Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Nigeria, ERA/FoEN: liberata Justinah Ojo, rapita pochi giorni fa!
L’associazione A Sud e il CDCA – Centro di Documentazione dei Conflitti Ambientali sono liete di poter dare la notizia dell’avvenuta liberazione di Justinah Ojo, in buone condizioni, in data 27 febbario 2016. Nel dare questa splendida notizia ringraziamo tutti i comitati, le associazioni e i cittadini, che abbiano sostenuto la campagna di solidarietà di ERA/FoEN. Vi rivolgiamo i nostri più sentiti e calorosi ringraziamenti! Grazie di cuore!! A Sud Onlus e CDCA – Centro di Documentazione dei Conflitti Ambientali L’associazione A Sud Onlus e il CDCA – Centro di Documentazione dei Conflitti Ambientali denunciano il rapimento di Justinah Ojo, moglie dell’attivista e ricercatore nigeriano Godwin Uyi Ojo, direttore dell’organizzazione nigeriana ERA/FoEN, partner internazionale di A Sud e del CDCA. ERA/FoEN (Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria) è un’associazione da anni impegnata nella difesa delle comunità colpite da ingiustizie ambientali in Nigeria, in particolare nel zona del delta del Niger, emblema della distruzione prodotta dal modello estrattivo occidentale e dalle grandi multinazionali del petrolio, e non solo. Chiediamo a tutti cittadini, le associazioni e le istituzioni nel mobilitarsi per esprimere solidarietà e chiedere alle istituzioni nigeriane di attuare tutte le misure a loro disposizione per localizzare e liberare Justinah Ojo. Esprimiamo, inoltre, tutta la nostra solidarietà e la nostra vicinanza a Godwin Ojo, collega e compagno di lotta e all’organizzazione ERA/FoEN, duramente colpiti da questo atto insensato e codardo, teso a destabilizzare le lotte che da anni vengono portate avanti per la difesa dell’ecosistema e dei diritti umani. Inoltriamo il comunicato stampa scritto a seguito del rapimento: COMUNICATO STAMPA 23 Febbraio 2016 Sollecito da parte di ERA/FoEN ai rapitori per il rilascio di Justina Ojo L’associazione Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria (ERA/FoEN) ha esortato i rapitori al rilascio di Justinah Ojo illesa e senza condizioni. Justinah Ojo è la moglie del Dott. Godwin Uyi Ojo attuale Direttore Esecutivo di ERA/FoEN. ERA/FoEN sollecita, inoltre, la Polizia nigeriana a utilizzare tutti i mezzi in loro possesso per assicurare la localizzazione e il rilascio alla famiglia in buona salute. Justinah è stata portata via da uomini armati sconosciuti verso le ore 20 del 22 Febbraio 2016 fuori dalla sua residenza a Benin City e i rapitori non hanno ancora contattato la famiglia al momento di questo comunicato. In un comunicato rilasciato a Lagos, il Direttore di ERA/FoEN Akinbode Oluwafemi ha dichiarato che l’incidente è altamente deprecabile in considerazione della vita modesta condotta dalla famiglia e dell’importantissimo servizio svolto dagli Ojo per la comunità. Oluwafemi ha dichiarato “riteniamo che questa non debba essere la sorte di una donna che con umiltà ha resistito saldamente al fianco del proprio marito nelle sue campagne per la giustizia sociale. È veramente deplorevole ciò che è accaduto agli Ojo in considerazione dei sacrifici compiuti per assicurare la giustizia sociale in particolare per le comunità del Delta del Niger e le altre comunità impattate della regione. Non meritano questa agonia.” Inoltre, ha precisato che nonostante la Polizia nigeriana sia riuscita a sgominare alti profili criminali nella società, i rapimenti sono rimasti in aumento da qui la necessità per la polizia di aumentare gli sforzi in questo settore. “Esortiamo i rapitori a un totale ripensamento e al rilascio di Justinah illesa. Chiediamo inoltre che le ONG internazionali facciano pressione sulla Polizia nigeriana per la localizzazione...
read more5° Ed. Premio Donne Pace e Ambiente Wangari Maathai
PREMIO DONNE PACE E AMBIENTE WANGARI MAATHAI 5° Edizione “La pace nel mondo dipende dalla difesa dell’ambiente” W. Maathai IL PREMIO L’Associazione A Sud (in collaborazione con la Casa Internazionale delle donne e con il patrocinio della Camera dei Deputati, della Regione Lazio, della rete Entitle e del CES – Centro di Studi Sociali dell’Univ. di Coimbra) presenta la V edizione del Premio Donne Pace e Ambiente dedicato a WANGARI MAATHAI. 5 attiviste italiane, in rappresentanza di altrettante realtà impegnate sul territorio nazionale in difesa dell’ambiente e dei diritti ritireranno i premi ACQUA, FUOCO, TERRA, ARIA. Sarà inoltre consegnato il PREMIO SPECIALE “CARLA RAVAIOLI” per il giornalismo ambientale. DATA E LUOGO 08 MARZO 2016 h.17.30 c/o Casa Internazionale delle Donne/ Via della Lungara 19 Roma SARANNO PRESENTI OLTRE ALLE PREMIATE Cecilia D’Elia – Consulente Presidenza della Regione Lazio per i Diritti e le Pari Opportunità Stefania Barca – CES, Universitá di Coimbra e Pufendorf Institute for Advanced Studies, Universitá di Lund Stephanie Roth – Attivista ambientale e campainer di fama internazionale Francesca Koch – Casa Internazionale delle Donne INTRODUCE Laura Greco – Associazione A Sud MODERA Marica Di Pierri – Associazione A Sud LA 5° EDIZIONE DEL PREMIO Scheda premiate 2016 La quinta edizione del Premio DONNE,PACE E AMBIENTE WANGARI MAATHAI premierà anche quest’anno diverse attiviste in rappresentanza di realtà impegnate sul territorio nazionale in difesa dell’ambiente, della salute e dei diritti. I casi scelti per questa 5° edizione sono legati alla costante battaglia delle donne italiane per il diritto alla salute con particolare attenzione alla salute riproduttiva, materna e infantile. Un premio speciale intitolato a Carla Ravaioli sarà inoltre consegnato ad una giornalista che si è distinta nel campo del giornalismo ambientale. Il premio ha l’obiettivo di testimoniare e dare visibilità all’impegno civile delle donne nelle lotte territoriali attorno a diritti, pace, ambiente. I PREMI Oltre alla consegna della pergamena, alle premiate sarà consegnata un’opera d’arte, un pezzo unico realizzato appositamente per il premio, opera dell’ingegno della ceramista e scultrice Lavinia Palma, che ha offerto al premio le sue creazioni. Le sue opere prendono spunto da diverse ispirazioni. Una di esse è la Grande Madre, Dea generatrice di vita, dove nel femmineo si riflette e si riconosce la natura. Nascono così volti di donna, rivisitati in chiave del tutto personale unendo origine scultorea e oggetti d’uso, per coniugare il simbolo alla forza dell’azione. La lavorazione è interamente a mano o al tornio elettrico. Lab. Lunarte / Via dei Volsci n.103 c, Roma Biografia artistica di Lavinia Palma / Brochure informativa Sito web: www.lunarte.it L’associazione A Sud ringrazia Lavinia Palma per la sua infinita disponibilità e l’attivo e prezioso sostegno dato all’iniziativa. VAI ALLE EDIZIONI PRECEDENTI MATERIALI Locandina Banner Storia del premio Scheda premiate 2016 Comunicato Stampa in pdf...
read more[:en][By David Hill on Theguardian.com] Former deputy editor of National Geographic Brazil says a “humanitarian catastrophe” is taking place in Brazil’s Amazon. One of the perpetrators of arguably Brazil’s most internationally high-profile murders in recent years is currently walking around free. In 2013, amid much media coverage, Lindonjonson Silva Rocha was sentenced to 42 years prison for killing two nut collectors-turned-environmental activists in southern Pará, but then in November last year he escaped. One man who knew both victims, “Zé Cláudio” Ribeiro da Silva and his wife Maria do Espírito Santo, is Felipe Milanez, a political ecologist at the Federal University of Recôncavo of Bahia, activist, film-maker, former deputy editor of National Geographic Brazil, and the editor of the recently-published book, Memórias Sertanistas: Cem Anos de Indigenismo no Brasil. Here I interview Milanez, via email, about Zé Cláudio and the Brazilian Amazon: DH: What’s the latest on Lindonjonson? How did he get out and do Zé Cláudio and Maria’s relatives have anything to fear? FM: He escaped through the prison’s front door in an organized plan with the collaboration of prison officials. Members of social movements accused the prison director of receiving a bribe, and he was fired. Lindonjonson’s brother, the rancher José Rodrigues, who is widely believed to have ordered the killings, is also free. He was found not guilty in 2013 – a trial that was then “annulled”, the year after, by the state court which ordered a re-trial and issued a warrant for his arrest. The relatives of the murdered couple are afraid they’ll be the next victims. Some people in the Praialta Piranheira reserve – which Zé Cláudio and Maria were protecting from illegal loggers, charcoal producers and cattle ranchers – have seen both brothers walking around free. But the police don’t arrest them, something which seems to confirm what the victims’ families have been arguing: that there were more people involved in the killings, mainly big ranchers and loggers. DH: Tell me about your personal involvement with Zé Cláudio and Maria. You wrote an article in Vice which a congressman read out in Congress, I understand. FM: I met Zé Cláudio and Maria in October 2010 while I was investigating the violence chain of pig iron production, based on illegal charcoal and timber. They were a very charismatic couple, locally admired, part of an intense and highly politicized social movement in southern Pará. I tried to draw attention to their struggle, writing short pieces for the media and inviting them to give a TEDx Talk. We became friends. When I interviewed them, they shared their thoughts and ideas with me, fearing they could be killed and wanting their message to reach more people. One interview was read out in Congress when their deaths were announced, and the congressman who did so was booed by the rancher lobby. I’ve been working in conflict areas for the past decade, so they weren’t the only ones receiving death threats whom I’ve met, or have been killed, but the way it happened was extremely brutal and cruel. It shocked the region, the country, and drew international attention. DH: I see that a local communist party leader in Pará, Luis Antônio Bonfim, was just killed on 12 February. How common is this kind of violence in Brazil? FM: In...
read moreEcuador: petrolieri cinesi a trivellare nella foresta amazzonica e nella casa degli indigeni
[Di redazione su Dorsogna.blogspot.it] Quanto vale la foresta amazzonica dell’Ecuador con tutta la sua natura, biodiversita’, e civita’ indigena? Non e’ una domanda retorica, perché un altro pezzo di foresta amazzonica se ne va. L’Ecuador ha infatti deciso di vendere 200mila ettari di foresta nel sud del paese ad un consorzio di petrolieri cinesi, assetati di energia. Il costo? Ottanta milioni di dollari. Era uno degli ultimi angoli di Amazzonia dell’Ecuador ancora non esplorata dai petrolieri. Non è servito a quasi niente che la popolazione indigena dell’Ecuador, organizzazioni ambientaliste da mezzo mondo, e personalità varie abbiano espresso la loro contrarietà. Il governo ha firmato la cessione mineraria a due ditte cinesi raggruppate sotto il nome Andes Petroleum Ecuador. Sono la China National Petroleum e la China Petroleum and Chemical Corporation, di proprietà statale di Pechino. Il nord dell’Ecuador vive ancora l’eredità della Texaco, adesso di proprietà della Chevron. Contro la Texaco/Chevron c’è una causa per inquinamento che va avanti da più di venti anni. I petrolieri americani sono accusati di avere reso l’acqua imbevibile, di avere creato discariche illegali, di non aver fatto manutenzione alle loro infrastrutture e di non avere ripulito tutto il disastro che avevano creato in trent’anni di attività. Sono anche accusati di avere portato a malattie e morti premature. Ma i petrolieri sono potenti, e di questa causa infinita ancora non se ne viene a capo. Nel corso degli anni alla Texaco/Ecuador si sono aggiunte decine di altre ditte petrolifere, tutte lasciando dietro di se una lunga scia di danni agli indigeni, alla natura, all’acqua. Per dirne una, proprio in questi giorni nel vicino Peru’ da un oleodotto sono finiti nei fiumi e nelle piantagioni di cacao crica 500 mila litri di petrolio. L’arrivo dei cinesi della Andes Petroleum è più recente: operano anche loro nel nord del paese e quindi, visto l’ecocidio da quelle parti già dovuto a Texaco/Chevron e non certo migliorata dalla Andes Petroelum, gli indigeni del sud hanno cercato di fare tutto il possibile per fermarli. Le due nuove concessioni si trovano nei terreni del gruppo indigeno Sápara, trecento anime. L’UNESCO ha dichiarato la loro lingua “Oral and Intangible Cultural Heritage of Humanity” nel 2001, per la sua particolarità. Quella dei Sapara è da sempre una comunità che ha sofferto per colpa dello stranierio: prima decimati dall’arrivo dell’uomo bianco e delle sue malattie, poi dalla devastazione del loro habitat quando si abbattevano alberi per farci la gomma. Nel loro passato c’è schiavitù e maltrattamento, specie di donne. Secondo Amazon Watch, le trivelle qui porterebbero al genocidio culturale: i Sapara non resisterebbero, e questo va anche contro la costituzione dell’Ecuador, dove è scritto nero su bianco che la cultura indigena va rispettata e protetta. Oltre i Sápara, le tribu Kichwa e Shiwiar hanno più volte manifestato la propria contrarietà alle trivelle nei loro terreni. Il loro leader si chiama Ushigua, una donna Sapara, che è spesso stata presa di mira dalle autorità solo per avere protestato e chiesto che i propri diritti venissero rispettati. Sa di essere li a combattere da sola una battaglia più grande di lei. Le concessioni vendute dal governo dell’Ecuador sono accanto allo Yasuní National Park, altri 6 mila chilometri quadrati di giungla con altre comunità mai contattate dal mondo esterno, i Tagaeri e i Taromenane comunità nomadi...
read moreQuando le migrazioni dipendono dal clima
[Di Matteo Massicci su Almanacco.cnr.it] L’aumento dell’intensità e della frequenza degli eventi climatici estremi e delle problematiche a essi connesse è uno degli aspetti più evidenti del Global Warming. Sfuggono però spesso all’attenzione delle cronache e del pubblico le conseguenze indirette, quali il fenomeno delle migrazioni ambientali, ossia lo spostamento da territori divenuti improduttivi e inospitali a causa del perdurare di condizioni avverse, che compromettono attività quali l’agricoltura, fondamentali per la sopravvivenza di una comunità. Il termine ‘rifugiato ambientale’ viene introdotto per la prima volta negli anni ’70, ma acquisisce il significato odierno nel 1985, in seguito a uno studio commissionato dalla United Nation Development Programme (Unep) sugli spostamenti delle popolazioni prodotti dai disastri di Bophal in India e di Chernobyl in Unione Sovietica. La definizione del termine presente nello studio dell’Unep include tra i possibili motivi dell’abbandono delle aree, temporaneo o definitivo, eventi climatici estremi capaci di mettere in pericolo l’esistenza o di influire sulla qualità della vita di questi ultimi. “Pur essendo oramai riconosciuto il ruolo che gli eventi climatici estremi rivestono nel determinare movimenti di popolazione all’interno e tra i paesi, lo status di profugo ambientale è di difficile attribuzione”, spiega Eugenia Ferragina dell’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo (Issm) del Cnr, curatrice dell’XI ‘Rapporto sulle economie del Mediterraneo’ e autrice, con Desiree Quagliarotti, del capitolo sui rischi e le vulnerabilità ambientali. “Ciò è dovuto al fatto che il deterioramento del quadro climatico non è l’unico fattore a incidere sulle migrazioni, quindi è molto difficile fare una distinzione tra le popolazioni che si spostano perché colpite da un evento climatico estremo e quelle in fuga da una situazione di crisi economica, politica e sociale che le condizioni climatiche hanno contribuito ad aggravare”. Gli esperti sono comunque concordi nel ritenere che il fenomeno assumerà rilevanza su scala mondiale. “L’Unep parla di 50 milioni di profughi ambientali nella sola Africa entro il 2060”, ricorda la ricercatrice. “L’International Panel of Climate Change (Ipcc) prevede invece 150 milioni di profughi ambientali entro il 2050. Anche il Mediterraneo, attualmente interessato in maniera marginale e soprattutto come area di passaggio, potrebbe ritrovarsi negli anni a venire a fronteggiare ondate di spostamenti di massa interni e internazionali dovuti agli effetti del cambiamento climatico. Nei paesi co-rivieraschi del bacino esistono aree minacciate dall’innalzamento del livello del mare, quali il delta del Nilo, Istanbul, Alessandria e Venezia, mentre tutta l’area del Nord Africa e del Medio Oriente, a causa della prevista diminuzione delle precipitazione, subirà una drastica riduzione delle già limitate risorse idriche”. Un attento esame delle vicende che hanno interessato la Siria negli ultimi anni fa emergere come anche i processi di deterioramento del quadro climatico e ambientale abbiano concorso a generare le condizioni per lo scoppio del conflitto e per l’avvio delle successiva stagione di migrazioni. “Nel 2007, il paese è stato colpito da una forte siccità che ha interessato soprattutto l’area nord orientale, una delle zone agricole più produttive grazie alle infrastrutture idrauliche realizzate per aumentare le aree irrigue”, conclude Ferragina. “L’assenza di precipitazioni, congiuntamente a un’inefficiente gestione delle risorse idriche, ha determinato il crollo della produzione interna dei cereali, costringendo la Siria a importare le derrate alimentari di base con costi maggiori rispetto al passato, il che ha provocato un aumento del prezzo del pane”. Pubblicato su Almanacco.cnr.it a...
read moreLavoro e cambiamento climatico: verso una coscienza di classe ecologica
[Di Stefania Barca* su Effimera.org] Per combattere il cambiamento climatico “abbiamo bisogno di tutti”, ha affermato la Climate March di New York City (settembre 2014). Forse, però, più di tutti abbiamo bisogno dei/delle lavoratori/trici, e delle loro organizzazioni; il movimento operaio deve essere parte del movimento per la giustizia climatica. Questo perché il lavoro è l’interfaccia fondamentale tra la società e la natura. Tutti i tipi di lavoro: produttivo, riproduttivo, di servizio, di cura, intellettuale e immateriale; tutti presiedono e regolano il metabolismo sociale, lo scambio di materia ed energia che sostiene la vita umana e la riproduzione sociale. Il lavoro non governa questo processo, tuttavia in quanto il capitale è responsabile di ciò che gli eco-marxisti chiamano la seconda contraddizione del capitalismo: il rapporto tra capitale e natura. Di conseguenza, i/le lavoratori/trici sono spesso costretti/e a subire ogni sorta di attività insostenibili, malsane ed ecologicamente distruttive, al fine di ottenere un salario che permetta loro di sopravvivere nell’economia di mercato. Questa seconda contraddizione ha luogo nei corpi dei/le lavoratori/trici, e nei loro ambienti di vita e di lavoro (Barca 2012). Ma altri due fattori importanti restano da considerare. Come l’economia politica femminista ci ha ricordato, non tutto il lavoro è controllato dal capitale e dal mercato. In realtà, questo potrebbe essere solo la punta di un iceberg, composto in gran parte di lavoro (non alienato?) effettuato al di fuori del sistema del lavoro salariato capitalista, tra cui: servizi sociali, lavoro domestico e comunitario, cooperative, istituti di beneficenza, attraverso baratto o moneta alternativa, e nell’agricoltura di sussistenza o familiare (Gibson – Graham 2006) . Questo è un punto di partenza promettente per una rivoluzione ecologica, cioè una rivoluzione nel modo in cui produzione, riproduzione e coscienza interagiscono tra loro (Merchant 1987), come teorizzato da molte studiose e attiviste eco-femministe e dall’agroecologia, che considerano la sovranità alimentare come punto zero della rivoluzione (Federici 2012). Pertanto, se l’ecologia può diventare una piattaforma per una nuova agenda (internazionale) del lavoro, e se il lavoro può diventare un soggetto di primo piano nella mobilitazione climatica, allora tornare all’analisi sull’accumulazione originaria potrebbe essere un buon punto di partenza. L’accumulazione originaria ha storicamente portato alla separazione dei/le lavoratori/trici dalla terra e allo sfruttamento eccessivo di entrambi. Un nuovo tipo di società potrebbe essere costruito su forme di lavoro non alienato che sostiene e valorizza la vita in tutte le sue forme, iniziando così a rivendicare nuove possibilità e nuove identità per i/le lavoratori/trici, con l’obiettivo di sovvertire la cosiddetta seconda contraddizione del capitalismo. L’obiettivo è quello di porre fine alle produzioni insostenibili ed ecologicamente distruttive e abbracciare nuove forme di metabolismo sociale. È qui che entra nel dibattito un secondo punto, per quanto inquietante possa risultare, il fatto cioè l’esperimento socialista in Europa orientale, in Cina e altri contesti, ha lasciato una eredità di distruzione e ingiustizia ambientale. Le ragioni di questo fallimento stanno nel fatto che il ‘socialismo reale’ è stato per lo più sinonimo di industrializzazione forzata, colonizzazione interna ed esterna, programmi ambientali altamente modernisti e tecnologie che hanno fatto concorrenza a quelle impiegate nei regimi capitalisti in fatto di ‘distruzione creatrice’. Pertanto non è sufficiente rimpiazzare il capitalismo e ridurre le disuguaglianze sociali, perché è necessario anche abolire modelli economici maschilisti, produttivismo, estrattivismo, crescita del PIL, guerra, razzismo, imperialismo, colonialismo e tutto...
read moreTraffico di rifiuti, il pentito: “Abbiamo scaricato anche a Malagrotta a Roma”
[Di Nello Trocchia su Ilfattoquotidiano.it] Intervista esclusiva a Nunzio Perrella, il boss che fece entrare la camorra nel business dello smaltimento illecito e ha cominciato a collaborare con la giustizia nel 1992. “I signori della monnezza facevano affari anche prima dell’arrivo della criminalità. E oggi sono ancora attivi”. Nomi che poi hanno continuato a operare e incappare in disavventure giudiziarie. A cominciare dallo storico imprenditore della capitale. Il suo braccio destro replica: “Si trattava di conferimenti legittimi”. “Abbiamo scaricato anche a Malagrotta nella discarica di Manlio Cerroni”. Nunzio Perrella è stato boss di camorra, si è pentito nel 1992 e dei traffici di rifiuti tossici sa tutto perché ha fatto entrare la camorra nel ciclo. Ora si racconta in esclusiva a ilfattoquotidiano.it e spiega come prima dell’ingresso dei clan c’erano già i signori dei rifiuti. “Questi facevano affari anche senza la presenza del crimine organizzato e con le stesse logiche. Al centro c’era Manlio Cerroni, uno dei capi del grande affare, al nord c’era Orazio Duvia, titolare della Pitelli, a La Spezia, al sud c’era la famiglia La Marca. Tutti erano collegati tra di loro, erano i signori della ‘monnezza’”. Perrella smaltiva rifiuti a Pianura, quartiere napoletano, nella discarica di proprietà dei Di Francia e dei La Marca, poi punta su Roma. “Zio Mimì (Domenico La Marca) mi disse vai a scaricare a Malagrotta così risparmiavo sulla benzina. Ho scaricato rifiuti urbani, ma anche fanghi, gli altri trasportatori hanno scaricato anche ceneri, insomma, rifiuti pesanti”. Un elemento inedito, datato fine anni Ottanta, inizio Novanta, e mai contestato all’avvocato Cerroni. Cerroni, oggi, per altre vicende è sotto processo per traffico illecito di rifiuti. Orazio Duvia, invece, gestore della discarica Pitelli, a La Spezia, ribattezzata la collina dei veleni, è stato assolto dal reato di disastro ambientale dopo che gli altri reati erano finiti prescritti. Duvia era legato a Fernando “Nando” Cannavale, altro signore dei rifiuti, coinvolto nell’inchiesta Adelphi, titolare della Trasfermar, era deputato a curare i rapporti con la politica e a mediare nelle rotte nord-sud. Non solo. Duvia era in affari societari con i La Marca, questi ultimi, destinatari, con le loro sigle, di un’interdittiva antimafia. I La Marca erano in rapporti societari con Cerroni e i suoi uomini. Rapporti che emergono anche leggendo la recente interdittiva che ha colpito la Viterbo ambiente. Proprio i La Marca sono stati condannati, per un reato minore, nel processo Adelphi a inizio anni novanta. Un dibattimento, Adelphi, che si origina proprio dalle dichiarazioni di Perrella, ma finisce tra prescrizioni e assoluzioni, lievi condanne. “Si poteva fermare tutto allora, ma finì con un nulla di fatto” racconta il pentito. Quell’organigramma, indicato dall’allora collaboratore, era, davvero, responsabile del saccheggio, come dimostreranno le inchieste che arriveranno oltre un decennio dopo. Perrella da qualche anno è uscito dal programma di protezione. Ha confessato i suoi crimini, traffico di armi, droga, e poi i rifiuti e ha pagato per le sue colpe. Al termine del programma di protezione ha rimediato anche una condanna per evasione dai domiciliari. “Ho pagato anche per questo, per tutti i miei errori. Ma 22 anni dopo quelli che io ho denunciato sono ancora attivi. Non è giusto, di chi è la colpa?”. Il boss colletto bianco Dai capannoni Fiat al grande traffico illecito di rifiuti, dalla cocaina alle armi, dall’edilizia al...
read moreEni sotto processo per danni ambientali, i legali: “Se condannati a rischio presenza a Gela”
[Di Andrea Turco su Palermo.repubblica.it] Oggi l’udienza del tribunale civile sulla richiesta di 500 cittadini che vogliono 15 milioni di risarcimento. Il Comune chiede altri 80 milioni di euro per gli operai ammalati. “Se il ricorso cautelativo d’urgenza per il presunto danno da inquinamento ambientale venisse accolto, salterebbe il protocollo d’intesa e i 2 miliardi e 200 milioni di euro di investimenti previsti per il sito di Gela. Nonché la presenza di Eni in città“. E’ il rischio maggiore che sottolinea il principe del foro Lotario Dittrich, uno dei legali del team di avvocati a difesa dell’Eni a fronte della richiesta di risarcimenti presentata dagli avvocati gelesi Luigi e Giuseppe Fontanella, coadiuvati da Laura Vassallo. “Non è un ricatto ma una constatazione. Il provvedimento va perciò contro gli interessi della cittadinanza ed è improponibile per i costi che avrebbe”. “La richiesta di sequestro degli impianti per un asserito inquinamento ambientale al fine di affidarne la gestione a custodi nominati dal giudice – agginge l’Eni in una successiva precisazione – di cui si discuteva proprio nell’udienza odierna, non solo è infondata in fatto e diritto ma se concessa sarebbe in danno della comunità locale prima ancora che di Eni. Questo in quanto la indisponibilità dei beni industriali non permetterebbe alle società locali di Eni neppure di far fronte al Protocollo d’Intesa siglato di recente. In tal senso il legale Eni, pur sottolineando che le società Eni sono serene sul fatto che la situazione di inquinamento ambientale a base della richiesta non sussiste o comunque non sia a loro riconducibile – conclude la nota – fa presente che il rischio di misure cautelari ove concesse determinerebbero sì un danno alla comunità oltre che ad Eni”. Questa mattina al tribunale di Gela si è svolta la seconda udienza del ricorso d’urgenza sottoscritto da oltre 500 cittadini gelesi. Tra le richieste: un indennizzo per danni morali ed esistenziali che i legali ipotizzano in una decina di migliaia di euro per ciascun aderente, il fermo degli impianti ancora attivi, la sospensione delle nuove trivellazioni previste e l’immediata attivazione delle bonifiche. Un vero e proprio salasso per il cane a sei zampe, se il procedimento dovesse andare in porto. Specie perché il Comune di Gela non solo ha aderito alle richieste dei ricorrenti, ma ha avanzato un’ulteriore istanza di risarcimento di 80 milioni di euro per creare un reddito di sussistenza ai lavoratori rimasti fuori dal ciclo produttivo. Un fondo che per la giunta Messinese dovrebbe essere a carico del cane a sei zampe, in attesa che ripartano i cantieri della green refinery e delle prime bonifiche. I legali della multinazionale energetica, però, non ci stanno. “Il protocollo non sta procedendo per l’inerzia della Regione. Inoltre lo stabilimento è pressoché chiuso, a parte tre impianti che non fanno parte del ciclo produttivo” ha aggiunto l’avvocato Dittrich. “Dove sarebbe allora il pericolo ambientale? Come si può stabilire in questo modo il danno esistenziale?”. A ciò va aggiunto un altro fronte per così dire gemello, anzi padre del suddetto ricorso d’urgenza. Cioè la richiesta di 15 milioni di euro di risarcimento avanzata, sempre nei confronti delle società del gruppo Eni (Enimed, Raffineria di Gela e Syndial), da un gruppo di familiari di 12 bambini con malformazioni neonatali ai quali è stata riconosciuta la correlazione con l’inquinamento industriale....
read moreTap, il grande gasdotto in un webdoc: 45 miliardi di investimenti
[Di Lorenzo Bagnoli su Ilfattoquotidiano.it] In anteprima su Ilfattoquotidiano.it “Walking the line”, il lavoro delle ong Counter Balance, Re:Common e Platform sulla “grande opera europea” che dovrebbe far approdare in Puglia il gas del mar Caspio. Dai dubbi sui finanziamenti, sulle spalle pubbliche con Bei e Bers, a quelli sulla reale utilità dell’infrastruttura. La questione dei diritti umani in Azerbaigian. “Walking the line”, “Sul filo del rasoio”: storia di una grande opera europea. Il sogno è un mega gasdotto che dal Mar Caspio arrivi all’Italia. Formalmente il suo scopo è renderci indipendenti sul piano energetico da Ucraina e Russia. Ma continuando a mantenere l’Europa dipendente dalle energie fossili. Per il bene dei grandi attori del mercato, tutti dentro la grande impresa: da British Petroleum fino alla nostra Snam. Questa la tesi della rete europea di ong Counter Balance – autrice del webdocumentario assieme all’italiana Re:Common e all’inglese Platform – che rappresenta una delle voci che per prime ha cominciato a fare i conti in tasca al progetto. La missione del gruppo di ong è proprio analizzare gli investimenti degli istituti di credito europei – la Banca europea per gli investimenti (Bei) e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) – per valutarne impatto e importanza. “Nel contesto di oggi, con il prezzo del petrolio così basso – spiega Elena Gerebizza di Re:Common, ong italiana che fa parte del network – aumentano i dubbi circa la reale possibilità che quest’opera possa essere portata a termine. Il progetto, proposto da un’azienda privata, sarà fattibile solo con soldi pubblici di Bei, Ue e dei governi interessati”. Il mega gasdotto è composto da tre segmenti: Tap (Trans Adriatic Pipeline), Tanap (Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline) e Scpx (espansione del South Caucasus). Sei i Paesi toccati, 3.500 i chilometri di tubi che dal giacimento di Shah Deniz II, in Azerbaigian, e termineranno la corsa nella spiaggia di San Foca, nel Salento. I lavori per realizzarlo cominceranno nell’estate 2016 (se arriveranno tutti i permessi) per concludersi nel 2020. Costo stimato: 45 miliardi di euro. L’opera per partire ha bisogno delle approvazioni ambientali. E il fronte è ancora molto caldo, soprattutto in Italia: il 19 gennaio 2016 sono cominciate le trattative tra Regione Puglia e Tap per spostare l’approdo del gasdotto a Brindisi. “Sia ben chiaro però – fanno sapere dalla società alla Gazzetta del Mezzogiorno – che nel frattempo noi restiamo titolari di un’autorizzazione valida rispetto alla quale stiamo lavorando. Per noi l’approdo rimane a San Foca”. Intanto il 14 gennaio, il ministro dell’Ambiente greco ha sottoscritto le autorizzazioni per l’opera: “L’attuazione del gasdotto comporta molteplici benefici per il Paese: stimolare occupazione, con stime di posti di lavoro diretti e indiretti pari a 10mila unità, e la partecipazione delle imprese greche alle opere”. La società con sede a Baar, in Svizzera, parte poi con un bilancio in rosso di 110 milioni di euro, come ha scritto ilfattoquotidiano.it. Il suo destino è appeso al filo di un prestito della Banca Europea per gli Investimenti da 2 miliardi di euro, dato per sicuro visto che l’opera è stata inserita tra le priorità per quest’anno dalla Commissione Europea, ma di cui ancora non si hanno notizie. Secondo il webdocumentario, l’origine del male europeo, nonché la giustificazione della folle corsa al gasdotto, sta nella dipendenza – tossica...
read moreGli affari miliardari tra Egitto e Italia che fanno dimenticare i diritti umani
[Di Marina Forti su Internazionale.it] Il linguaggio è paludato, ma il senso è chiarissimo. “Il processo di stabilizzazione politica, che ha visto nell’elezione del presidente Abdel Fattah al Sisi il suo momento culminante, si sta riverberando positivamente sull’economia dell’Egitto”: sono le conclusioni dell’ultima “nota congiunturale”, gennaio 2016, pubblicata dalla Italian trade agency, l’ente italiano per il commercio con l’estero. Il lancio di importanti megaprogetti in terra egiziana, dice quella nota, presenta “nuove interessanti opportunità per le nostre imprese”. “L’Egitto è un’area straordinaria di opportunità. Abbiamo fiducia nella sua leadership, nelle sue riforme macroeconomiche… in favore della prosperità e della stabilità”. Queste invece sono parole del presidente del consiglio Matteo Renzi, pronunciate nel marzo scorso a Sharm el Sheikh durante una conferenza sugli investimenti in Egitto. Quella volta Renzi ha anche lodato la “saggezza” del presidente al Sisi, che lo ascoltava in platea. Oggi parole simili suonano imbarazzanti. A renderle surreali è il corpo di un giovane ricercatore italiano che porta i segni di “una violenza inumana, bestiale, inaccettabile”, per citare il ministro dell’interno Angelino Alfano. Dopo la scomparsa e la morte di Giulio Regeni, tra Roma e il Cairo corrono altre parole: indignazione, indagini. “Non accetteremo verità di comodo”, dice il ministro degli esteri Paolo Gentiloni: si riferisce ai primi arresti fatti in Egitto, al tentativo di indirizzare la “verità” verso un fatto di criminalità comune. L’Italia ha mandato i suoi investigatori in Egitto, “vogliamo che i reali responsabili siano puniti”, dice il ministro. L’Italia è stata il primo paese europeo a ricevere il generale al Sisi dopo la sua presa del potere nel luglio 2013 L’Italia dunque chiede “piena collaborazione” alle forze di sicurezza egiziane e il Cairo, forse allarmato dallo scalpore sollevato, promette cooperazione. Già: ma chi ha preso, torturato e ucciso Giulio Regeni probabilmente si trova proprio tra le forze di sicurezza egiziane. I casi di arresti illegali sono innumerevoli, “tortura e scomparse forzate, e molti detenuti morti in custodia”, secondo quanto denuncia Human rights watch. “Purtroppo Giulio è morto nello stesso modo di molti egiziani”, diceva un amico del ricercatore, durante una veglia davanti all’ambasciata italiana al Cairo. La sorte di Giulio Regeni, torturato e ucciso al Cairo, scuoterà le solidissime relazioni tra Italia ed Egitto? “L’Egitto è un nostro partner strategico e ha un ruolo fondamentale per la stabilizzazione della regione”, dice il ministro Gentiloni. Non c’è dubbio: l’Egitto è importante da tutti i punti di vista. È un paese di novanta milioni di abitanti, snodo tra l’Africa e il Medio Oriente – tra la Libia, la penisola arabica, Israele e la Giordania. È indispensabile nella ricerca di un qualche nuovo equilibrio in Libia (il Cairo ha mire storiche di influenza sulla regione orientale, la Cirenaica, e il generale al Sisi ha i suoi alleati da sponsorizzare). È direttamente in causa nel conflitto tra Israele e Palestina, non fosse altro che per il confine con Gaza. È alleato dell’Arabia Saudita, da cui riceve importanti aiuti finanziari e investimenti. L’Italia è stata il primo paese europeo a ricevere il generale al Sisi dopo la sua presa del potere nel luglio 2013, e Matteo Renzi due anni fa è stato il primo capo di governo europeo a visitare l’Egitto, e poi a tornarci: una legittimazione politica. Anche l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi incontra spesso al Sisi...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.