Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Alaska: dieci gradi in più e caldo record per 50 giorni di fila
[Di redazione su Dorsogna.blogspot.it] E intanto temperature record in Alaska per il Gennaio ed il Febbraio 2016. 10 gradi in più rispetto alla media. Nel sud dell’Alaska hanno avuto giorni di caldo record per più di 50 giorni di fila. Ad Anchorage, la città principale dell’Alaska la temperatura è stata più calda della media in 49 giorni su 50. La neve è meno del 10% del normale in tutto lo stato. A Juneau la capitale non nevica da 53 giorni, un record assoluto per Gennaio e Febbraio. Per la prima volta nella storia non sono mai state registrate temperature al di sotto di meno 50 gradi. Anomalie di caldo al nord, su Canada, Groenlandia e Siberia. La Nasa: nove mesi di fila di temperature mai viste prima. A Gennaio 2016 sette gradi in più in Artico, il gennaio più caldo di sempre Dopo l’anno più caldo di sempre. È stato un 2015 record. È stato un Gennaio 2016 record. Secondo i dati appena pubblicati dalla NASA Goddard Institute for Space Studies la temperatura del pianeta e’ stata di 1.13 gradi centigradi piu’ elevate che nel trentennio fra il 1951 e il 1980. Per di piu’ sono nove mesi di fila che si registrano temperature record. Cioè gli scorsi Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre, Novembre, Dicembre e Gennaio sono stati i mesi più caldi di sempre. O almeno da quando si tiene il conto, e cioè dal 1880. Una componente di questi aumenti è certo dovuta a El Nino, la perturbazione sul Pacifico che porta correnti di aria dall’America del Sud fino a verso l’equatore. Ma Thomas R. Karl, direttore del National Center for Environmental Information della NOAA dice che El Nino è solo una piccola anomalia rispetto al resto, e che è lampante che con o senza El Nino le temperature sono in rocambolesco aumento. La volta scorsa che sul pianeta El Nino ha portato a temperature record, i valori sono stati molto al di sotto di quelli registrati fra il 2015 e il 2016. La cosa più inquietante è che il riscaldamento dell’Artico avviene con un tasso doppio del resto del pianeta. Secondo la NASA le temperature al polo Nord sono salite fra i 2.2 e i 7.3 gradi centigradi rispetto alla media a Gennaio 2016. Questo causa il calo del volume dei ghiacci dell’Artico, e infatti anche la superficie delle nevi perenni è in forte calo. Più di un milione di chilometri quadrati rispetto alla media. In Artico le temperature medie aumentano di due volte tanto a causa di “feedback loops” positivi, cioè di rinforzamenti dei fenomeni che si alimentano da soli. Una sorta del detto “piove sul bagnato”. Le emissioni di gas serra causano lo scioglimento dei ghiacci dell’Artico. Durante l’estate la luce del sole che normalmente sarebbe riflessa dalla neve e dal ghiaccio, cade ora su acque ed oceani, scuri e di maggior assorbimento del calore. E cosi’ l’acqua si riscalda di più e parte del calore viene re-irradiatata in atmosfera, amplificando l’aumento della temperatura. Prima o poi dovremo preoccuparci di queste cose e di tutti gli equilibri che vengono distrutti con l’aumento della temperatura. Prima, e non poi. Pubblicato su Dorsogna.blogspot.it il 24 febbraio...
read moreIl tempo del petrolio deve scadere
[Di Monica Pepe su Comune-info.net] Per una volta, Sì. Per una volta andremo a votare con convinzione e senza alcuno scetticismo, sapendo che il voto serve a decidere una vicenda semplice, concreta, importante quanto chiara. Il tempo concesso alle compagnie petrolifere per distruggere e avvelenare le coste, il mare, l’aria dei litorali italiani non può essere eterno. Sembra un’affermazione perfino banale, no? E invece non lo è, affatto. In primo luogo perché il senso politico contenuto nel voto del 17 aprile va ben al di là del quesito referendario in senso stretto. Investe la difesa della terra, dell’acqua e dei beni comuni contro l’eterna avidità dei padroni del petrolio. E poi perché se quel voto non avesse una portata essenziale per una democrazia senza aggettivi, per una partecipazione sana e per la lotta al saccheggio del pianeta, non avremmo votato in aprile. Monica Pepe ce lo ricorda: l’Italia spende in finanziamenti pubblici agli inquinatori 42 volte il denaro che destina alle politiche climatiche. No, senza uno di quegli inviti che non fa affatto bene rifiutare, gli amici delle trivelle che siedono nelle istituzioni italiane non avrebbero buttato dalla finestra 360 milioni di euro per provare a convincere la gente a starsene a casa. Memori dell’invito rivolto da un governo che adorava il business e nutriva un’acuta forma allergica per la democrazia non meno di quello attuale, il 17 aprile noi andremo al mare. A guardare un tramonto senza trivelle e dopo aver votato Sì. I cittadini e le cittadine italiani saranno presto chiamati a votare su una questione molto importante, l’abolizione delle trivelle all’interno delle dodici miglia dalla costa di tutti i mari italiani: Adriatico, Jonio, Tirreno. Al Referendum del 17 aprile si voterà SI per impedire che le compagnie petrolifere possano sfruttare i giacimenti di cui dispongono senza limiti di tempo, questione che peraltro attiene al semplice buonsenso prima di incorrere nelle trappole della concorrenza e nelle direttive europee. Questa battaglia è nata grazie ai Comitati No Triv (www.notriv.com), una bella pagina del nostro paese, di quelle che ti fanno ricordare che a fronte di tanti scempi e rassegnazione, i beni comuni in Italia sono una cosa seria non solo perché abbiamo un paese di rara bellezza ma perché abbiamo un movimento ambientalista fatto di persone competenti e appassionate. Per la prima volta nella storia del nostro paese dieci Regioni raccolgono la voce dei territori che rappresentano e la spinta dei movimenti che li abitano. Questo ne fa un Referendum particolare, un inedito esercizio diretto della democrazia che potrà avvalersi di una pluralità di modi di agire la politica – di solito contrapposti – combattere una leale competizione per raggiungere lo stesso obiettivo. Non è stata altrettanto democratica la prova del Governo. Renzi avrebbe potuto accorpare la consultazione alle elezioni amministrative di giugno con una semplice norma. Anticipare il referendum alla prima domenica utile per scongiurare che si raggiunga il quorum, costerà 360 milioni di euro di denaro pubblico, per ironia della sorte tanto quanto lo stato incassa dalle royalties delle trivellazioni in un anno, tra le più basse al mondo. Tanto ci costa la paura di Renzi di perdere questo referendum. Il premier sa che sarà solo l’inizio di una serie di consultazioni che giudicheranno il suo operato nel merito delle cose (Costituzione, Scuola, Lavoro, Legge elettorale)...
read moreCop21: tante truffe, una conferenza
[Di redazione su Medium.com] La conferenza parigina sul clima si è conclusa, dopo tredici giorni, con la firma di una carta di intenti. Ma in che modo si è proposta di arrestare il cambiamento climatico e con quali strumenti? Un’analisi della conferenza Cop21, al di là del suo successo mediatico. Il risultato istituzionale era prevedibile e al tempo stesso non scontato: contenimento del surriscaldamento climatico entro i due gradi, tetto scalare ai gas serra nel secolo che viene, conferenze di controllo quinquennali, stanziamento di 100 miliardi all’anno ai paesi “in via di sviluppo” per l’efficientamento energetico e l’attuazione di politiche sostenibili. Oltre 190 i paesi che hanno prima firmato la carta d’intenti e subito dichiarato il successo del loro operato a reti unificate, non ultimo una completa assenza di strumenti per agganciare al nostro inquinato suolo le parole spese nell’arco di tredici giorni di Conferenza. Facciamo un passo indietro… Ipotesi di lavoro Cominciamo con un esercizio: ammettiamo, a titolo d’esempio, che il Protocollo di Kyoto e le sue successive implementazioni, abbiano funzionato. A dispetto del titolo, proviamo a guardare al ciclo di Conferenze sui cambiamenti climatici non con gli occhi speranzosi di un’umanità spaventata dall’instabilità del clima, ma con quelli funzionali di un’economia asfittica, in cerca di giustificazioni per promuovere un massiccio intervento pecuniario, culturale e normativo con la copertura politica della febbre del pianeta. I mercati di emissioni, e la loro recente derivazione finanziaria, il trasferimento di tecnologie dai paesi del nord ai paesi del sud, la promozione di un indice di produzione e assorbimento equivalente di CO2, non hanno risolto e non risolveranno l’aumento di temperatura del pianeta. L’unica flessione verificabile delle emissioni si ebbe nel (solo) anno 2011, quando il drago cinese subì con più forza l’impatto della crisi economica. Le politiche messe in campo in ventitré anni di COP, servivano semplicemente ad altro: creare nuovi sbocchi di mercato e dare così fiato, oltre che legittimità ad un’iniezione, ulteriore, di finanza e tecnocrazia, nel panorama delle cure per la Terra. Sotto questa lente d’osservazione, la grande attenzione mediatica di cui ha goduto la Conferenza parigina acquisisce un significato ulteriore: la ricerca di un accordo vincolante per i paesi in via di sviluppo rappresenta solo la prima parte della sfida presente, lo step ulteriore è la legittimazione (con l’orizzonte della sostenibilità) dell’ennesima iniezione di finanziamenti pubblici e investimenti privati per il rilancio di progetti di green-economy. La terra Sappiamo dell’esistenza del fenomeno volgarmente noto come “effetto serra” da oltre un secolo, abbiamo capito col passare dei decenni che la causa determinante era l’innalzamento percentuale della CO² in atmosfera, sappiamo oggi che questo innalzamento è originato dalle attività umane. Agricoltura, industria, trasporti… non sono che le prime voci del bilancio energivoro delle nostre attività, un bilancio che sta intaccando la composizione fisica e chimica degli ecosistemi che insistono sui territori con una rapidità ieri sconosciuta. Di fronte all’evidenza qualcuno insiste: e se non fosse l’uomo il problema? Voi rispondetegli “nulla cambierebbe”. Poniamo, per semplice esercizio mentale, che il contributo di oltre 7 miliardi di esseri umani sia irrilevante e che i gas climalteranti siano l’effetto secondario delle flatulenze di un enorme mostro marino nascosto nel fondo della Fossa delle Marianne; il problema non si sposterebbe di un millimetro. Per quel che ne sappiamo oggi, tra i viventi più...
read moreExpo, gli amministratori: “Rosso 2015 è di almeno 30,6 milioni. A marzo…
[Di Gaia Scacciavillani su Ilfattoquotidiano.it] La relazione del consiglio di amministrazione di Expo 2015 presentata ai soci il 9 febbraio. Sala: “Risorse sono sufficienti per le prossime 3-4 settimane”. Corte dei Conti: “Mancano risposte sulla copertura dei costi post esposizione”. Il documento con il bilancio. Il candidato sindaco di Milano del Pd, Giuseppe Sala, ha un bel dire che non c’è nessun buco Expo. La società che ha gestito l’esposizione universale meneghina ha chiuso il 2015 con un rosso compreso tra 30,6 e 32,6 milioni di euro, a seconda dei risultati finali del recupero crediti. A smentire Sala è lo stesso Sala. O meglio, il consiglio di amministrazione di Expo 2015 da lui guidato, che lo scorso 18 gennaio ha messo nero su bianco la cifra in una relazione che è stata discussa dai soci il 9 febbraio scorso (LEGGI QUI IL DOCUMENTO COMPLETO). Dieci giorni dopo la data inizialmente prevista, il 29 gennaio a ridosso delle primarie del Pd che hanno incoronato Sala candidato sindaco di Milano, poi spostata su indicazione del ministero dell’Economia. Nel documento, che ribadisce la rilevanza del risultato a livello di patrimonio netto, positivo per 14,2 milioni, si legge anche che “in considerazione delle spese strutturali previste nei primi mesi del 2016 (quantificabili in 4 milioni mensili), è probabile una ricaduta nelle previsioni dell’articolo 2447 del codice civile durante il mese di marzo”. Il che significa, in altre parole, che secondo i calcoli del consiglio guidato dallo stesso Sala, da febbraio 2016 le disponibilità liquide di Expo 2015 si sono esaurite, ma non le spese. E andando avanti così, è sempre la stima del cda, è prevedibile che entro il mese prossimo la società arrivi ad accumulare perdite superiori a un terzo del suo capitale. Una situazione in cui la legge impone l’abbattimento del capitale stesso e il suo contemporaneo aumento per riportarlo al minimo legale. La scivolosità del caso non è sfuggita al collegio sindacale di Expo 2015 che, nel corso dell’assemblea che due settimane fa ha deliberato la messa in liquidazione della società, ha chiesto “chiarezza in relazione alla necessità di risorse per la liquidazione” stessa. Richiesta condivisa dal magistrato della Corte dei Conti, Maria Teresa Docimo, che ha sottolineato come la messa in liquidazione risponde “ad uno solo dei temi inseriti nella relazione degli amministratori, mentre non sono fornite risposte, nel merito, in relazione alla copertura dei costi sopportati dalla società successivamente alla data di chiusura dell’evento”. Tanto più che lo stesso Sala ha confermato che “le risorse sono sufficienti per le prossime 3-4 settimane” e che “è importante rendere chiara la situazione al nominato organo di liquidazione”. Anche perché i liquidatori freschi di nomina – il prorettore della Bocconi Alberto Grando, Elena Vasco (Camera di Commercio), Maria Martoccia (ministero Finanze) e i confermati Domenico Ajello (Regione Lombardia) e Michele Saponara (Città Metropolitana) per i quali è stato fissato un compenso complessivo di 150mila euro – hanno 90 giorni per elaborare un progetto di liquidazione. Per la scadenza, però, stando alle stime del cda, Expo 2015 avrà una carenza di liquidità di oltre 80 milioni di euro. Nel frattempo, però, è imminente una finalizzazione degli accordi con Arexpo sulla gestione delle aree fino al 30 giugno 2016, quando i terreni torneranno sotto l’ala della società in cui sta facendo il suo...
read moreIl referendum che spaventa l’Eni
[Di Maria Rita D’Orsogna* su Comune-info.net] I frutti del petrolio sembrano avere lo stesso maledetto sapore in Italia come in Perù, in Texas come in Nigeria: territori distrutti, polmoni anneriti, speranze spezzate. Gela, Falconara, Augusta, Priolo, Ravenna, Viggiano, Marghera, Sarroch, tutte a modo loro distrutte dalle trivellazioni e dalle raffinerie, anche se giganti come Eni e il loro sistema di potere cercano di negarlo in ogni modo. Vogliamo ripetere la stessa cosa nel resto d’Italia? Le ragioni del Sì al referendum del 17 aprile contro le trivellazioni sembrano piuttosto solide per almeno due ragioni. La prima. L’indipendenza energetica si raggiunge non con nuovi buchi in mare e sulla terra ma con il risparmio energetico, con pannelli solari su ogni condominio esu ogni impianto industriale, con la mafia fuori dall’eolico. La seconda. L’Eni e il governo hanno paura, hanno paura di perdere e di dover metter in discussione l’industria del petrolio, hanno paura soprattutto perché adesso siamo tanti e tante. Al referendum No Triv è dedicato l’incontro che domenica 6 (alle 18) apre la Taverna Comunale a Casetta Rossa, a Roma, prima della cena con la redazione di Comune. La rivista Formiche manda una “analisi” sulla questione trivelle e referendum da parte di tale Alberto Clò**. Una analisi che potevano benissimo risparmiarsi, tanto è piena di assurdità e di inganni, e visto che più che una analisi mi pare propaganda. Iniziamo con il notare che questo Alberto Clò è descritto come “docente di Economia applicata presso l’Università di Bologna” nonché direttore della rivista “Energia”. Così almeno dicono loro, quelli di Formiche. E uno allora dice: perfetto, abbiamo un economista, esperto di energia, vediamo che ha da dire. Interessante però che nella lista di qualifiche del professor Clò quelli di Formiche dimenticano di dire che è anche stato anche consigliere “indipendente” di Eni e dal 2013 consigliere “indipendente” di Snam. Una non trascurabile dimenticanza. Quindi già dal primo rigo sai che stai leggendo una “analisi” dalla parte dei petrolieri, e che la rivista Formiche non è proprio indipendente e bilanciata, perché omette una informazione fondamentale che il loro economista è o e’ stato al soldo dei petrolieri. Mi pare un dettaglio fondamentale. Ma cosa ha da dire il nostro eroe? Parla del referendum come di una “occasione sprecata” una “morte annunciata” perché, secondo lui, “gli elettori sono chiamati a esprimersi senza che sia fornita loro una ben che minima e corretta informazione sui quesiti referendari, senza la minima parvenza di dibattito, senza dar conto delle conseguenze che ne potrebbero derivare”. Che ridere. E quindi chi dovrebbe darcela una informazione corretta sulle trivelle? Uno dell’Eni e della Snam? E dove erano l’Eni e la Snam e il professor Clò a fare informazione dieci anni fa, quando di petrolio non parlava nessuno? Crede che gli italiani siano scemi e l’informazione che circola da dieci anni a questa parte senza che nessuno sia riuscito veramente a smontare le tesi del “trivellare l’Italia è ridicolo” sia incorretta perché va contro gli interessi dell’Eni e della Snam? Non mi sono inventata niente in questi anni ed è stata la forza delle idee e dei fatti a vincere. Vuole fare questo dibattito? Bene. Facciamolo. Forza, lo organizzi lei, caro Clò, care Formiche, in prima serata, sulla Tv nazionale. Avete i soldi dell’Eni dietro, non deve essere difficile....
read moreUna tribù della Louisiana diventa ufficialmente la prima comunità di rifugiati climatici degli Usa
[Di redazione su Greenreport.it] Subsidenza; cambiamenti climatici ed estrazione di idrocarburi hanno eroso l’Isle de Jean Charles. Gli indiani francofoni della tribù Biloxi-Chitimacha-Choctaw che vivono da secoli sull’Isle de Jean Charles, nel cuore del Louisiana bayou, circa 50 miglia a sud di New Orleans, sono diventati i primi rifugiati climatici ufficiali degli Stati Uniti, dopo che il governo federale Usa ha assegnato loro 48 milioni per andarsene dalla loro isola che sta inesorabilmente scomparendo a causa dell’erosione, della subsidenza e dell’innalzamento del livello del mare. L’Isle de Jean Charles sta scomparendo a causa dei cambiamenti climatici e dell’estrazione di petrolio: negli ultimi 80 anni sono scomparse più di 1.900 miglia quadrate di territorio, equivalenti alle dimensioni di un campo da football ogni 45 minuti, e alla fine i membri della tribù dei Biloxi-Chitimacha-Choctaw hanno dovuto arrendersi e rassegnarsi a trovare un nuovo posto dove vivere. Negli anni ’50 l’isola de Jean Charles era lunga 11 miglia e larga 5, oggi è ridotta a 2 miglia di lunghezza e ad appena 0,25 miglia di larghezza. La tribù si è ormai disintegrata e molte famiglie sono state costrette a cercare nuovi posti per vivere, i finanziamenti serviranno loro a costruire nuove case e ristabilire la comunità altrove. Nel 2015 weather.com aveva pubblicato il magnifico reportage Losing Louisiana che raccontava la drammatica situazione in cui si trova la tribù. «Mi uccide vedere cosa è successo – diceva a weather.com Regee Dupre, uno degli abitanti dell’isola di Jean Charles – Nella mia vita, ho visto una fiorente comunità e cultura ridursi ad una piccola comunità che sopravvive». Indian Country spiega che il capo della tribù, Albert Naquin, ha lottato per più di 10 anni perché gli interessi dei Biloxi-Chitimacha-Choctaw venissero riconosciuti, fino a che l’US Department of Housing and Urban Development (HUD) a gennaio ha annunciato di aver concesso alla tribù 48 milioni di dollari per spostarsi dalla loro isola, molto probabilmente più a nord, facendone così la prima comunità di rifugiati climatici ufficiali degli Stati Uniti.ì Il Capo Naquin è entusiasta: «Sono gasatissimo – ha detto all’Indian Country – Sono eccitatissimo. Sono molto, molto eccitato. Ho lavorato a questo per 13 anni. Nel farlo ho ottenuto dei successi piuttosto notevoli, e non solo a livello locale. Anche lo standard di vita della tribù dovrebbe migliorare». I fondi fanno parte dei 92 milioni di dollari concessi alla Louisiana attraverso la National Disaster Resilience Competition, un miliardo di dollari che l’Hud assegna agli Stati e alle comunità che sono più a rischio e che presentano i migliori progetti. «Stiamo avendo la possibilità di riunire la famiglia – ha detto Naquin – Sono anche eccitato. La nostra cultura resta intatta, [ma] dobbiamo far tornare l’interesse nei nostri giovani» Capo Naquin è dispiaciuto che altre comunità striano vivendo situazioni simili: «Forse possiamo essere una comunità modello per insegnare agli altri». Nel 2002 l’US Army Corps of Engineers aveva proposto alla tribù Biloxi-Chitimacha-Choctaw di trasferirsi, ma la comunità dei nativi americani Cajun, che da 170 anni vive sull’isola insieme agli indiani, aveva respinto l’offerta. Naquin la pensa diversamente e già nel 2008 aveva detto all’Indian Country: «Non è il posto migliore, ma per loro questa è la loro storia e non vogliono muoversi. Per me, non è dove vivo o dove hanno vissuto mia madre e mio...
read moreBrasile, scandalo Petrobras: Lula rilasciato dopo l’interrogatorio. L’ex presidente: “Non…
[Di Alberto Custodero su Repubblica.it] SAN PAOLO – Accompagnamento coatto perché s’era rifiutato di deporre. Ha risposto alle domande e non è stato incriminato. Pm: “Prove di tangenti”. Scontro tra manifestanti sotto casa, tre fermi. Il Partito dei Lavoratori: “Prigioniero politico”. Il colosso petrolifero statale accusato di aver distribuito oltre 2 miliardi di dollari in mazzette. Dieci fermi e 32 perquisizioni in tre Stati. La presidente Rousseff convoca una riunione d’emergenza con alcuni ministri. Accompagnamento coatto per l’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva, il leader più carismatico del Brasile contemporaneo. In mattinata la polizia ha perquisito la sua casa e il suo ufficio, nell’ambito dell’inchiesta sullo scandalo Petrobras (il caso lava jato, operazione autolavaggio). L’ accompagnamento coatto è stato disposto perché Lula si era rifiutato di andare a deporre: non è in stato di fermo, né di arresto. Fatto salire su un’auto senza insegne della polizia, Lula è stato condotto presso gli uffici della polizia federale all’aeroporto di Congonhas. L’ex presidente ha accolto con calma gli agenti che hanno bussato alla sua porta alle sei del mattino. I dieci agenti incaricati del suo trasferimento per l’interrogatorio sono arrivati a bordo di quattro veicoli. la moglie di Lula, Mariza Leticia, che si trovava in casa, non è stata portata via per essere interrogata. Ha risposto a tutte le domande del pm Igor Romario (“È tranquillo e non ha avuto alcuna reazione rabbiosa”, ha detto il magistrato), e la sua testimonianza, cominciata alle 8 locali (le 12 in Italia), si è conclusa. La folla lo acclama. Terminata la deposizione, l’ex presidente brasiliano Lula si è fatto accompagnare dalla polizia federale nella sede del Partito del lavoratori, nel centro di San Paolo. Davanti all’edificio lo hanno accolto un centinaio di sostenitori, con bandiere del partito di sinistra. E lui si difende. “Non ho nulla da temere – ha detto Lula dalla sede del suo partito – perché non ho fatto niente di male. Se i magistrati mi avessero mandato a chiamare sarei andato, come ho fatto lo scorso 5 gennaio a Brasilia, e si sarebbe evitata questa operazione inutile e spettacolare, questo show”. Mandato d’arresto, invece, per il braccio destro di Lula, Paulo Okamoto, attuale presidente dell’Istituto Lula. Altri dieci fermi. Altri dieci fermi e 32 perquisizioni sono stati condotti complessivamente in tre Stati, Bahia e Rio de Janeiro oltre a quello paulista. Nel mirino degli inquirenti è finito tutto il “cerchio magico” dell’ex leader socialista: fra gli indagati figurano infatti anche la moglie Marisa Letícia e i figli Sandro Luis, Fabio Luis (la sua casa è stata perquisita), Marcos Claudio e Luis Claudio, oltre ad altri comunque vicini al Partito dei Lavoratori. Fra questi, il direttore dell’istituto Lula, Paulo Okamotto, la direttrice Clara Ant, che fu assistente speciale di Lula ai tempi della sua presidenza e José de Filippi jr, segretario del prefetto Fernando Haddad, membro del partito. Prove di tangenti a Lula. Carlos Fernando dos Santos Lima, il procuratore federale che dirige l’inchiesta, spiega che “grandi compagnie edilizie” pagavano forti cifre in nero pur di ottenere appalti. “Approssimativamente”, ha proseguito il magistrato, le aziende coinvolte “misero a disposizione 30 milioni di real (equivalenti in euro a oltre 7,4 milioni, ndr) tra donazioni e compensi per conferenze”. “Ci sono elementi di prova che l’ex presidente Lula abbia ricevuto denaro proveniente...
read moreTrivelle: Petroceltic e Shell dicono addio al petrolio del mar Jonio. Spaventati dal referendum?
[Di Roberta De Carolis su Greenbiz.it] Referendum trivelle: confermato il 17 aprile nonostante le proteste. Nel frattempo però Petroceltic e Shell rinunciano ai nostri mari, la prima al golfo di Taranto, l’altra al largo delle isole Tremiti, a causa delle instabilità politiche che ruotano attorno alla vicenda, come la decisione del Mise di rigettare tutte le istanze entro 12 miglia dalla costa e la possibilità che il referendum blocchi tutte le operazioni. Greenpeace aveva già dichiarato l’inutilità economica di una simile operazione, data la scarsità del quantitativo di petrolio presente nei nostri mari, accusando apertamente il Governo di non lavorare per il Paese ma per le lobby delle fonti fossili, e nei riguardi di Petroceltic era già stata l’interrogazione parlamentare di Giovanni Paglia, deputato di Sel-Sinistra italiana, che riteneva la società non economicamente in grado di portare avanti il progetto. Scarsi giacimenti + instabilità = rinuncia, dunque? Ecco cosa ne pensano autorità e associazioni: Federica Guidi, Ministro dello Sviluppo Economico: “Spero adesso che, grazie anche a questa scelta, venga messa una volta per tutte la parola fine ad alcune strumentalizzazioni sul tema delle attività di ricerca in mare che erano infondate già prima e che lo sono, a maggior ragione, dopo la decisione della Petroceltic”. Michele Emiliano, Presidente della Regione Puglia: “Prendiamo atto con soddisfazione che, dove non era arrivato il buon senso di alcuni, è invece arrivata la saggezza della società Petroceltic che ha deciso di rinunciare al permesso di ricerca a largo delle Isole Tremiti. Scopriamo oggi dal comunicato della Petroceltic che anche per loro l’operazione non era economicamente conveniente, come avevamo sostenuto in tanti all’epoca in cui il permesso di ricerca era stato rilasciato. Adesso andiamo avanti, più forti di prima, verso il referendum”. Edoardo Zanchini, Vicepresidente e responsabile energia di Legambiente: “Le trivellazioni nei mari italiani non hanno oggi il futuro che si immaginava il Governo Renzi due anni fa con lo Sblocca Italia. Perché gli italiani non vogliono le trivelle, come dimostra la protesta di tutti i territori. E poi per il basso prezzo di gas e petrolio, in un mercato quanto mai incerto? per le vicende geopolitiche, che toglie ogni certezza agli investimenti. Per queste ragioni non si comprende perché il Governo insista con la politica delle trivelle, tanto che il 17 aprile si svolgerà un referendum su questo tema che si sta cercando di boicottare in ogni modo. Renzi avrebbe la possibilità di risolvere il problema, cambiando la legge e fermando le trivelle, in modo da evitare così il referendum, facendo risparmiare 360 milioni di euro allo Stato. Le rinunce di Shell e Petroceltic sono due buone notizie, su cui hanno pesato i fattori che ho citato: le proteste che hanno creato problemi rispetto all’iter di approvazione e l’incertezza internazionale sui prezzi. Inoltre non essendo i giacimenti italiani particolarmente consistenti, il rischio di impresa era davvero molto alto a fronte di un probabile stop finale”. Nonostante le dichiarazioni del Ministero, dunque, il dubbio che l’operazione, probabilmente antieconomica anche per le stesse compagnie petrolifere, fosse guidata da altri interessi che prescindono da quelli del Paese, resta ed è concreto. Così come resta una data apparentemente illogica, il 17 aprile, per un referendum che, vista la delicatezza della problematica, avrebbe dovuto puntare ad un’ampia informazione in modo da assicurare la potenza democratica della consultazione....
read moreTrivelle fuorilegge
[Di redazione su Greenpeace.org] Sostanze chimiche inquinanti e pericolose, con un forte impatto sull’ambiente e sugli esseri viventi, si ritrovano abitualmente nei sedimenti e nelle cozze che vivono in prossimità di piattaforme offshore presenti in Adriatico, spesso in concentrazioni che eccedono i parametri di legge. Lo rivela il rapporto “Trivelle fuorilegge” pubblicato oggi da Greenpeace in cui, per la prima volta, vengono resi pubblici i dati ministeriali relativi all’inquinamento generato da oltre trenta trivelle operanti nei nostri mari. Secondo quanto rilevato da Greenpeace, laddove esistono dei limiti fissati dalla legge, le trivelle assai spesso non li rispettano. Ci sono contaminazioni preoccupanti da idrocarburi policiclici aromatici e metalli pesanti, molte di queste sostanze sono in grado di risalire la catena alimentare fino a raggiungere gli esseri umani. Nei pressi delle piattaforme monitorate si trovano abitualmente sostanze associate a numerose patologie gravi, tra cui il cancro. Una situazione che si ripete di anno in anno. Nonostante questo, non risulta che siano state ritirate licenze, revocate concessioni o che il Ministero abbia preso altre iniziative per tutelare i nostri mari. Alla scarsa trasparenza del Ministero e al quadro ambientale critico si aggiunge il fatto che i monitoraggi sono stati eseguiti da ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, un istituto di ricerca pubblico sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Ambiente) su committenza di ENI, proprietaria delle piattaforme oggetto di indagine. In pratica, l’organo istituzionale (ISPRA) chiamato a valutare i risultati del monitoraggio sul mare che circonda le piattaforme offshore – e di conseguenza verificare la non sussistenza di pericoli per l’ambiente e gli ecosistemi marini – opera su committenza della società che possiede le piattaforme oggetto d’indagine (ENI), cosicché il controllore è a libro paga del controllato. Scarica il report “Trivelle fuorilegge” Scarica la mappa delle piattaforme analizzate Pubblicato su Greenpeace.org il 3 marzo 2016...
read moreConferenza ENTITLE: Undisciplined Environments
CONFERENZA ENTITLE: AMBIENTI INDISCIPLINATI Conferenza internazionale del Network europeo di Ecologia Politica – ENTITLE Stoccolma, 20-23 Marzo 2016 Energia e conflitti sono al centro dei cambiamenti socio-ambientali, ma le conoscenze esistenti e le istituzioni di istruzione superiore sono mal equipaggiate per affrontarli. La maggior parte delle ricerche ambientali socialmente rilevanti si svolge all’interno di ambiti isolati e hanno un orientamento disciplinare. Le domande sono formulate in relazione alle tradizioni accademiche, non in termini di struttura dei problemi e dei conflitti a portata di mano, che trascendono la convenzionale divisione in dipartimenti. Al contrario, siccome viviamo in un ambiente “indisciplinati”, abbiamo bisogno di pensare in maniera non rigidamente strutturata. Per discutere le possibilità di una ecologia politica non rigidamente strutturata, la rete europea lancia la Conferenza Internazionale “Ambienti indisciplinati”, co-organizzato dal Centro di Studi Sociali dell’Università di Coimbra e il Laboratorio di lettere ambientali del KTH Reale Istituto di Tecnologia di Stoccolma. Sessioni plenarie La conferenza offrirà tre sessioni plenarie, centrate ciascuna su un dialogo tra due relatori provenienti da diversi ambienti geografici e disciplinari: Ecologia Politica post-coloniale: Il colonialismo aleggia ancora nelle interazioni sociali, culturali, economiche ed ecologiche, non solo come un processo strutturale, ma anche informando il nostro rapporto con noi stessi, con gli altri esseri viventi umani e non umani. Questa sessione aprirà il convegno con un dibattito su come l’ecologia politica possa interagire con discussioni riguardanti gli studi indigeni, post-coloniali e di genere, così come nel pensiero politico e sociale di emancipazione, contribuendo così alla decolonizzazione del sapere sociale e ambientale. Relatori principali: Kim Tallbear, Università del Texas ad Austin Ailton Krenak, capo Krenaki e intellettuale pubblico, Brasile Ecologie post-capitaliste: Andando oltre il concetto di umanità raffigurata come Uomo Bianco Universale, si aprirà un dibattito sull’Antropocene come materialità radicale contemporanea, che ci invita a immaginare le possibilità di emancipazione di una situazione apocalittica. Nonostante le molte critiche accademiche, le idee tradizionali di conservazione, sostenibilità e crescita verde continuano a dominare l’arena della politica ambientale. Se l’Antropocene è l’età del capitalismo, come possiamo immaginare uno scenario post-capitalista della liberazione ecologica? Come possiamo parlare di un radicale democrazia post-umanistica basata sulle trasformazioni egualitarie di relazioni socio-ecologiche? Relatori principali: Catherine Larrère, Université de Paris I-Panthéon-Sorbonne. Noel Castree, Università di Manchester Limitazioni Vs. Comunità: Dal Chiapas a Rojava e Gezi, dal giardinaggio urbano alla giustizia climatica globale, i beni comuni sono diventati l’oggetto di buona parte del discorso ecologico radicale e della pratica sociale odierna. Secondo molti studiosi, stiamo assistendo a una fase di “nuove recinzioni”, testimoniata dalla recrudescenza dell’accaparramento delle terre nelle zone rurali e sgomberi delle case in città, così come la mercificazione del clima e della vita stessa. Questa sessione invita a riflettere su come l’Ecologia Politica può contribuire ad aprire il dibattito sui ‘beni comuni’ oltre i confini disciplinari, e tra le varie scale spaziali e organizzative. Che cosa implicherebbe per l’Ecologia Politica abbracciare attivamente una rinnovata ecologia politica dei beni comuni? Relatori principali: Nancy Peluso, Università della California a Berkeley Ugo Mattei, International University College, Torino Commissione organizzatrice e scientifica Marco Armiero, Stefania Barca (chair), Laura Centemeri, Santiago Gorostiza, Lucie Greyl, Emanuele Leonardi, Susanna Lidstrom, Felipe Milanez, Irina Velicu, Christos Zografos, Amita Baviskar, Maria Kaika, Giorgos Kallis, Joan Martinez Alier, Stephanie Roth, Boaventura de Sousa Santos, Erik Swyngedouw. Leggi il programma Registrati alla conferenza Visita il sito della conferenza...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.