Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Illinois: 91 città con 1,7 milioni di persone al 100% di elettricità da rinnovabili
[Di redazione su Dorsogna.blogspot.it] Negli scorsi giorni, il ministro Federica Guidi, Chicco Testa, Davide Tabarelli, Romano Prodi e altri politici piuttosto ignoranti in materia hanno lanciato uno dopo l’altro deliri su deliri di trivelle ecosostenibili, economia da idrocarburi, petrolio pulito e altri vaneggiamenti da struzzi. Beh, ecco qui cosa accade nel mondo delle rinnovabili. Nei sei mesi che vanno da ottobre 2013 a marzo del 2014, l’80% della nuova energia prodotta negli USA è stata da rinnovabili. In tre di quei mesi – ottobre 2013, novembre 2013 e gennaio 2014 – il 100% dell’energia nuova è venuta dalle rinnovabili, in gran parte solare. Nei mesi di dicembre 2013, febbraio 2014 e marzo 2014, il restante è stato da gas (l’indipendenza energetica da fracking, eh!) e solo per lo 0,02% da petrolio. Lo 0,02%! La maggior parte dei nuovi progetti fotovoltaici si trova in California dove sono stati installati più pannelli nel 2013 che nei precedenti 30 anni messi assieme. Fa passi da gigante anche il North Carolina, seguito poi da Arizona, New Jersey, Nevada e Massachusetts. Nell’Illinois intanto ci sono 91 comunità che sono alimentate al 100% da rinnovabili, grazie al Community Choice Aggregation (CCA) con cui i sindaci possono mettersi d’accordo fra loro e scegliere da soli chi deve essere il proprio fornitore di energia. In questo modo, i comuni che hanno scelto di lavorare assieme possono meglio contrattare sia sui prezzi che sulle decisioni sul tipo di energia che arriva nelle loro città. In Illinois i comuni che hanno aderito all’iniziativa hanno deciso che la loro energia dovesse essere solo da solare, vento e geotermico. Altri stati in cui esiste il CCA sono il New Jersey, l’Ohio, la California, il Rhode Island e il Massachusetts. Occorre mettere tutto questo in prospettiva: quaranta anni fa i pannelli solari venivano usati solo sui satelliti. La NASA stava ancora perfezionando i suoi progetti per creare le turbine a vento. Il mondo si, andava a petrolio. Dopo quaranta anni, eccoci qui. L’umanità non è stata ferma. E nonostante tutti i tentativi di negare l’evidenza, e di ostacolarla, le energie rinnovabili hanno continuato a fare passi da gigante. La domanda allora non è più se possiamo avere una economia basata al 100% da energia pulita e che non regala tumori ai residenti, ma se possiamo e soprattutto se vogliamo farlo il più fretta possibile, ed in modo che tutti ne possano beneficiare, invece che i soliti speculatori. I petrolieri, la Guidi, Prodi, Testa e Tabarelli non diranno mai che si può, e diranno invece che è difficile, che è uno spreco, che è fantasia. Ma dicono questo solo perché parlano per interesse, parlano per Confindustria, parlano per l’ENI o per i loro amici speculatori. Parlano di buchi, perché fare un buco e’ facile, più difficile è pensare, e avere il coraggio di volere un paradigma energetico diverso. Ingegneri e scienziati, usando fondi pubblici in tutto il mondo, hanno mostrato che si può e che il mondo intero ce la può fare con le rinnovabili. Sta a noi scegliere e volerlo. I magnifici 91 dell’Illinois: Alton, Arlington Heights, Aurora, Bartonville, Beecher, Bethalto, Bolingbrook, Braidwood, Brimfield, Buffalo Grove, Carbondale, Cary, Champaign County, Channahon, Charleston, Coal City, Columbia, Crete, Creve Coeur, Decatur, Deer Creek, Dunlap, East Peoria, Easton, Edwardsville, Elwood, Evanston, Forest City, Frankfort, Glen...
read moreInvestimenti in rinnovabili in forte calo in Italia, più importanza a petrolio e gas
[Di redazione su Expoclima.net] Solo 722 impianti fotovoltaici installati nel 2014, Greenpeace dà l’allarme: “Il Governo non investe”. L’Italia sembra tirare indietro negli investimenti in rinnovabili, soprattutto per quanto riguarda il fotovoltaico e l’eolico. È questa la denuncia di Greenpeace che, nel report “Rinnovabili nel mirino”, evidenzia come l’Italia, specie negli ultimi anni, si sia dimostrata particolarmente arretrata rispetto agli altri Paesi: mentre a livello globale il 2015 ha registrato record positivi in termini di investimenti in rinnovabili, l’Italia ha registrato solo record negativi complice anche, a detta di Greenpeace, il Governo Renzi, che ha deciso di investire principalmente sulle trivellazioni a terra e a mare per petrolio e gas. Parliamo, ad esempio, degli impianti fotovoltaici: 150mila nuovi impianti nel 2012; 70mila nel 2013; solo 722 nel 2014 e anche i primi dati analizzati del 2015 risultano già negativi. La potenza degli impianti installati nel 2015 è diminuita di circa il 30% rispetto al 2014. Oltre il 60% di questi sono piccoli impianti, a conferma del fatto che il Governo sta mettendo in atto scelte a sfavore dello sviluppo del fotovoltaico. Scarsi gli investimenti nel settore, crollati addirittura del 60% nel 2014 rispetto al 2013. La causa della contrazione degli investimenti sembra riconducibile, sempre per quanto riguarda il nostro Paese, ai tagli retroattivi del decreto “Spalma-Incentivi” ad esempio, che prevede che dal 1° Gennaio 2015 tutti gli impianti fotovoltaici di potenza superiore ai 200 kWp non godano più degli incentivi come era stato previsto, ma debbano rimodulare la tariffa incentivante. I tagli alle rinnovabili nel nostro Paese hanno avuto ripercussioni negative anche dal punto di vista lavorativo: 4mila occupati persi nel 2015 solo nel settore eolico e continuano ad aumentare anche le aziende costrette a chiudere. Diminuiscono anche i soggetti disposti a investire in un Paese come il nostro, che sembra aver scelto di puntare quasi esclusivamente su petrolio e gas. Gli investimenti in rinnovabili diminuiscono (solo 11 miliardi a confronto degli oltre 23 della Germania), ma in compenso aumentano quelli in fonti fossili: il rapporto di Greenpeace sottolinea come l’Italia abbia investito, nel 2015, ben 13,2 miliardi di dollari in combustibili fossili, classificandosi al nono posto in Europa. Leggi o scarica il report completo sulle rinnovabili redatto da Greenpeace qui, in versione pdf. Pubblicato su Expoclima.net il 29 marzo...
read more5 aspetti scientifici per il referendum sulle trivelle
[Di Gianluca Dotti su Wired.it] Dal rischio di incidenti e disastri ambientali fino al legame con i terremoti e all’impatto sulla biodiversità marina. Un po’ di cifre e dati per prepararsi al voto. Manca meno di un mese al referendum abrogativo sull’articolo 6 comma 17 del Codice dell’ambiente che regola le trivellazioni nei mari italiani. Al di là delle questioni politiche, amministrative ed economiche, ecco un po’ di cifre e spunti per valutare il quesito referendario da un punto di vista scientifico. Di quanti pozzi stiamo discutendo? Delle 135 piattaforme marine presenti sul territorio italiano (dato del Ministero dello sviluppo economico del 31 dicembre 2015), quelle che si trovano entro 12 miglia dalla costa sono 92. Se tra queste si considerano solo quelle effettivamente eroganti, il numero scende ulteriormente a 48, corrispondenti a 21 concessioni. Il quesito posto dal referendum potrà avere un effetto solo su queste ultime, nell’arco di tempo che andrà dalla scadenza delle attuali concessioni all’esaurimento dei bacini estrattivi. Finché le concessioni saranno in vigore, infatti, l’attività estrattiva non potrà essere interrotta. Il voto del 17 aprile, inoltre, non avrà alcun effetto sulle nuove trivellazioni (la costruzione di piattaforme entro le 12 miglia è vietata dal 2006), sulle altre piattaforme già esistenti situate oltre il limite delle 12 miglia, e nemmeno sui più numerosi impianti estrattivi collocati sulla terraferma. Si stima che il referendum complessivamente coinvolgerà un’attività estrattiva pari all’1% circa del consumo nazionale di petrolio e al 3% di quello di gas metano. Questo dato, al di là del segnale politico che può derivare dal referendum, è sufficiente per quantificare la marginalità della questione dal punto di vista delle energie rinnovabili e della posizione green del nostro Paese. Quanto è concreto il rischio di sversamenti? Il rischio di uno sversamento di petrolio in mare in seguito a un grave incidente in una piattaforma è considerato come la più grande minaccia per l’ambiente e per il settore turistico. La maggior parte dei pozzi italiani, però è dedicata all’estrazione di gas metano, che non presenta questo tipo di rischio dal momento che una eventuale fuga di gas – come quella avvenuta nella piattaforma Paguro al largo di Ravenna negli anni Sessanta – avrebbe effetti molto meno devastanti rispetto a incidenti petroliferi come il famoso Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. A distinguere i pozzi petroliferi italiani da quelli legati ai più terribili disastri ambientali, inoltre, c’è anche l’aspetto non trascurabile della profondità di estrazione. Mentre Deepwater Horizon raggiunge i 1.500 metri di profondità, nel nostro Paese si trivella di solito per alcune decine di metri, raggiungendo al massimo profondità dell’ordine dei 100 metri. Nel remoto caso di un grave incidente petrolifero, poi, il limite convenzionale di 12 miglia (circa 20 chilometri) dalla costa non sarebbe sufficiente a tutelare le nostre coste: il già citato Deepwater Horizon, ad esempio, era situato a 66 chilometri dalle coste della Louisiana. C’è un legame tra estrazioni e terremoti? La connessione tra attività di estrazione petrolifera ed eventi sismici è ormai da molti anni dibattuta anche all’interno della comunità scientifica. La conclusione condivisa da molti rapporti tecnici è che la coltivazione di idrocarburi possa al massimo favorire l’innesco di un terremoto, ma non generare dal nulla un evento sismico. L’unico caso italiano a oggi documentato di un legame di causa-effetto tra le...
read moreRifiuti ENI, siciliano il compagno dell’ex ministra Guidi Avrebbe sfruttato relazione per avere vantaggi su gare
[Di Andrea Turco su Meridionews.it] L’indagine sui centri oli di Viggiano e sul Tempa Rossa coinvolge un pezzo di Sicilia. Tra cui Gianluca Gemelli, commissario di Confindustria Siracusa. Ai domiciliari anche Vincenzo Lisandrelli, responsabile sicurezza a Gela. Intanto ieri sera (31marzo, ndr) si è dimessa la responsabile allo Sviluppo economico del governo Renzi. C’è anche un pezzo di Sicilia nella clamorosa indagine che ha portato all’arresto di cinque tra funzionari e dipendenti dell’Eni per le attività del centro oli di Viggiano, in provincia di Potenza. Il nome più chiacchierato è certamente quello di Gianluca Gemelli, imprenditore di Augusta e compagno della dimissionaria ministra dello sviluppo economico Federica Guidi, nonché da dicembre 2015 commissario di Confindustria Siracusa. L’imprenditore è indagato in concorso per i reati di corruzione e traffico di influenze illecite. A Gela invece i carabinieri hanno condotto ai domiciliari Vincenzo Lisandrelli, 33 anni, ingegnere originario di Civitavecchia e da un anno responsabile di sicurezza e ambiente al centro direzionale ENI della città del golfo. Le accuse anche in questo caso si riferiscono alle attività svolte presso lo stabilimento lucano. Una maxi inchiesta, quella eseguita ieri dai militari del Nucleo operativo ecologico (Noe) di Potenza e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, con 37 persone indagate in merito al traffico e allo smaltimento dei rifiuti prodotti nel centro oli di Viggiano. Lo stabilimento in cui viene trattato il petrolio estratto nella Val D’Agri. «Il tema è sempre quello – ha detto in conferenza stampa il procuratore della Direzione nazionale antimafia Alfredo Roberti – questi sono reati che per comodità chiamiamo di ecomafie: in realtà sono reati di impresa che vedono le imprese al centro quando decidono di lucrare risparmiando sui costi di smaltimento dei rifiuti». La Dna è da sempre attenta ai fenomeni di inquinamento ambientale, tanto da prevedere un’apposita sezione. «Tutte le indagini – ha aggiunto Roberti – sono state svolte in contraddittorio con i tecnici dell’ENI, nella piena trasparenza, nella totale completezza. È in corso anche un’indagine epidemiologica per verificare gli eventuali effetti sulla salute di queste re-iniezioni illecite di prodotti di risulta delle attività estrattive». Un rischio in più, insomma, per i dipendenti ENI di Gela che nei mesi scorsi sono stati trasferiti proprio presso lo stabilimento lucano, così come numerosi sono gli operai dell’indotto che hanno lavorato in quegli impianti in attesa della riconversione locale. Non c’è però solo il cane a sei zampe a tremare per gli esiti di un’inchiesta che potrebbe squassare i rapporti tra multinazionale energetica e il governo. Le indagini infatti si concentrano anche sulla costruzione di un altro centro oli, il Tempa Rossa, questa volta di proprietà della Total. Con la multinazionale francese che ha stabilito la possibilità di estrarre 50mila barili al giorno di petrolio e 230mila metri cubi di gas. Ed è proprio in questo progetto che subentra Giancarlo Gemelli. Secondo gli inquirenti l’imprenditore avrebbe sfruttato la relazione di convivenza con la ministra allo Sviluppo economico, dimessasi ieri sera, per ottenere le qualifiche necessarie per partecipare alle gare di progettazione ed esecuzione dei lavori per l’impianto estrattivo di Tempa Rossa. Gianluca Gemelli e Federica Guidi si sono conosciuti presso Confindustria Giovani: lui in qualità di vicepresidente dei Giovani Imprenditori (e prima presidente a Siracusa) e lei di presidente nazionale del movimento. Da parte sua Gemelli aveva già un matrimonio...
read moreFederica Guidi, il compagno indagato per Eni Viggiano. Il ministro al telefono: “Domani passa quell’emendamento”
[Di redazione su Ilfattoquotidiano.it] Per Gianluca Gemelli l’accusa è di traffico di influenze, perché – scrivono i giudici – “sfruttando la relazione di convivenza che aveva con il ministro allo Sviluppo Economico, indebitamente si faceva promettere e quindi otteneva da Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total, “vantaggi patrimoniali”. Ai domiciliari cinque funzionari dell’azienda petrolifera. E’ indagato anche Gianluca Gemelli, il compagno del ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, nell’inchiesta della Dda di Potenza che ha portato all’arresto di sei persone. E alle dimissioni, arrivate in serata, del ministro stesso. Gli arrestati, ai domiciliari, sono cinque funzionari e dipendenti del centro oli Eni a Viggiano, in provincia di Potenza, e l’ex sindaco Pd di Corleto Perticara. Gli inquirenti li considerano responsabili a vario titolo di “attività organizzate per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti”. E per questo li hanno arrestati (disposti i domiciliari per tutti). Per Gianluca Gemelli, invece, l’accusa è di traffico di influenze, perché – scrivono i giudici – “sfruttando la relazione di convivenza che aveva con il Ministro allo Sviluppo Economico, Federica Guidi, indebitamente si faceva promettere e quindi otteneva da Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total, “vantaggi patrimoniali”. Gli indagati sono in tutto sessanta. L’inchiesta è coordinata dai pm di Potenza Francesco Basentini e Laura Triassi, e dalla pm della Direazione distrettuale antimafia Elisabetta Pugliese. L’INTERCETTAZIONE DELLA GUIDI: “DOMANI PASSERA’ QUELL’EMENDAMENTO” Nell’ordinanza del gip Michela Tiziana Petrocelli di Potenza compare un’intercettazione in cui la Guidi parla con il suo convivente. È il 5 novembre 2014 quando Gianluca Gemelli, conversando con il ministro, “apprendeva da costei – scrive il giudice – che sarebbe stato reinserito nella legge di stabilità un ‘emendamento”. L’emendamento chiedeva di estendere la semplificazione dell’autorizzazione unica anche alle “opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali”. Era stato inserito nel testo originario del decreto “Sblocca Italia” e bocciato alle ore 5 del giorno venerdì 17 ottobre 2014 durante la discussione in commissione parlamentare”. Il ritocco normativo, poi effettivamente approvato nella legge di stabilità, secondo gli inquirenti sarebbe stato di “estremo interesse per la Total soprattutto in relazione al progetto Tempa Rossa”, che in effetti è citata nella relazione tecnica del provvedimento. Tempa rossa è un campo di estrazione petrolifera in Basilicata, interessato da un controverso piano di potenziamento della raffineria Eni di Taranto, che ne tratta il greggio. La Guidi riferiva in proposito: “E poi dovremmo riuscire a mettere dentro al Senato se… è d’accordo anche “Mariaelena” (il ministro Maria Elena Boschi, annotano gli investigatori) la… quell’emendamento che mi hanno fatto uscire quella notte, alle quattro di notte …! Rimetterlo dentro alla legge… con l’emendamento alla legge di stabilità e a questo punto se riusciamo a sbloccare anche Tempa Rossa. .. ehm ..dall’altra parte si muove tutto!”. Alla domanda di Gemelli “se la cosa riguardasse pure i propri amici della Total”, si legge ancora nell’ordinanza, “clienti di Tecnimont (“quindi anche coso … anche … va be’, i miei amici de… i clienti di Broggi”), la Guidi replicava: “eh, certo, capito? … certo … te l’ho detto per quello!”). Immediatamente dopo il colloquio con la Guidi, Gemelli chiama Cobianchi di Total, al quale “riportava la notizia della volontà del governo di inserire nella Legge di Stabilità – in discussione al Senato...
read moreTrivelle, pozzo Edison al centro di un processo a Ragusa: “Danni ambientali e smaltimento illecito acque contaminate”
[Di redazione su Ilfattoquotidiano.it] Il procedimento penale (vicino alla prescrizione) è stato aperto nel 2007 ma la contaminazione va avanti dal 1989. Nel dossier si legge che gli inquirenti ipotizzano “gravi e reiterati attentati alla salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema marino attuando modalità criminali di smaltimento dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi”. Stabilito risarcimento di 70 milioni di euro. “Metalli tossici, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e MTBE”: è l’elenco di sostanze contenute nella miscela altamente inquinante che sarebbe stata immessa illegalmente nel pozzo Vega 6, al largo di Pozzallo, in provincia di Ragusa, causando danni ambientali e contaminazioni chimiche nelle acque e nel sottosuolo circostanti. Tutto è minuziosamente spiegato in un dossier dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), di cui “S”, il mensile di Live Sicilia, è venuto in possesso. Secondo quanto denunciato da Antonio Condorelli sul magazine, in 19 anni l’impianto di proprietà della Edison ha prodotto circa “cinquecentomila metri cubi di acque ‘contaminate’ da rifiuti anche pericolosi”, che sono state smaltite poi “con modalità assolutamente non conformi alle disposizioni normative”. Sullo smaltimento dei rifiuti contaminati è stato aperto un procedimento penale nel 2007 dalla Procura di Ragusa, ma la contaminazione va avanti dal 1989. Nel dossier si legge che gli inquirenti ipotizzano “gravi e reiterati attentati alla salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema marino attuando, per pura finalità di contenimento dei costi e quindi di redditività aziendale, modalità criminali di smaltimento dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi“. Al centro del dossier diverse tipologie di “acque contaminate” prodotte durante i processi di lavorazione: in primis le “acque di strato” ovvero quelle derivanti dalla separazione fisica della miscela acqua-idrocarburi estratta dai pozzi”; le “acque di lavaggio” delle cisterne che hanno contenuto gli idrocarburi e per finire le “acque di sentina” composte “dalle miscele oleose derivanti dagli scoli dei motori a combustione interna” che si vanno a depositare sul fondo della sala macchine della nave petroliera. Un “metodo sistematico“, quello dello smaltimento illegale, che prevedeva anche l’aggiunta di sostanze chimiche ai rifiuti prodotti: sostanze che servivano a “mantenere in buono stato di conservazione le strutture del pozzo Vega 6? e ad “aumentare la capacità di assorbimento dei rifiuti liquidi reimmessi nel sottosuolo” secondo quanto registrato dall’Ispra. Tutto ciò ha portato all’immissione “nel sottosuolo, attraverso il pozzo Vega 6, di una miscela di rifiuti caratterizzata da un elevato potere inquinante“. L’Ispra ha valutato il costo di smaltimento dell’intero quantitativo di rifiuti al centro dell’inchiesta, tenendo conto che “la natura particolare delle matrici ambientali danneggiate” non potrà essere riportata “alle condizioni originali”. Il danno quindi dovrà essere risarcito per “equivalente patrimoniale“. Ciò significa che, secondo il calcolo fatto dal mensile, visto il costo di smaltimento di un metro cubo, pari a 140 euro, per 496.217 metri cubi (l’ammontare complessivo dei rifiuti) il risarcimento arriverebbe a “69.470.380 euro”, ovvero quasi 70 milioni. Dal canto suo la Edison S.p.A., contattata da Condorelli, preferisce non rispondere e l’ufficio stampa parla di analisi in loro possesso che smentirebbero quanto affermato nel dossier. Intanto però il processo si avvicina alla prescrizione, senza essere giunto ancora alla sentenza di primo grado. Pubblicato su Ilfattoquotidiano.it il 30 marzo...
read moreFirenze, “inceneritori non dannosi per salute”: guerra sull’opuscolo dell’azienda…
[Di David Evangelisti su Ilfattoquotidiano.it] Scontro su un passaggio di un libretto diffuso in alcuni istituti: “I medici smentiscono rischi”. Il M5s: “Propaganda vergognosa, l’impresa sta costruendo un impianto”. Mozione in consiglio regionale respinta anche dal Pd: “Voto senza pregiudizi”. In classe non sono i libretti sulla raccolta differenziata, ma anche quelli in cui si dice che i termovalorizzatori non sono dannosi alla salute. Succede in alcune scuole di Firenze e il progetto di educazione ambientale è sostenuto tra gli altri da Quadrifoglio S.p.A., società di raccolta rifiuti al cento per cento pubblica (i soci sono 12 Comuni). Quadrifoglio costruirà insieme a Hera il nuovo inceneritore della Toscana centrale. Un libretto “molto discutibile”, lo definisce il Movimento Cinque Stelle: anzi, per i grillini è una “vergognosa propaganda pro-inceneritore nelle scuole”. A rispondere è il direttore di Quadrifoglio, Livio Giannotti: “E’ un caso che non esiste, una polemica strumentale: nessuna propaganda. Anche il dottor Umberto Veronesi dice che non c’è correlazione tra questi impianti e i tumori“. I grillini hanno presentato una mozione in consiglio regionale per ritirare l’opuscolo e rettificare il testo. Un atto poi bocciato anche con i voti del Pd: “Il nostro – ha precisato la consigliera democratica Titta Meucci – è un voto basato su posizioni non ideologiche e sempre attente alla salute dei cittadini”. Il libretto: “Termovalorizzatori dannosi? I medici smentiscono” Al centro della polemica è finito Riusi: da rifiuti a risorse. Impara, sperimenta e gioca! scritto nel 2014 da Claudia Fachinetti e Alfredo De Girolamo, che è presidente Confservizi Cispel Toscana (l’associazione regionale delle imprese di servizio pubblico) e membro del cda di Ispra, che l’Istituto superiore per la Protezione e la ricerca ambientale. Un libretto, sottolineano i Cinquestelle, “proposto da Quadrifoglio assieme a altre simili società che gestiscono i rifiuti”. La frase incriminata è: “Lo sai che in Italia la presenza dei termovalorizzatori non è sempre ben vista dalla popolazione locale che non vuole l’impianto vicino a casa e teme effetti dannosi sulla salute ma, oggi, i medici lo smentiscono”. Un opuscolo previsto nel progetto 2015-2016 “Usi rifiuti = riusi risorse”, organizzato con gli assessorati all’educazione, che coinvolge alcune scuole elementari e medie dei 12 Comuni fiorentini serviti (e soci) di Quadrifoglio. Il M5s: “I termovalorizzatori? Insalubri” I grillini chiedono di ritirare il libro e di “informare sui rischi sanitari“, poi accusano Quadrifoglio di stare approfittando “della sua posizione istituzionale“, di “favorire esclusivamente interessi di parte” e di “accreditare la linea inceneritorista“. A parlare di “conflitto d’interessi” è Silvia Noferi, consigliera comunale grillina a Palazzo Vecchio. Secondo il M5s Toscana esisterebbero inoltre “autorevoli studi nazionali e internazionali” che dimostrerebbero come questi impianti (“una soluzione ottocentesca”, rilevano) siano industrie altamente “insalubri”. L’azienda: “Termovalorizzatori? Solo in una pagina” Accuse che la Quadrifoglio rispedisce al mittente. Secondo il direttore Giannotti “il libro nasce in casa Cispel e di termovalorizzatori si parla solo in una pagina su 71: è un testo corretto che parla soprattutto di raccolta differenziata e riciclo”. Il dirigente dell’impresa di raccolta rifiuti precisa poi di “non aver proposto nulla a nessuno” e che il libro “non è stato distribuito in massa a tutte le scuole ma solo in quelle che hanno aderito al progetto”. Quanto al nuovo progetto che impegnerà Quadrifoglio e Hera è un impianto che da anni al centro di polemiche...
read moreViaggio nell’Abruzzo che si oppone alle trivelle
[Di Marina Forti su Internazionale.it] Le piattaforme si vedono benissimo dalla litoranea tra Ortona e Vasto, in Abruzzo. Quella chiamata Ombrina mare, sei chilometri dalla costa, e più giù quelle di Santo Stefano, che estraggono gas: e non si può proprio dire che si fondano in quel paesaggio di colline a picco sul mare, spiagge protette dalle falesie, scogliere da cui si protendono i trabocchi – costruzioni di legno piantate in acqua, collegate a terra con pontili. Servivano per pescare, sono noti almeno dal settecento. D’estate diventano ritrovo di villeggianti: ma in queste giornate di fine inverno sono il regno di gabbiani e cormorani. Insomma, tra il verde e il mare corrucciato, quelle piattaforme per idrocarburi sembrano incongrue. Del resto avrete la stessa strana impressione se risalite più a nord, oltre Pescara. Per esempio a Pineto, lungo la costa bassa che d’estate si anima di villeggianti, un lido dopo l’altro: guardate oltre la pineta, la spiaggia e il mare, ed ecco un paio di piattaforme di idrocarburi ben in vista (gli impianti Viviana e quelli del gruppo Fratello estraggono gas). Più a nord poi si infittiscono. La mappa del ministero dello sviluppo economico è chiara: gran parte delle 122 concessioni attive nei mari italiani sono nell’Adriatico. Si aggiunga una ventina di istanze di ricerca e di concessione di “coltivazione” (è la metalingua degli idrocarburi: coltivazione è dove una compagnia ha il permesso di estrarre gas o petrolio). Insomma, tra la Romagna e la Puglia sono sparse decine di piattaforme collegate a centinaia di pozzi, indicate come Giovanna, Simonetta, Eleonora, tutti nomi femminili salvo qualche Squalo, Sarago e Vongola, e alcuni nomi di località costiere. Per restare in Abruzzo ecco anche le piattaforme Rospo mare, che estraggono petrolio di fronte a Vasto, più al largo ma entro il limite delle 12 miglia nautiche che definisce le acque territoriali italiane. Ombrina è inattiva (è l’esito di una lunga battaglia civica). Ma presso il Mise giacciono decine di richieste (“istanze”) per la ricerca e per la “coltivazione” di idrocarburi anche a terra, in Abruzzo, oltre ai titoli minerari già rilasciati. “Eravamo famosi come la regione verde d’Europa, diventeremo la regione groviera”, commenta Mario Di Pietro, sindaco di Bellante, piccolo comune della provincia di Teramo, che sta all’intersezione di diversi progetti di ricerca di gas. Forse è per questo che in Abruzzo si sono moltiplicati negli ultimi anni i movimenti di protesta contro le trivelle, a cui hanno preso parte comitati di cittadini, enti locali, scienziati, in nome della difesa ambientale ma anche dell’economia agricola, della pesca o del turismo. Ormai da otto anni “ci sentiamo in prima linea”, dice Fabrizia Arduini, abitante di Ortona, artista, ma anche biologa marina e ambientalista appassionata (e responsabile della sezione teatina del Wwf). Siamo sulla massicciata della vecchia ferrovia litoranea, in piena costa dei trabocchi: dismessa una decina d’anni fa perché minacciata dall’erosione del mare, è diventata una bella passeggiata di parecchi chilometri (la ferrovia invece ha un nuovo tracciato più interno). Questo è “l’ultimo pezzo di costa adriatica salvato dal cemento”, osserva la dirigente del Wwf: zona bella e fragile, dal 2001 è aperto l’iter istitutivo che ne farà il Parco nazionale della costa teatina. Tutto è cominciato con il Centro oli progettato dall’ENI, ricorda Arduini. Doveva sorgere tra le colline del Montepulciano per raccogliere,...
read moreLa morte “fossile” dell’Italia
[Di Dario Faccini su Aispoitalia.wordprees.com] Nel dibattito sul referendum del 17 Aprile, mancano domande fondamentali. Quanto petrolio e gas rimangono ancora da estrarre in Italia? Ha senso estrarli alla massima velocità possibile? I motivi per cui dobbiamo conservare questo “tesoro in molecole”, proprio come conserviamo le Riserve Auree e la Primavera del Botticelli. Per gli effetti sul settore gas e petrolio di un vittoria dei SI si veda il precedente articolo “le bufale sul referendum del 17 Aprile“. A TUTTO GAS Il 1994 è l’anno in cui l’Apple lancia il primo Macintosh, a Sarajevo una granata serbo-bosniaca uccide 68 persone in un mercato e in Africa si compie il massacro sistematico dell’etnia Tutsi in Ruanda (mezzo milione di morti solo nei primi 100 giorni). In Italia si raggiunge il record produttivo di Gas Naturale, ma non fa notizia. Il consumo di metano ha superato la produzione a partire dagli inizi degli anni ’70. L’autosufficienza energetica in Italia è un sogno svanito da molto tempo (Fig. 1). Fig. 1. Dati storici di consumo, produzione e importazione (calcolata come differenza delle prime due quantità) in Italia, in MTep. Fonte: BP Statistical Review 2015. La corsa dei consumi si arresterà invece dieci anni dopo, nel 2005, quando sarà raggiunto il Picco “lato domanda”. Nel 2014, la produzione interna di gas naturale ha coperto meno del 12% dei consumi, con una quota del 67% proveniente da giacimenti a mare (soprattutto dall’Adriatico Veneto-Romagnolo). Se il gas naturale italiano è in un declino irreversibile, il petrolio estratto mostra un trend diverso, a prima vista più ottimista (Fig. 2). Fig. 2. Dati storici di produzione di Gas Naturale e Petrolio in Italia, in MTep. Fonte: BP Statistical Review 2015. Come per il Gas, la produzione di Petrolio in Italia copre solo poco più del 10% (2014) dei consumi interni, ma è rimasta piuttosto costante dalla fine degli anni ’80 sino ad oggi. RISERVE: IL LIVELLO DEL SERBATOIO ITALIA Qualsiasi forma di ottimismo si infrange però di fronte alla cruda realtà delle quantità di gas e petrolio ancora estraibili (riserve). Il Rapporto Annuale 2015 del DGRME, riporta le stime ufficiali delle riserve di gas e petrolio, disaggregate in base alla probabilità (certe, probabili, possibili) [1]. Per ottenere la stima delle riserve recuperabili, si devono considerare per intero le riserve certe, per metà quelle probabili e per un quinto quelle possibili [2]. Per il Gas Naturale si scopre così che le riserve ancora recuperabili sono pari a 88,5 MTep e non bastano neppure per coprire il fabbisogno nazionale per un anno e mezzo (Fig. 3). Fig. 3. Confronto tra: Riserve certe, probabili e possibili ufficiali di Gas Naturale (a fine 2014); riserve recuperabili (ottenute come somma del 100% delle certe, del 50% delle probabili, del 20% delle possibili); consumo di Gas Naturale nel 2014. Fonti: MISE-DGRME, Rapporto annuale 2015 e MISE, bilancio di Gas. La situazione per il petrolio è solo lievemente migliore: la quantità che rimane da estrarre è pari a 142MTep e coprirebbe poco meno di due anni e mezzo di consumi nazionali (Fig. 4). Fig. 4. Confronto tra: Riserve certe, probabili e possibili ufficiali di Petrolio (a fine 2014); riserve recuperabili (ottenute come somma del 100% delle certe, del 50% delle probabili, del 20% delle possibili); consumo di Petrolio nel 2014. Fonti: MISE-DGRME,...
read moreTrivelle, in Calabria torna il porta a porta
[Di Claudio Dionesalvi e Silvio Messinetti su Ilmanifesto.info] I media oscurano la consultazione del 17 aprile? I comitati No Triv battono a tappeto il territorio dallo Jonio al Tirreno. E si domandano cosa farà il presidente Oliverio del Pd: è stato tra i promotori della consultazione popolare, ma poi si è nascosto. C’è un solo modo per rompere il silenzio di una campagna referendaria mai così boicottata. È il metodo vintage del porta a porta, del comizio volante, del giro nei paesi e per mercati. L’alto Jonio è l’epicentro dei giacimenti entro le ormai celebri 12 miglia interessate dal quesito. Le piattaforme sono ben 7. Le multinazionali a caccia di buchi nello Jonio hanno nomi importanti: Appenine Energy, Transunion Petroleum It, Shell Italia, Petroceltic Elsa, Eni, Northern Petroleum Uk. La maggior parte delle riserve di petrolio e metano bloccate dalla legge sono qui, nel tratto di mare tra Pisticci e Crotone. Ed è qui che da anni si è sedimentato un forte movimento di resistenza popolare. Attivisti di lungo corso, ambientalisti, cittadini alla prima esperienza, sindaci. Il cuore pulsante della mobilitazione è Raspa, la rete di associazioni della Sibaritide e del Pollino per l’autotutela. Sono loro che mettono a punto il programma di un fine settimana elettorale. Primo appuntamento alla stazione di Trebisacce dove una pattuglia di macchine ci porterà alla riunione dei sindaci ad Amendolara, il cui primo cittadino, Giuseppe Ciminelli, proporrà un delibera pro-referendum all’Anci Calabria. E poi volantinaggi di fronte alla chiesa di Trebisacce, un incontro a Cassano con il vescovo Francesco Savino, mazzi di manifesti per i mercati di Cassano, Corigliano, Trebisacce e Villapiana e il convegno a Castrovillari con l’associazione il Riccio, i ragazzi di Possibile e i medici dell’Isde. Sono loro che ci spiegano in concreto quali siano i pericoli per la salute derivanti dalle trivellazioni. «Nei pressi di 34 piattaforme sono state compiute analisi chimico-fisiche su campioni d’acqua, sedimenti marini e mitili, ovvero le classiche cozze. E’ stata riscontrata un’alta concentrazione di cromo, nichel e piombo. Alcune di queste sostanze cancerogene possono entrare nella nostra catena alimentare, come avviene appunto con le cozze. Secondo i dati del dossier, i molluschi che crescono nei pressi di piattaforme di trivelle hanno una concentrazione di mercurio pari all’82% del totale». Il paradosso è che nessuno rispetta le leggi: esistono vincoli per la concentrazione di inquinanti ma questi sono spesso superati dai sedimenti circostanti le trivelle. Pur con qualche oscillazione nei risultati, questa situazione si mantiene sostanzialmente costante di anno in anno. Ma nell’oscuramento dei media il messaggio fa fatica a passare. «Ecco perché bisogna battere palmo a palmo i paesi e i quartieri cittadini. Per rompere questo osceno muro di gomma della censura» esclamano i No Triv. Gli strali degli attivisti si dirigono anche contro il presidente della regione, Mario Oliverio: «Dica ai calabresi cosa farà il 17 aprile». Oliverio, fra i promotori del referendum, non vuole avviare la campagna. I maligni insinuano che ci sia lo zampino del Pd nazionale. «Ma qual è il vero Pd, quello che si fa promotore dell’astensione a livello nazionale o quello dei comitati per il sì sui territori? Il consiglio regionale della Calabria – spiegano i No Triv – ha deliberato a settembre la richiesta di referendum, ma la posizione del governatore non è più chiara». Eppure risale...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.