Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Firenze, “inceneritori non dannosi per salute”: guerra sull’opuscolo dell’azienda…
[Di David Evangelisti su Ilfattoquotidiano.it] Scontro su un passaggio di un libretto diffuso in alcuni istituti: “I medici smentiscono rischi”. Il M5s: “Propaganda vergognosa, l’impresa sta costruendo un impianto”. Mozione in consiglio regionale respinta anche dal Pd: “Voto senza pregiudizi”. In classe non sono i libretti sulla raccolta differenziata, ma anche quelli in cui si dice che i termovalorizzatori non sono dannosi alla salute. Succede in alcune scuole di Firenze e il progetto di educazione ambientale è sostenuto tra gli altri da Quadrifoglio S.p.A., società di raccolta rifiuti al cento per cento pubblica (i soci sono 12 Comuni). Quadrifoglio costruirà insieme a Hera il nuovo inceneritore della Toscana centrale. Un libretto “molto discutibile”, lo definisce il Movimento Cinque Stelle: anzi, per i grillini è una “vergognosa propaganda pro-inceneritore nelle scuole”. A rispondere è il direttore di Quadrifoglio, Livio Giannotti: “E’ un caso che non esiste, una polemica strumentale: nessuna propaganda. Anche il dottor Umberto Veronesi dice che non c’è correlazione tra questi impianti e i tumori“. I grillini hanno presentato una mozione in consiglio regionale per ritirare l’opuscolo e rettificare il testo. Un atto poi bocciato anche con i voti del Pd: “Il nostro – ha precisato la consigliera democratica Titta Meucci – è un voto basato su posizioni non ideologiche e sempre attente alla salute dei cittadini”. Il libretto: “Termovalorizzatori dannosi? I medici smentiscono” Al centro della polemica è finito Riusi: da rifiuti a risorse. Impara, sperimenta e gioca! scritto nel 2014 da Claudia Fachinetti e Alfredo De Girolamo, che è presidente Confservizi Cispel Toscana (l’associazione regionale delle imprese di servizio pubblico) e membro del cda di Ispra, che l’Istituto superiore per la Protezione e la ricerca ambientale. Un libretto, sottolineano i Cinquestelle, “proposto da Quadrifoglio assieme a altre simili società che gestiscono i rifiuti”. La frase incriminata è: “Lo sai che in Italia la presenza dei termovalorizzatori non è sempre ben vista dalla popolazione locale che non vuole l’impianto vicino a casa e teme effetti dannosi sulla salute ma, oggi, i medici lo smentiscono”. Un opuscolo previsto nel progetto 2015-2016 “Usi rifiuti = riusi risorse”, organizzato con gli assessorati all’educazione, che coinvolge alcune scuole elementari e medie dei 12 Comuni fiorentini serviti (e soci) di Quadrifoglio. Il M5s: “I termovalorizzatori? Insalubri” I grillini chiedono di ritirare il libro e di “informare sui rischi sanitari“, poi accusano Quadrifoglio di stare approfittando “della sua posizione istituzionale“, di “favorire esclusivamente interessi di parte” e di “accreditare la linea inceneritorista“. A parlare di “conflitto d’interessi” è Silvia Noferi, consigliera comunale grillina a Palazzo Vecchio. Secondo il M5s Toscana esisterebbero inoltre “autorevoli studi nazionali e internazionali” che dimostrerebbero come questi impianti (“una soluzione ottocentesca”, rilevano) siano industrie altamente “insalubri”. L’azienda: “Termovalorizzatori? Solo in una pagina” Accuse che la Quadrifoglio rispedisce al mittente. Secondo il direttore Giannotti “il libro nasce in casa Cispel e di termovalorizzatori si parla solo in una pagina su 71: è un testo corretto che parla soprattutto di raccolta differenziata e riciclo”. Il dirigente dell’impresa di raccolta rifiuti precisa poi di “non aver proposto nulla a nessuno” e che il libro “non è stato distribuito in massa a tutte le scuole ma solo in quelle che hanno aderito al progetto”. Quanto al nuovo progetto che impegnerà Quadrifoglio e Hera è un impianto che da anni al centro di polemiche...
read moreViaggio nell’Abruzzo che si oppone alle trivelle
[Di Marina Forti su Internazionale.it] Le piattaforme si vedono benissimo dalla litoranea tra Ortona e Vasto, in Abruzzo. Quella chiamata Ombrina mare, sei chilometri dalla costa, e più giù quelle di Santo Stefano, che estraggono gas: e non si può proprio dire che si fondano in quel paesaggio di colline a picco sul mare, spiagge protette dalle falesie, scogliere da cui si protendono i trabocchi – costruzioni di legno piantate in acqua, collegate a terra con pontili. Servivano per pescare, sono noti almeno dal settecento. D’estate diventano ritrovo di villeggianti: ma in queste giornate di fine inverno sono il regno di gabbiani e cormorani. Insomma, tra il verde e il mare corrucciato, quelle piattaforme per idrocarburi sembrano incongrue. Del resto avrete la stessa strana impressione se risalite più a nord, oltre Pescara. Per esempio a Pineto, lungo la costa bassa che d’estate si anima di villeggianti, un lido dopo l’altro: guardate oltre la pineta, la spiaggia e il mare, ed ecco un paio di piattaforme di idrocarburi ben in vista (gli impianti Viviana e quelli del gruppo Fratello estraggono gas). Più a nord poi si infittiscono. La mappa del ministero dello sviluppo economico è chiara: gran parte delle 122 concessioni attive nei mari italiani sono nell’Adriatico. Si aggiunga una ventina di istanze di ricerca e di concessione di “coltivazione” (è la metalingua degli idrocarburi: coltivazione è dove una compagnia ha il permesso di estrarre gas o petrolio). Insomma, tra la Romagna e la Puglia sono sparse decine di piattaforme collegate a centinaia di pozzi, indicate come Giovanna, Simonetta, Eleonora, tutti nomi femminili salvo qualche Squalo, Sarago e Vongola, e alcuni nomi di località costiere. Per restare in Abruzzo ecco anche le piattaforme Rospo mare, che estraggono petrolio di fronte a Vasto, più al largo ma entro il limite delle 12 miglia nautiche che definisce le acque territoriali italiane. Ombrina è inattiva (è l’esito di una lunga battaglia civica). Ma presso il Mise giacciono decine di richieste (“istanze”) per la ricerca e per la “coltivazione” di idrocarburi anche a terra, in Abruzzo, oltre ai titoli minerari già rilasciati. “Eravamo famosi come la regione verde d’Europa, diventeremo la regione groviera”, commenta Mario Di Pietro, sindaco di Bellante, piccolo comune della provincia di Teramo, che sta all’intersezione di diversi progetti di ricerca di gas. Forse è per questo che in Abruzzo si sono moltiplicati negli ultimi anni i movimenti di protesta contro le trivelle, a cui hanno preso parte comitati di cittadini, enti locali, scienziati, in nome della difesa ambientale ma anche dell’economia agricola, della pesca o del turismo. Ormai da otto anni “ci sentiamo in prima linea”, dice Fabrizia Arduini, abitante di Ortona, artista, ma anche biologa marina e ambientalista appassionata (e responsabile della sezione teatina del Wwf). Siamo sulla massicciata della vecchia ferrovia litoranea, in piena costa dei trabocchi: dismessa una decina d’anni fa perché minacciata dall’erosione del mare, è diventata una bella passeggiata di parecchi chilometri (la ferrovia invece ha un nuovo tracciato più interno). Questo è “l’ultimo pezzo di costa adriatica salvato dal cemento”, osserva la dirigente del Wwf: zona bella e fragile, dal 2001 è aperto l’iter istitutivo che ne farà il Parco nazionale della costa teatina. Tutto è cominciato con il Centro oli progettato dall’ENI, ricorda Arduini. Doveva sorgere tra le colline del Montepulciano per raccogliere,...
read moreLa morte “fossile” dell’Italia
[Di Dario Faccini su Aispoitalia.wordprees.com] Nel dibattito sul referendum del 17 Aprile, mancano domande fondamentali. Quanto petrolio e gas rimangono ancora da estrarre in Italia? Ha senso estrarli alla massima velocità possibile? I motivi per cui dobbiamo conservare questo “tesoro in molecole”, proprio come conserviamo le Riserve Auree e la Primavera del Botticelli. Per gli effetti sul settore gas e petrolio di un vittoria dei SI si veda il precedente articolo “le bufale sul referendum del 17 Aprile“. A TUTTO GAS Il 1994 è l’anno in cui l’Apple lancia il primo Macintosh, a Sarajevo una granata serbo-bosniaca uccide 68 persone in un mercato e in Africa si compie il massacro sistematico dell’etnia Tutsi in Ruanda (mezzo milione di morti solo nei primi 100 giorni). In Italia si raggiunge il record produttivo di Gas Naturale, ma non fa notizia. Il consumo di metano ha superato la produzione a partire dagli inizi degli anni ’70. L’autosufficienza energetica in Italia è un sogno svanito da molto tempo (Fig. 1). Fig. 1. Dati storici di consumo, produzione e importazione (calcolata come differenza delle prime due quantità) in Italia, in MTep. Fonte: BP Statistical Review 2015. La corsa dei consumi si arresterà invece dieci anni dopo, nel 2005, quando sarà raggiunto il Picco “lato domanda”. Nel 2014, la produzione interna di gas naturale ha coperto meno del 12% dei consumi, con una quota del 67% proveniente da giacimenti a mare (soprattutto dall’Adriatico Veneto-Romagnolo). Se il gas naturale italiano è in un declino irreversibile, il petrolio estratto mostra un trend diverso, a prima vista più ottimista (Fig. 2). Fig. 2. Dati storici di produzione di Gas Naturale e Petrolio in Italia, in MTep. Fonte: BP Statistical Review 2015. Come per il Gas, la produzione di Petrolio in Italia copre solo poco più del 10% (2014) dei consumi interni, ma è rimasta piuttosto costante dalla fine degli anni ’80 sino ad oggi. RISERVE: IL LIVELLO DEL SERBATOIO ITALIA Qualsiasi forma di ottimismo si infrange però di fronte alla cruda realtà delle quantità di gas e petrolio ancora estraibili (riserve). Il Rapporto Annuale 2015 del DGRME, riporta le stime ufficiali delle riserve di gas e petrolio, disaggregate in base alla probabilità (certe, probabili, possibili) [1]. Per ottenere la stima delle riserve recuperabili, si devono considerare per intero le riserve certe, per metà quelle probabili e per un quinto quelle possibili [2]. Per il Gas Naturale si scopre così che le riserve ancora recuperabili sono pari a 88,5 MTep e non bastano neppure per coprire il fabbisogno nazionale per un anno e mezzo (Fig. 3). Fig. 3. Confronto tra: Riserve certe, probabili e possibili ufficiali di Gas Naturale (a fine 2014); riserve recuperabili (ottenute come somma del 100% delle certe, del 50% delle probabili, del 20% delle possibili); consumo di Gas Naturale nel 2014. Fonti: MISE-DGRME, Rapporto annuale 2015 e MISE, bilancio di Gas. La situazione per il petrolio è solo lievemente migliore: la quantità che rimane da estrarre è pari a 142MTep e coprirebbe poco meno di due anni e mezzo di consumi nazionali (Fig. 4). Fig. 4. Confronto tra: Riserve certe, probabili e possibili ufficiali di Petrolio (a fine 2014); riserve recuperabili (ottenute come somma del 100% delle certe, del 50% delle probabili, del 20% delle possibili); consumo di Petrolio nel 2014. Fonti: MISE-DGRME,...
read moreTrivelle, in Calabria torna il porta a porta
[Di Claudio Dionesalvi e Silvio Messinetti su Ilmanifesto.info] I media oscurano la consultazione del 17 aprile? I comitati No Triv battono a tappeto il territorio dallo Jonio al Tirreno. E si domandano cosa farà il presidente Oliverio del Pd: è stato tra i promotori della consultazione popolare, ma poi si è nascosto. C’è un solo modo per rompere il silenzio di una campagna referendaria mai così boicottata. È il metodo vintage del porta a porta, del comizio volante, del giro nei paesi e per mercati. L’alto Jonio è l’epicentro dei giacimenti entro le ormai celebri 12 miglia interessate dal quesito. Le piattaforme sono ben 7. Le multinazionali a caccia di buchi nello Jonio hanno nomi importanti: Appenine Energy, Transunion Petroleum It, Shell Italia, Petroceltic Elsa, Eni, Northern Petroleum Uk. La maggior parte delle riserve di petrolio e metano bloccate dalla legge sono qui, nel tratto di mare tra Pisticci e Crotone. Ed è qui che da anni si è sedimentato un forte movimento di resistenza popolare. Attivisti di lungo corso, ambientalisti, cittadini alla prima esperienza, sindaci. Il cuore pulsante della mobilitazione è Raspa, la rete di associazioni della Sibaritide e del Pollino per l’autotutela. Sono loro che mettono a punto il programma di un fine settimana elettorale. Primo appuntamento alla stazione di Trebisacce dove una pattuglia di macchine ci porterà alla riunione dei sindaci ad Amendolara, il cui primo cittadino, Giuseppe Ciminelli, proporrà un delibera pro-referendum all’Anci Calabria. E poi volantinaggi di fronte alla chiesa di Trebisacce, un incontro a Cassano con il vescovo Francesco Savino, mazzi di manifesti per i mercati di Cassano, Corigliano, Trebisacce e Villapiana e il convegno a Castrovillari con l’associazione il Riccio, i ragazzi di Possibile e i medici dell’Isde. Sono loro che ci spiegano in concreto quali siano i pericoli per la salute derivanti dalle trivellazioni. «Nei pressi di 34 piattaforme sono state compiute analisi chimico-fisiche su campioni d’acqua, sedimenti marini e mitili, ovvero le classiche cozze. E’ stata riscontrata un’alta concentrazione di cromo, nichel e piombo. Alcune di queste sostanze cancerogene possono entrare nella nostra catena alimentare, come avviene appunto con le cozze. Secondo i dati del dossier, i molluschi che crescono nei pressi di piattaforme di trivelle hanno una concentrazione di mercurio pari all’82% del totale». Il paradosso è che nessuno rispetta le leggi: esistono vincoli per la concentrazione di inquinanti ma questi sono spesso superati dai sedimenti circostanti le trivelle. Pur con qualche oscillazione nei risultati, questa situazione si mantiene sostanzialmente costante di anno in anno. Ma nell’oscuramento dei media il messaggio fa fatica a passare. «Ecco perché bisogna battere palmo a palmo i paesi e i quartieri cittadini. Per rompere questo osceno muro di gomma della censura» esclamano i No Triv. Gli strali degli attivisti si dirigono anche contro il presidente della regione, Mario Oliverio: «Dica ai calabresi cosa farà il 17 aprile». Oliverio, fra i promotori del referendum, non vuole avviare la campagna. I maligni insinuano che ci sia lo zampino del Pd nazionale. «Ma qual è il vero Pd, quello che si fa promotore dell’astensione a livello nazionale o quello dei comitati per il sì sui territori? Il consiglio regionale della Calabria – spiegano i No Triv – ha deliberato a settembre la richiesta di referendum, ma la posizione del governatore non è più chiara». Eppure risale...
read moreReferendum contro le trivelle: le narrazioni tossiche smontate punto per punto
[Di Giuliano Garavini su MicroMega Online] Il prossimo 17 aprile è prevista, nel silenzio generale, una consultazione popolare per dire no alle trivellazioni in mare. Si chiedono modifiche proprie di un Paese civile: “Non devono svendere gli interessi della collettività”. Di contro il comitato per il No con dentro poteri forti, petrolieri e il segretario del Pd. Ecco perché l’ottimismo e la ragione sono dalla parte del Sì. Il 17 aprile si voterà per il “referendum anti-trivelle” promosso da dieci regioni italiane. Verrà chiesto ai cittadini italiani se bloccare o meno il rinnovo automatico “per tutta la durata di vita utile del giacimento” delle concessioni petrolifere entro le 12 miglia dalla costa. Il comitato del No al referendum, e quindi favorevole alle trivellazioni in mare, autodefinitosi “comitato degli ottimisti e razionali“, ha schierato una prima linea che va da ex comunisti di secondo piano, intellettuali sconosciuti, Nomisma Energia (sulla quale ritorneremo), con l’aggiunta dell’ultimo minuto dei Chimici della CGIL, notoriamente “reazionari”. In nome della ragione e dell’ottimismo, il comitato denuncia che il quesito proposto sarebbe “ideologico”, pericoloso perché immobilizzerebbe investimenti già posti in essere, metterebbe a rischio posti di lavoro e interromperebbe l’estrazione della fonte fossile meno inquinante, cioè il gas. Dietro la non proprio scintillante miscela di politici decotti e lobbisti (ma non si sono fatti mancare lo studente, l’operaio e il “reservoir navigation supervisor”) ci sono, in realtà, la grande stampa, i petrolieri, Confindustria e… il Partito democratico! Insomma quelli che contano davvero, che stanno dietro a punzecchiare come gufi e che non scendono in campo perché il loro unico, vero e nobile obiettivo è che si parli il meno possibile del referendum, in modo tale da farlo fallire per mancato raggiungimento del quorum. Gli argomenti dell’armata brancaleone e dei cavalieri della trivella non stanno né in cielo, né in terra e né in mare. Ma prima di dire perché il testo del referendum va difeso a spada tratta vorrei spendere qualche parola sul contesto nel quale il quesito referendario ha preso forma. Siccome faccio lo storico di professione, so bene che analizzare il “testo” senza partire dal “contesto” è un’operazione spesso fuorviante. Ecco dunque il contesto. All’inizio del 2014, con i prezzi del greggio che veleggiavano oltre i 100 dollari al barile, il petrolio (e il gas) faceva gola alle compagnie petrolifere di tutto il mondo. Lo si cercava sotto la calotta polare. Quello contenuto nelle sabbie bituminose sembrava nettare degli dei. Lo si estraeva (e lo si estrae ancora alla grande) con metodi come il fracking che utilizzano quantità gigantesche di acqua e agenti chimici, rischiando di provocare inquinamento delle falde acquifere, terremoti e bancarotte facili. I più strampalati e contorti progetti di tortura del nostro Pianeta sembravano stare in piedi. Le banche facevano la fila per finanziare qualsiasi impresa odorasse, sia pur lontanamente, di idrocarburo. Tutto questo avveniva ovviamente in barba alle enfatiche affermazioni sulla necessità di ridurre fino ad azzerare, piuttosto che aumentare, la produzione e il consumo di energie fossili. In fondo, qualche dollaro in più val bene una città sommersa dall’acqua. E’ questo il contesto in cui un professore e politico italiano bolognese, fondatore dell’Ulivo nonché ex presidente della Commissione europea, si prodigava nel maggio 2014, spalleggiato dal suo ufficio studi Nomisma, in una vera e propria dichiarazione di amore per...
read moreReferendum trivelle, il ministro dell’Ambiente Galletti: “Se voto, voto no. Questa consultazione è ideologica”
[Di redazione su Ilfattoquotidiano.it] L’esponente dell’Udc: “Citiamo i Paesi più verdi come Norvegia e Gran Bretagna, ma sono quelli che trivellano di più. I governatori? Si preoccupano della depurazione e delle discariche”. Non sa se voterà, ma se deciderà di recarsi alle urne il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti (Udc) voterà no al referendum sulle trivelle del 17 aprile. Galletti, intervistato da Corriere.it, ha spiegato che “col referendum si affronta il problema delle trivelle con l’ideologia, invece io dico di affrontarlo dal punto di vista scientifico”. Per il ministro serve abbandonare il petrolio raggiungendo lo “sviluppo sostenibile. Ma abbiamo ancora un’economia che va per il 90 per cento con il petrolio e se non lo trivelliamo noi lo dobbiamo a andare a prendere altrove. Oltretutto noi in Europa abbiamo la normativa più stringente”, perché “oltre al principio di precauzione abbiamo applicato anche il principio di prudenza. Mi fa ridere che noi citiamo sempre i Paesi più verdi, tipo Norvegia, Svezia, Gran Bretagna, che poi sono quelli che trivellano di più”. Secondo Galletti la vittoria del sì avrebbe un effetto “minimo” che “avrebbe come risultato finale di diminuire gli investimenti di chi ha la concessione” e questo “con un maggior pericolo per l’ambiente. Per questo dico che è puramente ideologico: perché vuol far credere alle gente che ‘o sei per le trivelle o sei contro le trivelle’. Un po’ quello che è successo con l’acqua pubblica”. Quanto alla polemica tra il governo e alcuni presidenti di Regione (Michele Emiliano in testa che ieri ha polemizzato direttamente con il presidente del Consiglio) Galletti dice che se fosse governatore “mi preoccuperei di più della depurazione e delle discariche, dove ci sono delle infrazioni Ue e ho dovuto commissariare”. Secondo Galletti “dati scientifici che provano che le trivelle fanno male alla costa non ce ne sono. Se continuiamo a far passare l’idea che l’ambiente è contro lo sviluppo noi non faremo mai il bene dell’ambiente. Dobbiamo convincere le imprese a portare avanti uno sviluppo compatibile con l’ambiente: chi prima capisce questo avrà più opportunità economiche, chi lo capisce dopo sarà fuori dal mercato”. Anche Galletti, come Matteo Renzi, dice che “perdere il referendum vorrebbe dire 10.000 posti di lavoro”. Il ministro ricorda anche che “se si prendono solo quelli che spingono un bottone sono 70; ma se per esempio si va a Ravenna c’è un’economia vera: solo lì sono 7mila posti di lavoro collegati al settore”. Di oggi anche la presa di posizione, ovvia, dell’amministratore delegato di Edison, Marc Benayoun: “Un risultato positivo del referendum sulle trivelle col raggiungimento del quorum – dice – sarebbe un grave rischio per un’industria necessaria per l’Italia, un’attività sicura e con molti posti di lavoro”. Per Benayoun “il referendum potrebbe ridurre la visibilità per gli investimenti e la produzione di idrocarburi in Italia. Oggi il petrolio è abbondante e con un prezzo basso, ma questo potrebbe cambiare rapidamente. Il mercato del petrolio è eccessivamente volatile ed è un asset importante per l’Italia”. Edison possiede due impianti, uno in Sicilia (al largo di Ragusa) e uno nell’Adriatico, al largo di Civitanova Marche, in provincia di Macerata. Pubblicato su Ilfattoquotidiano.it il 22 marzo...
read moreAcqua pubblica, è polemica. Sel e M5s: “Il Pd affossa il referendum”.
[Di redazione su Repubblica.it] Lo scontro fra maggioranza e opposizioni è avvenuto in commissione Ambiente della Camera, durante l’esame del disegno di legge sull’acqua. M5s e Sel all’attacco del Pd sul tema dell’acqua pubblica. Lo scontro fra maggioranza e opposizioni è avvenuto in commissione Ambiente della Camera, durante l’esame del disegno di legge sull’acqua. Ed è proseguito a colpi di battute sui social, da Twitter a Facebook. Per M5s e Sel il Pd “vuole affossare il referendum del 2011 privatizzando l’acqua pubblica”, ma i dem replicano che “non è vero, non c’è nessuna privatizzazione, ma solo la garanzia di un uso responsabile e sostenibile della risorsa idrica”. La legge sull’acqua. Facciamo un passo indietro. A Montecitorio si è cominciato a discutere un ddl di iniziativa popolare che risale al 2007: lo presentarono i movimenti per l’acqua pubblica e in questa legislatura è stato ritoccato da un intergruppo parlamentare in cui figurano deputati di Pd, Sel e Movimento 5 Stelle, partiti che appoggiarono il referendum. Il cuore del ddl è l’articolo 6: prescrive l’affidamento del servizio idrico solo a enti di diritto pubblico pienamente controllati dallo Stato (niente S.p.A. pubblico-privato), gli enti hanno un anno per adeguarsi. Ora in commissione si è scoperta l’esistenza di due emendamenti – uno a firma di Enrico Borghi e l’altro Piergiorgio Carrescia entrambi deputati Pd – che chiedono di sopprimere l’articolo 6. Aprendo, di fatto, al mercato la gestione dell’acqua pubblica. LE INCHIESTE: ACQUE PERDUTE L’attacco delle opposizioni. “L’arroganza della maggioranza è senza confini. In Commissione Ambiente – sostengono i deputati di Sinistra Italiana Serena Pellegrino e Filiberto Zaratti – hanno stravolto a colpi di emendamenti la legge SI-M5S che avrebbe finalmente allineato la normativa italiana a quanto deciso dai cittadini con il referendum sull’acqua pubblica”. E Stefano Fassina aggiunge: “Sull’acqua pubblica la decisione del Pd, in Commissione Ambiente, di cancellare le norme per la ripubblicizzazione è grave nel merito e inaccettabile sul piano della democrazia costituzionale”. ARCHIVIO Il quesito referendario del 2011 Dello stesso tenore il blog dell’M5s: “Il Pd vuole affossare la legge popolare sull’acqua pubblica e calpestare la volontà di 27 milioni di italiani. Il deputato del Pd Borghi – dicono i 5 Stelle – ha presentato un emendamento che cancella l’articolo che prevede che l’acqua sia pubblica, che la gestione dell’acqua sia pubblica e che le infrastrutture dei servizi idrici siano pubbliche”. I deputati dell’M5s, inoltre, su Twitter ricordano che “Il governo oggi vuole privatizzare l’acqua, ma nel 2011 tra i 27 mln di votanti c’era anche Renzi”, ripubblicando anche la foto di un suo vecchio tweet. La replica del Pd. “Non c’è nessuna privatizzazione, né svendita di un bene comune. Alla demagogia dei 5 stelle – interviene Chiara Braga, responsabile ambiente del Pd – replichiamo con risposte chiare e trasparenti ai cittadini. L’acqua è un diritto umano universale e il nostro interesse è che sia garantito un servizio di qualità per tutti gli italiani; che ci sia un uso responsabile e sostenibile della risorsa idrica; che venga data stabilità al settore e che siano create le condizioni perché si facciano gli investimenti necessari”. “Lo show allestito e premeditato di stamattina in commissione dai soliti, noti personaggi mediatici del Movimento 5 Stelle (mai visti in precedenza quando si trattava di lavorare) – afferma Enrico Borghi (Pd) – dimostra che non...
read moreTrivelle, anche Transunion Petroleum rinuncia alle ricerche di idrocarburi in mare
[Di Luisiana Gaita su Ilfattoquotidiano.it] La decisione arriva dopo “il rigetto della parte residua delle istanze di permesso” presentate dalla società, sulla base delle nuove norme della legge di Stabilità, che fissa un limite di 12 miglia per le nuove attività di prospezione. E’ la terza multinazionale a tirarsi indietro dopo Petroceltic e Shell Italia. Un’altra multinazionale del petrolio getta la spugna: dopo Petroceltic e Shell Italia questa volta tocca alla società inglese Transunion Petroleum. Che rinuncia alle ricerche di gas e petrolio nel Golfo di Taranto e nel Canale di Sicilia. Una decisione che arriva in seguito al rigetto parziale delle istanze da parte del ministero dello Sviluppo economico, in attuazione della legge di Stabilità. Con il nuovo limite delle 12 miglia dalla costa per le nuove istanze il via libera era arrivato, ma con un notevole ridimensionamento delle aree interessate. La Transunion Petroleum ha fatto i suoi conti e ha scelto di non dare corso al procedimento autorizzativo. LA TERZA MULTINAZIONALE CHE GETTA LA SPUGNA – La notizia è scritta nero su bianco sul Bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse (Buig): “Il direttore generale per la sicurezza dell’approvvigionamento e le infrastrutture energetiche ha disposto il rigetto della parte residua delle istanze di permesso di ricerca, presentate dalle Società Transunion Petroleum Italia”. Questo perché la società non ha comunicato il proprio interessamento al prosieguo del procedimento amministrativo nei modi e nei termini indicati dalla comunicazione di ‘Rigetto parziale e riperimetrazione’ del 29 gennaio scorso. Ecco il nodo. A inizio anno, infatti, in conseguenza dell’entrata in vigore della legge di Stabilità (e quindi del limite delle 12 miglia per le nuove attività petrolifere), il Mise ha dovuto procedere con una riperimetrazione delle aree per le quali era stata chiesta l’istanza. In totale sono 27 le istanze riviste dal Mise in attuazione della nuova normativa. I DUE PROCEDIMENTI CHIUSI – La società inglese nel Canale di Sicilia, a Sud di Gela, aveva presentato un’istanza di ricerca che riguardava un’area di 496 chilometri quadrati, ma si era vista rilasciare il permesso solo per una zona che si estendeva dalla città di Rosario Crocetta fino a Pozzallo per oltre 70 chilometri. Chiuso anche il procedimento aperto in seguito a un’altra istanza per permesso di ricerca nel Golfo di Taranto e nel Mar Ionio. Inizialmente interessava un’area di circa 623 chilometri quadrati al largo di Policoro, ridotti poi a 197 dopo la riperimetrazione. “La riperimetrazione è stata la conseguenza dell’entrata in vigore della legge di Stabilità – afferma Domenico Sampietro, del Coordinamento Nazionale No Triv – in cui il Governo era stato costretto, sotto la minaccia del referendum, a inserire una norma per il ripristino del divieto di nuove attività petrolifere nelle zone marine poste a meno di 12 miglia marine dalle linee di costa e dalla aree naturali protette”. I NO TRIV: “È L’EFFETTO REFERENDUM” – “La rinuncia della Transunion Petroleum dimostra che la campagna contro le trivellazioni sta sortendo l’effetto sperato – commenta il Coordinamento Nazionale No Triv – anche se i comitati pro-Triv vogliono farci credere che la decisione non sia collegata al referendum del 17 aprile”. Ancora di più perché arriva dopo le decisioni di Petroceltic e la Shell, che vantavano rispettivamente un permesso di ricerca al largo delle Isole Tremiti e due istanze nel Golfo di Taranto....
read moreIdrocarburi in mare e lavoro: facciamo chiarezza
[Di Enzo Di Salvatore su Rinnovabili.it] Votare Sì al referendum abrogativo sull’estrazione di idrocarburi in mare interessa anche i lavoratori del settore. Ecco perché! I sostenitori del “no” al referendum abrogativo sulle estrazioni di idrocarburi in mare utilizzano due argomenti principali: il fabbisogno energetico nazionale e i posti di lavoro. Entrambi gli argomenti, però, costituiscono un falso problema. Le multinazionali che chiedono un permesso per cercare o una concessione per estrarre idrocarburi non lo fanno per corrispondere alle esigenze del fabbisogno energetico nazionale né per creare posti di lavoro. Lo fanno solo per perseguire i propri interessi economici; e questo lo capisce anche un bambino. Non c’è nessun collegamento diretto tra le attività estrattive e il fabbisogno energetico nazionale. Dopo la scoperta del giacimento, le risorse presenti nel sottosuolo appartengono allo Stato, e cioè a tutti noi. A seguito del rilascio della concessione, però, quello che viene estratto diviene di “proprietà” di chi lo estrae. La società petrolifera, in questo caso, è tenuta a versare alle casse dello Stato solo il 10% del valore degli idrocarburi estratti se l’attività riguarda la terraferma e solo il 7% del petrolio e il 10% del gas estratti se l’attività riguarda il mare. Dunque: il 90-93% degli idrocarburi estratti può essere portato via e venduto altrove oppure rivenduto direttamente allo Stato italiano. Veniamo alla questione “occupazione”. Oggi, la realizzazione di progetti petroliferi non crea di per sé posti di lavoro significativi. Basti pensare al progetto “Ombrina mare”, il cui procedimento per il rilascio della concessione è stato chiuso solo di recente (ma la norma sulle «durata di vita utile del giacimento», sottoposta ora a referendum, “congela” di fatto il relativo permesso di ricerca). Qualora fosse stato realizzato, il progetto avrebbe dato lavoro solo a ventiquattro persone. Certo, ci sarebbe stato comunque l’indotto da considerare. Ma quel progetto – per le sue caratteristiche proprie (una “grande opera” collocata a soli 6 km dalla costa) – avrebbe potuto compromettere ben altre attività economiche: per esempio il turismo della costa teatina, il quale – diversamente da quello romagnolo (romagnolo, non ravennate, si badi) – non è un turismo di massa e risulta attrattivo per ragioni che non possono prescindere dalle tipicità del territorio: i trabocchi in mare, l’agriturismo, i borghi storici, ecc. Perché il settore degli idrocarburi in mare non crea lavoro Ora, quello che si sta sostenendo – anche da parte del Presidente del Consiglio Renzi – è che se il referendum del 17 aprile dovesse andare a buon fine si metterebbe in ginocchio l’occupazione dell’intero comparto degli idrocarburi. L’affermazione non è corretta. Il referendum spiegherebbe i propri effetti immediati non già sulle attività di estrazione in corso, ma sulla durata “naturale” delle concessioni attualmente vigenti. Non c’è nulla di teorico in questo discorso ed è sufficiente andare a verificare quale sia la data di scadenza delle concessioni. Se ci si attiene ai dati forniti dal Ministero dello sviluppo economico, in mare sarebbero presenti ben 135 piattaforme (tra produttive e non produttive), corrispondenti a venticinque concessioni ricadenti entro le dodici miglia marine (si tratta, in verità, di dati incompleti, in quanto, solo per fare un esempio, nel Canale di Sicilia non risulta attiva – come vorrebbe, invece, il Ministero – solo la concessione Vega A; in ogni caso, i dati diffusi non tengono conto...
read moreGela, la Procura chiude le indagini sulla Raffineria Chiesti 22 rinvii a giudizio per disastro ambientale
[Di Andrea Turco su Meridionews.it] Nel giorno in cui viene annunciato il trasferimento della procuratrice Lucia Lotti, arrivano le richieste per direttori e tecnici della società che gestisce l’impianto e di Enimed, che si occupa dei pozzi petroliferi. Acquisiti migliaia di documenti ed effettuati decine di incidenti probatori che accerterebbero le contaminazioni. Con l’accusa di disastro colposo innominato, la Procura della repubblica di Gela ha richiesto il rinvio giudizio per 22 persone tra direttori e tecnici della Raffineria di Gela e di Enimed Gela (la consociata Eni che si occupa dei pozzi petroliferi). Il provvedimento giunge a poche ore dalla notizia che la procuratrice Lucia Lotti, dopo aver raggiunto la soglia massima di otto anni, lascia la città del golfo e torna a Roma da procuratore aggiunto. La magistrata va via riuscendo a chiudere la maxi inchiesta sull’inquinamento ambientale causato nell’ultimo decennio non solo dalle emissioni della Raffineria ma anche, e qui sta l’elemento di novità, dalla ricerca e dallo sfruttamento dei pozzi petroliferi a terra. Proprio mentre Eni attende l’esito del referendum del 17 aprile e il pronunciamento del Consiglio di Stato sul progetto dell’offshore Ibleo che riguarda nuove possibili estrazioni a mare e la costruzione della piattaforma Prezioso K, che il sindaco Domenico Messinese ha chiesto di realizzare in loco. Secondo le accuse, gli imputati (che rischiano da 3 a 12 anni di reclusione) dovranno rispondere anche di violazione dei codici ambientali e omesse bonifiche. Anche in quest’ultimo caso il procedimento si lega all’attualità e agli esiti degli ultimi tavoli ministeriali. Anni di indagini hanno portato magistrati, forze dell’ordine, capitaneria di porto e consulenti tecnici ad acquisire migliaia di documenti ed effettuare decine di incidenti probatori che accerterebbero come nel territorio gelese, come già denunciato peraltro da anni dalle associazioni ambientaliste locali, ci siano state contaminazioni atmosferiche, del suolo e del sottosuolo nonché delle falde acquifere. Un inquinamento ambientale a tutto tondo che avrebbe avuto pesanti ripercussioni sull’ecosistema, sulle matrici ambientali e quindi sulla catena alimentare, per via delle coltivazioni sulla piana di Gela che si trova a ridosso degli impianti industriali e attraversata sottoterra da centinaia di chilometri di oleodotti. Come previsto dalla legge, la procuratrice Lotti ha informato i ministeri dell’Ambiente e della Salute, che potranno costituirsi parte civile nella prossima fase dell’udienza preliminare, ancora da fissare. Il procedimento si aggiunge a quelli già in fase dibattimentale che vedono coinvolti soprattutto la Raffineria di Gela. Come quello, nato dopo le denunce dei lavoratori, relativo alla presenza di amianto, quello sulle morti degli ex dipendenti del Clorosoda, il cosiddetto reparto killer, quelli sugli sversamenti a mare di sostanze inquinanti e quello relativo agli incendi al reparto Topping. Mentre in sede civile va avanti il ricorso cautelativo d’urgenza avviato con le firme di oltre 500 cittadini, nonché la richiesta di risarcimento danni per le famiglie di alcuni bambini nati malformati. Pubblicato su Meridionews.it il 10 marzo 2016 ...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.