Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
A che punto sono gli investimenti di ENI a Gela Tra la bioraffineria, la piattaforma e il guayule
[Di Andrea Turco su Meridionews.it] Dopo il referendum l’azienda ha incontrato giunta comunale e sindacati a Roma per la verifica degli accordi del 2014. Il sindaco Messinese teme che lo stallo lavorativo dipenda dal ricorso al Consiglio di Stato presentato dagli ambientalisti e da alcuni Comuni. Ma il suo vice dà un cronoprogramma degli interventi. «Dopo l’esito del referendum il protocollo di Gela deve essere applicato, a prescindere dalle date giudiziarie. ENI dica chiaramente se vuole utilizzare il ricorso sull’offshore Ibleo come una scusante per non investire nel territorio». Secondo il sindaco Domenico Messinese lo stallo lavorativo che la città sconta da un anno e mezzo, dalla firma degli accordi del 6 novembre 2014, si spiega con la volontà del cane a sei zampe di attendere il pronunciamento dei giudici sul ricorso al Consiglio di Stato presentato da alcune associazioni ambientaliste e da molti dei Comuni interessati dalle nuove perforazioni a mare. Tra quei Comuni, vale la pena ricordarlo, non c’è Gela che anzi ha concesso tutte le autorizzazioni necessarie, insieme alla Regione siciliana. Ecco perché dopo l’incontro di ieri al Ministero dello Sviluppo Economico per la verifica trimestrale del protocollo d’intesa, la giunta spinge affinché il governo nazionale si faccia carico dei tempi lunghi dell’ENI. Le dimissioni della ministra Federica Guidi e le inchieste lucane rischiano di dilatare ulteriormente la partita? Non secondo il vicesindaco Simone Siciliano, per il quale i rallentamenti sono da imputare ad «un quadro normativo incerto, di competenza del governo centrale, a cui comunque ENI ha risposto anticipando investimenti per diverse centinaia di milioni di euro». La stessa ENI che a Viggiano, in seguito alla chiusura degli impianti da parte della magistratura di Potenza, proprio oggi ha messo in cassa integrazione 430 lavoratori di cui si stima che almeno una novantina siano i dipendenti gelesi in trasferta. Un ulteriore dramma occupazionale che si aggiunge a quello finora irrisolto degli operai dell’indotto. Tanto che in una nota congiunta i segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil di Caltanissetta definiscono l’incontro di ieri al Mise «non utile al territorio ed in particolar modo ai lavoratori». I confederali registrano «piccoli passi avanti per il progetto green, ma calma piatta sugli altri progetti; ad iniziare dalle fasi di progettazione e cantierizzazione della piattaforma Prezioso K, il più grande investimento contenuto nella riconversione». E mentre il vicesindaco Siciliano chiarisce che «non sono emerse criticità sulla realizzazione della piattaforma a Gela», il suo bilancio è in contrasto con quello dei sindacati. Parla di «un quadro prevalentemente positivo» ed elenca i risultati ottenuti al tavolo romano, che in verità sono i numeri e i progetti tracciati da ENI. «La fase 1 della bioraffineria sarà completata con l’approvvigionamento delle apparecchiature, nel prossimo mese di giugno – spiega il numero due della giunta – con un impiego complessivo previsto di quasi 400 unità. In merito alle attività di risanamento ambientale, ENI ha confermato che nel primo trimestre sono stati spesi 64 milioni di euro con 22 cantieri avviati, tra i quali cinque completati. Per la sperimentazione del guayule, a fine mese saranno messe a dimora 50mila piantine nelle aziende individuate dall’Esa, e tra un anno la lavorazione del lattice verrà avviata nell’area industriale di Gela». Nei giorni scorsi l’amministrazione non ha fatto mistero di puntare sui 32 milioni di euro di compensazioni, tracciando...
read morePolveri pericolose in fabbrica, l’operaio Smim che denunciò: “Respiro con una bombola d’ossigeno”
[Di Rosario Cauchi su Quotidianodigela.it] “Non auguro a nessuno di dover dormire respirando da una bombola dell’ossigeno. La fabbrica ENI ha prodotto lavoro ma anche tante morti”. “Non sapevamo con quali sostanze entravamo in contatto”. E’ stato l’operaio Antonio Di Fede a raccontare la sua lunga vicenda lavorativa, vissuta tra gli impianti dello stabilimento di contrada Piana del Signore. Si è costituito parte civile, rappresentato dal legale Giacomo Di Fede, nel processo avviato ai danni di manager e tecnici della società Smim. A giudizio, ci sono Giancarlo Barbieri, Giovanni Giorgianni, Luigi Pellegrino e Giovanni Corvino. Sono tutti accusati di non aver adottato le necessarie misure per evitare che l’operaio, alle dipendenze proprio di Smim, inalasse pericolose polveri di saldatura. “L’azienda – ha continuato il lavoratore – ci forniva maschere e guanti ma nessuno sapeva con quali sostanze entravamo in contatto al momento delle saldature. C’era di tutto, comprese sostanze pericolose e amianto. Oggi, sono affetto da una broncopatia cronica e, da poco, ho ricevuto, come altri 114 colleghi, un provvedimento di licenziamento da Smim”. Così, l’operaio ha risposto alle domande formulate dal pubblico ministero Sonia Tramontana e dai difensori degli imputati, gli avvocati Flavio Sinatra, Davide Limoncello, Vincenzo Cilia e Saverio La Grua. Proprio i difensori hanno cercato di collocare con maggior precisione l’eventuale periodo di maturazione della malattia contratta dal dipendente. Per i magistrati della procura, l’operaio sarebbe stato a contatto con le polveri di saldatura, inalandole, per almeno ventitré anni. I difensori, invece, hanno fatto leva sui periodi di lavoro precedenti a quelli legati a Smim. Il dipendente, infatti, ha comunque precisato di aver avuto esperienze occupazionali anche in una fabbrica lombarda. Ipotesi contestate dal legale dell’operaio. “Alla fine – ha concluso Di Fede – portavo tutto a casa. Per noi dipendenti delle aziende dell’indotto non c’erano le docce. Quindi, tutte le polveri accumulate sugli indumenti arrivano nella mia abitazione”. La parte civile chiede un risarcimento da 250 mila euro. Pubblicato su Quotidianodigela.it il 21 aprile...
read moreQuale ritorno? A quale terra? Note sulla finanziarizzazione del cibo
[Di redazione su Effimera.org] I processi di valorizzazione del capitalismo odierno – comando ?nanziario, dimensione bio-cognitiva, “sono talmente integrati a quello maggiormente ‘terrestre’ – settore agricolo – che tentare di isolarne gli sviluppi non può che rivelarsi operazione vana (tanto analiticamente quanto politicamente)”. Così scrive Emanuele Leonardi in questo bel contributo, dal sottotitolo già di per sé indicativo: “Note sulla finanziarizzazione del cibo”, a significare come anche l’agricoltura e la coltivazione della terra siano oggi inserite all’interno di un meccanismo che non può prescindere dalla valorizzazione finanziaria. Non solo: una delle regole ferree dell’economia mainstream – la legge della domanda e dell’offerta per i prodotti agricoli – perde di rilevanza. Come è già successo per le materie prime energetiche – petrolio in primis – le convenzioni finanziarie e la conseguente speculazione influenzano in modo sempre più determinante la dinamica dei prezzi. A conferma del primato della governance finanziaria e della subalternità dell’economia “reale” a quella finanziaria. Con l’effetto di ampliare le divergenze tra le necessità di sussistenza alimentare e di reddito su scala globale, il che ci porta a parlare di “food divide”. I discorsi sul “ritorno alla terra”, per non essere vuotamente modaioli o perniciosamente retorici, debbono tenere conto di questo contesto e signi?care anche “costruzione di coscienza di luogo, cioè tensione verso l’autogoverno e ri?uto dell’eterodirezione”. Non guardare indietro, a un passato di sussistenza, ma puntare avanti, verso una nuova coscienza ecologico-politica. Presentiamo, dunque, tra le letture della sezione “Ecologia politica” l’ottimo breve saggio di Emanuele Leonardi “Quale ritorno? A quale terra? Note sulla finanziarizzazione del cibo”, ringraziando la rivista ‘Scienze del territorio’ e la Società dei territorialisti per la concessione della pubblicazione. Per il leggere il pdf, clicca qui. Pubblicato su Effimera.org il 19 aprile...
read moreRiciclo, dalla politica degli inceneritori ai materiali misti: i “buchi neri”…
[Di Veronica Ulivieri su Ilfattoquotidiano.it] La metà della spazzatura finisce ancora in discarica o all’inceneritore. I motivi? Gli investimenti per bruciare, oggetti realizzati con plastiche non “rinnovabili”, mancati incentivi. Così accade che alcuni riciclatori siano costretti a importare imballaggi in Pet da Francia e Spagna. Nel 2014, secondo l’Ispra, il 42 per cento dei rifiuti urbani è stato riciclato o, nel caso dell’organico, avviato ad impianti di compostaggio. Dall’altra parte, il 31 per cento è andato in discarica e il 17 all’inceneritore, per un totale del 48 per cento: quasi la metà di quello che buttiamo, insomma, continua a non essere riutilizzato, rappresentando un’occasione mancata per l’industria del riciclo, fiore all’occhiello dell’economia italiana. L’esempio delle bottiglie di acqua minerale che abbiamo tutti i giorni sulle nostre tavole può dare l’idea. Secondo Assorimap, l’associazione di riciclatori e rigeneratori delle materie plastiche, nel 2015 “le tonnellate immesse a consumo, cioè tutte le bottiglie ed i flaconi di plastica, sono state circa 400mila, di cui il 50 per cento è stato raccolto ed avviato a riciclo. Manca all’appello l’altro 50 per cento, circa 200mila tonnellate che hanno destini diversi: dalla discarica al termovalorizzatore o dispersi nell’ambiente”. Tutto questo mentre, spiega Alberto Frache, esperto di polimeri del Politecnico di Torino, “alcuni riciclatori piemontesi sono costretti ad acquistare imballaggi in Pet da Francia e Spagna, perché in Italia, dove oggi le percentuali di raccolta in molte aree sono basse, non c’è abbastanza materiale da avviare a una seconda vita”. Investimenti per bruciare Se il Pet, polimero riciclabile per eccellenza, è l’esempio più eclatante, “nel 2014 in Italia circa 1,4 milioni di tonnellate, il 12 per cento degli imballaggi immessi al consumo ed il 15 per cento degli imballaggi recuperati, sono stati avviati a recupero energetico”, si legge nell’ultimo rapporto di sostenibilità di Conai, il Consorzio nazionale degli imballaggi. “Si tratta di un valore in forte crescita, +27,5 per cento tra 2012 e 2014”, con “la plastica che rappresenta il 66 per cento del totale degli imballaggi avviati a recupero energetico”. Numeri che, di fronte alla costruzione degli 8 inceneritori previsti dallo Sblocca Italia (inizialmente erano addirittura 12), potrebbero aumentare ancora. Secondo Francesco Bertolini, esperto di politiche ambientali dell’università Bocconi, infatti, “nel momento in cui si decide di investire in un inceneritore che costa milioni di euro e ha bisogno di grosse quantità di rifiuti per funzionare e ripagare così l’investimento, c’è un allentamento più o meno consapevole nelle politiche a favore del riciclo. Se è vero che nella regola europea delle 4R – riduzione, riuso, riciclo e recupero – la termovalorizzazione è appunto all’ultimo posto, è ovvio che se si investono qui molte risorse, poi ce ne saranno meno per misure a favore del riciclo”. Materiali difficili da riciclare Non solo: delle circa 927mila tonnellate di imballaggi in plastica inceneriti nel 2014 su un totale di quasi 2,1 milioni di tonnellate immesse al consumo, una parte è rappresentata da bottiglie, vaschette e flaconi buttate dai cittadini tra i rifiuti indifferenziati, mentre dall’altra ci sono contenitori ancora difficili o impossibili da riciclare. “Gli alimenti confezionati in plastica con scadenza lunga spesso hanno imballaggi formati da più polimeri. Cibi e bevande di questo tipo devono essere isolati da luce e aria: ci sono quindi strati barriera di diversi materiali che hanno queste funzioni”, dice Frache. Pensiamo...
read moreTrivelle, il MiSe condona le concessioni illegali?
[Di redazione su Rinnovabili.it] Per anni le trivelle hanno goduto di una gestione allegra, operando senza autorizzazione in attesa della proroga. Adesso sta per arrivare la sanatoria. La battaglia sulle trivelle non inizia e non finisce con il referendum. Il movimento No Triv ha infatti chiamato il governo a rispondere puntualmente di un caso scoppiato giorni prima: alcune concessioni entro le 12 miglia sono scadute da anni, eppure le piattaforme sono rimaste lì senza essere autorizzate. Da via Veneto smentiscono la denuncia del movimento, secondo cui vi sarebbero ben 24 piattaforme marine, afferenti a 5 delle 44 concessioni entro le 12 miglia, che avrebbero continuato ad operare per settimane, mesi o addirittura anni nella fascia di mare tra Veneto, Emilia Romagna, Abruzzo e Marche, senza aver ricevuto il rinnovo. Altre 9 piattaforme, su 4 concessioni non produttive, sono rimaste in mare dopo la data di scadenza. Per tutte le concessioni (produttive e non), le società petrolifere hanno chiesto da tempo di estendere la durata del titolo, ma il Ministero dello Sviluppo economico non ha mai risposto, lasciando così che si continuasse ad estrarre gas e petrolio senza autorizzazione. Ora, il MiSe fa sapere che la valutazione delle richieste è un processo lungo e complesso, ma «un’apposita legge prevede che durante tale istruttoria prosegua l’attività estrattiva». La domanda è: quale? Se l’è posta per primo Enzo Di Salvatore, costituzionalista che ha redatto i quesiti referendari oggetto della consultazione di domenica scorsa: «Il comunicato del MiSe è contraddittorio – obietta Di Salvatore – Prima si dice che non ci sono attività non autorizzate, poi si afferma che comunque si può continuare ad estrarre nell’attesa che sia rilasciata la proroga. Quale sarebbe la legge cui il Ministero fa riferimento?». Il sistema delle proroghe è disciplinato dalla legge n. 9 del 1991, modificata nel ’96. Ma dopo l’approvazione della legge di stabilità, la fascia delle 12 miglia marine non ricade più nella disciplina generale. Ora «i titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento». Con questa dicitura, è stata tolta qualsiasi data di scadenza alle concessioni in mare entro le acque territoriali, e quindi anche la necessità di dover richiederne di volta in volta il rinnovo. Ma se la nuova legislazione venisse applicata anche ai 9 titoli scaduti, sarebbe un condono coi fiocchi: una situazione di illegalità verrebbe sanata grazie al cambio delle norme. Da anni il sistema è gestito in maniera piuttosto “allegra”: basta infatti una rapida verifica per scoprire che è sempre stata prassi del MiSe accordare proroghe con effetto retroattivo anche un anno e mezzo dopo la scadenza dei termini. La legge di stabilità è un capolavoro di vaghezza: essa modifica la norma sulle 12 miglia come introdotta dal governo Berlusconi (2010) e successivamente modificata dal governo Monti (2012), che vietava il rilascio di nuove concessioni entro le acque territoriali, ribadendo la salvezza dell’«efficacia dei titoli abilitativi già rilasciati». Nella nuova formulazione, invece, vengono fatti salvi «i titoli abilitativi già rilasciati», senza riferimento alla loro efficacia: forse che con questa mossa il governo abbia inteso salvare anche le concessioni già scadute? Il costituzionalista Di Salvatore è convinto che il riferimento a “titoli abilitativi già rilasciati” «non possa che essere relativo solo a titoli vigenti, e dunque efficaci». Difatti, se non abilitano le compagnie...
read moreScandalo ENI, 13 mila tonnellate di rifiuti portate a Chieti Scalo
[Di redazione su Primadanoi.it] Dall’inchiesta della Procura di Potenza emergono altri dettagli. Indaga anche L’Aquila. L’inchiesta petrolio in Basilicata interessa sempre di più anche l’Abruzzo. Trovano conferma le notizie pure conosciute di smaltimenti di rifiuti provenienti dalla Basilicata. Il Forum H2O ha diffuso ieri la notizia che sarebbero oltre 13.000 le tonnellate di rifiuti degli impianti petroliferi lucani conferiti a Chieti scalo nel 2013 e 2014. Le carte dell’inchiesta della Procura di Potenza sull’ENI di Viggiano parlano anche dell’Abruzzo. Oltre alla questione che riguarda il Direttore tecnico dell’Arta Abruzzo Giovanni Damiani, uscita sabato su Il Fatto Quotidiano, si parla in più parti del conferimento di ben 13.482,42 tonnellate di rifiuti liquidi provenienti dalle attività di estrazione (273,3 nel 2013 e 13209,12 nel 2014) che sarebbero state trasportate all’impianto di Chieti scalo della società Depuracque S.r.l. in località S. Martino. L’azienda Depuracque, rivela il Forum dell’Acqua che ha letto le carte, non è indagata in questa inchiesta. Il cuore dell’indagine riguarda proprio la classificazione di questi rifiuti, che l’ENI dichiarava “non pericolosi” mentre la procura di Potenza, tramite una perizia, li ritiene “pericolosi”. Il codice rifiuto da applicare sarebbe stato il 19 02 04 “Miscugli di rifiuti contenenti almeno un rifiuti pericoloso” e 13 05 08 “Miscugli di rifiuti delle camere a sabbia e dei prodotti di separazione acqua/olio”. Insomma una classificazione errata ma di comodo che poteva fruttare risparmi ingenti. Agli atti ci sono intercettazioni in cui si parla di problemi di cattivi odori provenienti dai rifiuti che avrebbero interessato diversi impianti in cui venivano smaltiti i rifiuti prodotti dalle estrazioni, tra cui quello chietino. Secondo la ricostruzione degli inquirenti la questione dei cattivi odori era diventato un problema per gli indagati tanto che uno di loro avrebbe usato un tono di minaccia per l’impianto chietino in cui si sarebbero verificate problematiche odorigene causate dal rifiuto. In un’intercettazione, infatti, si parla chiaramente della Depuracque e dell’intento di togliergli il subappalto qualora le lamentele fossero continuate e se non avessero accettato 10 carichi al giorno. La Procura di Potenza ricorda che l’impianto chietino era comunque autorizzato anche per trattare i due codici CER di rifiuti pericolosi che avrebbero dovuto essere assegnati ai rifiuti secondo la procura lucana. «Ricordiamo», specifica Augusto De Sanctis del Forum dell’Acqua, «che pochi mesi fa proprio i vertici di Depuracque S.r.l., assieme ad esponenti del Consorzio di Bonifica Centro, sono stati al centro di un’altra e diversa inchiesta, questa volta della Procura distrettuale antimafia di L’Aquila, che ha ipotizzato anche il traffico illegale di rifiuti. Sarebbe interessante capire se la grande mole di rifiuti pervenuti dalla Basilicata a Chieti come rifiuti non pericolosi siano poi stati trattati adeguatamente e correttamente (e a costi maggiori per ENI; la Procura di Potenza ha calcolato in diverse decine di milioni di euro il vantaggio per ENI dalla diversa classificazione dei rifiuti) nell’impianto chietino come rifiuti pericolosi dalla ditta che li ha accettati e smaltiti. In ogni caso, al di là delle questioni penali e dell’inchiesta che farà il suo corso, basta vedere i quantitativi di rifiuti in gioco per capire la totale insostenibilità ambientale della deriva petrolifera». E proprio l’inchiesta della distrettuale dell’Aquila condotta dalla Forestale sembra incrociarsi pericolosamente con quella potentina arrivando ad indagare intorno alle operazione della Depuracque contemporaneamente ma con punti di vista diversi. Non è...
read moreTrivelle, Sciacca unico Comune a superare quorum Il movimento NoTriv: «Battaglia iniziata sei anni fa»
[Di Luisa Santagelo su Meridionews.it] La cittadina è la sola in Sicilia a oltrepassare il 50 per cento. Merito dell’impegno degli attivisti che è iniziato nel 2010. «Siamo riusciti a cacciare via la società petrolifera che voleva trivellare», spiega il fondatore che, insieme al resto del gruppo, negli ultimi giorni ha girato quartieri e mercati. «Lì abbiamo beccato gli anziani». In Sicilia un solo Comune ha superato il quorum in occasione del referendum sulle trivellazioni del 17 aprile. A Sciacca, nell’Agrigentino, hanno votato il 53,95 per cento degli aventi diritto. Un risultato «completamente in controtendenza rispetto al resto dell’Isola», inaspettato anche per chi il movimento NoTriv cittadino l’ha creato. Come Mario Di Giovanna, 38 anni, ingegnere libero professionista, che ha dato il via alla campagna Stop trivelle a maggio 2010. Sei anni prima del referendum, quando ancora le estrazioni di petrolio e gas nel mar Mediterraneo erano ben lontane dall’essere sulla bocca di tutti. «In quel periodo mi sono accorto casualmente che una società petrolifera aveva richiesto di trivellare a poche centinaia di metri dalla costa di Sciacca – ricorda Di Giovanna – ci abbiamo messo anni, ma siamo riusciti a cacciarla via». La battaglia di Sciacca, in cui 17.457 persone (su 40.980 abitanti) hanno votato contro il rinnovo delle concessioni, è partita contro la San Leon Energy. «Era la punta di un iceberg – dice l’attivista – insieme a un gruppo di amici abbiamo fondato il comitato Stoppa la piattaforma, grazie al quale abbiamo scoperto che assieme al permesso di Sciacca c’erano una quarantina di altre richieste in Sicilia». La loro denuncia ha dato il via a un tam tam mediatico grazie al quale «la società, dopo qualche anno, rinunciò a chiedere permessi di ricerca dalle nostre parti, ma anche a Mazara del Vallo e a Marsala». Una prima vittoria a cui, secondo Mario Di Giovanna, ne sono seguite diverse altre. A essere indispensabile per il successo della lotta contro la ricerca nel Mediterraneo sarebbe stata la collaborazione con altre associazioni, tra le quali Greenpeace, assieme alle quali i cittadini di Sciacca si sono opposti ad altre 15 piattaforme offshore. «Noi abbiamo sempre informato tutti delle nostre azioni – spiega l’ambientalista – siamo stati chiarissimi: abbiamo spiegato che, salvo casi eccezionali, questo referendum non avrebbe fermato le trivellazioni. Ma che le vere poste in gioco erano le bonifiche, le royalties, la sicurezza degli impianti. I saccensi hanno capito la nostra onestà e l’hanno apprezzata». Anche oltre le previsioni più ottimistiche: «Sapevo che Sciacca non ci avrebbe deluso, ma nemmeno io mi aspettavo questi numeri». Con un quorum difficile da raggiungere, «troppo poco tempo per organizzarsi» e la difficoltà di far passare sui media nazionali i temi referendari. «Con una quindicina di giorni in più sono sicuro che avremmo fatto la differenza», sostiene Mario Di Giovanna. «A Sciacca, forti di un comitato già costituito e operativo da anni, che si è costruito una credibilità con le battaglie vinte, siamo riusciti a sfruttare appieno i giorni a disposizione». Mettendo in piedi una campagna referendaria «serrata e all’antica»: volantinaggio, porta a porta, eventi, concerti. «Probabilmente una struttura territoriale più capillare e organizzata avrebbe aiutato a coordinare meglio le informazioni e le azioni sul territorio – prosegue – è oggettivamente complesso, però, con le poche risorse a disposizione». Quello dei finanziamenti è...
read moreReferendum trivelle, il Comitato per il sì presenta ricorso al Mise. Il premier: “Italiani si sono espressi”
[Di redazione su Repubblica.it] Il costituzionalista Di Salvatore: “Cinque concessioni scadute da tempo, proroga illegittima”. Brunetta: “Vittoria di Pirro di Renzi”. De Petris: “Dovrà tenere conto di 13 milioni di sì”. Renzi: “Ora Regioni pensino a tener pulito il mare”. Le associazioni del Comitato per il sì al referendum sulle trivelle presenteranno un ricorso al ministero dello Sviluppo Economico per chiedere il blocco immediato di cinque concessioni estrattive entro le 12 miglia. L’annuncio oggi in conferenza stampa alla Camera. Secondo Enzo Di Salvatore, costituzionalista ed estensore dei quesiti referendari, “queste concessioni sono scadute da tempo e la proroga è illegittima. La norma prevede che siano prorogati i titoli vigenti, non quelli scaduti. Il Mise non si è mai pronunciato a riguardo, di conseguenza le aziende petrolifere stanno continuando ad estrarre senza autorizzazione”. Malgrado la sconfitta i referendari vogliono dunque continuare una battaglia che invece il premier Renzi considera conclusa. “Il popolo italiano ha parlato ed è finita 70 a 30. Leggo che chi ha perso spiega che ha vinto” ma adesso è ora “di impegnarsi a tenere il mare pulito, magari occupandoci dei depuratori, cosa che dovrebbero fare le Regioni. Gli italiani ci chiedono di lavorare non di fare polemiche”. Oltre al ricorso al Mise, il Comitato per il sì ne ha pronto un altro in sede europea per la violazione, da parte dell’Italia, delle norme che disciplinano l’estrazione degli idrocarburi (direttiva 94/22/CE). Di Salvatore ha reso noto, infatti, che l’europarlamentare Barbara Spinelli (gruppo Gue/Ngl) ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea chiedendo se non ritenga di aprire una procedura di infrazione per violazione delle regole sulla concorrenza in merito alla estensione delle concessioni. Nel corso dell’incontro con i giornalisti, il Comitato ha spiegato le sue ragioni. Grazie al referendum sulle trivelle “ci sono state modifiche alla normativa proposte dal governo e approvate dal Parlamento. Questa non è demagogia. Petroceltic e Shell hanno rinunciato. I permessi di ricerca sono stati bloccati. Se questo è avvenuto penso sia una vittoria”, ha aggiunto il presidente del Consiglio regionale lucano Piero Lacorazza. Mentre per Francesco Borrelli, delegato della Regione Campania, è comunque un successo aver riportato al centro del dibattito le tematiche energetiche: “Non si è raggiunto il quorum – ha spiegato – ma comunque è stato tracciato il solco che porterà l’Italia sempre più verso le rinnovabili e sempre più lontano dal petrolio. Da questa vicenda nascerà un dialogo più forte con il governo”. “Se c’è uno sconfitto oggi in Italia è la democrazia – ha detto ancora Enzo Di Salvatore – non possiamo gioire se due terzi degli italiani non sono andati a votare. Tuttavia siamo riusciti a fare diventare ‘nazionalpopolare’ un tema di politica energetica nazionale. Prima se ne discuteva solo nelle aule universitarie. Il percorso referendario è stato un successo. Senza il referendum avremmo ancora la politica energetica del governo Monti del 2013, recepita dallo Sblocca Italia, avremmo 27 procedimenti per concessioni entro le 12 miglia, ci sarebbe il pozzo di Ombrina Mare davanti all’Abruzzo. Invece Shell e Petroceltic sono andate via”. Matteo Renzi dovrà comunque “tenere conto” dei “13 milioni di sì”, secondo Loredana De Petris: “Dobbiamo ringraziare quei milioni di cittadini che sono andati a votare e assicurargli che il loro impegno non è stato, non è e non sarà inutile – ha affermato la senatrice di...
read moreReferendum Trivelle, l’allarme di un costituzionalista «Per procedimenti aperti non c’è il limite di 12 miglia»
[Di Andrea Turco su Meridionews.it] Enzo Di Salvatore è stato tra gli estensori dei quesiti e a MeridioNews ricorda che il blocco delle perforazioni vale solo per le nuove autorizzazioni. ENI potrebbe ottenere la concessione per completare sei pozzi già esistenti e perforarne due nuovi. Per i quali ha già avuto alcune autorizzazioni. Unico ostacolo, un ricorso al Cga. «Il referendum non riguardava solo perforazioni già esistenti. Ora si potrà trivellare addirittura entro le 12 miglia marine, come avevamo già detto durante la campagna referendaria. Anche in Sicilia». L’allarme viene da Enzo Di Salvatore, costituzionalista ed estensore dei quesiti referendari in parte accolti dalla legge di stabilità 2016. Al contrario di quel che ha sostenuto il governo Renzi, per convincere gli italiani ad astenersi sul referendum appena trascorso, il blocco delle perforazioni entro le 12 miglia marine non vale per i procedimenti già esistenti ma solo per le nuove autorizzazioni. È il caso ad esempio della piattaforma Prezioso K, al largo delle coste tra Gela e Licata. La cui costruzione è fissata, all’interno del progetto offshore Ibleo, a undici chilometri dal litorale e accanto alla già esistente Prezioso. Dopo aver ottenuto, a maggio 2014, l’autorizzazione integrata ambientale, il 17 marzo scorso il progetto ha ottenuto anche la verifica di ottemperanza da parte della commissione tecnica. Significa via libera per la concessione di coltivazione chiesta da ENI che prevede la perforazione e il completamento dei sei pozzi nei campi (già esistenti) Argo e Cassiopea e la perforazione di due nuovi pozzi esplorativi (Centauro1 e Gemini1). L’ultimo ostacolo al procedimento del cane a sei zampe è il ricorso al consiglio di giustizia amministrativa presentato dalle associazioni ambientaliste e dai Comuni interessati, tranne quello di Gela. I giudici del tribunale si pronunceranno a giugno, dopo il respingimento del Tar Lazio lo scorso anno. Analoga sorte potrebbe esserci per la piattaforma Vega B, di fronte la città di Pozzallo, che a breve potrebbe vedere la luce dopo un iter contorto ed estenuante. L’esito fallimentare del referendum non scoraggia però i promotori, che aumentano anzi i fronti di battaglia. «Abbiamo preparato una diffida rivolta al Ministero dello Sviluppo Economico – spiega Di Salvatore – ci sono cinque concessioni estrattive entro le 12 miglia che sono scadute da anni: due in Abruzzo, poi a Ravenna e nel Veneto. La norma che intendevamo abrogare col referendum prevede che siano prorogati solo i titoli vigenti, non quelli scaduti. Ciò vuol che dire che le aziende petrolifere stanno continuando ad estrarre senza autorizzazione». Non solo. La disposizione attuale violerebbe anche la normativa europea ed in particolare la direttiva 94/22/CE, recepita dallo Stato italiano nel novembre 1996. Nei giorni scorsi la parlamentare europea Barbara Spinelli ha inviato alla commissione europea un’interrogazione scritta che ha come oggetto proprio la norma del referendum. «Una durata a tempo indeterminato delle concessioni – riassume il costituzionalista – violerebbe le regole del diritto europeo sulla libera concorrenza». Intanto c’è da fare ancora un’analisi del voto di ieri. Di Salvatore predica ottimismo. «Il referendum non è certo un punto di arrivo – dice. C’è da registrare che abbiamo ottenuto una visibilità enorme su un tema, quello della strategia energetica, che fino a un mese fa era riservato agli addetti ai lavori». E per quanto riguarda il presunto spreco di 300 milioni di euro, come sostenuto...
read moreRapporto IFAD: il cambiamento climatico non fa notizia
[Di redazione su Regioneambiente.it] Presentato al “Festival Internazionale del Giornalismo” di Perugia, un studio commissionato dall’Agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo agricolo, che evidenzia come, nonostante l’anno trascorso sia stato il più caldo di sempre e la sicurezza alimentare di 60 milioni di individui sia a rischio, il global warming continui a non avere il dovuto risalto sui principali quotidiani e reti televisive. A Perugia, dove è in corso di svolgimento il Festival Internazionale del Giornalismo, nel corso dell’evento “Cambiamenti climatici e migrazione: la storia non raccontata” è stato presentato l’8 aprile 2016 un Rapporto, commissionato dall’IFAD (Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo), un’Agenzia specializzata delle Nazioni Unite che investe sulle popolazioni rurali, mettendole in condizione di ridurre la povertà, aumentare la sicurezza alimentare, migliorare la qualità dell’alimentazione e rafforzare la loro capacità di resilienza, che mette in evidenza come, nonostante le gravi minacce sulla sicurezza alimentare di molti individui, i cambiamenti climatici non godano di adeguata copertura mediatica da parte dei principali organi di informazione europei e statunitensi. Proprio nei giorni scorsi a Roma presso la sede della FAO, le Nazioni Unite hanno riunito le 4 principali Agenzie coinvolte (FAO, IFAD, OCHA e WFP) per valutare la situazione dopo un anno di forti impatti climatici, enfatizzati dal fenomeno di El Niño particolarmente prolungato, che stanno mettendo a rischio la sicurezza alimentare di 60 milioni individui. “El Niño, reso ancor più micidiale dai cambiamenti climatici, ha causato eventi estremi con temperature molto elevate, siccità e inondazioni – ha dichiarato nell’occasione il Presidente IFAD, Kanayo F. Nwanze – a pagarne il prezzo sono soprattutto le comunità più povere che vivono di agricoltura e allevamento, senza mezzi per fronteggiare shock di questa portata. Tutti gli sforzi della comunità internazionale, adesso, devono concentrarsi nel fornire un’ancora di salvezza alle persone colpite dall’emergenza, almeno fino a quando i raccolti e i fragili pascoli delle zone semiaride non miglioreranno”. Lo Studio “La storia non raccontata: il cambiamento climatico non fa notizia”, condotto da Sam Dubberley, capo ricercatore e co-fondatore di Eyewitness Media Hub, una organizzazione non-profit che supporta la creazione, la scoperta, la verifica e la pubblicazione delle notizie, che è intervenuto al Festival, presenziando la presentazione, con la collaborazione di altri due ricercatori: Vincent Goubet e Haluk Mert Bal, analizza la quantità di articoli sui cambiamenti climatici in due periodi distinti: 2 mesi prima della COP21 di Parigi sui Cambiamenti Climatici e 2 mesi dopo. In particolare, si è constatato che nel periodo precedente alla COP21 e nei mesi immediatamente successivi, il numero di articoli correlati ai cambiamenti climatici all’argomento è stato basso in tutti i principali organi di informazione analizzati, solo in occasione dell’Accordo raggiunto al termine della Conferenza sono apparsi titoli sulle prime pagine e nei titoli di apertura di giornali e telegiornali di tutto il mondo. La verifica se eventi che colleghino tra loro cambiamenti climatici, sicurezza alimentare, agricoltura e migrazioni siano apparsi nei titoli di testa e di apertura di giornali e telegiornali e, nel caso, quale rilievo sia stato dato a queste notizie, ha dato risultati drasticamente scarsi. Né miglior sorte hanno avuto le voci e le dichiarazioni dei migranti ed agricoltori o i pareri degli esperti. Inoltre, il Rapporto ha preso in esame quello che i lettori comprendono sulle migrazioni causate da scarsità di cibo e...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.