CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoro

L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
    Leggi l’articolo
  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
  • Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
    Leggi l’articoloAscolta su Scanner
  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
    Leggi l’articolo
  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
    Leggi l’articoloAscolta su Scanner
  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
    Leggi l’articolo /Ascolta su Scanner

 

  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner

Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
    Leggi l’articolo
  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
    Guarda la diretta
  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
    Leggi l’articolo
  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
    Leggi l’articolo
    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

Leggi l’articolo

 

  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
Leggi l’articolo

  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
    Leggi l’articolo
  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
    Leggi il comunicato
  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
    Leggi l’articolo
  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
    Leggi l’articolo
  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
    Leggi l’articolo
  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
    Leggi l’articolo
  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
    Leggi l’articolo
  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
    Leggi l’articolo
  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
    Leggi l’articolo
  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
    Guarda la diretta
  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
    Leggi l’articolo
  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
    Leggi l’articolo
  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
    Leggi l’articolo
  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
    Leggi l’articolo

Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Referendum contro le trivelle: le narrazioni tossiche smontate punto per punto

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Referendum contro le trivelle: le narrazioni tossiche smontate punto per punto

Referendum contro le trivelle: le narrazioni tossiche smontate punto per punto

[Di Giuliano Garavini su MicroMega Online] Il prossimo 17 aprile è prevista, nel silenzio generale, una consultazione popolare per dire no alle trivellazioni in mare. Si chiedono modifiche proprie di un Paese civile: “Non devono svendere gli interessi della collettività”. Di contro il comitato per il No con dentro poteri forti, petrolieri e il segretario del Pd. Ecco perché l’ottimismo e la ragione sono dalla parte del Sì. Il 17 aprile si voterà per il “referendum anti-trivelle” promosso da dieci regioni italiane. Verrà chiesto ai cittadini italiani se bloccare o meno il rinnovo automatico “per tutta la durata di vita utile del giacimento” delle concessioni petrolifere entro le 12 miglia dalla costa. Il comitato del No al referendum, e quindi favorevole alle trivellazioni in mare, autodefinitosi “comitato degli ottimisti e razionali“, ha schierato una prima linea che va da ex comunisti di secondo piano, intellettuali sconosciuti, Nomisma Energia (sulla quale ritorneremo), con l’aggiunta dell’ultimo minuto dei Chimici della CGIL, notoriamente “reazionari”. In nome della ragione e dell’ottimismo, il comitato denuncia che il quesito proposto sarebbe “ideologico”, pericoloso perché immobilizzerebbe investimenti già posti in essere, metterebbe a rischio posti di lavoro e interromperebbe l’estrazione della fonte fossile meno inquinante, cioè il gas. Dietro la non proprio scintillante miscela di politici decotti e lobbisti (ma non si sono fatti mancare lo studente, l’operaio e il “reservoir navigation supervisor”) ci sono, in realtà, la grande stampa, i petrolieri, Confindustria e… il Partito democratico! Insomma quelli che contano davvero, che stanno dietro a punzecchiare come gufi e che non scendono in campo perché il loro unico, vero e nobile obiettivo è che si parli il meno possibile del referendum, in modo tale da farlo fallire per mancato raggiungimento del quorum. Gli argomenti dell’armata brancaleone e dei cavalieri della trivella non stanno né in cielo, né in terra e né in mare. Ma prima di dire perché il testo del referendum va difeso a spada tratta vorrei spendere qualche parola sul contesto nel quale il quesito referendario ha preso forma. Siccome faccio lo storico di professione, so bene che analizzare il “testo” senza partire dal “contesto” è un’operazione spesso fuorviante. Ecco dunque il contesto. All’inizio del 2014, con i prezzi del greggio che veleggiavano oltre i 100 dollari al barile, il petrolio (e il gas) faceva gola alle compagnie petrolifere di tutto il mondo. Lo si cercava sotto la calotta polare. Quello contenuto nelle sabbie bituminose sembrava nettare degli dei. Lo si estraeva (e lo si estrae ancora alla grande) con metodi come il fracking che utilizzano quantità gigantesche di acqua e agenti chimici, rischiando di provocare inquinamento delle falde acquifere, terremoti e bancarotte facili. I più strampalati e contorti progetti di tortura del nostro Pianeta sembravano stare in piedi. Le banche facevano la fila per finanziare qualsiasi impresa odorasse, sia pur lontanamente, di idrocarburo. Tutto questo avveniva ovviamente in barba alle enfatiche affermazioni sulla necessità di ridurre fino ad azzerare, piuttosto che aumentare, la produzione e il consumo di energie fossili. In fondo, qualche dollaro in più val bene una città sommersa dall’acqua. E’ questo il contesto in cui un professore e politico italiano bolognese, fondatore dell’Ulivo nonché ex presidente della Commissione europea, si prodigava nel maggio 2014, spalleggiato dal suo ufficio studi Nomisma, in una vera e propria dichiarazione di amore per...

read more

Referendum trivelle, il ministro dell’Ambiente Galletti: “Se voto, voto no. Questa consultazione è ideologica”

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Referendum trivelle, il ministro dell’Ambiente Galletti: “Se voto, voto no. Questa consultazione è ideologica”

Referendum trivelle, il ministro dell’Ambiente Galletti: “Se voto, voto no. Questa consultazione è ideologica”

[Di redazione su Ilfattoquotidiano.it] L’esponente dell’Udc: “Citiamo i Paesi più verdi come Norvegia e Gran Bretagna, ma sono quelli che trivellano di più. I governatori? Si preoccupano della depurazione e delle discariche”. Non sa se voterà, ma se deciderà di recarsi alle urne il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti (Udc) voterà no al referendum sulle trivelle del 17 aprile. Galletti, intervistato da Corriere.it, ha spiegato che “col referendum si affronta il problema delle trivelle con l’ideologia, invece io dico di affrontarlo dal punto di vista scientifico”. Per il ministro serve abbandonare il petrolio raggiungendo lo “sviluppo sostenibile. Ma abbiamo ancora un’economia che va per il 90 per cento con il petrolio e se non lo trivelliamo noi lo dobbiamo a andare a prendere altrove. Oltretutto noi in Europa abbiamo la normativa più stringente”, perché “oltre al principio di precauzione abbiamo applicato anche il principio di prudenza. Mi fa ridere che noi citiamo sempre i Paesi più verdi, tipo Norvegia, Svezia, Gran Bretagna, che poi sono quelli che trivellano di più”. Secondo Galletti la vittoria del sì avrebbe un effetto “minimo” che “avrebbe come risultato finale di diminuire gli investimenti di chi ha la concessione” e questo “con un maggior pericolo per l’ambiente. Per questo dico che è puramente ideologico: perché vuol far credere alle gente che ‘o sei per le trivelle o sei contro le trivelle’. Un po’ quello che è successo con l’acqua pubblica”. Quanto alla polemica tra il governo e alcuni presidenti di Regione (Michele Emiliano in testa che ieri ha polemizzato direttamente con il presidente del Consiglio) Galletti dice che se fosse governatore “mi preoccuperei di più della depurazione e delle discariche, dove ci sono delle infrazioni Ue e ho dovuto commissariare”. Secondo Galletti “dati scientifici che provano che le trivelle fanno male alla costa non ce ne sono. Se continuiamo a far passare l’idea che l’ambiente è contro lo sviluppo noi non faremo mai il bene dell’ambiente. Dobbiamo convincere le imprese a portare avanti uno sviluppo compatibile con l’ambiente: chi prima capisce questo avrà più opportunità economiche, chi lo capisce dopo sarà fuori dal mercato”. Anche Galletti, come Matteo Renzi, dice che “perdere il referendum vorrebbe dire 10.000 posti di lavoro”. Il ministro ricorda anche che “se si prendono solo quelli che spingono un bottone sono 70; ma se per esempio si va a Ravenna c’è un’economia vera: solo lì sono 7mila posti di lavoro collegati al settore”. Di oggi anche la presa di posizione, ovvia, dell’amministratore delegato di Edison, Marc Benayoun: “Un risultato positivo del referendum sulle trivelle col raggiungimento del quorum – dice – sarebbe un grave rischio per un’industria necessaria per l’Italia, un’attività sicura e con molti posti di lavoro”. Per Benayoun “il referendum potrebbe ridurre la visibilità per gli investimenti e la produzione di idrocarburi in Italia. Oggi il petrolio è abbondante e con un prezzo basso, ma questo potrebbe cambiare rapidamente. Il mercato del petrolio è eccessivamente volatile ed è un asset importante per l’Italia”. Edison possiede due impianti, uno in Sicilia (al largo di Ragusa) e uno nell’Adriatico, al largo di Civitanova Marche, in provincia di Macerata.     Pubblicato su Ilfattoquotidiano.it il 22 marzo...

read more

Acqua pubblica, è polemica. Sel e M5s: “Il Pd affossa il referendum”.

Posted by on 1:31 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Acqua pubblica, è polemica. Sel e M5s: “Il Pd affossa il referendum”.

Acqua pubblica, è polemica. Sel e M5s: “Il Pd affossa il referendum”.

[Di redazione su Repubblica.it] Lo scontro fra maggioranza e opposizioni è avvenuto in commissione Ambiente della Camera, durante l’esame del disegno di legge sull’acqua. M5s e Sel all’attacco del Pd sul tema dell’acqua pubblica. Lo scontro fra maggioranza e opposizioni è avvenuto in commissione Ambiente della Camera, durante l’esame del disegno di legge sull’acqua. Ed è proseguito a colpi di battute sui social, da Twitter a Facebook. Per M5s e Sel il Pd “vuole affossare il referendum del 2011 privatizzando l’acqua pubblica”, ma i dem replicano che “non è vero, non c’è nessuna privatizzazione, ma solo la garanzia di un uso responsabile e sostenibile della risorsa idrica”. La legge sull’acqua. Facciamo un passo indietro. A Montecitorio si è cominciato a discutere un ddl di iniziativa popolare che risale al 2007: lo presentarono i movimenti per l’acqua pubblica e in questa legislatura è stato ritoccato da un intergruppo parlamentare in cui figurano deputati di Pd, Sel e Movimento 5 Stelle, partiti che appoggiarono il referendum. Il cuore del ddl è l’articolo 6: prescrive l’affidamento del servizio idrico solo a enti di diritto pubblico pienamente controllati dallo Stato (niente S.p.A. pubblico-privato), gli enti hanno un anno per adeguarsi. Ora in commissione si è scoperta l’esistenza di due emendamenti – uno a firma di Enrico Borghi e l’altro Piergiorgio Carrescia entrambi deputati Pd – che chiedono di sopprimere l’articolo 6. Aprendo, di fatto, al mercato la gestione dell’acqua pubblica. LE INCHIESTE: ACQUE PERDUTE L’attacco delle opposizioni. “L’arroganza della maggioranza è senza confini. In Commissione Ambiente – sostengono i deputati di Sinistra Italiana Serena Pellegrino e Filiberto Zaratti – hanno stravolto a colpi di emendamenti la legge SI-M5S che avrebbe finalmente allineato la normativa italiana a quanto deciso dai cittadini con il referendum sull’acqua pubblica”. E Stefano Fassina aggiunge: “Sull’acqua pubblica la decisione del Pd, in Commissione Ambiente, di cancellare le norme per la ripubblicizzazione è grave nel merito e inaccettabile sul piano della democrazia costituzionale”. ARCHIVIO Il quesito referendario del 2011 Dello stesso tenore il blog dell’M5s: “Il Pd vuole affossare la legge popolare sull’acqua pubblica e calpestare la volontà di 27 milioni di italiani. Il deputato del Pd Borghi – dicono i 5 Stelle – ha presentato un emendamento che cancella l’articolo che prevede che l’acqua sia pubblica, che la gestione dell’acqua sia pubblica e che le infrastrutture dei servizi idrici siano pubbliche”. I deputati dell’M5s, inoltre, su Twitter ricordano che “Il governo oggi vuole privatizzare l’acqua, ma nel 2011 tra i 27 mln di votanti c’era anche Renzi”, ripubblicando anche la foto di un suo vecchio tweet. La replica del Pd. “Non c’è nessuna privatizzazione, né svendita di un bene comune. Alla demagogia dei 5 stelle – interviene Chiara Braga, responsabile ambiente del Pd – replichiamo con risposte chiare e trasparenti ai cittadini. L’acqua è un diritto umano universale e il nostro interesse è che sia garantito un servizio di qualità per tutti gli italiani; che ci sia un uso responsabile e sostenibile della risorsa idrica; che venga data stabilità al settore e che siano create le condizioni perché si facciano gli investimenti necessari”. “Lo show allestito e premeditato di stamattina in commissione dai soliti, noti personaggi mediatici del Movimento 5 Stelle (mai visti in precedenza quando si trattava di lavorare) – afferma Enrico Borghi (Pd) – dimostra che non...

read more

Trivelle, anche Transunion Petroleum rinuncia alle ricerche di idrocarburi in mare

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Trivelle, anche Transunion Petroleum rinuncia alle ricerche di idrocarburi in mare

Trivelle, anche Transunion Petroleum rinuncia alle ricerche di idrocarburi in mare

[Di Luisiana Gaita su Ilfattoquotidiano.it] La decisione arriva dopo “il rigetto della parte residua delle istanze di permesso” presentate dalla società, sulla base delle nuove norme della legge di Stabilità, che fissa un limite di 12 miglia per le nuove attività di prospezione. E’ la terza multinazionale a tirarsi indietro dopo Petroceltic e Shell Italia. Un’altra multinazionale del petrolio getta la spugna: dopo Petroceltic e Shell Italia questa volta tocca alla società inglese Transunion Petroleum. Che rinuncia alle ricerche di gas e petrolio nel Golfo di Taranto e nel Canale di Sicilia. Una decisione che arriva in seguito al rigetto parziale delle istanze da parte del ministero dello Sviluppo economico, in attuazione della legge di Stabilità. Con il nuovo limite delle 12 miglia dalla costa per le nuove istanze il via libera era arrivato, ma con un notevole ridimensionamento delle aree interessate. La Transunion Petroleum ha fatto i suoi conti e ha scelto di non dare corso al procedimento autorizzativo. LA TERZA MULTINAZIONALE CHE GETTA LA SPUGNA – La notizia è scritta nero su bianco sul Bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse (Buig): “Il direttore generale per la sicurezza dell’approvvigionamento e le infrastrutture energetiche ha disposto il rigetto della parte residua delle istanze di permesso di ricerca, presentate dalle Società Transunion Petroleum Italia”. Questo perché la società non ha comunicato il proprio interessamento al prosieguo del procedimento amministrativo nei modi e nei termini indicati dalla comunicazione di ‘Rigetto parziale e riperimetrazione’ del 29 gennaio scorso. Ecco il nodo. A inizio anno, infatti, in conseguenza dell’entrata in vigore della legge di Stabilità (e quindi del limite delle 12 miglia per le nuove attività petrolifere), il Mise ha dovuto procedere con una riperimetrazione delle aree per le quali era stata chiesta l’istanza. In totale sono 27 le istanze riviste dal Mise in attuazione della nuova normativa. I DUE PROCEDIMENTI CHIUSI – La società inglese nel Canale di Sicilia, a Sud di Gela, aveva presentato un’istanza di ricerca che riguardava un’area di 496 chilometri quadrati, ma si era vista rilasciare il permesso solo per una zona che si estendeva dalla città di Rosario Crocetta fino a Pozzallo per oltre 70 chilometri. Chiuso anche il procedimento aperto in seguito a un’altra istanza per permesso di ricerca nel Golfo di Taranto e nel Mar Ionio. Inizialmente interessava un’area di circa 623 chilometri quadrati al largo di Policoro, ridotti poi a 197 dopo la riperimetrazione. “La riperimetrazione è stata la conseguenza dell’entrata in vigore della legge di Stabilità – afferma Domenico Sampietro, del Coordinamento Nazionale No Triv – in cui il Governo era stato costretto, sotto la minaccia del referendum, a inserire una norma per il ripristino del divieto di nuove attività petrolifere nelle zone marine poste a meno di 12 miglia marine dalle linee di costa e dalla aree naturali protette”. I NO TRIV: “È L’EFFETTO REFERENDUM” – “La rinuncia della Transunion Petroleum dimostra che la campagna contro le trivellazioni sta sortendo l’effetto sperato – commenta il Coordinamento Nazionale No Triv – anche se i comitati pro-Triv vogliono farci credere che la decisione non sia collegata al referendum del 17 aprile”. Ancora di più perché arriva dopo le decisioni di Petroceltic e la Shell, che vantavano rispettivamente un permesso di ricerca al largo delle Isole Tremiti e due istanze nel Golfo di Taranto....

read more

Idrocarburi in mare e lavoro: facciamo chiarezza

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Idrocarburi in mare e lavoro: facciamo chiarezza

Idrocarburi in mare e lavoro: facciamo chiarezza

[Di Enzo Di Salvatore su Rinnovabili.it] Votare Sì al referendum abrogativo sull’estrazione di idrocarburi in mare interessa anche i lavoratori del settore. Ecco perché! I sostenitori del “no” al referendum abrogativo sulle estrazioni di idrocarburi in mare utilizzano due argomenti principali: il fabbisogno energetico nazionale e i posti di lavoro. Entrambi gli argomenti, però, costituiscono un falso problema. Le multinazionali che chiedono un permesso per cercare o una concessione per estrarre idrocarburi non lo fanno per corrispondere alle esigenze del fabbisogno energetico nazionale né per creare posti di lavoro. Lo fanno solo per perseguire i propri interessi economici; e questo lo capisce anche un bambino. Non c’è nessun collegamento diretto tra le attività estrattive e il fabbisogno energetico nazionale. Dopo la scoperta del giacimento, le risorse presenti nel sottosuolo appartengono allo Stato, e cioè a tutti noi. A seguito del rilascio della concessione, però, quello che viene estratto diviene di “proprietà” di chi lo estrae. La società petrolifera, in questo caso, è tenuta a versare alle casse dello Stato solo il 10% del valore degli idrocarburi estratti se l’attività riguarda la terraferma e solo il 7% del petrolio e il 10% del gas estratti se l’attività riguarda il mare. Dunque: il 90-93% degli idrocarburi estratti può essere portato via e venduto altrove oppure rivenduto direttamente allo Stato italiano. Veniamo alla questione “occupazione”. Oggi, la realizzazione di progetti petroliferi non crea di per sé posti di lavoro significativi. Basti pensare al progetto “Ombrina mare”, il cui procedimento per il rilascio della concessione è stato chiuso solo di recente (ma la norma sulle «durata di vita utile del giacimento», sottoposta ora a referendum, “congela” di fatto il relativo permesso di ricerca). Qualora fosse stato realizzato, il progetto avrebbe dato lavoro solo a ventiquattro persone. Certo, ci sarebbe stato comunque l’indotto da considerare. Ma quel progetto – per le sue caratteristiche proprie (una “grande opera” collocata a soli 6 km dalla costa) – avrebbe potuto compromettere ben altre attività economiche: per esempio il turismo della costa teatina, il quale – diversamente da quello romagnolo (romagnolo, non ravennate, si badi) – non è un turismo di massa e risulta attrattivo per ragioni che non possono prescindere dalle tipicità del territorio: i trabocchi in mare, l’agriturismo, i borghi storici, ecc.   Perché il settore degli idrocarburi in mare non crea lavoro Ora, quello che si sta sostenendo – anche da parte del Presidente del Consiglio Renzi – è che se il referendum del 17 aprile dovesse andare a buon fine si metterebbe in ginocchio l’occupazione dell’intero comparto degli idrocarburi. L’affermazione non è corretta. Il referendum spiegherebbe i propri effetti immediati non già sulle attività di estrazione in corso, ma sulla durata “naturale” delle concessioni attualmente vigenti. Non c’è nulla di teorico in questo discorso ed è sufficiente andare a verificare quale sia la data di scadenza delle concessioni. Se ci si attiene ai dati forniti dal Ministero dello sviluppo economico, in mare sarebbero presenti ben 135 piattaforme (tra produttive e non produttive), corrispondenti a venticinque concessioni ricadenti entro le dodici miglia marine (si tratta, in verità, di dati incompleti, in quanto, solo per fare un esempio, nel Canale di Sicilia non risulta attiva – come vorrebbe, invece, il Ministero – solo la concessione Vega A; in ogni caso, i dati diffusi non tengono conto...

read more

Gela, la Procura chiude le indagini sulla Raffineria Chiesti 22 rinvii a giudizio per disastro ambientale

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Gela, la Procura chiude le indagini sulla Raffineria Chiesti 22 rinvii a giudizio per disastro ambientale

Gela, la Procura chiude le indagini sulla Raffineria Chiesti 22 rinvii a giudizio per disastro ambientale

[Di Andrea Turco su Meridionews.it] Nel giorno in cui viene annunciato il trasferimento della procuratrice Lucia Lotti, arrivano le richieste per direttori e tecnici della società che gestisce l’impianto e di Enimed, che si occupa dei pozzi petroliferi. Acquisiti migliaia di documenti ed effettuati decine di incidenti probatori che accerterebbero le contaminazioni. Con l’accusa di disastro colposo innominato, la Procura della repubblica di Gela ha richiesto il rinvio giudizio per 22 persone tra direttori e tecnici della Raffineria di Gela e di Enimed Gela (la consociata Eni che si occupa dei pozzi petroliferi). Il provvedimento giunge a poche ore dalla notizia che la procuratrice Lucia Lotti, dopo aver raggiunto la soglia massima di otto anni, lascia la città del golfo e torna a Roma da procuratore aggiunto. La magistrata va via riuscendo a chiudere la maxi inchiesta sull’inquinamento ambientale causato nell’ultimo decennio non solo dalle emissioni della Raffineria ma anche, e qui sta l’elemento di novità, dalla ricerca e dallo sfruttamento dei pozzi petroliferi a terra. Proprio mentre Eni attende l’esito del referendum del 17 aprile e il pronunciamento del Consiglio di Stato sul progetto dell’offshore Ibleo che riguarda nuove possibili estrazioni a mare e la costruzione della piattaforma Prezioso K, che il sindaco Domenico Messinese ha chiesto di realizzare in loco. Secondo le accuse, gli imputati (che rischiano da 3 a 12 anni di reclusione) dovranno rispondere anche di violazione dei codici ambientali e omesse bonifiche. Anche in quest’ultimo caso il procedimento si lega all’attualità e agli esiti degli ultimi tavoli ministeriali. Anni di indagini hanno portato magistrati, forze dell’ordine, capitaneria di porto e consulenti tecnici ad acquisire migliaia di documenti ed effettuare decine di incidenti probatori che accerterebbero come nel territorio gelese, come già denunciato peraltro da anni dalle associazioni ambientaliste locali, ci siano state contaminazioni atmosferiche, del suolo e del sottosuolo nonché delle falde acquifere. Un inquinamento ambientale a tutto tondo che avrebbe avuto pesanti ripercussioni sull’ecosistema, sulle matrici ambientali e quindi sulla catena alimentare, per via delle coltivazioni sulla piana di Gela che si trova a ridosso degli impianti industriali e attraversata sottoterra da centinaia di chilometri di oleodotti. Come previsto dalla legge, la procuratrice Lotti ha informato i ministeri dell’Ambiente e della Salute, che potranno costituirsi parte civile nella prossima fase dell’udienza preliminare, ancora da fissare. Il procedimento si aggiunge a quelli già in fase dibattimentale che vedono coinvolti soprattutto la Raffineria di Gela. Come quello, nato dopo le denunce dei lavoratori, relativo alla presenza di amianto, quello sulle morti degli ex dipendenti del Clorosoda, il cosiddetto reparto killer, quelli sugli sversamenti a mare di sostanze inquinanti e quello relativo agli incendi al reparto Topping. Mentre in sede civile va avanti il ricorso cautelativo d’urgenza avviato con le firme di oltre 500 cittadini, nonché la richiesta di risarcimento danni per le famiglie di alcuni bambini nati malformati.     Pubblicato su Meridionews.it il 10 marzo 2016    ...

read more

Muos, la Cassazione: “E’ abuso edilizio, rimane sequestrato”

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Muos, la Cassazione: “E’ abuso edilizio, rimane sequestrato”

Muos, la Cassazione: “E’ abuso edilizio, rimane sequestrato”

[Di redazione di Palermo.repubblica.it] Le motivazioni della conferma sigilli al sistema radar Usa in Sicilia. Sette a processo a Caltagirone: il 20 maggio prima udienza. E’ “certamente sussistente quantomeno per la prosecuzione dei lavori in epoca successiva all’annullamento del provvedimento di revoca delle revoche” la consumazione a livello indiziario del reato di abuso edilizio nella realizzazione di infrastrutture militari costituenti il sistema radar Usa Muos in Sicilia. Lo scrive la Cassazione nelle motivazioni depositate oggi di conferma del sequestro dell’impianto che, rileva il verdetto, è stato disposto con finalità di salvaguardia dell’ambiente e della salute degli abitanti. Una notizia che arriva all’indomani del giorno delle proteste di cittadini e associazioni per la messa in funzione del sistema di telecomunicazioni acceso per rilevare le emissioni. Ad avviso della Cassazione, non ha meritato accoglimento la tesi dell’avvocatura dello Stato che, per conto del ministero della Difesa, chiedeva l’annullamento della conferma del sequestro. Secondo l’avvocatura erariale, “il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana ha sostanzialmente sancito le piena regolarità urbanistica dell’opera e la validità dell’autorizzazione paesaggistica rilasciata dalla Soprintendenza ai beni culturali e ambientali di Caltanissetta e del nulla-osta dell’Azienda Regionale Foreste, residuando solo accertamenti su eventuali pericoli per la salute umana”. Nella sua memoria difensiva, l’avvocatura dello Stato ha insistito nel dire che i rischi per la salute degli abitanti sono “del tutto estranei alle esigenze cautelari perseguite con il decreto di sequestro che esulano dalla contestazione provvisoria”. La Cassazione ha replicato che la sentenza amministrativa “non solo non ha affermato la illegittimità dei provvedimenti di revoca delle revoche, ma ha disposto ulteriori accertamenti sui pericoli per la salute dell’uomo nell’insediamento in questione”. “Pericoli che – prosegue la sentenza 9950 della Terza sezione penale relativa all’udienza svoltasi lo scorso 21 gennaio – non sono certamente estranei ai valori tutelati dalle norme in materia paesaggistica e ambientale”. “Va ricordato al riguardo – concludono – che l’ambiente non costituisce solo un valore estetico da salvaguardare nella sua staticità, ma luogo nel quale l’uomo esprime la propria personalità individuale e sociale senza pregiudizio per la salute, elevata a diritto fondamentale dell’individuo ed interesse della collettività”. Intanto a Caltagirone si apre il processo a sette persone per abuso edilizio e violazione della legge ambientale per la costruzione del Muos. Gli imputati sono l’ex dirigente dell’assessorato regionale Territorio e ambiente Giovanni Arnone, il presidente della “Gemmo Spa” Mauro Gemmo, e Adriana Parisi, responsabile della “Lageco”, società che hanno costituito l’Ati ‘Team Muos Niscemi’ vincitrice della gara del 26 aprile 2007; il direttore dei lavori Giuseppe Leonardi; e i titolari di tre imprese che hanno lavorato in subappalto: Concetta Valenti della “Calcestruzzi Piazza Srl”, Carmelo Puglisi, della “Pb Costruzioni” e Maria Rita Condorelli, della “Cr Impianti srl”. Secondo l’accusa sostenuta dal procuratore Giuseppe Verzera, avrebbero realizzato l’impianto “senza la prescritta autorizzazione, assunta legittimamente o in difformità da essa”. Ed avrebbero “eseguito e facevano eseguire i lavori, insistenti su beni paesagistici, all’interno della riserva orientata denominata Sughereta di Niscemi, in zona A, di inedificabilità assoluta, in un sito di interesse comunitario”.     Pubblicato su Palermo.repubblica.it il 10 marzo...

read more

Perù: ‘epidemia’ di avvelenamento da mercurio devasta i Nahua

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Perù: ‘epidemia’ di avvelenamento da mercurio devasta i Nahua

Perù: ‘epidemia’ di avvelenamento da mercurio devasta i Nahua

[Di redazione su Survival.it] Quasi l’80% dei membri di una tribù recentemente contattata in Perù, è stato colpito da avvelenamento da mercurio, suscitando serie preoccupazioni circa il futuro della tribù. Un bambino che mostrava sintomi compatibili con quelli da avvelenamento da mercurio è già deceduto. La causa dell’avvelenamento dei Nahua rimane un mistero ma gli esperti sospettano che il colpevole possa essere l’enorme progetto gas Camisea, che ha aperto la terra della tribù negli anni Ottanta. Il progetto è stato recentemente allargato ulteriormente all’interno del territorio nahua scatenando la forte opposizione degli indigeni. Un’altra potenziale causa dell’avvelenamento da mercurio potrebbe essere l’estrazione illegale di oro, che dilaga nella regione. Da quando sono stati contattati, i Nahua – che vivono all’interno della riserva degli Indiani isolati nel sud-est del Perù – hanno iniziato a soffrire anche di infezioni respiratorie acute ed altri problemi di salute. Altre comunità indigene nell’area potrebbero essere state soggette alla contaminazione da mercurio, ma non è stato condotto alcun esame. Alcune di queste comunità sono incontattate o estremamente isolate. Sembra che i Ministeri peruviani della Salute e dell’Ambiente siano a conoscenza del problema dal 2014. La AIDESEP, la principale organizzazione indigena dell’Amazzonia peruviana, sta facendo pressione sul governo affinché conduca controlli sanitari completi sui Nahua e le altre tribù dell’area, e affinché porti avanti un’investigazione adeguata sulle cause dell’avvelenamento. Il Ministero della Salute ha condotto uno studio nella primavera del 2015, ma i risultati non sono ancora stati pubblicati. “La contaminazione da mercurio è estremamente dannosa per la salute umana perché i suoi effetti sono irreversibili” ha affermato il leader indigeno Nery Zapata. “Il dipartimento di salute deve investigare la questione, e fermare la contaminazione che sta avvelenando la popolazione indigena.” Anche Survival International ha scritto ai Ministri peruviani della Salute e della Cultura sollecitandoli a pubblicare i risultati del loro studio e a mettere fine alla catastrofe. “Le autorità peruviane sono sempre state piuttosto indifferenti ai problemi delle loro comunità indigene, e lo dimostra la loro totale negligenza in questo caso” ha dichiarato il Direttore generale di Survival, Stephen Corry. “Se questo avvelenamento fosse avvenuto a Lima non penso che sarebbero stati così superficiali nel rispondere, o così lenti a pubblicare i risultati delle loro ricerche. È scandaloso che non facciano di più per risolvere questa crisi. E il fatto che stiano nascondendo informazioni al pubblico la dice lunga.”     Pubblicato su Survival.it il 10 marzo 2016...

read more

Il capitalismo sarà sconfitto dalla Natura di Leonardo Boff

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Il capitalismo sarà sconfitto dalla Natura di Leonardo Boff

Il capitalismo sarà sconfitto dalla Natura di Leonardo Boff

[Di Leonardo Boff* su Rifondazione.it] Vi è un fatto innegabile e desolante: il capitalismo come modo di produzione e la sua ideologia politica, il neoliberismo, si sono insediati a livello globale in modo tanto consistente che sembra non ci possa essere alcuna vera alternativa praticabile. In realtà, ha occupato tutti gli spazi e allineato quasi tutti i paesi ai suoi interessi globali. Da quando la società è diventata società di mercato e tutto è indirizzato al guadagno, perfino le cose più sacre, come gli organi umani, l’acqua e la capacità di impollinare i fiori, gli stati, almeno la maggioranza, sono costretti a gestire una macroeconomia integrata a livello globale e molto meno a servire il bene comune del proprio popolo. Il socialismo democratico nella sua versione avanzata di ecosocialismo è un’opzione teorica importante, ma con poca base sociale mondiale che lo implementi. La tesi di Rosa Luxemburg, nel suo libro Riforma o Rivoluzione, che “la teoria del collasso del capitalismo è nel cuore del socialismo scientifico”, non si è avverata. E il socialismo è crollato. La furia di accumulazione capitalistica ha raggiunto i livelli più alti della sua storia. Quasi l’1% della popolazione ricca del mondo controlla circa il 90% di tutta la ricchezza. 85 opulenti, secondo la seria ONG Oxfam Intermon, detengono nel 2014 gli stessi soldi che 3,5 miliardi di poveri nel mondo. Il grado di irrazionalità e anche di disumanità parlano da soli. Viviamo in tempi di esplicita barbarie. Finora le crisi congiunturali del sistema si sono verificate nelle economie periferiche, ma dalla crisi del 2007/2008 la crisi è esplosa nel cuore dei paesi centrali, negli Stati Uniti e in Europa. Tutto sembra indicare che non è una crisi congiunturale, sempre superabile, ma questa volta è una crisi sistemica, che pone fine alla capacità di riproduzione del capitalismo. Le vie di uscita che cercano i paesi che egemonizzano il processo globale sono sempre della stessa natura: ma sempre maggiori. Ossia, continuare con lo sfruttamento illimitato dei beni e dei servizi naturali, guidati da una unità di misura chiaramente materiale (e materialista) come PIL. E guai a quei paesi in cui diminuisce. Questa crescita peggiora ulteriormente lo stato della Terra. Il prezzo dei tentativi di riproduzione del sistema è quello che i loro corifei chiamano “esternalità” (quelle che non entrano nella contabilità degli affari). Esse sono principalmente due: una ingiustizia sociale degradante con alti livelli di disoccupazione e crescente disuguaglianza; e un’ingiustizia ecologica minacciosa, con il degrado di interi ecosistemi, erosione della biodiversità (la scomparsa di 30-100 mila specie di esseri viventi ogni anno, secondo i dati del biologo E. Wilson), l’aumento del riscaldamento globale, la scarsità di acqua potabile e la insostenibilità generale del sistema-vita e del sistema-Terra. Questi due aspetti stanno mettendo in ginocchio il sistema capitalista. Se si volesse universalizzare il benessere offerto dai paesi ricchi, avremmo bisogno di almeno tre Terre uguali a quelle che abbiamo, il che è ovviamente impossibile. Il livello di sfruttamento dei “doni della natura”, come chiamano i paesi andini i beni e servizi naturali, è tale che di quest’anno “il giorno del sovraccarico della Terra” (the Earth overshoot Day è caduto in settembre). In altre parole, la Terra non ha più ormai la capacità, in sé, di soddisfare le richieste umane. C’è bisogno di un anno e mezzo...

read more

Cambiamento climatico e migrazione: un tema caldo per l’Europa

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Cambiamento climatico e migrazione: un tema caldo per l’Europa

Cambiamento climatico e migrazione: un tema caldo per l’Europa

[Di redazione su Euronews.com] “L’Europa è interessata al problema della migrazione dovuta ai cambiamenti climatici – chiede Paul da Bruxelles -? E lo status di rifugiato climatico è riconosciuto nel diritto internazionale?” Eleonora Guadagno, esperta di cambiamento climatico e migrazione: “Le migrazioni climatiche sono un fenomeno che ha da sempre interessato l’uomo. Ma oggi, a causa dell’incremento dei danni provocati dai cambiamenti climatici, questo diventa una realtà sempre più pressante, che sfugge ad una definizione univoca delle Nazioni Unite che rende questi migranti privi di tutela e ad un riconoscimento e a una tutela a livello di diritto internazionale, perché è molto difficile scindere il fattore “climatico” dal fenomeno migratorio ed è altrettanto complicato riconoscere una responsabilità degli Stati per un determinato disastro ambientale. L’Europa si attesta come punto nevralgico di queste migrazioni climatiche, soprattutto quelle future, provenienti dall’Africa e dal vicino Oriente a causa di siccità e inondazioni, ma anche perché ha visto degli spostamenti interni durante l’uragano Xynthia. Inoltre, bisogna considerare che l’Europa sarà soggetta a queste migrazioni climatiche, per esempio, a causa dell’innalzamento del livello del mare, a Venezia e nei Paesi Bassi, ma anche a causa dello scioglimento dei ghiacciai nelle zone montane o dell’aumento dei cicloni nelle zone costiere dell’Atlantico. Questi flussi migratori interni e esterni devono essere un monito per cercare di creare, in partenariato con Paesi terzi, delle misure in grado di mitigare i danni provocati dai cambiamenti climatici, limitare la vulnerabilità delle popolazioni esposte, e creare strumenti giuridici adeguati per tutelare queste comunità di migranti climatici, che sono il frutto degli squilibri economici e ambientali a livello globale”.   Click qui, per vedere il video.     Pubblicato su Euronews.com il 10 luglio...

read more