CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoro

L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
    Leggi l’articolo
  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
  • Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
    Leggi l’articoloAscolta su Scanner
  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
    Leggi l’articolo
  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
    Leggi l’articoloAscolta su Scanner
  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
    Leggi l’articolo /Ascolta su Scanner

 

  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner

Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
    Leggi l’articolo
  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
    Guarda la diretta
  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
    Leggi l’articolo
  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
    Leggi l’articolo
    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

Leggi l’articolo

 

  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
Leggi l’articolo

  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
    Leggi l’articolo
  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
    Leggi il comunicato
  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
    Leggi l’articolo
  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
    Leggi l’articolo
  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
    Leggi l’articolo
  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
    Leggi l’articolo
  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
    Leggi l’articolo
  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
    Leggi l’articolo
  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
    Leggi l’articolo
  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
    Guarda la diretta
  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
    Leggi l’articolo
  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
    Leggi l’articolo
  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
    Leggi l’articolo
  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
    Leggi l’articolo

Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Energia: giù le borse e il petrolio, su il carbone

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Energia: giù le borse e il petrolio, su il carbone

Energia: giù le borse e il petrolio, su il carbone

[Di Mario Agostinelli su Ilfattoquotidiano.it] L’obiettivo principale della decarbonizzazione dell’economia, così duramente discusso nelle riunioni preparatorie e sottolineato come priorità dall’IPCC, è stato ridotto alla conferenza Cop 21 di Parigi a un vago riferimento. Il picco di emissioni potrebbe raggiungere qualsiasi grandezza, raggiungere il suo massimo in un periodo di tempo indefinito, scendere a zero solo a fine secolo. Non si menziona neanche una volta che i combustibili fossili abbiano termine. Qui è evidente la resistenza delle industrie del settore fossile e dei padroni del petrolio, del gas e del carbone. Secondo un’analisi congiunta dell’Istituto per lo Sviluppo Internazionale e dell’ODI, solo i paesi del G20, le prime 20 economie, canalizzano ogni anno oltre 600 miliardi di dollari di fondi pubblici sotto forma di sussidi alle compagnie dell’energia fossile. In questi sussidi non sono considerati i 1200 miliardi all’anno che gli Emirati Arabi mettono a bilancio per tenere basso il prezzo del petrolio e combattere la loro guerra contro i concorrenti di USA, Iran e Russia, con qualche complicità tollerata con l’esecrato ISIS. Un notevole gruppo di 32 personalità, guidato da Stiglitz e altri premi Nobel ha chiesto l’introduzione di tasse per le emissioni di carbonio, sia per coprire i costi ambientali e sociali che sono ora trasferiti alla società che per ridurre le emissioni e investire in sistemi energetici senza emissioni di carbonio. Uno straordinario contributo ad affrontare la crisi togliendo soldi e armi alle multinazionali del passato e investendo in occupazione, risanamento del clima, redistribuzione del reddito. Ma di questa misura così necessaria non se ne discute a Davos o nei consessi dei banchieri che, pur di mantenere una rendita finanziaria, agitano lo spread e deprimono i listini delle borse terrorizzando i risparmiatori. Cosa può succedere se, dopo la conferenza di Parigi, che ha fissato ad 1.5 °C il limite dell’innalzamento della temperatura del pianeta, l’economia e la politica, anziché rivolgersi al sole, al rifiuto dello spreco e all’intelligenza continueranno a ruotare attorno ai prezzi dei combustibili da bruciare nelle caldaie e nei motori? La Banca Mondiale avanza una interessante previsione: i prezzi all’ingrosso dell’energia elettrica in Europa rimarranno depressi e la curva dei prezzi dell’energia elettrica per il futuro nella maggior parte dei mercati manterrà una tendenza al ribasso. Se anche il prezzo del gas scenderà anche a seguito del calo del petrolio, non ci sarà recupero rispetto all’avanzamento delle rinnovabili, che saranno l’unica quota elettrica in crescita a prezzi convenienti. Di fatto, il rapido afflusso di energie rinnovabili, che hanno un costo marginale zero nella generazione e nell’accesso prioritario alla rete, ha rotto (BMI usa proprio la parola “BROKEN”) il business tradizionale dell’energia, mettendo in difficoltà le grandi utilities che, avendo investito in centrali a turbogas, producono in eccesso e sono costrette a tenere in stand by interi impianti, nonostante che il prezzo del gas che viene dai gasdotti dalle navi metaniere sia in discesa. La prospettiva è quella di una ulteriore irreversibile penetrazione economicamente conveniente dell’energia da sole, vento e acqua. A meno che si rilanci il carbone, che è l’unica fonte in grado di reggere la pressione al ribasso delle fonti a bassa emissione e rimane la carta sporca del sistema energetico centralizzato, messo in discussione a livello innanzitutto ambientale, ma ora a livello anche economico e geopolitico. Carbon tax e una decarbonizzazione...

read more

Crolla il consumo di gas in Italia ma arrivano nuovi gasdotti e grandi impatti. Perché?

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Crolla il consumo di gas in Italia ma arrivano nuovi gasdotti e grandi impatti. Perché?

Crolla il consumo di gas in Italia ma arrivano nuovi gasdotti e grandi impatti. Perché?

[Di Augusto De Sanctis su Stopdevastazioni.wordpress.com] In Italia il consumo di gas è crollato in pochi anni, con un -28% rispetto all’anno di picco (dati del Ministero dello Sviluppo Economico). Eppure le due principali società coinvolte nel trasporto, SNAM e Gasdotti Italia (SGI, di proprietà del fondo di investimento inglese EISER Infrastructure Fund), continuano a voler costruire gasdotti, dal TAP in Puglia, al Cellino – San Marco tra Marche e Abruzzo e al Larino – Chieti tra Abruzzo e Molise. Il Ministero dello Sviluppo Economico li asseconda e inserisce i nuovi progetti nella Rete Nazionale dei Gasdotti. Perché? Il caso del gasdotto Larino – Chieti, del costo di alcune centinaia di milioni di euro, è esemplare. Qui sotto il resoconto dell’inchiesta pubblica di oggi. Qui trovate i dati dei consumi di gas per singole regioni http://dgsaie.mise.gov.it/dgerm/consumigasregionali.asp. Gasdotto Larino – Chieti: dall’inchiesta pubblica dati clamorosi. In Italia -28% di consumo di gas , in Abruzzo -48% e in Molise -61% in pochi anni! Interventi unanimemente contrari. Associazioni e movimenti: opera del tutto inutile e devastante per le produzioni agricole, bisogna bocciarla! Dati clamorosi sono emersi oggi sul gasdotto Larino – Chieti durante l’inchiesta pubblica, la prima promossa dalla Regione Abruzzo nell’ambito delle procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA). Un’attività ricognitiva importante anche se realizzata di mattina di un giorno lavorativo e lontano dai luoghi direttamente interessati, cosa che ha precluso la partecipazione di tanti soggetti interessati. Gli attivisti hanno recuperato sul sito del portale del Ministero dello Sviluppo Economico i dati sui consumi di gas in Abruzzo e Molise nell’ultimo decennio. Ebbene, i dati ufficiali smentiscono clamorosamente le motivazioni addotte dall’azienda per promuovere la costruzione dell’opera e, cioè, che servirebbe a migliorare il servizio. In entrambe le regioni il trend dei consumi è in picchiata anche grazie alle rinnovabili che hanno fatto andare fuori mercato le centrali turbogas. In Abruzzo nel 2014 c’è stato un dimezzamento dei consumi rispetto all’anno di picco (meno 48%) mentre in Molise si è registrato addirittura un clamoroso meno 61% (alleghiamo qui di seguito i grafici). In queste condizioni ci si chiede come sia anche solo possibile pensare di invadere centinaia di ettari di coltivi con vigne e oliveti di pregio che dovranno essere espiantati e ben otto Siti di Interesse Comunitario (SIC) per la biodiversità. La rete di gas attuale è ampiamente sufficiente a trasportare il metano che serve agli abruzzesi e ai molisani e, anzi, bisogna puntare sulla manutenzione dell’esistente visti gli incidenti che hanno caratterizzato in Italia diversi gasdotti (come accaduto nel 2015 a Mutignano con 11 feriti e diverse case distrutte). In realtà la stessa Gasdotti Italia, che, ricordiamo, è di proprietà di un fondo d’investimento inglese, ha evitato accuratamente di far emergere nella documentazione depositata per la VIA che il gasdotto in realtà segue esattamente le aree concesse a vario titolo ai petrolieri per nuove perforazioni e stoccaggi di gas. Si inserisce perfettamente, quindi, nel tentativo di trasformare l’Abruzzo e il Molise in un distretto energetico degli idrocarburi. Anzi, è un’opera indispensabile e propedeutica per i nuovi pozzi e per gli stoccaggi! Nella documentazione divulgata agli investitori, il Piano di Sviluppo decennale, invece, questo è scritto nero su bianco (alleghiamo l’estratto). Davanti a questi dati incontrovertibili i rappresentanti dell’azienda hanno cercato di arrampicarsi sugli specchi ammettendo finalmente che c’era...

read more

Energia rinnovabile, in stallo decreto sui nuovi incentivi. Produttori: “Da governo totale disinteresse, settore a rischio”

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Energia rinnovabile, in stallo decreto sui nuovi incentivi. Produttori: “Da governo totale disinteresse, settore a rischio”

Energia rinnovabile, in stallo decreto sui nuovi incentivi. Produttori: “Da governo totale disinteresse, settore a rischio”

[Di Elena Veronelli su Ilfattoquotidiano.it] Le aziende attendono dalla fine del 2014 l’aggiornamento delle misure in favore delle fonti diverse dal fotovoltaico, dall’eolico alla geotermia. Coordinamento Free: “Per colpa di questo ritardo il 2015 è stato un anno flop come numeri di nuove installazioni”. E i posti di lavoro sono diminuiti dai 37mila del 2012 a 26mila. Il 2015 non è stato un anno brillante per le energie rinnovabili. Da una parte i dati sulla nuova potenza installata e sulla produzione sono in calo, dall’altra si è creato un vuoto normativo a causa del ritardo del governo nell’approvare il decreto con i nuovi incentivi alle fonti diverse dal fotovoltaico. Il provvedimento doveva essere pronto a fine 2014 ma ancora non vede la luce. Gli operatori lo aspettano da tempo, preoccupati degli effetti negativi che questo vuoto sta producendo al settore: rallentamento della crescita del numero degli impianti rinnovabili, aziende costrette a fuggire all’estero o a chiudere e drastico calo degli occupati. Il lungo iter del decreto e lo stop di Bruxelles – I tre ministeri coinvolti – Sviluppo economico, Ambiente e Politiche Agricole – hanno trovato un accordo su una bozza solo a settembre 2015. Dunque quasi un anno dopo. Il testo è stato poi trasmesso all’Autorità per l’energia e alla Conferenza unificata che hanno dato i loro pareri, in base ai quali il governo ha apportato alcune modifiche. Ora è al vaglio della Commissione europea, che deve certificare la compatibilità delle norme con le linee guida in materia di aiuti di Stato. Indiscrezioni dicono però che Bruxelles sarebbe orientata a chiedere modifiche, eventualità che rallenterebbe ulteriormente l’iter del provvedimento. In generale, il fine del decreto nelle intenzioni dell’esecutivo è sostenere la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili (non fotovoltaiche) attraverso la definizione di incentivi e di modalità di accesso semplici. Il tutto per promuovere l’efficacia, l’efficienza e la sostenibilità degli oneri di incentivazione nell’ambito degli obiettivi della Strategia energetica nazionale. I nodi del testo e i tempi troppo stretti – Ci sono però almeno due macigni che incombono sulle buone intenzioni. Il primo è relativo ai tempi: il provvedimento riguarda lo sviluppo di impianti per gli anni 2015 e 2016. Anche se entrasse in vigore immediatamente la sua validità sarebbe limitata a meno di 12 mesi. “Un tale atteggiamento da parte delle istituzioni è scandaloso e sintomatico del totale disinteresse per temi di notevole urgenza, come l’ambiente e i cambiamenti climatici, che rende vana ogni parola spesa in occasione della COP21 di Parigi”, commenta l’Associazione Nazionale Energia Vento (Anev). Sulla stessa linea il presidente di Anie Rinnovabili, Emilio Cremona: “E’ necessario che sia data subito la possibilità alle imprese delle rinnovabili di presentare progetti che possano accedere ai pochi sistemi incentivanti rimasti. Oggi sono bloccati tutti quei progetti che possono iscriversi ai registri o partecipare alle aste previste dal nuovo decreto”. Senza decreto il tetto di spesa sarà raggiunto prima – Il secondo problema, anch’esso legato ai tempi, riguarda più specificatamente il tetto degli incentivi da assegnare: il testo lo fissa a 5,8 miliardi di euro l’anno, introducendo al contempo un nuovo metodo di calcolo che mette indietro al contatore. Ma, spiega l’analista Tommaso Barbetti di eLeMeNS in una intervista rilasciata a Qualenergia.it, finché il provvedimento non entra in vigore vige il vecchio metodo di calcolo con...

read more

Rotte di transizione: una transizione sociale, economica e ambientale

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Rotte di transizione: una transizione sociale, economica e ambientale

Rotte di transizione: una transizione sociale, economica e ambientale

[Di Alberto Bellini su Abelliniforli.blogspot.it] Il testo “Riconversione: un’utopia concreta” è un importante documento, che contiene molte molte voci legate da un filo verde: la consapevolezza che conversione dell’economia in senso ambientale è anche e soprattutto una rivoluzione sociale e culturale, in accordo alla felice espressione di Alex Langer: “La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile”. Un tema sviluppato da Silvano Falocco nella presentazione del libro organizzata oggi a Roma da parte dell’associazione ASUD e del Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali di Roma. La rivoluzione sociale proposta comprende una riscoperta delle comunità e dei beni comuni; in contrapposizione alla presentificazione e all’individualismo che permea le nostre città, e che nasconde la responsabilità intergenerazionale, anzi, la accantona, come si fa con un insetto sgradevole. La profonda, drammatica incompatibilità tra limiti ecologici del pianeta e modello di produzione e consumo è uno degli elementi non più rimandabili su cui da tempo è avviata una complessa riflessione. Ancora oggi, la maggior parte della popolazione non considera la conversione una scelta necessaria per uscire dalle crisi ambientali, sociali ed economiche, e anzi, prevale ancora l’ideologia della crescita illimitata, della grande fabbrica e del consumo di massa, perfino nel settore agroalimentare, con conseguenze molto pesanti sulla salute dei cittadini e del pianeta, come ha ricordato Marica di Pierri. Al contrario, è proprio l’economia e la finanza a dirci che questo modello non regge più, in quanto i costi legati agli impatti ambientali, ad esempio per l’energia fossile, superano i margini di profitto. Energia per l’Italia è un gruppo di ricercatori “multi-disciplinare” dell’Università e centri di ricerca di Bologna, coordinato da Vincenzo Balzani. Nell’attuale contesto economico e sociale abbiamo ritenuto urgente e importante offrire il nostro contributo indipendente e scientifico ai decisori politici. Dobbiamo prendere atto che, ad oggi, nessun decisore politico ha risposto al nostro appello. In questo quadro, è opportuno sottolineare due messaggi: 1) Non esiste un modello socio-economico che faccia convivere l’economia circolare e il modello economico dominante (economia fossile): stradoni, cemento (occupazione di suolo), idrocarburi; 2) Esiste una strategia energetica alternativa e i suoi impatti su clima, ambiente e lavoro sono estremamente positivi. In estrema sintesi, è il momento di pensare alla transizione e di definire le sue regole, perché occorre una grande rivoluzione industriale e sociale.   1) Economia fossile ed economia circolare possono convivere? L’idea che si possano mantenere insieme due modelli opposti: consumo da una parte; riciclo e risparmio dall’altra, è falsa e pericolosa. Molte iniziative, nell’alveo della green economy possono essere più pericolose del modello capitalista dominante. Due esempi. Realizzare auto elettriche a elevate prestazioni, mi riferisco agli investimenti sui SUV elettrici, non risolve, ma peggiora i problemi ambientali, perché si fornisce un alibi a chi continua a utilizzare mobilità privata con potenza superiore alle reali necessità. Il rischio climatico e ambientale è tanto chiaro, quanto “invisibile” e non considerato. Per evitare che l’ecosistema si trovi in una condizione “patologica” l’aumento della temperatura, prodotto da attività antropiche – quali produzione e uso di energia da combustibili fossili – deve essere inferiore a 2° C. Tale risultato che si può ottenere con sicurezza limitando le emissioni di anidride carbonica (CO²) a un valore totale inferiore a 565 miliardi di tonnellate. Se estraessimo tutte le riserve di combustibili fossili “certe” le emissioni totali sarebbero superiori...

read more

Così la scienza contesta il Parlamento

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Così la scienza contesta il Parlamento

Così la scienza contesta il Parlamento

[Di Jacopo Giliberto su Ilsole24ore.com] Gli scienziati confermano. Gli stoccaggi di metano potrebbero essere bloccati da un giorno all’altro. Colpa della sindrome nimby (l’opposizione locale alle nuove realizzazioni) che — complici l’emotività, la scarsa competenza e la disattenzione del Parlamento — è entrata nella Legge di Stabilità. Per la paura che nel Modenese potesse essere realizzato uno stoccaggio di metano mai nemmeno autorizzato, nella legge è stato inserito un comma quasi invisibile: «Ritenere precluse le attività di stoccaggio di gas naturale in acquiferi profondi». Secondo il senatore Stefano Vaccari del Pd emiliano, «l’emendamento che io stesso ho presentato» vuole impedire che venga realizzato quel progetto «dal momento che depositi di questa natura — precisa il parlamentare — non esistono sul nostro territorio». Una ricerca realizzata da scienziati eminenti (tra i quali Enzo Boschi e Fedora Quattrocchi), ricerca che è in via di pubblicazione su riviste scientifiche, afferma che gli stoccaggi di gas in Italia e nel mondo sono in presenza di quegli “acquiferi profondi” appena vietati dalla Legge di Stabilità. Tranne i pochi casi di serbatoi di metano realizzati scavando nel salgemma (ce n’è qualcuno per esempio in Germania), negli altri casi insieme al gas c’è sempre l’acqua. Il metano e l’acqua sempre si contendono lo spazio nelle rocce o nelle sabbie che impregnano. Lo conferma — dice la ricerca scientifica — il caso dei giacimenti italiani vuotati dal gas e non ancora riutilizzati come stoccaggio: l’acqua «negli anni di inattività va ad occupare lo spazio lasciato libero dal gas estratto». In altre parole, «sia che non ci sia mai stato gas prima (modalità quindi “acquifero profondo”), o che ci si trovi alla fine della vita produttiva di un giacimento di gas (modalità “giacimento depleto”), la situazione è la medesima, cioè la roccia serbatoio è (o è tornata ad essere) pur sempre un acquifero profondo». E cioè da quasi due mesi in Italia gli stoccaggi di gas sono «preclusi», come dice la legge. La relazione degli scienziati dice che «attualmente sono in funzione al mondo circa 630 siti di stoccaggio, di cui circa 117 in Europa e circa 394 negli Stati Uniti, utilizzando tecniche diverse». I serbatoi di gas più diffusi nel mondo sono in giacimenti vuoti (il 75%) e in “acquiferi profondi” (14%). In Europa, la percentuale degli acquiferi profondi sale al 20% e in Francia sono addirittura l’80%. «È arbitrario distinguere, all’interno della categoria dello stoccaggio gas in roccia naturalmente porosa — conclude lo studio scientifico — lo stoccaggio in giacimento depleto e in acquifero profondo».     Pubblicato su Ilsole24ore.com il 29 gennaio...

read more

Referendum anti-trivelle fissato al 17 aprile. Niente accorpamento con amministrative

Posted by on 11:47 am in Notizie | Commenti disabilitati su Referendum anti-trivelle fissato al 17 aprile. Niente accorpamento con amministrative

Referendum anti-trivelle fissato al 17 aprile. Niente accorpamento con amministrative

[Di redazione su Ilfattoquotidiano.it] L’election day non ci sarà. Il Consiglio dei ministri ha infatti fissato la data per il referendum anti trivelle per il 17 aprile, che aveva ricevuto il via libera dalla Corte costituzionale a gennaio. Tradotto: nessun accorpamento con le amministrative, al contrario di quanto avevano chiesto Regioni, ambientalisti e no Triv. Che farebbe risparmiare oltre 300 milioni di euro. Gli italiani, quindi, saranno chiamati a votare circa la durata delle concessioni alle società petrolifere. Tecnicamente, si parla, dell’abrogazione della previsione che le attività di coltivazione di idrocarburi relative a provvedimenti concessori già rilasciati in zone di mare entro dodici miglia marine abbiano durata pari alla vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale. Lacorazza: “Così si buttano oltre 300 milioni e si mortifica la partecipazione popolare” Il presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Piero Lacorazza (Pd) contesta però la scelta della data da parte del Cdm. “In questo modo – spiega – non solo si rifiuta l’accorpamento con le amministrative, che farebbe risparmiare 300 milioni di euro, ma si finisce per mortificare ogni possibilità di partecipazione consapevole dei cittadini alla consultazione referendaria, che per sua natura ha bisogno di un tempo utile per conoscere e valutare il quesito che viene posto agli italiani”. Secondo Lacorazza due mesi “non bastano neanche per aprire la discussione. Spiace che il presidente del Consiglio – continua Lacorazza – non abbia voluto cogliere la vera sfida che il quesito referendario, così come per altri versi i conflitti di attribuzione sul piano delle aree e sulla durata delle concessioni, pongono a chi governa: la necessità di attivare un percorso democratico, di coinvolgere le istituzioni di prossimità e i territori nelle decisioni che li riguardano”. E accusa il governo di non avere “il coraggio di far scegliere agli italiani”. Il presidente del Consiglio regionale della Basilicata conclude osservando che “non resta che appellarsi nuovamente al presidente della Repubblica Sergio Mattarella” e precisa che “nei prossimi giorni valuteremo le scelte da adottare”. Movimento 5 stelle: “Il Governo Renzi vuole affossare il referendum” Ancora più dura la presa di posizione del Movimento 5 stelle: “Il governo è rimasto sordo agli appelli di tutte le associazioni ambientaliste e ha tirato dritto per la sua strada. Si voterà il 17 aprile per il referendum su alcune trivellazioni offshore e non insieme alle amministrative, in un election day che avrebbe tra l’altro fatto risparmiare centinaia di milioni di euro ai cittadini”. Un referendum nato già azzoppato nei contenuti e che con questa decisione il governo vuole definitivamente affossare”. È il commento dei parlamentari delle commissioni Ambiente e Attività produttive del M5S. “Ecco il volto fossile del governo. Il tentativo è dimettere i bastoni tra le ruote al referendum, anche se è un quesito limitante e che non risolverà la questione. Ma noi dobbiamo andare a votare ugualmente e votare sì”. Greenpeace: “Truffa ai danni degli italiani” “Decisione antidemocratica e scellerata, una truffa pagata coi soldi degli italiani. Renzi sta giocando sporco, svilendo la democrazia a spese di tutti noi” ha detto Andrea Boraschi, responsabile della campagna Clima ed Energia di Greenpeace, secondo cui “è chiarissima la volontà del premier di scongiurare il quorum referendario, non importa se così si sprecano centinaia di milioni di soldi pubblici per privilegiare i petrolieri. L’allergia...

read more

In Etiopia una tragedia di proporzioni bibliche

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su In Etiopia una tragedia di proporzioni bibliche

In Etiopia una tragedia di proporzioni bibliche

[Di Raffaele K Salinari su Ilmanifesto.info] Il Corno d’Africa di nuovo nella morsa della siccità per la mutazione di El Niño causata dall’uomo. 10 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuti, ma di rifugiati ambientali e di fame il mondo non vuole più saperne. Sarebbero oltre 10 milioni le persone che hanno urgente bisogno di aiuti internazionali in conseguenza della siccità che ha colpito l’Etiopia, ma anche le nazioni vicine come parte della Somalia e del Kenya. Lo ha dichiarato in questi giorni Getachew Reda, esponente del governo e consigliere del primo ministro Haile Mariam Desalegn: «Al momento stiamo cercando di assicurarci che nessuno perda la vita». Il responsabile etiope per gli aiuti umanitari ha calcolato nell’equivalente di ben 200 milioni di dollari l’ammontare delle risorse messe sino ad ora a disposizione dall’esecutivo etiope per far fronte all’emergenza. Ma evidentemente questa cifra non basta comparata alla gravità del problema e le autorità locali lanciano un appello alla comunità internazionale affinché si possano raggiungere le popolazioni a rischio immediato. La deludente Conferenza di Parigi La situazione si presenta dunque come una vera e propria tragedia di proporzioni bibliche, dovuta ad una serie di concause tra il locale, lo sfruttamento intensivo delle falde acquifere per l’agricoltura intensiva, e quella globali, i tanto citati cambiamenti climatici, come vedremo riguardo al El Niño, che, però, mai vengono presi in seria considerazione, come risulta dalla deludente Conferenza di Parigi in cui la battaglia nominale sull’aumento della temperatura globale non ha certo portato impegni all’altezza della situazione. Una delle conseguenze immediate, la più grave da affrontare subito, è la scarsità di acqua e cibo. Il bestiame sta morendo, perché non trova più pascolo: la siccità ha progressivamente consumato quel poco di terreno utile e le masse rurali che vivono ancora prevalentemente di pastorizia cominciano anche a fare i conti con una produzione alimentare dimezzata. A causa di questo, e delle odiose manovre speculative locali che sempre accompagnano queste situazioni, il prezzo dei prodotti di base come il riso e il mais ha raggiunto livelli record in alcune zone. In Somalia, ad esempio, il costo del sorgo è salito del 240% rispetto allo scorso anno. Nel breve periodo questo significa un aumento dei tassi di malnutrizione; gli indicatori sono già allarmanti, superano del 15% quelli che le Nazioni unite considerano già emergenza umanitaria; nelle regioni di Turkana, in Kenya, adesso la malnutrizione colpisce più del 37% della popolazione mentre, a causa della carestia le Ong umanitarie presenti in loco, come Save the Children, denunciano che «circa 400.000 bambini rischiano di sviluppare nel 2016 forme acute di malnutrizione, arresti della crescita e ritardi mentali e fisici nello sviluppo». Tutto questo ha anche ripercussioni drammatiche sul fronte dei cosiddetti rifugiati ambientali che si muovono in massa alla ricerca di posti più vivibili creando masse umane in movimento che rischiano di scompensare il già fragilissimo equilibrio della zona. Se pensiamo, ad esempio, al numero di profughi somali che campeggia nelle zone oramai preda della siccità, possiamo forse a malapena immaginare quale situazione possa essere per queste persone il sommarsi della condizione di profugo politico con quella di rifugiato ambientale. All’emergenza ha contribuito, dicevamo, il fenomeno di El Niño, o meglio la sua mutazione a causa delle manomissioni antropiche, legate al riscaldarsi delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico. L’alterazione del...

read more

La legislazione ambientale verrà riformata escludendo i territori?

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su La legislazione ambientale verrà riformata escludendo i territori?

La legislazione ambientale verrà riformata escludendo i territori?

[Di redazione su Rinnovabili.it] Meno potere alle Regioni, più potere al governo. È questo il succo della riforma della legislazione ambientale proposta dal Ministro Galletti. Una riforma della legislazione ambientale più vasta possibile, per conferire allo Stato maggior potere e ridurre l’influenza degli enti locali. Sembra questa la direttrice che il governo ha intenzione di percorrere dopo l’annuncio del ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, che ha subito allarmato il movimento No Triv. Durante un’audizione in commissione per la Semplificazione amministrativa, il Ministro ha dichiarato che il Codice dell’Ambiente (dlgs 152 del 2006) «è stato il frutto di una ricomposizione di articoli della legislazione vigente raccolti in maniera disorganica e senza alcun coordinamento». Di qui, la volontà di «affermare con chiarezza che esiste una non eludibile responsabilità in capo allo Stato ed in particolare al Governo». Una responsabilità, dunque un potere e un controllo esclusivi. Con questo obiettivo, Galletti procederà alla nomina di una apposita commissione di studio, che dovrebbe esaminare il modo in cui sono ripartite le competenze ambientali e proporre una loro riorganizzazione, «tenendo conto delle profonde trasformazioni costituzionali che sono in corso». La frase del ministro si riferisce, molto probabilmente, alla controversa riforma del Titolo V della costituzione, che riporta totalmente in mano allo Stato la competenza su energia, infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto. Il perimetro di influenza degli Enti locali, in particolare delle Regioni, viene in tal modo ristretto. Cosa che non piace affatto ai molti movimenti di protesta che chiedono di essere ascoltati da Roma prima di dare il via libera a grandi opere impattanti. Un esempio su tutti è proprio il movimento No Triv, che tramite lo strumento referendario, appoggiato proprio da 9 Consigli regionali, sta cercando di riaffermare il ruolo cruciale dei territori al tavolo negoziale. Da quando la legge di stabilità ha cancellato il Piano delle Aree, infatti, le Regioni hanno perso l’unico strumento di pianificazione organizzata delle trivellazioni entro i propri confini. Il “colpo di mano” è servito a far decadere due quesiti del referendum, che però potrebbero essere riabilitati dalla Corte costituzionale, dinanzi alla quale è stato sollevato un conflitto di attribuzione a inizio settimana. La riforma del Codice dell’Ambiente proposta da Galletti potrebbe avere, inoltre, diretta influenza sull’unico quesito referendario al momento rimasto in piedi: quello che riguarda la durata delle autorizzazioni già rilasciate per le esplorazioni e le trivellazioni dei giacimenti in mare. In esso si chiede l’abrogazione di quella parte dell’articolo 6 comma 17 del Codice che prevede le trivellazioni per l’intera «vita utile del giacimento», cioè virtualmente per sempre. Il Coordinamento nazionale No Triv ha espresso preoccupazione nei confronti dell’annunciata riforma: «In tutto questo può leggersi l’ennesima conferma del disegno perseguito dal Governo, indirizzato a ricondurre ogni decisione in capo allo Stato e che culminerà nella revisione del titolo V della Costituzione. Ed è evidente che il Ministro non faccia riferimento alla materia ambientale, in quanto l’ambiente è già di competenza esclusiva dello Stato. Il Coordinamento nazionale No Triv ha già scelto di schierarsi contro il disegno di revisione costituzionale, aderendo da tempo al Coordinamento per la Democrazia Costituzionale. Piuttosto che discettare dei massimi sistemi, alle dichiarazioni di intenti il Ministro Galletti e il Governo tutto facciano seguire i fatti iniziando, ad esempio, a porre mano ad una revisione organica e complessiva della disciplina...

read more

Terra dei fuochi e mortalità infantile, Isde: «La prevenzione mancata la pagano i bimbi»

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Terra dei fuochi e mortalità infantile, Isde: «La prevenzione mancata la pagano i bimbi»

Terra dei fuochi e mortalità infantile, Isde: «La prevenzione mancata la pagano i bimbi»

[Di Agostino Di Ciaula* su Ilsole24ore.com] Il recente rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità sulla terra dei fuochi ha confermato la presenza, in quell’area, di un eccesso di ricoveri, di tumori maligni e di mortalità. Ancora una volta (si era già visto nel caso di altri siti inquinati), l’aspetto più inquietante è che questi dati interessano in primo luogo l’età pediatrica. La compromissione della salute dei bambini, ancor più che negli adulti, è una chiara e pesante conseguenza della mancata applicazione di criteri di prevenzione primaria, con una inevitabile esposizione a tossici già durante la vita embrio-fetale o, addirittura, prima ancora del concepimento (tossicità su ovuli e spermatozoi genitoriali). In altri termini, condanne già scritte senza processo e senza possibilità di grazia. Quelle bonifiche che salverebbero vite Le malattie e le morti registrate nella terra dei fuochi (come in tutti i SIN italiani) sarebbero state evitabili con la bonifica di suoli a contaminazione nota da decenni e con misure (sorveglianza, rispetto della legalità, adozione di corrette pratiche nella gestione dei rifiuti) finalizzate ad evitare ulteriore inquinamento. La grave situazione sanitaria e ambientale della popolazione residente nelle province di Napoli e Caserta non è infatti una novità. È stata ripetutamente denunciata in rapporti ufficiali dell’Istituto Superiore di Sanità a partire almeno dal 2006, oltre ad essere stata oggetto di numerose pubblicazioni scientifiche. La prima firmataria di questo ultimo rapporto, Loredana Musmeci, ha dichiarato che i dati “devono essere approfonditi e sviluppati. È come se avessimo guardato il territorio con un elicottero”. Quello che certamente da quell’elicottero si è visto con chiarezza è l’esistenza di una condizione di deliberata discriminazione sanitaria e ambientale di lunga durata rispetto ad altre zone d’Italia. Danni genetici su almeno due generazioni Come per altri italiani attualmente residenti nei SIN (circa sei milioni di persone), qualunque giorno di ritardo nell’applicazione di misure di prevenzione primaria ha significato e significherà replicazione e amplificazione del danno. A causa di ben definiti meccanismi di trasmissione trans-generazionale del rischio (soprattutto di tipo epigenetico), le manifestazioni patologiche dell’inquinamento esistente qui ed ora potranno interessare inevitabilmente almeno due generazioni successive. A questo si aggiunga che gli stessi inquinanti ambientali responsabili dell’incremento di mortalità e neoplasie generano, sia negli adulti che nei bambini, un aumento del rischio anche per malattie non neoplastiche ad elevato costo e generanti disabilità croniche: patologie cardiovascolari, sindrome metabolica, diabete, obesità, patologie neurodegenerative ed ormonali. Nella terra dei fuochi (come in altre aree contaminante e non bonificate) vige un modello distorto di sanità pubblica in cui ci si limita a osservare gli effetti sanitari dell’inquinamento in una popolazione lasciata vivere per decenni in condizioni di rischio, limitandosi a misurare di tanto in tanto il danno e a fronteggiarlo quotidianamente con mezzi sempre insufficienti. Il tutto con elevatissimi costi (altrimenti evitabili) non solo economici ma anche sanitari, umani e sociali. La normativa vigente prevede che il Sistema Sanitario Nazionale debba fondarsi su tre colonne: prevenzione, cura e riabilitazione. La demolizione della prima delle tre, certificata proprio dallo stato di salute nelle aree contaminate del nostro Paese, comporta inevitabilmente il crollo di un equilibrio che dovrebbe fondarsi sull’etica, prima ancora che su qualunque altro criterio.   *Coordinatore Comitato Scientifico Isde Italia     Pubblicato su Ilsole24ore.com il 27 gennaio 2016...

read more

Referendum No-Triv: la paura di perderlo del governo costerà 300 milioni di euro

Posted by on 12:25 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Referendum No-Triv: la paura di perderlo del governo costerà 300 milioni di euro

Referendum No-Triv: la paura di perderlo del governo costerà 300 milioni di euro

[Di report su Greenreport.it] Legambiente chiede al governo un decreto che istituisca l’Election Day. Greenpeace: «Le Regioni chiedano l’Election Day». Inspiegabile silenzio di M5S e altre opposizioni. I portavoce di Green Italia, Annalisa Corrado e Oliviero Alotto, partono nuovamente all’attacco del governo su un tema molto sensibile: il risparmio che sembra essere invocato solo quando fa comodo. «Al Governo la paura di perdere il referendum fa 90 – dicono Corrado e Alotto – mentre alle casse dello Stato costerà 300, trecento, milioni di euro che il Ministro Alfano, player e non arbitro come dovrebbe essere, ha bellamente ignorato, e che equivalgono ad un anno di royalties del petrolio in estrazione sul territorio italiano. Ma analogamente al 2011 non c’è tattica o espedienti che tengano per affossare l’election day, quando i cittadini sono chiamati a decidere direttamente e senza filtri sul destino dei loro territori». I due esponenti ecologisti ricordano che «I cittadini quest’anno saranno chiamati alle urne più volte nel giro di poche settimane, uno spreco di denaro pubblico oltre che un tentativo di soffocare l’espressione della democrazia, che il Ministro Alfano ha provato goffamente a giustificare con un ragionamento da azzeccagarbugli. Se il Governo è certo che gli italiani intendano sposare la politica fossile e ipocrita rispetto agli accordi di Parigi, non dovrebbe temere le elezioni. Comunque i cittadini hanno ben chiare le proprie intenzioni, e il grande successo, tra le altre, della petizione di Greenpeace in favore dell’Election Day lo testimonia, un primo passo verso l’Assemblea di coordinamento nazionale No Triv del 14 febbraio a cui parteciperà anche Green Italia». E proprio dalla citata Greenpeace, che nei giorni scorsi ha lanciato su change.org la petizione “Un Election Day per dire NO alle trivelle” e che ha raggiunto 55.000 adesioni in poco più di una settimana, arriva un invito alle Regioni perché anche loro chiedano l’Election Day. Infatti Greenpeace «giudica inammissibile il silenzio dei Presidenti delle Regioni che hanno promosso il referendum sulle trivelle rispetto alla richiesta di un Election Day, per accorpare il voto referendario a quello delle prossime amministrative. Con un Election Day si faciliterebbe infatti la partecipazione democratica e si risparmierebbero centinaia di milioni di euro, altrimenti sprecati solo per scongiurare il quorum e compiacere i petrolieri». Anche gli ambientalisti fanno notare che «Oltre a favorire la partecipazione dei cittadini, si calcola che l’Election Day consentirebbe un risparmio di denaro pubblico stimabile tra i 350 e i 400 milioni di euro. Finora però solo il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, si è espresso con determinazione a sostegno di questa richiesta». Andrea Boraschi, primo firmatario della petizione e responsabile della campagna energia e clima di Greenpeace, chiede: «Cosa aspettano gli altri Presidenti delle Regioni promotrici a unirsi ai tanti cittadini italiani che con forza chiedono un Election Day?». Greenpeace si rivolge direttamente a Zaia, Toti, De Luca, Ceriscioli, Pittella, Frattura, Pigliaru, Oliverio e Boraschi sottolinea: «Costoro hanno il dovere di sostenere la partecipazione e far sì che il referendum, che essi per primi hanno voluto, non diventi un inutile esborso per i cittadini. Sono politici e amministratori con grande esperienza. Hanno dato inizio alla sfida referendaria e ora non possono tirarsi indietro. Dimostrino coerenza e si uniscano alla richiesta per l’Election Day». Ma Greenpeace dice anche che «attende su questo fronte anche l’impegno delle opposizioni,...

read more