Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Il business che spreme le arance
[Di El Salmón Contracorriente* su Comune-info.net] Le arance utilizzate per produrre i succhi che si consumano in Europa provengono per l’80 per cento dal Brasile e dagli USA. Da lì il succo viene esportato in forma liofilizzata per essere poi allungato con l’acqua nel paese di destinazione. Dietro alla catena di produzione e fornitura c’è una manciata di multinazionali che ne detiene il controllo a livello globale e fa in modo di tenere il più possibile sotto silenzio le condizioni di lavoro, il massiccio uso di pesticidi e l’impatto ambientale che deriva dalla produzione. Una campagna europea ha condotto una ricerca in Europa e in Brasile per far luce su quel che i supermercati sono soliti occultare. Ecco i risultati. I risultati della ricerca Exprimidos – Lo que hay detrás del negocio del zumo de naranja [Quel che c’è dietro l’affare del succo d’arancia], realizzata dalla campagna europea Supply Change della quale fa parte la rete di attivisti Collectiu RETS e che è stata condotta in Brasile e in Europa, fanno luce su qualcosa che i supermercati di generi alimentari sono soliti occultare: la dipendenza e lo sfruttamento dei lavoratori nelle aziende e nelle piantagioni, così come la distruzione dell’ambiente, in particolare attraverso il massiccio utilizzo di pesticidi. Negli ultimi 30 anni si è avuto un enorme incremento della produttività del succo di arancia, anche a seguito dell’aumento della densità delle piantagioni. Dovendo sopravvivere in un mercato altamente competitivo, si è verificato un processo di concentrazione in tutti i settori della catena di produzione del succo di arancia. Oggi, le imprese Sucocítrico Cutrale Ltda (Cutrale) [1], Citrosuco S/A (Citrosuco) [2] e Louis Dreyfus Commodities Agroindustrial S/A (LDC) controllano in Brasile tutta l’attività di produzione ed esportazione del succo d’arancia. Queste tre società controllano in maniera effettiva il mercato globale, fornendo alle più grandi aziende di imbottigliamento più del 50 per cento del succo prodotto. Il danno ambientale del succo d’arancia: i pesticidi L’arancia è uno dei frutti ai quali si applicano più pesticidi in forma intensiva poiché tra tutti i prodotti esportati dal Brasile è quella che richiede la maggior quantità di pesticidi per ettaro. Dal 2008, il Brasile è leader mondiale nel consumo di pesticidi, avendo incrementato molto velocemente il loro uso nell’ultimo decennio (il 190% rispetto alla crescita complessiva del consumo degli stessi, contro un incremento globale di consumo che è stato del 93%). Il settore relativo alla vendita di pesticidi in Brasile costituisce un grande affare dominato da una manciata di multinazionali. Inoltre, i tipi di pesticidi utilizzati e venduti in Brasile sono particolarmente nocivi tant’è che in altri paesi molti di essi sono stati ritirati dal mercato per motivi legati all’ambiente. Dal 2007 il numero di intossicazioni dovute ai pesticidi è raddoppiato arrivando a 4.537 casi segnalati. Gli incidenti correlati con l’uso dei pesticidi sono aumentati del 67% e la cifra ufficiale dei morti è passata da 132 a 206. Si stima che il numero dei casi che non sono stati ufficialmente comunicati farebbe aumentare queste cifre in maniera considerevole. Inoltre, all’inizio dell’ultimo decennio si è scoperta in Brasile la cosiddetta “enfermedad verde”, un’infezione batterica delle coltivazioni di arancia. Questa scoperta ha portato all’impiego massiccio di insetticidi neonicotinoidi che si ritiene mettano in pericolo le colonie di api, sia selvatiche che domestiche. Questi pesticidi vengono...
read moreL’agricoltura contadina combatte il riscaldamento del pianeta
[Di Giovanni Pandolfini su Zeroviolenza.it] I contadini e le contadine di ogni angolo del mondo e chiunque ha a che fare direttamente con loro e con i loro prodotti si ricordano bene come sia sempre stato parte integrante della cultura rurale parlare del “clima”. La sua imprevedibilità da sempre ha condizionato l’andamento delle coltivazioni e delle produzioni contadine infondendo quel senso di impotenza (a mio avviso salutare) nei confronti della generosità o della cattiveria di nostra Madre Terra. Oggi questa imprevedibilità si è ingigantita fino a costituire un vero e proprio caos climatico a livello planetario. Calamità originate dal clima questo anno sono state la causa, in tutto il pianeta, di molta fame, migrazioni e del peggioramento delle condizioni di vita di milioni di persone. I ghiacciai si stanno sciogliendo ad un ritmo allarmante, stanno scomparendo ogni giorno molte specie di piante e animali, isole e nazioni vengono invase dagli oceani, i suoli si stanno desertificando ed erodendo e i boschi incendiando, eventi catastrofici come uragani, tornado, alluvioni e fenomeni climatici estremi sono sempre all’ordine del giorno. Anche nei nostri territori, tutti quanti noi che viviamo sulla terra e della terra, constatiamo un forte aumento delle difficoltà ad ottenere prodotti sufficienti alle nostre esigenze alimentari e alla realizzazione delle piccole economie a base locale che ci consentono di vivere. Ormai non possiamo dire che non ci sono più le mezze stagioni perché non ci sono più neanche quelle intere. Eppure, a parte chi viene colpito direttamente e in modo violento da un qualsiasi evento eccezionale di turno, sembra che la cosa non ci riguardi affatto, abbiamo tutti cose molto più importanti a cui pensare. Tutta la comunità scientifica, anche quella meno “libera”, concorda sul riconoscere che il “caos climatico” è provocato da un surplus di emissioni di gas serra derivanti da attività umane e che quindi non siamo in presenza di un clima impazzito ma della normale reazione del pianeta alla sollecitazione chiamata effetto serra. Le cause di questo surplus di produzione di gas serra sono molte, tutte originate dall’uso indiscriminato di energia ottenuta da combustibili fossili. Energia impiegata per sostenere una industrializzazione tanto selvaggia e indiscriminata quanto inutile e dannosa che, in molti casi, produce enormi vantaggi solo per pochi e grandi svantaggi e rischi per tutti. La produzione industriale del cibo è fra queste cause ed è la più importante. Questa ha una diretta responsabilità nella emissione di gas serra quindi nel riscaldamento globale e quindi nel caos climatico. Ci sono studi che individuano che la produzione industriale del cibo è responsabile delle emissioni per una percentuale che va dal 47 al 55% delle emissioni totali (fonti Via Campesina-Grain). Pochi soggetti transnazionali traggono enormi profitti a danno della maggior parte della popolazione mondiale mentre i governi, ormai non più “sovrani” sui propri territori, continuano a non fare l’interesse delle collettività che dovrebbero rappresentare e assecondano passivamente il volere di questi. Appare in questo quadro molto importante la posizione del mondo agricolo in quanto è causa e può essere anche potenziale soluzione al problema del riscaldamento globale. Il modello di agricoltura contadina agroecologica costituisce una alternativa concreta all’agricoltura industriale petrolifera senza contadini ed è già realizzata in molte zone del mondo. L’agroindustria non lavora per produrre cibo ma profitti (per pochi), coltiva su grandi estensioni, pratica l’accentramento della...
read moreMuos costruito senza autorizzazione antisismica, dubbi anche sulla massima potenza dichiarata
[Di Simone Olivelli su Meridionews.it] Da ieri sul tavolo dei verificatori ci sono i dati, forniti dall’ambasciata Usa, per valutare la pericolosità dell’impianto di Niscemi. In assenza di misurazioni, ci si baserà sul progetto. Che però, come denunciato negli anni scorsi, sembra deficitario in più punti. A sviluppare il modello previsionale sarà il consulente della Difesa. Attesa e imbarazzo. Sono questi gli elementi che caratterizzano in queste ore le vicende legate al Muos, e nello specifico il lavoro del collegio dei verificatori che, tra ieri e oggi, ha preso in esame la documentazione fornita dall’ambasciata statunitense sull’impianto satellitare di Niscemi. In principio, l’oggetto dello studio sarebbero dovute essere le misurazioni sul campo prescritte a novembre dal Cga e per i quali lo stesso Consiglio di giustizia amministrativa ha nominato l’equipe di esperti. I controlli però – previsti per il 13 e 14 gennaio, con l’accensione alla massima potenza delle parabole – non si sono svolti. E questo per un motivo che ha lasciato stupiti i più: l’impossibilità di attuare adeguate misure precauzionali per la popolazione. Nell’ultima settimana, tuttavia, di retroscena ce ne sono stati altri. Come la scoperta della mancata taratura della strumentazione che l’Arpa avrebbe dovuto utilizzare nel sito di contrada Ulmo, con l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente impossibilitata a ottenere per tempo la regolazione degli analizzatori di spettro. I motivi di imbarazzo, però, non finiscono qui. In attesa di conoscere i contenuti della relazione dei verificatori, le prime indiscrezioni parlano della mancanza – già denunciata negli anni scorsi dai legali del comitato No Muos – delle autorizzazioni antisismiche. In altre parole, il Muos, pur trovandosi in una zona a elevato rischio terremoti, è stato realizzato senza che nel progetto venissero considerati i dovuti accorgimenti previsti dalle norme in materia. Davanti a questi rilievi, da parte del ministero della Difesa – che nel procedimento difende indirettamente gli interessi degli statunitensi – sarebbe arrivata la rassicurazione secondo cui la pratica in oggetto sarebbe ferma in uno studio napoletano e in procinto di essere recapitata alle parti. Ma a far discutere maggiormente rimane la questione emissioni. Come detto, i verificatori dovranno pronunciarsi sulla pericolosità del Muos non più su dati sperimentali ma su proiezioni basate sul progetto. Attorno a quest’ultimo punto, però, si sviluppa l’ennesimo nodo: mentre il progetto originario prevedeva una potenza massima per le parabole di 1600 watt, nel 2013 il dato è stato drasticamente ridotto a 200. A chiedersi il perché di questa correzione fu all’epoca anche l’Istituto superiore della sanità incaricato di pronunciarsi sui possibili effetti del Muos: «Ci si riferisce al valore della potenza massima dichiarata […] – si legge a pagina 11 della relazione – del quale si è constatato esistere due versioni dallo stesso titolo e riportanti la stessa data, la prima fornita […] dall’ambasciata Usa, la seconda allegata al progetto». Inoltre, se in un caso il valore della potenza dichiarato è, per l’appunto 1600 watt, nell’altro i calcoli forniti dagli americani sono ottenuti basandosi su una potenza di 138,04 watt. La cifra, infatti, viene arrotondata in un secondo momento, quando l’Istituto superiore della sanità chiede lumi su quelle discrepanze: «Sono stati pertanto chiesti chiarimenti all’ambasciata Usa, che ha precisato che il valore di potenza da considerare è 200 watt». A completare il quadro, infine, la notizia riguardante il modello previsionale che...
read moreIl debito pubblico e quello verso la biosfera
[Di Giovanna Ricoveri su Ecologiapolitica.org] “Finita la festa, gabbato lo santo”. Questo proverbio calza a pennello per l’accordo sul clima raggiunto a Parigi nel dicembre scorso, su cui è calato un silenzio di tomba. Tutti d’accordo a parole, ma nei fatti niente è cambiato: in Italia e in Europa, la politica ruota intorno al debito pubblico, non al debito verso la biosfera. Il debito pubblico fa male ma non è mortale per la popolazione, mentre quello verso la biosfera lo è, perché crea uno squilibrio crescente tra il prelievo di risorse naturali e la capacita di rigenerazione della natura, distruggendo così le condizioni di sopravvivenza delle comunità. Il grido dell’America latina nella crisi del debito estero degli anni 1970, “Pagar es morir, queremons vivir”, riassume il problema: il destino dei popoli del Sud è segnato in entrambi i casi, perché restituire il debito con gli interessi alle banche straniere significa trasformare l’economia, la società e l’ambiente naturale in funzione dei paesi creditori, invece che delle popolazioni locali. Come spiega Wendell Berry, lo scrittore-contadino statunitense nel suo libro “La strada dell’ignoranza”, accettare la distruzione delle proprie comunità significa perdere parte della nostra memoria, e dunque di noi stessi. L’imperativo è, oggi come ieri, “salvare le banche, non i profughi”, che muoiono annegati o di fame e di sete, o di freddo, assiepati davanti ai fili spinati alzati in fretta e furia da molti paesi europei, senza che Bruxelles abbia aperto nessuna “procedura d’infrazione”, non prevista dai regolamenti europei. Nessuno parla di come salvare i profughi – i boat people, come quelli della guerra in Vietnam nel secolo scorso, che non si fermeranno quali che siano le politiche di respingimento nei loro confronti. Non ne parla neppure chi riconosce e racconta le condizioni disumane imposte dall’Europa a milioni di vittime di guerre e devastazioni ambientali, causate anche – se non soprattutto – dagli interessi geopolitici dei paesi occidentali. Editoriale n.2, 2016, anno 26 Pubblicato su Ecologiapolitica.org il 26 febbraio 2016 ...
read morePolvere rossa di bauxite, in Malesia il disastro ambientale di cui nessuno parla
[Di Francesca Mancuso su Greenme.it] Kuantan, una città aliena nel cuore della Malesia. Ma ET e presunte creature provenienti da Marte non c’entrano. La città, capoluogo dello stato di Pahang, da tempo si è tinta di rosso e la colpa è dell’inquinamento. Un disastro ambientale passato ancora una volta sotto silenzio in Italia, causato dall’aumento indiscriminato dell’estrazione della bauxite, da cui si ricava l’alluminio. L’area della Malesia è da mesi in ginocchio. Questa roccia sedimentaria è la principale fonte di produzione dell’alluminio. Chilometri di mari, fiumi e coste si sono ricoperti da una coltre color ruggine tutt’altro che salutare. Malattie della pelle e aumento del rischio di cancro sono ormai una realtà e le richieste pubbliche di una più severa regolamentazione delle miniere di bauxite finora sono rimaste inascoltate. Nel giro di due anni, l’estrazione di questo materiale è aumentata a dismisura con scarsi controlli e norme non adeguate. Nei primi 11 mesi del 2015, la Malesia ha esportato più di 20 milioni di tonnellate di bauxite in Cina. Per fare un confronto, nel 2013 ne ha esportare circa 162.000 tonnellate. La domanda da parte della Cina ha alimentato il rapido aumento del settore minerario della bauxite di Pahang e la preoccupazione per l’impatto sull’ambiente è ormai alle stelle. La Malaysian Anti-Corruption Commission (MACC) ha ricevuto varie denunce e segnalazioni, in cui si lamentavano seri problemi di inquinamento derivanti dall’estrazione incontrollata di bauxite a Pahang. Qui le acque al largo di Kuantan sono diventate rosse all’inizio del mese di gennaio per via di una fuoriuscita del minerale. “Sulla base delle denunce, MACC ha scoperto situazioni di corruzione da parte di certi ambienti coinvolti nelle attività di estrazione di bauxite” spiega la Commissione. “Non esiteremo ad agire contro coloro che sono coinvolti in questo scandalo e abusano dei loro poteri”. Il Ministro dell’ambiente malese ha annunciato uno stop di tre mesi per tutte le attività minerarie legate alla bauxite nel distretto di Pahang a partire dal 15 gennaio, per cercare di far rientrare l’emergenza inquinamento. Tuttavia, la moratoria potrebbe essere estesa a tempo indeterminato se l’industria non riuscirà a contenere il problema dell’inquinamento. Tre mesi, un margine di tempo troppo stretto, secondo gran parte della popolazione colpita dal problema. I residenti e le organizzazioni non governative non sono soddisfatte delle misure annunciate. Per Jasper Teoh, cittadino di 42 anni: “Cosa si può fare entro tre mesi? L’arco di tempo è troppo breve per fare qualsiasi cosa. Il problema dell’estrazione di bauxite non è qualcosa di nuovo, avrebbero dovuto rispettare le buone norme prima di cominciare”. Come dargli torto? L’ennesimo disastro ambientale che tra qualche giorno verrà dimenticato. Pubblicato su Greenme.it il 13 gennaio...
read moreTrasporti, il rapporto di Legambiente: «In Lombardia più treni che in tutto il Sud»
[Di Enrico Nocera su Campaniasuweb.it] Un’Italia divisa in due: da un lato l’aumento dei convogli ad Alta Velocità (+370% negli ultimi cinque anni), dall’altro la riduzione del trasporto pubblico regionale, con tagli alle corse e aumenti nelle tariffe. Un Paese di Serie A e un altro di Serie B. Legambiente, come ogni anno, presenta la sua fotografia impietosa dello stato dell’arte nel trasporto ferroviario nazionale, con particolare riferimento ai treni regionali. E se al Nord Italia i servizi aumentano, così come si incrementano le tratte Alta Velocità, dall’altro lato il Meridione patisce un arretramento ormai divenuto strutturale. Un solo dato per capirci: in Lombardia circolano più treni regionali che in tutto il Sud Italia. I numeri presentati dalla Onlus ambientalista a Napoli (città scelta non a caso per presentare il rapporto Pendolaria 2015) sono oltremodo chiari: nella regione del Nord Italia sono 2300 le corse quotidiane di convogli regionali per una popolazione di 9 milioni e mezzo di abitanti; a Sud del Garigliano, fra Campania, Molise, Calabria, Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna, abbiamo 1738 corse al giorno, per una popolazione che si attesta sui 19 milioni 308mila abitanti. Al Meridione è emergenza trasporti, e non è una novità. In Campania, in particolare, nell’ultimo anno le tariffe del trasporto pubblico sono aumentate del 15,1 percento, a fronte di un taglio alle corse su ferro pari al 23,75 percento su tutte le tratte. Eppure la domanda di trasporto pubblico non manca: la famigerata Circumvesuviana, che collega Napoli ai Comuni sud-orientali fra il capoluogo e Salerno, è la sesta ferrovia regionale più frequentata a livello nazionale, con oltre 55mila utenti giornalieri che patiscono, ogni santo giorno, disservizi di ogni sorta, dalla scarsa sicurezza sui convogli alle corse soppresse. D’altronde, e non è un mistero, sono circa 5 anni che la Circum viaggia a scartamento ridotto, con circa 40 treni funzionanti su una flotta di 140. E in questi 5 anni anche i pendolari campani sono scesi drasticamente: meno 130mila rispetto al 2009. Cifre da stillicidio trasportistico che non si esauriscono qui: in tutta la nostra Regione sono appena 431 i treni regionali in servizio, con un età media dei convogli pari a 17,3 anni, mentre sono il 78,3 percento quei treni che hanno più di 20 anni di servizio alle spalle. Eppure, per quanto riguarda altri comparti del trasporto su ferro, le risorse non si fanno desiderare. L’Alta Velocità è cresciuta di un +7 percento nel solo anno 2015, a fronte di un notevolissimo +370 percento di incremento per quanto riguarda i collegamenti AV fra Roma e Milano. Insomma: è molto più facile collegare il Colosseo al Duomo che Torre del Greco a Napoli; 570 chilometri contro i 25 che separano la città del Corallo dal capoluogo partenopeo. Per non parlare, scendendo più giù, dei tempi biblici che ci vogliono per coprire la distanza Ragusa-Palermo (257 km): 6 ore e 11 minuti di treno regionale, al netto di ritardi e disservizi sempre presenti sulle reti ferroviarie sicule. Ma tutto questo è niente rispetto alla distanza che separa Potenza da Matera, i due capoluoghi della Basilicata (con quest’ultima proclamata anche Capitale Europea della Cultura 2019), dove per coprire appena 100 chilometri ci vogliono la bellezza di 3 ore e 10 di treno con 32,8 km orari di velocità media del convoglio. Ma esistono...
read moreFukushima, dove il tempo si è fermato
[Di Robert Hunziker su Comune-info.net] In tutto il mondo il termine “Fukushima” è diventato sinonimo di disastro nucleare e di assenza di soluzione dei problemi. Ai giorni nostri Fukushima è probabilmente una delle catastrofi meno comprese poiché nessuno sa né come riparare al danno né la vera entità del problema stesso. Essa si trova infatti in un territorio pressoché inesplorato dove la fusione del nocciolo regna indisturbata. Come un genitore eccessivamente premuroso la Tepco si limita a monitorare la situazione continuando però a compiere errori. Col passare del tempo emergono lentamente frammenti d’informazione dalla prefettura di Fukushima. Recentemente, per esempio, la città è stata visitata da Arkadiusz Podniesinski, il noto fotografo documentarista di Chernobyl e le immagini da lui scattate ritraggono uno scenario di distruzione preoccupante che non lascia alcuna speranza per il futuro. La fatiscente centrale nucleare di Fukushima Daiichi si staglia sinistramente sullo sfondo delle nostre vite al pari dell’immagine della distruzione impersonificata da Godzilla col suo “soffio atomico.” Nel commento di Podniesinski (dicembre 2015) sono evidenti le responsabilità dell’incidente nucleare: “non sono né i terremoti né gli tzunami i responsabili del disastro alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi, l’errore è umano. Il rapporto redatto dal comitato eletto dal parlamento giapponese incaricato di investigare sul disastro non lascia dubbi a riguardo. L’incidente si poteva prevedere ed evitare. Come nel caso di Chernobyl è stato principalmente un errore umano la causa della devastazione”. Quattro anni dopo l’incidente oltre 120.000 residenti non possono ancora tornare alle loro case. Le aree radioattive sono contrassegnate dal colore rosso che indica il più alto livello di contaminazione, la zona rossa >50mSv/y, all’interno di essa non c’è in atto nessuna opera di decontaminazione. È impensabile che i vecchi abitanti della città possano mai ritornarvi, anche se il governo lascia intendere diversamente. Le radiazioni si accumulano. In linea di massima un essere umano è in grado di sopravvivere per un’ora all’esposizione di 1 Sv/h o 1000 mSv/h. Il livello di radiazioni massimo raccomandato agli esseri umani è inferiore a 500 mSv. Una radiografia al torace per intenderci produce 0,10 mSv. Il limite standard mondiale per coloro che operano nel nucleare è di 20mSv/annui (Fonte: manuale di sopravvivenza alle radiazioni). Eppure a Fukushima, a causa dell’emergenza, i lavoratori sono esposti fino a 100 mSv prima di abbandonare il sito. Nelle zone contrassegnate dal colore arancione i livelli di radiazioni sono compresi tra i 20 e 50mSv/annui, valori troppo alti per ripopolare la zona, anche se un’opera di decontaminazione è già in corso. Agli antichi residenti è permesso visitare le proprie case per qualche ora, rigorosamente di giorno, ma di gente non se ne vede poi molta. Parte dei suoi vecchi abitanti non intende farvi ritorno e gran parte delle case in legno di città e villaggi sono totalmente abbandonate a loro stesse. Le aree meno contaminate sono contrassegnate dalla zona verde (<20mSv/annui). Qui l’opera di decontaminazione è stata ultimata e l’ordine di evacuazione verrà presto revocato. Circa 20.000 lavoratori ripuliscono terreno e strade, strofinano manualmente le pareti, i tetti e le grondaie casa per casa e il materiale radioattivo e contaminato viene stoccato in grossi sacchi neri accatastati nella campagna circostante. I sacchi neri radioattivi vengono caricati sui camion e scaricati nei sobborghi dove si aggiungono ad altre migliaia e migliaia di sacchi neri impilati....
read moreTrivelle in mare, anche la Croazia si ferma
[Di redazione su Qualenergia.it] Il nuovo premier Oreskovic annuncia una moratoria al progetto di esplorazione ed estrazione degli idrocarburi in Adriatico. Una notizia significativa nel dibattito italiano in corso verso il referendum No Triv. Soddisfazione dalle regioni anti-trivelle: “anche Renzi ora sia chiaro”. La Croazia intende proclamare “una moratoria al progetto di esplorazione ed estrazione degli idrocarburi” in Adriatico. L’annuncio è arrivato venerdì dal primo ministro Tihomir Oreskovic, durante la presentazione in Parlamento del programma di Governo del nuovo esecutivo di centrodestra nato dall’alleanza post-elettorale fra i conservatori del partito Hdz e la formazione indipendente Most. Il governo uscente del socialdemocratico Zoran Milanovic aveva rinviato a dopo le elezioni ogni pronunciamento sul progetto delle trivellazioni in Adriatico, che in Croazia aveva registrato la forte opposizione da parte di una larga parte dell’opinione pubblica. La Croazia non teme di danneggiare Eni e le altre La decisione del Premier Croato Oreškovi? avrà ripercussioni importanti sui piani di investimento che le compagnie petrolifere, tra cui l’Eni, hanno portato avanti per diversi anni. Il nuovo clima, sfavorevole allo sviluppo delle attività petrolifere off shore, renderà meno attrattivo l’Adriatico agli occhi degli investitori stranieri. La Croazia intanto non sembra temere le eventuali azioni legali da parte delle compagnie petrolifere. Secondo quanto riferito da fonti croate, il direttore dell’Agenzia degli Idrocarburi, Barbara Doric, ritiene infatti che i progetti siano ancora nella loro fase embrionale e che eventuali pretese risarcitorie da parte delle società dell’Oil & Gas non avrebbero alcun fondamento giuridico. “In una situazione identica a quella croata di oggi, invece, nel 2012 il Governo Monti, proprio con l’art. 35 comma 1 del Decreto Sviluppo che è oggetto del referendum abrogativo No Triv, fece esattamente il contrario: salvò le istanze per la ricerca e la coltivazione di gas e petrolio in mare che erano in corso all’entrata in vigore del Decreto Prestigiacomo”, osserva Federico Cuscito del Coordinamento Nazionale No Triv. “La Croazia pensa a salvare le proprie coste e l’Adriatico. In Italia nel 2012 si usò il pretesto di tutelare il legittimo affidamento per salvare decine di progetti e per salvaguardare gli interessi delle compagnie petrolifere – continua – la maggior parte di quei progetti sono andati avanti fino ad oggi”. Il commento del Coordimento No Triv A differenza del nostro Presidente del Consiglio – dichiara Roberta Radich del Coordinamento Nazionale No Triv – il Primo Ministro croato conosce bene la geografia e conosce bene i rischi connessi allo sviluppo delle attività petrolifere in un mare chiuso come l’Adriatico”. Il Governo croato fa dunque dietro-front e decide di lasciare in fondo al Mare Adriatico croato, già spezzettato in 29 concessioni, qualcosa come 3.000.000.000 di barili, si legge in una nota del Coordinamento. Resterà deluso Romano Prodi che, in un’intervista di qualche tempo fa, sosteneva che ‘La gran parte delle trivellazioni si trova lungo la linea di confine delle acque territoriali italiane, al di qua delle quali ogni attività di perforazione è bloccata. Si tratta di giacimenti che si estendono nelle acque territoriali di entrambi i paesi ma che, se non cambierà la nostra strategia, verranno sfruttati dalla sola Croazia’. La soddisfazione delle Regioni italiane anti-trivelle L’annuncio del nuovo esecutivo croato è stato accolto con entusiasmo dai presidenti dei consigli regionali di Veneto, Marche e Puglia, tra le Regioni promotrici del referendum No Triv. “Il potenziale...
read morePartecipate pubbliche, Corte dei Conti: “Governo cambi il decreto”
[Di redazione su Ilfattoquotidiano.it] L’associazione dei magistrati contabili contro le nuove regole per le società di Stato ed enti locali. In base alle bozze del testo atteso in Consiglio dei ministri mercoledì, consiglieri e sindaci saranno “soggetti alle azioni civili di responsabilità previste dalla disciplina ordinaria delle società di capitali”. In più ad attivare il ricorso dovrebbero essere i soci. I magistrati della Corte dei Conti contro la riforma delle partecipate pubbliche che il governo punta a varare nel Consiglio dei ministri di mercoledì. La nuova normativa, stando alle bozze dei decreti attuativi della riforma della pubblica amministrazione, prevede infatti tra il resto che consigli di amministrazione e sindaci rispondano per danno erariale solo al giudice ordinario. Saranno “soggetti alle azioni civili di responsabilità previste dalla disciplina ordinaria delle società di capitali”, si legge nel testo. In più ad attivare il ricorso dovrebbero essere gli enti pubblici soci. I magistrati contabili, che pure più volte hanno messo in luce i pesanti esiti della malagestione delle aziende controllate dagli enti locali, non ci stanno. Ed esprimono in una nota “forte preoccupazione per le predette disposizioni che incidono negativamente sulle funzioni giurisdizionali e di controllo in tale materia”. “Nel ribadire che la Corte dei conti ha sempre denunciato gli sprechi, le cattive gestioni ed i gravi abusi che si sono verificati nel settore”, sottolinea l’Associazione Magistrati della Corte dei Conti, “con danni per diversi milioni di euro, adoperandosi efficacemente per il recupero delle risorse pubbliche ed il risarcimento dei danni, l’Associazione richiama l’attenzione sulla circostanza che molti dei settori affidati alle predette società, come quello dei rifiuti e del loro smaltimento, sono particolarmente esposti a fenomeni di corruzione e di malaffare“. “Nell’attuale situazione nella quale, a causa della limitatezza delle risorse si comprimono bisogni essenziali della collettività è imprescindibile l’esigenza, anche per realizzare quell’indispensabile effetto di deterrenza, che la tutela sia posta in essere attraverso un’azione efficace a carattere pubblico, quale è quella del Pm contabile, sì da evitare che lo schema e il modello privatistico diventino il mezzo attraverso il quale venga meno, sostanzialmente, il risarcimento, spesso di rilevante entità, del danno erariale che resterebbe affidato, esclusivamente all’azione dei soci”. I magistrati sottolineano infine che “l’azione contabile presenta caratteri di maggiore speditezza rispetto a quella ordinaria, perché affidata ad un giudice specializzato che con tempestività può operare in tale settore”. Pubblicato su Ilfattoquotidiano.it il 18 gennaio 2016...
read more“Il radar Usa è abusivo”, la Cassazione conferma il sequestro
[Di redazione su Lastampa.it] L’impianto in costruzione nella riserva del Sughereto di Niscemi (Caltanissetta), la Corte ha dato ragione al sindaco che aveva bloccato i lavori. Resta sotto sequestro l’impianto di comunicazioni satellitare militare Usa Muos realizzato nella riserva del Sughereto di Niscemi (Caltanissetta). Lo si apprende da fonti giudiziarie. È l’effetto della decisione della Cassazione che ha rigettato il ricorso dell’avvocatura dello Stato per conto del ministero della Difesa. Rimane vigente l’ordinanza emessa il 1 aprile del 2015 dal Gip di Caltagirone, confermata poi dal Tribunale per il Riesame di Catania, su richiesta del procuratore Giuseppe Verzera, che ha bloccato la prosecuzione dei lavori per la realizzazione dell’impianto di Telecomunicazione nella base americana. La Cassazione ha anche condannato il ministero della Difesa al pagamento della spese processuali. Nell’area protetta non si costruisce Il procuratore di Caltagirone, Giuseppe Verzera, competente per territorio su Niscemi, ritiene che il sistema di comunicazione del dipartimento della Difesa Usa, Mobile user objective system, il famoso Muos del Sughereto di Niscemi, sia sottoposto ai vincoli di rispetto ambientali perché realizzato in un’aerea protetta con inedificabilità assoluta. Tesi condivisa dal Gip Salvatore Ettore Cavallaro che il 1 aprile del 2015 ha disposto il sequestro della struttura. Il provvedimento, che era stato eseguito dal nucleo di polizia giudiziaria della Polizia municipale e dai carabinieri della Procura, era stato confermato il 27 aprile del 2015 dal Tribunale del riesame di Catania, presieduto da Maria Grazia Vagliasindi. Le autorizzazioni annullate dal Tar Un sequestro del Muos era stato adottato nell’ottobre del 2012 su richiesta dell’allora procuratore Francesco Paolo Giordano che aveva ritenuto illegittime le autorizzazioni concesse dalla Regione Siciliana, ma era stato poi annullato dal Tribunale del riesame di Catania che invece valutava validi gli atti del governo dell’isola. Ma nel febbraio 2015, il Tar di Palermo, accogliendo il ricorso del Comune di Niscemi, ha annullato tutte le autorizzazioni delle Regione, imponendo il blocco dei lavori. Su questo fronte è ancora pendente un ricorso al Consiglio di giustizia amministrativo di Palermo. Ma per la Procura di Caltagirone è stata la svolta giudiziaria: non si è posto più il problema sulla legittimità delle autorizzazioni, perché non esistono più e quindi, per l’accusa, il «Muos è abusivo». Pubblicato su Lastampa.it il 25 gennaio...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.