CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
    Leggi l’articolo
  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
    Leggi l’articolo

Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

L’Arabia Saudita lascia indietro l’oro nero: «Nel 2020 potremo vivere senza petrolio»

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L’Arabia Saudita lascia indietro l’oro nero: «Nel 2020 potremo vivere senza petrolio»

[Di redazione su Greenreport.it] Il Paese si prepara a diversificare gli investimenti con un fondo sovrano da 2mila miliardi di dollari. Il principe Mohammad bin Salman Al Saud, secondo nella linea ereditaria dell’Arabia saudita, ha annunciato riforme economiche radicali volte a ridurre la dipendenza del Paese dai profitti del petrolio. Bin Salman ha detto che «l’obiettivo è quello di uscire dalla dipendenza dal petrolio a diventare un centro di investimento globale entro il 2020». Il principe Mohammed è molto potente: figlio del re, è ministro della Difesa e capo del Consiglio economico dell’Arabia Saudita; è considerato l’ispiratore della guerra contro lo Yemen e anche della guerra economica-petrolifera contro l’Iran e contro il fracking Usa, e non nasconde le sue ambizioni di succedere al trono. Bin Salman, accusato di aver provocato la crisi economica (legata al crollo dei prezzi petroliferi) che sta colpendo la monarchia assoluta saudita, ha sottolineato durante un’intervista ad al-Arabiya: «Credo che entro il 2020, se il petrolio subirà uno stop, potremo sopravvivere. Ne abbiamo bisogno, ma penso che – ha sottolineato – nel 2020 potremo vivere senza petrolio». Sembra l’annuncio di una vera rivoluzione, visto che l’Arabia Saudita è uno dei maggiori esportatori mondiali di petrolio, che fornisce quasi l’80% delle entrate del regno. Ma dopo il calo dei prezzi petroliferi, innescato proprio dalle politiche saudite, l’Arabia Saudita ha varato il piano economico Vision 2030, e ha appena annunciato che collocherà in Borsa il 5% circa dell’azienda petrolifera di Stato Aramco, che complessivamente vale 2mila miliardi di dollari. Questa è solo una parte del cambiamento disegnato per il Paese: grazie anche ai proventi derivanti dall’operazione Aramco, il regno saudita si doterà di un fondo sovrano d’investimento dalla portata di fuoco (a regime) proprio di 2mila miliardi di dollari, più del doppio rispetto al celebre omologo norvegese, oggi il più grande al mondo. Quindi l’Arabia Saudita sta utilizzando gli introiti petroliferi per prepararsi un’uscita dall’era del petrolio e Bin Salman ha spiegato che «i dati iniziali ci dicono che il fondo avrà il controllo su oltre il 10% della capacità di investimento globale. Il regno si è impegnato nelle riforme previste, che andranno avanti, anche se i prezzi del petrolio saliranno di nuovo. La Vision non ha nulla a che fare con i prezzi del greggio. Se il prezzo del petrolio risale sosterrà molto la Vision, ma se non lo fa non abbiamo bisogno di prezzi elevati. Siamo in grado di trattare con i prezzi più bassi possibili», forti della disponibilità di greggio ancora facilmente estraibile di cui gode il Paese. Il principe è convinto che la diversificazione dell’economia saudita avverrà attraverso investimenti nell’industria mineraria, nella produzione militare e con l’introduzione di tasse sui beni di lusso e le bevande zuccherate. Inoltre, il principe ha annunciato che l’Arabia Saudita introdurrà un nuovo sistema di visti che permetterà agli immigrati arabi e musulmani di lavorare per più lunghi periodi nel regno. Nonostante questi concreti slanci verso un’economia post-petrolifera, l’Arabia Saudita è uno dei pochi Paesi a non aver firmato all’Onu il 22 aprile l’Accordo di Parigi sul clima per ridurre le emissioni di gas serra e durante i negoziati dell’Unfccc i sauditi sono stati accusati di sabotare i colloqui per proteggere la loro economia dipendente dal petrolio. Ora sembra che la svolta annunciata nei giorni scorsi sia più...

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Riscaldamento globale: sommerse isole nel Pacifico

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Riscaldamento globale: sommerse isole nel Pacifico

[Di Roberto Rossi su Greenstyle.it] Le preoccupazioni relative al surriscaldamento globale, conosciuto anche come global warming, si stanno traducendo in fenomeni purtroppo reali. Secondo quanto riportano le agenzie di stampa, infatti, cinque atolli delle Isole Salomone sarebbero scomparsi, sommersi dall’innalzamento delle acque forse dovute allo scioglimento dei ghiacciai. Un danno per l’ecosistema locale, nonché una minaccia per il Pacifico: cosa accadrà in futuro? Le prime conseguenze del riscaldamento globale, dovuto alle attività dell’uomo e all’aumento dell’immissione in atmosfera in CO², sono da anni evidenti nel Pacifico. Non solo con lo sbiancamento della barriera corallina, ma anche con le prime terre sommerse. Lo spiega uno studio australiano, pubblicato su Environmental Research Letters, che riporta come cinque atolli nelle Isole Salomone, di poco meno di un metro dal livello del mare, siano stati di recente inglobati dalle acque. Le isole in questione non sono mai state abitate dagli umani, tuttavia presentavano una ricca e rara vegetazione, di cui si ha notizia da oltre 300 anni. E ora si teme per altre sei isole nelle vicinanze, dalle dimensioni ridotte – da una a cinque ettari – ma dalla flora preziosa. Alcune di queste, con presenza umana, hanno già subito negli ultimi anni i primi segni del processo in corso, con ben 11 abitazioni ricollocate nell’entroterra. L’innalzamento delle acque dovuto allo scioglimento dei ghiacciai potrebbe essere più importante di quanto inizialmente preventivato. Nelle zone sommerse del Pacifico si stimano ulteriori innalzamenti di almeno un metro nei prossimi anni, un fatto che genera seria preoccupazione per gli esperti mondiali. Stefan Rahmstorf, dell’Istituto di ricerca sull’impatto climatico di Postdam, ad esempio sottolinea come la crescita dei mari sarà una delle questioni più evidenti, e più difficili da gestire, relative al global warming. E oltre alle Salomone crescono le paure per le Maldive e, nel corso del prossimo secolo, anche per tutte le grandi città affacciate sulle coste oceaniche.     Pubblicato su Greestyle.it l’11 maggio...

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Veneto, interferenti endocrini nell’acqua potabile. Decine di migliaia di cittadini contaminati dai Pfas.

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Veneto, interferenti endocrini nell’acqua potabile. Decine di migliaia di cittadini contaminati dai Pfas.

[Di Beniamino Bonardi su Ilfattoalimentare.it] In Veneto 250.000 persone hanno utilizzato per anni acqua potabile inquinata da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas), che si sono accumulate nel loro sangue e i cui effetti sulla salute sono ancora da determinare. Di queste 250.000 persone, 60.000 sono interessate da un livello maggiore di contaminazione. Lo afferma l’Istituto Superiore di Sanità, in base ai risultati del biomonitoraggio condotto in collaborazione con la Regione Veneto, che ha coinvolto un campione di 507 persone, da cui è risultato che le concentrazioni della maggior parte dei Pfas nel sangue dei residenti nelle aree interessate dalla contaminazione delle acque sono risultate “significativamente superiori” a quelle dei non esposti. I comuni interessati dall’inquinamento sono una sessantina, nelle province di Vicenza, Verona e Padova. La zona più colpita è quella compresa tra i comuni di Montecchio Maggiore, Lonigo, Brendola, Creazzo, Altavilla, Sovizzo e Sarego, in provincia di Vicenza. Tra i cittadini esposti a questa contaminazione, il livello medio di Pfas nel sangue è di 14 ng/g, mentre tra quelli maggiormente esposti è di 70 ng/g. Le analisi hanno riguardato la presenza, in particolare, di due Pfas, il Pfoa (acido perfluoroottanoico) e il Pfos (perfluorottano sulfonato), mentre gli altri Pfas sono stati considerati in un gruppo unico. Attraverso l’acqua, i Pfas hanno contaminato anche quasi tutta la catena alimentare, dove dovrebbero essere assenti, come hanno indicato le analisi effettuate dai servizi veterinari e di igiene delle aziende sanitarie locali, diffuse lo scorso novembre. I Pfas sono riconosciuti come interferenti endocrini correlati a patologie riguardanti pelle, polmoni e reni. Queste sostanze sono definite “microinquinanti emergenti” perché sono frutto di un’industria chimica recente e per questo motivo non vengono monitorate dalle indagini di laboratorio condotte di routine. Addirittura, non esistono limiti di legge, né a livello europeo né nazionale, alla loro concentrazione nelle acque. Esistono solo dei valori obiettivo, indicati dall’Istituto Superiore di Sanità. Per questo, sinora non è stato possibile perseguire i responsabili di questo inquinamento diffuso. I Pfas sono sostanze chimiche, dotate di elevata persistenza nell’ambiente, utilizzate principalmente per rendere resistenti ai grassi e all’acqua vari materiali come tessuti, tappeti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti. L’azienda chimica indicata come responsabile dell’inquinamento da Pfas è la Miteni di Trissino, in provincia di Vicenza, che è specializzata nella produzione di molecole fluorurate per la farmaceutica, l’agricoltura e l’industria tecnica. La Miteni, però, esclude la propria responsabilità, affermando che la presenza di Pfas “non può essere dovuta alla falda dello stabilimento Miteni. Un’area così vasta va necessariamente riferita al sistema di scarichi consortili a cui sono collegate centinaia di aziende del territorio. Miteni non produce più Pfos e Pfoa dal 2011, e ancora prima i reflui delle lavorazioni erano inviati a sistemi di trattamento esterni. Pfos e Pfoa vengono usati tutt’oggi da oltre duecento industrie del settore conciario e manifatturiero presenti nella zona che li acquistano sul mercato estero, imprese che sono allacciate agli stessi scarichi consortili a cui è allacciata Miteni”. La Miteni, che dal 2009 è di proprietà della multinazionale tedesca Weylchem del gruppo International Chemical Investors (Icig), è l’unica fabbrica che produce Pfas in Italia. Come riporta Il Fatto Quotidiano, la produzione di “intermedi fluorurati” nello stabilimento vicentino ha una storia antica, cominciata nel 1964 quando era ancora il centro ricerche della tessitura Marzotto e si chiamava Rimar (Ricerche Marzotto)....

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Io me lo ricordo. Chernobyl 1986-2016

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Io me lo ricordo. Chernobyl 1986-2016

[Di Luca Cardin su Zeroviolenza.it] Me lo ricordo come se fosse successo ieri. 30 anni fa. Avevo 12 anni, facevo colazione con la mia famigilia. La radio accesa. A casa mia la radio era sempre accesa. La notizia da noi arrivò dalla Svezia il giorno dopo, il 27 aprile. GR1 delle 8: “Incidente in una centrale nucleare in Russia, seguiranno aggiornamenti”. Le autorità russe all’inizio avevano tenuto tutto nascosto. Gli aggiornamenti, le notizie che arrivarono i giorni successivi furono sempre più gravi, tragici, a loro modo incredibili. Una corsa contro il tempo, le squadre di vigili del fuoco, operai e soldati (i cosiddetti “liquidatori”) mandati a morire. Sì, mandati a morire perché una mezzora di esposizione era sufficiente a dare una morte certa: lenta e crudele nella maggior parte dei casi, veloce per i più fortunati, in tutti i casi dolorosa, molto dolorosa. Sulle vittime – civili e non – non si sono mai raggiunti numeri univoci, le fonti diverse sono sempre state discordanti. Dai 4.000 morti stimati da una indagine ufficiale Chernobyl Forum ai 6.000.000 di morti stimati da Greenpeace in 70 anni. E poi la nube che arriva in Occidente e nell’Italia del nord, i telegiornali che ci dicono di stare poco all’aperto, di non mangiare frutta e verdura (e io che penso subito ai pomodori e all’insalata dell’orto di mia nonna), di non bere latte, la psicosi collettiva. I ricordi della scuola media: con i miei compagni durante l’ora di Educazione Tecnica il professore che ci porta in giardino con un contatore Geiger a misurare la radioattività e vedere la lancetta che schizza verso l’alto. Il 10 maggio a Roma una grande manifestazione popolare a cui parteciparono più di 200.000 persone. L’onda lunga di Chernobyl in Italia continuò e portò al referendum che l’anno successivo sancì l’abbandono dell’energia nucleare in Italia. Ho sempre pensato che la mia coscienza ambientalista sia nata in quei giorni. C’è sempre stato qualcosa di affascinante e diabolico allo stesso tempo nell’energia nucleare che ha catturato la mia attenzione. La produzione di un’energia infinita, dicevano che era come quella prodotta dentro il Sole. Un ragazzino di 12 anni rimane colpito, fino a farne un tesina per l’esame di terza media “La produzione di energia nucleare nella Centrale Enel di Caorso” e da intraprendere un percorso di esperienza che mi ha portato ad impegnarmi per molti anni con Greenpeace e ancora oggi nelle battaglie ambientaliste, da ultima quella del referendum sulle trivelle. In Italia per fortuna il dibattito non è più sul nucleare, anche se va ricordato che solo un altro dramma di dimensioni incalcolabili come l’incidente di Fukushima nel 2011 ha messo una pietra sopra alla possibilità per l’Italia di produrre energia nucleare. Il dibattito quindi si è spostato sulle politiche energetiche nel loro complesso, sulle fonti rinnovabili e sul riscaldamento del pianeta, grazie soprattutto alla Conferenza sul clima di Parigi e alla campagna del referendum sulle trivelle da cui siamo appena usciti, nonostante Renzi e il PD abbiano osteggiato in ogni modo il coinvolgimento dei cittadini all’interno del dibattito pubblico. Questo è un dato di fatto: in ogni parte del mondo la politica cerca di tenere sotto il suo esclusivo controllo la gestione dell’approvvigionamento energetico, ma è molto probabile che il portato simbolico dell’energia e la minaccia della bomba climatica porteranno...

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A che punto sono gli investimenti di ENI a Gela Tra la bioraffineria, la piattaforma e il guayule

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A che punto sono gli investimenti di ENI a Gela Tra la bioraffineria, la piattaforma e il guayule

[Di Andrea Turco su Meridionews.it] Dopo il referendum l’azienda ha incontrato giunta comunale e sindacati a Roma per la verifica degli accordi del 2014. Il sindaco Messinese teme che lo stallo lavorativo dipenda dal ricorso al Consiglio di Stato presentato dagli ambientalisti e da alcuni Comuni. Ma il suo vice dà un cronoprogramma degli interventi. «Dopo l’esito del referendum il protocollo di Gela deve essere applicato, a prescindere dalle date giudiziarie. ENI dica chiaramente se vuole utilizzare il ricorso sull’offshore Ibleo come una scusante per non investire nel territorio». Secondo il sindaco Domenico Messinese lo stallo lavorativo che la città sconta da un anno e mezzo, dalla firma degli accordi del 6 novembre 2014, si spiega con la volontà del cane a sei zampe di attendere il pronunciamento dei giudici sul ricorso al Consiglio di Stato presentato da alcune associazioni ambientaliste e da molti dei Comuni interessati dalle nuove perforazioni a mare. Tra quei Comuni, vale la pena ricordarlo, non c’è Gela che anzi ha concesso tutte le autorizzazioni necessarie, insieme alla Regione siciliana. Ecco perché dopo l’incontro di ieri al Ministero dello Sviluppo Economico per la verifica trimestrale del protocollo d’intesa, la giunta spinge affinché il governo nazionale si faccia carico dei tempi lunghi dell’ENI. Le dimissioni della ministra Federica Guidi e le inchieste lucane rischiano di dilatare ulteriormente la partita? Non secondo il vicesindaco Simone Siciliano, per il quale i rallentamenti sono da imputare ad «un quadro normativo incerto, di competenza del governo centrale, a cui comunque ENI ha risposto anticipando investimenti per diverse centinaia di milioni di euro». La stessa ENI che a Viggiano, in seguito alla chiusura degli impianti da parte della magistratura di Potenza, proprio oggi ha messo in cassa integrazione 430 lavoratori di cui si stima che almeno una novantina siano i dipendenti gelesi in trasferta. Un ulteriore dramma occupazionale che si aggiunge a quello finora irrisolto degli operai dell’indotto. Tanto che in una nota congiunta i segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil di Caltanissetta definiscono l’incontro di ieri al Mise «non utile al territorio ed in particolar modo ai lavoratori». I confederali registrano «piccoli passi avanti per il progetto green, ma calma piatta sugli altri progetti; ad iniziare dalle fasi di progettazione e cantierizzazione della piattaforma Prezioso K, il più grande investimento contenuto nella riconversione». E mentre il vicesindaco Siciliano chiarisce che «non sono emerse criticità sulla realizzazione della piattaforma a Gela», il suo bilancio è in contrasto con quello dei sindacati. Parla di «un quadro prevalentemente positivo» ed elenca i risultati ottenuti al tavolo romano, che in verità sono i numeri e i progetti tracciati da ENI. «La fase 1 della bioraffineria sarà completata con l’approvvigionamento delle apparecchiature, nel prossimo mese di giugno – spiega il numero due della giunta – con un impiego complessivo previsto di quasi 400 unità. In merito alle attività di risanamento ambientale, ENI ha confermato che nel primo trimestre sono stati spesi 64 milioni di euro con 22 cantieri avviati, tra i quali cinque completati. Per la sperimentazione del guayule, a fine mese saranno messe a dimora 50mila piantine nelle aziende individuate dall’Esa, e tra un anno la lavorazione del lattice verrà avviata nell’area industriale di Gela». Nei giorni scorsi l’amministrazione non ha fatto mistero di puntare sui 32 milioni di euro di compensazioni, tracciando...

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Polveri pericolose in fabbrica, l’operaio Smim che denunciò: “Respiro con una bombola d’ossigeno”

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Polveri pericolose in fabbrica, l’operaio Smim che denunciò: “Respiro con una bombola d’ossigeno”

[Di Rosario Cauchi su Quotidianodigela.it] “Non auguro a nessuno di dover dormire respirando da una bombola dell’ossigeno. La fabbrica ENI ha prodotto lavoro ma anche tante morti”. “Non sapevamo con quali sostanze entravamo in contatto”. E’ stato l’operaio Antonio Di Fede a raccontare la sua lunga vicenda lavorativa, vissuta tra gli impianti dello stabilimento di contrada Piana del Signore. Si è costituito parte civile, rappresentato dal legale Giacomo Di Fede, nel processo avviato ai danni di manager e tecnici della società Smim. A giudizio, ci sono Giancarlo Barbieri, Giovanni Giorgianni, Luigi Pellegrino e Giovanni Corvino. Sono tutti accusati di non aver adottato le necessarie misure per evitare che l’operaio, alle dipendenze proprio di Smim, inalasse pericolose polveri di saldatura. “L’azienda – ha continuato il lavoratore – ci forniva maschere e guanti ma nessuno sapeva con quali sostanze entravamo in contatto al momento delle saldature. C’era di tutto, comprese sostanze pericolose e amianto. Oggi, sono affetto da una broncopatia cronica e, da poco, ho ricevuto, come altri 114 colleghi, un provvedimento di licenziamento da Smim”. Così, l’operaio ha risposto alle domande formulate dal pubblico ministero Sonia Tramontana e dai difensori degli imputati, gli avvocati Flavio Sinatra, Davide Limoncello, Vincenzo Cilia e Saverio La Grua. Proprio i difensori hanno cercato di collocare con maggior precisione l’eventuale periodo di maturazione della malattia contratta dal dipendente. Per i magistrati della procura, l’operaio sarebbe stato a contatto con le polveri di saldatura, inalandole, per almeno ventitré anni. I difensori, invece, hanno fatto leva sui periodi di lavoro precedenti a quelli legati a Smim. Il dipendente, infatti, ha comunque precisato di aver avuto esperienze occupazionali anche in una fabbrica lombarda. Ipotesi contestate dal legale dell’operaio. “Alla fine – ha concluso Di Fede – portavo tutto a casa. Per noi dipendenti delle aziende dell’indotto non c’erano le docce. Quindi, tutte le polveri accumulate sugli indumenti arrivano nella mia abitazione”. La parte civile chiede un risarcimento da 250 mila euro.     Pubblicato su Quotidianodigela.it il 21 aprile...

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Quale ritorno? A quale terra? Note sulla finanziarizzazione del cibo

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Quale ritorno? A quale terra? Note sulla finanziarizzazione del cibo

[Di redazione su Effimera.org] I processi di valorizzazione del capitalismo odierno – comando ?nanziario, dimensione bio-cognitiva, “sono talmente integrati a quello maggiormente ‘terrestre’ – settore agricolo – che tentare di isolarne gli sviluppi non può che rivelarsi operazione vana (tanto analiticamente quanto politicamente)”. Così scrive Emanuele Leonardi in questo bel contributo, dal sottotitolo già di per sé indicativo: “Note sulla finanziarizzazione del cibo”, a significare come anche l’agricoltura e la coltivazione della terra siano oggi inserite all’interno di un meccanismo che non può prescindere dalla valorizzazione finanziaria. Non solo: una delle regole ferree dell’economia mainstream – la legge della domanda e dell’offerta per i prodotti agricoli – perde di rilevanza. Come è già successo per le materie prime energetiche – petrolio in primis – le convenzioni finanziarie e la conseguente speculazione influenzano in modo sempre più determinante la dinamica dei prezzi. A conferma del primato della governance finanziaria e della subalternità dell’economia “reale” a quella finanziaria. Con l’effetto di ampliare le divergenze tra le necessità di sussistenza alimentare e di reddito su scala globale, il che ci porta a parlare di “food divide”. I discorsi sul “ritorno alla terra”, per non essere vuotamente modaioli o perniciosamente retorici, debbono tenere conto di questo contesto e signi?care anche “costruzione di coscienza di luogo, cioè tensione verso l’autogoverno e ri?uto dell’eterodirezione”. Non guardare indietro, a un passato di sussistenza, ma puntare avanti, verso una nuova coscienza ecologico-politica. Presentiamo, dunque, tra le letture della sezione “Ecologia politica” l’ottimo breve saggio di Emanuele Leonardi “Quale ritorno? A quale terra? Note sulla finanziarizzazione del cibo”, ringraziando la rivista ‘Scienze del territorio’ e la Società dei territorialisti per la concessione della pubblicazione.   Per il leggere il pdf, clicca qui.     Pubblicato su Effimera.org il 19 aprile...

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Riciclo, dalla politica degli inceneritori ai materiali misti: i “buchi neri”…

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Riciclo, dalla politica degli inceneritori ai materiali misti: i “buchi neri”…

[Di Veronica Ulivieri su Ilfattoquotidiano.it] La metà della spazzatura finisce ancora in discarica o all’inceneritore. I motivi? Gli investimenti per bruciare, oggetti realizzati con plastiche non “rinnovabili”, mancati incentivi. Così accade che alcuni riciclatori siano costretti a importare imballaggi in Pet da Francia e Spagna. Nel 2014, secondo l’Ispra, il 42 per cento dei rifiuti urbani è stato riciclato o, nel caso dell’organico, avviato ad impianti di compostaggio. Dall’altra parte, il 31 per cento è andato in discarica e il 17 all’inceneritore, per un totale del 48 per cento: quasi la metà di quello che buttiamo, insomma, continua a non essere riutilizzato, rappresentando un’occasione mancata per l’industria del riciclo, fiore all’occhiello dell’economia italiana. L’esempio delle bottiglie di acqua minerale che abbiamo tutti i giorni sulle nostre tavole può dare l’idea. Secondo Assorimap, l’associazione di riciclatori e rigeneratori delle materie plastiche, nel 2015 “le tonnellate immesse a consumo, cioè tutte le bottiglie ed i flaconi di plastica, sono state circa 400mila, di cui il 50 per cento è stato raccolto ed avviato a riciclo. Manca all’appello l’altro 50 per cento, circa 200mila tonnellate che hanno destini diversi: dalla discarica al termovalorizzatore o dispersi nell’ambiente”. Tutto questo mentre, spiega Alberto Frache, esperto di polimeri del Politecnico di Torino, “alcuni riciclatori piemontesi sono costretti ad acquistare imballaggi in Pet da Francia e Spagna, perché in Italia, dove oggi le percentuali di raccolta in molte aree sono basse, non c’è abbastanza materiale da avviare a una seconda vita”. Investimenti per bruciare Se il Pet, polimero riciclabile per eccellenza, è l’esempio più eclatante, “nel 2014 in Italia circa 1,4 milioni di tonnellate, il 12 per cento degli imballaggi immessi al consumo ed il 15 per cento degli imballaggi recuperati, sono stati avviati a recupero energetico”, si legge nell’ultimo rapporto di sostenibilità di Conai, il Consorzio nazionale degli imballaggi. “Si tratta di un valore in forte crescita, +27,5 per cento tra 2012 e 2014”, con “la plastica che rappresenta il 66 per cento del totale degli imballaggi avviati a recupero energetico”. Numeri che, di fronte alla costruzione degli 8 inceneritori previsti dallo Sblocca Italia (inizialmente erano addirittura 12), potrebbero aumentare ancora. Secondo Francesco Bertolini, esperto di politiche ambientali dell’università Bocconi, infatti, “nel momento in cui si decide di investire in un inceneritore che costa milioni di euro e ha bisogno di grosse quantità di rifiuti per funzionare e ripagare così l’investimento, c’è un allentamento più o meno consapevole nelle politiche a favore del riciclo. Se è vero che nella regola europea delle 4R – riduzione, riuso, riciclo e recupero – la termovalorizzazione è appunto all’ultimo posto, è ovvio che se si investono qui molte risorse, poi ce ne saranno meno per misure a favore del riciclo”. Materiali difficili da riciclare Non solo: delle circa 927mila tonnellate di imballaggi in plastica inceneriti nel 2014 su un totale di quasi 2,1 milioni di tonnellate immesse al consumo, una parte è rappresentata da bottiglie, vaschette e flaconi buttate dai cittadini tra i rifiuti indifferenziati, mentre dall’altra ci sono contenitori ancora difficili o impossibili da riciclare. “Gli alimenti confezionati in plastica con scadenza lunga spesso hanno imballaggi formati da più polimeri. Cibi e bevande di questo tipo devono essere isolati da luce e aria: ci sono quindi strati barriera di diversi materiali che hanno queste funzioni”, dice Frache. Pensiamo...

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Trivelle, il MiSe condona le concessioni illegali?

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Trivelle, il MiSe condona le concessioni illegali?

[Di redazione su Rinnovabili.it] Per anni le trivelle hanno goduto di una gestione allegra, operando senza autorizzazione in attesa della proroga. Adesso sta per arrivare la sanatoria. La battaglia sulle trivelle non inizia e non finisce con il referendum. Il movimento No Triv ha infatti chiamato il governo a rispondere puntualmente di un caso scoppiato giorni prima: alcune concessioni entro le 12 miglia sono scadute da anni, eppure le piattaforme sono rimaste lì senza essere autorizzate. Da via Veneto smentiscono la denuncia del movimento, secondo cui vi sarebbero ben 24 piattaforme marine, afferenti a 5 delle 44 concessioni entro le 12 miglia, che avrebbero continuato ad operare per settimane, mesi o addirittura anni nella fascia di mare tra Veneto, Emilia Romagna, Abruzzo e Marche, senza aver ricevuto il rinnovo. Altre 9 piattaforme, su 4 concessioni non produttive, sono rimaste in mare dopo la data di scadenza. Per tutte le concessioni (produttive e non), le società petrolifere hanno chiesto da tempo di estendere la durata del titolo, ma il Ministero dello Sviluppo economico non ha mai risposto, lasciando così che si continuasse ad estrarre gas e petrolio senza autorizzazione. Ora, il MiSe fa sapere che la valutazione delle richieste è un processo lungo e complesso, ma «un’apposita legge prevede che durante tale istruttoria prosegua l’attività estrattiva». La domanda è: quale? Se l’è posta per primo Enzo Di Salvatore, costituzionalista che ha redatto i quesiti referendari oggetto della consultazione di domenica scorsa: «Il comunicato del MiSe è contraddittorio – obietta Di Salvatore – Prima si dice che non ci sono attività non autorizzate, poi si afferma che comunque si può continuare ad estrarre nell’attesa che sia rilasciata la proroga. Quale sarebbe la legge cui il Ministero fa riferimento?». Il sistema delle proroghe è disciplinato dalla legge n. 9 del 1991, modificata nel ’96. Ma dopo l’approvazione della legge di stabilità, la fascia delle 12 miglia marine non ricade più nella disciplina generale. Ora «i titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento». Con questa dicitura, è stata tolta qualsiasi data di scadenza alle concessioni in mare entro le acque territoriali, e quindi anche la necessità di dover richiederne di volta in volta il rinnovo. Ma se la nuova legislazione venisse applicata anche ai 9 titoli scaduti, sarebbe un condono coi fiocchi: una situazione di illegalità verrebbe sanata grazie al cambio delle norme. Da anni il sistema è gestito in maniera piuttosto “allegra”: basta infatti una rapida verifica per scoprire che è sempre stata prassi del MiSe accordare proroghe con effetto retroattivo anche un anno e mezzo dopo la scadenza dei termini. La legge di stabilità è un capolavoro di vaghezza: essa modifica la norma sulle 12 miglia come introdotta dal governo Berlusconi (2010) e successivamente modificata dal governo Monti (2012), che vietava il rilascio di nuove concessioni entro le acque territoriali, ribadendo la salvezza dell’«efficacia dei titoli abilitativi già rilasciati». Nella nuova formulazione, invece, vengono fatti salvi «i titoli abilitativi già rilasciati», senza riferimento alla loro efficacia: forse che con questa mossa il governo abbia inteso salvare anche le concessioni già scadute? Il costituzionalista Di Salvatore è convinto che il riferimento a “titoli abilitativi già rilasciati” «non possa che essere relativo solo a titoli vigenti, e dunque efficaci». Difatti, se non abilitano le compagnie...

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Scandalo ENI, 13 mila tonnellate di rifiuti portate a Chieti Scalo

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Scandalo ENI, 13 mila tonnellate di rifiuti portate a Chieti Scalo

[Di redazione su Primadanoi.it] Dall’inchiesta della Procura di Potenza emergono altri dettagli. Indaga anche L’Aquila. L’inchiesta petrolio in Basilicata interessa sempre di più anche l’Abruzzo. Trovano conferma le notizie pure conosciute di smaltimenti di rifiuti provenienti dalla Basilicata. Il Forum H2O ha diffuso ieri la notizia che sarebbero oltre 13.000 le tonnellate di rifiuti degli impianti petroliferi lucani conferiti a Chieti scalo nel 2013 e 2014. Le carte dell’inchiesta della Procura di Potenza sull’ENI di Viggiano parlano anche dell’Abruzzo. Oltre alla questione che riguarda il Direttore tecnico dell’Arta Abruzzo Giovanni Damiani, uscita sabato su Il Fatto Quotidiano, si parla in più parti del conferimento di ben 13.482,42 tonnellate di rifiuti liquidi provenienti dalle attività di estrazione (273,3 nel 2013 e 13209,12 nel 2014) che sarebbero state trasportate all’impianto di Chieti scalo della società Depuracque S.r.l. in località S. Martino. L’azienda Depuracque, rivela il Forum dell’Acqua che ha letto le carte, non è indagata in questa inchiesta. Il cuore dell’indagine riguarda proprio la classificazione di questi rifiuti, che l’ENI dichiarava “non pericolosi” mentre la procura di Potenza, tramite una perizia, li ritiene “pericolosi”. Il codice rifiuto da applicare sarebbe stato il 19 02 04 “Miscugli di rifiuti contenenti almeno un rifiuti pericoloso” e 13 05 08 “Miscugli di rifiuti delle camere a sabbia e dei prodotti di separazione acqua/olio”. Insomma una classificazione errata ma di comodo che poteva fruttare risparmi ingenti. Agli atti ci sono intercettazioni in cui si parla di problemi di cattivi odori provenienti dai rifiuti che avrebbero interessato diversi impianti in cui venivano smaltiti i rifiuti prodotti dalle estrazioni, tra cui quello chietino. Secondo la ricostruzione degli inquirenti la questione dei cattivi odori era diventato un problema per gli indagati tanto che uno di loro avrebbe usato un tono di minaccia per l’impianto chietino in cui si sarebbero verificate problematiche odorigene causate dal rifiuto. In un’intercettazione, infatti, si parla chiaramente della Depuracque e dell’intento di togliergli il subappalto qualora le lamentele fossero continuate e se non avessero accettato 10 carichi al giorno. La Procura di Potenza ricorda che l’impianto chietino era comunque autorizzato anche per trattare i due codici CER di rifiuti pericolosi che avrebbero dovuto essere assegnati ai rifiuti secondo la procura lucana. «Ricordiamo», specifica Augusto De Sanctis del Forum dell’Acqua, «che pochi mesi fa proprio i vertici di Depuracque S.r.l., assieme ad esponenti del Consorzio di Bonifica Centro, sono stati al centro di un’altra e diversa inchiesta, questa volta della Procura distrettuale antimafia di L’Aquila, che ha ipotizzato anche il traffico illegale di rifiuti. Sarebbe interessante capire se la grande mole di rifiuti pervenuti dalla Basilicata a Chieti come rifiuti non pericolosi siano poi stati trattati adeguatamente e correttamente (e a costi maggiori per ENI; la Procura di Potenza ha calcolato in diverse decine di milioni di euro il vantaggio per ENI dalla diversa classificazione dei rifiuti) nell’impianto chietino come rifiuti pericolosi dalla ditta che li ha accettati e smaltiti. In ogni caso, al di là delle questioni penali e dell’inchiesta che farà il suo corso, basta vedere i quantitativi di rifiuti in gioco per capire la totale insostenibilità ambientale della deriva petrolifera». E proprio l’inchiesta della distrettuale dell’Aquila condotta dalla Forestale sembra incrociarsi pericolosamente con quella potentina arrivando ad indagare intorno alle operazione della Depuracque contemporaneamente ma con punti di vista diversi. Non è...

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