CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
    Guarda la diretta
  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
    Leggi l’articolo

Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Il Big bang del petrolio

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Il Big bang del petrolio

[Di Rachele Gonnelli su Ilmanifesto.info] La battaglia dell’energia. Il principe Salman sfodera la privatizzazione del colosso Aramco. Nello scontro economico e finanziario con l’Iran (l’embargo petrolifero finirà il 16 gennaio), gli sceicchi di Riyhad hanno deciso di «sparare» un’atomica: annunciare la vendita di un pezzo della società statale, primo produttore al mondo di greggio, terremotando i listini e l’Opec. Altro che Rolex: i «piccoli» cadeaux offerti dagli ospiti sauditi ai funzionari italiani dell’ultimo viaggio d’affari del premier Matteo Renzi a Riyadh. Tutto torna e presto ci sarà un grande banchetto finanziario nella capitale del Regno wahabita. Un banchetto a base di petrodollari. Il vice principe ereditario che detiene lo scettro del comando, Mohammad bin Salman bin Abdul Aziz, di fronte al grosso buco di bilancio da 90 miliardi di dollari conseguente al ribasso del prezzo del greggio – passato in meno di un anno dai 100 agli attuali 34 dollari a barile, il più basso da 12 anni – e alle misure di austerity necessarie a contenerlo che rischiavano di indebolire il Regno sul fronte interno, ha deciso due giorni fa di mettere in ballo, cioè in vendita, una parte della Aramco, la società controllata dallo Stato che detiene il secondo più grande giacimento di petrolio al mondo ed è già il più grande esportatore mondiale di greggio. Roba da far impallidire i due primi colossi già quotati — l’americana Exxon Mobil e la russa Rosneft — visto che ciò che conta è la valutazione delle riserve e la Aramco da sola ne stima per 267 miliardi di barili, pari a un quarto delle riserve mondiali — durevoli per almeno un altro secolo — con una capacità estrattiva di 12,5 milioni di barili al giorno, persino incrementabili. I termini dello sbarco sul mercato borsistico internazionale di questo mastodonte petrolifero sono ancora allo studio – come si sono affrettati a precisare ieri i vertici del gruppo — ma anche solo l’annuncio di questa gigantesca operazione di privatizzazione è per l’agenzia di stampa Bloomberg da segnare sul calendario come «il Big bang dell’Arabia saudita». Questione di mesi, da quanto si capisce nell’intervista rilasciata dal principe saudita all’Economist. Secondo gli analisti economici, la Aramco potrebbe rivaleggiare con la Apple come la più grande società quotata al mondo. Un vero terremoto per i listini. Va da sé che questo scardinerà prima di tutto il sistema attuale dei prezzi dei combustibili fossili e in particolare è possibile che sia il colpo di grazia per l’Opec. Secondo Bob McNally, consulente della Casa Bianca per il mercato petrolifero, «l’Arabia saudita si prepara a cavalcare il prezzo del petrolio sulle montagne russe, non a controllarlo». McNally non ha difficoltà a definire il passaggio «epocale», forse gravido di maggiori conseguenze economiche di quando lo stesso regno saudita nazionalizzò le sue risorse nel 1970 provocando un’onda lunga nelle economie maggiormente energivore a cominciare dalla Gran Bretagna di Margaret Thatcher. Ora gli effetti più rilevanti sono attesi sull’economia della Cina, che è ancora il più grande importatore di petrolio e anche il primo acquirente di quello saudita ma anche una locomotiva già rallentata della crescita mondiale. Secondo indiscrezioni dell’Economist l’offerta iniziale potrebbe riguardare il 5% della società ma l’operazione di vendita potrebbe poi proseguire con cessioni più consistenti, incluso delle società controllate dal gruppo, sempre mantenendo però la proprietà statale...

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Ambiente, governo sotto accusa: “Continuano a trivellare”

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Ambiente, governo sotto accusa: “Continuano a trivellare”

[Di Mariangela Tessa su Wallstreetitalia.com] New York (WSI) – Ancora un nuovo duro attacco dell’Enpa, Ente nazionale per la protezione animali, nei confronti del governo in merito all’assenza di politiche per la salvaguardia dell’ambiente. “A neanche un mese dalla conclusione della Conferenza di Parigi, una volta tornato a casa, il nostro Governo mostra il suo vero impegno contro il surriscaldamento globale: uno sfrenato proliferare di trivelle, da Nord a Sud, in terra e in mare nei luoghi più belli del Paese, nei santuari più preziosi della natura, nei simboli stessi del turismo appassionato al paesaggio e alla biodiversità”, ha detto Annamaria Procacci, responsabile Enpa per la biodiversità e i cambiamenti climatici. “Già durante la discussione e l’approvazione dell’infelice decreto ‘Sblocca Italia’, oltre un anno fa, insieme a tutto il mondo della associazioni ambientaliste e animaliste, denunciammo pubblicamente il rischio gravissimo che la prospezione, l’estrazione e la coltivazione degli idrocarburi comporta per la fauna e l’ambiente”. Per le creature marine – prosegue Procacci – denunciammo lo sconquasso causato sulle loro capacità di vita e di riproduzione, anche sotto il profilo del rumore, dovuto al ‘martellamento’ dei fondali. In particolare per i cetacei, per i quali, come più volte da noi sottolineato, esso rappresenta una probabile causa di perdita dell’orientamento, di spiaggiamento e di morte”. Infine un appello, “l’ennesimo, al Governo e al Parlamento, affinché fermino lo scempio: l’Italia non merita questo. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà e il nostro sostegno alle Regioni e i cittadini che si sono in modo generoso e civile mobilitati per la difesa del nostro territorio attraverso una iniziativa referendaria che non deve essere tradita”. Il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi ha fatto sapere che “non c’è alcun trivellamento nell’Adriatico”. Non meno di un mese fa Procacci aveva da una parte lodato la decisione dell’esecutivo di ripristinare il limite costiere delle 12 miglia per l’estrazione di idrocarburi in Adriatico, dall’altra aveva tuttavia sottolineato che l’emendamento del Governo alla legge di stabilità non era abbastanza. “Non si può, come sembra voler fare il ministro dell’Ambiente, esaltare da un lato l’accordo di Parigi e poi, non appena tornati a casa, “prendere tempo” su uno dei punti qualificanti di quell’intesa; vale a dire il progressivo abbandono dei combustibili fossili”.     Pubblicato su Wallstreetitalia.com l’11 gennaio...

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In Sicilia via a nuovi pozzi di petrolio e trivellazioni, scoppia la polemica

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In Sicilia via a nuovi pozzi di petrolio e trivellazioni, scoppia la polemica

[Di Antonio Fraschilla su Repubblica.it] Dopo il caso delle Tremiti il ministero pronto a dare l’ok anche a ricerche nel mare di Pantelleria, mentre la Regione sta dando il via libera ad altri due impianti a Gela. Il sindaco dell’isola: “Una vergogna”. Il deputato regionale Musumeci: “Pronti a grande mobilitazione popolare” . Nuove trivelle in mare e terra di Sicilia e anche qui scoppia la polemica. Oltre al caso delle isole Tremiti in Puglia, il ministero dello Sviluppo accoglie la domanda di estensione del campo di perforazione fatta dalla multinazionale Schlumberger a Pantelleria, mentre sono alla firma dell’assessore regionale Maurizio Croce due nuove autorizzazioni di perforazioni in terra presentate dall’Enimed a Gela: “Queste devono essere autorizzate, fanno parte del protocollo Eni firmato nel 2014 per salvare i posti di lavoro della raffineria”, dicono dall’assessorato Ambiente. Insomma, la corsa all’oro nero nel sottosuolo siciliano è ripartita. A premere per cercare petrolio in Sicilia sono in tanti. Secondo le stime dei tecnici, nel sottosuolo dell’Isola e al largo della costa ci sono almeno sei milioni di tonnellate di oro nero e 1,6 milioni di metri cubi di gas che sulla carta valgono oltre due miliardi di euro. Un fiume di denaro che fa gola a tanti: da qui il pressing insistente per il via libera a nuove ricerche e all’incremento delle estrazioni già autorizzate. Non a caso la quantità di petrolio prodotto in Sicilia è raddoppiata negli ultimi cinque anni. Una scelta, quella di autorizzare le trivellazioni, che solleva polemiche. A insorgere è il sindaco di Pantelleria, Salvatore Gabriele: “La ripresa di perforazioni nel mediterraneo e a Pantelleria  ci lascia increduli e sbigottiti . E’ una vergogna che il ministro Guidi abbia autorizzato trivellazioni il 22 dicembre, giorno precedente all’approvazione definitiva della legge di stabilità che all’art. 239 prevede il divieto di trivellazioni nelle zone di mare entro le 12 miglia dalla costa lungo l’intero perimetro nazionale prorogando i titoli abilitativi rilasciati. E ciò solo per bloccare i referendum prendendo in giro gli Italiani. Consideriamo inaccettabile la posizione della Regione siciliana dinnanzi ad una crescente e propositiva azione da parte di cittadini, movimenti contro le trivellazioni non rivedere la propria posizione, oltretutto oggi neanche più sostenuta da un rilancio delle raffinerie siciliane, una revisione totale dei piani industriali che si stanno indirizzando verso la Green economy e la bonifica dei siti”, conclude il primo cittadino annunciando battaglia in piazza. A sostenere la protesta anche il deputato Nello Musumeci, leader del movimento #DiventeràBellissima: “Siamo stati i primi a denunciare la vergognosa scelta del governo Crocetta sulle trivelle, una scelta che ci è subito apparsa come atto di sudditanza alle lobbies. Adesso siamo pronti a una grande mobilitazione popolare. Se c’è chi pensa a sfruttare il territorio senza rispettarlo, troverà la nostra ferma opposizione”. “Oggi Repubblica Palermo – ha proseguito Musumeci – ci informa che sarebbe pronto anche un progetto per Gela, la città di Crocetta, ma soprattutto quella dove insiste un polo petrolchimico che non ha mai davvero iniziato la sua riconversione”. Secondo Musumeci “la Sicilia sta perdendo grandissime opportunità anche lavorative, mentre l’indotto di tutti i poli petrolchimici isolani, esattamente come accaduto con Termini Imerese, assomiglia già ad un deserto carsico”. “Inutile girarci attorno: la Regione – conclude Musumeci – è stata incapace di un piano di sviluppo sostenibile e di...

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California, Porter Ranch: impianto stoccaggio perde metano

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California, Porter Ranch: impianto stoccaggio perde metano

[Di Maria Rita D’Orsogna su Ilfattoquotidiano.it] Succede a Porter Ranch, nella San Fernando Valley di Los Angeles. Sorge qui un impianto di stoccaggio di gas, risalente al 1972. A Ottobre una fuga di metano che nessuno sa fermare. E cosi perdite e puzza invadono Porter Ranch da un mese, per ora senza soluzione. L’impianto si chiama Aliso Canyon Storage Facility e le perdite risalgono al 23 Ottobre 2015. E’ stata una fessura lungo un tubo che scorre a 3 chilometri sottoterra a portare alla fuga di gas in superficie. Non si sa bene dove sia questa fessura, si sa però che la tubatura, di 20 centimetri di diametro circondato da uno strato protettivo di altri 30, ha ceduto. Dal sottosuolo arrivano in superficie la bellezza di 50 mila chilogrammi di metano l’ora, pari al 25% di tutte le emissioni dell’intero stato della California. Una quantità enorme. Oltre al metano, dal sottosuolo arrivano mercaptani, additivi che sanno di zolfo e che causano problemi di nausea, svenimenti, bruciore agli occhi, mal di testa e perdite di sangue dal naso, come i residenti di Porter Ranch ben sanno. Quanto tempo ci vorrà per sistemare la perdita? Non si sa. Forse uno, due, tre mesi, o almeno questo è quello che dice la Southern California Gas Company che gestisce lo stoccaggio di Aliso Canyon. Hanno provato a fermare le perdite pompando fluidi nel sottosuolo ma non ci sono riusciti. Si pensa di trivellare un nuovo pozzo per fermare o per convogliare il metano altrove, ma ci vorranno molti mesi per completare l’opera. Il supervisore della città Micheal Antonovich dice che il fatto che non si sappia quando si tornerà alla normalità è “insensato ed irresponsabile”. La Southern California Gas Company però cerca di tranquillizzare tutti perché la puzza e le perdite non rappresentano, secondo loro, un pericolo “imminente”. Si, certo, perché non devono respirare loro ne metano ne mercaptani! Oltre a queste sostanze, nella zona sono stati registrati alti tassi di benzene, un carcerogeno e di etano e propano. I livelli di metano sono di 616 parti per milione, contro i 2 che vengono normalmente registrati. Le autorità hanno ordinato alla Southern California Gas Company di rendere pubblici tutti i dati sulle perdite, fornendo video e dati strutturali. Oltre ad Aliso Canyon Storage Facility la ditta in questione gestisce altri tre campi di stoccaggio di gas nella California del Sud. Quello di Porter Ranch è un campo dismesso di petrolio. Ma la gente protesta e non ci sta a respirare aria fetida e così la Southern California Gas Company ha evacuato circa 130 famiglie con altre 550 richieste da processare. Verranno mandati in alberghi nei dintorni e pagati un massimo di $250 per stanza per notte, più vitto e tasse. Le multe potrebbero arrivare a 75,000 dollari al giorno. Arrivano volantini e rassicurazioni. Le proteste non si placano. Finora l’unica soluzione che hanno trovato è stata di spruzzare dei deodoranti in città, idea che i residenti hanno immediatamente bocciato – già ne basta una di puzza. E’ una storia di cui non conosciamo ancora il finale. Anche in Italia ci viene detto che tutti gli impianti di stoccaggio sono sicuri, e che mai e poi mai potranno avere perdite, o problemi di alcun genere. Anzi, secondo chi li gestisce sono pure a prova...

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Via libera della Corte Costituzionale al referendum sulle trivellazioni

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Via libera della Corte Costituzionale al referendum sulle trivellazioni

  [di lastampa.it] La Consulta dichiara ammissibile il quesito sulla durata delle autorizzazioni a esplorazioni e trivellazioni dei giacimenti già rilasciate. Il governo: «Chiunque vinca, nessuna trivella»   Le Regioni cantano vittoria. Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, Pd, annuncia che «la campagna referendaria inizia da subito» e dice al premier Renzi che «dev’essere contento perché quando il popolo irrompe sulla scena della democrazia, chi è iscritto al Pd dev’essere contento per definizione». Il presidente leghista del Veneto, Luca Zaia, dichiara che ora «i cittadini potranno dire no a una sciagura». Dalla Basilicata, capofila delle regioni referendarie, il presidente del Consiglio regionale, Piero Lacorazza, Pd, parla di «importante passo avanti» e «vittoria degli enti locali a difesa dei principi costituzionali e dei diritti dei cittadini».   NUOVO FRONTE PER IL GOVERNO Si apre un altro fronte per il governo, dopo la decisione della Corte Costituzionale di dichiarare ammissibile il referendum anti-trivelle sulla durata delle licenze: o esecutivo e Parlamento metteranno mano alla materia – spiega l’avvocato Stelio Mangiameli, che ha rappresentato le istanze delle nove Regioni promotrici – oppure la consultazione referendaria ha ormai la strada spianata. Il governo, da parte sua, fa filtrare la propria posizione: chiunque vinca il referendum, non ci sarà alcuna nuova trivellazione. Smentite, per ora, indiscrezioni secondo cui sarebbe allo studio un provvedimento ad hoc sulla durata delle concessioni di estrazioni già esistenti.   IL QUESITO FONDAMENTALE Il governo era già corso ai ripari dopo che le proposte di referendum, in tutto 6, avevano avuto l’imprimatur della Cassazione; e con la legge di Stabilità aveva rimesso mano alle norme sulle trivelle contenute nello Sblocca Italia, recependo molte delle richieste avanzate dai referendari. Infatti i quesiti sono dovuti tornare sotto la lente della Cassazione che l’8 gennaio, alla luce delle modifiche normative apportate, ne ha dichiarato ammissibile uno solo: quello sulla misura che stabilisce che le concessioni petrolifere già rilasciate durino fino a esaurimento dei giacimenti, traducendosi un prolungamento sine die. Oggi è stata la volta della Corte Costituzionale, che ha dichiarato ammissibile questo referendum e improcedibili gli altri cinque già rigettati dalla Cassazione. Ma il referendum “sopravvissuto” riguarda un tassello centrale.   LA BATTAGLI CONTINUA Non solo. Sei Regioni si preparano a proporre alla Corte Costituzionale un conflitto d’attribuzione nei confronti della Cassazione per la “bocciatura” di due referendum: quello sul piano aree delle attività estrattive, su cui i governi regionali vogliono avere voce in capitolo; e quello sulla durata dei titoli, con l’obiettivo di eliminare le proroghe e sostituirle con le gare. Il costituzionalista Enzo Di Salvatore, vicino ai No-Triv, traduce il risultato in termini calcistici: «Al momento il fronte referendario è sul 4-2 con Renzi». Il governo, aggiunge, non è riuscito nell’intento di «far saltare i referendum per non sovrapporli alle amministrative». E, «se passa il conflitto sul ripristino del Piano Area, a quel punto abbiamo messo una bella ipoteca sullo stop alle trivelle in mare Adriatico per sempre».   Pubblicato su lastampa.it il 19 gennaio...

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Puglia, trivelle alle Tremiti: gli effetti negativi dell’airgun anche a decine di km

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Puglia, trivelle alle Tremiti: gli effetti negativi dell’airgun anche a decine di km

[Di redazione su Ilrestodelgargano.it] Lo ammettono ISPRA e Ministero Ambiente. Il giallo delle Linee guida ISPRA del 2012 imposte in altri decreti sull’airgun, ma non a quello della Petroceltic. Con un comunicato stampa i movimenti Coordinamento No Ombrina, Trivelle Zero Molise e Trivelle Zero Marche, lanciano l’allarme sugli effetti negativi dell’airgun, la tecnica di ricerca di idrocarburi autorizzata dal Governo di fronte alle Tremiti, e sulle linee guida ISPRA del 2012 non imposte alla Petroceltic Italia, la società che ha ottenuto la concessione. “L’airgun, la tecnica di ricerca di idrocarburi che il Governo ha autorizzato di fronte alle Tremiti, può avere effetti a decine di chilometri di distanza, almeno 50. Le Tremiti sono solo a 24 km dal permesso rilasciato dal MISE. Basta leggere, infatti, il rapporto tecnico dell’ISPRA del Maggio 2012 in cui si ritiene, richiamando studi effettuati all’estero, che la distanza minima tra due imbarcazioni che stanno conducendo rilievi sismici in contemporanea debba essere di ben 100 km. Questo perché le esplosioni producono fortissimo rumore che possono investire gli organismi a grandissima distanza. Alleghiamo l’estratto del rapporto del massimo organo scientifico per l’ambiente del nostro paese (l’ISPRA) e, per chiarezza, il testo completo in quanto evidenzia molto bene l’impatto che tale tecnica di ricerca molto invasiva ha sulla vita acquatica, con effetti su cetacei, tartarughe, pesci (compreso il pescato) e anche crostacei. Consigliamo caldamente di leggere le pagine 16, 17, 18, 19 e 20 del rapporto. Ora, in un ambiente vulnerabile come quello dell’Adriatico e in vicinanza ad una delle più belle aree protette marine del Mediterraneo, è già incredibile che venga autorizzata questa attività per soli scopi di ricerca di idrocarburi. Ancora più grave che le linee guida dell’ISPRA siano uscite a Maggio 2012 e che il Decreto interministeriale di V.I.A. positivo per questo permesso di ricerca emanato tre mesi dopo il 7 agosto 2012 (qui tutta la documentazione) non riporti le precauzioni ritenute utili dall’ISPRA. Infatti tra le prescrizioni del Decreto rilasciato a favore della Petroceltic si può leggere che sarà la società stessa a valutare la distanza tra le barche mentre nei decreti rilasciati ad altre società successivamente il Ministero ha imposto la prescrizione più dettagliata. Stiamo parlando della stessa attività. Pertanto i cetacei e i pesci attorno alle Tremiti (che sono teoricamente un’area protetta) dovranno votarsi al buon cuore della Petroceltic. Cioè sarà la società a valutare che distanza potranno essere svolte due attività di ricerca con airgun in contemporanea. Negli altri decreti due navi che fanno airgun in contemporanea dovranno posizionarsi ad almeno 55 miglia (100 km) l’una dall’altra! Alleghiamo il confronto tra gli estratti del decreto di VIA della Petroceltic e di uno rilasciato alla Northern Petroleum nel 2015. Anche le altre prescrizioni sono molto meno restrittive di quelle imposte nei decreti di V.I.A. più recenti che pure rimangono assolutamente inaccettabili. Infatti nei vari decreti il Ministero ammette che i cetacei e la restante fauna vengono disturbati e allontanati dalle esplosioni. I cetacei hanno, sulla carta, lo stesso livello di protezione internazionale di un’Aquila reale. Se un qualsiasi cittadino italiano entra in un parco nazionale e inizia a gettare petardi sotto un nido del rapace viene arrestato dalla Forestale. Qui invece è lo stesso ministero a permettere il disturbo che gli animali in riproduzione o in foraggiamento possono essere allontanati dal...

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Trivelle, sì della Consulta al referendum sulla durata delle autorizzazioni

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Trivelle, sì della Consulta al referendum sulla durata delle autorizzazioni

[di repubblica.it] La Cassazione ha ritenuto ammissibile solo uno dei quesiti, quello sulla durata dei permessi. Governatore Puglia: “Renzi sia contento”. Esecutivo: “Chiunque vinca non ci sarà nessuna nuova trivellazione ma le concessioni durano finché dura il giacimento” Chiunque vinca il referendum, non ci sarà alcuna nuova trivellazione. Questa, secondo fonti di governo, la posizione dell’esecutivo dopo la decisione della Corte Costituzionale che ha dichiarato ammissibile solo uno dei sei quesiti presentati in materia di estrazione di idrocarburi.  Da Palazzo Chigi ritengono sbagliato impostare il quesito come “trivelle sì o trivelle no”. Il governo difende tuttavia l’attuale norma della legge di stabilità che “dice che la concessione dura finché dura il giacimento. Il che significa garantire la manutenzione degli impianti, l’impatto ambientale degli stessi e anche circa cinquemila posti di lavoro”. Il quesito riguarda la durata delle autorizzazioni a esplorazioni e trivellazioni dei giacimenti già rilasciate. A proporlo sono stati nove Consigli regionali (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise). Questo stesso quesito era già stato dichiarato ammissibile dalla Cassazione. “Per festeggiare – ha commentato il governatore della Puglia, Michele Emiliano – organizzerei un corteo con le automobili”. Il presidente Renzi “dev’essere contento perché quando il popolo irrompe sulla scena della democrazia, chi è iscritto al Partito democratico dev’essere contento per definizione”, ha continuato Emiliano, “la campagna referendaria contro le trivelle, comincia subito”. I quesiti referendari proposti erano in tutto sei. In un primo tempo l’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione li aveva accolti tutti. Ma il governo ha introdotto una serie di norme nella legge di Stabilità che hanno messo mano alla materia, ribadendo il divieto di trivellazioni entro le 12 miglia mare. La Cassazione ha dovuto quindi nuovamente valutare i referendum e a quel punto ne ha ritenuto ammissibile solo uno, il sesto: il quesito riguarda nello specifico la norma che prevede che i permessi e le concessioni già rilasciati abbiano la “durata della vita utile del giacimento”. Oggi c’è stato l’esame della Corte Costituzionale, che pure ha ritenuto ammissibile solo questo referendum, per l’abrogazione della norma. In particolare “il quesito ammesso è l’unico del quale l’ufficio centrale per il referendum ha affermato la legittimità sulla base della normativa sopravvenuta (la legge di stabilità 2016). Nella nuova formulazione il referendum viene pertanto ad incentrarsi sulla previsione che le concessioni petrolifere già rilasciate durino fino all’esaurimento dei giacimenti, in tal modo prorogando di fatto, come rilevato dall’ufficio centrale per il referendum, i termini già previsti dalle concessioni stesse. La sentenza sarà depositata entro il 10 febbraio, come previsto dalla legge”. L’APPELLO “Non distruggete le Tremiti, isole di Dalla” “Il primo obiettivo, quello della possibilità di effettuare il referendum, è stato raggiunto, ma ora dobbiamo guardare al traguardo decisivo: quello di impedire le trivellazioni nei nostri territori e nel nostro mare e mettere la parola fine a questa spada di Damocle che pende sulle teste di milioni di cittadini e aziende del Veneto e delle altre regioni adriatiche” ha commentato il presidente del Veneto Luca Zaia. “Noi continuiamo a opporci con fermezza alle perforatrici che il governo Renzi vuole calare sui nostri territori – ha continuato Zaia – e a lottare con ogni mezzo contro lo sfruttamento petrolifero dell’Adriatico, che potrebbero provocare enormi danni al nostro ambiente e all’economia turistica costiera. Ora anche i cittadini...

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Napoli – 4-6 Marzo | Agorà dei movimenti in difesa dei territori e per la giustizia ambientale

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Napoli – 4-6 Marzo | Agorà dei movimenti in difesa dei territori e per la giustizia ambientale

Agorà dei movimenti in difesa dei territori e per la giustizia ambientale Napoli | 4-6 Marzo 2016   MATERIALI: Programma completo Scarica la locandina (pdf) (jpg) Diffondi l’evento Facebook Rivolgiamo questa chiamata ai comitati di base e ai movimenti popolari, agli attivisti e alle attiviste, ai ricercatori e alle ricercatrici, a tutt* tutti coloro che sono impegnati a vario titolo nelle lotte contro la devastazione dei territori, contro l’espropriazione delle risorse comuni e per l’autodeterminazione delle comunità. La call. L’Agorà è il luogo dell’ascolto e della presa di parola. È lo spazio in cui mettere al vaglio la gestione di ciò che è pubblico e di ciò che è comune, dove convergere per confrontarsi e per deliberare sul destino delle nostre città e dei nostri territori. Un luogo fisico e simbolico in cui il racconto, l’analisi, le proposte sono orientati ad agire sull’esistente, immaginando comunità che crescono ed altre che si annunciano. L’Agorà di Napoli, dal 4 al 6 marzo 2016, vorremmo che fosse attraversata da gruppi e soggetti diversi che abbiano in comune esperienze di organizzazione, azione e ricerca su e dentro i conflitti ambientali, e che vogliano riflettere insieme su idee, esperienze e strumenti per costruire collettivamente una cassetta degli attrezzi accordata alle sfide sociali ed ecologiche del tempo presente. Per questo, invitiamo a partecipare all’Agorà di Napoli i/le rappresentanti di movimenti sociali, di comitati territoriali, di associazioni di quartiere da tutta Italia, singoli e attivisti, e i ricercatori e le ricercatrici, indipendenti o affiliati all’università, impegnati/e nell’analisi critica dei conflitti ambientali e nelle lotte per una democrazia reale nelle pratiche e negli orizzonti. Abbiamo scelto Napoli perché ci pare uno dei luoghi più significativi per un’iniziativa di questo genere. Napoli è una metropoli che si è trovata negli anni ad essere oggetto di una molteplicità di attacchi volti alla devastazione ambientale e sociale, ma anche un luogo che ha prodotto una immensa quantità di resistenze diffuse, saperi popolari, proposte di coalizioni tra comitati di base. L’esperienza campana di resistenza al Biocidio è infatti uno dei fronti più avanzati della lotta per salute, ambiente e autodeterminazione, in cui le comunità hanno dato letture indipendenti dei fenomeni di inquinamento e delle connessioni con il sistema economico e politico più generale, producendo pratiche di riappropriazione dal basso e riverberi di rinnovamento sociale in molti ambiti della vita collettiva. La nostra chiamata è rivolta a ognuna di queste esperienze, a quelle campane e a quelle disseminate in tutto il Paese. La sfida è riuscire a comporre la mappa dei territori resistenti, mettendoli tra loro in connessione, al di là della compilazione di agende di lotta, e con l’obiettivo di discutere assieme i punti di contatto e le differenze tra storie che hanno tempi, geografie e contesti socio-culturali eterogenei. In questo senso, vorremmo costruire un’Agorà che offra la possibilità di intrecciare la consapevolezza radicata nella lotta quotidiana degli attivisti e delle attiviste ai lavori di approfondimento teorico di esperti nazionali e internazionali, e agli studi di giovani ricercatori e ricercatrici.   COME FUNZIONA L’AGORÀ Scarica il programma 1) Le plenarie. Quattro momenti di approfondimento e formazione avranno luogo durante le mattine del 4 e del 5 marzo, in cui ricercatori e attivisti italiani e internazionali porteranno il loro contributo ai lavori collettivi tematizzando gli aspetti più significativi delle rivendicazioni degli uomini...

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Trivellazioni, ministro Guidi nega: “Solo prospezioni”. Ma Petroceltic…

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Trivellazioni, ministro Guidi nega: “Solo prospezioni”. Ma Petroceltic…

[Di Luisiana Gaita su Ilfattoquotidiano.it] Dopo le polemiche sulle concessioni arrivate subito prima che scattasse il divieto di ricerca entro 12 miglia dalla costa il governatore della Puglia Michele Emiliano chiede a Renzi di fare marcia indietro. Dalla titolare dello Sviluppo arriva la difesa dell’esecutivo: “Non ci saranno perforazioni”. Anche la tecnica che usa l’aria compressa è però dannosa per le specie marine. È scontro aperto sul permesso per la ricerca di idrocarburi al largo delle isole Tremiti ottenuto dalla Petroceltic. Dopo la denuncia di Angelo Bonelli della Federazione dei Verdi sull’ok alle ricerche per meno di 2mila euro all’anno e il duro intervento del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, che ha lanciato un appello al premier Matteo Renzi attraverso Twitter, anche la senatrice abruzzese del Pd Stefania Pezzopane chiede una presa di posizione da parte del governo. E il ministro difende l’operato del governo: “Non ci saranno trivellazioni al largo delle Tremiti”. Le regioni interessate, però, temono anche le operazioni necessarie per la ricerca. Che verranno eseguite con la tecnica dell’airgun. E si temono gli effetti su pesca e turismo. LE REAZIONI ANTI-TRIVELLE – A pochi giorni dalla prima udienza davanti alla Corte costituzionale, l’affaire Petroceltic al largo delle isole Tremiti è al centro di un acceso dibattito. Durissima la presa di posizione del governatore della Puglia: “Trivellare il nostro mare è una vergogna e una follia”. Poi l’appello di Emiliano al premier Renzi “perché revochi tutte le autorizzazioni per trivellare il nostro mare per lealtà costituzionale verso le Regioni”. Sulla stessa lunghezza d’onda la senatrice Pezzopane: “Da parlamentare impegnata su questo fronte, mi associo all’appello del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano”. Anche la senatrice chiede un intervento del governo. “Oppure l’esecutivo revochi subito le licenze per le trivellazioni rilasciate il 22 dicembre un giorno prima dell’approvazione della legge di Stabilità che contiene la norma alla quale tutti noi abbiamo lavorato: lo stop entro le 12 miglia”. LA DIFESA DEL MINISTRO – Secondo il ministro dello Sviluppo Federica Guidi, le polemiche sui permessi di ricerca nell’Adriatico sono “un polverone pretestuoso e strumentale”. Per l’esponente del governo “non c’è nessuna trivellazione”. I permessi riguardano una zona di mare che si trova oltre le 12 miglia dalla costa e anche dalle isole Tremiti. “Il permesso di ricerca concesso alla società Petroceltic – spiega inoltre il ministro – riguarda soltanto la prospezione geofisica e non prevede alcuna perforazione”. Che, comunque, non potrebbe essere autorizzata se non sulla base di una specifica valutazione di impatto ambientale. “Il presidente Emiliano – dichiara il ministro – conosce benissimo i termini esatti della questione che a suo tempo gli è stata accuratamente rappresentata dal ministero dello Sviluppo economico”. Infine le precisazioni sulla legge di Stabilità: “Venendo incontro alle richieste referendarie, la legge ha escluso qualsiasi nuova ricerca entro le 12 miglia dalle coste”. Il permesso alla Petroceltic “non ha quindi nulla a che vedere con la legge di Stabilità visto che si tratta di ricerche al di fuori del limite delle 12 miglia”. Rassicurazioni che non convincono tutti. Per l’assessore alla Qualità dell’Ambiente della Puglia, Domenico Santorsola, “resta alto e poco prevedibile l’impatto sul territorio delle politiche per lo sviluppo sostenibile della produzione nazionale di idrocarburi”. Per il vicepresidente del Consiglio regionale, Giandiego Gatta (Forza Italia) “svendere bellezze paesaggistiche come le isole Tremiti...

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La COP21 fa acqua da tutte le parti

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La COP21 fa acqua da tutte le parti

[A cura di Paolo Carsetti del Forum Italiano dei Movimenti dell’Acqua] Le politiche nazionali e internazionali dovrebbero garantire la disponibilità e l’accesso individuale e collettivo all’acqua potabile in quanto diritti inalienabili ed inviolabili della persona. Ciò a partire dalla consapevolezza che l’acqua è un bene finito, indispensabile all’esistenza di tutti gli esseri viventi, oltre ad essere una risorsa che va salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà. Qualsiasi uso delle acque deve essere effettuato salvaguardando le aspettative e i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale. Da un certo punto di vista l’acqua è come la ricchezza mondiale: in termini globali, infatti, la quantità è più che sufficiente a soddisfare le necessità della vita umana e degli ecosistemi, il vero problema è che gran parte di ciò che passa per carenza è la conseguenza di una cattiva gestione delle risorse idriche indotta proprio dalle politiche adottate. Infatti, è possibile affermare che la concomitanza di diversi fattori – il riscaldamento globale, la caratteristica intrinseca dell’acqua di essere risorsa vitale ripartita in modo ineguale sul nostro pianeta, la rapida crescita demografica mondiale, l’incremento dei consumi, i pericolosi nazionalismi, l’essere diventato fattore economico determinante – ha fatto sì che l’acqua sia e sarà sempre più scarsa e quindi obiettivo strategico mondiale. E’ altresì evidente come la crisi idrica globale sia il risultato del matrimonio tra il ciclo dell’acqua e il ciclo economico. Cosa accade quando vengono violati i limiti dell’uso sostenibile? Una risposta un po’ semplificata è che l’integrità degli ecosistemi che sostengono i flussi idrici, e in ultima analisi la vita umana, è compromessa. Il riscaldamento globale risulta essere una delle principali cause del superamento di tali limiti. Nel XX secolo l’attività umana ha portato ad un aumento della presenza nell’atmosfera dei gas a effetto serra. L’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) afferma che, se l’umanità continua con l’attuale tasso di emissioni senza prendere misure per ridurlo, la temperatura media globale aumenterà entro il 2100 tra 3,7° C e 4,8° gradi rispetto al livello pre-industriale. Anche se tutte le emissioni cessassero domani, le temperature continuerebbero ad aumentare in conseguenza dell’effetto ritardato delle emissioni passate. La comunità scientifica ha fissato in 2° C l’aumento di temperatura massimo sostenibile. Tutto ciò produrrà e sta già producendo grandi cambiamenti in termini di evaporazione e precipitazioni, ai quali va aggiunta una minore prevedibilità del ciclo idrogeologico. L’innalzamento delle temperature dell’aria, infatti, provocherà un incremento dell’evaporazione degli oceani e dell’acqua sulla terraferma, intensificando il ciclo dell’acqua e determinando una riduzione della quantità di acqua piovana che raggiunge i fiumi. Tali cambiamenti saranno accompagnati da nuovi regimi pluviometrici e da eventi meteorologici più estremi, fra cui alluvioni e siccità. Il cambiamento climatico rappresenta oggi una minaccia senza uguali per lo sviluppo umano. Come effetto complessivo si avrà un acuirsi del rischio e della vulnerabilità, che metterà a repentaglio i mezzi di sostentamento, la salute e la sicurezza di milioni di persone. Gli studi scientifici convergono sul fatto che le zone aride diventeranno più aride e quelle umide diventeranno più umide, con importanti conseguenze per la distribuzione della produzione agricola. Per una gran parte delle persone che vivono nei paesi del Sud del mondo, le proiezioni relative al cambiamento del clima indicano una minore sicurezza dei mezzi di sussistenza, una maggiore vulnerabilità alla fame...

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