Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Atlante: Impianto biometano a Latina Scalo
Abbiamo mappato un nuovo conflitto sul nostro Atlante italiano dei conflitti ambientali: si tratta del Progetto Impianto biometano a Latina Scalo. Il progetto proposto dalla società Recall Latina S.r.l. prevedeva la realizzazione di un impianto per la produzione di biogas finalizzato alla produzione di energia elettrica e calore. Quali sono i potenziali impatti ambientali? Inquinamento atmosferico, degradazione paesaggistica, contaminazione delle falde acquifere/riduzione dei bacini idrici, e inquinamento acustico. La scheda completaè disponibile sull’Atlante cliccando...
read moreCrisi ambientali e migrazioni forzate
Crisi ambientali e migrazioni sono entrambe, in questa epoca storica, tematiche di grande rilevanza in rapporto di paradosso tra loro. Alle prime, le crisi ambientali, al cui campo è ascrivibile anche la minaccia rappresentata dai cambiamenti climatici, si dedica attenzione minima. Relegate nelle pagine di cronaca solo in occasione di eventi calamitosi, le condizioni ambientali che incidono in maniera drammatica sulla qualità della vita di cittadini e comunità sono assenti dall’agenda politica e mediatica. CRISI AMBIENTALI E MIGRAZIONI FORZATE – Ed. 1, 2016 L’ondata silenziosa oltre la fortezza Europa A cura di: Salvatore Altiero e Maria Marano Associazione A Sud – CDCA Centro Documentazione Conflitti Ambientali Contributi di: Salvatore Altiero, Toon Bijnens, Anna Brambilla, Anna Brusarosco, Antonello Ciervo, Maurizio Cossa, Nicolas Liuzzi, Maria Marano, Adelaide Massimi, Mariagrazia Midulla, Milena L.V. Molozzu, Giulia Murgia, Rosa Paolella, Desirée A.L. Quagliarotti, Johanna Rivera, Stefania Romano, Irene Romualdi, Andrea Stocchiero, Roberto Trevini Bellini, Saleh Zaghloul Scarica la pubblicazione SINOSSI La retorica delle “ondate” utilizzata ciclicamente nella narrazione mediatica dei flussi migratori diretti verso l’Europa e connessi a guerre, persecuzioni politiche e povertà estrema nei Paesi d’origine, cela una realtà diversa e più complessa. I dati UNHCR 2014-2015 stimano un numero di rifugiati nel mondo compreso tra i 14 e i 15 milioni ma ospitati in grandissima parte da Paesi extraeuropei. Questo report nasce però con l’intento di offrire non solo una raccolta di dati ma anche una riflessione politica sul tema delle migrazioni ambientali. Per questo motivo il lavoro è stato suddiviso in quattro parti. La prima di analisi del contesto generale: la crisi ambientale e climatica e i suoi legami con i fenomeni migratori. Nella seconda parte abbiamo raccolto una rassegna di casi studio esemplificativi delle cause di migrazione ambientale: grandi progetti di sviluppo, dighe, inquinamento, urbanizzazione, sottrazione di terre e risorse idriche, siccità, cambiamenti climatici, innalzamento del livello dei mari. Nella terza parte abbiamo affrontato il tema dal punto di vista della riflessione giuridica sulle forme di tutela di questa ormai consolidata categoria di migrazioni forzate. Nell’ultima sezione, invece, abbiamo lasciato spazio ad alcune storie di migranti ambientali raccolte da chi lavora sul campo. CRISI AMBIENTALE E MIGRAZIONI FORZATE – Ed. 2, 2018 Nuovi esodi al tempo dei cambiamenti climatici A cura di: Salvatore Altiero e Maria Marano Associazione A Sud – CDCA Centro Documentazione Conflitti Ambientali Contributi di: Salvatore Altiero, Carolina Bertolini, Francesca Casella, Antonello Ciervo, Nuria del Viso, Eleonora Fanari, Emanuele Gaudioso, Eleonora Guadagno, Shila Hosseini, Chiara Maiorano, Maria Marano, Giulia Murgia, Elisa Paderi, Mike Roman, Stefania Romano, Marta Rossini, Nicholas Tomeo. Scarica la pubblicazione SINOSSI Ai migranti è spesso riservato un posto di rilievo nelle preoccupazioni della classe politica e nelle narrazioni giornalistiche, con un approccio che è però miope e criminalizzante. Ad interessare sono soltanto le politiche migratorie, basate non su numeri e dati verifcabili ma sul “rischio percepito” dalla popolazione, creato ad arte dai partiti nazionalisti che ormai ovunque fanno incetta di voti giocando sulla paura. Mai, però, ci si sforza di ragionare sulle cause delle ondate migratorie della nostra epoca. Guerre, certo. Povertà economica. Ma alla base della necessità di abbandonare le proprie terre ci sono sempre più spesso il degrado dell’ambiente e la distruzione delle economie locali dovuti all’estrazione delle risorse, alla contaminazione, agli effetti devastanti del riscaldamento globale. Non solo. Spesso i Paesi di arrivo che negano con le proprie politiche di accoglienza i diritti dei migranti sono gli stessi...
read moreL’allarme degli scienziati e le politiche climatiche italiane
[di Cecilia Erba per il CDCA] Il 5 novembre è stata pubblicata sulla rivista BioScience una nuova dichiarazione da parte della comunità scientifica riguardante la “minaccia catastrofica” legata al riscaldamento globale. “È chiaro ed inequivocabile che la Terra si trova di fronte a un’emergenza climatica”, questa la frase di apertura del documento, sottoscritto da 11.000 scienziati in tutto il mondo. I firmatari hanno corredato il documento con una serie di raccomandazioni per trasformare l’economia e cambiare i nostri stili di vita. Sulle testate italiane la notizia è stata ripresa da più parti, accompagnata dall’intervento del prof. Ferdinando Boero, dell’Università Federico II di Napoli, che ha partecipato all’elaborazione del rapporto. Boero si dice ottimista per il nostro Paese: i punti evidenziati dagli scienziati infatti sarebbero all’ordine del giorno del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) dell’Italia e del programma di governo. Addirittura sembrerebbe quasi che il governo avesse letto le raccomandazioni della comunità scientifica nell’elaborare il documento. Tuttavia, da un confronto tra il Piano e i sei interventi indispensabili espressi all’interno della dichiarazione, la situazione sembra nettamente diversa. Nel rapporto infatti, si chiede di smettere di estrarre combustibili fossili e sostituirli con energie rinnovabili. Nel PNIEC tuttavia si prevede che ancora nel 2030 il 70% del fabbisogno energetico italiano sarà soddisfatto con combustibili fossili e che il gas in particolare continuerà a svolgere nel breve-medio periodo una funzione essenziale, soprattutto con la realizzazione della TAP (Trans Adriatic Pipeline) che si prevede entro il 2020 e con la quale si andrà a importare circa 8,8 mld di m3 all’anno di gas azero. A questo proposito, la stessa Commissione Europea aveva sottolineato come l’Italia, nel proprio Piano, fosse poco coerente con l’obiettivo della decarbonizzazione proprio a causa dell’enorme rilevanza data al gas e degli investimenti previsti in tale direzione. Nelle raccomandazioni degli scienziati si richiede inoltre di tagliare rapidamente i sussidi ai combustibili fossili; nel nostro Paese tuttavia questa necessità cozza fortemente con la scelta politica di eliminare capitolo sui sussidi ambientalmente dannosi dal decreto clima recentemente approvato. La somma delle politiche e delle misure previste dal PNIEC porterebbe, secondo gli scenari forniti. a diminuire le emissioni nazionali di gas serra del 22% nel 2020 e del 37% nel 2030 rispetto al 1990: un obiettivo assolutamente insufficiente, considerando che nell’ultimo rapporto pubblicato dall’IPCC a ottobre 2018 si evidenzia che, per evitare le conseguenze più drastiche dei cambiamenti climatici, le emissioni globali dovranno dimezzarsi entro il 2030 ed arrivare a zero nel 2050. Nel PNIEC manca del tutto una visione di lungo termine, che vada oltre il 2030 e delinei un percorso che ci permetta di realizzare la transizione verso una società a basse emissioni. E secondo l’analisi svolta da ENEA, anche le misure previste per la realizzazione di questo obiettivo difficilmente potranno essere implementate e portare a quei tagli delle emissioni preventivati: gli interventi previsti dal nostro governo infatti sono volti per lo più all’efficientamento energetico e continuano a prevedere un ricorso massivo all’utilizzo di combustibili fossili. In uno studio effettuato dalla European Climate Foundation sui Piani Energia e Clima pubblicati dai vari Paesi europei, il PNIEC si trova appena al 18° posto in una classifica basata su adeguatezza dei target, della credibilità delle politiche e del coinvolgimento della società civile, e totalizza appena 2.6 punti su 45 nella prima dimensione analizzata,...
read moreL’ambiente al centro dei conflitti armati
[di Maria Marano per CDCA] I conflitti armati e le guerre provocano ingenti danni all’ambiente, in modo collaterale o in maniera deliberata quando le devastazioni degli ecosistemi naturali diventano delle vere e proprie strategie militari, come ad esempio la tattica della terra bruciata per evitare l’avanzata del nemico, l’utilizzo delle mine sotterranee per inquinare le falde acquifere o la devastazione di raccolti e foreste. Eppure, gli esiti prodotti dai conflitti in termini di costi ambientali sono ancora troppo spesso trascurati. È soprattutto a partire dagli anni Settanta che questi sono cresciuti drasticamente a causa dell’utilizzo di armi sempre più potenti e con effetti a più ampio raggio (su aria, acqua, suolo), con possibili ricadute anche oltre i confini degli Stati coinvolti nel conflitto. In quegli anni un caso emblematico è diventato l’utilizzo in Vietnam dell’agente Orange da parte dell’esercito americano. Un defoliante potentissimo che ha distrutto chilometri di foresta, raccolti, biodiversità. Gli effetti sulla salute umana (tumori, malformazioni, malattie della pelle e degli organi interni) e sull’ambiente sono stati devastanti anche dopo la fine della guerra. (Solo) dal 2001 le Nazioni Unite, con la risoluzione A/RES/56/4, hanno deciso di portare l’attenzione internambiazionale su questa problematica riconoscendo il 6 novembre come la giornata mondiale per la “prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in situazioni di guerra e conflitto armato”. L’obiettivo è quello di portare l’attenzione sugli effetti devastanti della guerra e dei conflitti armati sull’ambiente che ne diventa una delle principali vittime. È sempre più evidente che le guerre che insanguinano il mondo sono – oltre che una catastrofe umana ed economica – un vero e proprio disastro ecologico con conseguenze che si prolungano anche nel tempo. Sfruttamento delle risorse naturali nell’epoca del cambiamento climatico: la scintilla di numerosi conflitti Se da un lato i conflitti lasciano dietro di sé devastazione ambientale dall’altro una distribuzione non equa di risorse naturali sempre più scarse, come minerali o metalli, terre fertili e risorse idriche possono diventare la causa scatenante di scontri armati. Secondo i dati riportati nel Rapporto “From conflict to peacebuilding. The role of natural resources and the environment” del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) negli ultimi 60 anni almeno il 40% dei conflitti interni (guerre civili come quelle in Angola, Congo, Darfur, Medio Oriente) si lega allo sfruttamento delle risorse naturali (legno, diamanti, oro, terreni fertili, acqua). Inoltre, una minaccia sempre più incombente sull’insorgere di nuovi conflitti violenti è rappresentata dai cambiamenti climatici che impattano negativamente sulla disponibilità di risorse naturali e di mezzi di sussistenza. Eventi meteorologici estremi così come lunghi periodi di siccità, principalmente nei Paesi del Sud del mondo, hanno un forte impatto sulle economie locali, legate principalmente ai servizi ecosistemici, così come sui diritti delle persone, tanto da creare tensioni sociali che scoppiano in veri e propri conflitti. La devastazione dell’ambiente è anche la causa di milioni di sfollati costretti ad abbandonare le proprie terre per cercare un luogo più sicuro dove poter vivere. Molti flussi migratori partono dalle campagne per arrivare nelle periferie delle grandi megalopoli già densamente popolate, ciò porta a sua volta a innescare ulteriori conflitti e a condizioni di vita non sostenibili. Il Rapporto “The Human Cost of Weather Related Disasters”, pubblicato dal CRED (Centre for Research on the epidemiology of disasters) e dall’Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione dei disastri,...
read moreGli effetti del Lindano nella cellula
[di Alessandro Coltrè per CDCA] Ha un nome difficile: beta-esaclorocicloesano. E’ un sottoprodotto della lavorazione del Lindano, insetticida ampiamente utilizzato in agricoltura fino agli anni settanta, messo definitivamente al bando in Italia e in altri cinquanta paesi nel 2001, dopo la convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti. L’Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro (IARC) lo ha classificato come possibile cancerogeno e il mondo scientifico continua a monitorarne la tossicità. Ci sono persone che questa sostanza ce l’hanno nel sangue: sono gli abitanti della Valle del Sacco, territorio compreso tra le province di Roma e Frosinone, una delle zone più inquinate d’Italia. Per cinquant’anni il Lindano è stato prodotto negli stabilimenti della Caffaro Srl a Colleferro, nella zona industriale che oggi costituisce parte dell’esteso Sito d’Interesse Nazionale (SIN) che il Ministero dell’Ambiente e la Regione Lazio stanno iniziando a bonificare con un accordo di programma da 54 milioni di euro. Il 16 ottobre scorso infatti, nell’area di Colleferro chiamata Arpa 2 il Ministro Costa e il Governatore Zingaretti hanno inaugurato uno dei cantieri di bonifica che risanerà un ettaro e mezzo di territorio inquinato. E il centro dell’inquinamento è proprio questo scarto di produzione del Lindano: dagli scarichi industriali il betaesacloro ha raggiunto il fiume Sacco, compromettendo pozzi, terreni, animali, prodotti alimentari e persone. E’ una storia di Malaterra, come racconta Marina Forti, che nel suo libro sull’Italia dei veleni industriali, dedica un intero capitolo alla vicenda della Valle del Sacco: “Il betaesaclorocicloesano non è facilmente biodegradabile; si accumula nel terreno e nei sedimenti, viene trasportato dalle piogge e dall’acqua negli impianti di irrigazione. Gli scarichi industriali avevano ormai contaminato i fossi, il fiume e le falde idriche superificiali, e molti dei pozzi usati dagli abitanti. Attraverso l’acqua il B-hch era entrato nella frutta, negli ortaggi, nel fieno; si era depositato nei tessuti grassi del bestiame e ormai era entrato nel sangue degli esseri umani, accumulandosi sempre più a ogni passaggio”. Gli effetti del beta-esaclorocicloesano a livello cellulare Dal 2009, dopo il riconoscimento dello stato di emergenza socio-ambientale per la Valle del Sacco, più di 600 cittadini residenti a un chilometro dal fiume vivono sotto sorveglianza sanitaria e sono inseriti in un programma di monitoraggio curato dal Dipartimento di Epidemiologia del Lazio. Attraverso la pubblicazione di due rapporti, il DEP ha comprovato il bioaccumulo di betaesacloro in 137 persone, i suoi alti livelli di persistenza nel tempo e l’aumento dei casi di tumore alla pleura, ai polmoni, allo stomaco, un incremento di patologie legate alla tiroide e di casi di diabete per la popolazione presa in esame. All’Università “La Sapienza” di Roma il team di ricerca del dipartimento di Scienze Biochimiche, coordinato dalla Professoressa Margherita Eufemi e dal Professor Fabio Altieri, sta studiando gli effetti a livello cellulare di questa eredità tossica elargita dalle grandi industrie. “La nostra linea di ricerca prende in esame cellule tumorali alle quali abbiamo aggiunto il beta-esaclorocicloesano. Il valore di concentrazione dell’inquinante da inserire nelle cellule è stato preso direttamente dall’ultimo rapporto epidemiologico del Dep”, spiega la Professoressa Eufemi, che tra l’altro vive nella Valle del Sacco, a Serrone. Questi studi biochimici hanno dimostrato che la sostanza tossica derivante dal Lindano attiva meccanismi molecolari che portano alla formazione di patologie tumorali. Una cancerogenesi che avviene attraverso una proteina, la Stat3. Questa proteina svolge delle attività essenziali nella cellula: è una sorta di messaggero tra l’ambiente esterno e il nucleo, dove interagisce con il DNA, permettendo così la crescita e la proliferazione cellulare. “Quando la proteina...
read moreEx Ilva, Peacelink: rischio salute inaccettabile. Polveri sottili non diminuiscono, prima in Italia per CO2
[di Gabriele Caforio per il Il Tacco d’Italia] Da ottobre 2018 ArcelorMittal, colosso mondiale della siderurgia, ha preso le redini dell’Ex Ilva di Taranto dopo un travagliato accordo siglato al Ministero dello Sviluppo economico tra sindacati, azienda e commissari, alla presenza dell’allora vicepremier e ministro Luigi Di Maio. Tra gli impegni in campo ambientale che il nuovo gruppo lussemburghese si è assunto c’è la copertura dei parchi minerali dello stabilimento tarantino entro la fine del 2019. Un’opera mastodontica (due strutture lunghe 700 metri, larghe 250 e alte 70 metri circa) affidata al Gruppo Cimolai per un costo di circa 300 milioni di euro, che punterebbe a ridurre la quantità di polveri sottili, in particolare PM10 e PM2,5, che si levano dallo stabilimento e finiscono sulla città e nei polmoni dei tarantini. Lo stato di avanzamento dei lavori, ad oggi, può dirsi a buon punto. Il parco minerale di ferro è stato coperto completamente e la copertura del parco carbone è a metà. Ciò vuol dire, in teoria, che la quantità di polveri sottili provenienti dallo stabilimento dovrebbe essersi ridotta. L’associazione PeaceLink ha raccolto, elaborato e diffuso i dati delle centraline di rilevamento polveri del quartiere Tamburi di Taranto per il periodo che va da ottobre 2018 (inizio della gestione ArcelorMittal) ad ottobre 2019. Una relazione contenente tutti i dati è stata consegnata lo scorso 21 ottobre al Ministro della pubblica istruzione Lorenzo Fioramonti, molto sensibile ai recenti movimenti del Friday For Future. I primi due grafici di seguito mostrano l’andamento del PM10 rilevato attraverso due tecnologie differenti (ENV e SWAM) e il terzo mostra l’andamento del PM2,5 nel periodo della gestione ArcelorMittal rilevato dalle centraline del quartiere Tamburi, quello più vicino ai...
read moreIl danno ambientale in Italia: i casi accertati negli anni 2017 e 2018
[di Donatella Liuzzi per CDCA] ISPRA ha presentato il 17 ottobre alla Camera dei Deputati il primo rapporto sull’azione dello Stato in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale. Si definisce danno ambientale un deterioramento significativo e misurabile, provocato dall’uomo, ai suoli, alle specie, agli habitat e alle aree protette, alle acque superficiali (fiumi, laghi, mare) e sotterranee. E per la prima volta in Italia si fornisce un resoconto nazionale delle istruttorie tecnico-scientifiche aperte da ISPRA e dal Sistema nazionale di protezione dell’ambiente (SNPA) nel biennio 2017-2018 su incarico del Ministero dell’ambiente. Il Rapporto si sviluppa attraverso la ricostruzione dei casi di danno ambientale e di minaccia di danno ambientale accertati dal Sistema Nazionale a rete per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) negli anni 2017 e 2018 e permette di individuare gli aspetti caratterizzanti di una materia poco conosciuta ed in continua evoluzione. Sono 30 i casi per i quali è stato accertato un grave danno o minaccia ambientale: si tratta di 22 procedimenti giudiziari (penali e civili) e 8 casi extra-giudiziari (iter iniziati su sollecitazioni giunte dal territorio e al di fuori di un contesto giudiziario). In 10 di questi 30 casi il Ministero dell’ambiente si è già costituito parte civile o ha attivato il relativo iter. Scorri sulla mappa per scoprire i casi in Italia. Degli oltre 200 casi segnalati all’Istituto dal Ministero dell’ambiente, nel 2017-2018 sono state aperte 161 istruttorie di valutazione del danno ambientale grazie alle verifiche operate sul territorio da SNPA: 39 per casi giudiziari (sede penale o civile), 18 per extra-giudiziari, 104 istruttorie per casi penali in fase preliminare (nei quali l’accertamento del danno è ancora a livello...
read moreDifendiamo il casale Alba 2, difendiamo il parco di Aguzzano! – Assemblea Pubblica
DIFENDIAMO IL CASALE ALBA 2, DIFENDIAMO IL PARCO DI AGUZZANO! ASSEMBLEA PUBBLICA Nella giornata di martedì 15 ottobre siamo venuti a conoscenza dell’intenzione del Comune di Roma, su impulso del Municipio IV, di sgomberare e chiudere nuovamente il Casale Alba 2, nel Parco Regionale Urbano di Aguzzano, dopo quasi 7 anni di attività. Il Casale Alba 2 dal 2012 è autogestito senza alcun finanziamento né scopo di lucro da un’assemblea di quartiere che, dopo decenni di abbandono, lo ha aperto alla collettività. Nasce dalla battaglia degli abitanti dei quartieri limitrofi contro un cambio di destinazione d’uso dell’immobile, che avrebbe indebolito i vincoli di tutela del parco, per la realizzazione di un Istituto di Custodia Attenuata per detenute Madri (ICAM). Il progetto nascondeva un fiume di cemento sul parco, che avrebbe dato il via allo smembramento dell’area protetta. Oggi questo casale è un luogo riempito da decine di laboratori, iniziative, attività gratuite e perfettamente coerenti con il Piano d’Assetto di Aguzzano. Alba 2 collabora con varie istituzioni, come l’Istituto Comprensivo Palombini, il Museo di Casal de’ Pazzi, la Parrocchia di San Gelasio, la Biblioteca Fabrizio Giovenale, Centro anziani Ponte Mammolo – Rebibbia, l’Associazione A Roma, Insieme che si occupa di far uscire i piccoli con meno di 3 anni figli di madri detenute nel carcere di Rebibbia. Decine le collaborazioni anche con associazioni di tutela dei parchi, lavoratori, spazi sociali, gruppi scout, oltre a realtà che fanno cultura in periferia, come compagnie teatrali, artisti, gruppi musicali. Dall’impulso di Alba 2 sono nate diverse realtà importanti del quartiere, come il Comitato Mammut e l’ ASD Mammut Ponte Mammolo. Il Casale Alba 2 è stato promotore, in questi anni, di centinaia di iniziative dentro e fuori dalle sue mura, per la tutela di Aguzzano, dei suoi casali, per l’istituzione di spazi collettivi in quartiere come il playground al Parco Cicogna e il Campo Mammut. Da uno spazio vuoto è nata una casa della condivisione attraversata, negli anni, da migliaia di persone. Alba 2, insieme a Iniziative Csoa La Torre, Insieme Per l’Aniene Onlus, Sentiero Verde – Federtrek è stato anche tra i principali propulsori del Forum per la Tutela del Parco di Aguzzano, coordinamento di realtà sociali, scuole, poli culturali, associazioni, comitati e abitanti dei quartieri Rebibbia, Ponte Mammolo e Casal dè Pazzi formatosi a febbraio del 2019 per opporsi ad un’altra speculazione sul parco, stavolta ai danni del Casale Alba 1. Alba 1 è divenuto oggetto di una delibera della Giunta del IV Municipio con la quale veniva messa in discussione la destinazione d’uso “socio-culturale” prevista dal Piano Attuativo del Parco. La delibera apriva la strada alla concessione del casale a imprenditori privati per la realizzazione di attività lucrative non coerenti con la natura dell’edificio e della Riserva in cui è inserito, che avrebbero indebolito, al pari del progetto ICAM sul Casale Alba 2, i vincoli di tutela del Parco. Una mobilitazione che ha generato iniziative pubbliche, proteste al Municipio, assemblee pubbliche, un corteo di oltre 1000 persone, la raccolta di quasi 2000 firme, l’elaborazione della proposta alternativa di un polo museale-didattico che coinvolgesse il Museo di Casal dè Pazzi e le scuole del territorio. Rispetto a questa grande partecipazione la Giunta Municipale si è dimostrata non solo colpevolmente sorda, ma ha più volte provato a intimidire chi protestava contro la...
read moreIl Parco che resiste
[di Andrea Marchese e Arturo Iannuzzi per CDCA] Naomi Klein, nel suo libro “Una rivoluzione ci salverà”[1] utilizza il termine Blockadia per significare il variegato mondo che, nelle più disparate regioni del pianeta, resiste e si oppone alla devastazione ambientale e al cambiamento climatico che ne consegue. Blockadia non è uno stato del Risiko, ma « […]nemmeno […] un movimento ambientalista, perché trae impulso dal desiderio d’una forma più profonda di democrazia, che offra alle comunità il controllo effettivo delle risorse […] cruciali: la salute dell’acqua, dell’aria e del suolo.» E la difesa del Parco Regionale urbano di Aguzzano ha le carte in regola per essere parte di questo mondo resistente. E non da oggi. Il Parco R.U. di Aguzzano era, in origine, un pezzo dell’agro romano posto tra la Nomentana e la Tiburtina, proprio a ridosso della bassa Valle dell’Aniene. Incolto, adibito al più al pascolo brado, a fine ‘800 la malaria vi mieteva vittime, finché, ai primi del ‘900, fu risanato da una bonifica. Una rete di canali di irrigazione aprì la strada ad attività agricole, e vi comparve qualche allevamento. Costituita nel 1919, la Anonima Laziale Bonifiche Agrarie (A.L.B.A.) vi edificò, dal 1922, un sistema unitario di 4 Casali (che divennero 5 negli anni ’30), popolati fino a pochi decenni orsono. Alla guerra seguì un graduale abbandono. I Casali (Alba) sopravvissero all’azienda, quale testimonianza storica dell’Agro Romano. La borgata di Rebibbia, sede dell’omonimo carcere e scenario di un episodio dei ”Ragazzi di vita” di Pasolini, conservò, sebbene ai margini della metropoli, i tratti di un piccolo paese: coesione e solidarietà. Ma intanto la città cresceva a ritmo incessante e arrivò a minacciare, dopo averla accerchiata, questa oasi di verde. Negli anni ‘60 e ‘70 l’edilizia avanzava inarrestabile, soprattutto nelle aree periferiche delle città. Anche per Aguzzano era prevista una massiccia dose di cemento: i 500mila mc della convenzione Aguzzano, progetto abitativo destinato a far sparire il verde del territorio che poi sarà del Parco. Ma la gente del quartiere decise di resistere per salvare il verde. La lotta, che vide in prima fila tre donne, coinvolse tutti, uomini e donne, giovani e non, i bambini con le maestre. Una mobilitazione estesa, una piccola Valsusa, in cui ognuno contribuiva come poteva. Fino al successo, nel 1989, con la Legge Regionale 55 dell’8 Agosto 1989[2] che istituiva il Parco Regionale Urbano di Aguzzano, demandandone la realizzazione ad un Piano di attuazione. Piano che, tra l’altro, individua, all’interno del parco, una zona di riserva orientata, nel cui ambito son consentiti solo interventi di conservazione o riutilizzo dei Casali, per ciascuno dei quali è prescritta una destinazione di tipo didattico – culturale. La legge rappresentava la salvezza per una considerevole estensione di territorio (circa 57 ettari). Almeno per il momento, perché altre minacce si sarebbero poi concretizzate negli anni seguenti. Nel 2012 giunse notizia di un progetto del Ministero di Grazia e Giustizia che avrebbe voluto trasformare il Casale Alba2 (destinato, secondo il Piano Attuativo del Parco, ad essere Casa della Musica) in ICAM (Istituto a Custodia Attenuata per Madri detenute), sorta di mini-carcere, comportante la militarizzazione dell’edificio e dell’area limitrofa. Anche questo progetto incontrò la tenace opposizione della gente dei quartieri circostanti. A partire dalla raccolta di oltre 3500 firme a difesa del Casale e dell’integrità del Parco, un...
read moreI ventriloqui di Eni a Gela
Voluto da Enrico Mattei in persona alla fine degli anni ‘50, l’ex stabilimento petrolchimico di Gela è stato uno dei tasselli fondamentali del processo di industrializzazione della Sicilia. Eppure a distanza di 60 anni dalla posa della prima pietra quello che rimane è una green refinery alimentata ad olio di palma, le bonifiche al palo a 21 anni dall’istituzione del Sin, e “un eccesso di rischio di patologie neoplastiche in età pediatrica con un’incidenza di tre volte l’atteso” (come accertato dallo studio Sentieri). Il ciclo di raffinazione ha chiuso nel 2014, e da allora la riconversione degli impianti è stata una narrazione che si è scontrata con la realtà. Andrea Turco, attivista di Gela e di A Sud Sicilia, ci ha raccontato cosa sta accadendo e cosa NON sta accadendo in questi giorni nel sito. “Eni precisa che a oggi non è stato presentato dal Comune di Gela alcun progetto inerente la gestione dei rifiuti o per la costituzione di società”. La scarna nota con la quale il cane a sei zampe mette la parola fine ai sogni del sindaco Lucio Greco spiega ancora una volta chi davvero detta la linea in una città come quella siciliana, che dal 2014 attende ancora la riconversione industriale. Vale la pena mettere in fila i fatti, almeno gli ultimi, per provare a capire il senso di smarrimento che la popolazione gelese nutre da più di cinque anni: da quando cioè Eni ha annunciato in maniera unilaterale la chiusura del ciclo di raffinazione, per poi promettere investimenti e impianti che in gran parte sono rimasti sulla carta. E’ l’1 ottobre quando il sindaco Lucio Greco, espressione di una coalizione trasversale che va dal centrodestra al Pd sotto l’insegna dell’impegno civico, sfodera un colpo a sorpresa all’interno del dibattito in consiglio comunale. Si dovrebbe parlare di Ghelas, la municipalizzata che si occupa di vari servizi in città. L’azienda è in forte difficoltà economica, lo spettro del fallimento aleggia da tempo. Così il primo cittadino, chiamato a intervenire, rende noto un progetto al quale la sua giunta starebbe lavorando da tempo: trasferire l’intera gestione del servizio rifiuti a una società partecipata, pubblico-privata, composta da Ghelas ed Eni. Con la parte pubblica al 51 per cento e quella privata al 49 per cento. “La città deve ritornare coma la Macchitella degli anni ‘70 o ‘80” spiega il primo cittadino, facendo riferimento al quartiere fatto costruire dall’Eni che per anni è stato il fiore all’occhiello di Gela, almeno punto di vista del verde e del decoro urbano (prima di passare al Comune, con conseguente degrado). “Si tratta di un progetto particolarmente ambizioso e avveniristico che nessun territorio della Regione siciliana ha ad oggi attuato – aggiunge l’amministrazione in una successiva nota – Tra gli obiettivi, oltre quello di migliorare il servizio di raccolta ed alzare i livelli di differenziata, ci sono anche quelli di puntare sulla pulizia e la cura del verde pubblico e l’abbassamento delle tasse per lo smaltimento dei rifiuti ai cittadini”. Secca però arriva, appena il giorno dopo, la presa di distanza da parte del cane a sei zampe. Una smentita che non sorprende, visto che Eni non si è mai occupata – né in Italia né nel resto del mondo – di raccolta dei rifiuti urbani. Probabilmente il primo cittadino pensava di coinvolgere l’azienda dato l’avvio...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.