Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
[By Caroline Zickgraf, Sara Vigil, Florence de Longueville, Pierre Ozer and François Gemenne on Knomad.org] From the Sahel to the coast, West Africa is experiencing a variety of environmental change impacts, whether resulting from slowonset changes or sudden shocks. They are significantly influencing migration patterns in and out of West Africa. In this region where natural resources form the foundation of livelihoods and food security (fishing and agriculture), the relationship between environmental changes and socioeconomic vulnerabilities is of particular concern. Environmental degradation affects populations’ vulnerability and resilience capacity in complex ways. The presence of multiple environmental trends and shocks varies geographically. While desertification and droughts are of prime importance for some, floods, coastal erosion, and sea level rise are the main hazards for others. Even within local populations affected by the same climatic threats, their vulnerability and likelihood to migrate are affected by their socioeconomic status, their dependence on natural resources, and their demographic characteristics. Given the differentiated vulnerabilities and capacities for resilience, policy must be adapted and implemented according to particular populations and needs. Policy makers must also consider vulnerability as it is perceived by those affected. Therefore,environmental mobility cannot be treated as a strictly rational behaviour based on actual vulnerability. Local populations must be educated about current and expected changes to their natural environments to facilitate better-informed mobility decisions. Migration can also offer a significant tool with which local populations can increase their resilience to socio-environmental changes. Building infrastructure and establishing protection mechanisms for migrants and displaced persons is a necessary step in mitigating future risk. Regional authorities must work together to build the resilience of sending communities to climatic shocks, but they must also facilitate migration as an adaptation strategy by recognizing the development potential of remittances. These policy interventions may help decrease the potential for the creation of “trapped” populations, be they trapped in areas of origin, in transit, or in destination areas. To read the article, click here. Posted on Knomad.org on April 2016...
read moreOltre la bomba. L’industria nucleare Usa non ha imparato la lezione di Fukushima
[Di redazione su Greenreport.it] Oggi Obama al memoriale di Hiroshima, è il primo presidente Usa: «Raggiungere un mondo senza più l’atomica». Per la prima volta nella storia, oggi un presidente Usa in carica – Barack Obama – ha reso omaggio alle vittime di Hiroshima, dove il 6 agosto 1945 un unico ordigno fece 140mila morti e lasciò una tragica eredità che ancora oggi continua. Già nel suo celebre discorso di Praga, pronunciato poco dopo essersi insediato alla Casa bianca, Obama manifestò pubblicamente il suo impegno per un mondo senza più armi nucleari, e ha ribadito oggi la necessità di lavorare per «raggiungere un mondo senza più l’atomica». «La mia visita a Hiroshima – ha dichiarato il presidente alla base militare di Iwakuni prima di recarsi con il premier giapponese Shinzo Abe al Parco della pace e al cenotafio in memoria delle vittime – è la prova che anche le fratture più dolorose possono essere ricomposte». Un messaggio rafforzato nelle ore successive, quelle più dense di significato: «Dobbiamo fare il possibile per distruggere gli armamenti o bloccare i fanatici dall’impadronirsi di questi armamenti – ha dichiarato Obama – Ciò che è accaduto, l’immagine di un fungo nucleare, ci ricorda le contraddizioni umane. Nel giro di pochi anni sono morte 60 milioni di persone». La strada però rimane ancora molto, troppo lunga. A partire dalla sicurezza di quel nucleare “civile” che ha provocato la sua ultima, grande strage con Fukushima; una strage dalla quale anche gli Usa dimostrano di aver imparato troppo poco. «L’incidente nucleare del 2011 di Fukushima Daiichi dovrebbe essere un campanello d’allarme per i gestori degli impianti nucleari e le autorità di regolamentazione sull’importanza critica della misurazione, gestione e ripristino del raffreddamento nelle piscine del combustibile esaurito durante gli incidenti gravi e gli attacchi terroristici». È quanto afferma un recente rapporto della National academies of sciences, engineering, and medicine degli Stati uniti. Lo studio è stato sponsorizzato dalla Nuclear regulatory commission Usa (Usnrc). Le National academies of sciences, engineering, and medicine sono istituzioni private senza scopo di lucro che forniscono un’analisi oggettiva indipendente e consigli per risolvere problemi complessi e informare le decisioni della politica pubblica legati alla scienza, alla tecnologia e alla medicina. Le Academies vantano tra l’altro una solida tradizione: operano nell’ambito del Congressional charter to the National academy of sciences firmato nel 1863 dal presidente Abraham Lincoln. Si tratta del secondo e ultimo rapporto di uno studio dal Congresso statunitense su quali lezioni possono essere apprese dalla tragedia nucleare di Fukushima Daiichi. Il primo rapporto Phase 1 di questo studio è stato pubblicato nel luglio 2014. Il nuovo rapporto “Lessons Learned from the Fukushima Nuclear Accident for Improving Safety and Security of U.S. Nuclear Plants: Phase 2 (2016)” presenta risultati e fornisce raccomandazioni per migliorare la sicurezza delle centrali nucleari Usa e per lo stoccaggio del combustibile esaurito, così come rivede le conclusioni di precedenti studi sulla sicurezza dello stoccaggio del combustibile nucleare esaurito. Il Committee on lessons learned from the Fukushima nuclear accident for improving safety and security of U.S. nuclear plants che ha effettuato lo studio Phase 2 ha scoperto che gli impianti di stoccaggio del combustibile – come anche le piscine utilizzato per immagazzinare il combustibile esaurito sotto l’acqua e le cask utilizzate per il carburante a secco – presso l’impianto nucleare...
read moreVenezuela: default in vista per il debito sovrano
[Di Michele Dellera su Ispionline.it] Il 26 febbraio scorso il governo di Nicolas Maduro ha ripagato una prima parte del debito del Paese in scadenza nell’anno corrente – 2.3 miliardi di dollari. Restano tuttavia circa 8 miliardi di dollari di debito in scadenza fra Agosto e Novembre 2016, divisi fra il governo e la compagnia petrolifera nazionale PdVSA (Petróleos de Venezuela S.A.). Il Ministro delle Finanze, Rodolfo Medina, ha voluto rassicurare i creditori dichiarando che il rispetto delle scadenze è prova non solo di affidabilità ma anche della solidità finanziaria del Paese. I mercati internazionali del debito, però, sembrano mandare segnali nella direzione opposta. A fine gennaio gli investitori hanno iniziato a vendere in massa i titoli a lunga scadenza, portando il prezzo a 37 centesimi – segnale che le probabilità di un default sono molto alte. Il deficit fiscale è stimato intorno al 20% del Pil, e le riserve internazionali a disposizione della banca centrale stanno esaurendosi rapidamente: si pensa siano inferiori ai 14 miliardi di dollari. Con poca liquidità a disposizione e altri pagamenti in arrivo entro fine anno, il governo Maduro sembra avere la situazione sempre meno sotto controllo. Le difficoltà finanziarie in cui si trova il Venezuela sono, in parte, dovute al crollo del prezzo del petrolio. Il settore degli idrocarburi garantisce più del 95% delle esportazioni del Venezuela, e le entrate del Tesoro ne dipendono per circa il 60%. Rispetto al 2014, le entrate da esportazioni di greggio sono quasi dimezzate – da 72 miliardi di dollari nel 2014 a 36 miliardi nel 2015. Supponendo che il prezzo del greggio non si innalzi in modo significativo nei prossimi mesi, entro fine 2016 gli introiti da esportazioni subiranno un declino ulteriore stimato fra gli 8 e i 10 miliardi circa. Il prezzo del petrolio ha certamente contribuito a peggiorare la crisi in cui si trova il Paese. Ma non tutti i Paesi esportatori di greggio si trovano così in difficoltà. Attraverso i propri fondi sovrani, altri esportatori hanno costruito, negli anni del commodity boom, buffer finanziari più o meno solidi. Non il Venezuela, il cui fondo di stabilizzazione (Fondo de Inversión para la Estabilización Macroeconómica, o Fiem) è stato trasformato dall’allora presidente Hugo Chàvez in uno strumento per finanziare sussidi e programmi di sviluppo tanto ambiziosi quanto improduttivi. Finanziate tanto con le risorse accumulate nel Fiem quanto con i profitti di PdVSA, e destinate al sostegno di famiglie, cooperative e piccole imprese in aree svantaggiate, le misiones hanno contribuito a ridurre la diseguaglianza – il coefficiente Gini è diminuito da 0.5 nel 1998, l’anno prima che Chàvez salisse al potere, a 0.45 nel 2013. Questo, però, a scapito di produttività, dinamismo economico e di una maggiore diversificazione dell’economia. La crescita del Pil è rallentata notevolmente, ed era già in territorio negativo prima della recessione odierna. Gli alti livelli di spesa pubblica del governo Venezuelano hanno lasciato il segno sulle finanze pubbliche del Paese. Negli ultimi cinque anni sia il deficit che il debito pubblico sono aumentati notevolmente. Senza crescita economica, con delle finanze pubbliche in dissesto e riserve internazionali in esaurimento, non è sorprendente che l’attuale governo Maduro si trovi in grave difficoltà, sia con il proprio elettorato che con i creditori internazionali. Delle misure introdotte dal governo per fronteggiare la crisi, alcune, come l’imposizione...
read moreDopo Doha: quanto resisteranno ancora gli stati petroliferi?
[Di Matteo Villa su Ispionline.it] Si è detto praticamente tutto sulle conseguenze del fallimento del vertice di Doha, l’ennesimo incontro tra paesi esportatori di petrolio, dimostratosi incapace di far convergere il consenso verso una risposta coordinata alla crisi dei prezzi. Il vertice si è tenuto in un contesto che ci è ormai noto, e che nel recente Rapporto ISPI abbiamo deciso di chiamare “età dell’abbondanza”. Da ormai quasi due anni, infatti, i mercati mondiali hanno preso consapevolezza dell’eccesso di offerta di petrolio, causato in larga misura dalla rivoluzione shale negli Stati Uniti, e i prezzi del greggio sono crollati dai circa 115 dollari al barile a giugno 2014 ai 30 del gennaio di quest’anno. Ma età dell’abbondanza significa per molti età delle ristrettezze. Tutti quei paesi che si finanziano grazie alla vendita all’estero di petrolio e gas naturale, i cosiddetti rentier state, si trovano oggi a fare i conti con uno scenario di prezzi bassi che ci riporta indietro a un periodo neanche troppo lontano, ma che quasi tutti credevamo di esserci lasciati alle spalle: sono i diciotto anni tra il 1986 e il 2003, quelli in cui i prezzi reali del barile (attualizzati al 2015) non avevano mai superato i 45 dollari. Se davvero un simile ciclo di prezzi bassi si fosse riaperto, la sostenibilità delle finanze pubbliche dei paesi rentier tornerebbe in discussione. A meno di due anni dall’inizio della crisi, infatti, allo scopo di riequilibrare bilanci in rosso questi paesi hanno bruciato l’impressionante cifra di 315 miliardi di dollari in riserve in valuta estera – praticamente un quinto del totale. In questo contesto, l’obiettivo di Doha sarebbe stato quello di congelare la produzione di greggio dei partecipanti. Scopo ultimo: sostenere i prezzi. E, per questa via, dare una boccata d’ossigeno ai bilanci nazionali. Un primo indicatore delle tensioni che continuano a impedire ai paesi esportatori di raggiungere un accordo è proprio il fatto che a Doha si parlasse solo di un congelamento dei livelli di produzione (peraltro a livelli che per molti paesi sono tra i più alti di sempre), non di una loro riduzione. L’incapacità dei partecipanti di raggiungere un consenso persino attorno a una proposta tanto modesta riporta alla luce quelle che sono almeno tre grandi divisioni tra gli stati rentier oggi. La prima separa nettamente chi ha deciso di prendere parte al vertice e chi non ha neppure preso in considerazione l’idea di partecipare. Di quest’ultimo gruppo fanno parte Iran e Libia, paesi che hanno come obiettivo di breve periodo quello di aumentare la propria produzione di greggio, costi quel che costi. Teheran punta a tornare ai livelli pre-sanzioni e, se possibile, a superarli, anche perché Rouhani vuole dimostrare al paese che l’accordo sul nucleare può dare benefici immediati a un’economia in subbuglio. La Libia, da par suo, non ha alcun interesse a impegnarsi a limitare la propria produzione, che al momento fluttua tra un terzo e un ottavo rispetto ai livelli del 2010 – a causa dell’instabilità e non per scelta razionale. E, in ogni caso, come avrebbe potuto rendere credibili le proprie promesse un paese in cui tre diversi governi si contendono controllo e legittimità? C’è poi una seconda evidente linea di divisione che attraversa le delegazioni che erano presenti a Doha: quella tra chi aveva davvero interesse a congelare la...
read moreL’età dell’abbondanza. Come cambia la sicurezza energetica
[Di Massimo Nicolazzi e Nicolò Rossetto* su Ispionline.it] Il mondo dell’energia è in rapida e profonda trasformazione. I cambiamenti spaziano dai progressi tecnologici nell’estrazione dei combustibili fossili all’ascesa e successiva frenata di economie emergenti affamate di energia, dai sempre maggiori impegni politici in campo ambientale alla crescente efficienza energetica di pressoché tutte le economie del mondo. Questi cambiamenti hanno condotto a una nuova “età dell’abbondanza” di risorse energetiche fossili, che ne ha drasticamente ridotto il prezzo dalla seconda metà del 2014 in avanti. Questo Rapporto si propone di fare il punto sulle molteplici implicazioni dell’età dell’abbondanza, sia sul piano geopolitico sia economico. La sicurezza energetica è una questione di dipendenza o di interdipendenza? Il crollo dei prezzi può durare ancora a lungo? E chi ne beneficia? Quali le ripercussioni sulla stabilità di alcuni paesi e di intere regioni già altamente instabili, come il Medio Oriente? Come si sta attrezzando l’Europa alla rapida penetrazione delle fonti rinnovabili nei sistemi energetici? Per scaricare il Rapporto, clicca qui. *Massimo Nicolazzi, presidente di Centrex Italia, è responsabile dell’Osservatorio Energia dell’ISPI e docente di Economia delle fonti energetiche presso l’Università di Torino. *Nicolò Rossetto, dottorando di ricerca in Economia, diritto e istituzioni presso l’Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia, è ricercatore associato dell’ISPI presso l’Osservatorio Energia Pubblicato su Ispionline.it il 23 marzo...
read moreProfondo Nero. Il viaggio del carbone dalla Colombia all’Italia
[Da “Profondo Nero” su Recommon.org] Questa storia comincia da casa tua e dalla presa di corrente dietro al comodino accanto al tuo letto. Viaggia dall’Italia alla Colombia, da spiagge paradisiache a paradisi fiscali, dal Mar dei Caraibi alla costa tirrenica, dalla Sierra Nevada alle Alpi svizzere. Parla di gente che conta e gente che non esiste, di indigeni che non riescono più a sognare, di cowboys con il vizio del potere, di pescatori che non pescano più, di gruppi criminali più o meno organizzati, di gente che non si arrende e di gente che si è già arresa, di lavoratori e di sindacalisti, di militari e di banditi. È una storia di villaggi fantasma, di morti ammazzati, di navi che attraversano l’Oceano, di corruzione, di grattacieli e baraccopoli, di pick up bianchi con i vetri scuri e carretti trainati da muli, di impunità, di processi veri e processi farsa, di sfruttamento e resistenza, di profitti e cosmovisione indigena. È una storia di arroganza e violenza, di connivenza e paura, di minacce e riciclaggio, di desolazione e sorrisi, di cose che non si possono raccontare, di Stato e mercato che non si distinguono più, di pioggia nera e bicchieri d’acqua marrone, di carri armati lungo le strade e benzina di contrabbando, di sicurezza che rende insicuri. Questa è la storia del viaggio del carbone dalla Colombia all’Europa, fino al Mar Mediterraneo. Una storia di treni e di navi, di porti e di miniere e degli interessi insospettabili che si muovono intorno ad essi. E poi è anche la storia di un altro viaggio, il nostro, per cercare di capire, di ricostruire i nessi dove apparentemente non ce ne sono, di trovare risposte a domande che non si possono fare. Bogotá, 15 ottobre 2015 Capitolo 1 – Con gli occhi del Cesar A mi me mata la tristeza “Io sono vittima di El Samario. Ci conoscevamo con il Samario, eravamo dello stesso Paese. Un giorno mi chiamò al telefono per chiedermi perdono. Mio fratello l’aveva ammazzato lui, su ordine di Jorge 40. Faceva il panettiere, mio fratello, altro che guerriglia. L’avevano visto camminare insieme al ‘medico russo’, un suo amico che chiamavano così perché era stato in Russia a studiare. Secondo loro se era stato in Russia era per addestrarsi e arruolarsi nella guerriglia e quindi andava fatto fuori. E così fecero. Hanno sparato a lui e a mio fratello che passeggiava con lui. Era il 17 aprile del 2003”. “Me lo hanno ammazzato nel cuore della notte. Era il padre delle mie figlie. Avete idea di che vuol dire crescere due figlie femmine in un posto come questo? Vuol dire che tra banditi e uomini d’affari i clienti non mancherebbero mai. La mia unica gioia è che le mie figlie non l’hanno mai fatto. Anche se, più di una volta, ho avuto io la tentazione di spingerle a farlo”. “Viveva dietro casa mia. Anche se diceva che era un’infermiera, in realtà era un’odontotecnica. La obbligarono ad andare in un accampamento per curare un guerrigliero ferito. Quando tornò, quegli altri l’ammazzarono. Basta una cosa del genere per diventare un bersaglio.” “Ogni volta che trovano una fossa comune ci chiamano per l’identificazione. Sono quasi sempre corpi fatti a pezzi, ma fino adesso non si è mai trovata coincidenza con il DNA...
read moreLa maledizione dell’estrattivismo
[Di Raúl Zibechi su Ecologiapolitica.org] Se aveste qualche dubbio che l’attuale sistema basato sull’estrattivismo sia una guerra contro i poveri (una “quarta guerra mondiale”, come l’ha definita il subcomandante Marcos), la lettura del lavoro di Re:Common vi condurrà nell’orrore vissuto dal basso, da chi vive nelle zone in cui imperversa lo sfruttamento delle multinazionali. Se, mossi dalla fiducia nei grandi media e negli studi ufficiali, aveste mai pensato che il colonialismo è stato cancellato dalla faccia della terra, questo lavoro, ben documentato e ricco di testimonianze, vi persuaderà del contrario. Se credete che il progresso sia la caratteristica più saliente della nostra epoca, cominciata nel secondo dopoguerra, le voci afflitte che popolano queste pagine vi convinceranno che il capitalismo attuale non è che una versione appena ritoccata della Conquista spagnola di cinquecento anni fa. Nel corso di questo lavoro si riconoscono tutte le variabili costituenti dell’estrattivismo: dall’occupazione del territorio allo sfollamento della popolazione, fino al ruolo delle banche offshore e del sistema finanziario, elementi inseparabili e complementari dell’accumulazione per spoliazione/esproprio. Nei territori occupati, lo sfollamento assume le dimensioni di una guerra in cui partecipano militari, paramilitari, guerriglieri e gli attori armati più diversi che si possano immaginare. Le vittime sono sempre i più deboli: le donne indigenti e i loro figli, gli anziani e le anziane, i contadini, gli indios, i neri, i meticci. I “condannati della terra”, come li definisce Frantz Fanon. È interessante sottolineare, per quanto appaia fuori tempo e senza citare eminenti fonti accademiche, la sintonia del modello estrattivista con l’esperienza coloniale; non solo per l’occupazione violenta dei territori e lo sfollamento della popolazione, ma anche nell’osservazione delle caratteristiche più specifiche del modello. Nella sfera economica, l’estrattivismo ha prodotto economie di enclave simili a quelle indotte nelle colonie, in cui i porti fortificati e le piantagioni degli schiavisti rappresentano il capolavoro del ladrocinio. I popoli sono tanto ostaggio di questo modello coloniale/estrattivista nel Duemila quanto lo erano nel Millecinquecento. In ambito politico, esso genera una robusta ingerenza da parte delle multinazionali, che spesso si alleano con gli Stati ottenendo la modifica di quadri normativi e la connivenza di comuni e autorità locali, che si palesa nell’asimmetria fra il potere delle società private e la debolezza delle istituzioni, talvolta indotta dalle stesse élite locali che traggono vantaggio dal modello. Proprio come il colonialismo, il modello estrattivista promuove la militarizzazione dei territori, unico strumento in grado di sradicare la popolazione che, per citare il subcomandante Marcos, rappresenta il vero nemico di questa quarta guerra mondiale. La militarizzazione, la violenza, lo stupro sistematico di donne e bambine non sono eccessi né errori, ma elementi integranti di un sistema in cui l’obiettivo militare è la popolazione stessa. Per arrivare a comprendere l’estrattivismo non dobbiamo inquadrarlo come modello economico, quanto piuttosto come sistema. Come per il capitalismo. Ovviamente esiste un’economia capitalista, ma il capitalismo non si riduce all’aspetto economico. L’estrattivismo, come espone bene Re:Common, è il capitalismo della finanziarizzazione e non può essere inteso esclusivamente come una variabile economica. Esso implica un modello culturale fondato sulla promozione del consumo anziché sul lavoro e si erige sulla precipua funzione della corruzione sistematica. Per dirla in parole povere, la corruzione è la modalità “estrattiva” del governare. Ecco, dunque, che l’estrattivismo trascende il suo ruolo economico per rivelarsi attore politico, sociale, culturale, e certamente...
read moreCarbone insanguinato: la rotta segreta dell’altro oro nero
[Di Paolo Biondani su Espresso.repubblica.it] Dalle miniere colombiane alle centrali italiane: un’inchiesta ricostruisce il viaggio del combustibile. Tra squadroni della morte, massacri, villaggi inquinati, appalti miliardari, paradisi fiscali e società anonime. Sangue, soldi, veleni e misteri. C’è una scia nera che parte dal Sudamerica, attraversa l’Atlantico, entra nei porti europei e arriva in Italia. È la via del carbone, che porta nelle nostre centrali il più inquinante dei combustibili fossili. Una rotta che passa dall’inferno al paradiso: fiscale, naturalmente. Dietro agli enormi consumi di energia dei Paesi industrializzati, dietro ai nostri gesti quotidiani come accendere la luce, c’è una storia piena di enigmi e di contraddizioni. La povertà estrema delle popolazioni delle miniere. La grande ricchezza delle multinazionali. E i tesori anonimi delle società offshore. Dove e come viene estratto il carbone bruciato in Italia? Chi si arricchisce con questo “oro nero”, che fa concorrenza al petrolio e all’energia pulita? A rispondere con fatti, documenti e testimonianze videoregistrate è un rapporto dell’organizzazione internazionale Re:Common, che “l’Espresso” pubblica in esclusiva per l’Italia. I ricercatori di questa ong, specializzata in inchieste economiche globali, hanno ricostruito l’intera rotta del carbone, dalle miniere ai treni merci, dai porti fino alle centrali di Civitavecchia e Brindisi, viaggiando per mesi, in incognito, tra l’Europa e la Colombia, che è uno dei maggiori esportatori mondiali. Una nazione che sta cercando di uscire da una guerra civile durata mezzo secolo tra guerriglieri di sinistra, esercito e paramilitari di destra, che ha provocato oltre 200 mila vittime civili. Dalla Colombia arriva circa il 20 per cento del carbone importato in Italia. Dalle miniere in Colombia alle centrali di Brindisi e Civitavecchia: un’inchiesta internazionale svela le rotte misteriose del combustibile più contestato. Tra squadroni della morte, società offshore, paradisi fiscali, multinazionali miliardarie e popolazioni poverissime. Le miniere colombiane, in origine pubbliche, dagli anni Novanta sono controllate da una mezza dozzina di multinazionali, tra cui spiccano l’americana Drummond e la svizzera Glencore. La prima, fondata in Alabama, sfrutta le più ricche miniere a cielo aperto del Cesàr, una regione devastata dai gruppi armati. Nei villaggi visitati dai ricercatori le famiglie vivono in baracche di lamiera, bevono acqua scura e accusano le multinazionali di averle sfollate per un pugno di dollari. Solo in quest’area i paramilitari hanno ucciso oltre 3.300 civili, sterminando i sindacalisti dei minatori. La Drummond ha sempre respinto le accuse di aver utilizzato o finanziato gli squadristi. Altre aziende hanno invece ammesso di aver pagato, dichiarandosi ricattate dai paramilitari: in particolare la Chiquita già nel 2007 ha risarcito 25 milioni di dollari alla Colombia. Ora le confessioni dei killer, raccolte grazie alla legge «giustizia e pace», stanno riaprendo le indagini su molti delitti eccellenti. I ricercatori allegano al rapporto la confessione videoregistrata di “El Tigre”, il capo dei paramilitari nella regione delle miniere. Fisico possente, mascella da duro, il detenuto ammette «circa 2700 omicidi», per cui è già stato condannato. E aggiunge che il suo squadrone della morte sarebbe stato finanziato da un dirigente colombiano della Drummond, dietro lo schermo della ditta che gestiva le mense. Il suo titolare, Blanco Maya, sta già scontando 38 anni di carcere per gli omicidi di due sindacalisti simbolo, Valmore Locarno e Victor Orcasita, assassinati nel 2001 dai paramilitari del “Tigre”. Anche Maya è stato videoregistrato mentre confessa i delitti e accusa...
read moreLe tre agricolture, l’Expo e alcuni dubbi
[Di Mimmo Perrotta su Fondazionemicheletti.it] L’agricoltura è in questi mesi al centro di dibattiti, seminari, pubblicazioni, in parte come conseguenza dell’attenzione suscitata dall’Expo di Milano e dal suo tema “Nutrire il pianeta Energia per la vita”, in parte perché attorno all’agricoltura e al cibo si muovono da tempo alcuni tra i movimenti sociali più innovativi in Italia e nel mondo. Tra i momenti di discussione più interessanti, il convegno organizzato a Brescia (20-22 aprile) dalla Fondazione Micheletti e da Slow Food Italia, “Le tre agricolture: contadina, industriale, ecologica. Nutrire il pianeta e salvare la terra”, che ha peraltro mostrato alcune contraddizioni su cui è importante lavorare per capire come muoversi nella direzione di una maggiore giustizia a livello globale nella produzione, distribuzione e consumo di cibo. Il testo introduttivo del convegno e il Manifesto di Brescia (cfr. “Altronovecento” n. 27) che in preparazione dell’incontro è stato redatto da Alberto Berton, Giorgio Nebbia e Pier Paolo Poggio rappresentano una critica forte all’agricoltura industriale, perché “orientata solo dalla logica del profitto”, “insostenibile per l’ambiente, a causa dello sperpero di risorse non rinnovabili”, per “i pesanti attacchi che porta alla diversità e vitalità degli ecosistemi terrestri e marini”, perché “produce alimenti di bassa qualità”, fomenta “vere e proprie guerre”, “toglie posti di lavoro e moltiplica i lavori precari e semi-schiavili”, “concorre a riprodurre la disuguaglianza”, e per molti altri motivi. Alcuni interventi hanno aggiunto elementi preziosi a questo quadro. Ad esempio, Alfredo Somoza ha spiegato le possibili conseguenze sull’agricoltura europea del Trattato Transatlantico (il TTIP) attualmente in discussione tra Unione Europea e Stati Uniti (una contrattazione che non ha ad oggi alcuna legittimazione democratica e su cui è necessario fare informazione e opposizione). I firmatari del Manifesto di Brescia, di contro, sperano in “un sistema agro-alimentare ecologico, alternativo rispetto a quello industriale e finanziario, dove agricoltori, trasformatori, distributori, consumatori non agiscono in competizione gli uni contro gli altri per interessi esclusivamente economico-monetari, ma in cooperazione per finalità fondamentalmente economico-ecologiche”; aspirano a una economia agricola che assicuri “un reddito dignitoso, un lavoro soddisfacente, la sperimentazione di nuove forme di convivenza sociale e un rapporto consapevole con l’ambiente di vita”. Il modello proposto è quello di una “agricoltura ecologica” che raccolga e superi “l’eredità sia dell’agricoltura contadina sia di quella industriale”. Obiettivi così ambiziosi fanno sorgere immediatamente una domanda: affinché il Manifesto non resti soltanto un testo tra i tanti, chi sono gli interlocutori, i soggetti di questo progetto di cambiamento rivoluzionario nel sistema agricolo e non solo? Quali in Italia, quali nel mondo? E come procedere verso un’agricoltura contadina ed ecologica? Il convegno bresciano è stato organizzato, come detto, anche da Slow Food Italia, alcuni dei cui esponenti hanno sottoscritto il Manifesto. Ragionare su Slow Food come uno dei possibili soggetti di questo cambiamento è interessante perché mostra alcune delle contraddizioni cui accennavo prima. Da poche settimane è uscito il libro La danza delle mozzarelle. Slow Food, Eataly, Coop e la loro narrazione, di Wolf Bukowski (ed. Alegre, 2015). Prendo in considerazione qui due delle critiche mosse da Bukowski a Slow Food (e non solo) e che mi hanno fatto venire qualche dubbio (sebbene vada riconosciuto a Slow Food un ruolo importante nel cambiamento degli immaginari sul cibo negli ultimi anni). La prima riguarda le sue frequentazioni: tra i partner e i finanziatori...
read moreTerni, diossina e furani oltre i limiti: spento l’Inceneritore Terni Biomassa
[Di redazione su Umbriadomani.it] Si ferma l’inceneritore Terni Biomassa di via Ratini. La chiusura dell’impianto che brucia pulper di cartiera arriva a seguito delle indagini, durate più di due mesi, dei Carabinieri del Noe. «Su nostra richiesta l’Asl – dice il sindaco Di Girolamo – ci ha comunicato che le concentrazioni di diossina e furani potevano comportare un rischio per la salute e mi è sembrato giusto che anche io prendessi questa decisione a tutela dei cittadini». Dichiara questo a “Il Messaggero”. Alcuni giorni fa la Regione aveva spedito una diffida a Terni Biomassa in cui elencava quindici prescrizioni a cui l’azienda doveva adempiere dopo i controlli dei carabinieri del Noe. «Quello – commenta ancora il sindaco riferendosi alla diffida della Regione – era un atto inerente il non rispetto della normativa ambientale, il mio invece ha un altro tipo di incipit». L’ordinanza è stata firmata dal sindaco dopo che l’Asl si è espressa in merito alla tutela della salute pubblica. «Abbiamo chiesto all’Asl se questo tipo di sforamenti poteva causare problemi per la salute dei cittadini e l’Asl ci ha risposto di sì». «Adesso – spiega ancora il sindaco – per il discorso di sorveglianza sarà compito di Arpa e Regione fare i controlli». Dopo che verranno fornite le comunicazioni in merito all’osservanza delle prescrizioni della Regione e una relazione che poi dovranno mandare ad Arpa entro 15 giorni sul quadro delle cose che stanno facendo e hanno fatto, l’inceneritore potrà riaprire. Ecco la nota del sindaco e dell’assessore all’ambiente apparsa sul sito del Comune di Terni: “La comunicazione da parte dell’Asl, avvenuta su nostra istanza – afferma il Sindaco Di Girolamo – relativa alla potenziale nocività degli sforamenti ha portato all’assunzione di questa decisione attraverso un’ordinanza come azione preventiva di tutela dei cittadini. Al momento si registra solo un superamento della diossina – prosegue il primo cittadino – sarà compito dei soggetti titolati a norma di legge ad effettuare controlli, Regione ed Arpa di approfondire la situazione ed adottare le misure necessarie ed eventuali. Controlli che, già nei giorni scorsi, i tecnici dell’Arpa insieme ai carabinieri del Noe di Perugia hanno effettuato sull’attività svolta dalla Terni Biomassa di Maratta a seguito dei quali la Regione ha emanato una diffida all’azienda, per probabili violazioni alla normativa ambientale. “La sospensione immediata dell’attività dell’inceneritore fino al ripristino delle condizioni autorizzative è un atto di responsabilità nei confronti dei cittadini – afferma l’assessore all’Ambiente Emilio Giacchetti – che denota l’immediatezza e la rapidità da parte dell’Amministrazione di assumere, senza esitazione alcuna, disposizioni ferme e necessarie in tutti i casi che si presentano rischiosi per la salute e l’ambiente. Nello spirito del rispetto del principio di precauzione, già adottato in precedenti ordinanze, nello specifico per le zone di Maratta e Prisciano, secondo cui, nel caso in cui dati scientifici non consentono una valutazione completa del rischio, il ricorso al principio, consente l’adozione di politiche cautelative. Quindi, in relazione a quanto accertato dai Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente – Nucleo Operativo Ecologico di Perugia e ARPA Umbria, l’attività di gestione dell’impianto di recupero condotto dalla Soc. Terni Biomassa S.r.l., non risultava conforme alle condizioni e prescrizioni dell’atto autorizzativo 9127-09/TR e successivi aggiornamenti e quindi la Regione ha diffidato la Società che, deve adempiere al rispetto di una serie di prescrizioni tecniche, gestionali e...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.