoluzione tra le ciminiere dei 69 impianti italiani. Una rivoluzione che fa la gioia del settore. Anche i cementifici possono bruciare i rifiuti. Dove nascono i sacchi indispensabili al ciclo del cemento si usano i forni per altri scopi. La decisione è stata prima scritta dal Governo Monti e poi confermata e potenziata dal premier Renzi quando nell’estate del 2014 spiegava la sua idea di futuro e ripresa economica con il decreto Sblocca Italia: «Non ho paura di sognare un’Italia che, se cambia, diventa “smart”. Vogliamo liberare interventi fermi da 40 anni». Dietro allo storytelling del rottamatore c’è un’accelerata per bruciare di più ma con meno regole: fino al 2013 la quota era minima, ma per evitare la costruzione di nuovi impianti di incenerimento ecco la soluzione low-cost e veloce. Con pesanti ricadute sull’aria, l’ambiente e la salute pubblica. Come dimostra un’analisi di Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente del Piemonte, pubblicata poche settimane fa. Sono stati studiati gli effetti per gli abitanti che vivono vicino ad uno storico inceneritore, quello di Vercelli. Lo studio mostra un aumento della mortalità generale del 20 per cento nei residenti e un aumento di patologie invalidanti come il tumore del colon retto del 400 per cento, e ancora tumore del polmone (più 180 cento), cardiopatia ischemica-infarto (più 90 per cento), enfisema e bronchite cronica (più 50 per cento). In questo caso sotto osservazione è finito un inceneritore, concepito allo scopo di bruciare rifiuti, dotato di filtri e sistemi di abbattimento degli inquinanti, ma quali risultati si avrebbero se lo studio fosse applicato a un cementificio, costruito con un’altra mission e trasformato in un forno per la distruzione dell’immondizia? A portare questi dubbi in Parlamento ci ha pensato Alberto Zolezzi, medico pneumologo ed eletto alla Camera per il Movimento cinque stelle: «Assistiamo ad una deregulation totale: un cementificio che vuole bruciare non chiede nessun permesso speciale, basta l’ok del Comune e si inizia. Con effetti devastanti, le emissioni di diossine e metalli pesanti sono quindici volte più alte rispetto agli impianti tradizionali. Il motivo è chiaro: sono stati progettati e costruiti 50 anni fa con tutt’altro scopo». Se in Europa la tendenza è smantellare e potenziare la raccolta differenziata, il nostro Paese ha deciso da fare eccezione. A febbraio 2014 con il governo Letta agli sgoccioli viene approvato il cosiddetto decreto Clini (dal nome dell’ex ministro dell’ambiente finito a processo con l’accusa di corruzione) che consente di svolgere, pur utilizzando un combustibile ritenuto meno inquinante, lo stesso sporco lavoro degli inceneritori: bruciare i rifiuti. Sette mesi dopo entra in vigore lo “Sblocca Italia”, 13 provvedimenti governativi per far ripartire edilizia e grandi opere con lo scopo di spingere la ripresa economica. Nel decreto si parla anche di immondizia: addio al vecchio federalismo ambientale (ogni regione deve essere auto-sufficiente, dotandosi degli impianti necessari e aumentando la differenziata) in nome di una ritrovata “solidarietà” nazionale, che consente di portare i rifiuti della Campania in Trentino trasformandoli da problema a risorsa. Lo scenario cambia in maniera radicale. E la preoccupazione...
read more[By drafting on Internal-displacement.org] The report of the UN Secretary General for the World Humanitarian Summit outlines a series of actions states are encouraged to take with a view to addressing displacement in a responsible way. In this framework the Agenda for Humanity, attached to the Report, stresses the need for law and policy making efforts at regional and national level. This paper provides a reflection on the advancements made by the Kampala Convention in clarifying roles and responsibilities for states and other actors in responding to displacement, takes stock of the lessons learned from the process and analyses its remaining challenges with a view to verifying the replicability of the Convention in different regions Additionally, it looks at the adoption and the implementation of national laws and policies as a crucial step to ensure responsibility for IDPs which should not be conceived in isolation from the establishment of regional standards. IDMC hopes to stimulate discussions among global policy makers to ensure that specific commitments on this theme are made in Istanbul and that an effective oversight is granted in the coming years. Download the PDF Posted on Internal-displacement.org on May 2016...
read morePfas, l’ultimo veleno del Veneto. “Controlli per 90mila persone”
[Di Ivan Compasso su Repubblica.it] Teflon, Goretex, cartone per alimenti nei fiumi per trent’anni, la Regione lancia l’allarme. Settantanove comuni a rischio: servono 100 milioni l’anno per mettere in sicurezza l’acquedotto. Nel Veneto delle troppe diossine un nuovo caso si impone: quello dei Pfas. Il composto di perfluoroalchilici è l’ultima mistura chimica, fuori controllo, che spaventa tre province venete: Vicenza, innanzitutto, poi Verona e Padova. E alcuni comuni del Ferrarese. Nei prossimi giorni la Regione Veneto chiederà a novantamila residenti di 79 comuni di sottoporsi ad analisi profonde. In un recente convegno al Dipartimento di scienze chimiche dell’Università di Padova la mappa delle contaminazioni è stata aggiornata: 21 comuni (sui 79) sono ad alto rischio. La questione è che fino al 2011 la fabbrica Miteni di Trissino, novemila abitanti in provincia di Vicenza, ha sversato in due torrenti contaminando il bacino di Agno e Fratta Gorzone e oggi l’inquinante, risalendo la catena alimentare, potrebbe essere presente nel sangue e nei tessuti di molte donne e molti uomini. La dottoressa Francesca Russo, dirigente medico del Servizio promozione d’igiene e sanità pubblica per la Regione Veneto, ha spiegato: “Abbiamo identificato l’area maggiormente contaminata dai Pfas. Ora chiameremo tutti i soggetti che consideriamo esposti a queste sostanze”. I medici per l’ambiente Isde hanno stimato 1.300 morti in più delle medie naturali, negli ultimi trent’anni, nei comuni interessati. La causa sarebbe la contaminazione da Pfas del bacino di Agno e Fratta Gorzone. I composti sversati, tutti resistenti all’acqua, sono tessuti in Goretex, rivestimenti di carta e cartone per alimenti, fondi antiaderenti e contenitori alimentari come il Teflon. Nel 2013 uno studio del Consiglio nazionale per le ricerche sulla presenza dei Pfas in diverse aree del paese ha riscontrato tra Padova, Vicenza e Verona concentrazioni fino a 2.000 nanogrammi per grammo, considerate altissime. E livelli paragonabili sono stati trovati nelle acque potabili. Contemporaneamente, in quell’area del Nord-Est si è riscontrato l’aumento di patologie serie: l’infarto del miocardio, diversi linfomi, il morbo di Parkinson, l’Alzheimer, malattie dell’apparato genito-urinario, tumori al fegato, alla mammella e alle ovaie. L’Arpa, l’Agenzia regionale per l’ambiente, dopo una campagna di monitoraggio delle acque ha certificato, sempre nel 2013, che dallo scarico dell’azienda Miteni sono fuoriusciti per vent’anni “notevoli quantità di perfluoroalchilati” e “gli impianti di depurazione non sono stati in grado di abbattere questo tipo di sostanze”. La Regione Veneto ha imposto l’uso di appositi filtri e richiesto aiuto al governo per le spese necessarie per mettere in sicurezza l’acquedotto: servono cento milioni di euro l’anno. Il procedimento di sintesi degli Pfas fu brevettato nel 1938 dalla multinazionale DuPont, accusata negli Usa di aver sversato nel fiume Ohio grandi quantità di sostanze cancerogene. Negli Stati Uniti l’agenzia ambientale Epa ha bandito i perfluoroalchilici già nel 2000. Nel 2006 il Parlamento europeo ha fissato a 0,0005 per cento la concentrazione massima di Pfas nei materiali e si sta discutendo sul loro inserimento nella lista stilata dalla Convenzione di Stoccolma che individua i composti più pericolosi per la salute dell’uomo. La Miteni ha interrotto la produzione pericolosa, ma nel luglio 2013 la Procura di Vicenza ha aperto un’indagine sulla Miteni per adulterazione e contraffazione delle acque. L’azienda, tuttavia, sposta le accuse: “Abbiamo investito 15 milioni nel trattamento delle acque, la falla è nel sistema consortile di depurazione”. Lo stabilimento di Trissino è...
read moreCarbonella
[Di Giorgio Nebbia su Fondazionemicheletti.it] Davanti all’impoverimento delle riserve di petrolio e gas naturale – e al conseguente aumento dei prezzi dei carburanti e delle materie prime per l’industria chimica – sta crescendo l’interesse per la produzione di materie organiche dalla “biomassa”, un termine riferito a prodotti agricoli in eccedenza, a sottoprodotti agricoli, a prodotti forestali, variabilissimi come distribuzione e composizione chimica. Si tratta, secondo alcuni conti, di una produzione, sulle terre emerse, ogni anno, di circa 100-150 miliardi di tonnellate (circa volte la massa dei combustibili fossili bruciati ogni anno nel mondo) di materie vegetali aventi composizione media circa [CH2O], con piccole quantità di altri elementi, soprattutto azoto, fosforo, zolfo e sali inorganici, contenenti, al momento della formazione, dal 15 all’85 % di acqua, diciamo, in media, circa il 50 % di acqua. L’interesse è giustificato perché, per secoli e millenni, la biomassa vegetale è stata la principale, se non unica, fonte (oltre che di alimenti) di combustibili e di materie prime industriali. Nell’ondata di curiosità per le cose della natura, caratteristica del 1600 e del 1700, gli “scienziati” (che erano filosofi, naturalisti, persone colte e curiose, spesso attente ai commerci) cercavano di svelare i segreti della natura con alcune semplici operazioni come la combustione, il riscaldamento ad alta temperatura, il trattamento con i pochi “acidi” allora disponibili, osservando e descrivendo quello che succedeva. La distillazione “secca”, in assenza d’aria, del legno generava un residuo solido, il carbone di legna, e una massa di sostanze volatili, in parte sotto forma di gas combustibili, in parte sotto forma di liquidi da cui più tardi sarebbero stati separati l’alcol metilico, l’acido acetico e l’acetone, e un catrame. Robert Boyle (1627-1691) nel 1661 riconobbe la presenza in tali liquidi dell’alcol metilico; nel 1684 John Clayton (1657-1725) stabilì che se ne formavano circa 3 kg per 100 kg di legno. La distillazione secca del legno era praticata industrialmente per ottenere il carbone di legna usato in siderurgia e per riscaldamento domestico o artigianale e le sostanze volatili finivano nell’aria ed erano fonte di inquinamento; anzi l’interesse per la composizione e l’utilizzazione commerciale delle sostanze volatili derivarono dalla necessità di limitare l’inquinamento atmosferico urbano, secondo il criterio che non inquinare rende. La chimica e l’industria della distillazione secca del legno, benché ormai quasi del tutto dimenticate (ma si insegnavano ancora nei corsi universitari di chimica quando studiavo io, settant’anni fa), hanno molti aspetti abbastanza affascinanti, soprattutto se si considera che la materia prima è “rinnovabile” e ritorna disponibile ogni anno. Quando si riscalda il legno a temperatura superiore a 270° comincia il processo di decomposizione (“carbonizzazione”); se l’operazione è condotta in assenza, o in presenza di limitate quantità, di aria si ottiene il carbone di legna (“carbonella”); questa è l’unica operazione che si pratica ancora su piccola scala nelle montagne, e si conduce coprendo un mucchio di legname con terra, avviando una combustione parziale e lasciando procedere lentamente la carbonizzazione. Durante il processo di riscaldamento dapprima evapora l’acqua e, fino ad evaporazione completa, la massa della legna conserva la temperatura di 100-110°; quando il legno è secco la temperatura comincia ad aumentare e, quando raggiunge 270°, il legno comincia a decomporsi spontaneamente con liberazione di calore; cominciano a liberarsi anche le sostanze volatili e la volatilizzazione è completa quando la temperatura raggiunge 450°....
read moreCambiamenti climatici e rischio idrogeologico: il caso studio della Campania
[Di aa.vv.* su Cmcc.it] I potenziali impatti dei cambiamenti climatici sui pericoli idro-geologici, come frane e alluvioni. I risultati della collaborazione tra l’Autorità di Bacino della Campania Centrale e la Divisione REHMI della Fondazione CMCC. In Europa, le variazioni in intensità e frequenza delle precipitazioni attese per effetto dei cambiamenti climatici potrebbero tradursi in un sostanziale incremento del rischio e quindi dei costi associati a fenomeni di dissesto idrologico. La legge italiana 49/2010, recependo la Direttiva Europea 2007/60/CE, richiede quindi che il potenziale effetto dei cambiamenti climatici sui fenomeni di dissesto sia esplicitamente tenuto in considerazione nelle fasi di pianificazione individuate e nei futuri aggiornamenti. Il bacino della Campania centrale, un’area di circa 2200 kmq che si estende tra le province di Napoli, Avellino, Benevento, Caserta, Salerno, è caratterizzato da elevata urbanizzazione e alta vulnerabilità idro-geologica, sismica e vulcanica. Data la sua notevole importanza per le valenze paesaggistico-ambientali e storico-culturali, appare fondamentale individuare tempestivamente le principali vulnerabilità del territorio e mettere a punto i necessari piani d’intervento. È con questo obiettivo che nasce la collaborazione fra l’Autorità di Bacino della Campania Centrale e la Divisione REMHI della Fondazione CMCC. Fra gli obiettivi di questa collaborazione, la valutazione degli impatti dei cambiamenti climatici nell’area della Campania centrale, con particolare riguardo alle portate idrologiche, alla definizione del bilancio idrico e delle portate di magra. I risultati sono riportati nella “Relazione Idrologica” del Piano Stralcio di Assetto Idrogeologico, e nello studio pubblicato sulla rivista Ingegneria dell’ambiente (Vol.3 n.1/2016), dal titolo “Stima dell’effetto dei cambiamenti climatici sui fenomeni di dissesto geo-idrologici: il caso studio della Campania centrale” (fra gli autori, anche i ricercatori della Fondazione CMCC Guido Rianna, Francesco Guarino e Paola Mercogliano). Con l’obiettivo di inserire nel Piano Stralcio anche gli eventuali effetti dei cambiamenti climatici, lo studio ha cercato in via preliminare di raggiungere i seguenti obiettivi: presentare in modo chiaro la catena di simulazione climatica utilizzata per la stima delle variazioni di precipitazione e temperatura; confrontare le mappe di anomalia di precipitazione così ottenute con le mappe di pericolosità realizzate nell’ambito del Piano, cercando d’individuare quelle aree in cui l’attuale valutazione di pericolosità realizzata in condizioni “stazionarie”, senza tener conto dell’effetto dei cambiamenti climatici, potrebbe rivelarsi inadeguata. Il risultato integrale, in termini generali, è una tendenza sull’area ad una “estremizzazione” dei comportamenti stagionali con una parte dell’anno caratterizzata da alte temperature e scarsissime precipitazioni (con conseguente maggiore probabilità di occorrenza di fenomeni siccitosi e ondate di calore) e altra parte caratterizzata da incrementi di temperatura inferiori e stazionarietà o incrementi delle precipitazioni. Le variazioni di pericolosità geo-idrologica potenzialmente indotte dai cambiamenti climatici sono soprattutto influenzate dai cambiamenti attesi nei valori estremi di precipitazione intensa. La catena di simulazione La catena modellistica impiegata, sviluppata dalla Divisione REMHI (REgional Models and geo-Hydrological Impacts) della Fondazione CMCC utilizza il modello climatico globale (GCM) CMCC-CM, il modello climatico regionale COSMO-CLM con risoluzione orizzontale di circa 8 km, nella configurazione ottimizzata per l’Italia da Bucchignani et al. (2015). Le analisi coprono l’intervallo temporale dal 1971 al 2100: per il primo periodo 1971-2005, i modelli climatici si basano su osservazioni delle emissioni, mentre per il restante sono utilizzati gli scenari IPCC RCP4.5 e RCP8.5. Gli scenari RCP (Representative Concentration Pathways) selezionati dall’IPCC descrivono l’andamento di emissioni e concentrazioni di gas serra, aerosol, gas chimicamente attivi e...
read moreEnergia rinnovabile: 8,1 milioni di occupati nel mondo. Altri 1,3 milioni nel grande idroelettrico
[Di redazione su Greenreport.it] Irena: «Il lavoro nelle energie rinnovabili continua a crescere», ma non nell’Ue. Secondo il nuovo rapporto “Renewable Energy and Jobs – Annual Review 2016”, pubblicato dall’International renewable energy agency (Irena) e presentato all’11esimo Council meeting dell’organizzazione, terminato ieri (25 maggio 2016, ndr) ad Abu Dhabi, «Più di 8,1 milioni di persone in tutto il mondo sono ora impiegate nell’industria delle energie rinnovabili: un aumento del 5% rispetto allo scorso anno». Il rapporto fornisce anche una stima prudenziale del numero di posti di lavoro nelle grandi centrali idroelettriche: altri 1,3 milioni di posti di lavoro diretti in tutto il mondo. Il direttore di Irena, Adnan Z. Amin, ha sottolineato che «la continua crescita di posti di lavoro nel settore delle energie rinnovabili è significativa perché è in contrasto con le tendenze di tutto il settore energetico. Questo aumento è guidato dal calo dei costi delle tecnologie dell’energia rinnovabile e da quadri politici favorevoli. Ci aspettiamo che questo trend continui dato che il business case per le energie rinnovabili si rafforza e che i Paesi si stanno muovendo per raggiungere i loro obiettivi climatici concordati a Parigi». Nel 2015 il numero totale di posti di lavoro nell’energia rinnovabile è aumentato in tutto il mondo, mentre sono calati i posti di lavoro nell’insieme dell’industria energetica. Come negli anni precedenti, è la politica energetica uno dei fattori chiave per aumentare i posti di lavoro. Il rapporto evidenzia che le gare energetiche nazionali e statali in India e Brasile, i crediti d’imposta negli Usa e le politiche favorevoli in Asia hanno contribuito a un aumento dell’occupazione. I paesi con il maggior numero di posti di lavoro nell’energia rinnovabile nel 2015 comprendono Cina, Brasile, Stati Uniti, India, Giappone e Germania. Il solare fotovoltaico (PV) resta il più grande datore di lavoro mondiale delle energie rinnovabili, con 2,8 milioni di posti di lavoro (dai 2,5 delle ultime stime), l’11,5 in più, con posti di lavoro nel settore manifatturiero, nell’installazione e nell’operatività e manutenzione. L’occupazione è cresciuta in Giappone e negli Stati Uniti, stabilizzato in Cina, e diminuito nell’Unione europea. Al secondo posto si piazzano i biocarburanti liquidi, con 1,7 milioni di posti di lavoro, seguiti dall’energia eolica, che è cresciuta del 5% per raggiungere 1,1 milioni di posti di lavoro a livello mondiale, grazie soprattutto ai forti tassi di installazione di pale eoliche in Cina, Usa e Germania. I posti di lavoro sono invece diminuiti nei biocarburanti liquidi, nel solare termico e negli impianti idroelettrici grandi e piccoli, a causa di vari fattori tra cui l’aumento della meccanizzazione, il rallentamento dei mercati immobiliari, l’abolizione dei sussidi e il calo dei nuovi impianti. Con più di un terzo della nuova energia rinnovabile installata a livello globale nel 2015, la Cina ha portato l’occupazione nelle rinnovabili a 3,5 milioni di posti di lavoro, molti più dei 2,6 milioni impiegati nel gas e nel petrolio. Nell’Unione europea, Regno Unito, Germania e Danimarca sono stati i leader mondiali in materia di occupazione eolica offshore. Ma, nel complesso, i posti di lavoro nell’Ue sono diminuiti per il quarto anno di fila a causa della debole crescita economica. I posti di lavoro nelle rinnovabili sono calati del 3%, a 1,17 milioni, nel 2014, l’ultimo anno per cui sono disponibili i dati. La Germania resta il Paese Ue con...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.