CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Muos, la Cassazione: “E’ abuso edilizio, rimane sequestrato”

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Muos, la Cassazione: “E’ abuso edilizio, rimane sequestrato”

[Di redazione di Palermo.repubblica.it] Le motivazioni della conferma sigilli al sistema radar Usa in Sicilia. Sette a processo a Caltagirone: il 20 maggio prima udienza. E’ “certamente sussistente quantomeno per la prosecuzione dei lavori in epoca successiva all’annullamento del provvedimento di revoca delle revoche” la consumazione a livello indiziario del reato di abuso edilizio nella realizzazione di infrastrutture militari costituenti il sistema radar Usa Muos in Sicilia. Lo scrive la Cassazione nelle motivazioni depositate oggi di conferma del sequestro dell’impianto che, rileva il verdetto, è stato disposto con finalità di salvaguardia dell’ambiente e della salute degli abitanti. Una notizia che arriva all’indomani del giorno delle proteste di cittadini e associazioni per la messa in funzione del sistema di telecomunicazioni acceso per rilevare le emissioni. Ad avviso della Cassazione, non ha meritato accoglimento la tesi dell’avvocatura dello Stato che, per conto del ministero della Difesa, chiedeva l’annullamento della conferma del sequestro. Secondo l’avvocatura erariale, “il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana ha sostanzialmente sancito le piena regolarità urbanistica dell’opera e la validità dell’autorizzazione paesaggistica rilasciata dalla Soprintendenza ai beni culturali e ambientali di Caltanissetta e del nulla-osta dell’Azienda Regionale Foreste, residuando solo accertamenti su eventuali pericoli per la salute umana”. Nella sua memoria difensiva, l’avvocatura dello Stato ha insistito nel dire che i rischi per la salute degli abitanti sono “del tutto estranei alle esigenze cautelari perseguite con il decreto di sequestro che esulano dalla contestazione provvisoria”. La Cassazione ha replicato che la sentenza amministrativa “non solo non ha affermato la illegittimità dei provvedimenti di revoca delle revoche, ma ha disposto ulteriori accertamenti sui pericoli per la salute dell’uomo nell’insediamento in questione”. “Pericoli che – prosegue la sentenza 9950 della Terza sezione penale relativa all’udienza svoltasi lo scorso 21 gennaio – non sono certamente estranei ai valori tutelati dalle norme in materia paesaggistica e ambientale”. “Va ricordato al riguardo – concludono – che l’ambiente non costituisce solo un valore estetico da salvaguardare nella sua staticità, ma luogo nel quale l’uomo esprime la propria personalità individuale e sociale senza pregiudizio per la salute, elevata a diritto fondamentale dell’individuo ed interesse della collettività”. Intanto a Caltagirone si apre il processo a sette persone per abuso edilizio e violazione della legge ambientale per la costruzione del Muos. Gli imputati sono l’ex dirigente dell’assessorato regionale Territorio e ambiente Giovanni Arnone, il presidente della “Gemmo Spa” Mauro Gemmo, e Adriana Parisi, responsabile della “Lageco”, società che hanno costituito l’Ati ‘Team Muos Niscemi’ vincitrice della gara del 26 aprile 2007; il direttore dei lavori Giuseppe Leonardi; e i titolari di tre imprese che hanno lavorato in subappalto: Concetta Valenti della “Calcestruzzi Piazza Srl”, Carmelo Puglisi, della “Pb Costruzioni” e Maria Rita Condorelli, della “Cr Impianti srl”. Secondo l’accusa sostenuta dal procuratore Giuseppe Verzera, avrebbero realizzato l’impianto “senza la prescritta autorizzazione, assunta legittimamente o in difformità da essa”. Ed avrebbero “eseguito e facevano eseguire i lavori, insistenti su beni paesagistici, all’interno della riserva orientata denominata Sughereta di Niscemi, in zona A, di inedificabilità assoluta, in un sito di interesse comunitario”.     Pubblicato su Palermo.repubblica.it il 10 marzo...

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Perù: ‘epidemia’ di avvelenamento da mercurio devasta i Nahua

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Perù: ‘epidemia’ di avvelenamento da mercurio devasta i Nahua

[Di redazione su Survival.it] Quasi l’80% dei membri di una tribù recentemente contattata in Perù, è stato colpito da avvelenamento da mercurio, suscitando serie preoccupazioni circa il futuro della tribù. Un bambino che mostrava sintomi compatibili con quelli da avvelenamento da mercurio è già deceduto. La causa dell’avvelenamento dei Nahua rimane un mistero ma gli esperti sospettano che il colpevole possa essere l’enorme progetto gas Camisea, che ha aperto la terra della tribù negli anni Ottanta. Il progetto è stato recentemente allargato ulteriormente all’interno del territorio nahua scatenando la forte opposizione degli indigeni. Un’altra potenziale causa dell’avvelenamento da mercurio potrebbe essere l’estrazione illegale di oro, che dilaga nella regione. Da quando sono stati contattati, i Nahua – che vivono all’interno della riserva degli Indiani isolati nel sud-est del Perù – hanno iniziato a soffrire anche di infezioni respiratorie acute ed altri problemi di salute. Altre comunità indigene nell’area potrebbero essere state soggette alla contaminazione da mercurio, ma non è stato condotto alcun esame. Alcune di queste comunità sono incontattate o estremamente isolate. Sembra che i Ministeri peruviani della Salute e dell’Ambiente siano a conoscenza del problema dal 2014. La AIDESEP, la principale organizzazione indigena dell’Amazzonia peruviana, sta facendo pressione sul governo affinché conduca controlli sanitari completi sui Nahua e le altre tribù dell’area, e affinché porti avanti un’investigazione adeguata sulle cause dell’avvelenamento. Il Ministero della Salute ha condotto uno studio nella primavera del 2015, ma i risultati non sono ancora stati pubblicati. “La contaminazione da mercurio è estremamente dannosa per la salute umana perché i suoi effetti sono irreversibili” ha affermato il leader indigeno Nery Zapata. “Il dipartimento di salute deve investigare la questione, e fermare la contaminazione che sta avvelenando la popolazione indigena.” Anche Survival International ha scritto ai Ministri peruviani della Salute e della Cultura sollecitandoli a pubblicare i risultati del loro studio e a mettere fine alla catastrofe. “Le autorità peruviane sono sempre state piuttosto indifferenti ai problemi delle loro comunità indigene, e lo dimostra la loro totale negligenza in questo caso” ha dichiarato il Direttore generale di Survival, Stephen Corry. “Se questo avvelenamento fosse avvenuto a Lima non penso che sarebbero stati così superficiali nel rispondere, o così lenti a pubblicare i risultati delle loro ricerche. È scandaloso che non facciano di più per risolvere questa crisi. E il fatto che stiano nascondendo informazioni al pubblico la dice lunga.”     Pubblicato su Survival.it il 10 marzo 2016...

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Il capitalismo sarà sconfitto dalla Natura di Leonardo Boff

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Il capitalismo sarà sconfitto dalla Natura di Leonardo Boff

[Di Leonardo Boff* su Rifondazione.it] Vi è un fatto innegabile e desolante: il capitalismo come modo di produzione e la sua ideologia politica, il neoliberismo, si sono insediati a livello globale in modo tanto consistente che sembra non ci possa essere alcuna vera alternativa praticabile. In realtà, ha occupato tutti gli spazi e allineato quasi tutti i paesi ai suoi interessi globali. Da quando la società è diventata società di mercato e tutto è indirizzato al guadagno, perfino le cose più sacre, come gli organi umani, l’acqua e la capacità di impollinare i fiori, gli stati, almeno la maggioranza, sono costretti a gestire una macroeconomia integrata a livello globale e molto meno a servire il bene comune del proprio popolo. Il socialismo democratico nella sua versione avanzata di ecosocialismo è un’opzione teorica importante, ma con poca base sociale mondiale che lo implementi. La tesi di Rosa Luxemburg, nel suo libro Riforma o Rivoluzione, che “la teoria del collasso del capitalismo è nel cuore del socialismo scientifico”, non si è avverata. E il socialismo è crollato. La furia di accumulazione capitalistica ha raggiunto i livelli più alti della sua storia. Quasi l’1% della popolazione ricca del mondo controlla circa il 90% di tutta la ricchezza. 85 opulenti, secondo la seria ONG Oxfam Intermon, detengono nel 2014 gli stessi soldi che 3,5 miliardi di poveri nel mondo. Il grado di irrazionalità e anche di disumanità parlano da soli. Viviamo in tempi di esplicita barbarie. Finora le crisi congiunturali del sistema si sono verificate nelle economie periferiche, ma dalla crisi del 2007/2008 la crisi è esplosa nel cuore dei paesi centrali, negli Stati Uniti e in Europa. Tutto sembra indicare che non è una crisi congiunturale, sempre superabile, ma questa volta è una crisi sistemica, che pone fine alla capacità di riproduzione del capitalismo. Le vie di uscita che cercano i paesi che egemonizzano il processo globale sono sempre della stessa natura: ma sempre maggiori. Ossia, continuare con lo sfruttamento illimitato dei beni e dei servizi naturali, guidati da una unità di misura chiaramente materiale (e materialista) come PIL. E guai a quei paesi in cui diminuisce. Questa crescita peggiora ulteriormente lo stato della Terra. Il prezzo dei tentativi di riproduzione del sistema è quello che i loro corifei chiamano “esternalità” (quelle che non entrano nella contabilità degli affari). Esse sono principalmente due: una ingiustizia sociale degradante con alti livelli di disoccupazione e crescente disuguaglianza; e un’ingiustizia ecologica minacciosa, con il degrado di interi ecosistemi, erosione della biodiversità (la scomparsa di 30-100 mila specie di esseri viventi ogni anno, secondo i dati del biologo E. Wilson), l’aumento del riscaldamento globale, la scarsità di acqua potabile e la insostenibilità generale del sistema-vita e del sistema-Terra. Questi due aspetti stanno mettendo in ginocchio il sistema capitalista. Se si volesse universalizzare il benessere offerto dai paesi ricchi, avremmo bisogno di almeno tre Terre uguali a quelle che abbiamo, il che è ovviamente impossibile. Il livello di sfruttamento dei “doni della natura”, come chiamano i paesi andini i beni e servizi naturali, è tale che di quest’anno “il giorno del sovraccarico della Terra” (the Earth overshoot Day è caduto in settembre). In altre parole, la Terra non ha più ormai la capacità, in sé, di soddisfare le richieste umane. C’è bisogno di un anno e mezzo...

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Cambiamento climatico e migrazione: un tema caldo per l’Europa

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Cambiamento climatico e migrazione: un tema caldo per l’Europa

[Di redazione su Euronews.com] “L’Europa è interessata al problema della migrazione dovuta ai cambiamenti climatici – chiede Paul da Bruxelles -? E lo status di rifugiato climatico è riconosciuto nel diritto internazionale?” Eleonora Guadagno, esperta di cambiamento climatico e migrazione: “Le migrazioni climatiche sono un fenomeno che ha da sempre interessato l’uomo. Ma oggi, a causa dell’incremento dei danni provocati dai cambiamenti climatici, questo diventa una realtà sempre più pressante, che sfugge ad una definizione univoca delle Nazioni Unite che rende questi migranti privi di tutela e ad un riconoscimento e a una tutela a livello di diritto internazionale, perché è molto difficile scindere il fattore “climatico” dal fenomeno migratorio ed è altrettanto complicato riconoscere una responsabilità degli Stati per un determinato disastro ambientale. L’Europa si attesta come punto nevralgico di queste migrazioni climatiche, soprattutto quelle future, provenienti dall’Africa e dal vicino Oriente a causa di siccità e inondazioni, ma anche perché ha visto degli spostamenti interni durante l’uragano Xynthia. Inoltre, bisogna considerare che l’Europa sarà soggetta a queste migrazioni climatiche, per esempio, a causa dell’innalzamento del livello del mare, a Venezia e nei Paesi Bassi, ma anche a causa dello scioglimento dei ghiacciai nelle zone montane o dell’aumento dei cicloni nelle zone costiere dell’Atlantico. Questi flussi migratori interni e esterni devono essere un monito per cercare di creare, in partenariato con Paesi terzi, delle misure in grado di mitigare i danni provocati dai cambiamenti climatici, limitare la vulnerabilità delle popolazioni esposte, e creare strumenti giuridici adeguati per tutelare queste comunità di migranti climatici, che sono il frutto degli squilibri economici e ambientali a livello globale”.   Click qui, per vedere il video.     Pubblicato su Euronews.com il 10 luglio...

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Alaska: dieci gradi in più e caldo record per 50 giorni di fila

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Alaska: dieci gradi in più e caldo record per 50 giorni di fila

[Di redazione su Dorsogna.blogspot.it] E intanto temperature record in Alaska per il Gennaio ed il Febbraio 2016. 10 gradi in più rispetto alla media. Nel sud dell’Alaska hanno avuto giorni di caldo record per più di 50 giorni di fila. Ad Anchorage, la città principale dell’Alaska la temperatura è stata più calda della media in 49 giorni su 50. La neve è meno del 10% del normale in tutto lo stato. A Juneau la capitale non nevica da 53 giorni, un record assoluto per Gennaio e Febbraio. Per la prima volta nella storia non sono mai state registrate temperature al di sotto di meno 50 gradi. Anomalie di caldo al nord, su Canada, Groenlandia e Siberia. La Nasa: nove mesi di fila di temperature mai viste prima. A Gennaio 2016 sette gradi in più in Artico, il gennaio più caldo di sempre Dopo l’anno più caldo di sempre. È stato un 2015 record. È stato un Gennaio 2016 record. Secondo i dati appena pubblicati dalla NASA Goddard Institute for Space Studies la temperatura del pianeta e’ stata di 1.13 gradi centigradi piu’ elevate che nel trentennio fra il 1951 e il 1980. Per di piu’ sono nove mesi di fila che si registrano temperature record. Cioè gli scorsi Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre, Novembre, Dicembre e Gennaio sono stati i mesi più caldi di sempre. O almeno da quando si tiene il conto, e cioè dal 1880. Una componente di questi aumenti è certo dovuta a El Nino, la perturbazione sul Pacifico che porta correnti di aria dall’America del Sud fino a verso l’equatore. Ma Thomas R. Karl, direttore del National Center for Environmental Information della NOAA dice che El Nino è solo una piccola anomalia rispetto al resto, e che è lampante che con o senza El Nino le temperature sono in rocambolesco aumento. La volta scorsa che sul pianeta El Nino ha portato a temperature record, i valori sono stati molto al di sotto di quelli registrati fra il 2015 e il 2016. La cosa più inquietante è che il riscaldamento dell’Artico avviene con un tasso doppio del resto del pianeta. Secondo la NASA le temperature al polo Nord sono salite fra i 2.2 e i 7.3 gradi centigradi rispetto alla media a Gennaio 2016. Questo causa il calo del volume dei ghiacci dell’Artico, e infatti anche la superficie delle nevi perenni è in forte calo. Più di un milione di chilometri quadrati rispetto alla media. In Artico le temperature medie aumentano di due volte tanto a causa di “feedback loops” positivi, cioè di rinforzamenti dei fenomeni che si alimentano da soli. Una sorta del detto “piove sul bagnato”. Le emissioni di gas serra causano lo scioglimento dei ghiacci dell’Artico. Durante l’estate la luce del sole che normalmente sarebbe riflessa dalla neve e dal ghiaccio, cade ora su acque ed oceani, scuri e di maggior assorbimento del calore. E cosi’ l’acqua si riscalda di più e parte del calore viene re-irradiatata in atmosfera, amplificando l’aumento della temperatura. Prima o poi dovremo preoccuparci di queste cose e di tutti gli equilibri che vengono distrutti con l’aumento della temperatura. Prima, e non poi.     Pubblicato su Dorsogna.blogspot.it il 24 febbraio...

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Il tempo del petrolio deve scadere

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Il tempo del petrolio deve scadere

[Di Monica Pepe su Comune-info.net] Per una volta, Sì. Per una volta andremo a votare con convinzione e senza alcuno scetticismo, sapendo che il voto serve a decidere una vicenda semplice, concreta, importante quanto chiara. Il tempo concesso alle compagnie petrolifere per distruggere e avvelenare le coste, il mare, l’aria dei litorali italiani non può essere eterno. Sembra un’affermazione perfino banale, no? E invece non lo è, affatto. In primo luogo perché il senso politico contenuto nel voto del 17 aprile va ben al di là del quesito referendario in senso stretto. Investe la difesa della terra, dell’acqua e dei beni comuni contro l’eterna avidità dei padroni del petrolio. E poi perché se quel voto non avesse una portata essenziale per una democrazia senza aggettivi, per una partecipazione sana e per la lotta al saccheggio del pianeta, non avremmo votato in aprile. Monica Pepe ce lo ricorda: l’Italia spende in finanziamenti pubblici agli inquinatori 42 volte il denaro che destina alle politiche climatiche. No, senza uno di quegli inviti che non fa affatto bene rifiutare, gli amici delle trivelle che siedono nelle istituzioni italiane non avrebbero buttato dalla finestra 360 milioni di euro per provare a convincere la gente a starsene a casa. Memori dell’invito rivolto da un governo che adorava il business e nutriva un’acuta forma allergica per la democrazia non meno di quello attuale, il 17 aprile noi andremo al mare. A guardare un tramonto senza trivelle e dopo aver votato Sì. I cittadini e le cittadine italiani saranno presto chiamati a votare su una questione molto importante, l’abolizione delle trivelle all’interno delle dodici miglia dalla costa di tutti i mari italiani: Adriatico, Jonio, Tirreno. Al Referendum del 17 aprile si voterà SI per impedire che le compagnie petrolifere possano sfruttare i giacimenti di cui dispongono senza limiti di tempo, questione che peraltro attiene al semplice buonsenso prima di incorrere nelle trappole della concorrenza e nelle direttive europee. Questa battaglia è nata grazie ai Comitati No Triv (www.notriv.com), una bella pagina del nostro paese, di quelle che ti fanno ricordare che a fronte di tanti scempi e rassegnazione, i beni comuni in Italia sono una cosa seria non solo perché abbiamo un paese di rara bellezza ma perché abbiamo un movimento ambientalista fatto di persone competenti e appassionate. Per la prima volta nella storia del nostro paese dieci Regioni raccolgono la voce dei territori che rappresentano e la spinta dei movimenti che li abitano. Questo ne fa un Referendum particolare, un inedito esercizio diretto della democrazia che potrà avvalersi di una pluralità di modi di agire la politica – di solito contrapposti – combattere una leale competizione per raggiungere lo stesso obiettivo. Non è stata altrettanto democratica la prova del Governo. Renzi avrebbe potuto accorpare la consultazione alle elezioni amministrative di giugno con una semplice norma. Anticipare il referendum alla prima domenica utile per scongiurare che si raggiunga il quorum, costerà 360 milioni di euro di denaro pubblico, per ironia della sorte tanto quanto lo stato incassa dalle royalties delle trivellazioni in un anno, tra le più basse al mondo. Tanto ci costa la paura di Renzi di perdere questo referendum. Il premier sa che sarà solo l’inizio di una serie di consultazioni che giudicheranno il suo operato nel merito delle cose (Costituzione, Scuola, Lavoro, Legge elettorale)...

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Cop21: tante truffe, una conferenza

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Cop21: tante truffe, una conferenza

[Di redazione su Medium.com] La conferenza parigina sul clima si è conclusa, dopo tredici giorni, con la firma di una carta di intenti. Ma in che modo si è proposta di arrestare il cambiamento climatico e con quali strumenti? Un’analisi della conferenza Cop21, al di là del suo successo mediatico. Il risultato istituzionale era prevedibile e al tempo stesso non scontato: contenimento del surriscaldamento climatico entro i due gradi, tetto scalare ai gas serra nel secolo che viene, conferenze di controllo quinquennali, stanziamento di 100 miliardi all’anno ai paesi “in via di sviluppo” per l’efficientamento energetico e l’attuazione di politiche sostenibili. Oltre 190 i paesi che hanno prima firmato la carta d’intenti e subito dichiarato il successo del loro operato a reti unificate, non ultimo una completa assenza di strumenti per agganciare al nostro inquinato suolo le parole spese nell’arco di tredici giorni di Conferenza. Facciamo un passo indietro… Ipotesi di lavoro Cominciamo con un esercizio: ammettiamo, a titolo d’esempio, che il Protocollo di Kyoto e le sue successive implementazioni, abbiano funzionato. A dispetto del titolo, proviamo a guardare al ciclo di Conferenze sui cambiamenti climatici non con gli occhi speranzosi di un’umanità spaventata dall’instabilità del clima, ma con quelli funzionali di un’economia asfittica, in cerca di giustificazioni per promuovere un massiccio intervento pecuniario, culturale e normativo con la copertura politica della febbre del pianeta. I mercati di emissioni, e la loro recente derivazione finanziaria, il trasferimento di tecnologie dai paesi del nord ai paesi del sud, la promozione di un indice di produzione e assorbimento equivalente di CO2, non hanno risolto e non risolveranno l’aumento di temperatura del pianeta. L’unica flessione verificabile delle emissioni si ebbe nel (solo) anno 2011, quando il drago cinese subì con più forza l’impatto della crisi economica. Le politiche messe in campo in ventitré anni di COP, servivano semplicemente ad altro: creare nuovi sbocchi di mercato e dare così fiato, oltre che legittimità ad un’iniezione, ulteriore, di finanza e tecnocrazia, nel panorama delle cure per la Terra. Sotto questa lente d’osservazione, la grande attenzione mediatica di cui ha goduto la Conferenza parigina acquisisce un significato ulteriore: la ricerca di un accordo vincolante per i paesi in via di sviluppo rappresenta solo la prima parte della sfida presente, lo step ulteriore è la legittimazione (con l’orizzonte della sostenibilità) dell’ennesima iniezione di finanziamenti pubblici e investimenti privati per il rilancio di progetti di green-economy. La terra Sappiamo dell’esistenza del fenomeno volgarmente noto come “effetto serra” da oltre un secolo, abbiamo capito col passare dei decenni che la causa determinante era l’innalzamento percentuale della CO² in atmosfera, sappiamo oggi che questo innalzamento è originato dalle attività umane. Agricoltura, industria, trasporti… non sono che le prime voci del bilancio energivoro delle nostre attività, un bilancio che sta intaccando la composizione fisica e chimica degli ecosistemi che insistono sui territori con una rapidità ieri sconosciuta. Di fronte all’evidenza qualcuno insiste: e se non fosse l’uomo il problema? Voi rispondetegli “nulla cambierebbe”. Poniamo, per semplice esercizio mentale, che il contributo di oltre 7 miliardi di esseri umani sia irrilevante e che i gas climalteranti siano l’effetto secondario delle flatulenze di un enorme mostro marino nascosto nel fondo della Fossa delle Marianne; il problema non si sposterebbe di un millimetro. Per quel che ne sappiamo oggi, tra i viventi più...

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Expo, gli amministratori: “Rosso 2015 è di almeno 30,6 milioni. A marzo…

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Expo, gli amministratori: “Rosso 2015 è di almeno 30,6 milioni. A marzo…

[Di Gaia Scacciavillani su Ilfattoquotidiano.it] La relazione del consiglio di amministrazione di Expo 2015 presentata ai soci il 9 febbraio. Sala: “Risorse sono sufficienti per le prossime 3-4 settimane”. Corte dei Conti: “Mancano risposte sulla copertura dei costi post esposizione”. Il documento con il bilancio. Il candidato sindaco di Milano del Pd, Giuseppe Sala, ha un bel dire che non c’è nessun buco Expo. La società che ha gestito l’esposizione universale meneghina ha chiuso il 2015 con un rosso compreso tra 30,6 e 32,6 milioni di euro, a seconda dei risultati finali del recupero crediti. A smentire Sala è lo stesso Sala. O meglio, il consiglio di amministrazione di Expo 2015 da lui guidato, che lo scorso 18 gennaio ha messo nero su bianco la cifra in una relazione che è stata discussa dai soci il 9 febbraio scorso (LEGGI QUI IL DOCUMENTO COMPLETO). Dieci giorni dopo la data inizialmente prevista, il 29 gennaio a ridosso delle primarie del Pd che hanno incoronato Sala candidato sindaco di Milano, poi spostata su indicazione del ministero dell’Economia. Nel documento, che ribadisce la rilevanza del risultato a livello di patrimonio netto, positivo per 14,2 milioni, si legge anche che “in considerazione delle spese strutturali previste nei primi mesi del 2016 (quantificabili in 4 milioni mensili), è probabile una ricaduta nelle previsioni dell’articolo 2447 del codice civile durante il mese di marzo”. Il che significa, in altre parole, che secondo i calcoli del consiglio guidato dallo stesso Sala, da febbraio 2016 le disponibilità liquide di Expo 2015 si sono esaurite, ma non le spese. E andando avanti così, è sempre la stima del cda, è prevedibile che entro il mese prossimo la società arrivi ad accumulare perdite superiori a un terzo del suo capitale. Una situazione in cui la legge impone l’abbattimento del capitale stesso e il suo contemporaneo aumento per riportarlo al minimo legale. La scivolosità del caso non è sfuggita al collegio sindacale di Expo 2015 che, nel corso dell’assemblea che due settimane fa ha deliberato la messa in liquidazione della società, ha chiesto “chiarezza in relazione alla necessità di risorse per la liquidazione” stessa. Richiesta condivisa dal magistrato della Corte dei Conti, Maria Teresa Docimo, che ha sottolineato come la messa in liquidazione risponde “ad uno solo dei temi inseriti nella relazione degli amministratori, mentre non sono fornite risposte, nel merito, in relazione alla copertura dei costi sopportati dalla società successivamente alla data di chiusura dell’evento”. Tanto più che lo stesso Sala ha confermato che “le risorse sono sufficienti per le prossime 3-4 settimane” e che “è importante rendere chiara la situazione al nominato organo di liquidazione”. Anche perché i liquidatori freschi di nomina – il prorettore della Bocconi Alberto Grando, Elena Vasco (Camera di Commercio), Maria Martoccia (ministero Finanze) e i confermati Domenico Ajello (Regione Lombardia) e Michele Saponara (Città Metropolitana) per i quali è stato fissato un compenso complessivo di 150mila euro – hanno 90 giorni per elaborare un progetto di liquidazione. Per la scadenza, però, stando alle stime del cda, Expo 2015 avrà una carenza di liquidità di oltre 80 milioni di euro. Nel frattempo, però, è imminente una finalizzazione degli accordi con Arexpo sulla gestione delle aree fino al 30 giugno 2016, quando i terreni torneranno sotto l’ala della società in cui sta facendo il suo...

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Il referendum che spaventa l’Eni

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Il referendum che spaventa l’Eni

[Di Maria Rita D’Orsogna* su Comune-info.net] I frutti del petrolio sembrano avere lo stesso maledetto sapore in Italia come in Perù, in Texas come in Nigeria: territori distrutti, polmoni anneriti, speranze spezzate. Gela, Falconara, Augusta, Priolo, Ravenna, Viggiano, Marghera, Sarroch, tutte a modo loro distrutte dalle trivellazioni e dalle raffinerie, anche se giganti come Eni e il loro sistema di potere cercano di negarlo in ogni modo. Vogliamo ripetere la stessa cosa nel resto d’Italia? Le ragioni del Sì al referendum del 17 aprile contro le trivellazioni sembrano piuttosto solide per almeno due ragioni. La prima. L’indipendenza energetica si raggiunge non con nuovi buchi in mare e sulla terra ma con il risparmio energetico, con pannelli solari su ogni condominio esu ogni impianto industriale, con la mafia fuori dall’eolico. La seconda. L’Eni e il governo hanno paura, hanno paura di perdere e di dover metter in discussione l’industria del petrolio, hanno paura soprattutto perché adesso siamo tanti e tante. Al referendum No Triv è dedicato l’incontro che domenica 6 (alle 18) apre la Taverna Comunale a Casetta Rossa, a Roma, prima della cena con la redazione di Comune. La rivista Formiche manda una “analisi” sulla questione trivelle e referendum da parte di tale Alberto Clò**. Una analisi che potevano benissimo risparmiarsi, tanto è piena di assurdità e di inganni, e visto che più che una analisi mi pare propaganda. Iniziamo con il notare che questo Alberto Clò è descritto come “docente di Economia applicata presso l’Università di Bologna” nonché direttore della rivista “Energia”. Così almeno dicono loro, quelli di Formiche. E uno allora dice: perfetto, abbiamo un economista, esperto di energia, vediamo che ha da dire. Interessante però che nella lista di qualifiche del professor Clò quelli di Formiche dimenticano di dire che è anche stato anche consigliere “indipendente” di Eni e dal 2013 consigliere “indipendente” di Snam. Una non trascurabile dimenticanza. Quindi già dal primo rigo sai che stai leggendo una “analisi” dalla parte dei petrolieri, e che la rivista Formiche non è proprio indipendente e bilanciata, perché omette una informazione fondamentale che il loro economista è o e’ stato al soldo dei petrolieri. Mi pare un dettaglio fondamentale. Ma cosa ha da dire il nostro eroe? Parla del referendum come di una “occasione sprecata” una “morte annunciata” perché, secondo lui, “gli elettori sono chiamati a esprimersi senza che sia fornita loro una ben che minima e corretta informazione sui quesiti referendari, senza la minima parvenza di dibattito, senza dar conto delle conseguenze che ne potrebbero derivare”. Che ridere. E quindi chi dovrebbe darcela una informazione corretta sulle trivelle? Uno dell’Eni e della Snam? E dove erano l’Eni e la Snam e il professor Clò a fare informazione dieci anni fa, quando di petrolio non parlava nessuno? Crede che gli italiani siano scemi e l’informazione che circola da dieci anni a questa parte senza che nessuno sia riuscito veramente a smontare le tesi del “trivellare l’Italia è ridicolo” sia incorretta perché va contro gli interessi dell’Eni e della Snam? Non mi sono inventata niente in questi anni ed è stata la forza delle idee e dei fatti a vincere. Vuole fare questo dibattito? Bene. Facciamolo. Forza, lo organizzi lei, caro Clò, care Formiche, in prima serata, sulla Tv nazionale. Avete i soldi dell’Eni dietro, non deve essere difficile....

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Una tribù della Louisiana diventa ufficialmente la prima comunità di rifugiati climatici degli Usa

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Una tribù della Louisiana diventa ufficialmente la prima comunità di rifugiati climatici degli Usa

[Di redazione su Greenreport.it] Subsidenza; cambiamenti climatici ed estrazione di idrocarburi hanno eroso l’Isle de Jean Charles. Gli indiani francofoni della tribù Biloxi-Chitimacha-Choctaw che vivono da secoli sull’Isle de Jean Charles, nel cuore del Louisiana bayou, circa 50 miglia a sud di New Orleans, sono diventati i primi rifugiati climatici ufficiali degli Stati Uniti, dopo che il governo federale Usa ha assegnato loro 48 milioni per andarsene dalla loro isola che sta inesorabilmente scomparendo a causa dell’erosione, della subsidenza e dell’innalzamento del livello del mare. L’Isle de Jean Charles sta scomparendo a causa dei cambiamenti climatici e dell’estrazione di petrolio: negli ultimi 80 anni sono scomparse più di 1.900 miglia quadrate di territorio, equivalenti alle dimensioni di un campo da football ogni 45 minuti, e alla fine i membri della tribù dei Biloxi-Chitimacha-Choctaw hanno dovuto arrendersi e rassegnarsi a trovare un nuovo posto dove vivere. Negli anni ’50 l’isola de Jean Charles era lunga 11 miglia e larga 5, oggi è ridotta a 2 miglia di lunghezza e ad appena 0,25 miglia di larghezza. La tribù si è ormai disintegrata e molte famiglie sono state costrette a cercare nuovi posti per vivere, i finanziamenti serviranno loro a costruire nuove case e ristabilire la comunità altrove. Nel 2015 weather.com aveva pubblicato il magnifico reportage Losing Louisiana che raccontava la drammatica situazione in cui si trova la tribù. «Mi uccide vedere cosa è successo – diceva a weather.com Regee Dupre, uno degli abitanti dell’isola di Jean Charles – Nella mia vita, ho visto una fiorente comunità e cultura ridursi ad una piccola comunità che sopravvive». Indian Country spiega che il capo della tribù, Albert Naquin, ha lottato per più di 10 anni perché gli interessi dei Biloxi-Chitimacha-Choctaw venissero riconosciuti, fino a che l’US Department of Housing and Urban Development (HUD) a gennaio ha annunciato di aver concesso alla tribù 48 milioni di dollari per spostarsi dalla loro isola, molto probabilmente più a nord, facendone così la prima comunità di rifugiati climatici ufficiali degli Stati Uniti.ì Il Capo Naquin è entusiasta: «Sono gasatissimo – ha detto all’Indian Country – Sono eccitatissimo. Sono molto, molto eccitato. Ho lavorato a questo per 13 anni. Nel farlo ho ottenuto dei successi piuttosto notevoli, e non solo a livello locale. Anche lo standard di vita della tribù dovrebbe migliorare». I fondi fanno parte dei 92 milioni di dollari concessi alla Louisiana attraverso la National Disaster Resilience Competition, un miliardo di dollari che l’Hud assegna agli Stati e alle comunità che sono più a rischio e che presentano i migliori progetti. «Stiamo avendo la possibilità di riunire la famiglia – ha detto Naquin – Sono anche eccitato. La nostra cultura resta intatta, [ma] dobbiamo far tornare l’interesse nei nostri giovani» Capo Naquin è dispiaciuto che altre comunità striano vivendo situazioni simili: «Forse possiamo essere una comunità modello per insegnare agli altri». Nel 2002 l’US Army Corps of Engineers aveva proposto alla tribù Biloxi-Chitimacha-Choctaw di trasferirsi, ma la comunità dei nativi americani Cajun, che da 170 anni vive sull’isola insieme agli indiani, aveva respinto l’offerta. Naquin la pensa diversamente e già nel 2008 aveva detto all’Indian Country: «Non è il posto migliore, ma per loro questa è la loro storia e non vogliono muoversi. Per me, non è dove vivo o dove hanno vissuto mia madre e mio...

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