Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Trivelle, Sciacca unico Comune a superare quorum Il movimento NoTriv: «Battaglia iniziata sei anni fa»
[Di Luisa Santagelo su Meridionews.it] La cittadina è la sola in Sicilia a oltrepassare il 50 per cento. Merito dell’impegno degli attivisti che è iniziato nel 2010. «Siamo riusciti a cacciare via la società petrolifera che voleva trivellare», spiega il fondatore che, insieme al resto del gruppo, negli ultimi giorni ha girato quartieri e mercati. «Lì abbiamo beccato gli anziani». In Sicilia un solo Comune ha superato il quorum in occasione del referendum sulle trivellazioni del 17 aprile. A Sciacca, nell’Agrigentino, hanno votato il 53,95 per cento degli aventi diritto. Un risultato «completamente in controtendenza rispetto al resto dell’Isola», inaspettato anche per chi il movimento NoTriv cittadino l’ha creato. Come Mario Di Giovanna, 38 anni, ingegnere libero professionista, che ha dato il via alla campagna Stop trivelle a maggio 2010. Sei anni prima del referendum, quando ancora le estrazioni di petrolio e gas nel mar Mediterraneo erano ben lontane dall’essere sulla bocca di tutti. «In quel periodo mi sono accorto casualmente che una società petrolifera aveva richiesto di trivellare a poche centinaia di metri dalla costa di Sciacca – ricorda Di Giovanna – ci abbiamo messo anni, ma siamo riusciti a cacciarla via». La battaglia di Sciacca, in cui 17.457 persone (su 40.980 abitanti) hanno votato contro il rinnovo delle concessioni, è partita contro la San Leon Energy. «Era la punta di un iceberg – dice l’attivista – insieme a un gruppo di amici abbiamo fondato il comitato Stoppa la piattaforma, grazie al quale abbiamo scoperto che assieme al permesso di Sciacca c’erano una quarantina di altre richieste in Sicilia». La loro denuncia ha dato il via a un tam tam mediatico grazie al quale «la società, dopo qualche anno, rinunciò a chiedere permessi di ricerca dalle nostre parti, ma anche a Mazara del Vallo e a Marsala». Una prima vittoria a cui, secondo Mario Di Giovanna, ne sono seguite diverse altre. A essere indispensabile per il successo della lotta contro la ricerca nel Mediterraneo sarebbe stata la collaborazione con altre associazioni, tra le quali Greenpeace, assieme alle quali i cittadini di Sciacca si sono opposti ad altre 15 piattaforme offshore. «Noi abbiamo sempre informato tutti delle nostre azioni – spiega l’ambientalista – siamo stati chiarissimi: abbiamo spiegato che, salvo casi eccezionali, questo referendum non avrebbe fermato le trivellazioni. Ma che le vere poste in gioco erano le bonifiche, le royalties, la sicurezza degli impianti. I saccensi hanno capito la nostra onestà e l’hanno apprezzata». Anche oltre le previsioni più ottimistiche: «Sapevo che Sciacca non ci avrebbe deluso, ma nemmeno io mi aspettavo questi numeri». Con un quorum difficile da raggiungere, «troppo poco tempo per organizzarsi» e la difficoltà di far passare sui media nazionali i temi referendari. «Con una quindicina di giorni in più sono sicuro che avremmo fatto la differenza», sostiene Mario Di Giovanna. «A Sciacca, forti di un comitato già costituito e operativo da anni, che si è costruito una credibilità con le battaglie vinte, siamo riusciti a sfruttare appieno i giorni a disposizione». Mettendo in piedi una campagna referendaria «serrata e all’antica»: volantinaggio, porta a porta, eventi, concerti. «Probabilmente una struttura territoriale più capillare e organizzata avrebbe aiutato a coordinare meglio le informazioni e le azioni sul territorio – prosegue – è oggettivamente complesso, però, con le poche risorse a disposizione». Quello dei finanziamenti è...
read moreReferendum trivelle, il Comitato per il sì presenta ricorso al Mise. Il premier: “Italiani si sono espressi”
[Di redazione su Repubblica.it] Il costituzionalista Di Salvatore: “Cinque concessioni scadute da tempo, proroga illegittima”. Brunetta: “Vittoria di Pirro di Renzi”. De Petris: “Dovrà tenere conto di 13 milioni di sì”. Renzi: “Ora Regioni pensino a tener pulito il mare”. Le associazioni del Comitato per il sì al referendum sulle trivelle presenteranno un ricorso al ministero dello Sviluppo Economico per chiedere il blocco immediato di cinque concessioni estrattive entro le 12 miglia. L’annuncio oggi in conferenza stampa alla Camera. Secondo Enzo Di Salvatore, costituzionalista ed estensore dei quesiti referendari, “queste concessioni sono scadute da tempo e la proroga è illegittima. La norma prevede che siano prorogati i titoli vigenti, non quelli scaduti. Il Mise non si è mai pronunciato a riguardo, di conseguenza le aziende petrolifere stanno continuando ad estrarre senza autorizzazione”. Malgrado la sconfitta i referendari vogliono dunque continuare una battaglia che invece il premier Renzi considera conclusa. “Il popolo italiano ha parlato ed è finita 70 a 30. Leggo che chi ha perso spiega che ha vinto” ma adesso è ora “di impegnarsi a tenere il mare pulito, magari occupandoci dei depuratori, cosa che dovrebbero fare le Regioni. Gli italiani ci chiedono di lavorare non di fare polemiche”. Oltre al ricorso al Mise, il Comitato per il sì ne ha pronto un altro in sede europea per la violazione, da parte dell’Italia, delle norme che disciplinano l’estrazione degli idrocarburi (direttiva 94/22/CE). Di Salvatore ha reso noto, infatti, che l’europarlamentare Barbara Spinelli (gruppo Gue/Ngl) ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea chiedendo se non ritenga di aprire una procedura di infrazione per violazione delle regole sulla concorrenza in merito alla estensione delle concessioni. Nel corso dell’incontro con i giornalisti, il Comitato ha spiegato le sue ragioni. Grazie al referendum sulle trivelle “ci sono state modifiche alla normativa proposte dal governo e approvate dal Parlamento. Questa non è demagogia. Petroceltic e Shell hanno rinunciato. I permessi di ricerca sono stati bloccati. Se questo è avvenuto penso sia una vittoria”, ha aggiunto il presidente del Consiglio regionale lucano Piero Lacorazza. Mentre per Francesco Borrelli, delegato della Regione Campania, è comunque un successo aver riportato al centro del dibattito le tematiche energetiche: “Non si è raggiunto il quorum – ha spiegato – ma comunque è stato tracciato il solco che porterà l’Italia sempre più verso le rinnovabili e sempre più lontano dal petrolio. Da questa vicenda nascerà un dialogo più forte con il governo”. “Se c’è uno sconfitto oggi in Italia è la democrazia – ha detto ancora Enzo Di Salvatore – non possiamo gioire se due terzi degli italiani non sono andati a votare. Tuttavia siamo riusciti a fare diventare ‘nazionalpopolare’ un tema di politica energetica nazionale. Prima se ne discuteva solo nelle aule universitarie. Il percorso referendario è stato un successo. Senza il referendum avremmo ancora la politica energetica del governo Monti del 2013, recepita dallo Sblocca Italia, avremmo 27 procedimenti per concessioni entro le 12 miglia, ci sarebbe il pozzo di Ombrina Mare davanti all’Abruzzo. Invece Shell e Petroceltic sono andate via”. Matteo Renzi dovrà comunque “tenere conto” dei “13 milioni di sì”, secondo Loredana De Petris: “Dobbiamo ringraziare quei milioni di cittadini che sono andati a votare e assicurargli che il loro impegno non è stato, non è e non sarà inutile – ha affermato la senatrice di...
read moreReferendum Trivelle, l’allarme di un costituzionalista «Per procedimenti aperti non c’è il limite di 12 miglia»
[Di Andrea Turco su Meridionews.it] Enzo Di Salvatore è stato tra gli estensori dei quesiti e a MeridioNews ricorda che il blocco delle perforazioni vale solo per le nuove autorizzazioni. ENI potrebbe ottenere la concessione per completare sei pozzi già esistenti e perforarne due nuovi. Per i quali ha già avuto alcune autorizzazioni. Unico ostacolo, un ricorso al Cga. «Il referendum non riguardava solo perforazioni già esistenti. Ora si potrà trivellare addirittura entro le 12 miglia marine, come avevamo già detto durante la campagna referendaria. Anche in Sicilia». L’allarme viene da Enzo Di Salvatore, costituzionalista ed estensore dei quesiti referendari in parte accolti dalla legge di stabilità 2016. Al contrario di quel che ha sostenuto il governo Renzi, per convincere gli italiani ad astenersi sul referendum appena trascorso, il blocco delle perforazioni entro le 12 miglia marine non vale per i procedimenti già esistenti ma solo per le nuove autorizzazioni. È il caso ad esempio della piattaforma Prezioso K, al largo delle coste tra Gela e Licata. La cui costruzione è fissata, all’interno del progetto offshore Ibleo, a undici chilometri dal litorale e accanto alla già esistente Prezioso. Dopo aver ottenuto, a maggio 2014, l’autorizzazione integrata ambientale, il 17 marzo scorso il progetto ha ottenuto anche la verifica di ottemperanza da parte della commissione tecnica. Significa via libera per la concessione di coltivazione chiesta da ENI che prevede la perforazione e il completamento dei sei pozzi nei campi (già esistenti) Argo e Cassiopea e la perforazione di due nuovi pozzi esplorativi (Centauro1 e Gemini1). L’ultimo ostacolo al procedimento del cane a sei zampe è il ricorso al consiglio di giustizia amministrativa presentato dalle associazioni ambientaliste e dai Comuni interessati, tranne quello di Gela. I giudici del tribunale si pronunceranno a giugno, dopo il respingimento del Tar Lazio lo scorso anno. Analoga sorte potrebbe esserci per la piattaforma Vega B, di fronte la città di Pozzallo, che a breve potrebbe vedere la luce dopo un iter contorto ed estenuante. L’esito fallimentare del referendum non scoraggia però i promotori, che aumentano anzi i fronti di battaglia. «Abbiamo preparato una diffida rivolta al Ministero dello Sviluppo Economico – spiega Di Salvatore – ci sono cinque concessioni estrattive entro le 12 miglia che sono scadute da anni: due in Abruzzo, poi a Ravenna e nel Veneto. La norma che intendevamo abrogare col referendum prevede che siano prorogati solo i titoli vigenti, non quelli scaduti. Ciò vuol che dire che le aziende petrolifere stanno continuando ad estrarre senza autorizzazione». Non solo. La disposizione attuale violerebbe anche la normativa europea ed in particolare la direttiva 94/22/CE, recepita dallo Stato italiano nel novembre 1996. Nei giorni scorsi la parlamentare europea Barbara Spinelli ha inviato alla commissione europea un’interrogazione scritta che ha come oggetto proprio la norma del referendum. «Una durata a tempo indeterminato delle concessioni – riassume il costituzionalista – violerebbe le regole del diritto europeo sulla libera concorrenza». Intanto c’è da fare ancora un’analisi del voto di ieri. Di Salvatore predica ottimismo. «Il referendum non è certo un punto di arrivo – dice. C’è da registrare che abbiamo ottenuto una visibilità enorme su un tema, quello della strategia energetica, che fino a un mese fa era riservato agli addetti ai lavori». E per quanto riguarda il presunto spreco di 300 milioni di euro, come sostenuto...
read moreRapporto IFAD: il cambiamento climatico non fa notizia
[Di redazione su Regioneambiente.it] Presentato al “Festival Internazionale del Giornalismo” di Perugia, un studio commissionato dall’Agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo agricolo, che evidenzia come, nonostante l’anno trascorso sia stato il più caldo di sempre e la sicurezza alimentare di 60 milioni di individui sia a rischio, il global warming continui a non avere il dovuto risalto sui principali quotidiani e reti televisive. A Perugia, dove è in corso di svolgimento il Festival Internazionale del Giornalismo, nel corso dell’evento “Cambiamenti climatici e migrazione: la storia non raccontata” è stato presentato l’8 aprile 2016 un Rapporto, commissionato dall’IFAD (Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo), un’Agenzia specializzata delle Nazioni Unite che investe sulle popolazioni rurali, mettendole in condizione di ridurre la povertà, aumentare la sicurezza alimentare, migliorare la qualità dell’alimentazione e rafforzare la loro capacità di resilienza, che mette in evidenza come, nonostante le gravi minacce sulla sicurezza alimentare di molti individui, i cambiamenti climatici non godano di adeguata copertura mediatica da parte dei principali organi di informazione europei e statunitensi. Proprio nei giorni scorsi a Roma presso la sede della FAO, le Nazioni Unite hanno riunito le 4 principali Agenzie coinvolte (FAO, IFAD, OCHA e WFP) per valutare la situazione dopo un anno di forti impatti climatici, enfatizzati dal fenomeno di El Niño particolarmente prolungato, che stanno mettendo a rischio la sicurezza alimentare di 60 milioni individui. “El Niño, reso ancor più micidiale dai cambiamenti climatici, ha causato eventi estremi con temperature molto elevate, siccità e inondazioni – ha dichiarato nell’occasione il Presidente IFAD, Kanayo F. Nwanze – a pagarne il prezzo sono soprattutto le comunità più povere che vivono di agricoltura e allevamento, senza mezzi per fronteggiare shock di questa portata. Tutti gli sforzi della comunità internazionale, adesso, devono concentrarsi nel fornire un’ancora di salvezza alle persone colpite dall’emergenza, almeno fino a quando i raccolti e i fragili pascoli delle zone semiaride non miglioreranno”. Lo Studio “La storia non raccontata: il cambiamento climatico non fa notizia”, condotto da Sam Dubberley, capo ricercatore e co-fondatore di Eyewitness Media Hub, una organizzazione non-profit che supporta la creazione, la scoperta, la verifica e la pubblicazione delle notizie, che è intervenuto al Festival, presenziando la presentazione, con la collaborazione di altri due ricercatori: Vincent Goubet e Haluk Mert Bal, analizza la quantità di articoli sui cambiamenti climatici in due periodi distinti: 2 mesi prima della COP21 di Parigi sui Cambiamenti Climatici e 2 mesi dopo. In particolare, si è constatato che nel periodo precedente alla COP21 e nei mesi immediatamente successivi, il numero di articoli correlati ai cambiamenti climatici all’argomento è stato basso in tutti i principali organi di informazione analizzati, solo in occasione dell’Accordo raggiunto al termine della Conferenza sono apparsi titoli sulle prime pagine e nei titoli di apertura di giornali e telegiornali di tutto il mondo. La verifica se eventi che colleghino tra loro cambiamenti climatici, sicurezza alimentare, agricoltura e migrazioni siano apparsi nei titoli di testa e di apertura di giornali e telegiornali e, nel caso, quale rilievo sia stato dato a queste notizie, ha dato risultati drasticamente scarsi. Né miglior sorte hanno avuto le voci e le dichiarazioni dei migranti ed agricoltori o i pareri degli esperti. Inoltre, il Rapporto ha preso in esame quello che i lettori comprendono sulle migrazioni causate da scarsità di cibo e...
read moreGela, il bilancio della procuratrice che indaga sull’Eni «In Basilicata nuclei specializzati, qui manca personale»
[Di Andrea Turco su Meridionews.it] Tra qualche giorno finirà il suo mandato alla guida della Procura. Prima di andare via ha chiesto il rinvio a giudizio per 22 dirigenti e tecnici della Raffineria e di Enimed. «È confluito un vasto materiale: segnalazioni dei privati, dati, analisi, singoli episodi sono stati valutati e incasellati», spiega a MeridioNews. «Le indagini lucane hanno mostrato come in Basilicata operi il Nucleo Operativo Ecologico dei carabinieri. Qui a Gela invece manca personale specializzato in materia ambientale. In fondo il nostro è il lavoro di una piccola Procura sotto organico». Lucia Lotti, procuratrice della Repubblica a Gela ancora per qualche giorno, scandisce le parole con pazienza. Spiega, traccia schemi, incrocia dati. Uno dei suoi ultimi provvedimenti nella città del golfo è la richiesta di rinvio a giudizio di 22 dirigenti e tecnici della Raffineria di Gela e di Enimed con l’accusa di disastro innominato e altre ipotesi di danneggiamento e violazione della normativa ambientale. Trentacinque sono solo le pagine di contestazioni. I grattacapi per ENI insomma non vengono solo dalla Basilicata. «Un lavoro che raccoglie alcuni filoni di indagine che sono stati approfonditi nel corso degli anni – spiega la procuratrice – e che vede fonti probatorie acquisite sia presso Rage che Enimed, ministero dell’ambiente, organismi di controllo oltre alle perizie acquisite attraverso due incidenti probatori diretti ad analizzare le ricadute di emissioni in atmosfera degli impianti industriali e a stabilire le condizioni del sottosuolo e della falda». L’accusa contesta in pratica alterazioni delle matrici ambientali che avrebbero creato un pericolo per la salute pubblica, andando a intaccare la catena alimentare. Si pensi ad esempio alle coltivazioni della piana di Gela attraversate dagli oleodotti o al mar Mediterraneo che lambisce gli impianti. L’attenzione si è concentrata, in particolare, sulle emissioni in atmosfera della centrale termoelettrica, sui gas bruciati dalle torce, sull’utilizzo del pet-coke, sulle discariche e i rifiuti pericolosi. Indagini nelle quali, come torna a precisare la pubblica accusa, «è confluito un vasto materiale: segnalazioni dei privati, numerosi episodi di inquinamento, sfiaccolamenti, emissioni maleodoranti. Dati, analisi, ricostruzioni peritali, singoli accadimenti sono stati valutati ed incasellati». E negli atti sono confluite anche le risultanze dell’accertamento tecnico preventivo effettuato in tribunale sulle malformazioni neonatali. Nuove contestazioni che si aggiungono ad altre per le quali già pendono processi, come per le malattie professionali correlate all’esposizione all’amianto. «La contestazione di disastro innominato non elide quelle per reati ambientali relative a singoli eventi e vicende già in fase dibattimentale», chiarisce ancora la procuratrice. Insomma: un procedimento che si concentra definitivamente sulla presenza industriale a Gela, sulle sue conseguenze e suoi significati. E forse un punto di partenza anche per le tanto chiacchierate bonifiche. Il reato specifico di omessa bonifica è stato introdotto soltanto dalla normativa recente del 2015. Si contesta tuttavia che «non essendo state effettuate adeguatamente operazioni di bonifica ambientale si è di fronte a un comportamento omissivo – spiega ancora Lotti – che concorre nel terminare l’effetto di disastro». Da parte sua il cane a sei zampe, alla notizia della chiusura delle indagini gelesi, aveva emanato una nota stampa in cui segnalava come «l’impatto ambientale dello stabilimento industriale di Gela è stato oggetto sia di una valutazione preventiva da parte delle autorità amministrative competenti in fase di rilascio delle autorizzazioni necessarie a operare, sia successivamente, nell’ambito di monitoraggio...
read moreI gommoni, le trivelle e la crisi del clima
[Di Marco Morosini su Huffingtonpost.it] Ai primi di settembre i mezzi di comunicazione esprimevano euforia per la scoperta italiana del più grande giacimento di gas del Mediterraneo e sgomento per il numero crescente di disperati che che cercano di raggiungere l’Europa traversando questo mare. Sopra le sue acque, i gommoni della morte alimentano speranze di redenzione. Sotto le sue acque, nuovi tesori di idrocarburi alimentano speranze di più prodotto lordo. Eppure pochi colgono il fatale nesso tra i due fenomeni. Gli studiosi prevedono che le attuali migrazioni verso l’Europa fra alcuni anni sembreranno piccole rispetto alle probabili migrazioni di decine di milioni profughi ambientali. Bruciare più combustibili fossili e più foreste libera CO², il maggiore gas che altera il clima. Di conseguenza, in molti paesi, specialmente nei meno ricchi, le terre diventano aride, i deserti si ampliano, il bestiame muore, le risorse d’acqua s’impoveriscono o si degradano. Un innalzamento anche solo di pochi centimetri del livello del mare (dovuto al probabile aumento dello scioglimento delle banchise polari) favorisce le inondazioni e causa infiltrazioni d’acqua marina nelle falde di acqua dolce. In molti paesi milioni di ex-agricoltori ed ex-allevatori si riversano nelle città, creando tensioni sociali. Queste causano spesso ribellioni e repressioni che alimentano spirali di violenza. La Siria, per esempio ha subito dal 2006 al 2011 la sua peggiore siccità. Buona parte del bestiame è morta, due milioni di persone, su 17 milioni di abitanti, hanno lasciato le campagne, in diverse città l’acqua è diventata scarsa ed è stata mal distribuita. Le conseguenti proteste popolari sono state represse nel sangue, generando ribellioni e repressioni che sono una causa della guerra civile. I profughi ambientali non godono di alcun stato giuridico come invece è il caso per i profughi politici (Convenzione di Ginevra del 1951) e dei migranti economici. Per colmare questa lacuna il 12 e 13 ottobre si sono riuniti a Ginevra i rappresentati di 75 governi in una Global consultation che ha presentato un’agenda di protezione per i profughi ambientali e delle catastrofi naturali. Questa è il risultato di consultazioni regionali promosse dalla Nansen Initiative, un organismo creato a Ginevra nel 2012 dalla Svizzera e dalla Norvegia. Il dramma dei profughi richiede tre azioni egualmente indispensabili: il soccorso, l’educazione degli europei a conoscere le cause lontane e vicine delle migrazioni forzate, e infine l’abbandono delle condotte dei cittadini e dei governi dei paesi ricchi che contribuiscono a causare le migrazioni. Se i mezzi di comunicazione, gli insegnanti, e le personalità delle istituzioni e della cultura ricordassero sovente le nostre responsabilità passate e presenti nel rendere miserabile la vita di interi popoli, meno cittadini sarebbero ostili a profughi e migranti, mentre comprensione e generosità crescerebbero. La responsabilità dell’Occidente nel contribuire a causare le migrazioni è triplice: colonialismo, globalizzazione, cambiamento climatico. Il colonialismo fu fatto di invasioni militari (il solo Regno Unito intervenne in tutti i paesi del mondo, tranne 22), dominio politico, commercio di schiavi, depredazione delle risorse naturali, sfruttamento di conflitti etnici a nostro vantaggio, creazioni arbitrarie di confini e stati, sviluppo di strutture economiche funzionali alle metropoli europee. Molte conseguenze dei crimini e delle distorsioni del colonialismo perdurano ancora oggi e sono solo in parte compensate dai benefici che gli europei portarono nelle colonie e dai nostri modesti aiuti allo sviluppo. Poi venne il neocolonialismo, fatto di...
read moreStudio Ue: “Un incidente petrolifero nell’Adriatico sarebbe un disastro per tutto il Mediterraneo”
[Di Tiziana Colluto su Ilfattoquotidiano.it] L’analisi contenuta nel progetto CoCoNet, finanziato dall’Unione Europea: cosa accadrebbe in caso di un imprevisto in fase estrattiva o in fase di trasporto? A causa dell’andamento delle correnti marine, l’entità monetaria del danno che verrebbe a crearsi è, secondo gli esperti, “incalcolabile”. “Un incidente petrolifero? Va messo in conto. E i danni non sarebbero limitati al litorale italiano, ma causerebbero un disastro nell’intero Mediterraneo orientale, con costi ambientali incalcolabili”. Ferdinando Boero parla con cognizione di causa. È docente di Zoologia e Biologia Marina all’Università del Salento, associato all’Istituto di Scienze Marine del Cnr ed è uno dei massimi esperti italiani di biodiversità marina e funzionamento degli ecosistemi. Mostra una cartina: frecce che si rincorrono, correnti, inabissamenti. In tempi non sospetti, ha svolto simulazioni per dimostrare cosa potrebbe accadere in caso di perdite di idrocarburi da petroliere in transito nel basso Adriatico. Poi, specie in Puglia, è arrivata la pioggia di richieste di permessi di ricerca dell’oro nero una spanna più avanti delle 12 miglia. Colossi americani, soprattutto. “La realtà che supera l’immaginazione”, sorride il professore. È una battaglia, quella, ancora in corso nell’ambito delle procedure di valutazione di impatto ambientale pendenti. Nel frattempo, restano i rischi legati alle piattaforme già attive al di qua e al di là di quel limite di 12 miglia lungo tutto il mar Adriatico. Lo dice CoCoNet, il progetto coordinato dallo stesso Boero e finanziato con 11 milioni di euro dall’Ue per la realizzazione di reti di aree marine protette nel Mediterraneo e nel Mar Nero, oltre che per lo studio di fattibilità di installazione lì di piattaforme eoliche offshore come fonte di energia pulita. Nell’ambito di CoCoNet, la ricerca pilota sulle perdite di idrocarburi, sconosciuta ai più, si è concentrata sull’Adriatico meridionale, che è lo snodo fondamentale, il luogo in cui si ha il fenomeno di sprofondamento delle acque dense nord adriatiche nella pancia dello Ionio. È quello, insomma, il punto di transito del movimento d’acqua che dà vita agli abissi del Mediterraneo. Cosa accadrebbe in caso di incidenti in fase estrattiva o in fase di trasporto? La risposta è nel gioco di correnti marine. Da Gibilterra, l’acqua atlantica penetra nel bacino mediterraneo (freccia arancione) con un flusso superficiale. Attraversato il canale di Sicilia e raggiunta la parte più orientale, vicino al Libano, la corrente torna indietro a circa 500 metri di profondità (corrente intermedia levantina: freccia azzurra in uscita). In questo modo l’acqua del Mediterraneo viene rinnovata nei primi 500 metri. In assenza di altre correnti importanti, al di sotto di quella soglia, non essendo ricambiata, andrebbe incontro a fenomeni di anossia (carenza di ossigeno) dovuti alla presenza di animali, che consumano ossigeno, e all’assenza di vegetali, che lo producono. Questa eventualità sarebbe fatale, dunque, per la vita al di sotto dei 500 metri. Ciò si evita grazie al rinnovamento delle acque profonde. Avviene tramite i “motori freddi”. Nel Golfo del Leone, per il Mediterraneo occidentale, e nel nord Adriatico, per quello orientale, i venti freddi causano aumenti di salinità e diminuzioni di temperatura. Questo porta alla formazione di acque dense superficiali, che tendono a scorrere verso i fondali più profondi, portandovi ossigeno e spingendo verso l’alto le acque che ne sono carenti, perché possano riossigenarsi. Dall’Adriatico settentrionale, quelle acque seguono due autostrade marine, una prossima alle...
read moreSei risposte ai dubbi sulle trivelle
[Di Marina Forti su Internazionale.it] Il referendum del 17 aprile riguarda l’estrazione di idrocarburi offshore entro le 12 miglia nautiche dalla costa. Dunque riguarda il futuro di 88 piattaforme oggi esistenti entro le 12 miglia, che fanno capo a 31 concessioni a “coltivare” (la coltivazione indica la zona dove una compagnia ha il permesso di estrarre gas o petrolio), oltre a quattro piattaforme relative a permessi di ricerca ora sospesi. Sono in buona parte nell’Adriatico, un po’ nello Ionio e nel mare di Sicilia, come si vede da questa mappa interattiva. In questione c’è la durata delle concessioni. Il quesito infatti chiede di abrogare la norma, introdotta nella legge di stabilità entrata in vigore il 1 gennaio 2016, che permette di estendere una concessione “per la durata di vita utile del giacimento”, cioè per un tempo indefinito. Se vincerà il sì quella frase sarà cancellata. In tal caso torneremo semplicemente a quanto previsto in precedenza dalla normativa italiana e comunitaria: tutte le concessioni per lo sfruttamento di idrocarburi o di risorse minerarie, a terra o in mare, hanno durata di trent’anni, con possibilità di proroghe per altri complessivi venti. In altre parole, sarà cancellata un’anomalia. In effetti è insolito che una risorsa dello stato, cioè pubblica, sia data in concessione senza limiti di tempo prestabiliti (ed è per questo che la corte costituzionale ha giudicato ammissibile il quesito). Tra l’altro, è un privilegio accordato alle sole concessioni entro la fascia di 12 miglia, non a quelle a terra o in mare più aperto. Dunque, se vince il sì le piattaforme oggi in attività continueranno a lavorare fino alla scadenza della concessione (o dell’eventuale proroga già ottenuta), ma non oltre. Certo, in gioco c’è molto di di più. I sostenitori del sì rimandano alla politica energetica del paese, parlano di energie rinnovabili, di investimenti in efficienza energetica. Ma sono accusati di mettere a repentaglio attività economiche e posti di lavoro. Il referendum è inutile? Chi si oppone alla consultazione ricorda che la legge di stabilità 2016 ha già bloccato il rilascio di nuovi titoli (permessi) per estrarre idrocarburi entro le 12 miglia. La durata della concessione però non è irrilevante, e ha risvolti molto pratici. Infatti, il blocco di nuove concessioni non impedisce che all’interno di concessioni già esistenti siano perforati nuovi pozzi e costruite nuove piattaforme, se previsto dal programma di lavoro. Potrebbe essere il caso della concessione Vega, nel mar di Sicilia, dove l’ENI progetta da tempo una nuova piattaforma (Vega B) da aggiungere a quella oggi in esercizio (la concessione scade nel 2022). Ancora più importante: prolungando la durata della concessione si rinvia il momento in cui le piattaforme obsolete vanno smantellate e rimosse. È un’operazione costosa che da contratto spetta alle aziende concessionarie insieme al ripristino ambientale, quindi la spesa dovrebbe essere già inclusa nei bilanci. “Sospetto che le compagnie petrolifere puntino anche a questo, a rinviare in modo indefinito il momento in cui dovranno smantellare piattaforme obsolete”, dice Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia. Se vince il sì chiuderanno piattaforme operative e perderemo posti di lavoro? È una delle obiezioni di chi è contrario al referendum. Ma si può confutare. Primo, la vittoria del sì non significa la chiusura immediata di tutte le attività in corso: le concessioni oggi attive scadranno...
read moreTrivelle fuorilegge!
[Di redazione su Greenpeace.org] Sostanze chimiche inquinanti e pericolose, con un forte impatto sull’ambiente e sugli esseri viventi, si ritrovano abitualmente nei sedimenti e nelle cozze che vivono in prossimità di piattaforme offshore presenti in Adriatico, spesso in concentrazioni che eccedono i parametri di legge. Lo rivela il rapporto “Trivelle fuorilegge” pubblicato oggi da Greenpeace in cui, per la prima volta, vengono resi pubblici i dati ministeriali relativi all’inquinamento generato da oltre trenta trivelle operanti nei nostri mari. Secondo quanto rilevato da Greenpeace, laddove esistono dei limiti fissati dalla legge, le trivelle assai spesso non li rispettano. Ci sono contaminazioni preoccupanti da idrocarburi policiclici aromatici e metalli pesanti, molte di queste sostanze sono in grado di risalire la catena alimentare fino a raggiungere gli esseri umani. Nei pressi delle piattaforme monitorate si trovano abitualmente sostanze associate a numerose patologie gravi, tra cui il cancro. Una situazione che si ripete di anno in anno. Nonostante questo, non risulta che siano state ritirate licenze, revocate concessioni o che il Ministero abbia preso altre iniziative per tutelare i nostri mari. Alla scarsa trasparenza del Ministero e al quadro ambientale critico si aggiunge il fatto che i monitoraggi sono stati eseguiti da ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, un istituto di ricerca pubblico sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Ambiente) su committenza di ENI, proprietaria delle piattaforme oggetto di indagine. In pratica, l’organo istituzionale (ISPRA) chiamato a valutare i risultati del monitoraggio sul mare che circonda le piattaforme offshore – e di conseguenza verificare la non sussistenza di pericoli per l’ambiente e gli ecosistemi marini – opera su committenza della società che possiede le piattaforme oggetto d’indagine (ENI), cosicché il controllore è a libro paga del controllato. Leggi il report “Trivelle fuorilegge” Guarda la mappa delle piattaforme analizzate Pubblicato su Greenpeace.org il 3 marzo 2016...
read moreIl Rapporto di Legambiente. Le piattaforme e le attività di ricerca entro le 12 miglia
Nella settimana conclusiva della campagna referendaria per la votazione del 17 aprile, ripubblichiamo un report dettagliato fatto da Legambiente sulle piattaforme e le attività di ricerca entro le 12 miglia. Un report ben costruito che presenta con chiarezza e semplicità tutte le questioni: i cambiamenti legislativi che ci sarebbero con una vittoria del SI, gli aspetti economici legati alle petrolizzazione del mare e delle coste italiane e veri “guadagni” energetici che queste attività, altamente invasiva ed inquinante, comporta. IL QUESITO REFERENDARIO RIGUARDA TUTTI I TITOLI ABILITATIVI ALL’ESTRAZIONE E/O ALLA RICERCA DI IDROCARBURI GIÀ RILASCIATI ENTRO LE 12 MIGLIA MARINE, E INTERVIENE SULLA LORO DATA DI SCADENZA . Ovvero, mentre la legge in materia prevedeva che le concessioni di coltivazione (ovvero di estrazione di idrocarburi) avessero una durata trentennale (prorogabile attraverso apposita richiesta per periodi di ulteriori 5 o 10 anni) e i permessi di ricerca una durata di 6 anni (con massimo due proroghe consentite di 3 anni ciascuna), con una modifica effettuata alla Legge di Stabilità 2016 tali titoli non hanno più scadenza. Il testo attuale della norma infatti prevede infatti che possano rimanere vigenti “fino a vita utile del giacimento”. È lo stesso Ufficio centrale per i referendum della Corte di Cassazione, parere confermato anche dalla Corte Costituzionale, a riportare che la norma voluta dal Governo ha introdotto una modificazione della durata dei titoli abilitativi già rilasciati, commisurandola al periodo «di vita utile del giacimento», prevedendo, quindi, una «sostanziale» proroga degli stessi ove «la vita utile del giacimento» superi la durata stabilita nel titolo. Infine è importante ricordare che mettere una scadenza alle concessioni date a società private, che svolgono la loro attività sfruttando beni appartenenti allo stato, non è una fissazione delle associazioni ambientaliste o dei comitati, ma è una regola comunitaria. Non si capisce perché in questo caso, le compagnie petrolifere debbano godere di una normativa davvero speciale, che non vale per nessun altra concessione, togliendo ogni scadenza temporale e lasciando la possibilità di appropriarsi di una risorsa pubblica a tempo indeterminato. Al di là del merito, non si comprende perché i privati debbano godere di un privilegio che non è dato, giustamente, a nessun altro, e che si aggiunge a tanti altri, agevolazioni fiscali, sussidi indiretti o royalties molto vantaggiose, che Legambiente ha quantificato in circa 2,1 miliardi di sussidi diretti o indiretti all’anno all’intero comparto. Condizione che riguarda solo i titoli a mare entro le dodici miglia marine dalla costa o dalle aree protette: tutti gli altri titoli rilasciati (quelli oltre le 12 miglia marine), con un emendamento del Governo alla Legge di Stabilità 2016 che modifica il comma 5 dell’articolo 38 del Decreto Sblocca Italia… continua a leggere, QUI....
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.