CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

In Etiopia una tragedia di proporzioni bibliche

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In Etiopia una tragedia di proporzioni bibliche

[Di Raffaele K Salinari su Ilmanifesto.info] Il Corno d’Africa di nuovo nella morsa della siccità per la mutazione di El Niño causata dall’uomo. 10 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuti, ma di rifugiati ambientali e di fame il mondo non vuole più saperne. Sarebbero oltre 10 milioni le persone che hanno urgente bisogno di aiuti internazionali in conseguenza della siccità che ha colpito l’Etiopia, ma anche le nazioni vicine come parte della Somalia e del Kenya. Lo ha dichiarato in questi giorni Getachew Reda, esponente del governo e consigliere del primo ministro Haile Mariam Desalegn: «Al momento stiamo cercando di assicurarci che nessuno perda la vita». Il responsabile etiope per gli aiuti umanitari ha calcolato nell’equivalente di ben 200 milioni di dollari l’ammontare delle risorse messe sino ad ora a disposizione dall’esecutivo etiope per far fronte all’emergenza. Ma evidentemente questa cifra non basta comparata alla gravità del problema e le autorità locali lanciano un appello alla comunità internazionale affinché si possano raggiungere le popolazioni a rischio immediato. La deludente Conferenza di Parigi La situazione si presenta dunque come una vera e propria tragedia di proporzioni bibliche, dovuta ad una serie di concause tra il locale, lo sfruttamento intensivo delle falde acquifere per l’agricoltura intensiva, e quella globali, i tanto citati cambiamenti climatici, come vedremo riguardo al El Niño, che, però, mai vengono presi in seria considerazione, come risulta dalla deludente Conferenza di Parigi in cui la battaglia nominale sull’aumento della temperatura globale non ha certo portato impegni all’altezza della situazione. Una delle conseguenze immediate, la più grave da affrontare subito, è la scarsità di acqua e cibo. Il bestiame sta morendo, perché non trova più pascolo: la siccità ha progressivamente consumato quel poco di terreno utile e le masse rurali che vivono ancora prevalentemente di pastorizia cominciano anche a fare i conti con una produzione alimentare dimezzata. A causa di questo, e delle odiose manovre speculative locali che sempre accompagnano queste situazioni, il prezzo dei prodotti di base come il riso e il mais ha raggiunto livelli record in alcune zone. In Somalia, ad esempio, il costo del sorgo è salito del 240% rispetto allo scorso anno. Nel breve periodo questo significa un aumento dei tassi di malnutrizione; gli indicatori sono già allarmanti, superano del 15% quelli che le Nazioni unite considerano già emergenza umanitaria; nelle regioni di Turkana, in Kenya, adesso la malnutrizione colpisce più del 37% della popolazione mentre, a causa della carestia le Ong umanitarie presenti in loco, come Save the Children, denunciano che «circa 400.000 bambini rischiano di sviluppare nel 2016 forme acute di malnutrizione, arresti della crescita e ritardi mentali e fisici nello sviluppo». Tutto questo ha anche ripercussioni drammatiche sul fronte dei cosiddetti rifugiati ambientali che si muovono in massa alla ricerca di posti più vivibili creando masse umane in movimento che rischiano di scompensare il già fragilissimo equilibrio della zona. Se pensiamo, ad esempio, al numero di profughi somali che campeggia nelle zone oramai preda della siccità, possiamo forse a malapena immaginare quale situazione possa essere per queste persone il sommarsi della condizione di profugo politico con quella di rifugiato ambientale. All’emergenza ha contribuito, dicevamo, il fenomeno di El Niño, o meglio la sua mutazione a causa delle manomissioni antropiche, legate al riscaldarsi delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico. L’alterazione del...

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La legislazione ambientale verrà riformata escludendo i territori?

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La legislazione ambientale verrà riformata escludendo i territori?

[Di redazione su Rinnovabili.it] Meno potere alle Regioni, più potere al governo. È questo il succo della riforma della legislazione ambientale proposta dal Ministro Galletti. Una riforma della legislazione ambientale più vasta possibile, per conferire allo Stato maggior potere e ridurre l’influenza degli enti locali. Sembra questa la direttrice che il governo ha intenzione di percorrere dopo l’annuncio del ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, che ha subito allarmato il movimento No Triv. Durante un’audizione in commissione per la Semplificazione amministrativa, il Ministro ha dichiarato che il Codice dell’Ambiente (dlgs 152 del 2006) «è stato il frutto di una ricomposizione di articoli della legislazione vigente raccolti in maniera disorganica e senza alcun coordinamento». Di qui, la volontà di «affermare con chiarezza che esiste una non eludibile responsabilità in capo allo Stato ed in particolare al Governo». Una responsabilità, dunque un potere e un controllo esclusivi. Con questo obiettivo, Galletti procederà alla nomina di una apposita commissione di studio, che dovrebbe esaminare il modo in cui sono ripartite le competenze ambientali e proporre una loro riorganizzazione, «tenendo conto delle profonde trasformazioni costituzionali che sono in corso». La frase del ministro si riferisce, molto probabilmente, alla controversa riforma del Titolo V della costituzione, che riporta totalmente in mano allo Stato la competenza su energia, infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto. Il perimetro di influenza degli Enti locali, in particolare delle Regioni, viene in tal modo ristretto. Cosa che non piace affatto ai molti movimenti di protesta che chiedono di essere ascoltati da Roma prima di dare il via libera a grandi opere impattanti. Un esempio su tutti è proprio il movimento No Triv, che tramite lo strumento referendario, appoggiato proprio da 9 Consigli regionali, sta cercando di riaffermare il ruolo cruciale dei territori al tavolo negoziale. Da quando la legge di stabilità ha cancellato il Piano delle Aree, infatti, le Regioni hanno perso l’unico strumento di pianificazione organizzata delle trivellazioni entro i propri confini. Il “colpo di mano” è servito a far decadere due quesiti del referendum, che però potrebbero essere riabilitati dalla Corte costituzionale, dinanzi alla quale è stato sollevato un conflitto di attribuzione a inizio settimana. La riforma del Codice dell’Ambiente proposta da Galletti potrebbe avere, inoltre, diretta influenza sull’unico quesito referendario al momento rimasto in piedi: quello che riguarda la durata delle autorizzazioni già rilasciate per le esplorazioni e le trivellazioni dei giacimenti in mare. In esso si chiede l’abrogazione di quella parte dell’articolo 6 comma 17 del Codice che prevede le trivellazioni per l’intera «vita utile del giacimento», cioè virtualmente per sempre. Il Coordinamento nazionale No Triv ha espresso preoccupazione nei confronti dell’annunciata riforma: «In tutto questo può leggersi l’ennesima conferma del disegno perseguito dal Governo, indirizzato a ricondurre ogni decisione in capo allo Stato e che culminerà nella revisione del titolo V della Costituzione. Ed è evidente che il Ministro non faccia riferimento alla materia ambientale, in quanto l’ambiente è già di competenza esclusiva dello Stato. Il Coordinamento nazionale No Triv ha già scelto di schierarsi contro il disegno di revisione costituzionale, aderendo da tempo al Coordinamento per la Democrazia Costituzionale. Piuttosto che discettare dei massimi sistemi, alle dichiarazioni di intenti il Ministro Galletti e il Governo tutto facciano seguire i fatti iniziando, ad esempio, a porre mano ad una revisione organica e complessiva della disciplina...

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Terra dei fuochi e mortalità infantile, Isde: «La prevenzione mancata la pagano i bimbi»

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Terra dei fuochi e mortalità infantile, Isde: «La prevenzione mancata la pagano i bimbi»

[Di Agostino Di Ciaula* su Ilsole24ore.com] Il recente rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità sulla terra dei fuochi ha confermato la presenza, in quell’area, di un eccesso di ricoveri, di tumori maligni e di mortalità. Ancora una volta (si era già visto nel caso di altri siti inquinati), l’aspetto più inquietante è che questi dati interessano in primo luogo l’età pediatrica. La compromissione della salute dei bambini, ancor più che negli adulti, è una chiara e pesante conseguenza della mancata applicazione di criteri di prevenzione primaria, con una inevitabile esposizione a tossici già durante la vita embrio-fetale o, addirittura, prima ancora del concepimento (tossicità su ovuli e spermatozoi genitoriali). In altri termini, condanne già scritte senza processo e senza possibilità di grazia. Quelle bonifiche che salverebbero vite Le malattie e le morti registrate nella terra dei fuochi (come in tutti i SIN italiani) sarebbero state evitabili con la bonifica di suoli a contaminazione nota da decenni e con misure (sorveglianza, rispetto della legalità, adozione di corrette pratiche nella gestione dei rifiuti) finalizzate ad evitare ulteriore inquinamento. La grave situazione sanitaria e ambientale della popolazione residente nelle province di Napoli e Caserta non è infatti una novità. È stata ripetutamente denunciata in rapporti ufficiali dell’Istituto Superiore di Sanità a partire almeno dal 2006, oltre ad essere stata oggetto di numerose pubblicazioni scientifiche. La prima firmataria di questo ultimo rapporto, Loredana Musmeci, ha dichiarato che i dati “devono essere approfonditi e sviluppati. È come se avessimo guardato il territorio con un elicottero”. Quello che certamente da quell’elicottero si è visto con chiarezza è l’esistenza di una condizione di deliberata discriminazione sanitaria e ambientale di lunga durata rispetto ad altre zone d’Italia. Danni genetici su almeno due generazioni Come per altri italiani attualmente residenti nei SIN (circa sei milioni di persone), qualunque giorno di ritardo nell’applicazione di misure di prevenzione primaria ha significato e significherà replicazione e amplificazione del danno. A causa di ben definiti meccanismi di trasmissione trans-generazionale del rischio (soprattutto di tipo epigenetico), le manifestazioni patologiche dell’inquinamento esistente qui ed ora potranno interessare inevitabilmente almeno due generazioni successive. A questo si aggiunga che gli stessi inquinanti ambientali responsabili dell’incremento di mortalità e neoplasie generano, sia negli adulti che nei bambini, un aumento del rischio anche per malattie non neoplastiche ad elevato costo e generanti disabilità croniche: patologie cardiovascolari, sindrome metabolica, diabete, obesità, patologie neurodegenerative ed ormonali. Nella terra dei fuochi (come in altre aree contaminante e non bonificate) vige un modello distorto di sanità pubblica in cui ci si limita a osservare gli effetti sanitari dell’inquinamento in una popolazione lasciata vivere per decenni in condizioni di rischio, limitandosi a misurare di tanto in tanto il danno e a fronteggiarlo quotidianamente con mezzi sempre insufficienti. Il tutto con elevatissimi costi (altrimenti evitabili) non solo economici ma anche sanitari, umani e sociali. La normativa vigente prevede che il Sistema Sanitario Nazionale debba fondarsi su tre colonne: prevenzione, cura e riabilitazione. La demolizione della prima delle tre, certificata proprio dallo stato di salute nelle aree contaminate del nostro Paese, comporta inevitabilmente il crollo di un equilibrio che dovrebbe fondarsi sull’etica, prima ancora che su qualunque altro criterio.   *Coordinatore Comitato Scientifico Isde Italia     Pubblicato su Ilsole24ore.com il 27 gennaio 2016...

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Referendum No-Triv: la paura di perderlo del governo costerà 300 milioni di euro

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Referendum No-Triv: la paura di perderlo del governo costerà 300 milioni di euro

[Di report su Greenreport.it] Legambiente chiede al governo un decreto che istituisca l’Election Day. Greenpeace: «Le Regioni chiedano l’Election Day». Inspiegabile silenzio di M5S e altre opposizioni. I portavoce di Green Italia, Annalisa Corrado e Oliviero Alotto, partono nuovamente all’attacco del governo su un tema molto sensibile: il risparmio che sembra essere invocato solo quando fa comodo. «Al Governo la paura di perdere il referendum fa 90 – dicono Corrado e Alotto – mentre alle casse dello Stato costerà 300, trecento, milioni di euro che il Ministro Alfano, player e non arbitro come dovrebbe essere, ha bellamente ignorato, e che equivalgono ad un anno di royalties del petrolio in estrazione sul territorio italiano. Ma analogamente al 2011 non c’è tattica o espedienti che tengano per affossare l’election day, quando i cittadini sono chiamati a decidere direttamente e senza filtri sul destino dei loro territori». I due esponenti ecologisti ricordano che «I cittadini quest’anno saranno chiamati alle urne più volte nel giro di poche settimane, uno spreco di denaro pubblico oltre che un tentativo di soffocare l’espressione della democrazia, che il Ministro Alfano ha provato goffamente a giustificare con un ragionamento da azzeccagarbugli. Se il Governo è certo che gli italiani intendano sposare la politica fossile e ipocrita rispetto agli accordi di Parigi, non dovrebbe temere le elezioni. Comunque i cittadini hanno ben chiare le proprie intenzioni, e il grande successo, tra le altre, della petizione di Greenpeace in favore dell’Election Day lo testimonia, un primo passo verso l’Assemblea di coordinamento nazionale No Triv del 14 febbraio a cui parteciperà anche Green Italia». E proprio dalla citata Greenpeace, che nei giorni scorsi ha lanciato su change.org la petizione “Un Election Day per dire NO alle trivelle” e che ha raggiunto 55.000 adesioni in poco più di una settimana, arriva un invito alle Regioni perché anche loro chiedano l’Election Day. Infatti Greenpeace «giudica inammissibile il silenzio dei Presidenti delle Regioni che hanno promosso il referendum sulle trivelle rispetto alla richiesta di un Election Day, per accorpare il voto referendario a quello delle prossime amministrative. Con un Election Day si faciliterebbe infatti la partecipazione democratica e si risparmierebbero centinaia di milioni di euro, altrimenti sprecati solo per scongiurare il quorum e compiacere i petrolieri». Anche gli ambientalisti fanno notare che «Oltre a favorire la partecipazione dei cittadini, si calcola che l’Election Day consentirebbe un risparmio di denaro pubblico stimabile tra i 350 e i 400 milioni di euro. Finora però solo il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, si è espresso con determinazione a sostegno di questa richiesta». Andrea Boraschi, primo firmatario della petizione e responsabile della campagna energia e clima di Greenpeace, chiede: «Cosa aspettano gli altri Presidenti delle Regioni promotrici a unirsi ai tanti cittadini italiani che con forza chiedono un Election Day?». Greenpeace si rivolge direttamente a Zaia, Toti, De Luca, Ceriscioli, Pittella, Frattura, Pigliaru, Oliverio e Boraschi sottolinea: «Costoro hanno il dovere di sostenere la partecipazione e far sì che il referendum, che essi per primi hanno voluto, non diventi un inutile esborso per i cittadini. Sono politici e amministratori con grande esperienza. Hanno dato inizio alla sfida referendaria e ora non possono tirarsi indietro. Dimostrino coerenza e si uniscano alla richiesta per l’Election Day». Ma Greenpeace dice anche che «attende su questo fronte anche l’impegno delle opposizioni,...

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Il business che spreme le arance

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Il business che spreme le arance

[Di El Salmón Contracorriente* su Comune-info.net] Le arance utilizzate per produrre i succhi che si consumano in Europa provengono per l’80 per cento dal Brasile e dagli USA. Da lì il succo viene esportato in forma liofilizzata per essere poi allungato con l’acqua nel paese di destinazione. Dietro alla catena di produzione e fornitura c’è una manciata di multinazionali che ne detiene il controllo a livello globale e fa in modo di tenere il più possibile sotto silenzio le condizioni di lavoro, il massiccio uso di pesticidi e l’impatto ambientale che deriva dalla produzione. Una campagna europea ha condotto una ricerca in Europa e in Brasile per far luce su quel che i supermercati sono soliti occultare. Ecco i risultati. I risultati della ricerca Exprimidos – Lo que hay detrás del negocio del zumo de naranja [Quel che c’è dietro l’affare del succo d’arancia], realizzata dalla campagna europea Supply Change della quale fa parte la rete di attivisti Collectiu RETS e che è stata condotta in Brasile e in Europa, fanno luce su qualcosa che i supermercati di generi alimentari sono soliti occultare: la dipendenza e lo sfruttamento dei lavoratori nelle aziende e nelle piantagioni, così come la distruzione dell’ambiente, in particolare attraverso il massiccio utilizzo di pesticidi. Negli ultimi 30 anni si è avuto un enorme incremento della produttività del succo di arancia, anche a seguito dell’aumento della densità delle piantagioni. Dovendo sopravvivere in un mercato altamente competitivo, si è verificato un processo di concentrazione in tutti i settori della catena di produzione del succo di arancia. Oggi, le imprese Sucocítrico Cutrale Ltda (Cutrale) [1], Citrosuco S/A (Citrosuco) [2] e Louis Dreyfus Commodities Agroindustrial S/A (LDC) controllano in Brasile tutta l’attività di produzione ed esportazione del succo d’arancia. Queste tre società controllano in maniera effettiva il mercato globale, fornendo alle più grandi aziende di imbottigliamento più del 50 per cento del succo prodotto. Il danno ambientale del succo d’arancia: i pesticidi L’arancia è uno dei frutti ai quali si applicano più pesticidi in forma intensiva poiché tra tutti i prodotti esportati dal Brasile è quella che richiede la maggior quantità di pesticidi per ettaro. Dal 2008, il Brasile è leader mondiale nel consumo di pesticidi, avendo incrementato molto velocemente il loro uso nell’ultimo decennio (il 190% rispetto alla crescita complessiva del consumo degli stessi, contro un incremento globale di consumo che è stato del 93%). Il settore relativo alla vendita di pesticidi in Brasile costituisce un grande affare dominato da una manciata di multinazionali. Inoltre, i tipi di pesticidi utilizzati e venduti in Brasile sono particolarmente nocivi tant’è che in altri paesi molti di essi sono stati ritirati dal mercato per motivi legati all’ambiente. Dal 2007 il numero di intossicazioni dovute ai pesticidi è raddoppiato arrivando a 4.537 casi segnalati. Gli incidenti correlati con l’uso dei pesticidi sono aumentati del 67% e la cifra ufficiale dei morti è passata da 132 a 206. Si stima che il numero dei casi che non sono stati ufficialmente comunicati farebbe aumentare queste cifre in maniera considerevole. Inoltre, all’inizio dell’ultimo decennio si è scoperta in Brasile la cosiddetta “enfermedad verde”, un’infezione batterica delle coltivazioni di arancia. Questa scoperta ha portato all’impiego massiccio di insetticidi neonicotinoidi che si ritiene mettano in pericolo le colonie di api, sia selvatiche che domestiche. Questi pesticidi vengono...

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L’agricoltura contadina combatte il riscaldamento del pianeta

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L’agricoltura contadina combatte il riscaldamento del pianeta

[Di Giovanni Pandolfini su Zeroviolenza.it] I contadini e le contadine di ogni angolo del mondo e chiunque ha a che fare direttamente con loro e con i loro prodotti si ricordano bene come sia sempre stato parte integrante della cultura rurale parlare del “clima”. La sua imprevedibilità da sempre ha condizionato l’andamento delle coltivazioni e delle produzioni contadine infondendo quel senso di impotenza (a mio avviso salutare) nei confronti della generosità o della cattiveria di nostra Madre Terra. Oggi questa imprevedibilità si è ingigantita fino a costituire un vero e proprio caos climatico a livello planetario. Calamità originate dal clima questo anno sono state la causa, in tutto il pianeta, di molta fame, migrazioni e del peggioramento delle condizioni di vita di milioni di persone. I ghiacciai si stanno sciogliendo ad un ritmo allarmante, stanno scomparendo ogni giorno molte specie di piante e animali, isole e nazioni vengono invase dagli oceani, i suoli si stanno desertificando ed erodendo e i boschi incendiando, eventi catastrofici come uragani, tornado, alluvioni e fenomeni climatici estremi sono sempre all’ordine del giorno. Anche nei nostri territori, tutti quanti noi che viviamo sulla terra e della terra, constatiamo un forte aumento delle difficoltà ad ottenere prodotti sufficienti alle nostre esigenze alimentari e alla realizzazione delle piccole economie a base locale che ci consentono di vivere. Ormai non possiamo dire che non ci sono più le mezze stagioni perché non ci sono più neanche quelle intere. Eppure, a parte chi viene colpito direttamente e in modo violento da un qualsiasi evento eccezionale di turno, sembra che la cosa non ci riguardi affatto, abbiamo tutti cose molto più importanti a cui pensare. Tutta la comunità scientifica, anche quella meno “libera”, concorda sul riconoscere che il “caos climatico” è provocato da un surplus di emissioni di gas serra derivanti da attività umane e che quindi non siamo in presenza di un clima impazzito ma della normale reazione del pianeta alla sollecitazione chiamata effetto serra. Le cause di questo surplus di produzione di gas serra sono molte, tutte originate dall’uso indiscriminato di energia ottenuta da combustibili fossili. Energia impiegata per sostenere una industrializzazione tanto selvaggia e indiscriminata quanto inutile e dannosa che, in molti casi, produce enormi vantaggi solo per pochi e grandi svantaggi e rischi per tutti. La produzione industriale del cibo è fra queste cause ed è la più importante. Questa ha una diretta responsabilità nella emissione di gas serra quindi nel riscaldamento globale e quindi nel caos climatico. Ci sono studi che individuano che la produzione industriale del cibo è responsabile delle emissioni per una percentuale che va dal 47 al 55% delle emissioni totali (fonti Via Campesina-Grain). Pochi soggetti transnazionali traggono enormi profitti a danno della maggior parte della popolazione mondiale mentre i governi, ormai non più “sovrani” sui propri territori, continuano a non fare l’interesse delle collettività che dovrebbero rappresentare e assecondano passivamente il volere di questi. Appare in questo quadro molto importante la posizione del mondo agricolo in quanto è causa e può essere anche potenziale soluzione al problema del riscaldamento globale. Il modello di agricoltura contadina agroecologica costituisce una alternativa concreta all’agricoltura industriale petrolifera senza contadini ed è già realizzata in molte zone del mondo. L’agroindustria non lavora per produrre cibo ma profitti (per pochi), coltiva su grandi estensioni, pratica l’accentramento della...

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Muos costruito senza autorizzazione antisismica, dubbi anche sulla massima potenza dichiarata

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Muos costruito senza autorizzazione antisismica, dubbi anche sulla massima potenza dichiarata

[Di Simone Olivelli su Meridionews.it] Da ieri sul tavolo dei verificatori ci sono i dati, forniti dall’ambasciata Usa, per valutare la pericolosità dell’impianto di Niscemi. In assenza di misurazioni, ci si baserà sul progetto. Che però, come denunciato negli anni scorsi, sembra deficitario in più punti. A sviluppare il modello previsionale sarà il consulente della Difesa. Attesa e imbarazzo. Sono questi gli elementi che caratterizzano in queste ore le vicende legate al Muos, e nello specifico il lavoro del collegio dei verificatori che, tra ieri e oggi, ha preso in esame la documentazione fornita dall’ambasciata statunitense sull’impianto satellitare di Niscemi. In principio, l’oggetto dello studio sarebbero dovute essere le misurazioni sul campo prescritte a novembre dal Cga e per i quali lo stesso Consiglio di giustizia amministrativa ha nominato l’equipe di esperti. I controlli però – previsti per il 13 e 14 gennaio, con l’accensione alla massima potenza delle parabole – non si sono svolti. E questo per un motivo che ha lasciato stupiti i più: l’impossibilità di attuare adeguate misure precauzionali per la popolazione. Nell’ultima settimana, tuttavia, di retroscena ce ne sono stati altri. Come la scoperta della mancata taratura della strumentazione che l’Arpa avrebbe dovuto utilizzare nel sito di contrada Ulmo, con l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente impossibilitata a ottenere per tempo la regolazione degli analizzatori di spettro. I motivi di imbarazzo, però, non finiscono qui. In attesa di conoscere i contenuti della relazione dei verificatori, le prime indiscrezioni parlano della mancanza – già denunciata negli anni scorsi dai legali del comitato No Muos – delle autorizzazioni antisismiche. In altre parole, il Muos, pur trovandosi in una zona a elevato rischio terremoti, è stato realizzato senza che nel progetto venissero considerati i dovuti accorgimenti previsti dalle norme in materia. Davanti a questi rilievi, da parte del ministero della Difesa – che nel procedimento difende indirettamente gli interessi degli statunitensi – sarebbe arrivata la rassicurazione secondo cui la pratica in oggetto sarebbe ferma in uno studio napoletano e in procinto di essere recapitata alle parti. Ma a far discutere maggiormente rimane la questione emissioni. Come detto, i verificatori dovranno pronunciarsi sulla pericolosità del Muos non più su dati sperimentali ma su proiezioni basate sul progetto. Attorno a quest’ultimo punto, però, si sviluppa l’ennesimo nodo: mentre il progetto originario prevedeva una potenza massima per le parabole di 1600 watt, nel 2013 il dato è stato drasticamente ridotto a 200. A chiedersi il perché di questa correzione fu all’epoca anche l’Istituto superiore della sanità incaricato di pronunciarsi sui possibili effetti del Muos: «Ci si riferisce al valore della potenza massima dichiarata […] – si legge a pagina 11 della relazione – del quale si è constatato esistere due versioni dallo stesso titolo e riportanti la stessa data, la prima fornita […] dall’ambasciata Usa, la seconda allegata al progetto». Inoltre, se in un caso il valore della potenza dichiarato è, per l’appunto 1600 watt, nell’altro i calcoli forniti dagli americani sono ottenuti basandosi su una potenza di 138,04 watt. La cifra, infatti, viene arrotondata in un secondo momento, quando l’Istituto superiore della sanità chiede lumi su quelle discrepanze: «Sono stati pertanto chiesti chiarimenti all’ambasciata Usa, che ha precisato che il valore di potenza da considerare è 200 watt». A completare il quadro, infine, la notizia riguardante il modello previsionale che...

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Il debito pubblico e quello verso la biosfera

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Il debito pubblico e quello verso la biosfera

[Di Giovanna Ricoveri su Ecologiapolitica.org] “Finita la festa, gabbato lo santo”. Questo proverbio calza a pennello per l’accordo sul clima raggiunto a Parigi nel dicembre scorso, su cui è calato un silenzio di tomba. Tutti d’accordo a parole, ma nei fatti niente è cambiato: in Italia e in Europa, la politica ruota intorno al debito pubblico, non al debito verso la biosfera. Il debito pubblico fa male ma non è mortale per la popolazione, mentre quello verso la biosfera lo è, perché crea uno squilibrio crescente tra il prelievo di risorse naturali e la capacita di rigenerazione della natura, distruggendo così le condizioni di sopravvivenza delle comunità. Il grido dell’America latina nella crisi del debito estero degli anni 1970, “Pagar es morir, queremons vivir”, riassume il problema: il destino dei popoli del Sud è segnato in entrambi i casi, perché restituire il debito con gli interessi alle banche straniere significa trasformare l’economia, la società e l’ambiente naturale in funzione dei paesi creditori, invece che delle popolazioni locali. Come spiega Wendell Berry, lo scrittore-contadino statunitense nel suo libro “La strada dell’ignoranza”, accettare la distruzione delle proprie comunità significa perdere parte della nostra memoria, e dunque di noi stessi. L’imperativo è, oggi come ieri, “salvare le banche, non i profughi”, che muoiono annegati o di fame e di sete, o di freddo, assiepati davanti ai fili spinati alzati in fretta e furia da molti paesi europei, senza che Bruxelles abbia aperto nessuna “procedura d’infrazione”, non prevista dai regolamenti europei. Nessuno parla di come salvare i profughi – i boat people, come quelli della guerra in Vietnam nel secolo scorso, che non si fermeranno quali che siano le politiche di respingimento nei loro confronti. Non ne parla neppure chi riconosce e racconta le condizioni disumane imposte dall’Europa a milioni di vittime di guerre e devastazioni ambientali, causate anche – se non soprattutto – dagli interessi geopolitici dei paesi occidentali.   Editoriale n.2, 2016, anno 26     Pubblicato su Ecologiapolitica.org il 26 febbraio 2016  ...

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Polvere rossa di bauxite, in Malesia il disastro ambientale di cui nessuno parla

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Polvere rossa di bauxite, in Malesia il disastro ambientale di cui nessuno parla

[Di Francesca Mancuso su Greenme.it] Kuantan, una città aliena nel cuore della Malesia. Ma ET e presunte creature provenienti da Marte non c’entrano. La città, capoluogo dello stato di Pahang, da tempo si è tinta di rosso e la colpa è dell’inquinamento. Un disastro ambientale passato ancora una volta sotto silenzio in Italia, causato dall’aumento indiscriminato dell’estrazione della bauxite, da cui si ricava l’alluminio. L’area della Malesia è da mesi in ginocchio. Questa roccia sedimentaria è la principale fonte di produzione dell’alluminio. Chilometri di mari, fiumi e coste si sono ricoperti da una coltre color ruggine tutt’altro che salutare. Malattie della pelle e aumento del rischio di cancro sono ormai una realtà e le richieste pubbliche di una più severa regolamentazione delle miniere di bauxite finora sono rimaste inascoltate. Nel giro di due anni, l’estrazione di questo materiale è aumentata a dismisura con scarsi controlli e norme non adeguate. Nei primi 11 mesi del 2015, la Malesia ha esportato più di 20 milioni di tonnellate di bauxite in Cina. Per fare un confronto, nel 2013 ne ha esportare circa 162.000 tonnellate. La domanda da parte della Cina ha alimentato il rapido aumento del settore minerario della bauxite di Pahang e la preoccupazione per l’impatto sull’ambiente è ormai alle stelle. La Malaysian Anti-Corruption Commission (MACC) ha ricevuto varie denunce e segnalazioni, in cui si lamentavano seri problemi di inquinamento derivanti dall’estrazione incontrollata di bauxite a Pahang. Qui le acque al largo di Kuantan sono diventate rosse all’inizio del mese di gennaio per via di una fuoriuscita del minerale. “Sulla base delle denunce, MACC ha scoperto situazioni di corruzione da parte di certi ambienti coinvolti nelle attività di estrazione di bauxite” spiega la Commissione. “Non esiteremo ad agire contro coloro che sono coinvolti in questo scandalo e abusano dei loro poteri”. Il Ministro dell’ambiente malese ha annunciato uno stop di tre mesi per tutte le attività minerarie legate alla bauxite nel distretto di Pahang a partire dal 15 gennaio, per cercare di far rientrare l’emergenza inquinamento. Tuttavia, la moratoria potrebbe essere estesa a tempo indeterminato se l’industria non riuscirà a contenere il problema dell’inquinamento. Tre mesi, un margine di tempo troppo stretto, secondo gran parte della popolazione colpita dal problema. I residenti e le organizzazioni non governative non sono soddisfatte delle misure annunciate. Per Jasper Teoh, cittadino di 42 anni: “Cosa si può fare entro tre mesi? L’arco di tempo è troppo breve per fare qualsiasi cosa. Il problema dell’estrazione di bauxite non è qualcosa di nuovo, avrebbero dovuto rispettare le buone norme prima di cominciare”. Come dargli torto? L’ennesimo disastro ambientale che tra qualche giorno verrà dimenticato. Pubblicato su Greenme.it il 13 gennaio...

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Trasporti, il rapporto di Legambiente: «In Lombardia più treni che in tutto il Sud»

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Trasporti, il rapporto di Legambiente: «In Lombardia più treni che in tutto il Sud»

[Di Enrico Nocera su Campaniasuweb.it] Un’Italia divisa in due: da un lato l’aumento dei convogli ad Alta Velocità (+370% negli ultimi cinque anni), dall’altro la riduzione del trasporto pubblico regionale, con tagli alle corse e aumenti nelle tariffe. Un Paese di Serie A e un altro di Serie B. Legambiente, come ogni anno, presenta la sua fotografia impietosa dello stato dell’arte nel trasporto ferroviario nazionale, con particolare riferimento ai treni regionali. E se al Nord Italia i servizi aumentano, così come si incrementano le tratte Alta Velocità, dall’altro lato il Meridione patisce un arretramento ormai divenuto strutturale. Un solo dato per capirci: in Lombardia circolano più treni regionali che in tutto il Sud Italia. I numeri presentati dalla Onlus ambientalista a Napoli (città scelta non a caso per presentare il rapporto Pendolaria 2015) sono oltremodo chiari: nella regione del Nord Italia sono 2300 le corse quotidiane di convogli regionali per una popolazione di 9 milioni e mezzo di abitanti; a Sud del Garigliano, fra Campania, Molise, Calabria, Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna, abbiamo 1738 corse al giorno, per una popolazione che si attesta sui 19 milioni 308mila abitanti. Al Meridione è emergenza trasporti, e non è una novità. In Campania, in particolare, nell’ultimo anno le tariffe del trasporto pubblico sono aumentate del 15,1 percento, a fronte di un taglio alle corse su ferro pari al 23,75 percento su tutte le tratte. Eppure la domanda di trasporto pubblico non manca: la famigerata Circumvesuviana, che collega Napoli ai Comuni sud-orientali fra il capoluogo e Salerno, è la sesta ferrovia regionale più frequentata a livello nazionale, con oltre 55mila utenti giornalieri che patiscono, ogni santo giorno, disservizi di ogni sorta, dalla scarsa sicurezza sui convogli alle corse soppresse. D’altronde, e non è un mistero, sono circa 5 anni che la Circum viaggia a scartamento ridotto, con circa 40 treni funzionanti su una flotta di 140. E in questi 5 anni anche i pendolari campani sono scesi drasticamente: meno 130mila rispetto al 2009. Cifre da stillicidio trasportistico che non si esauriscono qui: in tutta la nostra Regione sono appena 431 i treni regionali in servizio, con un età media dei convogli pari a 17,3 anni, mentre sono il 78,3 percento quei treni che hanno più di 20 anni di servizio alle spalle. Eppure, per quanto riguarda altri comparti del trasporto su ferro, le risorse non si fanno desiderare. L’Alta Velocità è cresciuta di un +7 percento nel solo anno 2015, a fronte di un notevolissimo +370 percento di incremento per quanto riguarda i collegamenti AV fra Roma e Milano. Insomma: è molto più facile collegare il Colosseo al Duomo che Torre del Greco a Napoli; 570 chilometri contro i 25 che separano la città del Corallo dal capoluogo partenopeo. Per non parlare, scendendo più giù, dei tempi biblici che ci vogliono per coprire la distanza Ragusa-Palermo (257 km): 6 ore e 11 minuti di treno regionale, al netto di ritardi e disservizi sempre presenti sulle reti ferroviarie sicule. Ma tutto questo è niente rispetto alla distanza che separa Potenza da Matera, i due capoluoghi della Basilicata (con quest’ultima proclamata anche Capitale Europea della Cultura 2019), dove per coprire appena 100 chilometri ci vogliono la bellezza di 3 ore e 10 di treno con 32,8 km orari di velocità media del convoglio. Ma esistono...

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