CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Traffico di rifiuti, il pentito: “Abbiamo scaricato anche a Malagrotta a Roma”

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Traffico di rifiuti, il pentito: “Abbiamo scaricato anche a Malagrotta a Roma”

[Di Nello Trocchia su Ilfattoquotidiano.it] Intervista esclusiva a Nunzio Perrella, il boss che fece entrare la camorra nel business dello smaltimento illecito e ha cominciato a collaborare con la giustizia nel 1992. “I signori della monnezza facevano affari anche prima dell’arrivo della criminalità. E oggi sono ancora attivi”. Nomi che poi hanno continuato a operare e incappare in disavventure giudiziarie. A cominciare dallo storico imprenditore della capitale. Il suo braccio destro replica: “Si trattava di conferimenti legittimi”. “Abbiamo scaricato anche a Malagrotta nella discarica di Manlio Cerroni”. Nunzio Perrella è stato boss di camorra, si è pentito nel 1992 e dei traffici di rifiuti tossici sa tutto perché ha fatto entrare la camorra nel ciclo. Ora si racconta in esclusiva a ilfattoquotidiano.it e spiega come prima dell’ingresso dei clan c’erano già i signori dei rifiuti. “Questi facevano affari anche senza la presenza del crimine organizzato e con le stesse logiche. Al centro c’era Manlio Cerroni, uno dei capi del grande affare, al nord c’era Orazio Duvia, titolare della Pitelli, a La Spezia, al sud c’era la famiglia La Marca. Tutti erano collegati tra di loro, erano i signori della ‘monnezza’”. Perrella smaltiva rifiuti a Pianura, quartiere napoletano, nella discarica di proprietà dei Di Francia e dei La Marca, poi punta su Roma. “Zio Mimì (Domenico La Marca) mi disse vai a scaricare a Malagrotta così risparmiavo sulla benzina. Ho scaricato rifiuti urbani, ma anche fanghi, gli altri trasportatori hanno scaricato anche ceneri, insomma, rifiuti pesanti”. Un elemento inedito, datato fine anni Ottanta, inizio Novanta, e mai contestato all’avvocato Cerroni. Cerroni, oggi, per altre vicende è sotto processo per traffico illecito di rifiuti. Orazio Duvia, invece, gestore della discarica Pitelli, a La Spezia, ribattezzata la collina dei veleni, è stato assolto dal reato di disastro ambientale dopo che gli altri reati erano finiti prescritti. Duvia era legato a Fernando “Nando” Cannavale, altro signore dei rifiuti, coinvolto nell’inchiesta Adelphi, titolare della Trasfermar, era deputato a curare i rapporti con la politica e a mediare nelle rotte nord-sud. Non solo. Duvia era in affari societari con i La Marca, questi ultimi, destinatari, con le loro sigle, di un’interdittiva antimafia. I La Marca erano in rapporti societari con Cerroni e i suoi uomini. Rapporti che emergono anche leggendo la recente interdittiva che ha colpito la Viterbo ambiente. Proprio i La Marca sono stati condannati, per un reato minore, nel processo Adelphi a inizio anni novanta. Un dibattimento, Adelphi, che si origina proprio dalle dichiarazioni di Perrella, ma finisce tra prescrizioni e assoluzioni, lievi condanne. “Si poteva fermare tutto allora, ma finì con un nulla di fatto” racconta il pentito. Quell’organigramma, indicato dall’allora collaboratore, era, davvero, responsabile del saccheggio, come dimostreranno le inchieste che arriveranno oltre un decennio dopo. Perrella da qualche anno è uscito dal programma di protezione. Ha confessato i suoi crimini, traffico di armi, droga, e poi i rifiuti e ha pagato per le sue colpe. Al termine del programma di protezione ha rimediato anche una condanna per evasione dai domiciliari. “Ho pagato anche per questo, per tutti i miei errori. Ma 22 anni dopo quelli che io ho denunciato sono ancora attivi. Non è giusto, di chi è la colpa?”.   Il boss colletto bianco Dai capannoni Fiat al grande traffico illecito di rifiuti, dalla cocaina alle armi, dall’edilizia al...

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Eni sotto processo per danni ambientali, i legali: “Se condannati a rischio presenza a Gela”

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Eni sotto processo per danni ambientali, i legali: “Se condannati a rischio presenza a Gela”

[Di Andrea Turco su Palermo.repubblica.it] Oggi l’udienza del tribunale civile sulla richiesta di 500 cittadini che vogliono 15 milioni di risarcimento. Il Comune chiede altri 80 milioni di euro per gli operai ammalati. “Se il ricorso cautelativo d’urgenza per il presunto danno da inquinamento ambientale venisse accolto, salterebbe il protocollo d’intesa e i 2 miliardi e 200 milioni di euro di investimenti previsti per il sito di Gela. Nonché la presenza di Eni in città“. E’ il rischio maggiore che sottolinea il principe del foro Lotario Dittrich, uno dei legali del team di avvocati a difesa dell’Eni a fronte della richiesta di risarcimenti presentata dagli avvocati gelesi Luigi e Giuseppe Fontanella, coadiuvati da Laura Vassallo. “Non è un ricatto ma una constatazione. Il provvedimento va perciò contro gli interessi della cittadinanza ed è improponibile per i costi che avrebbe”. “La richiesta di sequestro degli impianti per un asserito inquinamento ambientale al fine di affidarne la gestione a custodi nominati dal giudice – agginge l’Eni in una successiva precisazione – di cui si discuteva proprio nell’udienza odierna, non solo è infondata in fatto e diritto ma se concessa sarebbe in danno della comunità locale prima ancora che di Eni. Questo in quanto la indisponibilità dei beni industriali non permetterebbe alle società locali di Eni neppure di far fronte al Protocollo d’Intesa siglato di recente. In tal senso il legale Eni, pur sottolineando che le società Eni sono serene sul fatto che la situazione di inquinamento ambientale a base della richiesta non sussiste o comunque non sia a loro riconducibile – conclude la nota – fa presente che il rischio di misure cautelari ove concesse determinerebbero sì un danno alla comunità oltre che ad Eni”. Questa mattina al tribunale di Gela si è svolta la seconda udienza del ricorso d’urgenza sottoscritto da oltre 500 cittadini gelesi. Tra le richieste: un indennizzo per danni morali ed esistenziali che i legali ipotizzano in una decina di migliaia di euro per ciascun aderente, il fermo degli impianti ancora attivi, la sospensione delle nuove trivellazioni previste e l’immediata attivazione delle bonifiche. Un vero e proprio salasso per il cane a sei zampe, se il procedimento dovesse andare in porto. Specie perché il Comune di Gela non solo ha aderito alle richieste dei ricorrenti, ma ha avanzato un’ulteriore istanza di risarcimento di 80 milioni di euro per creare un reddito di sussistenza ai lavoratori rimasti fuori dal ciclo produttivo. Un fondo che per la giunta Messinese dovrebbe essere a carico del cane a sei zampe, in attesa che ripartano i cantieri della green refinery e delle prime bonifiche. I legali della multinazionale energetica, però, non ci stanno. “Il protocollo non sta procedendo per l’inerzia della Regione. Inoltre lo stabilimento è pressoché chiuso, a parte tre impianti che non fanno parte del ciclo produttivo” ha aggiunto l’avvocato Dittrich. “Dove sarebbe allora il pericolo ambientale? Come si può stabilire in questo modo il danno esistenziale?”. A ciò va aggiunto un altro fronte per così dire gemello, anzi padre del suddetto ricorso d’urgenza. Cioè la richiesta di 15 milioni di euro di risarcimento avanzata, sempre nei confronti delle società del gruppo Eni (Enimed, Raffineria di Gela e Syndial), da un gruppo di familiari di 12 bambini con malformazioni neonatali ai quali è stata riconosciuta la correlazione con l’inquinamento industriale....

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Tap, il grande gasdotto in un webdoc: 45 miliardi di investimenti

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Tap, il grande gasdotto in un webdoc: 45 miliardi di investimenti

[Di Lorenzo Bagnoli su Ilfattoquotidiano.it] In anteprima su Ilfattoquotidiano.it “Walking the line”, il lavoro delle ong Counter Balance, Re:Common e Platform sulla “grande opera europea” che dovrebbe far approdare in Puglia il gas del mar Caspio. Dai dubbi sui finanziamenti, sulle spalle pubbliche con Bei e Bers, a quelli sulla reale utilità dell’infrastruttura. La questione dei diritti umani in Azerbaigian. “Walking the line”, “Sul filo del rasoio”: storia di una grande opera europea. Il sogno è un mega gasdotto che dal Mar Caspio arrivi all’Italia. Formalmente il suo scopo è renderci indipendenti sul piano energetico da Ucraina e Russia. Ma continuando a mantenere l’Europa dipendente dalle energie fossili. Per il bene dei grandi attori del mercato, tutti dentro la grande impresa: da British Petroleum fino alla nostra Snam. Questa la tesi della rete europea di ong Counter Balance – autrice del webdocumentario assieme all’italiana Re:Common e all’inglese Platform – che rappresenta una delle voci che per prime ha cominciato a fare i conti in tasca al progetto. La missione del gruppo di ong è proprio analizzare gli investimenti degli istituti di credito europei – la Banca europea per gli investimenti (Bei) e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) – per valutarne impatto e importanza. “Nel contesto di oggi, con il prezzo del petrolio così basso – spiega Elena Gerebizza di Re:Common, ong italiana che fa parte del network – aumentano i dubbi circa la reale possibilità che quest’opera possa essere portata a termine. Il progetto, proposto da un’azienda privata, sarà fattibile solo con soldi pubblici di Bei, Ue e dei governi interessati”. Il mega gasdotto è composto da tre segmenti: Tap (Trans Adriatic Pipeline), Tanap (Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline) e Scpx (espansione del South Caucasus). Sei i Paesi toccati, 3.500 i chilometri di tubi che dal giacimento di Shah Deniz II, in Azerbaigian, e termineranno la corsa nella spiaggia di San Foca, nel Salento. I lavori per realizzarlo cominceranno nell’estate 2016 (se arriveranno tutti i permessi) per concludersi nel 2020. Costo stimato: 45 miliardi di euro. L’opera per partire ha bisogno delle approvazioni ambientali. E il fronte è ancora molto caldo, soprattutto in Italia: il 19 gennaio 2016 sono cominciate le trattative tra Regione Puglia e Tap per spostare l’approdo del gasdotto a Brindisi. “Sia ben chiaro però – fanno sapere dalla società alla Gazzetta del Mezzogiorno – che nel frattempo noi restiamo titolari di un’autorizzazione valida rispetto alla quale stiamo lavorando. Per noi l’approdo rimane a San Foca”. Intanto il 14 gennaio, il ministro dell’Ambiente greco ha sottoscritto le autorizzazioni per l’opera: “L’attuazione del gasdotto comporta molteplici benefici per il Paese: stimolare occupazione, con stime di posti di lavoro diretti e indiretti pari a 10mila unità, e la partecipazione delle imprese greche alle opere”. La società con sede a Baar, in Svizzera, parte poi con un bilancio in rosso di 110 milioni di euro, come ha scritto ilfattoquotidiano.it. Il suo destino è appeso al filo di un prestito della Banca Europea per gli Investimenti da 2 miliardi di euro, dato per sicuro visto che l’opera è stata inserita tra le priorità per quest’anno dalla Commissione Europea, ma di cui ancora non si hanno notizie. Secondo il webdocumentario, l’origine del male europeo, nonché la giustificazione della folle corsa al gasdotto, sta nella dipendenza – tossica...

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Gli affari miliardari tra Egitto e Italia che fanno dimenticare i diritti umani

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Gli affari miliardari tra Egitto e Italia che fanno dimenticare i diritti umani

[Di Marina Forti su Internazionale.it] Il linguaggio è paludato, ma il senso è chiarissimo. “Il processo di stabilizzazione politica, che ha visto nell’elezione del presidente Abdel Fattah al Sisi il suo momento culminante, si sta riverberando positivamente sull’economia dell’Egitto”: sono le conclusioni dell’ultima “nota congiunturale”, gennaio 2016, pubblicata dalla Italian trade agency, l’ente italiano per il commercio con l’estero. Il lancio di importanti megaprogetti in terra egiziana, dice quella nota, presenta “nuove interessanti opportunità per le nostre imprese”. “L’Egitto è un’area straordinaria di opportunità. Abbiamo fiducia nella sua leadership, nelle sue riforme macroeconomiche… in favore della prosperità e della stabilità”. Queste invece sono parole del presidente del consiglio Matteo Renzi, pronunciate nel marzo scorso a Sharm el Sheikh durante una conferenza sugli investimenti in Egitto. Quella volta Renzi ha anche lodato la “saggezza” del presidente al Sisi, che lo ascoltava in platea. Oggi parole simili suonano imbarazzanti. A renderle surreali è il corpo di un giovane ricercatore italiano che porta i segni di “una violenza inumana, bestiale, inaccettabile”, per citare il ministro dell’interno Angelino Alfano. Dopo la scomparsa e la morte di Giulio Regeni, tra Roma e il Cairo corrono altre parole: indignazione, indagini. “Non accetteremo verità di comodo”, dice il ministro degli esteri Paolo Gentiloni: si riferisce ai primi arresti fatti in Egitto, al tentativo di indirizzare la “verità” verso un fatto di criminalità comune. L’Italia ha mandato i suoi investigatori in Egitto, “vogliamo che i reali responsabili siano puniti”, dice il ministro. L’Italia è stata il primo paese europeo a ricevere il generale al Sisi dopo la sua presa del potere nel luglio 2013 L’Italia dunque chiede “piena collaborazione” alle forze di sicurezza egiziane e il Cairo, forse allarmato dallo scalpore sollevato, promette cooperazione. Già: ma chi ha preso, torturato e ucciso Giulio Regeni probabilmente si trova proprio tra le forze di sicurezza egiziane. I casi di arresti illegali sono innumerevoli, “tortura e scomparse forzate, e molti detenuti morti in custodia”, secondo quanto denuncia Human rights watch. “Purtroppo Giulio è morto nello stesso modo di molti egiziani”, diceva un amico del ricercatore, durante una veglia davanti all’ambasciata italiana al Cairo. La sorte di Giulio Regeni, torturato e ucciso al Cairo, scuoterà le solidissime relazioni tra Italia ed Egitto? “L’Egitto è un nostro partner strategico e ha un ruolo fondamentale per la stabilizzazione della regione”, dice il ministro Gentiloni. Non c’è dubbio: l’Egitto è importante da tutti i punti di vista. È un paese di novanta milioni di abitanti, snodo tra l’Africa e il Medio Oriente – tra la Libia, la penisola arabica, Israele e la Giordania. È indispensabile nella ricerca di un qualche nuovo equilibrio in Libia (il Cairo ha mire storiche di influenza sulla regione orientale, la Cirenaica, e il generale al Sisi ha i suoi alleati da sponsorizzare). È direttamente in causa nel conflitto tra Israele e Palestina, non fosse altro che per il confine con Gaza. È alleato dell’Arabia Saudita, da cui riceve importanti aiuti finanziari e investimenti. L’Italia è stata il primo paese europeo a ricevere il generale al Sisi dopo la sua presa del potere nel luglio 2013, e Matteo Renzi due anni fa è stato il primo capo di governo europeo a visitare l’Egitto, e poi a tornarci: una legittimazione politica. Anche l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi incontra spesso al Sisi...

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Energia: giù le borse e il petrolio, su il carbone

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Energia: giù le borse e il petrolio, su il carbone

[Di Mario Agostinelli su Ilfattoquotidiano.it] L’obiettivo principale della decarbonizzazione dell’economia, così duramente discusso nelle riunioni preparatorie e sottolineato come priorità dall’IPCC, è stato ridotto alla conferenza Cop 21 di Parigi a un vago riferimento. Il picco di emissioni potrebbe raggiungere qualsiasi grandezza, raggiungere il suo massimo in un periodo di tempo indefinito, scendere a zero solo a fine secolo. Non si menziona neanche una volta che i combustibili fossili abbiano termine. Qui è evidente la resistenza delle industrie del settore fossile e dei padroni del petrolio, del gas e del carbone. Secondo un’analisi congiunta dell’Istituto per lo Sviluppo Internazionale e dell’ODI, solo i paesi del G20, le prime 20 economie, canalizzano ogni anno oltre 600 miliardi di dollari di fondi pubblici sotto forma di sussidi alle compagnie dell’energia fossile. In questi sussidi non sono considerati i 1200 miliardi all’anno che gli Emirati Arabi mettono a bilancio per tenere basso il prezzo del petrolio e combattere la loro guerra contro i concorrenti di USA, Iran e Russia, con qualche complicità tollerata con l’esecrato ISIS. Un notevole gruppo di 32 personalità, guidato da Stiglitz e altri premi Nobel ha chiesto l’introduzione di tasse per le emissioni di carbonio, sia per coprire i costi ambientali e sociali che sono ora trasferiti alla società che per ridurre le emissioni e investire in sistemi energetici senza emissioni di carbonio. Uno straordinario contributo ad affrontare la crisi togliendo soldi e armi alle multinazionali del passato e investendo in occupazione, risanamento del clima, redistribuzione del reddito. Ma di questa misura così necessaria non se ne discute a Davos o nei consessi dei banchieri che, pur di mantenere una rendita finanziaria, agitano lo spread e deprimono i listini delle borse terrorizzando i risparmiatori. Cosa può succedere se, dopo la conferenza di Parigi, che ha fissato ad 1.5 °C il limite dell’innalzamento della temperatura del pianeta, l’economia e la politica, anziché rivolgersi al sole, al rifiuto dello spreco e all’intelligenza continueranno a ruotare attorno ai prezzi dei combustibili da bruciare nelle caldaie e nei motori? La Banca Mondiale avanza una interessante previsione: i prezzi all’ingrosso dell’energia elettrica in Europa rimarranno depressi e la curva dei prezzi dell’energia elettrica per il futuro nella maggior parte dei mercati manterrà una tendenza al ribasso. Se anche il prezzo del gas scenderà anche a seguito del calo del petrolio, non ci sarà recupero rispetto all’avanzamento delle rinnovabili, che saranno l’unica quota elettrica in crescita a prezzi convenienti. Di fatto, il rapido afflusso di energie rinnovabili, che hanno un costo marginale zero nella generazione e nell’accesso prioritario alla rete, ha rotto (BMI usa proprio la parola “BROKEN”) il business tradizionale dell’energia, mettendo in difficoltà le grandi utilities che, avendo investito in centrali a turbogas, producono in eccesso e sono costrette a tenere in stand by interi impianti, nonostante che il prezzo del gas che viene dai gasdotti dalle navi metaniere sia in discesa. La prospettiva è quella di una ulteriore irreversibile penetrazione economicamente conveniente dell’energia da sole, vento e acqua. A meno che si rilanci il carbone, che è l’unica fonte in grado di reggere la pressione al ribasso delle fonti a bassa emissione e rimane la carta sporca del sistema energetico centralizzato, messo in discussione a livello innanzitutto ambientale, ma ora a livello anche economico e geopolitico. Carbon tax e una decarbonizzazione...

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Crolla il consumo di gas in Italia ma arrivano nuovi gasdotti e grandi impatti. Perché?

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Crolla il consumo di gas in Italia ma arrivano nuovi gasdotti e grandi impatti. Perché?

[Di Augusto De Sanctis su Stopdevastazioni.wordpress.com] In Italia il consumo di gas è crollato in pochi anni, con un -28% rispetto all’anno di picco (dati del Ministero dello Sviluppo Economico). Eppure le due principali società coinvolte nel trasporto, SNAM e Gasdotti Italia (SGI, di proprietà del fondo di investimento inglese EISER Infrastructure Fund), continuano a voler costruire gasdotti, dal TAP in Puglia, al Cellino – San Marco tra Marche e Abruzzo e al Larino – Chieti tra Abruzzo e Molise. Il Ministero dello Sviluppo Economico li asseconda e inserisce i nuovi progetti nella Rete Nazionale dei Gasdotti. Perché? Il caso del gasdotto Larino – Chieti, del costo di alcune centinaia di milioni di euro, è esemplare. Qui sotto il resoconto dell’inchiesta pubblica di oggi. Qui trovate i dati dei consumi di gas per singole regioni http://dgsaie.mise.gov.it/dgerm/consumigasregionali.asp. Gasdotto Larino – Chieti: dall’inchiesta pubblica dati clamorosi. In Italia -28% di consumo di gas , in Abruzzo -48% e in Molise -61% in pochi anni! Interventi unanimemente contrari. Associazioni e movimenti: opera del tutto inutile e devastante per le produzioni agricole, bisogna bocciarla! Dati clamorosi sono emersi oggi sul gasdotto Larino – Chieti durante l’inchiesta pubblica, la prima promossa dalla Regione Abruzzo nell’ambito delle procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA). Un’attività ricognitiva importante anche se realizzata di mattina di un giorno lavorativo e lontano dai luoghi direttamente interessati, cosa che ha precluso la partecipazione di tanti soggetti interessati. Gli attivisti hanno recuperato sul sito del portale del Ministero dello Sviluppo Economico i dati sui consumi di gas in Abruzzo e Molise nell’ultimo decennio. Ebbene, i dati ufficiali smentiscono clamorosamente le motivazioni addotte dall’azienda per promuovere la costruzione dell’opera e, cioè, che servirebbe a migliorare il servizio. In entrambe le regioni il trend dei consumi è in picchiata anche grazie alle rinnovabili che hanno fatto andare fuori mercato le centrali turbogas. In Abruzzo nel 2014 c’è stato un dimezzamento dei consumi rispetto all’anno di picco (meno 48%) mentre in Molise si è registrato addirittura un clamoroso meno 61% (alleghiamo qui di seguito i grafici). In queste condizioni ci si chiede come sia anche solo possibile pensare di invadere centinaia di ettari di coltivi con vigne e oliveti di pregio che dovranno essere espiantati e ben otto Siti di Interesse Comunitario (SIC) per la biodiversità. La rete di gas attuale è ampiamente sufficiente a trasportare il metano che serve agli abruzzesi e ai molisani e, anzi, bisogna puntare sulla manutenzione dell’esistente visti gli incidenti che hanno caratterizzato in Italia diversi gasdotti (come accaduto nel 2015 a Mutignano con 11 feriti e diverse case distrutte). In realtà la stessa Gasdotti Italia, che, ricordiamo, è di proprietà di un fondo d’investimento inglese, ha evitato accuratamente di far emergere nella documentazione depositata per la VIA che il gasdotto in realtà segue esattamente le aree concesse a vario titolo ai petrolieri per nuove perforazioni e stoccaggi di gas. Si inserisce perfettamente, quindi, nel tentativo di trasformare l’Abruzzo e il Molise in un distretto energetico degli idrocarburi. Anzi, è un’opera indispensabile e propedeutica per i nuovi pozzi e per gli stoccaggi! Nella documentazione divulgata agli investitori, il Piano di Sviluppo decennale, invece, questo è scritto nero su bianco (alleghiamo l’estratto). Davanti a questi dati incontrovertibili i rappresentanti dell’azienda hanno cercato di arrampicarsi sugli specchi ammettendo finalmente che c’era...

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Energia rinnovabile, in stallo decreto sui nuovi incentivi. Produttori: “Da governo totale disinteresse, settore a rischio”

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Energia rinnovabile, in stallo decreto sui nuovi incentivi. Produttori: “Da governo totale disinteresse, settore a rischio”

[Di Elena Veronelli su Ilfattoquotidiano.it] Le aziende attendono dalla fine del 2014 l’aggiornamento delle misure in favore delle fonti diverse dal fotovoltaico, dall’eolico alla geotermia. Coordinamento Free: “Per colpa di questo ritardo il 2015 è stato un anno flop come numeri di nuove installazioni”. E i posti di lavoro sono diminuiti dai 37mila del 2012 a 26mila. Il 2015 non è stato un anno brillante per le energie rinnovabili. Da una parte i dati sulla nuova potenza installata e sulla produzione sono in calo, dall’altra si è creato un vuoto normativo a causa del ritardo del governo nell’approvare il decreto con i nuovi incentivi alle fonti diverse dal fotovoltaico. Il provvedimento doveva essere pronto a fine 2014 ma ancora non vede la luce. Gli operatori lo aspettano da tempo, preoccupati degli effetti negativi che questo vuoto sta producendo al settore: rallentamento della crescita del numero degli impianti rinnovabili, aziende costrette a fuggire all’estero o a chiudere e drastico calo degli occupati. Il lungo iter del decreto e lo stop di Bruxelles – I tre ministeri coinvolti – Sviluppo economico, Ambiente e Politiche Agricole – hanno trovato un accordo su una bozza solo a settembre 2015. Dunque quasi un anno dopo. Il testo è stato poi trasmesso all’Autorità per l’energia e alla Conferenza unificata che hanno dato i loro pareri, in base ai quali il governo ha apportato alcune modifiche. Ora è al vaglio della Commissione europea, che deve certificare la compatibilità delle norme con le linee guida in materia di aiuti di Stato. Indiscrezioni dicono però che Bruxelles sarebbe orientata a chiedere modifiche, eventualità che rallenterebbe ulteriormente l’iter del provvedimento. In generale, il fine del decreto nelle intenzioni dell’esecutivo è sostenere la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili (non fotovoltaiche) attraverso la definizione di incentivi e di modalità di accesso semplici. Il tutto per promuovere l’efficacia, l’efficienza e la sostenibilità degli oneri di incentivazione nell’ambito degli obiettivi della Strategia energetica nazionale. I nodi del testo e i tempi troppo stretti – Ci sono però almeno due macigni che incombono sulle buone intenzioni. Il primo è relativo ai tempi: il provvedimento riguarda lo sviluppo di impianti per gli anni 2015 e 2016. Anche se entrasse in vigore immediatamente la sua validità sarebbe limitata a meno di 12 mesi. “Un tale atteggiamento da parte delle istituzioni è scandaloso e sintomatico del totale disinteresse per temi di notevole urgenza, come l’ambiente e i cambiamenti climatici, che rende vana ogni parola spesa in occasione della COP21 di Parigi”, commenta l’Associazione Nazionale Energia Vento (Anev). Sulla stessa linea il presidente di Anie Rinnovabili, Emilio Cremona: “E’ necessario che sia data subito la possibilità alle imprese delle rinnovabili di presentare progetti che possano accedere ai pochi sistemi incentivanti rimasti. Oggi sono bloccati tutti quei progetti che possono iscriversi ai registri o partecipare alle aste previste dal nuovo decreto”. Senza decreto il tetto di spesa sarà raggiunto prima – Il secondo problema, anch’esso legato ai tempi, riguarda più specificatamente il tetto degli incentivi da assegnare: il testo lo fissa a 5,8 miliardi di euro l’anno, introducendo al contempo un nuovo metodo di calcolo che mette indietro al contatore. Ma, spiega l’analista Tommaso Barbetti di eLeMeNS in una intervista rilasciata a Qualenergia.it, finché il provvedimento non entra in vigore vige il vecchio metodo di calcolo con...

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Rotte di transizione: una transizione sociale, economica e ambientale

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Rotte di transizione: una transizione sociale, economica e ambientale

[Di Alberto Bellini su Abelliniforli.blogspot.it] Il testo “Riconversione: un’utopia concreta” è un importante documento, che contiene molte molte voci legate da un filo verde: la consapevolezza che conversione dell’economia in senso ambientale è anche e soprattutto una rivoluzione sociale e culturale, in accordo alla felice espressione di Alex Langer: “La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile”. Un tema sviluppato da Silvano Falocco nella presentazione del libro organizzata oggi a Roma da parte dell’associazione ASUD e del Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali di Roma. La rivoluzione sociale proposta comprende una riscoperta delle comunità e dei beni comuni; in contrapposizione alla presentificazione e all’individualismo che permea le nostre città, e che nasconde la responsabilità intergenerazionale, anzi, la accantona, come si fa con un insetto sgradevole. La profonda, drammatica incompatibilità tra limiti ecologici del pianeta e modello di produzione e consumo è uno degli elementi non più rimandabili su cui da tempo è avviata una complessa riflessione. Ancora oggi, la maggior parte della popolazione non considera la conversione una scelta necessaria per uscire dalle crisi ambientali, sociali ed economiche, e anzi, prevale ancora l’ideologia della crescita illimitata, della grande fabbrica e del consumo di massa, perfino nel settore agroalimentare, con conseguenze molto pesanti sulla salute dei cittadini e del pianeta, come ha ricordato Marica di Pierri. Al contrario, è proprio l’economia e la finanza a dirci che questo modello non regge più, in quanto i costi legati agli impatti ambientali, ad esempio per l’energia fossile, superano i margini di profitto. Energia per l’Italia è un gruppo di ricercatori “multi-disciplinare” dell’Università e centri di ricerca di Bologna, coordinato da Vincenzo Balzani. Nell’attuale contesto economico e sociale abbiamo ritenuto urgente e importante offrire il nostro contributo indipendente e scientifico ai decisori politici. Dobbiamo prendere atto che, ad oggi, nessun decisore politico ha risposto al nostro appello. In questo quadro, è opportuno sottolineare due messaggi: 1) Non esiste un modello socio-economico che faccia convivere l’economia circolare e il modello economico dominante (economia fossile): stradoni, cemento (occupazione di suolo), idrocarburi; 2) Esiste una strategia energetica alternativa e i suoi impatti su clima, ambiente e lavoro sono estremamente positivi. In estrema sintesi, è il momento di pensare alla transizione e di definire le sue regole, perché occorre una grande rivoluzione industriale e sociale.   1) Economia fossile ed economia circolare possono convivere? L’idea che si possano mantenere insieme due modelli opposti: consumo da una parte; riciclo e risparmio dall’altra, è falsa e pericolosa. Molte iniziative, nell’alveo della green economy possono essere più pericolose del modello capitalista dominante. Due esempi. Realizzare auto elettriche a elevate prestazioni, mi riferisco agli investimenti sui SUV elettrici, non risolve, ma peggiora i problemi ambientali, perché si fornisce un alibi a chi continua a utilizzare mobilità privata con potenza superiore alle reali necessità. Il rischio climatico e ambientale è tanto chiaro, quanto “invisibile” e non considerato. Per evitare che l’ecosistema si trovi in una condizione “patologica” l’aumento della temperatura, prodotto da attività antropiche – quali produzione e uso di energia da combustibili fossili – deve essere inferiore a 2° C. Tale risultato che si può ottenere con sicurezza limitando le emissioni di anidride carbonica (CO²) a un valore totale inferiore a 565 miliardi di tonnellate. Se estraessimo tutte le riserve di combustibili fossili “certe” le emissioni totali sarebbero superiori...

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Così la scienza contesta il Parlamento

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Così la scienza contesta il Parlamento

[Di Jacopo Giliberto su Ilsole24ore.com] Gli scienziati confermano. Gli stoccaggi di metano potrebbero essere bloccati da un giorno all’altro. Colpa della sindrome nimby (l’opposizione locale alle nuove realizzazioni) che — complici l’emotività, la scarsa competenza e la disattenzione del Parlamento — è entrata nella Legge di Stabilità. Per la paura che nel Modenese potesse essere realizzato uno stoccaggio di metano mai nemmeno autorizzato, nella legge è stato inserito un comma quasi invisibile: «Ritenere precluse le attività di stoccaggio di gas naturale in acquiferi profondi». Secondo il senatore Stefano Vaccari del Pd emiliano, «l’emendamento che io stesso ho presentato» vuole impedire che venga realizzato quel progetto «dal momento che depositi di questa natura — precisa il parlamentare — non esistono sul nostro territorio». Una ricerca realizzata da scienziati eminenti (tra i quali Enzo Boschi e Fedora Quattrocchi), ricerca che è in via di pubblicazione su riviste scientifiche, afferma che gli stoccaggi di gas in Italia e nel mondo sono in presenza di quegli “acquiferi profondi” appena vietati dalla Legge di Stabilità. Tranne i pochi casi di serbatoi di metano realizzati scavando nel salgemma (ce n’è qualcuno per esempio in Germania), negli altri casi insieme al gas c’è sempre l’acqua. Il metano e l’acqua sempre si contendono lo spazio nelle rocce o nelle sabbie che impregnano. Lo conferma — dice la ricerca scientifica — il caso dei giacimenti italiani vuotati dal gas e non ancora riutilizzati come stoccaggio: l’acqua «negli anni di inattività va ad occupare lo spazio lasciato libero dal gas estratto». In altre parole, «sia che non ci sia mai stato gas prima (modalità quindi “acquifero profondo”), o che ci si trovi alla fine della vita produttiva di un giacimento di gas (modalità “giacimento depleto”), la situazione è la medesima, cioè la roccia serbatoio è (o è tornata ad essere) pur sempre un acquifero profondo». E cioè da quasi due mesi in Italia gli stoccaggi di gas sono «preclusi», come dice la legge. La relazione degli scienziati dice che «attualmente sono in funzione al mondo circa 630 siti di stoccaggio, di cui circa 117 in Europa e circa 394 negli Stati Uniti, utilizzando tecniche diverse». I serbatoi di gas più diffusi nel mondo sono in giacimenti vuoti (il 75%) e in “acquiferi profondi” (14%). In Europa, la percentuale degli acquiferi profondi sale al 20% e in Francia sono addirittura l’80%. «È arbitrario distinguere, all’interno della categoria dello stoccaggio gas in roccia naturalmente porosa — conclude lo studio scientifico — lo stoccaggio in giacimento depleto e in acquifero profondo».     Pubblicato su Ilsole24ore.com il 29 gennaio...

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Referendum anti-trivelle fissato al 17 aprile. Niente accorpamento con amministrative

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Referendum anti-trivelle fissato al 17 aprile. Niente accorpamento con amministrative

[Di redazione su Ilfattoquotidiano.it] L’election day non ci sarà. Il Consiglio dei ministri ha infatti fissato la data per il referendum anti trivelle per il 17 aprile, che aveva ricevuto il via libera dalla Corte costituzionale a gennaio. Tradotto: nessun accorpamento con le amministrative, al contrario di quanto avevano chiesto Regioni, ambientalisti e no Triv. Che farebbe risparmiare oltre 300 milioni di euro. Gli italiani, quindi, saranno chiamati a votare circa la durata delle concessioni alle società petrolifere. Tecnicamente, si parla, dell’abrogazione della previsione che le attività di coltivazione di idrocarburi relative a provvedimenti concessori già rilasciati in zone di mare entro dodici miglia marine abbiano durata pari alla vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale. Lacorazza: “Così si buttano oltre 300 milioni e si mortifica la partecipazione popolare” Il presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Piero Lacorazza (Pd) contesta però la scelta della data da parte del Cdm. “In questo modo – spiega – non solo si rifiuta l’accorpamento con le amministrative, che farebbe risparmiare 300 milioni di euro, ma si finisce per mortificare ogni possibilità di partecipazione consapevole dei cittadini alla consultazione referendaria, che per sua natura ha bisogno di un tempo utile per conoscere e valutare il quesito che viene posto agli italiani”. Secondo Lacorazza due mesi “non bastano neanche per aprire la discussione. Spiace che il presidente del Consiglio – continua Lacorazza – non abbia voluto cogliere la vera sfida che il quesito referendario, così come per altri versi i conflitti di attribuzione sul piano delle aree e sulla durata delle concessioni, pongono a chi governa: la necessità di attivare un percorso democratico, di coinvolgere le istituzioni di prossimità e i territori nelle decisioni che li riguardano”. E accusa il governo di non avere “il coraggio di far scegliere agli italiani”. Il presidente del Consiglio regionale della Basilicata conclude osservando che “non resta che appellarsi nuovamente al presidente della Repubblica Sergio Mattarella” e precisa che “nei prossimi giorni valuteremo le scelte da adottare”. Movimento 5 stelle: “Il Governo Renzi vuole affossare il referendum” Ancora più dura la presa di posizione del Movimento 5 stelle: “Il governo è rimasto sordo agli appelli di tutte le associazioni ambientaliste e ha tirato dritto per la sua strada. Si voterà il 17 aprile per il referendum su alcune trivellazioni offshore e non insieme alle amministrative, in un election day che avrebbe tra l’altro fatto risparmiare centinaia di milioni di euro ai cittadini”. Un referendum nato già azzoppato nei contenuti e che con questa decisione il governo vuole definitivamente affossare”. È il commento dei parlamentari delle commissioni Ambiente e Attività produttive del M5S. “Ecco il volto fossile del governo. Il tentativo è dimettere i bastoni tra le ruote al referendum, anche se è un quesito limitante e che non risolverà la questione. Ma noi dobbiamo andare a votare ugualmente e votare sì”. Greenpeace: “Truffa ai danni degli italiani” “Decisione antidemocratica e scellerata, una truffa pagata coi soldi degli italiani. Renzi sta giocando sporco, svilendo la democrazia a spese di tutti noi” ha detto Andrea Boraschi, responsabile della campagna Clima ed Energia di Greenpeace, secondo cui “è chiarissima la volontà del premier di scongiurare il quorum referendario, non importa se così si sprecano centinaia di milioni di soldi pubblici per privilegiare i petrolieri. L’allergia...

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