CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Gela, il bilancio della procuratrice che indaga sull’Eni «In Basilicata nuclei specializzati, qui manca personale»

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Gela, il bilancio della procuratrice che indaga sull’Eni «In Basilicata nuclei specializzati, qui manca personale»

[Di Andrea Turco su Meridionews.it] Tra qualche giorno finirà il suo mandato alla guida della Procura. Prima di andare via ha chiesto il rinvio a giudizio per 22 dirigenti e tecnici della Raffineria e di Enimed. «È confluito un vasto materiale: segnalazioni dei privati, dati, analisi, singoli episodi sono stati valutati e incasellati», spiega a MeridioNews. «Le indagini lucane hanno mostrato come in Basilicata operi il Nucleo Operativo Ecologico dei carabinieri. Qui a Gela invece manca personale specializzato in materia ambientale. In fondo il nostro è il lavoro di una piccola Procura sotto organico». Lucia Lotti, procuratrice della Repubblica a Gela ancora per qualche giorno, scandisce le parole con pazienza. Spiega, traccia schemi, incrocia dati. Uno dei suoi ultimi provvedimenti nella città del golfo è la richiesta di rinvio a giudizio di 22 dirigenti e tecnici della Raffineria di Gela e di Enimed con l’accusa di disastro innominato e altre ipotesi di danneggiamento e violazione della normativa ambientale. Trentacinque sono solo le pagine di contestazioni. I grattacapi per ENI insomma non vengono solo dalla Basilicata. «Un lavoro che raccoglie alcuni filoni di indagine che sono stati approfonditi nel corso degli anni – spiega la procuratrice – e che vede fonti probatorie acquisite sia presso Rage che Enimed, ministero dell’ambiente, organismi di controllo oltre alle perizie acquisite attraverso due incidenti probatori diretti ad analizzare le ricadute di emissioni in atmosfera degli impianti industriali e a stabilire le condizioni del sottosuolo e della falda». L’accusa contesta in pratica alterazioni delle matrici ambientali che avrebbero creato un pericolo per la salute pubblica, andando a intaccare la catena alimentare. Si pensi ad esempio alle coltivazioni della piana di Gela attraversate dagli oleodotti o al mar Mediterraneo che lambisce gli impianti. L’attenzione si è concentrata, in particolare, sulle emissioni in atmosfera della centrale termoelettrica, sui gas bruciati dalle torce, sull’utilizzo del pet-coke, sulle discariche e i rifiuti pericolosi. Indagini nelle quali, come torna a precisare la pubblica accusa, «è confluito un vasto materiale: segnalazioni dei privati, numerosi episodi di inquinamento, sfiaccolamenti, emissioni maleodoranti. Dati, analisi, ricostruzioni peritali, singoli accadimenti sono stati valutati ed incasellati». E negli atti sono confluite anche le risultanze dell’accertamento tecnico preventivo effettuato in tribunale sulle malformazioni neonatali. Nuove contestazioni che si aggiungono ad altre per le quali già pendono processi, come per le malattie professionali correlate all’esposizione all’amianto. «La contestazione di disastro innominato non elide quelle per reati ambientali relative a singoli eventi e vicende già in fase dibattimentale», chiarisce ancora la procuratrice. Insomma: un procedimento che si concentra definitivamente sulla presenza industriale a Gela, sulle sue conseguenze e suoi significati. E forse un punto di partenza anche per le tanto chiacchierate bonifiche. Il reato specifico di omessa bonifica è stato introdotto soltanto dalla normativa recente del 2015. Si contesta tuttavia che «non essendo state effettuate adeguatamente operazioni di bonifica ambientale si è di fronte a un comportamento omissivo – spiega ancora Lotti – che concorre nel terminare l’effetto di disastro». Da parte sua il cane a sei zampe, alla notizia della chiusura delle indagini gelesi, aveva emanato una nota stampa in cui segnalava come «l’impatto ambientale dello stabilimento industriale di Gela è stato oggetto sia di una valutazione preventiva da parte delle autorità amministrative competenti in fase di rilascio delle autorizzazioni necessarie a operare, sia successivamente, nell’ambito di monitoraggio...

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I gommoni, le trivelle e la crisi del clima

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I gommoni, le trivelle e la crisi del clima

[Di Marco Morosini su Huffingtonpost.it] Ai primi di settembre i mezzi di comunicazione esprimevano euforia per la scoperta italiana del più grande giacimento di gas del Mediterraneo e sgomento per il numero crescente di disperati che che cercano di raggiungere l’Europa traversando questo mare. Sopra le sue acque, i gommoni della morte alimentano speranze di redenzione. Sotto le sue acque, nuovi tesori di idrocarburi alimentano speranze di più prodotto lordo. Eppure pochi colgono il fatale nesso tra i due fenomeni. Gli studiosi prevedono che le attuali migrazioni verso l’Europa fra alcuni anni sembreranno piccole rispetto alle probabili migrazioni di decine di milioni profughi ambientali. Bruciare più combustibili fossili e più foreste libera CO², il maggiore gas che altera il clima. Di conseguenza, in molti paesi, specialmente nei meno ricchi, le terre diventano aride, i deserti si ampliano, il bestiame muore, le risorse d’acqua s’impoveriscono o si degradano. Un innalzamento anche solo di pochi centimetri del livello del mare (dovuto al probabile aumento dello scioglimento delle banchise polari) favorisce le inondazioni e causa infiltrazioni d’acqua marina nelle falde di acqua dolce. In molti paesi milioni di ex-agricoltori ed ex-allevatori si riversano nelle città, creando tensioni sociali. Queste causano spesso ribellioni e repressioni che alimentano spirali di violenza. La Siria, per esempio ha subito dal 2006 al 2011 la sua peggiore siccità. Buona parte del bestiame è morta, due milioni di persone, su 17 milioni di abitanti, hanno lasciato le campagne, in diverse città l’acqua è diventata scarsa ed è stata mal distribuita. Le conseguenti proteste popolari sono state represse nel sangue, generando ribellioni e repressioni che sono una causa della guerra civile. I profughi ambientali non godono di alcun stato giuridico come invece è il caso per i profughi politici (Convenzione di Ginevra del 1951) e dei migranti economici. Per colmare questa lacuna il 12 e 13 ottobre si sono riuniti a Ginevra i rappresentati di 75 governi in una Global consultation che ha presentato un’agenda di protezione per i profughi ambientali e delle catastrofi naturali. Questa è il risultato di consultazioni regionali promosse dalla Nansen Initiative, un organismo creato a Ginevra nel 2012 dalla Svizzera e dalla Norvegia. Il dramma dei profughi richiede tre azioni egualmente indispensabili: il soccorso, l’educazione degli europei a conoscere le cause lontane e vicine delle migrazioni forzate, e infine l’abbandono delle condotte dei cittadini e dei governi dei paesi ricchi che contribuiscono a causare le migrazioni. Se i mezzi di comunicazione, gli insegnanti, e le personalità delle istituzioni e della cultura ricordassero sovente le nostre responsabilità passate e presenti nel rendere miserabile la vita di interi popoli, meno cittadini sarebbero ostili a profughi e migranti, mentre comprensione e generosità crescerebbero. La responsabilità dell’Occidente nel contribuire a causare le migrazioni è triplice: colonialismo, globalizzazione, cambiamento climatico. Il colonialismo fu fatto di invasioni militari (il solo Regno Unito intervenne in tutti i paesi del mondo, tranne 22), dominio politico, commercio di schiavi, depredazione delle risorse naturali, sfruttamento di conflitti etnici a nostro vantaggio, creazioni arbitrarie di confini e stati, sviluppo di strutture economiche funzionali alle metropoli europee. Molte conseguenze dei crimini e delle distorsioni del colonialismo perdurano ancora oggi e sono solo in parte compensate dai benefici che gli europei portarono nelle colonie e dai nostri modesti aiuti allo sviluppo. Poi venne il neocolonialismo, fatto di...

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Studio Ue: “Un incidente petrolifero nell’Adriatico sarebbe un disastro per tutto il Mediterraneo”

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Studio Ue: “Un incidente petrolifero nell’Adriatico sarebbe un disastro per tutto il Mediterraneo”

[Di Tiziana Colluto su Ilfattoquotidiano.it] L’analisi contenuta nel progetto CoCoNet, finanziato dall’Unione Europea: cosa accadrebbe in caso di un imprevisto in fase estrattiva o in fase di trasporto? A causa dell’andamento delle correnti marine, l’entità monetaria del danno che verrebbe a crearsi è, secondo gli esperti, “incalcolabile”. “Un incidente petrolifero? Va messo in conto. E i danni non sarebbero limitati al litorale italiano, ma causerebbero un disastro nell’intero Mediterraneo orientale, con costi ambientali incalcolabili”. Ferdinando Boero parla con cognizione di causa. È docente di Zoologia e Biologia Marina all’Università del Salento, associato all’Istituto di Scienze Marine del Cnr ed è uno dei massimi esperti italiani di biodiversità marina e funzionamento degli ecosistemi. Mostra una cartina: frecce che si rincorrono, correnti, inabissamenti. In tempi non sospetti, ha svolto simulazioni per dimostrare cosa potrebbe accadere in caso di perdite di idrocarburi da petroliere in transito nel basso Adriatico. Poi, specie in Puglia, è arrivata la pioggia di richieste di permessi di ricerca dell’oro nero una spanna più avanti delle 12 miglia. Colossi americani, soprattutto. “La realtà che supera l’immaginazione”, sorride il professore. È una battaglia, quella, ancora in corso nell’ambito delle procedure di valutazione di impatto ambientale pendenti. Nel frattempo, restano i rischi legati alle piattaforme già attive al di qua e al di là di quel limite di 12 miglia lungo tutto il mar Adriatico. Lo dice CoCoNet, il progetto coordinato dallo stesso Boero e finanziato con 11 milioni di euro dall’Ue per la realizzazione di reti di aree marine protette nel Mediterraneo e nel Mar Nero, oltre che per lo studio di fattibilità di installazione lì di piattaforme eoliche offshore come fonte di energia pulita. Nell’ambito di CoCoNet, la ricerca pilota sulle perdite di idrocarburi, sconosciuta ai più, si è concentrata sull’Adriatico meridionale, che è lo snodo fondamentale, il luogo in cui si ha il fenomeno di sprofondamento delle acque dense nord adriatiche nella pancia dello Ionio. È quello, insomma, il punto di transito del movimento d’acqua che dà vita agli abissi del Mediterraneo. Cosa accadrebbe in caso di incidenti in fase estrattiva o in fase di trasporto? La risposta è nel gioco di correnti marine. Da Gibilterra, l’acqua atlantica penetra nel bacino mediterraneo (freccia arancione) con un flusso superficiale. Attraversato il canale di Sicilia e raggiunta la parte più orientale, vicino al Libano, la corrente torna indietro a circa 500 metri di profondità (corrente intermedia levantina: freccia azzurra in uscita). In questo modo l’acqua del Mediterraneo viene rinnovata nei primi 500 metri. In assenza di altre correnti importanti, al di sotto di quella soglia, non essendo ricambiata, andrebbe incontro a fenomeni di anossia (carenza di ossigeno) dovuti alla presenza di animali, che consumano ossigeno, e all’assenza di vegetali, che lo producono. Questa eventualità sarebbe fatale, dunque, per la vita al di sotto dei 500 metri. Ciò si evita grazie al rinnovamento delle acque profonde. Avviene tramite i “motori freddi”. Nel Golfo del Leone, per il Mediterraneo occidentale, e nel nord Adriatico, per quello orientale, i venti freddi causano aumenti di salinità e diminuzioni di temperatura. Questo porta alla formazione di acque dense superficiali, che tendono a scorrere verso i fondali più profondi, portandovi ossigeno e spingendo verso l’alto le acque che ne sono carenti, perché possano riossigenarsi. Dall’Adriatico settentrionale, quelle acque seguono due autostrade marine, una prossima alle...

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Sei risposte ai dubbi sulle trivelle

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Sei risposte ai dubbi sulle trivelle

[Di Marina Forti su Internazionale.it] Il referendum del 17 aprile riguarda l’estrazione di idrocarburi offshore entro le 12 miglia nautiche dalla costa. Dunque riguarda il futuro di 88 piattaforme oggi esistenti entro le 12 miglia, che fanno capo a 31 concessioni a “coltivare” (la coltivazione indica la zona dove una compagnia ha il permesso di estrarre gas o petrolio), oltre a quattro piattaforme relative a permessi di ricerca ora sospesi. Sono in buona parte nell’Adriatico, un po’ nello Ionio e nel mare di Sicilia, come si vede da questa mappa interattiva. In questione c’è la durata delle concessioni. Il quesito infatti chiede di abrogare la norma, introdotta nella legge di stabilità entrata in vigore il 1 gennaio 2016, che permette di estendere una concessione “per la durata di vita utile del giacimento”, cioè per un tempo indefinito. Se vincerà il sì quella frase sarà cancellata. In tal caso torneremo semplicemente a quanto previsto in precedenza dalla normativa italiana e comunitaria: tutte le concessioni per lo sfruttamento di idrocarburi o di risorse minerarie, a terra o in mare, hanno durata di trent’anni, con possibilità di proroghe per altri complessivi venti. In altre parole, sarà cancellata un’anomalia. In effetti è insolito che una risorsa dello stato, cioè pubblica, sia data in concessione senza limiti di tempo prestabiliti (ed è per questo che la corte costituzionale ha giudicato ammissibile il quesito). Tra l’altro, è un privilegio accordato alle sole concessioni entro la fascia di 12 miglia, non a quelle a terra o in mare più aperto. Dunque, se vince il sì le piattaforme oggi in attività continueranno a lavorare fino alla scadenza della concessione (o dell’eventuale proroga già ottenuta), ma non oltre. Certo, in gioco c’è molto di di più. I sostenitori del sì rimandano alla politica energetica del paese, parlano di energie rinnovabili, di investimenti in efficienza energetica. Ma sono accusati di mettere a repentaglio attività economiche e posti di lavoro.   Il referendum è inutile? Chi si oppone alla consultazione ricorda che la legge di stabilità 2016 ha già bloccato il rilascio di nuovi titoli (permessi) per estrarre idrocarburi entro le 12 miglia. La durata della concessione però non è irrilevante, e ha risvolti molto pratici. Infatti, il blocco di nuove concessioni non impedisce che all’interno di concessioni già esistenti siano perforati nuovi pozzi e costruite nuove piattaforme, se previsto dal programma di lavoro. Potrebbe essere il caso della concessione Vega, nel mar di Sicilia, dove l’ENI progetta da tempo una nuova piattaforma (Vega B) da aggiungere a quella oggi in esercizio (la concessione scade nel 2022). Ancora più importante: prolungando la durata della concessione si rinvia il momento in cui le piattaforme obsolete vanno smantellate e rimosse. È un’operazione costosa che da contratto spetta alle aziende concessionarie insieme al ripristino ambientale, quindi la spesa dovrebbe essere già inclusa nei bilanci. “Sospetto che le compagnie petrolifere puntino anche a questo, a rinviare in modo indefinito il momento in cui dovranno smantellare piattaforme obsolete”, dice Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia.   Se vince il sì chiuderanno piattaforme operative e perderemo posti di lavoro? È una delle obiezioni di chi è contrario al referendum. Ma si può confutare. Primo, la vittoria del sì non significa la chiusura immediata di tutte le attività in corso: le concessioni oggi attive scadranno...

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Trivelle fuorilegge!

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Trivelle fuorilegge!

[Di redazione su Greenpeace.org] Sostanze chimiche inquinanti e pericolose, con un forte impatto sull’ambiente e sugli esseri viventi, si ritrovano abitualmente nei sedimenti e nelle cozze che vivono in prossimità di piattaforme offshore presenti in Adriatico, spesso in concentrazioni che eccedono i parametri di legge. Lo rivela il rapporto “Trivelle fuorilegge” pubblicato oggi da Greenpeace in cui, per la prima volta, vengono resi pubblici i dati ministeriali relativi all’inquinamento generato da oltre trenta trivelle operanti nei nostri mari. Secondo quanto rilevato da Greenpeace, laddove esistono dei limiti fissati dalla legge, le trivelle assai spesso non li rispettano. Ci sono contaminazioni preoccupanti da idrocarburi policiclici aromatici e metalli pesanti, molte di queste sostanze sono in grado di risalire la catena alimentare fino a raggiungere gli esseri umani. Nei pressi delle piattaforme monitorate si trovano abitualmente sostanze associate a numerose patologie gravi, tra cui il cancro. Una situazione che si ripete di anno in anno. Nonostante questo, non risulta che siano state ritirate licenze, revocate concessioni o che il Ministero abbia preso altre iniziative per tutelare i nostri mari. Alla scarsa trasparenza del Ministero e al quadro ambientale critico si aggiunge il fatto che i monitoraggi sono stati eseguiti da ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, un istituto di ricerca pubblico sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Ambiente) su committenza di ENI, proprietaria delle piattaforme oggetto di indagine. In pratica, l’organo istituzionale (ISPRA) chiamato a valutare i risultati del monitoraggio sul mare che circonda le piattaforme offshore – e di conseguenza verificare la non sussistenza di pericoli per l’ambiente e gli ecosistemi marini – opera su committenza della società che possiede le piattaforme oggetto d’indagine (ENI), cosicché il controllore è a libro paga del controllato.   Leggi il report “Trivelle fuorilegge” Guarda la mappa delle piattaforme analizzate     Pubblicato su Greenpeace.org il 3 marzo 2016...

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Il Rapporto di Legambiente. Le piattaforme e le attività di ricerca entro le 12 miglia

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Il Rapporto di Legambiente. Le piattaforme e le attività di ricerca entro le 12 miglia

Nella settimana conclusiva della campagna referendaria per la votazione del 17 aprile, ripubblichiamo un report dettagliato fatto da Legambiente sulle piattaforme e le attività di ricerca entro le 12 miglia. Un report ben costruito che presenta con chiarezza e semplicità tutte le questioni: i cambiamenti legislativi che ci sarebbero con una vittoria del SI, gli aspetti economici legati alle petrolizzazione del mare e delle coste italiane e veri “guadagni” energetici che queste attività, altamente invasiva ed inquinante, comporta.     IL QUESITO REFERENDARIO RIGUARDA TUTTI I TITOLI ABILITATIVI ALL’ESTRAZIONE E/O ALLA RICERCA DI IDROCARBURI GIÀ RILASCIATI ENTRO LE 12 MIGLIA MARINE, E INTERVIENE SULLA LORO DATA DI SCADENZA . Ovvero, mentre la legge in materia prevedeva che le concessioni di coltivazione (ovvero di estrazione di idrocarburi) avessero una durata trentennale (prorogabile attraverso apposita richiesta per periodi di ulteriori 5 o 10 anni) e i permessi di ricerca una durata di 6 anni (con massimo due proroghe consentite di 3 anni ciascuna), con una modifica effettuata alla Legge di Stabilità 2016 tali titoli non hanno più scadenza. Il testo attuale della norma infatti prevede infatti che possano rimanere vigenti “fino a vita utile del giacimento”. È lo stesso Ufficio centrale per i referendum della Corte di Cassazione, parere confermato anche dalla Corte Costituzionale, a riportare che la norma voluta dal Governo ha introdotto una modificazione della durata dei titoli abilitativi già rilasciati, commisurandola al periodo «di vita utile del giacimento», prevedendo, quindi, una «sostanziale» proroga degli stessi ove «la vita utile del giacimento» superi la durata stabilita nel titolo. Infine è importante ricordare che mettere una scadenza alle concessioni date a società private, che svolgono la loro attività sfruttando beni appartenenti allo stato, non è una fissazione delle associazioni ambientaliste o dei comitati, ma è una regola comunitaria. Non si capisce perché in questo caso, le compagnie petrolifere debbano godere di una normativa davvero speciale, che non vale per nessun altra concessione, togliendo ogni scadenza temporale e lasciando la possibilità di appropriarsi di una risorsa pubblica a tempo indeterminato. Al di là del merito, non si comprende perché i privati debbano godere di un privilegio che non è dato, giustamente, a nessun altro, e che si aggiunge a tanti altri, agevolazioni fiscali, sussidi indiretti o royalties molto vantaggiose, che Legambiente ha quantificato in circa 2,1 miliardi di sussidi diretti o indiretti all’anno all’intero comparto. Condizione che riguarda solo i titoli a mare entro le dodici miglia marine dalla costa o dalle aree protette: tutti gli altri titoli rilasciati (quelli oltre le 12 miglia marine), con un emendamento del Governo alla Legge di Stabilità 2016 che modifica il comma 5 dell’articolo 38 del Decreto Sblocca Italia… continua a leggere, QUI....

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Energia, l’Italia è sulla strada più sporca. “Tanto carbone, crollo delle rinnovabili”

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Energia, l’Italia è sulla strada più sporca. “Tanto carbone, crollo delle rinnovabili”

[Di Elisa Murgese su Ilfattoquotidiano.it] Avevamo raggiunto livelli elevatissimi di energia pulita, piazzandoci dietro la Germania per energia solare. Poi il taglio dei fondi che vengono dirottati sull’industria fossile (13 miliardi secondo il FMI) ha fatto crollare le nuove installazioni del 92%. Denunce di ambientalisti ed esperti: “Regalo agli inquinatori che costa 60mila posti di lavoro”. L’Italia ha smesso di scommettere sulle rinnovabili per proteggere l’industria del carbone. Ecco perché il 2016 sarà – ancora – l’anno dell’energia sporca”. Nonostante i recenti – ma non vincolanti – accordi presi al summit sul clima di Parigi, Legambiente sottolinea come l’Italia voglia spostare il suo cuore energetico sempre più verso le energie fossili. A perderci, anche secondo il presidente dell’associazione Italia Solare Paolo Rocco Viscontini, le fonti green, visto che “il governo ha confermato i tagli degli incentivi alle rinnovabili ma non alle energie sporche”. Tanto che “nella legge di Stabilità, tre miliardi sono destinati a sussidi alle fossili, nello specifico sussidi all’autotrasporto per i consumi di benzina”, racconta il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini. Risultato immediato, il calo degli italiani che hanno scelto solare o eolico perché “gli impianti sono meno convenienti – prosegue Zanchini – e se le scelte del governo non cambieranno, l’energia green è destina a diminuire ancora”. Crollo del 92% delle installazioni di rinnovabili” Che il mondo dell’energia pulita in Italia stia boccheggiando, lo provano i dati. “Negli ultimi due anni, ovvero dallo stop agli incentivi, si è avuto un crollo del 92% degli impianti”, precisa il vicepresidente di Legambiente. Limitandosi al solare, nel 2013-2014 sono stati installati 1.800 MW contro i 13.000 MW del biennio precedente”, racconta Stefano Robotti , financial business advisors a Ernst & Young. Un mercato in decrescita, quello delle rinnovabili. Eppure non si può certo dire che il Belpaese non avesse raggiunto risultati, con l’aiuto degli incentivi. L’Italia, infatti, per energia installata, in Europa è seconda solo alla Germania, senza contare che nel 2014 le rinnovabili hanno garantito più del 38% dei consumi elettrici nazionali. Per avere un quadro del cambiamento che aveva portato il Conto Energia, ovvero il programma di incentivazioni, nel rapporto di fine anno del Gestore dei servizi energetici si sottolinea come nel 2014 “gli impianti incentivati con il Conto Energia rappresentano il 95% del totale”. FMI: “L’Italia dà 13,2 miliardi di dollari alle fossili” Ma visti i risultati e il numero di adesioni, perché smettere di scommettere sull’energia green? “Il problema è che il successo delle rinnovabili ha causato la crisi delle vecchie e inquinanti centrali termoelettriche, portando alla chiusura di decine di impianti. ENEL, per esempio, negli ultimi anni ha smantellato 23 centrali”, racconta il vicepresidente di Legambiente. Un boom, quello delle fonti green, che ha spiazzato “non solo le vecchie centrali ma anche i nuovissimi cicli combinati a gas, passando dalle oltre 4.000 ore di funzionamento medio all’anno a 1.000-1.500, dando luogo a una crisi generalizzata del settore termoelettrico”, precisa Stefano Robotti. “Quando ha capito che il problema economico dei grandi gruppi energetici era dato dal successo del solare, il governo è corso ai ripari togliendo gli incentivi alle rinnovabili e approvando quelli per petrolio, carbone e gas – conferma il presidente di Italia Solare – Così, invece di sfruttare positivamente il successo dell’energia pulita, si sta tentando di salvare il vecchio sistema di centrali...

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L’USGS: la sismicita’ indotta mette a rischio 7 milioni di persone negli USA. E in Italia?

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L’USGS: la sismicita’ indotta mette a rischio 7 milioni di persone negli USA. E in Italia?

[Di redazione su dorsogna.blogspot.it] Per la prima volta nella sua storia il principale ente geologico d’America, l’USGS (the United States Geological Survey) rilascia al pubblico mappe con il rischio sismico naturale e generato da attività umane, principalmente estrazione e re-iniezione di idrocarburi e loro scarti. La sismicità indotta, secondo l’USGS, mette a rischio 7 milioni di persone nella parte centrale ed orientale degli USA. In alcune di queste località il rischio sismico è lo stesso della California, dove invece c’è una sostenuta sismicità naturale. Cioè l’uomo ha reso fortemente sismiche località che prima non lo erano. Anzi, Mark Petersen, a capo del progetto dice che: “By including human-induced events, our assessment of earthquake hazards has significantly increased in parts of the U.S. This research also shows that much more of the nation faces a significant chance of having damaging earthquakes over the next year, whether natural or human- induced.” Gli stati più a rischio a causa della sismicità indotta sono Oklahoma, Kansas, Texas, Colorado, New Mexico e Arkansas. In queste zone ci sono stati danni e scosse dovute principalmente alla sismicità indotta. Aggiunge infatti Petersen: “In the past five years, the USGS has documented high shaking and damage in areas of these six states, mostly from induced earthquakes”. A rischio leggermente minore Alabama, Mississippi e Ohio. Cosa fare? L’USGS raccomanda a chi vive in queste località di essere preparato secondo le linee guida offerte dalla FEMA. Il Federal Emergency Management Agency. Le nuove mappe non solo indicano le località con maggior rischio di sismicità indotta, ma lo fanno per l’anno 2016: questo per essere più precisi e perché decisioni politiche (di trivellare o no) potrebbero cambiare gli scenari. È strabiliante: cambiamo la geologia del nostro sottosuolo con decisioni trivelle si-trivelle no e lo facciamo in tempi rapidissimi su scala geologica. La parte centrale degli USA ha avuto un repentino cambio nella sua geologia negli scorsi sei anni. Dal 1973 al 2008 c’era una media di 24 terremoti di intensità superiore alla magnitudo 3.0. Dal 2009 al 2015 si e’ passati ad una media di 318 l’anno. Nel 2015 sono stati 1.010 terremoti. Nel 2016, fino a metà Marzo, ce ne sono stati 226. Di tutte queste scosse la più grande è stata di magnitudo 5.6 nella città di Prague, Oklahoma. La colpa di tutto è dell’industria petrolifera: le re-iniezioni di materiale tossico sottoterra, e in misura minore la pratica diretta del fracking. Come hanno fatto a capire se era sismicità indotta o naturale? Hanno usato la letteratura scientifica e ingegneristica, la presenza di pozzi di petrolio, gas e/o di re-iniezione, se fossero attivi, ed hanno parlato a lungo con residenti. L’intensità dei terremoti indotti è spesso inferiore a quella naturale, ma a volte se si è in aree già sismiche o in presenza di faglie note o sconosciute, le scosse possono essere forti. Nella parte centrale degli USA, l’USGS stima che potrebbero esserci migliaia di faglie che potrebbero generare forti terremoti. Come per tutti i terremoti, c’è anche la possibilità che si generino sciami sismici. Questo è quello che dice l’USGS. Cosa dirà l’INGV? Aspetto con ansia la mappa dei siti italiani più soggetti a sismicità indotta. Ma cosa dico, in Italia la sismicità indotta non esiste, non è mai esistita e mai esisterà.     Pubblicato su dorsogna.blogspot.it...

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Royalties di Norvegia

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Royalties di Norvegia

[Di redazione su dorsogna.blogspot.it] La Norvegia è uno stato petrolifero e ricco che produce petrolio dal 1970. Forse è anche l’unico al mondo dove hanno saputo fare le cose con il minor impatto ambientale possibile, sebbene il governo continui a ricordare che le estrazioni petrolifere siano inevitabile causa di inquinamento. Tutti i pozzi norvegesi sono in mare: ci sono circa 40 campi di petrolio e di gas sparsi lungo le sue coste posti ad almeno 50km da riva. Per far capire la portata dell’attivita’ petrolifera in Norvegia si stima che il petrolio e il suo indotto diamo lavoro a circa l’1% della popolazione e che – nel 2007 – il 23% del prodotto interno lordo norvegese fosse dovuto agli introiti petroliferi. La stragrande maggioranza dei ricavati che finiscono nelle casse dello stato vanno in uno speciale fondo pensioni, che al 2009 aveva dentro circa 320 miliardi di euro – quanto il PIL annuale della Norvegia – per un popolo con 5 milioni di abitanti. Cioe’ circa 60,000 euro a persona, inclusi i neonati. Un mare di soldi, pubblici, di tutti. In Norvegia fanno cosi: il governo e’ spesso co-proprietario dei pozzi di petrolio e riscuote direttamente sui profitti, oltre che applicare varie tasse ai petrolieri. E come funzionano queste tasse in Norvegia? Eccole qui: 1. tasse ordinarie – 28% del ricavato 2. tassa speciale sul petrolio – 50% del ricavato 3. tassa sulle emissioni di CO2 e di NOx 4. tassa sulle emissioni di gas serra 5. tassa sullo sviluppo della zona 6. interesse diretto allo stato (SDFI) 7. tassa sulla licenza petrolifera Quindi, quando ENI, Assomineraria, Vito De Filippo, e Paolo Scaroni verranno a dire che in Italia siamo tutti felici per il 4% di royalties in mare, e che siamo fra i piu’ esigenti verso i petrolieri, fatevi due risate. Le nostre royalties del 4% in aggiunta alle tasse governative, spesso un optional in Italia, dovrebbero essere paragonate a tutte queste belle tabelline della Norvegia. Qui a parte le tasse normali – che pagano tutti – ai petrolieri gli mollano un’aggiunta del 50%! Dicono cosi: due to the extraordinary profit associated with recovering the petroleum resources, an additional special tax is levied on this type of commercial activity. a causa degli straordinari profitti associati allo sfruttamento delle risorse petrolifere, si applica una tassa speciale addizionale su questo tipo di attivita’ commerciale. Assomineraria, ingannevolemente secondo me, dice che la Norvegia non applica royalties. Ah si? Beh chiamiamole come vogliamo, ma in Norvegia al governo fra una cosa e l’altra gli devi lasciare l’80% dei tuoi profitti. Poi c’è la tassa sulle emissioni di monnezza tossica, che è stata adottata addirittura nel 1991. E’ considerata fra le più alte al mondo e dipende dal tipo di anidride carbonica (CO2) o di nitrati (NOX) che emetti. Per i petrolieri e le estrazioni in mare e’ di circa: 50 euro alla tonnellata di CO2 emesso, 2,000 euro alla tonnellata di NOX emessi, In piu’ ci sono circa 40 euro alla tonnellata di CO2 che devono essere pagati per la legge sull’effetto serra, secondo le quali oltre a pagare la tassa sulle emissioni, devi pure pagare delle quote speciali. Per il 2010 si stima che un miliardo di euro sia finito nelle casse statali solo grazie alla legge delle emissioni. A Viggiano c’avrebbero...

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La festa è finita: Eni dismette i maxi giacimenti

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La festa è finita: Eni dismette i maxi giacimenti

[di Duccio Facchini su altraeconomia.it] Non è passato nemmeno un anno dai festeggiamenti trionfali per la scoperta dell’Eni del maxi giacimento di gas naturale “Zohr” al largo dell’Egitto. Un “successo italiano” per cui si sprecarono complimenti e in bocca al lupo -“Eni: Renzi si congratula con Descalzi per giacimento Egitto”, battevano le agenzie il 30 agosto 2015-. Una pellicola già vista in passato per quello che abbiamo ribattezzato in un’inchiesta il “Gigante fragile”, con i giacimenti in Mozambico, Ghana, Kazakhstan.   Poi c’è stata COP21, a Parigi, la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul clima, con le raccomandazioni nette che ha prodotto a proposito dell’improrogabile conversione ecologica fondata sul superamento delle fonti fossili. Le raccomandazioni si basavano (anche) su uno studio pubblicato su Nature a inizio 2015 (McGlade ed Ekins) secondo il quale, per contenere il cambiamento climatico, sarebbe stato necessario non toccare l’80% delle riserve di carbone conosciute ed estraibili, metà del gas e un terzo del petrolio.   Di fronte alle emergenti strategie planetarie, i colossi Oil&Gas hanno preferito rimuoverle come fossero un brusio piuttosto che affrontarle. Eppure, anche dal think-tank “Carbon Tracker” giungevano inviti alla prudenza. Da tener presenti, visto che l’autore del dettagliato report (dicembre 2015) sui rischi corsi da chi ancora investiva sui combustibili fossili nonostante il cambiamento climatico aveva disegnato i contorni della “bolla del carbonio”. Una scommessa -perduta in partenza- pari a 2mila miliardi di dollari nei prossimi 10 anni, con l’Italia tra i primi 15 Paesi al mondo più esposti, ed Eni Spa con 37,4 miliardi di dollari di “investimenti non necessari”.   Il brusio saliva di tono, mentre i prezzi del barile di greggio calavano inesorabilmente. E non per l’eccesso dell’offerta -come sostengono ancora oggi i principali quotidiani nazionali- bensì per il combinato disposto del picco di produzione, della convenienza delle rinnovabili e della lotta ai cambiamenti climatici. Al 30 marzo 2016, il Brent è tornato sotto quota 39 dollari, mentre il riferimento nordamericano (Wti) è a 38. L’imperativo è vendere, subito.   La prova che il brusio sia stato ignorato nonostante l’evidenza è contenuta proprio nei piani di sviluppo di Eni. L’ultimo -2016/2019, presentato a metà marzo agli azionisti- prevede uno scenario idilliaco da qui al 2019, con il prezzo del Brent risalito sotto soglia 70 dollari al barile. Il precedente -2015/2018- aveva previsto per il 2016 prezzi doppi rispetto alla realtà, e così quello precedente. Il professor Alessandro Penati l’aveva ben scritto su la Repubblica: “Sorprende l’incapacità di prevedere l’andamento del prezzo da parte di esperti, petrolieri e governi”. È in questo quadro che vanno letti gli annunci dei vertici di Eni Spa di un piano di dimissioni pari a 7 miliardi di euro da qui al 2019. Consapevoli del fatto che il 2015 del colosso di cui l’azionista di riferimento è ancora lo Stato -detiene direttamente il 3,93% delle azioni, e indirettamente un altro 26,36, controllato da Cassa depositi e prestiti-, ha assommato 6.790 milioni di euro di svalutazioni, 4.502 dei quali alla sezione “Exploration & Production”.   Via da (una parte di) Zohr, quindi, così come via dall’Area 4 in Mozambico. Nel comunicato che sintetizza il Piano strategico 2016-2019 (indicativo il sommario, “Come avere successo a prezzi bassi, alimentando la crescita di lungo termine”), Eni l’ha chiamata “la diluizione delle nostre partecipazioni nelle recenti e importanti scoperte, in linea con la nostra strategia di dual exploration”.   I festeggiamenti sono finiti,...

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