CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

L’Ecuador sta pagando il prezzo della crisi petrolifera

Posted by on 1:30 pm in Notizie | Commenti disabilitati su L’Ecuador sta pagando il prezzo della crisi petrolifera

L’Ecuador sta pagando il prezzo della crisi petrolifera

[Di Luca Cafagna su Dinamopress.it] Gli effetti del crollo del greggio in un paese a trazione petrolifera. Già annunciati tagli alla ricerca e all’insegnamento delle scienze sociali. Un paio di settimane fa, di fronte al crollo verticale (e continuo) del prezzo del greggio, Arabia Saudita, Venezuela, Russia e Qatar avevano annunciato una riduzione congiunta della produzione per ridurre l’offerta e far salire i prezzi. L’impatto dell’iniziativa è stato minimo e il prezzo al barile si aggira ancora attorno ai 32$. Se i prezzi non torneranno a salire molti paesi dell’America Latina, tra cui l’Ecuador, saranno costretti a rivedere nuovamente le loro previsioni di crescita e a mettere mano al welfare e agli investimenti pubblici. All’origine di quella che è stata definita “la peggior crisi petrolifera dagli anni ‘80” ci sono diversi fattori. Il rallentamento dell’economia cinese, che ha fatto scendere, e di molto, la domanda globale di petrolio. E l’operazione messa in campo dall’Arabia Saudita, che ha inondato il mercato di petrolio per mettere in difficoltà l’espansione dei produttori americani. Un mercato già saturo, che sta per venire inondato da un ulteriore milione di barili al giorno, non appena le sanzioni economiche imposte all’Iran verranno definitivamente revocate. A ricordare che il prezzo del petrolio continuerà ad essere estremamente volatile ci ha pensato un paio di settimane fa il responsabile della ricerca sulle commodity di Goldman Sachs Jeffrey Currie. Aggiungendo che c’è la possibilità che il prezzo del petrolio scenda ancora, fino a 20$ al barile. In Ecuador attualmente l’estrazione di un barile di petrolio costa più o meno 39 dollari e attorno all’oro nero gira ancora gran parte dell’economia del paese, nonostante il governo di Rafael Correa abbia investito miliardi nella trasformazione e diversificazione produttiva. Il più importante di questi progetti è la “città della conoscenza” di Yachay, una sorta di Silicon Valley ecuadoriana, dal costo previsto – sinora – di circa 1.040 milioni di dollari; cui si aggiungono gli 1,3 miliardi investiti nel settore idroelettrico, che nei prossimi anni garantiranno al paese una maggiore autonomia energetica. Ma la nuova crisi è arrivata troppo presto, costringendo il governo a rivedere i suoi piani. In un paese in cui oltre il 50% delle risorse statali è legato al petrolio, la variazione tra il prezzo previsto al barile di 79,7 dollari per il 2015 e i 35 dollari per il 2016 (dati di ottobre) può avere effetti devastanti. Nonostante il governo abbia dichiarato a più riprese di voler assicurare la continuità dei progetti sociali, nell’ultima settimana si sono cominciati a ventilare tagli alla formazione universitaria. Nell’occhio del ciclone sono finite la Universidad Andina Simón Bolívar (UASB) e la Facultad Latinoamericana de Ciencias Sociales (Flacso), punte d’eccellenza nelle scienze sociali. Il dibattito lo ha aperto lo stesso Correa, lamentando il costo elevato di “università che non sono per i poveri” dato che si occupano prevalentemente di master (a pagamento) e ricerca. E si è chiuso definitivamente il 2 marzo, quando il presidente ha annunciato un taglio di 32 milioni di euro per i due istituti. Comunque vada a finire è certo che l’Ecuador non potrà resistere a lungo se qualcosa non cambierà, mentre l’opposizione neoliberale sta approfittando della crisi per iniziare la campagna elettorale. Nel 2017 ci saranno le elezioni e Rafael Correa ha già dichiarato di non voler ripresentarsi, ma buona...

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UNDISCIPLINED ENVIRONMENTS – Conferenza Internazionale della Rete europea di Ecologia Politica

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UNDISCIPLINED ENVIRONMENTS –  Conferenza Internazionale della Rete europea di Ecologia Politica

UNDISCIPLINED ENVIRONMENTS – La Conferenza Internazionale della Rete europea di Ecologia Politica Circa 400 studiosi, attivisti e artisti si riuniranno a Stoccolma dal 20 al 24 marzo per discutere sulle  possibilità di una ecologia politica oltre i confini disciplinari. La rete europea di ecologia politica (ENTITLE) ha lanciato il programma preliminare per la Conferenza internazionale “Undisciplined Environmets”,  la prima grande conferenza internazionale che si terrà in Europa nel settore emergente dell’ecologia politica, che si terrà dal 20 al 24 Marzo 2016 allo Students Union House (Karen) del KTH Royal Istitute of  Tecnology di Stoccolma. Co-organizzata dal Centro di Studi Sociali dell’Università di Coimbra (Portogallo) e KTH Environmentl Humanities Laboratory, con il sostegno del KTH Sustainability Office. Attraverso 90 sessioni parallele (pannelli, tavole rotonde e sessioni sperimentali), e una serie di incursioni artistiche (film, foto e mostre d’arte visiva, poesia e spettacoli teatrali), la conferenza si baserà su una metodologia interdisciplinare di scambi peer-to-peer tra le varie forme di conoscenza, e su una significativa partecipazione di relatori indigeni. Ha come obiettivo l’ampliamento delle possibilità dell’ ecologia politica  di comprendere e invertire i fenomeni legati all’attuale crisi ecologica, promuovendo al contempo la giustizia ambientale e l’empowerment dei movimenti di base. Sessioni plenarie e Undisciplined Activism Workshop Le tre sessioni plenarie saranno caratterizzate da un dialogo tra due relatori provenienti da diversi ambienti geografici e disciplinari :  Decolonial Political Ecology: Prof. Kim Tallbear, University of Alberta e Ailton Krenak, intellettuale pubblico ( rappresentante delle comunità indigene del Brasile);  Postcapitalist Ecologies: Prof. Catherine Larrère, Université de Paris I-Panthéon-Sorbonne, e il Prof. Alf Hornborg, Università di Lund; Enclosures vs. Commoning: Prof. Nancy Peluso, Università della California a Berkeley, e il Prof. Ugo Mattei, International University College, Torino. La conferenza si concluderà con il “Undisciplined Activism Workshop”, un ulteriore spazio di riflessione su come praticare attivismo ambientale nelle istituzioni, nelle organizzazioni, nella ricerca e nell’arte, con il contributo del Prof. Amita Baviskar, dell’Istitute of Economic Growth di Delhi, e dell’attivista franco-svizzero Stop-TTIP e premio Goldman Stephanie Roth. Questo workshop è co-sponsorizzato da ‘Transformations to Sustainability’ (T2S) e Programme of the International Social Science Council (ISSC) , con il sostegno del Segretariato svedese per Scienze della Terra (SSEESS). La rete T2S ospiterà una sessione durante la conferenza. Interventi di rappresentati delle comunità Indigene durante la conferenza La conferenza sarà un luogo di scambi interculturali su ecologia indigena e resistenza. Oltre alla sessione plenaria “Decolonial Political Ecology”, studiosi indigeni e attivisti interverranno in diversi pannelli e nella tavola rotonda ” Decolonial Thoughts: What Can Be Changed “, con i relatori Kim TallBear, Ailton Krenak, May Britt Ohman,  Cabildo de León leader del popolo Kuna e  Tonico Benites studioso e leader del gruppo etnico Kaiowá Guarani . Quest’ultimo parlerà per conto dell’organizzazione Aty Guasu con un approfondimento sulla violenza perpetrata contro i Guaraní negli ultimi anni (classificato come “genocidio” da parte della Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani della Organizzazione degli Stati Americani). Durante l’ Undisciplined Activism Workshop sarà presente anche una forte partecipazione di studiosi, artisti e attivisti della comunità Sami indigena della Svezia settentrionale. Tale grande partecipazione di relatori indigeni è data dalle collaborazioni scientifiche in corso della rete ENTITLE con il progetto di ricerca “Sweden and the origins of global resource colonialism”, guidata dal Prof. Per Högselius (finanziato dal Consiglio svedese della ricerca), e il Dipartimento...

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A call for action and volunteering!

Posted by on 3:17 pm in News, Notizie | Commenti disabilitati su A call for action and volunteering!

A call for action and volunteering!

Conferenza Internazionale: Undisciplined Environments! KTH, Stoccolma 20-23 Marzo 2016 Hai a cuore le tematiche legate alla giustizia ambientale e sociale ? Hai voglia di partecipare ad un evento unico dove si confronteranno studiosi e attivisti provenienti da tutto il mondo per riflette su sostenibilità e conflittualità ambientale ? Puoi far parte della nostra squadra ! Leggi la call completa in...

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Posted by on 9:00 am in News | Commenti disabilitati su

[By Alejandro Colsa Perez, Bernadette Grafton, Paul Mohai, Rebecca Hardin, Katy Hintzen and Sara Orvis on Iopscience.iop.org] ABSTRACT – To complement a recent flush of research on transnational environmental justice movements, we sought a deeper organizational history of what we understand as the contemporary environmental justice movement in the United States. We thus conducted in-depth interviews with 31 prominent environmental justice activists, scholars, and community leaders across the US. Today’s environ-mental justice groups have transitioned from specific local efforts to broader national and global mandates, and more sophisticated political, technological, and activist strategies. One of the most significant transformations has been the number of groups adopting formal legal status, and emerging as registered environmental justice organizations (REJOs) within complex partnerships. This article focuses on the emergence of REJOs, and describes the respondents’ views about the implications of this for more local grassroots groups. It reveals a central irony animating work across groups in today’s movement: legal formalization of many environmental justice organizations has made the movement increasingly internally differentiated, dynamic, and networked, even as the passage of actual national laws on environmental justice has proven elusive.   Keywords: environmental justice movement, environmental justice organizations, environmental justice activism, nonprofit organizations, organizational change.   Read more, here.     Posted by Iopscience.iop.org on October 13,...

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Ilva, arsenico e centrale Enel di Brindisi: troppi morti e malati in Salento

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Ilva, arsenico e centrale Enel di Brindisi: troppi morti e malati in Salento

Ilva, arsenico e centrale Enel di Brindisi: troppi morti e malati in Salento

[Di Tiziana Colluto su Ilfattoquotidiano.it] Per la prima volta l’azienda sanitaria locale nel “Report ambiente e salute” mette per iscritto la necessità di decarbonizzare. Ben al di sopra delle medie italiane e meridionali è l’incidenza di neoplasie al polmone e alla vescica, potenzialmente correlabili più di altre ai fattori ambientali. Emiliano: “Ma Renzi non risponde alla nostra proposta di riconversione”. La sovraesposizione del Salento ai fumi industriali dell’Ilva di Taranto e della centrale Enel di Brindisi porta per la prima volta la Asl di Lecce a mettere per iscritto la necessità di non usare più carbone. È il cuore del primo “Report ambiente e salute” provinciale, fresco di stampa. Troppe le morti e troppi i malati di tumore: nella sola provincia leccese, si viaggia al ritmo di 4.129 nuovi casi all’anno, 2.084 decessi e una probabilità di contrarre il cancro pari al 26,5 per cento. Ben al di sopra delle medie italiane e meridionali è l’incidenza di neoplasie al polmone e alla vescica, potenzialmente correlabili più di altre ai fattori ambientali. Sono dati epidemiologici pesanti, certificati dal Registro tumori, numeri che costringono a chiedere un cambio di rotta. “Ma il premier Renzi da due mesi non risponde alla nostra proposta di convertire Ilva e Cerano a gas”, dice il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. Le prove dell’inquinamento – “Una eventuale decarbonizzazione non avrebbe effetti positivi solo sui cambiamenti climatici, ma anche sulla salute delle popolazioni con notevoli benefici economici che compenserebbero peraltro i maggiori costi di altre fonti energetiche alternative ma meno inquinanti”. Lo afferma Giovanni De Filippis, direttore del Dipartimento di Prevenzione della Asl salentina. E lo fa mostrando una modellistica che costituirebbe la prova madre del cortocircuito sul territorio: elaborata da Arpa Puglia e riferita al 2013, dimostra quanto sia elevata la concentrazione media annua Pm10 e Pm2.5, cancerogeni certi per l’uomo, prodotti principali della combustione del carbone e delle biomasse legnose. È come se per tutto l’anno, in ogni parte della provincia di Lecce, oltre che a Brindisi e a Taranto, si respirasse la stessa aria colma di smog di una grande città. Lì e solo lì. Non anche nel nord della Puglia né nelle aree non urbane del resto del Sud. Poi ci sono gli altri macro e microinquinanti che ricadono sul territorio: le simulazioni di Arpa, contenute nel rapporto di Valutazione del danno sanitario dell’area industriale di Brindisi, dimostrano come, complici i venti dominanti da nord, soprattutto diossine e metalli pesanti sfondino – e di molto – la linea leccese. Si tratta di sostanze emesse non solo da Enel, ma anche da Enipower, Versalis, Basell, Sanofi, Sfir e Agusta (vedi gallery). A destare maggiore preoccupazione è il dato dell’arsenico: nel 2010, Arpa stimava 72,2 kg/anno prodotti nella centrale Federico II, una “incongruenza”, secondo la Asl, se si confrontano le produzioni di altre centrali termoelettriche a carbone italiane. Quella di Fusina, in Veneto, ne produrrebbe in media 354 kg/anno; quella toscana di Piombino 121; quella di Fiumesanto 147, mentre l’impianto del Sulcis 240. Per questo l’azienda sanitaria locale ha chiesto ad Arpa di rafforzare i monitoraggi su questo metallo dalla centrale di Cerano e dall’Ilva di Taranto. Ammalarsi a norma di legge – I valori di quelle emissioni, pur essendo sotto la soglia di legge, sono comunque più elevati rispetto al tetto che l’Organizzazione...

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Trivelle, cosa cambia in Sicilia dopo le modifiche di Renzi

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Trivelle, cosa cambia in Sicilia dopo le modifiche di Renzi

[Di Andrea Turco su Meridionews.it] Il governo nazionale, dopo le modifiche alla legge di stabilità, ha rigettato 27 richieste di autorizzazioni per la ricerca e la coltivazione di idrocarburi entro le 12 miglia. Ma in Sicilia sono più le aree circoscritte che quelle cancellate. Molti pozzi rimangono: da Gela a Pozzallo, passando per Licata e Sciacca. In Sicilia, si sa, tutto è più complicato. Anche sul fronte delle trivellazioni a mare. Da un lato il governo nazionale, lo scorso 31 gennaio, ha rigettato 27 richieste di autorizzazioni per la ricerca e la coltivazione di idrocarburi entro le 12 miglia. Dall’altro in Sicilia, ma non solo, ha rimodulato le istanze solo parzialmente ricadenti entro il limite delle 12 miglia. Sull’ultimo bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle risorse si apprende così che nel Canale di Sicilia, nel tratto del mar Mediterraneo che si affaccia sull’Agrigentino, un permesso di ricerca datato 2009 e suddiviso al 50 per cento tra la società irlandese Petroceltic e l’inglese Northem Petroleum è stato interamente rigettato dal ministero dello Sviluppo Economico, in attuazione delle recenti norme contenute nella legge di Stabilità. A saltare allo stesso tempo è anche una richiesta congiunta ENI-Edison di concessione di coltivazione a largo di Pantelleria. Rimangono però due permessi di ricerca, con l’utilizzo di pozzi preliminari, di fronte la città di Sciacca, per una superficie complessiva di 394 chilometri (a fronte dei previsti 986). Anche a Gela resta un permesso di ricerca da parte di Eni che riguarda 121 chilometri di mare. In più si salva, anche se solo parzialmente, un altro permesso a firma della Transunion Petroleum che si estende dalla città di Rosario Crocetta fino a Pozzallo per oltre 70 chilometri. A Licata, invece, ci sarà spazio per il pozzo esplorativo Lince 1, che ricade oltre le 12 miglia per un’area complessiva di 41 chilometri invece dei precedenti 142. Per quanto riguarda il progetto dell’offshore ibleo, esso non è citato in nessuna delle 27 istanze rigettate in toto o solo in parte, e rimane in piedi per una serie di motivi. Sia perchè è economicamente blindato dal protocollo d’intesa del 6 novembre 2014 – che prevede la creazione di una nuova piattaforma, la Prezioso K che dovrebbe sorgere accanto alla sorella Prezioso che sta a metà tra Gela e Licata , sia perché i due giacimenti a metano, Argo e Cassiopea, sono uno appena dentro le 12 miglia e l’altro oltre. Per ENI il progetto dell’offshore ibleo «porterà ad una produzione cumulativa di gas naturale di oltre 10 miliardi di metri cubi in un periodo di circa 14 anni» e «rappresenta attualmente la più importante iniziativa industriale offshore in Italia». Le esplorazioni però non sono ancora partite perché sull’intero progetto pendono due spade di Damocle: il ricorso al Consiglio di Stato da parte delle associazioni ambientaliste Wwf, Legambiente e Greenpeace (dopo la bocciatura la scorsa estate da parte del Tar Lazio); e il referendum sulle trivellazioni che, se accettato, rimetterebbe in discussione la durata delle concessioni. Il bilancio per Legambiente Sicilia in ogni caso non è positivo. Come abbiamo visto, su sette istanze siciliane due sono quelle interamente ricadenti entro le 12 miglia marine e quindi rigettate, cinque sono parzialmente ricadenti entro le 12 miglia e rigettate solo per la parte interferente. «Non è vero che ci sono tutte queste...

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[By Leah Temper, Daniela del Bene and Joan Martinez-Alier for Universitat Autónoma de Barcelona, Spain] ABSTACT – This article highlights the need for collaborative research on ecological conflicts within a global perspective. As the social metabolism of our industrial economy increases, intensifying extractive activities and the production of waste, the related social and environmental impacts generate conflicts and resistance across the world. This expansion of global capitalism leads to greater disconnection between the diverse geographies of injustice along commodity chains. Yet, at the same time, through the globalization of governance processes and Environmental Justice (EJ) movements, local political ecologies are becoming increasingly transnational and interconnected. We first make the case for the need for new approaches to understanding such interlinked conflicts through collaborative and engaged research between academia and civil society. We then present a large-scale research project aimed at understanding the determinants of resource extraction and waste disposal conflicts globally through a collaborative mapping initiative: The EJAtlas, the Global Atlas of Environmental Justice. This article introduces the EJAtlas mapping process and its methodology, describes the process of co-design and development of the atlas, and assesses the initial outcomes and contribution of the tool for activism, advocacy and scientific knowledge. We explain how the atlas can enrich EJ studies by going beyond the isolated case study approach to offer a wider systematic evidence-based enquiry into the politics, power relations and socio-metabolic processes surrounding environmental justice struggles locally and globally. Key words: environmental justice, maps, ecological distribution conflicts, activist knowledge, political ecology.   Read more, here.     Look the EJAtlas World...

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Le 7 marche di cioccolato che sfruttano il lavoro minorile

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Le 7 marche di cioccolato che sfruttano il lavoro minorile

[Di redazione* su Aleteia.org] Nel settembre 2015 è stata presentata un’azione giudiziaria contro la Mars, la Nestlè e la Hershey sostenendo che stavano ingannando i consumatori che “senza volerlo” stavano finanziando il lavoro schiavo infantile del cioccolato in Africa Occidentale. Bambini tra gli 11 e i 16 anni (a volte anche più giovani) sono chiusi in piantagioni isolate in cui lavorano tra le 80 e le 100 ore a settimana. Il documentario Slavery: A Global Investigation ha intervistato dei bambini che sono stati liberati, che hanno raccontato che spesso ricevevano pugni e venivano picchiati con cinte e fruste. “Essere picchiato faceva parte della mia vita”, ha raccontato Aly Diabate, uno dei bambini liberati. “Quando ti mettevano addosso i sacchi [di chicchi di cacao] e cadevano mentre li trasportavi, nessuno ti aiutava. Anzi, ti picchiavano finché non ti rialzavi”. Nel 2001, la Food and Drug Administration voleva approvare una legislazione per l’applicazione del marchio “slave free” (senza lavoro schiavo) sulle confezioni, ma prima che il provvedimento venisse votato l’industria del cioccolato – includendo Nestlé, Hershey e Mars – ha usato il suo denaro per bloccarla, promettendo di porre fine al lavoro schiavo infantile nelle sue imprese entro il 2005. Questo limite temporale è stato ripetutamente rimandato, e attualmente la meta è il 2020. Nel frattempo, il numero di bambini che lavorano nell’industria del cacao è aumentato del 51% tra il 2009 e il 2014, in base a un resoconto del luglio 2015 della Tulane University. Come ha detto uno dei bambini liberati, “godete di qualcosa che è stato fatto con la mia sofferenza. Ho lavorato sodo per loro, senza alcun beneficio. State mangiando la mia carne”. Le 7 marche di cioccolato che utilizzano cacao proveniente dal lavoro schiavo infantile sono: Hershey Mars Nestlè ADM Cocoa Godiva Fowler’s Chocolate Kraft Per avere un’idea più chiara della questione, ecco il documentario O Lado Negro do Chocolate. La situazione è stata denunciata anche dal The Guardian, mentre il Daily Mail ha sottolineato che i bambini impiegati in questa industria utilizzano strumenti e macchinari pericolosi, portano i chicchi di cacao su lunghe distanze, lavorano per molte ore e sono esposti a pesticidi e ad altre sostanze chimiche pericolose senza indumenti protettivi. Gran parte del pericolo deriva dal fatto di utilizzare machete con grosse lame. Secondo l’Huffington Post, le violazioni dei diritti dei bambini sono alla base di oltre il 70% della produzione mondiale di cacao. In base a un rapporto investigativo della BBC, centinaia di migliaia di bambini vengono comprati o rapiti e poi portati in Costa d’Avorio, il più grande produttore mondiale di cacao, dove vengono schiavizzati nelle piantagioni. I genitori spesso pensano che i figli troveranno un lavoro onesto fuori dal loro Paese e potranno mandare un po’ di denaro a casa, ma nella maggior parte dei casi non è così. I bambini non vengono pagati, non ricevono educazione, sono malnutriti e spesso non rivedranno più le proprie famiglie. Insomma, prima di mangiare un pezzo di cioccolata sarebbe bene informarsi su com’è stato prodotto, e soprattutto sulle spalle di chi.   *Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti   Qui trovate la ripubblicazione integrale di una lettera di chiarimento inviata dal Gruppo Nestlé in Italia.     Pubblicato su Aleteia.org il 16 febbraio...

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A Napoli si beve l’acqua pubblica e la bolletta costa meno

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A Napoli si beve l’acqua pubblica e la bolletta costa meno

[Di Marina Forti su Internazionale.it] La mappa luminosa è tra le grandi attrazioni del Museo dell’acqua di Napoli. Mappa interattiva: il visitatore schiaccia il tasto corrispondente al quartiere Barra, per esempio, o Chiaia, Vomero, Posillipo, o più precisamente una certa via, e sul quadro si illumina tutta la strada percorsa, dalle fonti del Serino o dai pozzi della Campania occidentale attraverso i vari rami dell’acquedotto fino ai rubinetti di casa. Distribuire acqua potabile a una grande città è un affare complesso. Napoli è rifornita da quattro acquedotti costruiti in tempi diversi: quello del Serino è il più antico; altri si sono aggiunti nel dopoguerra, quando la popolazione è aumentata e la città ha cominciato a espandersi, da Posillipo a Fuorigrotta, ai quartieri oltre la ferrovia e le nuove zone industriali. Gli acquedotti riempiono delle “vasche di carico” sulle colline che circondano la città, da cui l’acqua va a otto serbatoi “di accumulo” interconnessi tra loro; da qui infine parte la ragnatela della rete di distribuzione.   Capoluogo controcorrente Napoli però è una città in salita, quindi i serbatoi devono stare più in alto della zona che servono: per questo l’infrastruttura comprende anche 12 impianti di “sollevamento”, cioè stazioni di pompaggio. Un sistema di telecontrollo vede in ogni momento portata e pressione nella rete. E un lavoro quotidiano di analisi esamina ciò che esce dai rubinetti. Un’infrastruttura pesante. Ma questo è vero più o meno in ogni grande città. Se Napoli è un caso unico in Italia è perché qui l’acqua è pubblica. La distribuzione idrica è gestita da una “azienda speciale” di proprietà del comune, ente pubblico a tutti gli effetti. Napoli cioè ha invertito il cammino compiuto in tutto il paese a partire dagli anni novanta, quando le vecchie aziende municipalizzate sono state trasformate in società per azioni, o imprese miste, o addirittura la distribuzione dell’acqua è stata data in concessione a privati (come in molti comuni della Sicilia). In effetti anche a Napoli, nel 2001, la vecchia municipalizzata (Aman) era diventata una società per azioni (Arin S.p.A.), società di diritto privato benché controllata dal comune. Poi però il capoluogo partenopeo è andato controcorrente e nel 2013 è nata Abc Napoli, che sta per “Acqua bene comune”, esplicito richiamo al referendum popolare del 2011. Nel giugno di quell’anno, infatti, quasi trenta milioni di elettori italiani avevano votato a favore del servizio pubblico, nella consultazione promossa dal Forum dei movimenti per l’acqua. Eppure, Napoli è l’unica grande città d’Italia dove la rete idrica è tornata di proprietà pubblica. Oggi “l’acqua del sindaco” è buona, la bolletta costa meno che in altre grandi città, e la società che la distribuisce è in attivo. Una storia positiva, un esempio che funziona? Sembra proprio di sì, anche se le tensioni non mancano. “La forma giuridica è una garanzia per i cittadini”, dice Maurizio Montalto, commissario straordinario di Abc Napoli, che incontro nel suo ufficio al sesto piano di via dell’Argine 929, oltre il centro direzionale. Una società per azioni “deve necessariamente fare profitti, è nelle sue finalità, altrimenti va messa in liquidazione. Un’azienda pubblica invece non deve fare profitti, la sua priorità è garantire il servizio pubblico: deve fornire acqua di qualità, investire gli utili nell’infrastruttura e migliorare il servizio”. Giovane, di professione avvocato, Montalto parla con grande passione di partecipazione democratica,...

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Gas e petrolio al centro dell’accordo italo-francese sui confini marittimi

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Gas e petrolio al centro dell’accordo italo-francese sui confini marittimi

[Di Piero Loi su Sardiniapost.it] Altro che pesca, c’è lo sfruttamento di gas e petrolio nel Mar di Sardegna al centro dell’accordo italo-francese sottoscritto a Caen dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e dall’omologo francese Laurent Fabius il 21 marzo 2015. Il testo del trattato (leggi il documento in italiano e in francese) non potrebbe essere più chiaro: “Se un giacimento di risorse naturali si estende su entrambi i lati della linea di delimitazione della piattaforma continentale e se le risorse situate su un lato di questa linea possono essere sfruttate da impianti situati sull’altro lato, le parti cercano di accordarsi sulle modalità di valorizzazione di tale giacimento nel modo più efficace possibile”. Impossibile, dunque, non collegare l’accordo di Caen (non ratificato dal parlamento italiano e pertanto non ancora in vigore) al permesso di ricerca per idrocarburi della società norvegese Tgs Nopec sui 20.000 chilometri quadrati compresi tra le Baleari e le coste nord-occidentali dell’Isola. Anche perché a poche miglia di distanza dal lato nord dell’area perimetrata dai norvegesi corre il confine delle piattaforme continentali dei due stati. Il gas prima di tutto, ma non se ne parla. Insomma, il gas prima di tutto, solo che nessuno lo dice. Ad eccezione del sottosegretario agli Esteri Benedetto della Vedova, che il 12 febbraio risponde così all’interrogazione della deputata Silvia Benedetti (M5S): “L’accordo di Caen – spiega Della Vedova – non disciplina solo i confini marittimi, ma modifica altresì le modalità di sfruttamento di eventuali giacimenti di risorse del fondo marino o del suo sottosuolo, situati a cavallo della linea di confine”. Ricerche anche a sud di Marsiglia, poi Parigi blocca tutto. In passato, la Francia ha pensato seriamente alla possibilità di sfruttare i giacimenti sottomarini del Mediterraneo occidentale. Fino al settembre del 2015 era attivo un permesso di ricerca per idrocarburi liquidi e gassosi a sud di Marsiglia, a poche miglia marine dalla linea di confine tra Italia e Francia. Il permesso di ricerca “Rhone-Maritime” è stato concesso dal governo francese alla Tgs Nopec – la stessa società che oggi ha chiesto al ministero dell’Ambiente il permesso di effettuare indagini sismiche nel Mar di Sardegna – nel 2002. Ed è curioso notare che, in quegli stessi anni, la società norvegese ha utilizzato le bombe ad aria compressa conosciute come airgun al largo delle coste sarde, proprio per individuare i giacimenti di idrocarburi. Anche nei pressi della linea di confine marittimo tra Italia e Francia. LEGGI ANCHE: Quando nel 2001 l’air gun bombardò (nel silenzio) il mar di Sardegna I permessi di ricerca nel mar francese sono poi passati alla Noble e alla Melrose Mediterranean Limited, succursale della scozzese Melrose Resource e, infine, all’irlandese Petroceltic in seguito all’acquisto della Melrose nel 2012. In quello stesso anno, gli irlandesi hanno richiesto la proroga del permesso di ricerca, ma il governo ha definitivamente rigettato l’istanza nel settembre 2015 dopo tre anni di silenzio. E l’area a sud di Marsiglia è scomparsa dalle mappe francesi che aggiornano le autorizzazioni rilasciate alle società dell’oil&gas. “Poco male”, avranno pensato gli irlandesi, visto che un documento rivela lo scarso interesse della società per il permesso di ricerca francese. In bilico tra passato e futuro. E la Petroceltic abbandona le Isole Tremiti. Quello della Petroceltic non è un nome nuovo in Italia: lo scorso dicembre, la società ha...

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