Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
[By Leah Temper, Daniela del Bene and Joan Martinez-Alier for Universitat Autónoma de Barcelona, Spain] ABSTACT – This article highlights the need for collaborative research on ecological conflicts within a global perspective. As the social metabolism of our industrial economy increases, intensifying extractive activities and the production of waste, the related social and environmental impacts generate conflicts and resistance across the world. This expansion of global capitalism leads to greater disconnection between the diverse geographies of injustice along commodity chains. Yet, at the same time, through the globalization of governance processes and Environmental Justice (EJ) movements, local political ecologies are becoming increasingly transnational and interconnected. We first make the case for the need for new approaches to understanding such interlinked conflicts through collaborative and engaged research between academia and civil society. We then present a large-scale research project aimed at understanding the determinants of resource extraction and waste disposal conflicts globally through a collaborative mapping initiative: The EJAtlas, the Global Atlas of Environmental Justice. This article introduces the EJAtlas mapping process and its methodology, describes the process of co-design and development of the atlas, and assesses the initial outcomes and contribution of the tool for activism, advocacy and scientific knowledge. We explain how the atlas can enrich EJ studies by going beyond the isolated case study approach to offer a wider systematic evidence-based enquiry into the politics, power relations and socio-metabolic processes surrounding environmental justice struggles locally and globally. Key words: environmental justice, maps, ecological distribution conflicts, activist knowledge, political ecology. Read more, here. Look the EJAtlas World...
read moreLe 7 marche di cioccolato che sfruttano il lavoro minorile
[Di redazione* su Aleteia.org] Nel settembre 2015 è stata presentata un’azione giudiziaria contro la Mars, la Nestlè e la Hershey sostenendo che stavano ingannando i consumatori che “senza volerlo” stavano finanziando il lavoro schiavo infantile del cioccolato in Africa Occidentale. Bambini tra gli 11 e i 16 anni (a volte anche più giovani) sono chiusi in piantagioni isolate in cui lavorano tra le 80 e le 100 ore a settimana. Il documentario Slavery: A Global Investigation ha intervistato dei bambini che sono stati liberati, che hanno raccontato che spesso ricevevano pugni e venivano picchiati con cinte e fruste. “Essere picchiato faceva parte della mia vita”, ha raccontato Aly Diabate, uno dei bambini liberati. “Quando ti mettevano addosso i sacchi [di chicchi di cacao] e cadevano mentre li trasportavi, nessuno ti aiutava. Anzi, ti picchiavano finché non ti rialzavi”. Nel 2001, la Food and Drug Administration voleva approvare una legislazione per l’applicazione del marchio “slave free” (senza lavoro schiavo) sulle confezioni, ma prima che il provvedimento venisse votato l’industria del cioccolato – includendo Nestlé, Hershey e Mars – ha usato il suo denaro per bloccarla, promettendo di porre fine al lavoro schiavo infantile nelle sue imprese entro il 2005. Questo limite temporale è stato ripetutamente rimandato, e attualmente la meta è il 2020. Nel frattempo, il numero di bambini che lavorano nell’industria del cacao è aumentato del 51% tra il 2009 e il 2014, in base a un resoconto del luglio 2015 della Tulane University. Come ha detto uno dei bambini liberati, “godete di qualcosa che è stato fatto con la mia sofferenza. Ho lavorato sodo per loro, senza alcun beneficio. State mangiando la mia carne”. Le 7 marche di cioccolato che utilizzano cacao proveniente dal lavoro schiavo infantile sono: Hershey Mars Nestlè ADM Cocoa Godiva Fowler’s Chocolate Kraft Per avere un’idea più chiara della questione, ecco il documentario O Lado Negro do Chocolate. La situazione è stata denunciata anche dal The Guardian, mentre il Daily Mail ha sottolineato che i bambini impiegati in questa industria utilizzano strumenti e macchinari pericolosi, portano i chicchi di cacao su lunghe distanze, lavorano per molte ore e sono esposti a pesticidi e ad altre sostanze chimiche pericolose senza indumenti protettivi. Gran parte del pericolo deriva dal fatto di utilizzare machete con grosse lame. Secondo l’Huffington Post, le violazioni dei diritti dei bambini sono alla base di oltre il 70% della produzione mondiale di cacao. In base a un rapporto investigativo della BBC, centinaia di migliaia di bambini vengono comprati o rapiti e poi portati in Costa d’Avorio, il più grande produttore mondiale di cacao, dove vengono schiavizzati nelle piantagioni. I genitori spesso pensano che i figli troveranno un lavoro onesto fuori dal loro Paese e potranno mandare un po’ di denaro a casa, ma nella maggior parte dei casi non è così. I bambini non vengono pagati, non ricevono educazione, sono malnutriti e spesso non rivedranno più le proprie famiglie. Insomma, prima di mangiare un pezzo di cioccolata sarebbe bene informarsi su com’è stato prodotto, e soprattutto sulle spalle di chi. *Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti Qui trovate la ripubblicazione integrale di una lettera di chiarimento inviata dal Gruppo Nestlé in Italia. Pubblicato su Aleteia.org il 16 febbraio...
read moreA Napoli si beve l’acqua pubblica e la bolletta costa meno
[Di Marina Forti su Internazionale.it] La mappa luminosa è tra le grandi attrazioni del Museo dell’acqua di Napoli. Mappa interattiva: il visitatore schiaccia il tasto corrispondente al quartiere Barra, per esempio, o Chiaia, Vomero, Posillipo, o più precisamente una certa via, e sul quadro si illumina tutta la strada percorsa, dalle fonti del Serino o dai pozzi della Campania occidentale attraverso i vari rami dell’acquedotto fino ai rubinetti di casa. Distribuire acqua potabile a una grande città è un affare complesso. Napoli è rifornita da quattro acquedotti costruiti in tempi diversi: quello del Serino è il più antico; altri si sono aggiunti nel dopoguerra, quando la popolazione è aumentata e la città ha cominciato a espandersi, da Posillipo a Fuorigrotta, ai quartieri oltre la ferrovia e le nuove zone industriali. Gli acquedotti riempiono delle “vasche di carico” sulle colline che circondano la città, da cui l’acqua va a otto serbatoi “di accumulo” interconnessi tra loro; da qui infine parte la ragnatela della rete di distribuzione. Capoluogo controcorrente Napoli però è una città in salita, quindi i serbatoi devono stare più in alto della zona che servono: per questo l’infrastruttura comprende anche 12 impianti di “sollevamento”, cioè stazioni di pompaggio. Un sistema di telecontrollo vede in ogni momento portata e pressione nella rete. E un lavoro quotidiano di analisi esamina ciò che esce dai rubinetti. Un’infrastruttura pesante. Ma questo è vero più o meno in ogni grande città. Se Napoli è un caso unico in Italia è perché qui l’acqua è pubblica. La distribuzione idrica è gestita da una “azienda speciale” di proprietà del comune, ente pubblico a tutti gli effetti. Napoli cioè ha invertito il cammino compiuto in tutto il paese a partire dagli anni novanta, quando le vecchie aziende municipalizzate sono state trasformate in società per azioni, o imprese miste, o addirittura la distribuzione dell’acqua è stata data in concessione a privati (come in molti comuni della Sicilia). In effetti anche a Napoli, nel 2001, la vecchia municipalizzata (Aman) era diventata una società per azioni (Arin S.p.A.), società di diritto privato benché controllata dal comune. Poi però il capoluogo partenopeo è andato controcorrente e nel 2013 è nata Abc Napoli, che sta per “Acqua bene comune”, esplicito richiamo al referendum popolare del 2011. Nel giugno di quell’anno, infatti, quasi trenta milioni di elettori italiani avevano votato a favore del servizio pubblico, nella consultazione promossa dal Forum dei movimenti per l’acqua. Eppure, Napoli è l’unica grande città d’Italia dove la rete idrica è tornata di proprietà pubblica. Oggi “l’acqua del sindaco” è buona, la bolletta costa meno che in altre grandi città, e la società che la distribuisce è in attivo. Una storia positiva, un esempio che funziona? Sembra proprio di sì, anche se le tensioni non mancano. “La forma giuridica è una garanzia per i cittadini”, dice Maurizio Montalto, commissario straordinario di Abc Napoli, che incontro nel suo ufficio al sesto piano di via dell’Argine 929, oltre il centro direzionale. Una società per azioni “deve necessariamente fare profitti, è nelle sue finalità, altrimenti va messa in liquidazione. Un’azienda pubblica invece non deve fare profitti, la sua priorità è garantire il servizio pubblico: deve fornire acqua di qualità, investire gli utili nell’infrastruttura e migliorare il servizio”. Giovane, di professione avvocato, Montalto parla con grande passione di partecipazione democratica,...
read moreGas e petrolio al centro dell’accordo italo-francese sui confini marittimi
[Di Piero Loi su Sardiniapost.it] Altro che pesca, c’è lo sfruttamento di gas e petrolio nel Mar di Sardegna al centro dell’accordo italo-francese sottoscritto a Caen dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e dall’omologo francese Laurent Fabius il 21 marzo 2015. Il testo del trattato (leggi il documento in italiano e in francese) non potrebbe essere più chiaro: “Se un giacimento di risorse naturali si estende su entrambi i lati della linea di delimitazione della piattaforma continentale e se le risorse situate su un lato di questa linea possono essere sfruttate da impianti situati sull’altro lato, le parti cercano di accordarsi sulle modalità di valorizzazione di tale giacimento nel modo più efficace possibile”. Impossibile, dunque, non collegare l’accordo di Caen (non ratificato dal parlamento italiano e pertanto non ancora in vigore) al permesso di ricerca per idrocarburi della società norvegese Tgs Nopec sui 20.000 chilometri quadrati compresi tra le Baleari e le coste nord-occidentali dell’Isola. Anche perché a poche miglia di distanza dal lato nord dell’area perimetrata dai norvegesi corre il confine delle piattaforme continentali dei due stati. Il gas prima di tutto, ma non se ne parla. Insomma, il gas prima di tutto, solo che nessuno lo dice. Ad eccezione del sottosegretario agli Esteri Benedetto della Vedova, che il 12 febbraio risponde così all’interrogazione della deputata Silvia Benedetti (M5S): “L’accordo di Caen – spiega Della Vedova – non disciplina solo i confini marittimi, ma modifica altresì le modalità di sfruttamento di eventuali giacimenti di risorse del fondo marino o del suo sottosuolo, situati a cavallo della linea di confine”. Ricerche anche a sud di Marsiglia, poi Parigi blocca tutto. In passato, la Francia ha pensato seriamente alla possibilità di sfruttare i giacimenti sottomarini del Mediterraneo occidentale. Fino al settembre del 2015 era attivo un permesso di ricerca per idrocarburi liquidi e gassosi a sud di Marsiglia, a poche miglia marine dalla linea di confine tra Italia e Francia. Il permesso di ricerca “Rhone-Maritime” è stato concesso dal governo francese alla Tgs Nopec – la stessa società che oggi ha chiesto al ministero dell’Ambiente il permesso di effettuare indagini sismiche nel Mar di Sardegna – nel 2002. Ed è curioso notare che, in quegli stessi anni, la società norvegese ha utilizzato le bombe ad aria compressa conosciute come airgun al largo delle coste sarde, proprio per individuare i giacimenti di idrocarburi. Anche nei pressi della linea di confine marittimo tra Italia e Francia. LEGGI ANCHE: Quando nel 2001 l’air gun bombardò (nel silenzio) il mar di Sardegna I permessi di ricerca nel mar francese sono poi passati alla Noble e alla Melrose Mediterranean Limited, succursale della scozzese Melrose Resource e, infine, all’irlandese Petroceltic in seguito all’acquisto della Melrose nel 2012. In quello stesso anno, gli irlandesi hanno richiesto la proroga del permesso di ricerca, ma il governo ha definitivamente rigettato l’istanza nel settembre 2015 dopo tre anni di silenzio. E l’area a sud di Marsiglia è scomparsa dalle mappe francesi che aggiornano le autorizzazioni rilasciate alle società dell’oil&gas. “Poco male”, avranno pensato gli irlandesi, visto che un documento rivela lo scarso interesse della società per il permesso di ricerca francese. In bilico tra passato e futuro. E la Petroceltic abbandona le Isole Tremiti. Quello della Petroceltic non è un nome nuovo in Italia: lo scorso dicembre, la società ha...
read moreNigeria, ERA/FoEN: liberata Justinah Ojo, rapita pochi giorni fa!
L’associazione A Sud e il CDCA – Centro di Documentazione dei Conflitti Ambientali sono liete di poter dare la notizia dell’avvenuta liberazione di Justinah Ojo, in buone condizioni, in data 27 febbario 2016. Nel dare questa splendida notizia ringraziamo tutti i comitati, le associazioni e i cittadini, che abbiano sostenuto la campagna di solidarietà di ERA/FoEN. Vi rivolgiamo i nostri più sentiti e calorosi ringraziamenti! Grazie di cuore!! A Sud Onlus e CDCA – Centro di Documentazione dei Conflitti Ambientali L’associazione A Sud Onlus e il CDCA – Centro di Documentazione dei Conflitti Ambientali denunciano il rapimento di Justinah Ojo, moglie dell’attivista e ricercatore nigeriano Godwin Uyi Ojo, direttore dell’organizzazione nigeriana ERA/FoEN, partner internazionale di A Sud e del CDCA. ERA/FoEN (Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria) è un’associazione da anni impegnata nella difesa delle comunità colpite da ingiustizie ambientali in Nigeria, in particolare nel zona del delta del Niger, emblema della distruzione prodotta dal modello estrattivo occidentale e dalle grandi multinazionali del petrolio, e non solo. Chiediamo a tutti cittadini, le associazioni e le istituzioni nel mobilitarsi per esprimere solidarietà e chiedere alle istituzioni nigeriane di attuare tutte le misure a loro disposizione per localizzare e liberare Justinah Ojo. Esprimiamo, inoltre, tutta la nostra solidarietà e la nostra vicinanza a Godwin Ojo, collega e compagno di lotta e all’organizzazione ERA/FoEN, duramente colpiti da questo atto insensato e codardo, teso a destabilizzare le lotte che da anni vengono portate avanti per la difesa dell’ecosistema e dei diritti umani. Inoltriamo il comunicato stampa scritto a seguito del rapimento: COMUNICATO STAMPA 23 Febbraio 2016 Sollecito da parte di ERA/FoEN ai rapitori per il rilascio di Justina Ojo L’associazione Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria (ERA/FoEN) ha esortato i rapitori al rilascio di Justinah Ojo illesa e senza condizioni. Justinah Ojo è la moglie del Dott. Godwin Uyi Ojo attuale Direttore Esecutivo di ERA/FoEN. ERA/FoEN sollecita, inoltre, la Polizia nigeriana a utilizzare tutti i mezzi in loro possesso per assicurare la localizzazione e il rilascio alla famiglia in buona salute. Justinah è stata portata via da uomini armati sconosciuti verso le ore 20 del 22 Febbraio 2016 fuori dalla sua residenza a Benin City e i rapitori non hanno ancora contattato la famiglia al momento di questo comunicato. In un comunicato rilasciato a Lagos, il Direttore di ERA/FoEN Akinbode Oluwafemi ha dichiarato che l’incidente è altamente deprecabile in considerazione della vita modesta condotta dalla famiglia e dell’importantissimo servizio svolto dagli Ojo per la comunità. Oluwafemi ha dichiarato “riteniamo che questa non debba essere la sorte di una donna che con umiltà ha resistito saldamente al fianco del proprio marito nelle sue campagne per la giustizia sociale. È veramente deplorevole ciò che è accaduto agli Ojo in considerazione dei sacrifici compiuti per assicurare la giustizia sociale in particolare per le comunità del Delta del Niger e le altre comunità impattate della regione. Non meritano questa agonia.” Inoltre, ha precisato che nonostante la Polizia nigeriana sia riuscita a sgominare alti profili criminali nella società, i rapimenti sono rimasti in aumento da qui la necessità per la polizia di aumentare gli sforzi in questo settore. “Esortiamo i rapitori a un totale ripensamento e al rilascio di Justinah illesa. Chiediamo inoltre che le ONG internazionali facciano pressione sulla Polizia nigeriana per la localizzazione...
read more5° Ed. Premio Donne Pace e Ambiente Wangari Maathai
PREMIO DONNE PACE E AMBIENTE WANGARI MAATHAI 5° Edizione “La pace nel mondo dipende dalla difesa dell’ambiente” W. Maathai IL PREMIO L’Associazione A Sud (in collaborazione con la Casa Internazionale delle donne e con il patrocinio della Camera dei Deputati, della Regione Lazio, della rete Entitle e del CES – Centro di Studi Sociali dell’Univ. di Coimbra) presenta la V edizione del Premio Donne Pace e Ambiente dedicato a WANGARI MAATHAI. 5 attiviste italiane, in rappresentanza di altrettante realtà impegnate sul territorio nazionale in difesa dell’ambiente e dei diritti ritireranno i premi ACQUA, FUOCO, TERRA, ARIA. Sarà inoltre consegnato il PREMIO SPECIALE “CARLA RAVAIOLI” per il giornalismo ambientale. DATA E LUOGO 08 MARZO 2016 h.17.30 c/o Casa Internazionale delle Donne/ Via della Lungara 19 Roma SARANNO PRESENTI OLTRE ALLE PREMIATE Cecilia D’Elia – Consulente Presidenza della Regione Lazio per i Diritti e le Pari Opportunità Stefania Barca – CES, Universitá di Coimbra e Pufendorf Institute for Advanced Studies, Universitá di Lund Stephanie Roth – Attivista ambientale e campainer di fama internazionale Francesca Koch – Casa Internazionale delle Donne INTRODUCE Laura Greco – Associazione A Sud MODERA Marica Di Pierri – Associazione A Sud LA 5° EDIZIONE DEL PREMIO Scheda premiate 2016 La quinta edizione del Premio DONNE,PACE E AMBIENTE WANGARI MAATHAI premierà anche quest’anno diverse attiviste in rappresentanza di realtà impegnate sul territorio nazionale in difesa dell’ambiente, della salute e dei diritti. I casi scelti per questa 5° edizione sono legati alla costante battaglia delle donne italiane per il diritto alla salute con particolare attenzione alla salute riproduttiva, materna e infantile. Un premio speciale intitolato a Carla Ravaioli sarà inoltre consegnato ad una giornalista che si è distinta nel campo del giornalismo ambientale. Il premio ha l’obiettivo di testimoniare e dare visibilità all’impegno civile delle donne nelle lotte territoriali attorno a diritti, pace, ambiente. I PREMI Oltre alla consegna della pergamena, alle premiate sarà consegnata un’opera d’arte, un pezzo unico realizzato appositamente per il premio, opera dell’ingegno della ceramista e scultrice Lavinia Palma, che ha offerto al premio le sue creazioni. Le sue opere prendono spunto da diverse ispirazioni. Una di esse è la Grande Madre, Dea generatrice di vita, dove nel femmineo si riflette e si riconosce la natura. Nascono così volti di donna, rivisitati in chiave del tutto personale unendo origine scultorea e oggetti d’uso, per coniugare il simbolo alla forza dell’azione. La lavorazione è interamente a mano o al tornio elettrico. Lab. Lunarte / Via dei Volsci n.103 c, Roma Biografia artistica di Lavinia Palma / Brochure informativa Sito web: www.lunarte.it L’associazione A Sud ringrazia Lavinia Palma per la sua infinita disponibilità e l’attivo e prezioso sostegno dato all’iniziativa. VAI ALLE EDIZIONI PRECEDENTI MATERIALI Locandina Banner Storia del premio Scheda premiate 2016 Comunicato Stampa in pdf...
read more[:en][By David Hill on Theguardian.com] Former deputy editor of National Geographic Brazil says a “humanitarian catastrophe” is taking place in Brazil’s Amazon. One of the perpetrators of arguably Brazil’s most internationally high-profile murders in recent years is currently walking around free. In 2013, amid much media coverage, Lindonjonson Silva Rocha was sentenced to 42 years prison for killing two nut collectors-turned-environmental activists in southern Pará, but then in November last year he escaped. One man who knew both victims, “Zé Cláudio” Ribeiro da Silva and his wife Maria do Espírito Santo, is Felipe Milanez, a political ecologist at the Federal University of Recôncavo of Bahia, activist, film-maker, former deputy editor of National Geographic Brazil, and the editor of the recently-published book, Memórias Sertanistas: Cem Anos de Indigenismo no Brasil. Here I interview Milanez, via email, about Zé Cláudio and the Brazilian Amazon: DH: What’s the latest on Lindonjonson? How did he get out and do Zé Cláudio and Maria’s relatives have anything to fear? FM: He escaped through the prison’s front door in an organized plan with the collaboration of prison officials. Members of social movements accused the prison director of receiving a bribe, and he was fired. Lindonjonson’s brother, the rancher José Rodrigues, who is widely believed to have ordered the killings, is also free. He was found not guilty in 2013 – a trial that was then “annulled”, the year after, by the state court which ordered a re-trial and issued a warrant for his arrest. The relatives of the murdered couple are afraid they’ll be the next victims. Some people in the Praialta Piranheira reserve – which Zé Cláudio and Maria were protecting from illegal loggers, charcoal producers and cattle ranchers – have seen both brothers walking around free. But the police don’t arrest them, something which seems to confirm what the victims’ families have been arguing: that there were more people involved in the killings, mainly big ranchers and loggers. DH: Tell me about your personal involvement with Zé Cláudio and Maria. You wrote an article in Vice which a congressman read out in Congress, I understand. FM: I met Zé Cláudio and Maria in October 2010 while I was investigating the violence chain of pig iron production, based on illegal charcoal and timber. They were a very charismatic couple, locally admired, part of an intense and highly politicized social movement in southern Pará. I tried to draw attention to their struggle, writing short pieces for the media and inviting them to give a TEDx Talk. We became friends. When I interviewed them, they shared their thoughts and ideas with me, fearing they could be killed and wanting their message to reach more people. One interview was read out in Congress when their deaths were announced, and the congressman who did so was booed by the rancher lobby. I’ve been working in conflict areas for the past decade, so they weren’t the only ones receiving death threats whom I’ve met, or have been killed, but the way it happened was extremely brutal and cruel. It shocked the region, the country, and drew international attention. DH: I see that a local communist party leader in Pará, Luis Antônio Bonfim, was just killed on 12 February. How common is this kind of violence in Brazil? FM: In...
read moreEcuador: petrolieri cinesi a trivellare nella foresta amazzonica e nella casa degli indigeni
[Di redazione su Dorsogna.blogspot.it] Quanto vale la foresta amazzonica dell’Ecuador con tutta la sua natura, biodiversita’, e civita’ indigena? Non e’ una domanda retorica, perché un altro pezzo di foresta amazzonica se ne va. L’Ecuador ha infatti deciso di vendere 200mila ettari di foresta nel sud del paese ad un consorzio di petrolieri cinesi, assetati di energia. Il costo? Ottanta milioni di dollari. Era uno degli ultimi angoli di Amazzonia dell’Ecuador ancora non esplorata dai petrolieri. Non è servito a quasi niente che la popolazione indigena dell’Ecuador, organizzazioni ambientaliste da mezzo mondo, e personalità varie abbiano espresso la loro contrarietà. Il governo ha firmato la cessione mineraria a due ditte cinesi raggruppate sotto il nome Andes Petroleum Ecuador. Sono la China National Petroleum e la China Petroleum and Chemical Corporation, di proprietà statale di Pechino. Il nord dell’Ecuador vive ancora l’eredità della Texaco, adesso di proprietà della Chevron. Contro la Texaco/Chevron c’è una causa per inquinamento che va avanti da più di venti anni. I petrolieri americani sono accusati di avere reso l’acqua imbevibile, di avere creato discariche illegali, di non aver fatto manutenzione alle loro infrastrutture e di non avere ripulito tutto il disastro che avevano creato in trent’anni di attività. Sono anche accusati di avere portato a malattie e morti premature. Ma i petrolieri sono potenti, e di questa causa infinita ancora non se ne viene a capo. Nel corso degli anni alla Texaco/Ecuador si sono aggiunte decine di altre ditte petrolifere, tutte lasciando dietro di se una lunga scia di danni agli indigeni, alla natura, all’acqua. Per dirne una, proprio in questi giorni nel vicino Peru’ da un oleodotto sono finiti nei fiumi e nelle piantagioni di cacao crica 500 mila litri di petrolio. L’arrivo dei cinesi della Andes Petroleum è più recente: operano anche loro nel nord del paese e quindi, visto l’ecocidio da quelle parti già dovuto a Texaco/Chevron e non certo migliorata dalla Andes Petroelum, gli indigeni del sud hanno cercato di fare tutto il possibile per fermarli. Le due nuove concessioni si trovano nei terreni del gruppo indigeno Sápara, trecento anime. L’UNESCO ha dichiarato la loro lingua “Oral and Intangible Cultural Heritage of Humanity” nel 2001, per la sua particolarità. Quella dei Sapara è da sempre una comunità che ha sofferto per colpa dello stranierio: prima decimati dall’arrivo dell’uomo bianco e delle sue malattie, poi dalla devastazione del loro habitat quando si abbattevano alberi per farci la gomma. Nel loro passato c’è schiavitù e maltrattamento, specie di donne. Secondo Amazon Watch, le trivelle qui porterebbero al genocidio culturale: i Sapara non resisterebbero, e questo va anche contro la costituzione dell’Ecuador, dove è scritto nero su bianco che la cultura indigena va rispettata e protetta. Oltre i Sápara, le tribu Kichwa e Shiwiar hanno più volte manifestato la propria contrarietà alle trivelle nei loro terreni. Il loro leader si chiama Ushigua, una donna Sapara, che è spesso stata presa di mira dalle autorità solo per avere protestato e chiesto che i propri diritti venissero rispettati. Sa di essere li a combattere da sola una battaglia più grande di lei. Le concessioni vendute dal governo dell’Ecuador sono accanto allo Yasuní National Park, altri 6 mila chilometri quadrati di giungla con altre comunità mai contattate dal mondo esterno, i Tagaeri e i Taromenane comunità nomadi...
read moreQuando le migrazioni dipendono dal clima
[Di Matteo Massicci su Almanacco.cnr.it] L’aumento dell’intensità e della frequenza degli eventi climatici estremi e delle problematiche a essi connesse è uno degli aspetti più evidenti del Global Warming. Sfuggono però spesso all’attenzione delle cronache e del pubblico le conseguenze indirette, quali il fenomeno delle migrazioni ambientali, ossia lo spostamento da territori divenuti improduttivi e inospitali a causa del perdurare di condizioni avverse, che compromettono attività quali l’agricoltura, fondamentali per la sopravvivenza di una comunità. Il termine ‘rifugiato ambientale’ viene introdotto per la prima volta negli anni ’70, ma acquisisce il significato odierno nel 1985, in seguito a uno studio commissionato dalla United Nation Development Programme (Unep) sugli spostamenti delle popolazioni prodotti dai disastri di Bophal in India e di Chernobyl in Unione Sovietica. La definizione del termine presente nello studio dell’Unep include tra i possibili motivi dell’abbandono delle aree, temporaneo o definitivo, eventi climatici estremi capaci di mettere in pericolo l’esistenza o di influire sulla qualità della vita di questi ultimi. “Pur essendo oramai riconosciuto il ruolo che gli eventi climatici estremi rivestono nel determinare movimenti di popolazione all’interno e tra i paesi, lo status di profugo ambientale è di difficile attribuzione”, spiega Eugenia Ferragina dell’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo (Issm) del Cnr, curatrice dell’XI ‘Rapporto sulle economie del Mediterraneo’ e autrice, con Desiree Quagliarotti, del capitolo sui rischi e le vulnerabilità ambientali. “Ciò è dovuto al fatto che il deterioramento del quadro climatico non è l’unico fattore a incidere sulle migrazioni, quindi è molto difficile fare una distinzione tra le popolazioni che si spostano perché colpite da un evento climatico estremo e quelle in fuga da una situazione di crisi economica, politica e sociale che le condizioni climatiche hanno contribuito ad aggravare”. Gli esperti sono comunque concordi nel ritenere che il fenomeno assumerà rilevanza su scala mondiale. “L’Unep parla di 50 milioni di profughi ambientali nella sola Africa entro il 2060”, ricorda la ricercatrice. “L’International Panel of Climate Change (Ipcc) prevede invece 150 milioni di profughi ambientali entro il 2050. Anche il Mediterraneo, attualmente interessato in maniera marginale e soprattutto come area di passaggio, potrebbe ritrovarsi negli anni a venire a fronteggiare ondate di spostamenti di massa interni e internazionali dovuti agli effetti del cambiamento climatico. Nei paesi co-rivieraschi del bacino esistono aree minacciate dall’innalzamento del livello del mare, quali il delta del Nilo, Istanbul, Alessandria e Venezia, mentre tutta l’area del Nord Africa e del Medio Oriente, a causa della prevista diminuzione delle precipitazione, subirà una drastica riduzione delle già limitate risorse idriche”. Un attento esame delle vicende che hanno interessato la Siria negli ultimi anni fa emergere come anche i processi di deterioramento del quadro climatico e ambientale abbiano concorso a generare le condizioni per lo scoppio del conflitto e per l’avvio delle successiva stagione di migrazioni. “Nel 2007, il paese è stato colpito da una forte siccità che ha interessato soprattutto l’area nord orientale, una delle zone agricole più produttive grazie alle infrastrutture idrauliche realizzate per aumentare le aree irrigue”, conclude Ferragina. “L’assenza di precipitazioni, congiuntamente a un’inefficiente gestione delle risorse idriche, ha determinato il crollo della produzione interna dei cereali, costringendo la Siria a importare le derrate alimentari di base con costi maggiori rispetto al passato, il che ha provocato un aumento del prezzo del pane”. Pubblicato su Almanacco.cnr.it a...
read moreLavoro e cambiamento climatico: verso una coscienza di classe ecologica
[Di Stefania Barca* su Effimera.org] Per combattere il cambiamento climatico “abbiamo bisogno di tutti”, ha affermato la Climate March di New York City (settembre 2014). Forse, però, più di tutti abbiamo bisogno dei/delle lavoratori/trici, e delle loro organizzazioni; il movimento operaio deve essere parte del movimento per la giustizia climatica. Questo perché il lavoro è l’interfaccia fondamentale tra la società e la natura. Tutti i tipi di lavoro: produttivo, riproduttivo, di servizio, di cura, intellettuale e immateriale; tutti presiedono e regolano il metabolismo sociale, lo scambio di materia ed energia che sostiene la vita umana e la riproduzione sociale. Il lavoro non governa questo processo, tuttavia in quanto il capitale è responsabile di ciò che gli eco-marxisti chiamano la seconda contraddizione del capitalismo: il rapporto tra capitale e natura. Di conseguenza, i/le lavoratori/trici sono spesso costretti/e a subire ogni sorta di attività insostenibili, malsane ed ecologicamente distruttive, al fine di ottenere un salario che permetta loro di sopravvivere nell’economia di mercato. Questa seconda contraddizione ha luogo nei corpi dei/le lavoratori/trici, e nei loro ambienti di vita e di lavoro (Barca 2012). Ma altri due fattori importanti restano da considerare. Come l’economia politica femminista ci ha ricordato, non tutto il lavoro è controllato dal capitale e dal mercato. In realtà, questo potrebbe essere solo la punta di un iceberg, composto in gran parte di lavoro (non alienato?) effettuato al di fuori del sistema del lavoro salariato capitalista, tra cui: servizi sociali, lavoro domestico e comunitario, cooperative, istituti di beneficenza, attraverso baratto o moneta alternativa, e nell’agricoltura di sussistenza o familiare (Gibson – Graham 2006) . Questo è un punto di partenza promettente per una rivoluzione ecologica, cioè una rivoluzione nel modo in cui produzione, riproduzione e coscienza interagiscono tra loro (Merchant 1987), come teorizzato da molte studiose e attiviste eco-femministe e dall’agroecologia, che considerano la sovranità alimentare come punto zero della rivoluzione (Federici 2012). Pertanto, se l’ecologia può diventare una piattaforma per una nuova agenda (internazionale) del lavoro, e se il lavoro può diventare un soggetto di primo piano nella mobilitazione climatica, allora tornare all’analisi sull’accumulazione originaria potrebbe essere un buon punto di partenza. L’accumulazione originaria ha storicamente portato alla separazione dei/le lavoratori/trici dalla terra e allo sfruttamento eccessivo di entrambi. Un nuovo tipo di società potrebbe essere costruito su forme di lavoro non alienato che sostiene e valorizza la vita in tutte le sue forme, iniziando così a rivendicare nuove possibilità e nuove identità per i/le lavoratori/trici, con l’obiettivo di sovvertire la cosiddetta seconda contraddizione del capitalismo. L’obiettivo è quello di porre fine alle produzioni insostenibili ed ecologicamente distruttive e abbracciare nuove forme di metabolismo sociale. È qui che entra nel dibattito un secondo punto, per quanto inquietante possa risultare, il fatto cioè l’esperimento socialista in Europa orientale, in Cina e altri contesti, ha lasciato una eredità di distruzione e ingiustizia ambientale. Le ragioni di questo fallimento stanno nel fatto che il ‘socialismo reale’ è stato per lo più sinonimo di industrializzazione forzata, colonizzazione interna ed esterna, programmi ambientali altamente modernisti e tecnologie che hanno fatto concorrenza a quelle impiegate nei regimi capitalisti in fatto di ‘distruzione creatrice’. Pertanto non è sufficiente rimpiazzare il capitalismo e ridurre le disuguaglianze sociali, perché è necessario anche abolire modelli economici maschilisti, produttivismo, estrattivismo, crescita del PIL, guerra, razzismo, imperialismo, colonialismo e tutto...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.