CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Sicilia prima per inquinamento acque sotterranee Il 22 per cento delle falde è risultato contaminato

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Sicilia prima per inquinamento acque sotterranee Il 22 per cento delle falde è risultato contaminato

[Di Andrea Turco su Meridionews.it] Il rapporto nazionale dell’Ispra rivela un non invidiabile primato per l’Isola. Inoltre il monitoraggio non avviene in maniera omogenea su tutto il territorio regionale, solo in provincia di Ragusa, dove spicca in negativo Vittoria, è capillare. Dati oltre i limiti anche nella piana di Catania, a Mazara, sui Peloritani e sui Nebrodi. Ci sono primati che sarebbe meglio non detenere. Come quello della Sicilia relativo alla contaminazione delle acque sotterranee. Nell’isola il 22,3 per cento delle falde acquifere monitorate è risultato sopra i limiti e dunque con la più elevata frequenza di casi di non conformità. Colpa di un settore agricolo che utilizza ancora in maniera diffusa le sostanze chimiche nei campi, anche se indubbiamente meno rispetto al passato (lo dimostra la vendita dei fitosanitari, scesi dal 2001 del 13 per cento). Lo si è appreso nei giorni scorsi dopo la pubblicazione da parte dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale del Rapporto nazionale pesticidi per l’anno 2016, che contiene i dati relativi al 2013 e al 2014. Il documento è stato predisposto dall’Ispra sulla base delle informazioni trasmesse da Regioni e Province, che attraverso le Agenzie regionali e provinciali per la protezione dell’ambiente effettuano le indagini sul territorio e le analisi di laboratorio. I dati sono preoccupanti. A livello nazionale il monitoraggio dimostra una diffusione ampia della contaminazione. Pesticidi sono presenti nel 63,9 per cento dei punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 31,7 per cento di quelle sotterranee, più che nel passato. Fiumi, laghi e torrenti sono cioè fortemente inquinati dai fitosanitari (prodotti usati per la protezione e la conservazione delle piante) e dai biocidi (disinfettanti, preservanti, ecc). Altrettanto a rischio le acque del sottosuolo. Così è facile immaginare, come sottolinea la stessa Ispra, che i pesticidi contaminino gli alimenti che poi mangiamo. Numeri allarmanti, dicevamo. E in ogni caso incompleti. Perché se è pur vero che nel 2014, in particolare, le indagini hanno riguardato 3.747 punti di campionamento e 14.718 campioni con ben 365 sostanze ritrovate (nel 2012 erano 335), è altrettanto innegabile che «il monitoraggio dei pesticidi nelle acque è reso complesso dal grande numero di sostanze utilizzate e dall’estensione delle aree interessate. In Italia – scrive ancora l’Ispra – solo in agricoltura si utilizzano circa 130mila tonnellate all’anno di prodotti fitosanitari, che contengono circa 400 sostanze diverse. Per i biocidi non si hanno informazioni analoghe sulle quantità e manca un’adeguata conoscenza degli scenari d’uso e della distribuzione geografica delle sorgenti». Da aggiungere poi la disomogeneità dei controlli regionali. Tanto che la contaminazione da pesticidi risulta più diffusa nella pianura padano-veneta solo perché in quelle zone sono più frequenti i controlli. Per dire: addirittura Molise e Calabria non hanno inviato neanche un dato. La contaminazione è pertanto sottostimata in primo luogo per il fatto che in vaste aree del centro-sud il monitoraggio non è ancora adeguato. Per capire come possa avvenire ciò ci si può rifare all’esempio siciliano. «Il monitoraggio della Regione – si legge nel rapporto – riguarda essenzialmente la provincia di Ragusa, dove esiste una rete capillare e le analisi coprono uno spettro di sostanze molto ampio». Dal 2011 Arpa Sicilia effettua l’osservazione di pozzi e sorgenti attraverso le proprie strutture territoriali per valutare lo stato chimico dei corpi idrici sotterranei individuati nel Piano di...

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Posted by on 1:56 pm in News | Commenti disabilitati su

[By Eniko Horvath on Business-humanrights.org] Now is the time to secure a fast and fair transition to a low-carbon economy by ensuring renewable energy does not compromise the lives and rights of local communities. Earlier this year Berta Cáceres, a prominent indigenous community leader opposing a hydropower project (Agua Zarca) in Honduras, was killed in her home, eliciting an international outcry from government leaders and civil society alike. Investors, including the Dutch development bank FMO, initially emphasised the value of the Agua Zarca dam project in reducing Honduras’ reliance on fossil fuels by providing “a clean, low cost and stable source of energy”. After weeks of public pressure around security concerns and claims of inadequate consultations, investors including FMO suspended their involvement in the dam project. This week marks the first review conference of the Paris climate agreement. Last December, governments committed to act to mitigate the impacts of climate change – many of the world’s largest companies joined the chorus with commitments to go 100 per cent renewable. According to Bloomberg New Energy Finance and the UN Environment Programme, investment in renewable energy reached a record high of $285.9 billion in 2015 and is growing. Berta Cáceres’s death serves as a warning to ensure that our well-intentioned drive for renewable energy does not come at the cost of lives and livelihoods of communities affected by new energy projects. Wind and hydropower projects from Mexico to Kenya have been linked to alleged abuses related to land rights, impacts on livelihoods, and indigenous peoples rights, among other concerns. Whilst the Paris climate agreement underlines the need to safeguard human rights as we combat climate change, many renewable energy projects are promoted as climate solutions with little attention paid to human rights. Last month, Business & Human Rights Resource Centre contacted 35 companies in the wind and hydropower sectors to ask them about their approach to human rights. The responses show that most companies have the basics in place: overall, two thirds have human rights policy commitments. However, only half of the companies referred to international standards in their human rights policies. Similarly, two thirds of companies have some commitment to consulting with local communities affected by their projects. However, only three (Engie, Lake Turkana Wind Power and Vestas) commit to the internationally recognised standard to ensure indigenous peoples’ rights are fully respected in their consultation process: free, prior and informed consent. The wind power sector’s gaps in transparency around commitments to community consultations are particularly apparent. Half of the wind power companies we contacted do not disclose information on their community engagement policies and practices. Moreover, despite being among the leading players in the wind power market globally, neither of the Chinese wind power companies we contacted disclose any information about their community engagement. Even when commitments are in place, the extent to which they are implemented remains contested. Lake Turkana Wind Power Project, in charge of developing what is expected to be the largest wind power facility in Africa, states that it follows lender guidelines that require the company to undertake free, prior & informed consent if it adversely affects indigenous peoples. However, the company’s feasibility study did not recognise the pastoralist communities affected by the project as indigenous, thus exempting it from observing this standard. Although the company...

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Anthropocene call for stories: iscrivi la tua storia entro 15 giugno e partecipa al festival

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Anthropocene call for stories: iscrivi la tua storia entro 15 giugno e partecipa al festival

Come racconteresti l’Antropocene ovvero l’era del cambiamento climatico di origine antropica? Dal 27 al 29 ottobre a Stoccolma si terrà un festival per raccontare in maniera critica il dogma dell’attuale modello di sviluppo che in pochi decenni ha stravolto gli equilibri naturali a livello globale. Fino al 15 giugno, studenti, ricercatori, scrittori, filmmakers e activists possono inviare KTH – Environmental Humanities Lab di Stoccolma la propria proposta di guerrilla narrativa utilizzando qualsiasi linguaggio, dal video alla fotografia, dalla scrittura al disegno. Pubblichiamo di seguito la call e le modalità di partecipazione. The KTH Environmental Humanities Laboratory, in collaboration with the Rachel Carson Center and the Nelson Institute Center for Culture, History, and Environment  at the University of Wisconsin, Madison, is currently seeking submissions for the Stories of the Anthropocene Festival (SAF), which will take place on the 27, 28 and 29 of October 2016 in Stockholm, Sweden. We invite scholars, artists, writers, filmmakers, and activists to propose a single story that can represent or encapsulate the Anthropocene. We welcome stories from all possible angles and scales, rejecting any pre-constituted hierarchy between fiction and non-fiction, local and global, scientific and vernacular, academic and pop. Deeply rooted in the storytelling tradition of the humanities, SAF seeks to reclaim the power of narratives to shape and understand the world beyond the dualities of possible/impossible, material/immaterial, real/imaginary. The Anthropocene has developed a dual career, firstly as a geological term and secondly as a cultural term. It is open whether geologists will find the precise stratum where the Anthropocene began, and if the geological community will agree on the Anthropocene as a new epoch in Earth history. In many fields of the humanities and social sciences and also in the public, however, the Anthropocene is already an established concept that is only gaining momentum in newspapers, museums, and other public arenas. As environmental humanities scholars, we believe that the Anthropocene is composed of layers of stories as well as CO2 emissions or atomic fallout. The Anthropocene is essentially a narrative about the interventions of humans on a planetary scale; it is a story written into the rocks and into the atmosphere. The Anthropocene has the ambition to overcome the dichotomized narratives of human societies versus nature, proposing a narrative embodied in the Earth. In November 2014, a group of scholars and artists convened at the University of Wisconsin, Madison, for the Anthropocene slam: A Cabinet of Curiosities. In a playful and creative way, presenters introduced objects that they felt embodied the Anthropocene. The Slam was then translated firstly into an exhibition, the Anthropocene Cabinet of Curiosities, on display at the Deutsches Museum in Munich, and secondly into an edited volume. SAF builds on and aims to recreate the experience of the Slam. SAF challenges participants to exit their comfort zone and embrace an imaginative and inventive mode with the ambition to engage with a wide audience. At SAF, participants will have 30 minutes to narrate or tell their story to the public in any format, including (but not limited to) video, dance, song, or theater. The audience will select their favorite stories, and these will be curated into an online platform, the Anthropocene Library. Please see below for submission guidelines. To Apply: Abstracts should include the source of the story, the format of the...

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Ambiente, 18 siti ad alto rischio contaminazione in Calabria

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Ambiente, 18 siti ad alto rischio contaminazione in Calabria

[Di redazione su Quotidianodelsud.it] Tinte fosche in termini ambientali quelle tracciate dallo Studio epidemiologico dei siti contaminati della Calabria, a cura di Pietro Comba e Massimiliano Pitimada del Dipartimento di Ambiente e connessa prevenzione primaria dell’Istituto superiore e di sanità, aggiornato al 16 maggio scorso. Nello studio si evidenzia come in Calabria «è ubicato uno dei Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche, 112 siti sottoposti dalla Regione a procedimento di bonifica» nonché «un certo numero di aree non riconosciute ufficialmente come siti contaminati, ma oggetto di diversi tipi di segnalazioni, ad esempio da parte dei media o dell’associazionismo ambientalista, per alcune delle quali indagini epidemiologiche sono in corso o in fase avanzata di progettazione». Il Sito di interesse nazionale (Sin), naturalmente, è quello di Crotone-Cerchiara-Cassano e 18 i siti definiti ad alto rischio dalla Regione Calabria. Nello studio sono evidenziate anche «alcune situazioni non riconosciute ad oggi come siti contaminati, ma oggetto di attenzione, di segnalazioni, in alcuni casi di vere e proprie mobilitazioni e di varie attività incluse, in determinati ambiti, indagini epidemiologiche». Dei 18 siti considerati ad alto rischio dalla Regione Calabria, 7 ricadono nella provincia di Cosenza, due nella provincia di Catanzaro, 8 in quella di Reggio Calabria e solo un sito nella provincia di Vibo Valentia. GUARDA LA MAPPA I sette siti in provincia di Cosenza sono: Cariati, Cassano allo Ionio (incluso anche nel Sin), Firmo, Laino Borgo, Lungro, Scalea e Tortora. Cariati ricade nel Sistema del Marchesato crotonese, mentre gli altri sono nel Sistema del Massiccio del Pollino. I due siti catanzaresi sono Davoli e Lamezia Terme mentre quello in provincia di Vibo è ubicato nel comune di Zambrone. Gli ultimi 8 siti ad alto rischio, ricadono tutti nella provincia di Reggio Calabria e inoltre per i comuni di Bovalino, Cosoleto, Palmi, Scilla e Reggio Calabria, tutti nel nel Massiccio dell’Aspromonte. Inoltre, nello studio vengono evidenziati siti frutto di segnalazioni, «che scaturiscono da denunce fatte sia da associazioni presenti sul territorio (il caso di Rosarno in provincia di Reggio Calabria e Triparni, frazione di Vibo Valentia), sia dai documenti desecretati del Sisde (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica) dove vengono menzionati Paesi in cui sarebbero stati occultati rifiuti tossico-radioattivi, ovvero da documenti derivati da fonti giudiziarie». L’Istituto superiore di sanità, poi, sottolinea il contribuito determinante dato «alla creazione della Rete epidemiologica e di salute di popolazione della Regione Calabria a supporto della governance, e con il Progetto Sentieri (Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento) ha reso disponibile una metodologia accreditata a livello europeo per la sorveglianza dello stato di salute delle popolazioni che risiedono nei siti contaminati». Nel monitoraggio, infine, vengono riportati gli obiettivi della caratterizzazione dei siti inquinati, l’analisi di rischio degli stessi, l’incidenza dei tumori, gli indici di mortalità e di ospedalizzazione (con dati spesso superiori alla media regionale) e diversi casi di studio, tra cui quelli della provincia di Catanzaro, del Sin di Crotone, delle Serre calabresi e della valle dell’Oliva.     Pubblicato su Quotidianodelsud.it il 21 maggio 2016...

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Aprile, temperatura record. E’ il settimo mese consecutivo: il 2016 sarà l’anno più caldo

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Aprile, temperatura record. E’ il settimo mese consecutivo: il 2016 sarà l’anno più caldo

[Di redazione su Repubblica.it] Secondo i dati dalla Nasa, ha battuto il precedente primato stabilito in questo mese nel 2010 di 0.24 gradi centigradi ed è superiore di 0.87 rispetto alla media del mese. Il termometro del pianeta segna sempre più rosso. Quello che si è chiuso è stato l’aprile più caldo di sempre (dal 1880, ovvero da quando si ha disponibilità di dati) e ormai non ci sono dubbi: il 2016 sarà l’anno più caldo, togliendo il primato all’anno precedente. I dati rilevati dalla Nasa per questo mese – si tratta del settimo consecutivo in cui la temperatura della superficie terrestre ha superato di più di un grado la media – indicano che il 2016 sarà l’anno più caldo di tutti e molto probabilmente con ampio margine. La temperatura globale si è attestata a 1,11 gradi sopra la media. Oltre a gennaio (1,11 gradi), febbraio (1,33) e marzo (1,29) scorsi, è accaduto in ottobre (+1,07 gradi) novembre (+1,01) e dicembre (+1,10) 2015. Per Gavin Schmidt della Nasa, che ha commentato i nuovi dati via Twitter, “con l’aggiornamento di aprile c’è oltre il 99% di possibilità che il 2016 sia un nuovo anno record”. Il record di aprile batte il precedente del 2010 di 0.24 gradi centigradi ed è superiore di 0.87 rispetto alla media di aprile. Se queste temperature sono in parte causate dal fenomeno del Nino – spiega il Guardian – gli scienziati sottolineano che il fattore determinante è il riscaldamento globale dovuto all’effetto serra. “I climatologi lanciano avvertimenti almeno dagli anni Ottanta. Ed è tutto ormai assolutamente scontato dal 2000 in poi. Quindi perché sorprendersi?”, commenta polemico Andy Pitman, direttore dell’Arc Centre of Excellence for Climate System Science dell’Università australiana del New South Wales. Secondo Pitman gli ultimi dati mettono in serio dubbio l’obiettivo fissato dalla Cop21 di Parigi: “L’obiettivo di 1,5 gradi è solo un pio desiderio. Non so neppure se riusciremo a raggiungere 1,5 gradi se anche si bloccassero oggi stesso tutte le emissioni. C’è una forte inerzia nel sistema“. E l’innalzamento delle temperature continua ad avere conseguenze anche in agricoltura. Anche nel nostro paese. “Sui banchi dei mercati in Italia sono già arrivate albicocche, meloni e ciliegie Made in Italy spinti da un caldo record che nel mondo ha fatto segnare le temperature più elevate di sempre per sette mesi consecutivi”, spiega la Coldiretti nel sottolineare che anomalie si sono verificate anche in Italia “dove il mese di aprile si è classificato al terzo posto dei più caldi dal 1800 con una temperatura di ben 2,8 gradi superiore alla media” secondo Isac Cnr. Una tendenza al surriscaldamento confermata in Italia anche nel passato inverno che – sottolinea l’associazione degli imprenditori agricoli – è stato il terzo più caldo dall’inizio delle rilevazioni con una temperatura superiore di addirittura 1,76 gradi rispetto alla media del periodo di riferimento. Un insolito tepore che ha sconvolto le coltivazioni con l’eccezionale arrivo di produzioni fuori stagione. A preoccupare gli agricoltori sono però i temporali violenti ed improvvisi che si sono manifestati anche con grandine che ha colpito a macchia di leopardo le coltivazioni, dalla frutta alla verdura, dal mais all’erba medica. L’agricoltura italiana che negli ultimi dieci anni – conclude la Coldiretti – ha subito danni per 14 miliardi di euro a causa delle bizzarrie del tempo.  ...

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[By editing on Scienze20.com] In a new study, environmental pollutants found in fish were shown to obstruct the human body’s natural defense system to expel harmful toxins. The Scripps Institution of Oceanography at UC San Diego-led research team suggests that this information should be used to better assess the human health risks from eating contaminated seafood. The study was published in the April 15 issue of the journal Science Advances. A protein found in cells of nearly all plants and animals, called P-gp, acts as the cell’s bouncer by expelling foreign chemicals from the body. P-gp is well known for its ability to transport therapeutic drugs out of cancer cells and, in some cases, rendering these cells resistant to multiple drugs at once. To determine how effective P-gp is at ridding cells of industrial and agricultural pollutants found in seafood, collectively known as persistent organic pollutants (POPs), the Scripps research team conducted a biochemical analysis of P-gp proteins from humans and mice against POPs. The scientists focused on POPs most commonly found in human blood and urine, and also detected in the muscle tissues of wild-caught yellowfin tuna. The pollutants included older “legacy” compounds such as the pesticide DDT as well as newer industrial chemicals, such as flame retardants. Working with researchers at UC San Diego’s Skaggs School of Pharmacy and Pharmaceutical Science and School of Medicine, the researchers discovered that all 10 pollutants interfered with the ability of P-gp to protect cells. The study was also the first to show how one of the 10 pollutants, PBDE-100, commonly used as a flame retardant in upholstery foam and plastics, binds to the transporter protein. The POP binds to the protein in a similar way as chemotherapeutics and other drugs, but instead of being transported out of the cell, the bound POP ultimately inhibits the protein’s ability to perform its defense function. “When we eat contaminated fish, we could be reducing the effectiveness of this critical defense system in our bodies,” said Amro Hamdoun, an associate professor in the Marine Biology Research Division at Scripps, and lead author of the study. The researchers point out that newborns and fish larvae are two of the most vulnerable populations. Newborns are particularly vulnerable since they are exposed to high concentrations of POPs in breast milk, and have low amounts of the protective P-gp protein. Fish larvae may be at increased risk since the accumulation of pollutants may slow down the animal’s defense system to combat other marine pollutants, such as oil hydrocarbons encountered at oil spill sites. “We show that these inhibitors are found in the fish we eat,” said Scripps postdoctoral researcher Sascha Nicklisch, an author of the study. The Scripps researchers suggest that environmental chemicals should be tested to determine if they impede the effectiveness of the body’s natural defense system to expel these, and other foreign chemicals. The U.S. Food and Drug Administration currently recommends similar testing on pharmaceuticals. “Its unsettling to find that all of the tested persistent environmental pollutants interfered with the P-gp protein’s ability to protect cells,” said Jacob James, managing director of the Waitt Foundation, who funded the study. “Even more troubling are the results showing that PBDE-100 binds to the P-gp protein, in essence latching onto and poisoning the ‘bouncer’ whose job it is...

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Ecoreati, più facile pagare le (vecchie) multe. Ma per ora c’è poco da festeggiare

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Ecoreati, più facile pagare le (vecchie) multe. Ma per ora c’è poco da festeggiare

[Di Gianfranco Amendola su Ilfattoquotidiano.it] E’ stato pubblicato da poco, a cura di Legambiente (“Ecogiustizia è fatta“), il bilancio dei primi 8 mesi di applicazione (dal 29/5/2015 al 31/1/2016) della nuova legge sugli ecoreati (legge n. 68/2015) in Italia, sulla base dei dati forniti da Corpo forestale dello Stato, Comando Tutela Ambiente dell’Arma dei Carabinieri, Guardia di finanza e Capitanerie di porto. Scrive Legambiente che nei primi 8 mesi di applicazione della legge n. 68 “a fronte di 4.718 controlli effettuati, sono stati contestati 947 reati penali e violazioni amministrative, con 1.185 persone denunciate e il sequestro di 229 beni per un valore complessivo di quasi 24 milioni di euro“. Il grosso, tuttavia (774 contestazioni su 947), non riguarda denunce per i nuovi delitti ma per la nuova procedura di regolarizzazione introdotta dalla legge sugli ecoreati per le “vecchie” contravvenzioni del testo unico ambientale con la quale la polizia giudiziaria può impartire prescrizioni per regolarizzare la situazione; se il contravventore ottempera nei termini, può estinguere il reato pagando un quarto del massimo dell’ammenda. Essa riguarda, quindi, contravvenzioni che già esistevano e continuano ad esistere a prescindere dalla legge sugli ecoreati. Resta da capire, allora, se e quanto il ricorso a questa nuova procedura ha aumentato la tutela dell’ambiente. Di certo, infatti, essa – per legge – dovrebbe riguardare solo le “vecchie” contravvenzioni del D. Lgs. 152/06 “che non hanno cagionato danno o pericolo concreto ed attuale di danno alle risorse ambientali, urbanistiche o paesaggistiche protette”; quindi, quelle di tipo formale (mancanza di autorizzazione) o, comunque, di minima gravità. E diciamo anche che, in ogni caso, anche senza ricorrere alla legge n. 68, esse potevano (e possono) essere estinte se il contravventore si fosse messo in regola attraverso l’oblazione (pagamento di un terzo del massimo dell’ammenda) o attraverso il ricorso alla non punibilità sancita per i reati di particolare tenuità dal D. Lgs. n. 28/2015. Ma, in questi ultimi casi, la procedura può operare solo dopo che la denuncia è stata trasmessa in Procura mentre la nuova procedura, quando si conclude con l’adempimento, ha il vantaggio di risolversi sollecitamente in sede di polizia giudiziaria e senza oberare i tavoli dei magistrati con contravvenzioni di poco conto. Il vero vantaggio della legge sugli ecoreati, quindi, consiste nella maggiore celerità alla regolarizzazione (pur se di violazioni minime) e nello sgravio per le Procure. A questo punto, tuttavia, diventa importante conoscere un dato che non risulta dalla relazione Legambiente: quante di queste contravvenzioni sono state realmente regolarizzate con la nuova procedura? Secondo Legambiente, la maggior parte, ma la stessa associazione riconosce che si tratta di una “analisi empirica” perché “mancano statistiche dettagliate ufficiali“, ed anzi “non mancano i casi in cui le prescrizioni non vengono rispettate“. E non sembra molto incoraggiante l’unico dato riportato che riguarda il Corpo forestale dello Stato il quale, su 201 prescrizioni impartite, comunica solo per 79 l’ottemperanza nei termini. Così come lascia perplessi la circostanza che, con questa procedura, sarebbero stati regolarizzati (con prescrizioni) anche casi di “sversamento di liquami sul suolo e inquinamento di corsi d’acqua” (pag. 14) oppure (pag. 15) di “violazione dei limiti tabellari imposti per le emissioni in atmosfera” o per “deposito incontrollato di rifiuti” o per “aver versato in atmosfera cose atte a imbrattare e molestare (soprattutto polveri)” oppure (pag. 20) per aver...

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Glifosato, Fao e Oms: “Improbabile che causi il cancro, conferma da unico studio”

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Glifosato, Fao e Oms: “Improbabile che causi il cancro, conferma da unico studio”

[Di redazione su Ilfattoquotidiano.it] Secondo Fao e Oms è “improbabile” che il glifosato causi il cancro. L’Organizzazione dell’Onu per l’alimentazione e l’Organizzazione mondiale della sanità lo hanno sostenuto al termine di un meeting di un gruppo di esperti sui residui di pesticidi su cibo e ambiente. “La grande maggioranza delle prove scientifiche – scrivono Fao e Oms – indica che la somministrazione di glifosato e di prodotti derivati a dosi fino a 2000 milligrammi per chilo di peso per via orale, la più rilevante per l’esposizione con la dieta, non è associata ad effetti genotossici nella stragrande maggioranza degli studi condotti su mammiferi”. Il parere contraddice quello degli esperti della International Agency for Research on Cancer con base a Lione e parte dell’Oms, che lo avevano classificato cancerogeno per gli esseri umani. Proprio questa settimana la Commissione europea deve decidere sul rinnovo della licenza per l’uso del glifosato per altri sette anni invece di quindici e di limitarne l’impiego solo ad attività professionali. “Qualche studio – prosegue il documento delle due organizzazioni internazionali – ha evidenziato un’associazione positiva tra l’esposizione al glifosato e il rischio di linfoma non Hodgkin. Tuttavia l’unico studio, condotto con una grande coorte e di grande qualità, non ha trovato evidenza di una associazione per nessun livello di esposizione”. Anche l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (la Efsa) aveva sostenuto che è “improbabile che il glifosato costituisca un pericolo di cancerogenicità per l’uomo e propone nuovi livelli di sicurezza che renderanno più severo il controllo dei residui negli alimenti”. Durante il meeting è stata revisionata anche la pericolosità del diazinone, un insetticida usato anche contro le zanzare Aedes aegipty, le cosiddette zanzare tigre portatrici tra gli altri del virus Zika, e di un altro insetticida, il malatione. In entrambi i casi la conclusione è stata che è “improbabile” che queste sostanze siano cancerogene. Chiede chiarezza “al più presto” la Coldiretti, per far sì che siano tutelati cittadini e agricoltori “disorientati dal rincorrersi di annunci discordanti”. Nel rispetto del principio di precauzione – dice il presidente Roberto Moncalvo – servono valutazioni condivise a livello internazionale con comportamenti univoci in un mercato globale.     Pubblicato su Ilfattoquotidiano.it il 16 maggio...

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Día Anti Chevron, le comunità locali esigono giustizia

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Día Anti Chevron, le comunità locali esigono giustizia

[Di Myriam Bartolucci e Daniela Del Bene* su Ilmanifesto.info] Per il terzo anno consecutivo, viene lanciata nel giorno di oggi (21 maggio 2016, ndr) il #DíaAntiChevron, una giornata di mobilitazione da parte del UDAPT, la Unión de Afectados por Chevron-Texaco. 30mila persone della Regione della Selva ecuadoriana soffrono le conseguenze di decenni di contaminazione tossica dovuta alle operazioni petrolifere di Chevron in Ecuador. Non è mai stato applicato il principio internazionale “chi contamina paga”, e si è constatata ancora una volta l’impunità di cui dispongono le grandi imprese transnazionali. Ma gli effetti dell’industria petrolifera non si limitano al paese andino. Chevron ha causato danni e conseguenti vittime in tutto il mondo; quest’anno la campagna dell’UDAPT acquista connotazione mondiale. È stata pubblicata oggi a livello internazionale una Mappa tematica sui conflitti ambientali provocati dall’impresa petrolifera, un progetto congiunto tra ricercatori e attivisti che includono l’ICTA-UAB (Istituto di Scienza e Tecnologia ambientale- Università Autonoma di Barcellona), A SUD ONLUS, CDCA (Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali di Roma) e UDAPT. La mappa interattiva individua più di 30 comunità vittime d’ingiustizia ambientale nei cinque continenti. Raccoglie prove sui danni provocati durante l’estrazione di petrolio, lo sfruttamento del gas e le attività di fracking. Sottolinea come molte attività avvengono in zone di alta biodiversità, come l’Amazzonia, Montagne Rocciose, Islas de San Andrés in Colombia, nel delta del Niger in Nigeria, hanno un forte impatto sulla salute come dimostra il caso di intossicazione in Kazakistan, e sono spesso soggette a incidenti, come avvenne nel 2011 in Campo de Frade in Brasile, con lo sversamento di almeno 380.000 litri di petrolio in mare (secondo dati ufficiali della compagnia). La prossima settimana gli azionisti di Chevron si riuniranno nella sede dell’impresa a San Ramón, in California. La mappa dimostra che danni e incidenti non sono casi isolati, ma una pratica sistemica di elusione della giustizia da parte dell’impresa. UDAPT denuncia il non compimento di sentenze a favore delle vittime, in particolare lo storico verdetto della Corte Suprema dell’Equador del 2013, che condannò Chevron a pagare più di 9,5 milioni dollari per le riparazioni, bonifica dei terreni, installazione del sistema d’acqua e implemento del sistema di salute nella zona. Chevron ha ricevuto una pronunciamento contrario anche del Tribunale Supremo Canadese, che nel 2015 ha ratificato la sentenza della corte ecuadoriana. Pablo Fajardo, avvocato del UDAPT in rappresentanza delle vittime, ha spiegato che la risoluzione emessa permetterà di riconoscere la sentenza stabilita dalla Corte Nazionale di Giustizia dell’Ecuador, ogni volta che l’impresa cercherà di appellarsi a corti straniere ed eludere la giustizia ecuadoriana. Fajardo ricorda che in Canada Chevron mantiene attivi più di 25 milioni di dollari, che permetterebbero di restaurare una delle zone di maggiore importanza per l’equilibrio dell’ecosistema mondiale. Attivisti e organizzazioni di rilevanza mondiale hanno espresso la loro solidarietà in una lettera pubblica, dove esigono con forza l’applicazione della sentenza ecuadoriana e il rispetto dei diritti umani e ambientali delle località in cui opera. La lettera sarà consegnata agli investitori della multinazionale, nella presentazione che Humberto Piaguaje, Coordinatore dell’UDAPT, realizzerà durante la riunione annuale degli azionisti di Chevron. Il caso ecuadoriano con il gigante del petrolio è un esempio emblematico della rivendicazione da parte delle comunità e delle autorità nazionali di giustizia e sovranità di fronte al potere corporativo e di un’architettura dell’impunità a livello...

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[By Nick Meynen on Ejolt.org] Saturday 21 May is the 3rd international day of action against Chevron. At this occasion, a new map with 30 conflicts between Chevron and different communities all over the world is launched at the Atlas of Environmental Justice (EJAtlas). The reasons for organising this day and making this map are given by the affected communities themselves. “The AntiChevron Day represents for us an opportunity to demonstrate the reality experienced by people who are subjected to the abuses of corporate power, to the weakness of nation states before this same power and to the structure of global impunity.” The communities remind us that Chevron is considered the most opaque corporation in the world, which has been able to create structures for evading justice. Chevron is also recognized as one of the most climate polluting, one of the most irresponsible and one of the most deceitful corporations on this planet. The international Anti-Chevron day will be celebrated with a range of events in many different countries. Daniela Del Bene, project manager for the Atlas of Environmental Justice at UAB said: “Chevron systematically applies the ‘Polluter does not Pay Principle’. Communities faced with the consequences have worked together with lawyers and NGOs to make this map of Chevron conflicts. Apart from demanding reparation and justice, the communities also want to highlight why the global economy needs to break free from fossil fuels.” As we already wrote last week, the struggles of the communities directly affected by the fossil fuel industry and the struggles of the break free from fossil fuel activists may differ in nature but what is more important is that they are natural allies of each other. When these struggles come together and scale up, Big Oil could be in Big Trouble. More info The Chevron conflict map has a space for comments, where anyone can make suggestions for improving the map further. Learn about the organisers of the anti-Chevron day (Spanish only): http://texacotoxico.net/boletin-dia-internacional-antichevron/ Posted by Ejolt.org on May 20th,...

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