Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
Leggi l’articolo
- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
- Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner

- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
Leggi l’articolo
- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
Leggi l’articolo /Ascolta su Scanner
- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
Leggi l’articolo
- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
Guarda la diretta
- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
Leggi l’articolo
- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
Leggi l’articolo
-
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
Leggi l’articolo
- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
Leggi l’articolo
- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
Leggi il comunicato
- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
Leggi l’articolo
- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
Leggi l’articolo
- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
Leggi l’articolo
- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
Leggi l’articolo
- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
Leggi l’articolo

- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
Leggi l’articolo
- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
Leggi l’articolo
- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
Leggi l’articolo
- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
Ascolta l’episodio
- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
Guarda la diretta
- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
Leggi l’articolo
- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
Leggi l’articolo
- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
Leggi l’articolo
- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
Leggi l’articolo
Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Stop glifosato: allarmanti i dati Ispra sulla presenza del diserbante nelle acque superficiali
[Di redazione su Greenreport.it] I dati del Rapporto dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) stano suscitando una diffusa preoccupazione, anche tra i grandi media che fino ad ora si erano occupati scarsamente di pesticidi: la miscela di 224 pesticidi nelle acque italiane superficiali e sotterranee non è certamente una cosa trascurabile. Come sottolinea la Coalizione italiana Stop Glifosato si tratta di «Una contaminazione diffusa e crescente che coinvolge il 63,9% delle acque superficiali e il 31,7% di quelle sotterranee. Gli erbicidi sono le sostanze maggiormente presenti e tra questi, al primo posto il Glifosato e il suo metabolita AMPA presenti rispettivamente nel 39,7% e nel 70,9% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali e nella maggior parte dei casi con percentuali superiori ai limiti di qualità ambientale delle acque previsti dalle norme, anche se i dati per queste due sostanze sono rilevati fino ad oggi solo in Lombardia e Toscana». La portavoce della coalizione Maria Grazia Mammuccini evidenzia che «Sono dati superiori a qualsiasi aspettativa che mostrano come la salute dei cittadini e dell’ambiente sia a forte rischio. È inammissibile un livello di contaminazione di questa portata per una sostanza dichiarata probabile cancerogeno per l’uomo. Tutto ciò rafforza ulteriormente la nostra battaglia contro il rinnovo dell’autorizzazione a livello europeo. Per questo in vista del prossimo appuntamento europeo previsto per il 18 e 19 maggio, la coalizione italiana #StopGlifosato ha stretto una collaborazione con Avaaz e rilancia la petizione contro il rinnovo dell’autorizzazione all’uso del Glifosato in vista della decisione finale in Europa che riguarderà il futuro della salute di tutti». Secondo recenti sondaggi oltre il 75% degli italiani, la percentuale di cittadini più alta in Europa, chiede il bando di questo pericoloso pesticida. La collaborazione tra Avaaz e la Coalizione italiana #StopGlifosato è stata formalizzata con l’invio di una lettera al ministro Martina per chiedere un incontro in rappresentanza delle 38 organizzazioni del settore dell’agricoltura biologica, dell’ambiente, della tutela del territorio, dei consumatori e degli oltre 110.000 italiani che hanno già firmato la petizione di Avaaz per chiedere la messa al bando del Glifosato. Complessivamente sono già oltre 1.400.000 le firme della petizione di Avaaz, cittadini di tutto il mondo uniti per chiedere con determinazione #StopGlifosato in Europa. Nella lettera congiunta Avaaz e la coalizione italiana #StopGlifosato chiedono un incontro per consegnare le firme raccolte e per chiedere al governo italiano, con gli altri Paesi Europei che si sono dichiarati contrari, di continuare a opporsi al rinnovo dell’autorizzazione all’uso del Glifosato in Europa in seguito alla sua recente classificazione come “probabilmente cancerogeno” da parte dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. «Sosteniamo con forza il piano annunciato dal Ministro Martina per la riduzione dell’uso del Glifosato in Italia, con l’obiettivo della sua completa eliminazione entro il 2020. e la cancellazione dei sussidi nell’ambito dei Piani di sviluppo rurale 2014 – 2020 per le aziende che utilizzano ancora questo diserbante, sotto accusa per la sua potenziale pericolosità per la salute dell’uomo e dell’ambiente» si legge nella lettera e Stop Glifosato e Avaaz sono convinte che «Proprio grazie a questa visione, l’Italia può avere un ruolo fondamentale nel dibattito europeo sul futuro dell’agricoltura. Ma è necessario che, assieme alla Francia e gli altri paesi contrari, anche l’Italia si opponga a un rinnovo dell’autorizzazione del Glifosato, anche se...
read moreCarlo Calenda ministro dello Sviluppo, il pupillo di Montezemolo che tifa per il Ttip
[Di Fiorina Capozzi su Ilfattoquotidiano.it] Il nuovo titolare di via Veneto ha affiancato l’attuale presidente di Alitalia fin dal 1998, quando entrò in Ferrari, per poi fargli da assistente quando guidava Confindustria. Da pochi mesi a Bruxelles come rappresentante dell’Italia – con tanto di proteste ufficiali dei diplomatici – vanta amicizie da pariolino doc: dal costruttore Francesco Gaetano Caltagirone a Lapo Elkann. “Volevo uno che avesse già guidato la macchina”, ha spiegato il premier Matteo Renzi annunciando in diretta tv la nomina di Carlo Calenda ai vertici del ministero dello Sviluppo economico dopo l’addio di Federica Guidi. Di certo il neoministro, che ha giurato nelle mani di Sergio Mattarella martedì pomeriggio, è uno che di auto se ne intende visto che ha fatto buona parte della sua carriera affiancando l’ex presidente Ferrari, Luca Montezemolo. In più vanta l’esperienza internazionale maturata a Bruxelles, dove si è mostrato strenuo sostenitore del Ttip, e un passato da viceministro della stessa Guidi. A completare il quadro c’è poi anche il fatto che, a Roma, Calenda fa parte dei giri che contano: pariolino doc, ha amicizie importanti come Fabio Corsico, plenipotenziario del costruttore-editore Francesco Gaetano Caltagirone, ma anche con il rampollo Lapo Elkann. Segno, insomma, che si muove bene sia negli ambienti del potere che in quelli di una vecchia e ancora ben solida aristocrazia italiana in chiave atlantista. Romano, classe 1973, Calenda entra a far parte della squadra del Cavallino rampante nel 1998 dopo la laurea in giurisprudenza e un po’ di esperienza nel comparto bancario. Per la casa di Maranello si occupa delle relazioni con i clienti e più in generale delle relazioni esterne. Sin da subito con Montezemolo c’è intesa. I due non solo condividono la passione per le quattro ruote, ma anche quella per il cinema: se il presidente dell’Alitalia ha frequentato per anni il mondo dello spettacolo anche per via della lunga liaison con l’attrice Edwige Fenech, il neoministro è figlio d’arte. Sua madre, la regista Cristina Comencini, lo ha iniziato da giovanissimo all’arte cinematografica: a soli dieci anni, Carlo è già sul piccolo schermo per interpretare lo scolaro Enrico Bottini, protagonista dello sceneggiato televisivo Cuore diretto dal nonno Luigi Comencini. L’esperienza cinematografica resta però una parentesi di gioventù per fare spazio allo studente che, in casa, cresce a cultura, diplomazia e mercato: il padre è l’economista Fabio Calenda, che lavora in uffici studi bancari e che per anni è collaboratore del supplemento finanziario della Repubblica dei De Benedetti. Ma soprattutto, come ricorda Lettera43, Fabio è figlio di Carlo Calenda, nobile partenopeo che è capomissione a Tripoli durante l’insediamento del regime di Muammar Gheddafi e che, a fine carriera, diventa consigliere diplomatico del presidente, Sandro Pertini. Per nascita, insomma, Calenda ha tutte le carte in regola per una brillante carriera. Ma è indubbiamente l’intesa con Montezemolo che segna la strada da percorrere. Quando, nel 2004, il presidente dell’Alitalia è ai vertici di Confidustria, vuole Calenda come suo assistente personale. Leggenda vuole che la scelta sia dovuta alla sua precisione maniacale, molto apprezzata da Montezemolo che lo promuove successivamente a direttore dell’area strategica e affari internazionali di viale dell’Astronomia. Il grande salto arriva però nel 2008 quando l’ex presidente della Ferrari lo vuole consigliere di Nuovo Trasporto Viaggiatori, l’avventura nei treni veloci di Montezemolo, Diego Della Valle, Giuseppe Sciarrone e...
read moreIl nucleare francese travolto dai debiti. «La probabilità di un incidente non è mai stata così elevata»
[Di redazione su Greenreport.it] Realacci: «Lo stop al nucleare ha salvato Enel. Il futuro: innovazione risparmio energetico e rinnovabili». Secondo i no-nuke francesi di Réseau “Sortir du nucléaire“ e l’Autorité de sûreté nucléaire, a 30 anni dal disastro nucleare di Chernobyl, «Un grosso incidente nucleare è possibile in Francia e la sua probabilità non è mai stata così elevata», anche perché EDF sta crollando sotto il peso dei suoi debiti atomici. Per evitare questo scenario da incubo il governo francese è corso in aiuto della compagnia elettrica – della quale detiene l’85% – con un finanziamento che copre i tre quarti della ricapitalizzazione da 4 miliardi del gigante nucleare. Liberation dice che questo «permetterà all’impresa di evitare il peggio e di assicurare le fini del mese per due o tre mesi a venire. Ma dopo? Questo piano di emergenza non risponde evidentemente a tutti gli interrogativi sullo stato di salute reale dell’impresa EDF». E infatti EDF è crollata in Borsa a Parigi, perdendo l’11,1%, nella prima seduta dopo l’annuncio dell’aumento di capitale e il mercato ha quindi bocciato la politica del governo francese per salvare quella che ormai sembra un’industria decotta, pericolosa e costosissima da dismettere. Il gruppo guidato da Jean-Bernard Levy, che in Italia controlla Edison, è in grandi difficoltà dopo la decisione di rilevare, per circa 2,5 miliardi, le attività di progettazione e costruzione dell’altro colosso del nucleare statale Areva, anche lui nei guai per investimenti sbagliati nelle miniere di uranio. Réseau “Sortir du nucléaire“ evidenzia: «Benché i due terzi dei reattori francesi abbiano superato i 30 anni di funzionamento e che numerose attrezzature diano dei segni di affaticamento, EDF, con l’appoggio del governo, vuole prolungare la loro durata di sfruttamento fino a 60 anni. Mentre è esploso il ricorso ai sub-appalti, la compagnia non è più nemmeno in grado di assicurare una manutenzione corretta dei suoi impianti, come ha dimostrato recentemente la caduta di un generatore di vapore di 465 tonnellate nella centrale nucleare di Paluel. Quasi in fallimento, EDF pretende pertanto di continuare la sua fuga in avanti!» Liberation ricorda che «Appena un anno fa, EDF era ancora presentata come un’impresa tra le più solide. Sufficiente in ogni caso per essere chiamata a svolgere il ruolo di “pompiere del nucleare francese”». Nel 2015 aveva già perdite per 5 miliardi di euro e sta soffrendo per il calo del prezzo dell’energia dovuto al crollo di quello del petrolio. Ora EDF «É un gruppo tra i più indebitati», come ha ammesso lo stesso Jean-Bernard Lévy. Il problema è che il gruppo nucleare di Stato dovrebbe investire più di 100 miliardi di euro per le sue centrali nucleari, 50 miliardi dei quali destinati al “grand carénage”, i lavori indispensabili per prolungare la vita delle vecchie centrali nucleari francesi entrate in servizio negli anni ’80 e che arriveranno a fine vita tra il 2019 e il 2025. EDF deve anche trovare 23 miliardi di euro per smantella re i reattori nucleari ancora più vecchi, un ammontare stratosferico che però la Corte dei Conti francese ha giudicato insufficiente, stimando che il solo prolungamento della vita delle centrali costerà fino a 100 miliardi di euro, mentre la Commissione europea dice che per lo smantellamento potrebbero volerci 74 miliardi di euro, compreso lo smaltimento delle scorie radioattive. Mentre i debiti soffocano il...
read moreUna firma per il clima e il multilateralismo
[Di Giuseppe Onufrio su Ilmanifesto.info] Onu. Bene l’accordo, ma per uscire dall’era dei «fossili» serve una grande cooperazione internazionale. Che in così tanti Paesi abbiano firmato alla prima occasione utile l’accordo di Parigi sul clima è un segno importante. Avviene mentre i segnali dei cambiamenti climatici continuano a essere allarmanti, con un altro record nelle temperature globali registrato appena a febbraio e nuovi dati sullo scioglimento dei ghiacci dalla Groenlandia all’Antartide. Il recente sbiancamento del 97% osservato nella Grande Barriera Corallina in Australia è un altro fenomeno che non ha precedenti e che è legato al riscaldamento dell’oceano. Dopo la Conferenza di Parigi, per fortuna, segnali di cambiamento positivo nelle politiche energetiche fanno sperare che davvero un’inversione di rotta sia in atto. Il 90% della nuova potenza elettrica installata nel mondo nel 2015 è stata da rinnovabile secondo l’International Energy Agency e, per il secondo anno consecutivo, le emissioni di CO2 non sono cresciute grazie alla flessione registrata in Cina. Per uscire dall’era delle fonti fossili serve una grande cooperazione internazionale. La speranza è dunque che questa firma sia anche l’avvio di una nuova stagione del multilateralismo, di collaborazione economica e tecnologica per forzare i tempi di una rivoluzione energetica indispensabile. Per la quale, ulteriori esplorazioni petrolifere o di risorse fossili rappresentano una contraddizione inaccettabile: per contenere i cambiamenti climatici com’è noto, la gran parte delle riserve che conosciamo deve rimanere dov’è, e cioè sottoterra. In questi ultimi mesi alcuni segnali importanti sono andati nella direzione giusta: la decisione del governo cinese di chiudere nei prossimi tre anni un migliaio di miniere di carbone per una capacità produttiva di 500 milioni di tonnellate l’anno è stato un segno della serietà della linea di quel Paese che, più di recente, ha sospeso anche la costruzione di ogni nuova centrale a carbone. L’amministrazione Obama ha lanciato una moratoria sulle miniere di carbone di proprietà pubblica negli Usa che ha rafforzato il segnale globale dato dalle due potenze a tutto il mondo. La scorsa settimana il premier indonesiano Joko Widodo ha annunciato la moratoria sull’espansione delle coltivazioni di olio di palma e dell’apertura di nuove miniere. La produzione di olio di palma è infatti collegata troppo spesso con la deforestazione delle foreste torbiere per la quale, oltre alla distruzione di biodiversità, si brucia la torba su cui cresce, con grandi emissioni di CO2. Di recente, un rapporto dell’istituto Ecofys ha presentato una nuova analisi del bilancio delle emissioni dell’olio di palma che risultano disastrose: l’«ecodiesel» con il 15% di olio di palma – pubblicizzato in queste settimane da Eni – sulla base di queste nuove stime appare un aggravamento più che una misura di mitigazione favorevole al clima. Il presidente del consiglio italiano, dopo il fallimento del referendum sulle trivelle, ha lanciato messaggi di pacificazione proprio sui temi energetici e ambientali. Come Greenpeace abbiamo risposto con una lettera aperta: se si vuole cambiare passo sul tema delle rinnovabili (sarebbe ora) per dare consistenza agli obiettivi dichiarati che sono ambiziosi – 50% di rinnovabili nella produzione elettrica entro la legislatura – è il momento di aprire un confronto concreto con i diversi portatori di interesse. I 13 milioni e trecentomila sì non avranno raggiunto il quorum ma hanno lanciato un messaggio – al di là della limitatezza del quesito referendario – su che...
read morePer rispettare l’accordo sul clima l’Italia dovrà raddoppiare le rinnovabili
[Di Antonio Cianciullo su Repubblica.it] In uno studio della Fondazione per lo sviluppo sostenibile gli obiettivi necessari a bloccare la crescita della temperatura tra 1,5 e 2 gradi di aumento. Ma nel 2015 in Italia le emissioni serra sono salite e l’energia pulita è diminuita: un trend da invertire. L’accordo sul clima è stato siglato a Parigi nel dicembre 2015 e firmato a New York venerdì scorso. Più di 170 Paesi si sono impegnati a mantenere la crescita della temperatura ben al di sotto dei 2 gradi, facendo ogni sforzo per non superare la soglia di 1,5 gradi. E ora? Che significa passare dalle parole ai fatti? Lo scenario delle azioni virtuose necessario a raggiungere l’obiettivo è stato tracciato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile nella ricerca “La svolta dopo l’accordo di Parigi. Italy Climate Report 2016”, presentata oggi, nel corso del Meeting di primavera. Per l’Italia (ipotizzando l’obiettivo intermedio, una crescita della temperatura di 1,75 gradi) significa dimezzare le emissioni serra al 2050 rispetto ai valori del 1990 (oggi sono a -20%), portare le fonti rinnovabili al 35% dei consumi energetici (oggi sono al 17,3%) e al 66% dei consumi elettrici (oggi sono al 38%), aumentare del 40% l’efficienza. E’ un obiettivo raggiungibile? Quello che è successo negli ultimi anni non induce all’ottimismo. Il 2015 è stato denso di segnali negativi. Le emissioni serra – complici una leggera ripresa del Pil, il basso prezzo del petrolio e il rallentamento delle politiche innovative – sono tornate a crescere del 2,5% (2% secondo i dati Ispra). La produzione di elettricità da fonti rinnovabili è scesa dal 43 al 38% ed è la prima volta che ha il segno meno dal 2007. Il complesso della produzione energetica da rinnovabili aumenta appena dello 0,2% annuo da tre anni. COP21 Tutte le tappe Dunque, se si seguisse questo trend, l’Italia non solo sarebbe condannata a fallire l’obiettivo fissato dall’accordo di Parigi, ma non riuscirebbe a raggiungere i target europei (27% di elettricità da rinnovabili al 2030) e neppure quelli della Strategia energetica nazionale (19-20% di rinnovabili al 2020). Insomma, l’obiettivo mondiale si alza e le performance italiane scendono. Lo stop dell’Italia (dopo i risultati straordinari ottenuti nel periodo 2005 – 2012) arriva proprio mentre il quadro complessivo spinge a un cauto ottimismo. A livello globale le emissioni mondiali di gas serra nel 2014 e nel 2015 sono state infatti sostanzialmente stabili, nonostante l’aumento del Pil di circa il 3% l’anno. E gli investimenti sulle fonti rinnovabili nel 2015 hanno segnato un record arrivando a 286 miliardi di dollari contro i 130 miliardi dei finanziamenti ai combustibili fossili. Ora con l’accordo di Parigi gli impegni dovranno diventare più consistenti. Una recente ricerca pubblicata sulla rivista Nature calcola che un terzo delle riserve di petrolio, metà delle riserve di gas e l’80% delle riserve di carbone dovrebbero restare sottoterra per evitare che l’aumento di temperatura superi i 2 gradi. Per fermarci a 1,5 gradi – aggiunge l’Italy Climate Report 2016 – dovremmo consumare solo un terzo delle riserve di petrolio, un quarto di quelle di gas e un decimo di quelle di carbone. In modo da tagliare le emissioni serra dell’85% al 2050 e azzerarle al 2070. Dunque, l’obiettivo si alza e le performance del nostro paese si abbassano. “L’attuazione dell’accordo di Parigi obbliga a...
read more[By Arthur Neslen on Theguardian.com] US oil company wanted EU-US trade deal to give foreign investors the legal right to challenge government decision, documents show. Chevron lobbied the EU to give foreign investors the legal right to challenge government decisions in a major US-EU trade deal because it would act as a deterrent against laws such as fracking bans, the Guardian can reveal. Environmentalists have long-warned that the Transatlantic Trade and Investment Partnership’s (TTIP) investor state dispute settlement (ISDS) commercial courts risk a regulatory chill, with governments backing away from measures limiting fossil fuel extraction for fear of lawsuits. But this is the first time that a major oil firm has corroborated their fears. Details of the US oil company’s lobby drive in Brussels two years ago emerged as EU and US negotiators sat down in New York this week to begin a 13th round of talks aimed at securing the TTIP deal. France and Germany have both previously said they want the access to ISDS removed from TTIP. “ISDS has only been used once by Chevron, in its litigation against Ecuador,” say the minutes of a meeting in April 2014 between unnamed Chevron executives and European commission officials, which the Guardian obtained under access to documents laws. “Yet, Chevron argues that the mere existence of ISDS is important as it acts as a deterrent.” Chevron has explored for shale gas in Romania and Poland in recent years, though it has since withdrawn the shale projects in both countries. The company is currently pursuing a $9.5bn suit against Ecuador’s government at an ISDS court in the Hague, for allowing indigenous people to sue the firm – for the same amount of money – over allegedly illegal practices dating back more than 20 years. “Chevron’s case is often used as an example not to have ISDS,” say the minutes, which include commentary by EU officials. “This is a misperception since the case clearly proves the exact opposite. The company is raising awareness on this issue in Brussels and has handed over a more detailed analysis of the case.” The US multinational, which takes in $19bn a year, says that a deal was reached with the Ecuadorean government in 1998 relieving it of any environmental liabilities. But indigenous communities in Ecuador protest that they are still living with the consequences of an environmental disaster caused by the dumping of billions of gallons of toxic sludge into Amazonian streams, lakes and hundreds of unlined pits. “This document [the minutes] shows that the power to use investment arbitration as a shackle on environmental regulations is a key reason why multinationals like Chevron defend them,” said Cecilia Olivet, a researcher at the Transnational Institute and member of the presidential commission auditing Ecuador’s bilateral investment treaties. “Pressure on public budgets means the mere threat of a multi-million dollar international arbitration lawsuit can make governments reluctant to implement social or environmental protection measures that could affect the interests of foreign investors.” A Chevron spokeswoman said: “It should come as no surprise that opponents and proponents are sharing their perspectives on ISDS directly with the European Commission. “The ISDS mechanism provides a well-tested, necessary and non-politicised forum for arbitration. ISDS arbitration is used in the rare instances, as a last resort when governments and investors are unable...
read moreL’Arabia Saudita lascia indietro l’oro nero: «Nel 2020 potremo vivere senza petrolio»
[Di redazione su Greenreport.it] Il Paese si prepara a diversificare gli investimenti con un fondo sovrano da 2mila miliardi di dollari. Il principe Mohammad bin Salman Al Saud, secondo nella linea ereditaria dell’Arabia saudita, ha annunciato riforme economiche radicali volte a ridurre la dipendenza del Paese dai profitti del petrolio. Bin Salman ha detto che «l’obiettivo è quello di uscire dalla dipendenza dal petrolio a diventare un centro di investimento globale entro il 2020». Il principe Mohammed è molto potente: figlio del re, è ministro della Difesa e capo del Consiglio economico dell’Arabia Saudita; è considerato l’ispiratore della guerra contro lo Yemen e anche della guerra economica-petrolifera contro l’Iran e contro il fracking Usa, e non nasconde le sue ambizioni di succedere al trono. Bin Salman, accusato di aver provocato la crisi economica (legata al crollo dei prezzi petroliferi) che sta colpendo la monarchia assoluta saudita, ha sottolineato durante un’intervista ad al-Arabiya: «Credo che entro il 2020, se il petrolio subirà uno stop, potremo sopravvivere. Ne abbiamo bisogno, ma penso che – ha sottolineato – nel 2020 potremo vivere senza petrolio». Sembra l’annuncio di una vera rivoluzione, visto che l’Arabia Saudita è uno dei maggiori esportatori mondiali di petrolio, che fornisce quasi l’80% delle entrate del regno. Ma dopo il calo dei prezzi petroliferi, innescato proprio dalle politiche saudite, l’Arabia Saudita ha varato il piano economico Vision 2030, e ha appena annunciato che collocherà in Borsa il 5% circa dell’azienda petrolifera di Stato Aramco, che complessivamente vale 2mila miliardi di dollari. Questa è solo una parte del cambiamento disegnato per il Paese: grazie anche ai proventi derivanti dall’operazione Aramco, il regno saudita si doterà di un fondo sovrano d’investimento dalla portata di fuoco (a regime) proprio di 2mila miliardi di dollari, più del doppio rispetto al celebre omologo norvegese, oggi il più grande al mondo. Quindi l’Arabia Saudita sta utilizzando gli introiti petroliferi per prepararsi un’uscita dall’era del petrolio e Bin Salman ha spiegato che «i dati iniziali ci dicono che il fondo avrà il controllo su oltre il 10% della capacità di investimento globale. Il regno si è impegnato nelle riforme previste, che andranno avanti, anche se i prezzi del petrolio saliranno di nuovo. La Vision non ha nulla a che fare con i prezzi del greggio. Se il prezzo del petrolio risale sosterrà molto la Vision, ma se non lo fa non abbiamo bisogno di prezzi elevati. Siamo in grado di trattare con i prezzi più bassi possibili», forti della disponibilità di greggio ancora facilmente estraibile di cui gode il Paese. Il principe è convinto che la diversificazione dell’economia saudita avverrà attraverso investimenti nell’industria mineraria, nella produzione militare e con l’introduzione di tasse sui beni di lusso e le bevande zuccherate. Inoltre, il principe ha annunciato che l’Arabia Saudita introdurrà un nuovo sistema di visti che permetterà agli immigrati arabi e musulmani di lavorare per più lunghi periodi nel regno. Nonostante questi concreti slanci verso un’economia post-petrolifera, l’Arabia Saudita è uno dei pochi Paesi a non aver firmato all’Onu il 22 aprile l’Accordo di Parigi sul clima per ridurre le emissioni di gas serra e durante i negoziati dell’Unfccc i sauditi sono stati accusati di sabotare i colloqui per proteggere la loro economia dipendente dal petrolio. Ora sembra che la svolta annunciata nei giorni scorsi sia più...
read moreRiscaldamento globale: sommerse isole nel Pacifico
[Di Roberto Rossi su Greenstyle.it] Le preoccupazioni relative al surriscaldamento globale, conosciuto anche come global warming, si stanno traducendo in fenomeni purtroppo reali. Secondo quanto riportano le agenzie di stampa, infatti, cinque atolli delle Isole Salomone sarebbero scomparsi, sommersi dall’innalzamento delle acque forse dovute allo scioglimento dei ghiacciai. Un danno per l’ecosistema locale, nonché una minaccia per il Pacifico: cosa accadrà in futuro? Le prime conseguenze del riscaldamento globale, dovuto alle attività dell’uomo e all’aumento dell’immissione in atmosfera in CO², sono da anni evidenti nel Pacifico. Non solo con lo sbiancamento della barriera corallina, ma anche con le prime terre sommerse. Lo spiega uno studio australiano, pubblicato su Environmental Research Letters, che riporta come cinque atolli nelle Isole Salomone, di poco meno di un metro dal livello del mare, siano stati di recente inglobati dalle acque. Le isole in questione non sono mai state abitate dagli umani, tuttavia presentavano una ricca e rara vegetazione, di cui si ha notizia da oltre 300 anni. E ora si teme per altre sei isole nelle vicinanze, dalle dimensioni ridotte – da una a cinque ettari – ma dalla flora preziosa. Alcune di queste, con presenza umana, hanno già subito negli ultimi anni i primi segni del processo in corso, con ben 11 abitazioni ricollocate nell’entroterra. L’innalzamento delle acque dovuto allo scioglimento dei ghiacciai potrebbe essere più importante di quanto inizialmente preventivato. Nelle zone sommerse del Pacifico si stimano ulteriori innalzamenti di almeno un metro nei prossimi anni, un fatto che genera seria preoccupazione per gli esperti mondiali. Stefan Rahmstorf, dell’Istituto di ricerca sull’impatto climatico di Postdam, ad esempio sottolinea come la crescita dei mari sarà una delle questioni più evidenti, e più difficili da gestire, relative al global warming. E oltre alle Salomone crescono le paure per le Maldive e, nel corso del prossimo secolo, anche per tutte le grandi città affacciate sulle coste oceaniche. Pubblicato su Greestyle.it l’11 maggio...
read moreVeneto, interferenti endocrini nell’acqua potabile. Decine di migliaia di cittadini contaminati dai Pfas.
[Di Beniamino Bonardi su Ilfattoalimentare.it] In Veneto 250.000 persone hanno utilizzato per anni acqua potabile inquinata da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas), che si sono accumulate nel loro sangue e i cui effetti sulla salute sono ancora da determinare. Di queste 250.000 persone, 60.000 sono interessate da un livello maggiore di contaminazione. Lo afferma l’Istituto Superiore di Sanità, in base ai risultati del biomonitoraggio condotto in collaborazione con la Regione Veneto, che ha coinvolto un campione di 507 persone, da cui è risultato che le concentrazioni della maggior parte dei Pfas nel sangue dei residenti nelle aree interessate dalla contaminazione delle acque sono risultate “significativamente superiori” a quelle dei non esposti. I comuni interessati dall’inquinamento sono una sessantina, nelle province di Vicenza, Verona e Padova. La zona più colpita è quella compresa tra i comuni di Montecchio Maggiore, Lonigo, Brendola, Creazzo, Altavilla, Sovizzo e Sarego, in provincia di Vicenza. Tra i cittadini esposti a questa contaminazione, il livello medio di Pfas nel sangue è di 14 ng/g, mentre tra quelli maggiormente esposti è di 70 ng/g. Le analisi hanno riguardato la presenza, in particolare, di due Pfas, il Pfoa (acido perfluoroottanoico) e il Pfos (perfluorottano sulfonato), mentre gli altri Pfas sono stati considerati in un gruppo unico. Attraverso l’acqua, i Pfas hanno contaminato anche quasi tutta la catena alimentare, dove dovrebbero essere assenti, come hanno indicato le analisi effettuate dai servizi veterinari e di igiene delle aziende sanitarie locali, diffuse lo scorso novembre. I Pfas sono riconosciuti come interferenti endocrini correlati a patologie riguardanti pelle, polmoni e reni. Queste sostanze sono definite “microinquinanti emergenti” perché sono frutto di un’industria chimica recente e per questo motivo non vengono monitorate dalle indagini di laboratorio condotte di routine. Addirittura, non esistono limiti di legge, né a livello europeo né nazionale, alla loro concentrazione nelle acque. Esistono solo dei valori obiettivo, indicati dall’Istituto Superiore di Sanità. Per questo, sinora non è stato possibile perseguire i responsabili di questo inquinamento diffuso. I Pfas sono sostanze chimiche, dotate di elevata persistenza nell’ambiente, utilizzate principalmente per rendere resistenti ai grassi e all’acqua vari materiali come tessuti, tappeti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti. L’azienda chimica indicata come responsabile dell’inquinamento da Pfas è la Miteni di Trissino, in provincia di Vicenza, che è specializzata nella produzione di molecole fluorurate per la farmaceutica, l’agricoltura e l’industria tecnica. La Miteni, però, esclude la propria responsabilità, affermando che la presenza di Pfas “non può essere dovuta alla falda dello stabilimento Miteni. Un’area così vasta va necessariamente riferita al sistema di scarichi consortili a cui sono collegate centinaia di aziende del territorio. Miteni non produce più Pfos e Pfoa dal 2011, e ancora prima i reflui delle lavorazioni erano inviati a sistemi di trattamento esterni. Pfos e Pfoa vengono usati tutt’oggi da oltre duecento industrie del settore conciario e manifatturiero presenti nella zona che li acquistano sul mercato estero, imprese che sono allacciate agli stessi scarichi consortili a cui è allacciata Miteni”. La Miteni, che dal 2009 è di proprietà della multinazionale tedesca Weylchem del gruppo International Chemical Investors (Icig), è l’unica fabbrica che produce Pfas in Italia. Come riporta Il Fatto Quotidiano, la produzione di “intermedi fluorurati” nello stabilimento vicentino ha una storia antica, cominciata nel 1964 quando era ancora il centro ricerche della tessitura Marzotto e si chiamava Rimar (Ricerche Marzotto)....
read moreIo me lo ricordo. Chernobyl 1986-2016
[Di Luca Cardin su Zeroviolenza.it] Me lo ricordo come se fosse successo ieri. 30 anni fa. Avevo 12 anni, facevo colazione con la mia famigilia. La radio accesa. A casa mia la radio era sempre accesa. La notizia da noi arrivò dalla Svezia il giorno dopo, il 27 aprile. GR1 delle 8: “Incidente in una centrale nucleare in Russia, seguiranno aggiornamenti”. Le autorità russe all’inizio avevano tenuto tutto nascosto. Gli aggiornamenti, le notizie che arrivarono i giorni successivi furono sempre più gravi, tragici, a loro modo incredibili. Una corsa contro il tempo, le squadre di vigili del fuoco, operai e soldati (i cosiddetti “liquidatori”) mandati a morire. Sì, mandati a morire perché una mezzora di esposizione era sufficiente a dare una morte certa: lenta e crudele nella maggior parte dei casi, veloce per i più fortunati, in tutti i casi dolorosa, molto dolorosa. Sulle vittime – civili e non – non si sono mai raggiunti numeri univoci, le fonti diverse sono sempre state discordanti. Dai 4.000 morti stimati da una indagine ufficiale Chernobyl Forum ai 6.000.000 di morti stimati da Greenpeace in 70 anni. E poi la nube che arriva in Occidente e nell’Italia del nord, i telegiornali che ci dicono di stare poco all’aperto, di non mangiare frutta e verdura (e io che penso subito ai pomodori e all’insalata dell’orto di mia nonna), di non bere latte, la psicosi collettiva. I ricordi della scuola media: con i miei compagni durante l’ora di Educazione Tecnica il professore che ci porta in giardino con un contatore Geiger a misurare la radioattività e vedere la lancetta che schizza verso l’alto. Il 10 maggio a Roma una grande manifestazione popolare a cui parteciparono più di 200.000 persone. L’onda lunga di Chernobyl in Italia continuò e portò al referendum che l’anno successivo sancì l’abbandono dell’energia nucleare in Italia. Ho sempre pensato che la mia coscienza ambientalista sia nata in quei giorni. C’è sempre stato qualcosa di affascinante e diabolico allo stesso tempo nell’energia nucleare che ha catturato la mia attenzione. La produzione di un’energia infinita, dicevano che era come quella prodotta dentro il Sole. Un ragazzino di 12 anni rimane colpito, fino a farne un tesina per l’esame di terza media “La produzione di energia nucleare nella Centrale Enel di Caorso” e da intraprendere un percorso di esperienza che mi ha portato ad impegnarmi per molti anni con Greenpeace e ancora oggi nelle battaglie ambientaliste, da ultima quella del referendum sulle trivelle. In Italia per fortuna il dibattito non è più sul nucleare, anche se va ricordato che solo un altro dramma di dimensioni incalcolabili come l’incidente di Fukushima nel 2011 ha messo una pietra sopra alla possibilità per l’Italia di produrre energia nucleare. Il dibattito quindi si è spostato sulle politiche energetiche nel loro complesso, sulle fonti rinnovabili e sul riscaldamento del pianeta, grazie soprattutto alla Conferenza sul clima di Parigi e alla campagna del referendum sulle trivelle da cui siamo appena usciti, nonostante Renzi e il PD abbiano osteggiato in ogni modo il coinvolgimento dei cittadini all’interno del dibattito pubblico. Questo è un dato di fatto: in ogni parte del mondo la politica cerca di tenere sotto il suo esclusivo controllo la gestione dell’approvvigionamento energetico, ma è molto probabile che il portato simbolico dell’energia e la minaccia della bomba climatica porteranno...
read more


Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.