CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

L’Ue apre la porta (sul retro) ai pesticidi cancerogeni

Posted by on 10:26 am in Notizie | Commenti disabilitati su L’Ue apre la porta (sul retro) ai pesticidi cancerogeni

L’Ue apre la porta (sul retro) ai pesticidi cancerogeni

[di Francesco Paniè per La Stampa] Le pressioni delle imprese e dei governi hanno spinto Bruxelles a indebolire le sue regole: sarà legale importare cibo con residui di sostanze cancerogene vietate in Europa. Proprio mentre, con l’aiuto dell’Italia, la Commissione vuole chiudere un accordo commerciale con gli Stati Uniti. Negli ultimi anni l’Unione europea ha approvato regolamenti e criteri per mettere al bando sostanze cancerogene e interferenti endocrini nei pesticidi. Il risultato è che dal 2009, nel vecchio continente, non è più permesso mettere in commercio prodotti alimentari contenenti – in tutto o talvolta in parte – questi composti chimici tossici. L’implementazione completa di queste regole, tuttavia, dovrebbe coprire anche il cibo di importazione, che molto spesso contiene residui di sostanze vietate. Ma secondo un nuovo rapporto del Corporate Europe Observatory (CEO), visto in anteprima da Tuttogreen, i gruppi dell’agribusiness hanno lottato duramente negli ultimi anni, riuscendo a bloccare parzialmente l’applicazione delle norme. Questo significa che cibo contaminato da pesticidi cancerogeni può ancora arrivare nei nostri piatti attraverso le importazioni. Proprio in questi giorni, l’UE sta rinnovando l’impegno a stringere accordi commerciali per aumentare gli scambi internazionali nel settore agricolo, con il rischio di aprire il mercato a prodotti alimentari la cui sicurezza è tutta da dimostrare. Il dossier del CEO, organizzazione con base a Bruxelles che denuncia l’influenza delle lobby nel processo decisionale europeo, ricostruisce la strategia di pressione da parte delle più grandi imprese dell’agrochimica, come Bayer-Monsanto, Basf e Syngenta. Questi colossi – secondo le prove raccolte dai ricercatori, avrebbero spinto per far naufragare la normativa, riuscendoci in parte. Così, mentre la nuova Commissione europea promette che il green deal promuoverà “un maggiore livello di ambizione per ridurre significativamente l’uso e il rischio di pesticidi chimici”, in realtà sta aprendo all’industria agrochimica la porta sul retro dei negoziati commerciali in corso. “I leader europei continuano a dire che gli standard alimentari non verranno abbassati a causa degli accordi di libero scambio – ha detto Nina Holland, ricercatrice del CEO – Ma questa storia dimostra che tali affermazioni sono false. Se non cambia nulla, residui di pesticidi tossici vietati in Europa saranno ammessi negli alimenti importati”. Com’è stato possibile? Quella descritta dal rapporto è un’opera di vero e proprio assedio alle istituzioni comunitarie, e in particolare delle Direzioni generali salute (SANTE) e commercio (TRADE) della Commissione europea. Questa campagna di pressione politica ha visto fianco a fianco governi e settore privato. Anche le Missioni statunitense e canadese in UE, infatti, sono intervenute nel 2017 a rinforzo di un martellante lavoro di lobbying orchestrato dall’industria. L’adozione di criteri di esclusione per i pesticidi cancerogeni, lamentavano le imprese, avrebbe colpito non solo il loro business in Europa, ma anche in altri paesi che esportano nel nostro mercato comune. Al posto del divieto assoluto chiedevano, almeno per il cibo di importazione, una valutazione che tollerasse la presenza di residui. È partita così una girandola di incontri privati, lettere, audizioni, convegni, conferenze: in tutte le sedi e con tutti i mezzi possibili, Bayer, Basf, Corteva, Syngenta e le loro varie associazioni di categoria hanno messo sotto pressione gli allora commissari all’agricoltura e alla salute, Phil Hogan (oggi al commercio internazionale nella scacchiera della von der Leyen) e Vytenis Andriukaitis. Finché non hanno trovato il punto debole. Prima di applicare le restrizioni agli alimenti importati, chiedevano unitamente i lobbisti, bisogna condurre una...

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Cosa aspettarsi in realtà dallo smaltimento delle scorie nucleari?

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Cosa aspettarsi in realtà dallo smaltimento delle scorie nucleari?

[di Emma Gagliardi per CDCA] Una recente ricerca condotta da Xiaolei Guo, vicedirettore del Center for Performance and Design of Nuclear Waste Forms and Containers dell’Ohio, insieme ad alcuni scienziati dell’Ohio State University, riapre il dibattito sugli highly radioactive wastes, i rifiuti nucleari ad alta attività e lunga durata che rimangono pericolosi per gli esseri umani e per l’ambiente per centinaia di migliaia di anni: i metodi di smaltimento e stoccaggio a lungo termine di questa tipologia di scorie potrebbero essere meno affidabili e duraturi di quanto si pensasse. Ad oggi sia negli Stati Uniti, dove vige il Nuclear Waste Policy Act, che nell’Unione Europea data la Direttiva 2011/70/EURATOM, in materia di stoccaggio e deposito di rifiuti ad alta attività, si prevede lo smaltimento tramite l’immobilizzazione degli scarti di fissione sottoforma di scorie di vetro o ceramica e il loro successivo immagazzinamento in contenitori di acciaio inossidabile, posizionati in depositi geologici profondi, atti a garantire un isolamento dalle attività umane e una stabilità su tempi molto lunghi. Anche l’Italia si è adeguata alla normativa europea per la gestione responsabile e sicura del combustibile nucleare esaurito, proveniente dalle centrali ormai dismesse o dall’estero, e dei rifiuti radioattivi col DECRETO LEGISLATIVO  4 marzo 2014, n. 45. Considerato da sempre uno dei più sicuri, tale metodo è ormai previsto da quasi tutti i paesi con attività nucleari civili e militari, sebbene fino al 2003 non fosse stato identificato alcun deposito geologico definitivo. Al di là infatti degli accertamenti che tuttora sono in corso in alcuni paesi europei (Germania, Francia, Belgio, Svezia e Svizzera) e del Canada, l’unico deposito geologico attualmente in esercizio è l’americano WIPP (Waste Isolation Pilot Plant) situato nel deserto salino del Nuovo Messico; mentre in Finlandia è in corso la costruzione del primo deposito geologico al mondo per lo smaltimento definitivo di rifiuti radioattivi ad alta attività, il deposito geologico di Onkalo. Tuttavia i risultati dello studio, pubblicati sul Nature Research Journal, pongono gravi dubbi sulla sicurezza a lungo termine dei metodi di stoccaggio di scorie altamente radioattive e introducono la reale possibilità che, contrariamente a quanto si sia sempre sostenuto, ci siano seri rischi in termini di rilascio di sostanze radioattive e conseguente contaminazione dell’ambiente. Gli scienziati, simulando per 30 giorni le condizioni di stoccaggio dei rifiuti nucleari ad alta attività, hanno infatti evidenziato processi di “self-accelerated corrosion of nuclear waste forms at material interfaces” ovvero di corrosione accelerata sia della superficie interna dei fusti che del loro contenuto radioattivo. A tal proposito, gli autori dello studio evidenziano come gli attuali standard di sicurezza, basati sulla valutazione dei livelli di corruttibilità dei singoli gruppi di materiali in modo indipendente, non abbiano al contrario considerato le potenziali interazioni tra i diversi materiali che si trovano a contatto nei fusti. Il fenomeno della corrosione avverrebbe poiché il raffreddamento delle scorie depositate in ambienti pur sempre soggetti ad infiltrazioni d’acqua, fa sì che si formino degli spazi tra i fusti e la massa di vetro e ceramica che isola i rifiuti. L’acciaio dei fusti dissolvendosi genera cationi metallici, ovvero ioni metallici con carica elettrica positiva, che andando incontro a idrolisi, producono protoni. Questi aumentano fortemente l’acidità locale, che a sua volta rinforza la corrosione dell’acciaio e provoca quella del materiale vetroso o di ceramica, accelerando il tasso di rilascio delle specie...

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Sentenza ONU: espellere i migranti climatici costituisce una violazione dei diritti umani

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Sentenza ONU: espellere i migranti climatici costituisce una violazione dei diritti umani

[di Maria Marano per CDCA] Sta facendo molto discutere in questi giorni la sentenza “Views adopted by the Committee under article 5 (4) of the Optional Protocol, concerning communication No. 2728/2016” del Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, nella quale si legge che le persone costrette a migrare a causa di un imminente pericolo legato agli effetti della crisi climatica non possono essere rimpatriate in quanto ciò costituirebbe una violazione dei diritti umani, in particolare “del diritto alla vita”. Il Comitato ha emesso questo giudizio dopo aver esaminato il caso di Ioane Teitiota, cittadino di Tarawa (isola della Repubblica di Kiribati nell’oceano Pacifico), che nel 2013 aveva cercato protezione in Nuova Zelanda, indicando l’innalzamento del livello del mare come una minaccia per la sua vita. Per comprendere meglio la richiesta di rifugio fatta da Teitiota è necessario analizzare il contesto di provenienza. L’isola di Tarawa nel 1947, quando Kiribati era ancora una colonia britannica delle Gilbert ed Ellice, contava solo 1.641 abitanti mentre nel 2010 erano arrivati a circa 50.000, questo perché l’innalzamento del livello del mare aveva reso inabitabili le isole vicine e costretto le persone a spostarsi in zone più sicure. Un sovraffollamento che ha generato tensioni sociali, disordini e violenza. Inoltre, secondo il racconto di Teitiota, a Kiribati i raccolti sono già insufficienti per sfamare la popolazione locale, l’erosione costiera e la contaminazione delle acque dolci costituiscono un pericolo reale, e probabilmente le Piccole isole del Pacifico diventeranno non abitabili entro i prossimi 10-15 anni. Nonostante le minacce alla propria sopravvivenza derivate dal cambiamento climatico, dopo vari ricorsi alla giustizia neozelandese la richiesta di Teitiota è stata respinta, così nel 2015 lui e la sua famiglia sono stati rimpatri. A nulla è servito anche il ricorso al Comitato per i Diritti Umani dell’ONU. I giudici hanno difatti stabilito che, in questo caso specifico, la vita dell’uomo e dei suoi familiari non era a rischio imminente. Il Comitato ha però sottolineato, e qui si trova la forza di questa sentenza (seppure non vincolante), che obbligare le persone a tornare in Paesi in cui i cambiamenti climatici rappresentano una minaccia impellente violerebbe i diritti umani, secondo quanto previsto dagli articoli 6 e 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che tutelano il diritto alla vita. Inoltre, nella sentenza è significativo il passaggio in cui si riporta che “Dato che il rischio che un intero Paese venga sommerso dall’acqua è un pericolo estremo, le condizioni di vita in un Paese del genere possono diventare incompatibili con il diritto a una vita dignitosa prima che il rischio venga realizzato”. In futuro questa sentenza del Comitato dell’ONU per i Diritti umani potrebbe costituire uno strumento giuridico al quale appellarsi per le richieste di asilo legate alla crisi climatica. Ciò apre degli scenari interessanti in campo giuridico e anche politico, tenuto conto che il numero delle persone costrette a migrare a causa degli effetti dei cambiamenti climatici è in aumento. Siccità, innalzamento dei livelli dei mari, riduzione delle terre fertili, come sottolineato anche negli ultimi tre rapporti: “Oceani e Criosfera”, “Cambiamento climatico e territorio” e “Rapporto speciale 1.5°C” dell’IPCC (il gruppo di scienziato dell’ONU che studia il cambiamento climatico), porteranno milioni di persone a dover abbandonare le proprie case. Con questa sentenza, inoltre, l’ONU invita gli Stati a compiere degli sforzi,...

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Mitologie dell’estrattivismo: natura e lavoro fra le Alpi Apuane

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Mitologie dell’estrattivismo: natura e lavoro fra le Alpi Apuane

[di Chiara Braucher e Mattia Giandomenici per Tales of Porosity – SPORE]Chi di voi, percorrendo l’autostrada tra Genova-Livorno, non ha mai posato lo sguardo, anche solo per un attimo, sulle creste appuntite delle Alpi Apuane? Quanti poi hanno sentito un brivido, un leggero tremore, forse anche un’attrazione, o soltanto curiosità quando, avvicinandosi a Carrara, hanno impattato sulle distese di nuda roccia delle cave? E quanti si sono chiesti, di fronte alla distesa di blocchi parcheggiati nei piazzali ai margini della carreggiata, quale fosse il destino di quelle montagne? L’oro bianco, così definito già dagli antichi romani, viene estratto senza sosta fin dal I secolo a.C.; le Alpi Apuane sono di fatto tra le montagne più ricche al mondo e non solo per il marmo: una catena alpina a 40 km dal mare, il bacino idrico più importante della Toscana, presentano un’incredibile biodiversità, e secoli di storia, comunità, conflitti e tradizioni. Qui, in appena 1.155 km2 di territorio, si annida una delle storie più longeve, critiche e meno discusse dell’estrattivismo Italiano. Abbiamo colto l’occasione della terza manifestazione nazionale di Fridays For Future per partecipare al corteo organizzato a Carrara e farci raccontare dai giovani abitanti della provincia, che lottano contro il cambiamento climatico, cosa ne pensano delle cave di marmo. “Sono abbastanza d’accordo con il limitare lo sfruttamento delle cave, anche se non possono essere chiuse“ ci dice Davide, 18 anni studente medio a Carrara; “Io credo che le cave debbano essere di tutti, non private, perchè la città è della popolazione e quindi non è giusto che pochi tengano le cave, sfruttino gli altri lavoratori che sono sempre cittadini di Carrara” racconta Silvia. Giulia continua, “Penso che siano troppo sfruttate, che le grosse cave sono in mano a poche persone e che sicuramente non seguono tutti i regolamenti che sono imposti. Ci sono delle cave che dovrebbero essere chiuse sulle Apuane, ma che poi se vai a vedere sono sempre in funzione; da qui non si vedono però, perchè sono nascoste e sono sui monti dietro, però quando si va a camminare si vedono e nessuno ci fa nulla”. Luca, giovanissimo, alla sua prima manifestazione ci dice che ha “un’opinione ambivalente, perchè nelle cave di marmo ci lavora mezza carrara, però l’impatto è enorme”. Esiste quindi una sensibilità diffusa, anche tra i più giovani, che pone in contraddizione lo sfruttamento delle montagne e la necessità del lavoro.   Di fronte a queste risposte ci siamo chiesti: l’idea che l’estrazione di marmo rappresenti una fonte di lavoro determinante per la popolazione di Massa Carrara è realtà o un falso mito? Rispondere a questa domanda non è semplice. Il tema è complesso, ma a partire da questa storica contraddizione abbiamo iniziato a raccogliere alcune voci dalla provincia, che ci hanno raccontato tutta un’altra storia, riportandoci dati attendibili che smontano pezzo per pezzo la narrazione mitologica delle cave. Nicola, della commissione Tutela Ambiente Montano del CAI di Massa, riprendendo dati dal report del Fondo Marmo ci spiega che “nessuno dice che dal 2008 al 2015 in cava si sono persi più di 600 posti di lavoro” e che ad oggi ci sono in totale “circa 700 lavoratori in cava, nei piazzali, tra Massa e Carrara e 1280 sono al piano tra segherie, laboratori e commercianti” che non lavorano solo marmo delle Apuane, anzi; “quindi...

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GreENI

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GreENI

Basandosi sui lavori degli anni passati del CDCA sull’ENI e sui temi dei combustibili fossili in Italia, questo progetto si focalizza sulle attività di greenwashing di ENI, messe in atto per compensare le sue emissioni e avvicinarsi sempre più ad un modello di economia circolare. Il progetto GreENI si focalizza sull’area siciliana, dove la multinazionale ENI ha vari impianti petrolchimici, infrastrutture di trasporto e sopratutto “progetto di transizione green” da Gela a Milazzo fino all’area Augusta-Priolo-Melilli. Il caso Gela è un esempio lampante. Dopo decenni di contaminazione, questa struttura petrolchimica è stata chiusa nel 2014, dopo aver creato devastazione ambientale e problemi sanitari. La sua futura transizione green, voluta da ENI, ha sollevato molte perplessità poiché ENI ha confermato che trasformerebbe principalmente olio di palma importato dall’Indonesia in biocarburante. Se ENI garantisce il la bio raffineria sarà carbon neutral e rispetterà gli standard ambientali, restano molti dubbi l’insostenibilità del settore produttivo dell’olio di palma e i suoi impatti sociali e ambientali in Indonesia. Obiettivi GreENI vuole denunciare il discorso di greenwashing di ENI e mettere alla luce l’espansione delle attività di estrazione di risorse fossili, con particolare attenzione alla regione Sicilia. Obiettivi specifici  – O1. denunciare il discorso di greenwashing di ENI  nei settori del carbon free e dell’economia circolare a livello nazionale e internazionale e le “bugie verdi” della riconversione “verde” del polo petrolchimico di Gela ; – O2. Sviluppare e diffondere informazioni dal basso in relazione alle attività dell’ENI in Sicilia con particolare attenzione ai poli petrolchimici, biofuel, infrastrutture di trasporto di gas e estrazione di risorse fossili – O3. Rafforzare l’attivismo locale, la loro visibilità  e le loro opportunità di advocacy verso l’impresa. Attività di progetto Documentazione dal basso Il progetto permetterà lo sviluppo di un factsheet sul greenwashing dell’ENI e un articolo di investigazione. Azionariato critico GreENI permetterà all’équipe del CDCA e ad attivisti Siciliani a partecipare all’assemblea degli azionisti dell’ENI nel 2020. Eventi e incontri in Sicilia  GreENI prevede la realizzazione di almeno 3 incontri in Sicilia (indicativamente Gela, Milazzo e Priolo) per rafforzare il networking e mutualismo fra attivisti della regione per rafforzare il loro agire nella denuncia delle questioni legate all’estrazione, trasporto e trasformazione delle risorse fossili. Ente finanziatrice: Patagonia Environmental Grants  Importo:...

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Clima e migrazioni, due facce della stessa medaglia

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Clima e migrazioni, due facce della stessa medaglia

[di Maria Marano per il CDCA] Il 18 dicembre ricorre la Giornata internazionale per i diritti dei migranti, proclamata nel 2000 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Una celebrazione che oggi più che mai non può prescindere dalla questione climatica, in considerazione del fatto che i disastri naturali legati ai cambiamenti climatici sono la principale causa delle migrazioni forzate in Paesi spesso già poverissimi e straziati dalla guerra. Secondo quanto riportato dal recente rapporto Oxfam “Forced from Home Climate-fuelled displacement”, presentato in occasione della Conferenza mondiale sul clima di Madrid (COP25), ogni anno 1 persona ogni 2 secondi (circa 20 milioni in totale) è costretta a lasciare la propria casa per trovare rifugio in un posto più sicuro in seguito agli effetti del cambiamento climatico. Nello specifico, cicloni, inondazioni e incendi hanno 7 volte più probabilità di causare migrazioni forzate rispetto a terremoti o eruzioni vulcaniche e 3 volte di più rispetto a guerre e conflitti. Dati preoccupanti negli stessi giorni sono arrivati dalla Ong tedesca Germanwatch, che nello studio annuale Global Climate Risk Index 2019 ha confermato che circa cinquecentomila persone sono morte negli ultimi 20 anni a causa di oltre dodicimila eventi meteorologici estremi. Tra i Paesi più colpiti: Porto Rico, Myanmar e Haiti. Mentre le file dei migranti climatici si ingrossano, l’Organizzazione meteorologica mondiale lancia l’allarme che le emissioni di CO2 continuano ad aumentare. Un’evidenza del fatto che in futuro la questione migratoria potrebbe avere una portata sempre maggiore. Difronte all’amplificarsi delle disuguaglianze tra i Paesi del Nord e del Sud del mondo a causa del cambiamento climatico, a Madrid i Paesi più colpiti, sostenuti dalla società civile e da numerose associazioni, hanno fatto pressione affinché i diritti umani e la questione delle migrazioni fossero presi in considerazione nell’implementazione dell’Accordo di Parigi, operativo a partire dal 2020. I risultati ancora una volta sono stati al ribasso. Alla fine del negoziato a destare particolare delusione è stata l’incapacità di trovare un accordo sulla regolamentazione del mercato del carbonio (Art. 6 dell’Accordo di Parigi). Argomento rimandato al prossimo anno. Ciò rinvia anche la questione di come tutelare le comunità locali a fronte di progetti di compensazione delle emissioni che in molti casi non hanno considerato gli impatti sociali sulle comunità locali arrecando loro danni. Ne sono degli esempi l’idroelettrico e le monoculture per la produzione di biocarburanti. Tra i tanti flop dalle Filippine un segnale importante nella lotta per la giustizia climatica Nel corso della COP25 la Commissione sui diritti umani delle Filippine ha annunciato che circa 50 società dell’industria dei combustibili fossili – tra cui Eni, Shell e Chevron – potrebbero essere considerate legalmente ed eticamente responsabili per la violazione dei diritti umani nei confronti degli abitanti delle Filippine colpiti dagli impatti dei cambiamenti climatici, in quanto responsabili delle emissioni di gas climalteranti. L’indagine è stata avviata nel 2015 in seguito a una petizione presentata da alcuni sopravvissuti ai disastri climatici, che avevano colpito pesantemente il Paese, insieme a diversi rappresentanti della società civile. Una dichiarazione che potrebbe aprire la strada a ricorsi giudiziari e alla richiesta di risarcimento dei danni alle multinazionali del petrolio. L’ennesima bolla di sapone Visti gli esiti della COP25 è evidente che un nuovo paradigma economico, ambientale e sociale, necessario per ristabilire l’ordine naturale delle cose, tarda ad arrivare. Gli interessi dei Paesi più inquinanti,...

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Atlante: Cava di Campo Galeota a Tufino

Posted by on 12:53 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Atlante: Cava di Campo Galeota a Tufino

Atlante: Cava di Campo Galeota a Tufino

Abbiamo pubblicato un nuovo conflitto sul nostro Atlante Italiano dei conflitti ambientali grazie al progetto mappa delle resistenze: è la Cava di Campo Galeota a Tufino, in provincia di Napoli. Approfondisci cliccando qui. Negli anni l’area della Cava di Campo Galeota è stata interessata da sversamenti illegali di rifiuti di diverso genere, da pneumatici a RSU. Periodicamente, e soprattutto nei periodi estivi, i rifiuti presenti nell’area della Cava a ridosso della strada e del centro abitato sono stati bruciati. Il 2 settembre 2017 nasce il Comitato Salute Pubblica Tufino composto dai residenti della zona nelle immediate vicinanze della cava con il fine dichiarato di intraprendere ogni iniziativa necessaria alla salvaguardia della salute dei cittadini e della salubrità dell’ambiente e del territorio...

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Sul Mose torna una marea di bugie

Posted by on 10:32 am in News, Notizie | Commenti disabilitati su Sul Mose torna una marea di bugie

[di Armando Danella per Comune Info] Venezia è travolta dalla marea. Le scuole sono chiuse, Conte va a “vedere da vicino”, il sindaco denuncia danni incalcolabili e invoca la messa in funzione della Grande Opera che costituisce il più grande episodio di malaffare e corruzione del dopoguerra italiano. Si ricomincia fingendo di non sapere, di non ricordare, di non approfondire, dimenticare o volutamente ignorare cos’è e cosa è stato tecnicamente il Mose. Un sistema di paratoie costato 6 miliardi, per il quale perfino la magistratura ha scritto una sentenza che non consentirebbe repliche. Cosa dirà il governo italiano, dopo aver “visto da vicino” quel che è stato chiarito da decenni? l Mose è stato concepito come la costruzione di una grande opera per difendere Venezia dalle acque alte eccezionali. Essa si inquadra nel rapporto che Venezia ha con le acque alte che la inondano periodicamente e il cui fenomeno ha assunto rilevanza nazionale e internazionale dopo che una catastrofica mareggiata avvenuta nel novembre del 1966  ha completamente sommerso Venezia e gli altri centri abitati lagunari con una marea  eccezionale di 1,94 cm sul livello medio-mare. Risale a quell’evento calamitoso la consapevolezza che la salvaguardia di Venezia non sarà più certa se non si interverrà per difenderla. Oggi si è ritenuto di risolvere la questione delle acque alte con questa grande opera contestata denominata Mose: 4 schiere di paratoie a ventola a spinta di galleggiamento; un sistema oscillante e a scomparsa: 78 paratoie che normalmente restano sul fondo piene d’acqua e in caso di alte maree eccezionali vengono sollevate, immettendo aria compressa, fino a farle emergere in modo da isolare la laguna dal mare. Un percorso durato decenni in cui si partiva dalla necessità condivisa di dover affrontare in un contesto sistemico lagunare il fenomeno delle acque alte, la cui presenza periodica e con eventi eccezionali sempre più frequenti poteva pregiudicare la stessa esistenza di Venezia. L’interesse per la questione, a tutti i livelli istituzionali, è ricco di studi, ricerche, sperimentazioni, qualificate espressioni del mondo scientifico, dibattiti approfonditi e articolati, accompagnato da un nutrito corpo legislativo con specifiche leggi (speciali) per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna. Il Mose è un’opera contrassegnata dallo scandalo che l’ha coinvolta, da quella realtà fatta di corruzioni, tangenti, rapporti tra controllati e controllori, fondi neri che la magistratura è riuscita a far emergere. Un inquietante sistema di potere malavitoso e criminale che coinvolge a vario titolo politici, amministratori, imprese, Magistrato alle Acque, Guardia di Finanza, Corte dei Conti. Sono emerse condotte illegittime di tanti personaggi coinvolti nella realizzazione del Mose che in una sorta di circuito protetto, oltre a perseguire arricchimenti illeciti personali, si costruivano pareri e approvazioni compiacenti remunerando tecnici e politici. La meritevole azione collegiale degli organi preposti al ripristino della legalità, che tanta attenzione mediatica ha procurato e sta procurando, rischia però di relegare in secondo piano la sostanza del sistema che interessa il Mose. Si sta assistendo a un atteggiamento diffuso di non sapere, di non ricordare, di non approfondire, dimenticare o volutamente ignorare cos’è e cosa è stato tecnicamente il Mose. Ed è sulla base di questa, per alcuni versi morbosa, attenzione verso l’operato della magistratura che rimane sullo sfondo o addirittura scompare la contrarietà motivata a questa opera, alla sua natura, alla sua struttura, alla sua funzionalità; sembra quasi che un destino ineludibile debba far portare a compimento questa opera datata così come...

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Comunicato stampa: si chiude CircularSud

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Comunicato stampa: si chiude CircularSud

Si chiude CircularSud: avviati percorsi in Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia Si è concluso CircularSud, il progetto sull’Economia Circolare per il Sud Italia che ha visto coinvolte quattro regioni: Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia. Il progetto è nato come follow-up di una iniziativa del 2016, l’Atlante Italiano dell’Economia Circolare, che ha visto la nascita di una piattaforma web interattiva che censisce e racconta le esperienze delle realtà economiche e associative impegnate ad applicare, in Italia, i principi dell’economia circolare.  L’intento è stato quello di promuovere sistemi di produzione e consumo responsabili in aree in cui c’era un numero inferiore di imprese rispetto alla media nazionale, attraverso iniziative di scambio di esperienze tra realtà economiche e sociali sui temi dell’Economia Circolare. In ogni regione sono state attuate due tipologie di intervento: una tavola rotonda per imprese, per individuare punti di forza e di debolezza delle condizioni attuali, cui è seguito un evento pubblico di restituzione agli attori istituzionali locali di quanto emerso. Le istituzioni coinvolte sono state il Sindaco di Napoli, gli assessori regionali di Sicilia e Sardegna e un dirigente regionale della Regione Puglia. Hanno invece beneficiato delle azioni di networking almeno 93 imprenditori appartenenti a 50 realtà di economia circolare; sono circa 60 le imprese circolari situate nel Sud Italia che hanno beneficiato invece dell’attività di mappatura. Agli eventi dedicati alle realtà economiche sono poi seguiti quelli dedicati a quelle sociali: due workshop formativi su Principi di Economia Circolare e su campaigning e comunicazione per ogni regione, che hanno coinvolto circa 62 rappresentati di 37 realtà associative, facendo giungere i contenuti formativi complessivamente a circa 160 volontari. A giugno è stata lanciata Io Consumo Circolare, la guida utile a orientare i consumi in modo critico e sostenibile, in cui vengono condensati i concetti della circular economy e tutti gli aspetti legati alle buone pratiche e che ha raggiunto più di duemila studenti delle regioni coinvolte. CircularSud è un’iniziativa del CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali Campania, con il partenariato di Sottencoppa, Zona Franka, Farina 080, PorcoRosso, Schema Libero.  In collaborazione con Ecodom, Poliedra, Ecosistemi, Consea, Naturalmente Colore, Revì, InnovAction, Guglielmino, Sardinian Green Synergy.  l progetto è stato realizzato con il sostegno di NO PLANET B by punto.sud, Fondazione CON IL SUD, Fondazione Cariplo, UE.    INFO E CONTATTI:  CDCA CAMPANIA campania.cdca@gmail.com ...

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Arcelor Mittal: in fuga da Taranto (e non solo)

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Arcelor Mittal: in fuga da Taranto (e non solo)

[di Donatella Liuzzi per il CDCA] Dal settore automobilistico a quello edile, dagli elettrodomestici all’imballaggio, Arcelor Mittal si configura come gruppo leader siderurgico minerario e globale presente in 60 paesi e con siti industriali in 18 nazioni. In alcuni di questi però, la sua situazione è compromessa da un lungo elenco di processi e violazioni in campo ambientale. In questi giorni il nome di ArcelorMittal è stato al centro del dibattito politico italiano: ieri ha depositato in Tribunale l’atto di citazione per il recesso del contratto di affitto – e che nel 2021 ne avrebbe determinato l’acquisto – dell’Ilva di Taranto.  Il motivo? La richiesta da parte dell’azienda di vedersi riconosciuto lo scudo penale (immunità necessaria per non incorrere in cause legali nel periodo necessario per il risanamento ambientale). Richiesta che può sembrare assurda solo a chi non conosca il curriculum del colosso siderurgico, che al momento sta affrontando una serie di processi penali relativi all’operato non proprio conforme alle regole e che negli anno lo ha visto protagonista di illeciti ambientali. La lista dei contenziosi è lunga e lega il destino di Taranto a quello di altri paesi tutto il mondo: si parte dal Canada, dove ArcelorMittal è sotto processo con ben 39 capi d’imputazione. La multinazionale è accusata di aver inquinato le acque rilasciando le sostanze nocive nella miniera del Fermont, in Quebec, tra il 2011 e il 2013; inoltre, Arcelor Mittal aveva richiesto di poter ampliare l’uso della miniera, scontrandosi con la commissione ambientale che ha chiesto più rassicurazione proprio sul rispetto delle norme ambientali, visti i precedenti.  L’atteggiamento dell’azienda non è sicuramente passivo: su 39 capi d’accusa, 29 sono stati contestati: la risposta del tribunale non si è fatta attendere, respingendo la richiesta e accusando i vertici di aver rilasciato dichiarazioni false. Dal Quebec passiamo negli Stati Uniti, dove grazie un documento dell’EPA – l’agenzia federale per la protezione dell’ambiente – attesta che l’ispezione all’impianto di Bums Harbor in Indiana ha accertato sversamenti di cianuro e ammoniaca nel fiume Little Calumet, con conseguente moria di pesci. In Sud Africa è attivo un processo per inquinamento e danni alla popolazione Sebokeng, Sharpeville e Boipatong: il Mail&Guardian, che si dedica molto spesso al problema dell’inquinamento della multinazionale, la definisce come la più grande inquinatrice di aria del Sud Africa. Nero su bianco anche tutte le strategie legali che la compagnia adotta per evitare le condanne, continuando a devastare ogni ambiente in cui si insedii. In Europa la situazione non cambia: in Francia la multinazionale è sotto processo per l’inquinamento della Mosella, vicino a Thionville. Dallo stabilimento sarebbe stato sversato acido cloridrico direttamente nelle acque del fiume. Si aggiungono, alle accuse precedenti, anche la gestione irregolare di rifiuti oltre al funzionamento non autorizzato di un impianto. In Ucraina, contro il colosso industriale si è schierato il presidente Volodymyr Zelensky che li ha accusati di non tenere fede agli impegni presi di migliorare la situazione ambientale nella regione di Dnipropetrovsk. In Bosnia Erzegovina ArcelorMittal possiede l’impianto Zenica, un’acciaieria la cui compagnia ha promesso di “riportare ai fasti dell’anteguerra”. A quale prezzo? Sempre quello ambientale e occupazionale, una situazione che si ricollega perfettamente con l’ultimo pasticcio di ArcelorMittal, quello che ci riguarda da vicino. Un anno fa la compagnia anglo indiana si è presentata alla gara per acquistare l’ILVA di...

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