CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Energia, l’Italia è sulla strada più sporca. “Tanto carbone, crollo delle rinnovabili”

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Energia, l’Italia è sulla strada più sporca. “Tanto carbone, crollo delle rinnovabili”

[Di Elisa Murgese su Ilfattoquotidiano.it] Avevamo raggiunto livelli elevatissimi di energia pulita, piazzandoci dietro la Germania per energia solare. Poi il taglio dei fondi che vengono dirottati sull’industria fossile (13 miliardi secondo il FMI) ha fatto crollare le nuove installazioni del 92%. Denunce di ambientalisti ed esperti: “Regalo agli inquinatori che costa 60mila posti di lavoro”. L’Italia ha smesso di scommettere sulle rinnovabili per proteggere l’industria del carbone. Ecco perché il 2016 sarà – ancora – l’anno dell’energia sporca”. Nonostante i recenti – ma non vincolanti – accordi presi al summit sul clima di Parigi, Legambiente sottolinea come l’Italia voglia spostare il suo cuore energetico sempre più verso le energie fossili. A perderci, anche secondo il presidente dell’associazione Italia Solare Paolo Rocco Viscontini, le fonti green, visto che “il governo ha confermato i tagli degli incentivi alle rinnovabili ma non alle energie sporche”. Tanto che “nella legge di Stabilità, tre miliardi sono destinati a sussidi alle fossili, nello specifico sussidi all’autotrasporto per i consumi di benzina”, racconta il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini. Risultato immediato, il calo degli italiani che hanno scelto solare o eolico perché “gli impianti sono meno convenienti – prosegue Zanchini – e se le scelte del governo non cambieranno, l’energia green è destina a diminuire ancora”. Crollo del 92% delle installazioni di rinnovabili” Che il mondo dell’energia pulita in Italia stia boccheggiando, lo provano i dati. “Negli ultimi due anni, ovvero dallo stop agli incentivi, si è avuto un crollo del 92% degli impianti”, precisa il vicepresidente di Legambiente. Limitandosi al solare, nel 2013-2014 sono stati installati 1.800 MW contro i 13.000 MW del biennio precedente”, racconta Stefano Robotti , financial business advisors a Ernst & Young. Un mercato in decrescita, quello delle rinnovabili. Eppure non si può certo dire che il Belpaese non avesse raggiunto risultati, con l’aiuto degli incentivi. L’Italia, infatti, per energia installata, in Europa è seconda solo alla Germania, senza contare che nel 2014 le rinnovabili hanno garantito più del 38% dei consumi elettrici nazionali. Per avere un quadro del cambiamento che aveva portato il Conto Energia, ovvero il programma di incentivazioni, nel rapporto di fine anno del Gestore dei servizi energetici si sottolinea come nel 2014 “gli impianti incentivati con il Conto Energia rappresentano il 95% del totale”. FMI: “L’Italia dà 13,2 miliardi di dollari alle fossili” Ma visti i risultati e il numero di adesioni, perché smettere di scommettere sull’energia green? “Il problema è che il successo delle rinnovabili ha causato la crisi delle vecchie e inquinanti centrali termoelettriche, portando alla chiusura di decine di impianti. ENEL, per esempio, negli ultimi anni ha smantellato 23 centrali”, racconta il vicepresidente di Legambiente. Un boom, quello delle fonti green, che ha spiazzato “non solo le vecchie centrali ma anche i nuovissimi cicli combinati a gas, passando dalle oltre 4.000 ore di funzionamento medio all’anno a 1.000-1.500, dando luogo a una crisi generalizzata del settore termoelettrico”, precisa Stefano Robotti. “Quando ha capito che il problema economico dei grandi gruppi energetici era dato dal successo del solare, il governo è corso ai ripari togliendo gli incentivi alle rinnovabili e approvando quelli per petrolio, carbone e gas – conferma il presidente di Italia Solare – Così, invece di sfruttare positivamente il successo dell’energia pulita, si sta tentando di salvare il vecchio sistema di centrali...

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L’USGS: la sismicita’ indotta mette a rischio 7 milioni di persone negli USA. E in Italia?

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L’USGS: la sismicita’ indotta mette a rischio 7 milioni di persone negli USA. E in Italia?

[Di redazione su dorsogna.blogspot.it] Per la prima volta nella sua storia il principale ente geologico d’America, l’USGS (the United States Geological Survey) rilascia al pubblico mappe con il rischio sismico naturale e generato da attività umane, principalmente estrazione e re-iniezione di idrocarburi e loro scarti. La sismicità indotta, secondo l’USGS, mette a rischio 7 milioni di persone nella parte centrale ed orientale degli USA. In alcune di queste località il rischio sismico è lo stesso della California, dove invece c’è una sostenuta sismicità naturale. Cioè l’uomo ha reso fortemente sismiche località che prima non lo erano. Anzi, Mark Petersen, a capo del progetto dice che: “By including human-induced events, our assessment of earthquake hazards has significantly increased in parts of the U.S. This research also shows that much more of the nation faces a significant chance of having damaging earthquakes over the next year, whether natural or human- induced.” Gli stati più a rischio a causa della sismicità indotta sono Oklahoma, Kansas, Texas, Colorado, New Mexico e Arkansas. In queste zone ci sono stati danni e scosse dovute principalmente alla sismicità indotta. Aggiunge infatti Petersen: “In the past five years, the USGS has documented high shaking and damage in areas of these six states, mostly from induced earthquakes”. A rischio leggermente minore Alabama, Mississippi e Ohio. Cosa fare? L’USGS raccomanda a chi vive in queste località di essere preparato secondo le linee guida offerte dalla FEMA. Il Federal Emergency Management Agency. Le nuove mappe non solo indicano le località con maggior rischio di sismicità indotta, ma lo fanno per l’anno 2016: questo per essere più precisi e perché decisioni politiche (di trivellare o no) potrebbero cambiare gli scenari. È strabiliante: cambiamo la geologia del nostro sottosuolo con decisioni trivelle si-trivelle no e lo facciamo in tempi rapidissimi su scala geologica. La parte centrale degli USA ha avuto un repentino cambio nella sua geologia negli scorsi sei anni. Dal 1973 al 2008 c’era una media di 24 terremoti di intensità superiore alla magnitudo 3.0. Dal 2009 al 2015 si e’ passati ad una media di 318 l’anno. Nel 2015 sono stati 1.010 terremoti. Nel 2016, fino a metà Marzo, ce ne sono stati 226. Di tutte queste scosse la più grande è stata di magnitudo 5.6 nella città di Prague, Oklahoma. La colpa di tutto è dell’industria petrolifera: le re-iniezioni di materiale tossico sottoterra, e in misura minore la pratica diretta del fracking. Come hanno fatto a capire se era sismicità indotta o naturale? Hanno usato la letteratura scientifica e ingegneristica, la presenza di pozzi di petrolio, gas e/o di re-iniezione, se fossero attivi, ed hanno parlato a lungo con residenti. L’intensità dei terremoti indotti è spesso inferiore a quella naturale, ma a volte se si è in aree già sismiche o in presenza di faglie note o sconosciute, le scosse possono essere forti. Nella parte centrale degli USA, l’USGS stima che potrebbero esserci migliaia di faglie che potrebbero generare forti terremoti. Come per tutti i terremoti, c’è anche la possibilità che si generino sciami sismici. Questo è quello che dice l’USGS. Cosa dirà l’INGV? Aspetto con ansia la mappa dei siti italiani più soggetti a sismicità indotta. Ma cosa dico, in Italia la sismicità indotta non esiste, non è mai esistita e mai esisterà.     Pubblicato su dorsogna.blogspot.it...

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Royalties di Norvegia

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Royalties di Norvegia

[Di redazione su dorsogna.blogspot.it] La Norvegia è uno stato petrolifero e ricco che produce petrolio dal 1970. Forse è anche l’unico al mondo dove hanno saputo fare le cose con il minor impatto ambientale possibile, sebbene il governo continui a ricordare che le estrazioni petrolifere siano inevitabile causa di inquinamento. Tutti i pozzi norvegesi sono in mare: ci sono circa 40 campi di petrolio e di gas sparsi lungo le sue coste posti ad almeno 50km da riva. Per far capire la portata dell’attivita’ petrolifera in Norvegia si stima che il petrolio e il suo indotto diamo lavoro a circa l’1% della popolazione e che – nel 2007 – il 23% del prodotto interno lordo norvegese fosse dovuto agli introiti petroliferi. La stragrande maggioranza dei ricavati che finiscono nelle casse dello stato vanno in uno speciale fondo pensioni, che al 2009 aveva dentro circa 320 miliardi di euro – quanto il PIL annuale della Norvegia – per un popolo con 5 milioni di abitanti. Cioe’ circa 60,000 euro a persona, inclusi i neonati. Un mare di soldi, pubblici, di tutti. In Norvegia fanno cosi: il governo e’ spesso co-proprietario dei pozzi di petrolio e riscuote direttamente sui profitti, oltre che applicare varie tasse ai petrolieri. E come funzionano queste tasse in Norvegia? Eccole qui: 1. tasse ordinarie – 28% del ricavato 2. tassa speciale sul petrolio – 50% del ricavato 3. tassa sulle emissioni di CO2 e di NOx 4. tassa sulle emissioni di gas serra 5. tassa sullo sviluppo della zona 6. interesse diretto allo stato (SDFI) 7. tassa sulla licenza petrolifera Quindi, quando ENI, Assomineraria, Vito De Filippo, e Paolo Scaroni verranno a dire che in Italia siamo tutti felici per il 4% di royalties in mare, e che siamo fra i piu’ esigenti verso i petrolieri, fatevi due risate. Le nostre royalties del 4% in aggiunta alle tasse governative, spesso un optional in Italia, dovrebbero essere paragonate a tutte queste belle tabelline della Norvegia. Qui a parte le tasse normali – che pagano tutti – ai petrolieri gli mollano un’aggiunta del 50%! Dicono cosi: due to the extraordinary profit associated with recovering the petroleum resources, an additional special tax is levied on this type of commercial activity. a causa degli straordinari profitti associati allo sfruttamento delle risorse petrolifere, si applica una tassa speciale addizionale su questo tipo di attivita’ commerciale. Assomineraria, ingannevolemente secondo me, dice che la Norvegia non applica royalties. Ah si? Beh chiamiamole come vogliamo, ma in Norvegia al governo fra una cosa e l’altra gli devi lasciare l’80% dei tuoi profitti. Poi c’è la tassa sulle emissioni di monnezza tossica, che è stata adottata addirittura nel 1991. E’ considerata fra le più alte al mondo e dipende dal tipo di anidride carbonica (CO2) o di nitrati (NOX) che emetti. Per i petrolieri e le estrazioni in mare e’ di circa: 50 euro alla tonnellata di CO2 emesso, 2,000 euro alla tonnellata di NOX emessi, In piu’ ci sono circa 40 euro alla tonnellata di CO2 che devono essere pagati per la legge sull’effetto serra, secondo le quali oltre a pagare la tassa sulle emissioni, devi pure pagare delle quote speciali. Per il 2010 si stima che un miliardo di euro sia finito nelle casse statali solo grazie alla legge delle emissioni. A Viggiano c’avrebbero...

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La festa è finita: Eni dismette i maxi giacimenti

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La festa è finita: Eni dismette i maxi giacimenti

[di Duccio Facchini su altraeconomia.it] Non è passato nemmeno un anno dai festeggiamenti trionfali per la scoperta dell’Eni del maxi giacimento di gas naturale “Zohr” al largo dell’Egitto. Un “successo italiano” per cui si sprecarono complimenti e in bocca al lupo -“Eni: Renzi si congratula con Descalzi per giacimento Egitto”, battevano le agenzie il 30 agosto 2015-. Una pellicola già vista in passato per quello che abbiamo ribattezzato in un’inchiesta il “Gigante fragile”, con i giacimenti in Mozambico, Ghana, Kazakhstan.   Poi c’è stata COP21, a Parigi, la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul clima, con le raccomandazioni nette che ha prodotto a proposito dell’improrogabile conversione ecologica fondata sul superamento delle fonti fossili. Le raccomandazioni si basavano (anche) su uno studio pubblicato su Nature a inizio 2015 (McGlade ed Ekins) secondo il quale, per contenere il cambiamento climatico, sarebbe stato necessario non toccare l’80% delle riserve di carbone conosciute ed estraibili, metà del gas e un terzo del petrolio.   Di fronte alle emergenti strategie planetarie, i colossi Oil&Gas hanno preferito rimuoverle come fossero un brusio piuttosto che affrontarle. Eppure, anche dal think-tank “Carbon Tracker” giungevano inviti alla prudenza. Da tener presenti, visto che l’autore del dettagliato report (dicembre 2015) sui rischi corsi da chi ancora investiva sui combustibili fossili nonostante il cambiamento climatico aveva disegnato i contorni della “bolla del carbonio”. Una scommessa -perduta in partenza- pari a 2mila miliardi di dollari nei prossimi 10 anni, con l’Italia tra i primi 15 Paesi al mondo più esposti, ed Eni Spa con 37,4 miliardi di dollari di “investimenti non necessari”.   Il brusio saliva di tono, mentre i prezzi del barile di greggio calavano inesorabilmente. E non per l’eccesso dell’offerta -come sostengono ancora oggi i principali quotidiani nazionali- bensì per il combinato disposto del picco di produzione, della convenienza delle rinnovabili e della lotta ai cambiamenti climatici. Al 30 marzo 2016, il Brent è tornato sotto quota 39 dollari, mentre il riferimento nordamericano (Wti) è a 38. L’imperativo è vendere, subito.   La prova che il brusio sia stato ignorato nonostante l’evidenza è contenuta proprio nei piani di sviluppo di Eni. L’ultimo -2016/2019, presentato a metà marzo agli azionisti- prevede uno scenario idilliaco da qui al 2019, con il prezzo del Brent risalito sotto soglia 70 dollari al barile. Il precedente -2015/2018- aveva previsto per il 2016 prezzi doppi rispetto alla realtà, e così quello precedente. Il professor Alessandro Penati l’aveva ben scritto su la Repubblica: “Sorprende l’incapacità di prevedere l’andamento del prezzo da parte di esperti, petrolieri e governi”. È in questo quadro che vanno letti gli annunci dei vertici di Eni Spa di un piano di dimissioni pari a 7 miliardi di euro da qui al 2019. Consapevoli del fatto che il 2015 del colosso di cui l’azionista di riferimento è ancora lo Stato -detiene direttamente il 3,93% delle azioni, e indirettamente un altro 26,36, controllato da Cassa depositi e prestiti-, ha assommato 6.790 milioni di euro di svalutazioni, 4.502 dei quali alla sezione “Exploration & Production”.   Via da (una parte di) Zohr, quindi, così come via dall’Area 4 in Mozambico. Nel comunicato che sintetizza il Piano strategico 2016-2019 (indicativo il sommario, “Come avere successo a prezzi bassi, alimentando la crescita di lungo termine”), Eni l’ha chiamata “la diluizione delle nostre partecipazioni nelle recenti e importanti scoperte, in linea con la nostra strategia di dual exploration”.   I festeggiamenti sono finiti,...

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Illinois: 91 città con 1,7 milioni di persone al 100% di elettricità da rinnovabili

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Illinois: 91 città con 1,7 milioni di persone al 100% di elettricità da rinnovabili

[Di redazione su Dorsogna.blogspot.it] Negli scorsi giorni, il ministro Federica Guidi, Chicco Testa, Davide Tabarelli, Romano Prodi e altri politici piuttosto ignoranti in materia hanno lanciato uno dopo l’altro deliri su deliri di trivelle ecosostenibili, economia da idrocarburi, petrolio pulito e altri vaneggiamenti da struzzi. Beh, ecco qui cosa accade nel mondo delle rinnovabili. Nei sei mesi che vanno da ottobre 2013 a marzo del 2014, l’80% della nuova energia prodotta negli USA è stata da rinnovabili. In tre di quei mesi – ottobre 2013, novembre 2013 e gennaio 2014 – il 100% dell’energia nuova è venuta dalle rinnovabili, in gran parte solare. Nei mesi di dicembre 2013, febbraio 2014 e marzo 2014, il restante è stato da gas (l’indipendenza energetica da fracking, eh!) e solo per lo 0,02% da petrolio. Lo 0,02%! La maggior parte dei nuovi progetti fotovoltaici si trova in California dove sono stati installati più pannelli nel 2013 che nei precedenti 30 anni messi assieme. Fa passi da gigante anche il North Carolina, seguito poi da Arizona, New Jersey, Nevada e Massachusetts. Nell’Illinois intanto ci sono 91 comunità che sono alimentate al 100% da rinnovabili, grazie al Community Choice Aggregation (CCA) con cui i sindaci possono mettersi d’accordo fra loro e scegliere da soli chi deve essere il proprio fornitore di energia. In questo modo, i comuni che hanno scelto di lavorare assieme possono meglio contrattare sia sui prezzi che sulle decisioni sul tipo di energia che arriva nelle loro città. In Illinois i comuni che hanno aderito all’iniziativa hanno deciso che la loro energia dovesse essere solo da solare, vento e geotermico. Altri stati in cui esiste il CCA sono il New Jersey, l’Ohio, la California, il Rhode Island e il Massachusetts. Occorre mettere tutto questo in prospettiva: quaranta anni fa i pannelli solari venivano usati solo sui satelliti. La NASA stava ancora perfezionando i suoi progetti per creare le turbine a vento. Il mondo si, andava a petrolio. Dopo quaranta anni, eccoci qui. L’umanità non è stata ferma. E nonostante tutti i tentativi di negare l’evidenza, e di ostacolarla, le energie rinnovabili hanno continuato a fare passi da gigante. La domanda allora non è più se possiamo avere una economia basata al 100% da energia pulita e che non regala tumori ai residenti, ma se possiamo e soprattutto se vogliamo farlo il più fretta possibile, ed in modo che tutti ne possano beneficiare, invece che i soliti speculatori. I petrolieri, la Guidi, Prodi, Testa e Tabarelli non diranno mai che si può, e diranno invece che è difficile, che è uno spreco, che è fantasia. Ma dicono questo solo perché parlano per interesse, parlano per Confindustria, parlano per l’ENI o per i loro amici speculatori. Parlano di buchi, perché fare un buco e’ facile, più difficile è pensare, e avere il coraggio di volere un paradigma energetico diverso. Ingegneri e scienziati, usando fondi pubblici in tutto il mondo, hanno mostrato che si può e che il mondo intero ce la può fare con le rinnovabili. Sta a noi scegliere e volerlo. I magnifici 91 dell’Illinois: Alton, Arlington Heights, Aurora, Bartonville, Beecher, Bethalto, Bolingbrook, Braidwood, Brimfield, Buffalo Grove, Carbondale, Cary, Champaign County, Channahon, Charleston, Coal City, Columbia, Crete, Creve Coeur, Decatur, Deer Creek, Dunlap, East Peoria, Easton, Edwardsville, Elwood, Evanston, Forest City, Frankfort, Glen...

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Investimenti in rinnovabili in forte calo in Italia, più importanza a petrolio e gas

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Investimenti in rinnovabili in forte calo in Italia, più importanza a petrolio e gas

[Di redazione su Expoclima.net] Solo 722 impianti fotovoltaici installati nel 2014, Greenpeace dà l’allarme: “Il Governo non investe”. L’Italia sembra tirare indietro negli investimenti in rinnovabili, soprattutto per quanto riguarda il fotovoltaico e l’eolico. È questa la denuncia di Greenpeace che, nel report “Rinnovabili nel mirino”, evidenzia come l’Italia, specie negli ultimi anni, si sia dimostrata particolarmente arretrata rispetto agli altri Paesi: mentre a livello globale il 2015 ha registrato record positivi in termini di investimenti in rinnovabili, l’Italia ha registrato solo record negativi complice anche, a detta di Greenpeace, il Governo Renzi, che ha deciso di investire principalmente sulle trivellazioni a terra e a mare per petrolio e gas. Parliamo, ad esempio, degli impianti fotovoltaici: 150mila nuovi impianti nel 2012; 70mila nel 2013; solo 722 nel 2014 e anche i primi dati analizzati del 2015 risultano già negativi. La potenza degli impianti installati nel 2015 è diminuita di circa il 30% rispetto al 2014. Oltre il 60% di questi sono piccoli impianti, a conferma del fatto che il Governo sta mettendo in atto scelte a sfavore dello sviluppo del fotovoltaico. Scarsi gli investimenti nel settore, crollati addirittura del 60% nel 2014 rispetto al 2013. La causa della contrazione degli investimenti sembra riconducibile, sempre per quanto riguarda il nostro Paese, ai tagli retroattivi del decreto “Spalma-Incentivi” ad esempio, che prevede che dal 1° Gennaio 2015 tutti gli impianti fotovoltaici di potenza superiore ai 200 kWp non godano più degli incentivi come era stato previsto, ma debbano rimodulare la tariffa incentivante. I tagli alle rinnovabili nel nostro Paese hanno avuto ripercussioni negative anche dal punto di vista lavorativo: 4mila occupati persi nel 2015 solo nel settore eolico e continuano ad aumentare anche le aziende costrette a chiudere. Diminuiscono anche i soggetti disposti a investire in un Paese come il nostro, che sembra aver scelto di puntare quasi esclusivamente su petrolio e gas. Gli investimenti in rinnovabili diminuiscono (solo 11 miliardi a confronto degli oltre 23 della Germania), ma in compenso aumentano quelli in fonti fossili: il rapporto di Greenpeace sottolinea come l’Italia abbia investito, nel 2015, ben 13,2 miliardi di dollari in combustibili fossili, classificandosi al nono posto in Europa. Leggi o scarica il report completo sulle rinnovabili redatto da Greenpeace qui, in versione pdf.     Pubblicato su Expoclima.net il 29 marzo...

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5 aspetti scientifici per il referendum sulle trivelle

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5 aspetti scientifici per il referendum sulle trivelle

[Di Gianluca Dotti su Wired.it] Dal rischio di incidenti e disastri ambientali fino al legame con i terremoti e all’impatto sulla biodiversità marina. Un po’ di cifre e dati per prepararsi al voto. Manca meno di un mese al referendum abrogativo sull’articolo 6 comma 17 del Codice dell’ambiente che regola le trivellazioni nei mari italiani. Al di là delle questioni politiche, amministrative ed economiche, ecco un po’ di cifre e spunti per valutare il quesito referendario da un punto di vista scientifico. Di quanti pozzi stiamo discutendo? Delle 135 piattaforme marine presenti sul territorio italiano (dato del Ministero dello sviluppo economico del 31 dicembre 2015), quelle che si trovano entro 12 miglia dalla costa sono 92. Se tra queste si considerano solo quelle effettivamente eroganti, il numero scende ulteriormente a 48, corrispondenti a 21 concessioni. Il quesito posto dal referendum potrà avere un effetto solo su queste ultime, nell’arco di tempo che andrà dalla scadenza delle attuali concessioni all’esaurimento dei bacini estrattivi. Finché le concessioni saranno in vigore, infatti, l’attività estrattiva non potrà essere interrotta. Il voto del 17 aprile, inoltre, non avrà alcun effetto sulle nuove trivellazioni (la costruzione di piattaforme entro le 12 miglia è vietata dal 2006), sulle altre piattaforme già esistenti situate oltre il limite delle 12 miglia, e nemmeno sui più numerosi impianti estrattivi collocati sulla terraferma. Si stima che il referendum complessivamente coinvolgerà un’attività estrattiva pari all’1% circa del consumo nazionale di petrolio e al 3% di quello di gas metano. Questo dato, al di là del segnale politico che può derivare dal referendum, è sufficiente per quantificare la marginalità della questione dal punto di vista delle energie rinnovabili e della posizione green del nostro Paese. Quanto è concreto il rischio di sversamenti? Il rischio di uno sversamento di petrolio in mare in seguito a un grave incidente in una piattaforma è considerato come la più grande minaccia per l’ambiente e per il settore turistico. La maggior parte dei pozzi italiani, però è dedicata all’estrazione di gas metano, che non presenta questo tipo di rischio dal momento che una eventuale fuga di gas – come quella avvenuta nella piattaforma Paguro al largo di Ravenna negli anni Sessanta – avrebbe effetti molto meno devastanti rispetto a incidenti petroliferi come il famoso Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. A distinguere i pozzi petroliferi italiani da quelli legati ai più terribili disastri ambientali, inoltre, c’è anche l’aspetto non trascurabile della profondità di estrazione. Mentre Deepwater Horizon raggiunge i 1.500 metri di profondità, nel nostro Paese si trivella di solito per alcune decine di metri, raggiungendo al massimo profondità dell’ordine dei 100 metri. Nel remoto caso di un grave incidente petrolifero, poi, il limite convenzionale di 12 miglia (circa 20 chilometri) dalla costa non sarebbe sufficiente a tutelare le nostre coste: il già citato Deepwater Horizon, ad esempio, era situato a 66 chilometri dalle coste della Louisiana. C’è un legame tra estrazioni e terremoti? La connessione tra attività di estrazione petrolifera ed eventi sismici è ormai da molti anni dibattuta anche all’interno della comunità scientifica. La conclusione condivisa da molti rapporti tecnici è che la coltivazione di idrocarburi possa al massimo favorire l’innesco di un terremoto, ma non generare dal nulla un evento sismico. L’unico caso italiano a oggi documentato di un legame di causa-effetto tra le...

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Rifiuti ENI, siciliano il compagno dell’ex ministra Guidi Avrebbe sfruttato relazione per avere vantaggi su gare

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Rifiuti ENI, siciliano il compagno dell’ex ministra Guidi Avrebbe sfruttato relazione per avere vantaggi su gare

[Di Andrea Turco su Meridionews.it] L’indagine sui centri oli di Viggiano e sul Tempa Rossa coinvolge un pezzo di Sicilia. Tra cui Gianluca Gemelli, commissario di Confindustria Siracusa. Ai domiciliari anche Vincenzo Lisandrelli, responsabile sicurezza a Gela. Intanto ieri sera (31marzo, ndr) si è dimessa la responsabile allo Sviluppo economico del governo Renzi. C’è anche un pezzo di Sicilia nella clamorosa indagine che ha portato all’arresto di cinque tra funzionari e dipendenti dell’Eni per le attività del centro oli di Viggiano, in provincia di Potenza. Il nome più chiacchierato è certamente quello di Gianluca Gemelli, imprenditore di Augusta e compagno della dimissionaria ministra dello sviluppo economico Federica Guidi, nonché da dicembre 2015 commissario di Confindustria Siracusa. L’imprenditore è indagato in concorso per i reati di corruzione e traffico di influenze illecite. A Gela invece i carabinieri hanno condotto ai domiciliari Vincenzo Lisandrelli, 33 anni, ingegnere originario di Civitavecchia e da un anno responsabile di sicurezza e ambiente al centro direzionale ENI della città del golfo. Le accuse anche in questo caso si riferiscono alle attività svolte presso lo stabilimento lucano. Una maxi inchiesta, quella eseguita ieri dai militari del Nucleo operativo ecologico (Noe) di Potenza e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, con 37 persone indagate in merito al traffico e allo smaltimento dei rifiuti prodotti nel centro oli di Viggiano. Lo stabilimento in cui viene trattato il petrolio estratto nella Val D’Agri. «Il tema è sempre quello – ha detto in conferenza stampa il procuratore della Direzione nazionale antimafia Alfredo Roberti – questi sono reati che per comodità chiamiamo di ecomafie: in realtà sono reati di impresa che vedono le imprese al centro quando decidono di lucrare risparmiando sui costi di smaltimento dei rifiuti». La Dna è da sempre attenta ai fenomeni di inquinamento ambientale, tanto da prevedere un’apposita sezione. «Tutte le indagini – ha aggiunto Roberti – sono state svolte in contraddittorio con i tecnici dell’ENI, nella piena trasparenza, nella totale completezza. È in corso anche un’indagine epidemiologica per verificare gli eventuali effetti sulla salute di queste re-iniezioni illecite di prodotti di risulta delle attività estrattive». Un rischio in più, insomma, per i dipendenti ENI di Gela che nei mesi scorsi sono stati trasferiti proprio presso lo stabilimento lucano, così come numerosi sono gli operai dell’indotto che hanno lavorato in quegli impianti in attesa della riconversione locale. Non c’è però solo il cane a sei zampe a tremare per gli esiti di un’inchiesta che potrebbe squassare i rapporti tra multinazionale energetica e il governo. Le indagini infatti si concentrano anche sulla costruzione di un altro centro oli, il Tempa Rossa, questa volta di proprietà della Total. Con la multinazionale francese che ha stabilito la possibilità di estrarre 50mila barili al giorno di petrolio e 230mila metri cubi di gas. Ed è proprio in questo progetto che subentra Giancarlo Gemelli. Secondo gli inquirenti l’imprenditore avrebbe sfruttato la relazione di convivenza con la ministra allo Sviluppo economico, dimessasi ieri sera, per ottenere le qualifiche necessarie per partecipare alle gare di progettazione ed esecuzione dei lavori per l’impianto estrattivo di Tempa Rossa. Gianluca Gemelli e Federica Guidi si sono conosciuti presso Confindustria Giovani: lui in qualità di vicepresidente dei Giovani Imprenditori (e prima presidente a Siracusa) e lei di presidente nazionale del movimento. Da parte sua Gemelli aveva già un matrimonio...

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Federica Guidi, il compagno indagato per Eni Viggiano. Il ministro al telefono: “Domani passa quell’emendamento”

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Federica Guidi, il compagno indagato per Eni Viggiano. Il ministro al telefono: “Domani passa quell’emendamento”

[Di redazione su Ilfattoquotidiano.it] Per Gianluca Gemelli l’accusa è di traffico di influenze, perché – scrivono i giudici – “sfruttando la relazione di convivenza che aveva con il ministro allo Sviluppo Economico, indebitamente si faceva promettere e quindi otteneva da Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total, “vantaggi patrimoniali”. Ai domiciliari cinque funzionari dell’azienda petrolifera. E’ indagato anche Gianluca Gemelli, il compagno del ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, nell’inchiesta della Dda di Potenza che ha portato all’arresto di sei persone. E alle dimissioni, arrivate in serata, del ministro stesso. Gli arrestati, ai domiciliari, sono cinque funzionari e dipendenti del centro oli Eni a Viggiano, in provincia di Potenza, e l’ex sindaco Pd di Corleto Perticara. Gli inquirenti li considerano responsabili a vario titolo di “attività organizzate per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti”. E per questo li hanno arrestati (disposti i domiciliari per tutti). Per Gianluca Gemelli, invece, l’accusa è di traffico di influenze, perché – scrivono i giudici – “sfruttando la relazione di convivenza che aveva con il Ministro allo Sviluppo Economico, Federica Guidi, indebitamente si faceva promettere e quindi otteneva da Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total, “vantaggi patrimoniali”. Gli indagati sono in tutto sessanta. L’inchiesta è coordinata dai pm di Potenza Francesco Basentini e Laura Triassi, e dalla pm della Direazione distrettuale antimafia Elisabetta Pugliese. L’INTERCETTAZIONE DELLA GUIDI: “DOMANI PASSERA’ QUELL’EMENDAMENTO” Nell’ordinanza del gip Michela Tiziana Petrocelli di Potenza compare un’intercettazione in cui la Guidi parla con il suo convivente. È il 5 novembre 2014 quando Gianluca Gemelli, conversando con il ministro, “apprendeva da costei – scrive il giudice – che sarebbe stato reinserito nella legge di stabilità un ‘emendamento”. L’emendamento chiedeva di estendere la semplificazione dell’autorizzazione unica anche alle “opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali”. Era stato inserito nel testo originario del decreto “Sblocca Italia” e bocciato alle ore 5 del giorno venerdì 17 ottobre 2014 durante la discussione in commissione parlamentare”. Il ritocco normativo, poi effettivamente approvato nella legge di stabilità, secondo gli inquirenti sarebbe stato di “estremo interesse per la Total soprattutto in relazione al progetto Tempa Rossa”, che in effetti è citata nella relazione tecnica del provvedimento. Tempa rossa è un campo di estrazione petrolifera in Basilicata, interessato da un controverso piano di potenziamento della raffineria Eni di Taranto, che ne tratta il greggio. La Guidi riferiva in proposito: “E poi dovremmo riuscire a mettere dentro al Senato se… è d’accordo anche “Mariaelena” (il ministro Maria Elena Boschi, annotano gli investigatori) la… quell’emendamento che mi hanno fatto uscire quella notte, alle quattro di notte …! Rimetterlo dentro alla legge… con l’emendamento alla legge di stabilità e a questo punto se riusciamo a sbloccare anche Tempa Rossa. .. ehm ..dall’altra parte si muove tutto!”. Alla domanda di Gemelli “se la cosa riguardasse pure i propri amici della Total”, si legge ancora nell’ordinanza, “clienti di Tecnimont (“quindi anche coso … anche … va be’, i miei amici de… i clienti di Broggi”), la Guidi replicava: “eh, certo, capito? … certo … te l’ho detto per quello!”). Immediatamente dopo il colloquio con la Guidi, Gemelli chiama Cobianchi di Total, al quale “riportava la notizia della volontà del governo di inserire nella Legge di Stabilità – in discussione al Senato...

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Trivelle, pozzo Edison al centro di un processo a Ragusa: “Danni ambientali e smaltimento illecito acque contaminate”

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Trivelle, pozzo Edison al centro di un processo a Ragusa: “Danni ambientali e smaltimento illecito acque contaminate”

[Di redazione su Ilfattoquotidiano.it] Il procedimento penale (vicino alla prescrizione) è stato aperto nel 2007 ma la contaminazione va avanti dal 1989. Nel dossier si legge che gli inquirenti ipotizzano “gravi e reiterati attentati alla salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema marino attuando modalità criminali di smaltimento dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi”. Stabilito risarcimento di 70 milioni di euro. “Metalli tossici, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e MTBE”: è l’elenco di sostanze contenute nella miscela altamente inquinante che sarebbe stata immessa illegalmente nel pozzo Vega 6, al largo di Pozzallo, in provincia di Ragusa, causando danni ambientali e contaminazioni chimiche nelle acque e nel sottosuolo circostanti. Tutto è minuziosamente spiegato in un dossier dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), di cui “S”, il mensile di Live Sicilia, è venuto in possesso. Secondo quanto denunciato da Antonio Condorelli sul magazine, in 19 anni l’impianto di proprietà della Edison ha prodotto circa “cinquecentomila metri cubi di acque ‘contaminate’ da rifiuti anche pericolosi”, che sono state smaltite poi “con modalità assolutamente non conformi alle disposizioni normative”. Sullo smaltimento dei rifiuti contaminati è stato aperto un procedimento penale nel 2007 dalla Procura di Ragusa, ma la contaminazione va avanti dal 1989. Nel dossier si legge che gli inquirenti ipotizzano “gravi e reiterati attentati alla salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema marino attuando, per pura finalità di contenimento dei costi e quindi di redditività aziendale, modalità criminali di smaltimento dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi“. Al centro del dossier diverse tipologie di “acque contaminate” prodotte durante i processi di lavorazione: in primis le “acque di strato” ovvero quelle derivanti dalla separazione fisica della miscela acqua-idrocarburi estratta dai pozzi”; le “acque di lavaggio” delle cisterne che hanno contenuto gli idrocarburi e per finire le “acque di sentina” composte “dalle miscele oleose derivanti dagli scoli dei motori a combustione interna” che si vanno a depositare sul fondo della sala macchine della nave petroliera. Un “metodo sistematico“, quello dello smaltimento illegale, che prevedeva anche l’aggiunta di sostanze chimiche ai rifiuti prodotti: sostanze che servivano a “mantenere in buono stato di conservazione le strutture del pozzo Vega 6? e ad “aumentare la capacità di assorbimento dei rifiuti liquidi reimmessi nel sottosuolo” secondo quanto registrato dall’Ispra. Tutto ciò ha portato all’immissione “nel sottosuolo, attraverso il pozzo Vega 6, di una miscela di rifiuti caratterizzata da un elevato potere inquinante“. L’Ispra ha valutato il costo di smaltimento dell’intero quantitativo di rifiuti al centro dell’inchiesta, tenendo conto che “la natura particolare delle matrici ambientali danneggiate” non potrà essere riportata “alle condizioni originali”. Il danno quindi dovrà essere risarcito per “equivalente patrimoniale“. Ciò significa che, secondo il calcolo fatto dal mensile, visto il costo di smaltimento di un metro cubo, pari a 140 euro, per 496.217 metri cubi (l’ammontare complessivo dei rifiuti) il risarcimento arriverebbe a “69.470.380 euro”, ovvero quasi 70 milioni. Dal canto suo la Edison S.p.A., contattata da Condorelli, preferisce non rispondere e l’ufficio stampa parla di analisi in loro possesso che smentirebbero quanto affermato nel dossier. Intanto però il processo si avvicina alla prescrizione, senza essere giunto ancora alla sentenza di primo grado.     Pubblicato su Ilfattoquotidiano.it il 30 marzo...

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