CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Via libera della Corte Costituzionale al referendum sulle trivellazioni

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Via libera della Corte Costituzionale al referendum sulle trivellazioni

  [di lastampa.it] La Consulta dichiara ammissibile il quesito sulla durata delle autorizzazioni a esplorazioni e trivellazioni dei giacimenti già rilasciate. Il governo: «Chiunque vinca, nessuna trivella»   Le Regioni cantano vittoria. Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, Pd, annuncia che «la campagna referendaria inizia da subito» e dice al premier Renzi che «dev’essere contento perché quando il popolo irrompe sulla scena della democrazia, chi è iscritto al Pd dev’essere contento per definizione». Il presidente leghista del Veneto, Luca Zaia, dichiara che ora «i cittadini potranno dire no a una sciagura». Dalla Basilicata, capofila delle regioni referendarie, il presidente del Consiglio regionale, Piero Lacorazza, Pd, parla di «importante passo avanti» e «vittoria degli enti locali a difesa dei principi costituzionali e dei diritti dei cittadini».   NUOVO FRONTE PER IL GOVERNO Si apre un altro fronte per il governo, dopo la decisione della Corte Costituzionale di dichiarare ammissibile il referendum anti-trivelle sulla durata delle licenze: o esecutivo e Parlamento metteranno mano alla materia – spiega l’avvocato Stelio Mangiameli, che ha rappresentato le istanze delle nove Regioni promotrici – oppure la consultazione referendaria ha ormai la strada spianata. Il governo, da parte sua, fa filtrare la propria posizione: chiunque vinca il referendum, non ci sarà alcuna nuova trivellazione. Smentite, per ora, indiscrezioni secondo cui sarebbe allo studio un provvedimento ad hoc sulla durata delle concessioni di estrazioni già esistenti.   IL QUESITO FONDAMENTALE Il governo era già corso ai ripari dopo che le proposte di referendum, in tutto 6, avevano avuto l’imprimatur della Cassazione; e con la legge di Stabilità aveva rimesso mano alle norme sulle trivelle contenute nello Sblocca Italia, recependo molte delle richieste avanzate dai referendari. Infatti i quesiti sono dovuti tornare sotto la lente della Cassazione che l’8 gennaio, alla luce delle modifiche normative apportate, ne ha dichiarato ammissibile uno solo: quello sulla misura che stabilisce che le concessioni petrolifere già rilasciate durino fino a esaurimento dei giacimenti, traducendosi un prolungamento sine die. Oggi è stata la volta della Corte Costituzionale, che ha dichiarato ammissibile questo referendum e improcedibili gli altri cinque già rigettati dalla Cassazione. Ma il referendum “sopravvissuto” riguarda un tassello centrale.   LA BATTAGLI CONTINUA Non solo. Sei Regioni si preparano a proporre alla Corte Costituzionale un conflitto d’attribuzione nei confronti della Cassazione per la “bocciatura” di due referendum: quello sul piano aree delle attività estrattive, su cui i governi regionali vogliono avere voce in capitolo; e quello sulla durata dei titoli, con l’obiettivo di eliminare le proroghe e sostituirle con le gare. Il costituzionalista Enzo Di Salvatore, vicino ai No-Triv, traduce il risultato in termini calcistici: «Al momento il fronte referendario è sul 4-2 con Renzi». Il governo, aggiunge, non è riuscito nell’intento di «far saltare i referendum per non sovrapporli alle amministrative». E, «se passa il conflitto sul ripristino del Piano Area, a quel punto abbiamo messo una bella ipoteca sullo stop alle trivelle in mare Adriatico per sempre».   Pubblicato su lastampa.it il 19 gennaio...

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Puglia, trivelle alle Tremiti: gli effetti negativi dell’airgun anche a decine di km

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Puglia, trivelle alle Tremiti: gli effetti negativi dell’airgun anche a decine di km

[Di redazione su Ilrestodelgargano.it] Lo ammettono ISPRA e Ministero Ambiente. Il giallo delle Linee guida ISPRA del 2012 imposte in altri decreti sull’airgun, ma non a quello della Petroceltic. Con un comunicato stampa i movimenti Coordinamento No Ombrina, Trivelle Zero Molise e Trivelle Zero Marche, lanciano l’allarme sugli effetti negativi dell’airgun, la tecnica di ricerca di idrocarburi autorizzata dal Governo di fronte alle Tremiti, e sulle linee guida ISPRA del 2012 non imposte alla Petroceltic Italia, la società che ha ottenuto la concessione. “L’airgun, la tecnica di ricerca di idrocarburi che il Governo ha autorizzato di fronte alle Tremiti, può avere effetti a decine di chilometri di distanza, almeno 50. Le Tremiti sono solo a 24 km dal permesso rilasciato dal MISE. Basta leggere, infatti, il rapporto tecnico dell’ISPRA del Maggio 2012 in cui si ritiene, richiamando studi effettuati all’estero, che la distanza minima tra due imbarcazioni che stanno conducendo rilievi sismici in contemporanea debba essere di ben 100 km. Questo perché le esplosioni producono fortissimo rumore che possono investire gli organismi a grandissima distanza. Alleghiamo l’estratto del rapporto del massimo organo scientifico per l’ambiente del nostro paese (l’ISPRA) e, per chiarezza, il testo completo in quanto evidenzia molto bene l’impatto che tale tecnica di ricerca molto invasiva ha sulla vita acquatica, con effetti su cetacei, tartarughe, pesci (compreso il pescato) e anche crostacei. Consigliamo caldamente di leggere le pagine 16, 17, 18, 19 e 20 del rapporto. Ora, in un ambiente vulnerabile come quello dell’Adriatico e in vicinanza ad una delle più belle aree protette marine del Mediterraneo, è già incredibile che venga autorizzata questa attività per soli scopi di ricerca di idrocarburi. Ancora più grave che le linee guida dell’ISPRA siano uscite a Maggio 2012 e che il Decreto interministeriale di V.I.A. positivo per questo permesso di ricerca emanato tre mesi dopo il 7 agosto 2012 (qui tutta la documentazione) non riporti le precauzioni ritenute utili dall’ISPRA. Infatti tra le prescrizioni del Decreto rilasciato a favore della Petroceltic si può leggere che sarà la società stessa a valutare la distanza tra le barche mentre nei decreti rilasciati ad altre società successivamente il Ministero ha imposto la prescrizione più dettagliata. Stiamo parlando della stessa attività. Pertanto i cetacei e i pesci attorno alle Tremiti (che sono teoricamente un’area protetta) dovranno votarsi al buon cuore della Petroceltic. Cioè sarà la società a valutare che distanza potranno essere svolte due attività di ricerca con airgun in contemporanea. Negli altri decreti due navi che fanno airgun in contemporanea dovranno posizionarsi ad almeno 55 miglia (100 km) l’una dall’altra! Alleghiamo il confronto tra gli estratti del decreto di VIA della Petroceltic e di uno rilasciato alla Northern Petroleum nel 2015. Anche le altre prescrizioni sono molto meno restrittive di quelle imposte nei decreti di V.I.A. più recenti che pure rimangono assolutamente inaccettabili. Infatti nei vari decreti il Ministero ammette che i cetacei e la restante fauna vengono disturbati e allontanati dalle esplosioni. I cetacei hanno, sulla carta, lo stesso livello di protezione internazionale di un’Aquila reale. Se un qualsiasi cittadino italiano entra in un parco nazionale e inizia a gettare petardi sotto un nido del rapace viene arrestato dalla Forestale. Qui invece è lo stesso ministero a permettere il disturbo che gli animali in riproduzione o in foraggiamento possono essere allontanati dal...

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Trivelle, sì della Consulta al referendum sulla durata delle autorizzazioni

Posted by on 8:39 am in Notizie | Commenti disabilitati su Trivelle, sì della Consulta al referendum sulla durata delle autorizzazioni

Trivelle, sì della Consulta al referendum sulla durata delle autorizzazioni

[di repubblica.it] La Cassazione ha ritenuto ammissibile solo uno dei quesiti, quello sulla durata dei permessi. Governatore Puglia: “Renzi sia contento”. Esecutivo: “Chiunque vinca non ci sarà nessuna nuova trivellazione ma le concessioni durano finché dura il giacimento” Chiunque vinca il referendum, non ci sarà alcuna nuova trivellazione. Questa, secondo fonti di governo, la posizione dell’esecutivo dopo la decisione della Corte Costituzionale che ha dichiarato ammissibile solo uno dei sei quesiti presentati in materia di estrazione di idrocarburi.  Da Palazzo Chigi ritengono sbagliato impostare il quesito come “trivelle sì o trivelle no”. Il governo difende tuttavia l’attuale norma della legge di stabilità che “dice che la concessione dura finché dura il giacimento. Il che significa garantire la manutenzione degli impianti, l’impatto ambientale degli stessi e anche circa cinquemila posti di lavoro”. Il quesito riguarda la durata delle autorizzazioni a esplorazioni e trivellazioni dei giacimenti già rilasciate. A proporlo sono stati nove Consigli regionali (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise). Questo stesso quesito era già stato dichiarato ammissibile dalla Cassazione. “Per festeggiare – ha commentato il governatore della Puglia, Michele Emiliano – organizzerei un corteo con le automobili”. Il presidente Renzi “dev’essere contento perché quando il popolo irrompe sulla scena della democrazia, chi è iscritto al Partito democratico dev’essere contento per definizione”, ha continuato Emiliano, “la campagna referendaria contro le trivelle, comincia subito”. I quesiti referendari proposti erano in tutto sei. In un primo tempo l’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione li aveva accolti tutti. Ma il governo ha introdotto una serie di norme nella legge di Stabilità che hanno messo mano alla materia, ribadendo il divieto di trivellazioni entro le 12 miglia mare. La Cassazione ha dovuto quindi nuovamente valutare i referendum e a quel punto ne ha ritenuto ammissibile solo uno, il sesto: il quesito riguarda nello specifico la norma che prevede che i permessi e le concessioni già rilasciati abbiano la “durata della vita utile del giacimento”. Oggi c’è stato l’esame della Corte Costituzionale, che pure ha ritenuto ammissibile solo questo referendum, per l’abrogazione della norma. In particolare “il quesito ammesso è l’unico del quale l’ufficio centrale per il referendum ha affermato la legittimità sulla base della normativa sopravvenuta (la legge di stabilità 2016). Nella nuova formulazione il referendum viene pertanto ad incentrarsi sulla previsione che le concessioni petrolifere già rilasciate durino fino all’esaurimento dei giacimenti, in tal modo prorogando di fatto, come rilevato dall’ufficio centrale per il referendum, i termini già previsti dalle concessioni stesse. La sentenza sarà depositata entro il 10 febbraio, come previsto dalla legge”. L’APPELLO “Non distruggete le Tremiti, isole di Dalla” “Il primo obiettivo, quello della possibilità di effettuare il referendum, è stato raggiunto, ma ora dobbiamo guardare al traguardo decisivo: quello di impedire le trivellazioni nei nostri territori e nel nostro mare e mettere la parola fine a questa spada di Damocle che pende sulle teste di milioni di cittadini e aziende del Veneto e delle altre regioni adriatiche” ha commentato il presidente del Veneto Luca Zaia. “Noi continuiamo a opporci con fermezza alle perforatrici che il governo Renzi vuole calare sui nostri territori – ha continuato Zaia – e a lottare con ogni mezzo contro lo sfruttamento petrolifero dell’Adriatico, che potrebbero provocare enormi danni al nostro ambiente e all’economia turistica costiera. Ora anche i cittadini...

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Napoli – 4-6 Marzo | Agorà dei movimenti in difesa dei territori e per la giustizia ambientale

Posted by on 11:28 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Napoli – 4-6 Marzo | Agorà dei movimenti in difesa dei territori e per la giustizia ambientale

Napoli – 4-6 Marzo | Agorà dei movimenti in difesa dei territori e per la giustizia ambientale

Agorà dei movimenti in difesa dei territori e per la giustizia ambientale Napoli | 4-6 Marzo 2016   MATERIALI: Programma completo Scarica la locandina (pdf) (jpg) Diffondi l’evento Facebook Rivolgiamo questa chiamata ai comitati di base e ai movimenti popolari, agli attivisti e alle attiviste, ai ricercatori e alle ricercatrici, a tutt* tutti coloro che sono impegnati a vario titolo nelle lotte contro la devastazione dei territori, contro l’espropriazione delle risorse comuni e per l’autodeterminazione delle comunità. La call. L’Agorà è il luogo dell’ascolto e della presa di parola. È lo spazio in cui mettere al vaglio la gestione di ciò che è pubblico e di ciò che è comune, dove convergere per confrontarsi e per deliberare sul destino delle nostre città e dei nostri territori. Un luogo fisico e simbolico in cui il racconto, l’analisi, le proposte sono orientati ad agire sull’esistente, immaginando comunità che crescono ed altre che si annunciano. L’Agorà di Napoli, dal 4 al 6 marzo 2016, vorremmo che fosse attraversata da gruppi e soggetti diversi che abbiano in comune esperienze di organizzazione, azione e ricerca su e dentro i conflitti ambientali, e che vogliano riflettere insieme su idee, esperienze e strumenti per costruire collettivamente una cassetta degli attrezzi accordata alle sfide sociali ed ecologiche del tempo presente. Per questo, invitiamo a partecipare all’Agorà di Napoli i/le rappresentanti di movimenti sociali, di comitati territoriali, di associazioni di quartiere da tutta Italia, singoli e attivisti, e i ricercatori e le ricercatrici, indipendenti o affiliati all’università, impegnati/e nell’analisi critica dei conflitti ambientali e nelle lotte per una democrazia reale nelle pratiche e negli orizzonti. Abbiamo scelto Napoli perché ci pare uno dei luoghi più significativi per un’iniziativa di questo genere. Napoli è una metropoli che si è trovata negli anni ad essere oggetto di una molteplicità di attacchi volti alla devastazione ambientale e sociale, ma anche un luogo che ha prodotto una immensa quantità di resistenze diffuse, saperi popolari, proposte di coalizioni tra comitati di base. L’esperienza campana di resistenza al Biocidio è infatti uno dei fronti più avanzati della lotta per salute, ambiente e autodeterminazione, in cui le comunità hanno dato letture indipendenti dei fenomeni di inquinamento e delle connessioni con il sistema economico e politico più generale, producendo pratiche di riappropriazione dal basso e riverberi di rinnovamento sociale in molti ambiti della vita collettiva. La nostra chiamata è rivolta a ognuna di queste esperienze, a quelle campane e a quelle disseminate in tutto il Paese. La sfida è riuscire a comporre la mappa dei territori resistenti, mettendoli tra loro in connessione, al di là della compilazione di agende di lotta, e con l’obiettivo di discutere assieme i punti di contatto e le differenze tra storie che hanno tempi, geografie e contesti socio-culturali eterogenei. In questo senso, vorremmo costruire un’Agorà che offra la possibilità di intrecciare la consapevolezza radicata nella lotta quotidiana degli attivisti e delle attiviste ai lavori di approfondimento teorico di esperti nazionali e internazionali, e agli studi di giovani ricercatori e ricercatrici.   COME FUNZIONA L’AGORÀ Scarica il programma 1) Le plenarie. Quattro momenti di approfondimento e formazione avranno luogo durante le mattine del 4 e del 5 marzo, in cui ricercatori e attivisti italiani e internazionali porteranno il loro contributo ai lavori collettivi tematizzando gli aspetti più significativi delle rivendicazioni degli uomini...

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Trivellazioni, ministro Guidi nega: “Solo prospezioni”. Ma Petroceltic…

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Trivellazioni, ministro Guidi nega: “Solo prospezioni”. Ma Petroceltic…

[Di Luisiana Gaita su Ilfattoquotidiano.it] Dopo le polemiche sulle concessioni arrivate subito prima che scattasse il divieto di ricerca entro 12 miglia dalla costa il governatore della Puglia Michele Emiliano chiede a Renzi di fare marcia indietro. Dalla titolare dello Sviluppo arriva la difesa dell’esecutivo: “Non ci saranno perforazioni”. Anche la tecnica che usa l’aria compressa è però dannosa per le specie marine. È scontro aperto sul permesso per la ricerca di idrocarburi al largo delle isole Tremiti ottenuto dalla Petroceltic. Dopo la denuncia di Angelo Bonelli della Federazione dei Verdi sull’ok alle ricerche per meno di 2mila euro all’anno e il duro intervento del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, che ha lanciato un appello al premier Matteo Renzi attraverso Twitter, anche la senatrice abruzzese del Pd Stefania Pezzopane chiede una presa di posizione da parte del governo. E il ministro difende l’operato del governo: “Non ci saranno trivellazioni al largo delle Tremiti”. Le regioni interessate, però, temono anche le operazioni necessarie per la ricerca. Che verranno eseguite con la tecnica dell’airgun. E si temono gli effetti su pesca e turismo. LE REAZIONI ANTI-TRIVELLE – A pochi giorni dalla prima udienza davanti alla Corte costituzionale, l’affaire Petroceltic al largo delle isole Tremiti è al centro di un acceso dibattito. Durissima la presa di posizione del governatore della Puglia: “Trivellare il nostro mare è una vergogna e una follia”. Poi l’appello di Emiliano al premier Renzi “perché revochi tutte le autorizzazioni per trivellare il nostro mare per lealtà costituzionale verso le Regioni”. Sulla stessa lunghezza d’onda la senatrice Pezzopane: “Da parlamentare impegnata su questo fronte, mi associo all’appello del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano”. Anche la senatrice chiede un intervento del governo. “Oppure l’esecutivo revochi subito le licenze per le trivellazioni rilasciate il 22 dicembre un giorno prima dell’approvazione della legge di Stabilità che contiene la norma alla quale tutti noi abbiamo lavorato: lo stop entro le 12 miglia”. LA DIFESA DEL MINISTRO – Secondo il ministro dello Sviluppo Federica Guidi, le polemiche sui permessi di ricerca nell’Adriatico sono “un polverone pretestuoso e strumentale”. Per l’esponente del governo “non c’è nessuna trivellazione”. I permessi riguardano una zona di mare che si trova oltre le 12 miglia dalla costa e anche dalle isole Tremiti. “Il permesso di ricerca concesso alla società Petroceltic – spiega inoltre il ministro – riguarda soltanto la prospezione geofisica e non prevede alcuna perforazione”. Che, comunque, non potrebbe essere autorizzata se non sulla base di una specifica valutazione di impatto ambientale. “Il presidente Emiliano – dichiara il ministro – conosce benissimo i termini esatti della questione che a suo tempo gli è stata accuratamente rappresentata dal ministero dello Sviluppo economico”. Infine le precisazioni sulla legge di Stabilità: “Venendo incontro alle richieste referendarie, la legge ha escluso qualsiasi nuova ricerca entro le 12 miglia dalle coste”. Il permesso alla Petroceltic “non ha quindi nulla a che vedere con la legge di Stabilità visto che si tratta di ricerche al di fuori del limite delle 12 miglia”. Rassicurazioni che non convincono tutti. Per l’assessore alla Qualità dell’Ambiente della Puglia, Domenico Santorsola, “resta alto e poco prevedibile l’impatto sul territorio delle politiche per lo sviluppo sostenibile della produzione nazionale di idrocarburi”. Per il vicepresidente del Consiglio regionale, Giandiego Gatta (Forza Italia) “svendere bellezze paesaggistiche come le isole Tremiti...

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La COP21 fa acqua da tutte le parti

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La COP21 fa acqua da tutte le parti

[A cura di Paolo Carsetti del Forum Italiano dei Movimenti dell’Acqua] Le politiche nazionali e internazionali dovrebbero garantire la disponibilità e l’accesso individuale e collettivo all’acqua potabile in quanto diritti inalienabili ed inviolabili della persona. Ciò a partire dalla consapevolezza che l’acqua è un bene finito, indispensabile all’esistenza di tutti gli esseri viventi, oltre ad essere una risorsa che va salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà. Qualsiasi uso delle acque deve essere effettuato salvaguardando le aspettative e i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale. Da un certo punto di vista l’acqua è come la ricchezza mondiale: in termini globali, infatti, la quantità è più che sufficiente a soddisfare le necessità della vita umana e degli ecosistemi, il vero problema è che gran parte di ciò che passa per carenza è la conseguenza di una cattiva gestione delle risorse idriche indotta proprio dalle politiche adottate. Infatti, è possibile affermare che la concomitanza di diversi fattori – il riscaldamento globale, la caratteristica intrinseca dell’acqua di essere risorsa vitale ripartita in modo ineguale sul nostro pianeta, la rapida crescita demografica mondiale, l’incremento dei consumi, i pericolosi nazionalismi, l’essere diventato fattore economico determinante – ha fatto sì che l’acqua sia e sarà sempre più scarsa e quindi obiettivo strategico mondiale. E’ altresì evidente come la crisi idrica globale sia il risultato del matrimonio tra il ciclo dell’acqua e il ciclo economico. Cosa accade quando vengono violati i limiti dell’uso sostenibile? Una risposta un po’ semplificata è che l’integrità degli ecosistemi che sostengono i flussi idrici, e in ultima analisi la vita umana, è compromessa. Il riscaldamento globale risulta essere una delle principali cause del superamento di tali limiti. Nel XX secolo l’attività umana ha portato ad un aumento della presenza nell’atmosfera dei gas a effetto serra. L’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) afferma che, se l’umanità continua con l’attuale tasso di emissioni senza prendere misure per ridurlo, la temperatura media globale aumenterà entro il 2100 tra 3,7° C e 4,8° gradi rispetto al livello pre-industriale. Anche se tutte le emissioni cessassero domani, le temperature continuerebbero ad aumentare in conseguenza dell’effetto ritardato delle emissioni passate. La comunità scientifica ha fissato in 2° C l’aumento di temperatura massimo sostenibile. Tutto ciò produrrà e sta già producendo grandi cambiamenti in termini di evaporazione e precipitazioni, ai quali va aggiunta una minore prevedibilità del ciclo idrogeologico. L’innalzamento delle temperature dell’aria, infatti, provocherà un incremento dell’evaporazione degli oceani e dell’acqua sulla terraferma, intensificando il ciclo dell’acqua e determinando una riduzione della quantità di acqua piovana che raggiunge i fiumi. Tali cambiamenti saranno accompagnati da nuovi regimi pluviometrici e da eventi meteorologici più estremi, fra cui alluvioni e siccità. Il cambiamento climatico rappresenta oggi una minaccia senza uguali per lo sviluppo umano. Come effetto complessivo si avrà un acuirsi del rischio e della vulnerabilità, che metterà a repentaglio i mezzi di sostentamento, la salute e la sicurezza di milioni di persone. Gli studi scientifici convergono sul fatto che le zone aride diventeranno più aride e quelle umide diventeranno più umide, con importanti conseguenze per la distribuzione della produzione agricola. Per una gran parte delle persone che vivono nei paesi del Sud del mondo, le proiezioni relative al cambiamento del clima indicano una minore sicurezza dei mezzi di sussistenza, una maggiore vulnerabilità alla fame...

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Le responsabilità sul clima

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Le responsabilità sul clima

[A cura di Alberto (Abo) Di Monte su “Il granello di sabbia”] Nella clessidra la sabbia scorre vorticosa e inesorabile. La chance della Cop21, la ventunesima conferenza delle parti sui cambiamenti climatici, si è conclusa a Parigi lo scorso 11 dicembre. L’obiettivo dichiarato? La firma di un accordo vincolante ed universale per il contenimento della temperatura del pianeta entro i due gradi centigradi d’innalzamento. A ventitré anni di distanza dal Summit della Terra, tenutosi a Rio nel giugno 1992, e a 5 anni dalla scadenza della seconda fase del Protocollo di Kyoto, i delegati di oltre 190 paesi del mondo si incontrano nella capitale francese colpita prima dalla follia di Daesh, poi dallo stato di emergenza che sta sistematicamente impedendo ogni forma di protesta e quindi di apertura del meeting ai movimenti sociali dei nord e dei sud di una terra febbricitante. L’esito dei negoziati è più che mai incerto. A sei anni dalla cocente delusione della Cop15 (Copenhagen, 2009) e a 365 giorni dalla snobbatissima Conferenza di Lima, non si può più procedere per elencazione dei “desiderata”, dribblando una verifica dei risultati ottenuti e mancati nel succedersi delle tappe precedenti. Ciò che sino ad ora si è realizzato, ovvero il trasferimento tecnologico, il sistema della responsabilità differenziate, i mercati di emissioni e la loro in/naturale evoluzione in mercato secondario di tipo finanziario, racconta un’evidenza poco nota ai più: il paravento della sostenibilità ha sbloccato risorse e tecnologie che hanno certamente dato fiato ad un’economia piegata dalla crisi presente; tutt’altro paio di maniche è che questa profusione di investimenti pubblici e privati abbia avuto un impatto significativo anche sulle emissioni di gas climalteranti. Le evidenze a sostegno di questa lettura “non convenzionale” sono anzitutto due: a) l’unico calo di rilievo di emissioni di gas serra in atmosfera si è registrato nell’anno (e nel solo anno) 2011, quando la locomotiva cinese subì un brusco rallentamento nella sua inarrestabile crescita; b) tutti gli strumenti proposti nell’ambito delle Cop (sebbene differenziati e difficilmente riassumibili in questo breve contributo) sono figli della rimozione storica del successo della lotta contro i CFC, o clorofluorocarburi. Nel 1985, una decina di anni dopo le prime evidenze circa il rapido assottigliamento dello strato di ozono, specie in prossimità delle regioni polari, Stati Uniti ed Unione Europea cominciarono a lavorare ad una serie di misure sfociate nell’arco di un paio d’anni nel Protocollo di Montreal. Nel corso di una decade, il divieto alla produzione di CFC nella componentistica di elettrodomestici casalinghi si espanse a macchia d’olio, il problema venne affrontato in maniera lineare e vincente risalendo alla fonte e sostituendo i CFC con sostanze meno impattanti sull’ecosistema globale. Oggi quel successo non è replicabile, perché, negli anni successivi, quella stessa disponibilità al cambiamento, dalle tecniche agricole all’approvvigionamento energetico per mezzo di combustibili fossili, dal sistema delle grandi-opere ed infrastrutture a stili di vita basati su un modello energivoro, non è mai stato messo in discussione. All’epoca dei CFC, nessun nuovo sbocco di mercato accompagnò la cancellazione del problema, oggi si punta anzitutto ad uscire dalla spirale della stagnazione e solo in seconda battuta ad affrontare la questione ecologica. È un problema di disponibilità (negata) anche per mezzo di una rimozione storica: nel meccanismo deliberativo della Conferenza, le evidenze scientifiche sono sistematicamente spuntate con la scure della politica per...

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Finanza nemica del clima

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Finanza nemica del clima

[A cura di Andrea Baranes su “Il granello di sabbia”] La finanza dovrebbe essere uno strumento al servizio dell’economia: in qualche modo, il “mercato dei soldi” per fare incontrare domanda e offerta di denaro. Gran parte del sistema finanziario si è invece trasformato da strumento in fine in sé stesso, per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile, perdendo così di vista il proprio scopo sociale. Non solo oggi la finanza esaspera l’instabilità e crea continue crisi, non solo ha un costante bisogno di capitali pubblici – attraverso i piani di salvataggio – per non collassare, ma al culmine del paradosso non riesce nemmeno a fare ciò che dovrebbe fare. Da un lato, è possibile scommettere sul prezzo delle materie prime e del cibo; dall’altro, milioni di contadini sono esclusi dall’accesso al credito. Da un lato, Stati e banche centrali continuano a fornire liquidità a banche private e finanza; dall’altro, investimenti che sarebbero tanto essenziali quanto urgenti non trovano i capitali necessari. Un fallimento sin troppo evidente pensando ai problemi ambientali e ai cambiamenti climatici. Servirebbero investimenti per una riconversione ecologica dell’economia, per la mobilità sostenibile, per l’efficienza energetica, per la ricerca e la formazione. Questi investimenti però hanno un ritorno che si misura in anni, ed avrebbero quindi bisogno di “capitali pazienti”. Chi potrebbe fornirli? Difficile pensare alla finanza pubblica, se austerità e tagli sono l’unica strada imposta. Altrettanto difficile pensare a una finanza privata che ragiona in millesimi di secondo e che ha mostrato di essere assolutamente incapace di operare nell’interesse generale. Enormi finanziamenti sono destinati ai combustibili fossili, al settore estrattivo e minerario, all’agricoltura intensiva, alle grandi dighe e ad altri progetti con impatti estremamente negativi sull’ambiente. Sono, se possibile, ancora più dannosi l’approccio generale e il modello economico. La cosiddetta finanziarizzazione dell’economia spinge alla continua ricerca del massimo profitto nel minore tempo possibile in ogni attività, piegando le regole e i tempi dell’economia. Se l’unico obiettivo delle imprese diventa quello di massimizzare il valore delle proprie azioni nel brevissimo termine, non c’è spazio per considerazioni ambientali che diventano delle “esternalità”. Ma c’è anche di peggio. Sempre più scienziati insistono sul fatto che sia necessario tenere all’interno della crosta terrestre buona parte delle riserve di combustibili fossili già scoperte. Semplicemente, non possiamo permetterci la combustione di tutto il gas, il petrolio e il carbone esistenti. Se vogliamo avere una possibilità di mantenere il riscaldamento globale entro il limite dei 2°C, una quantità delle riserve note e teoricamente disponibili compresa tra il 60 e l’80% del totale non deve essere bruciata. C’è però un problema: la finanza. La quotazione in Borsa delle aziende che producono combustibili a partire da risorse fossili è legata al livello delle loro scorte: l’impresa segnala al mercato che controlla una data scorta di barili di petrolio, quindi che potrà assicurare l’estrazione e la commercializzazione per un determinato periodo. Se tali scorte non fossero estratte ma dovessero rimanere nel terreno, rischierebbe di crollare la quotazione di Borsa delle imprese. In inglese si parla di stranded assets, “attivi non recuperabili”. A cascata gli impatti ricadrebbero su fondi pensione, fondi di investimento e altri risparmiatori che hanno investito in queste società. Le perdite potenziali sono stimate nell’ordine dei 20.000 miliardi di dollari, una cifra pari alla capitalizzazione della più grande Borsa del mondo,...

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Tap assegna i contratti per la costruzione del gasdotto

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Tap assegna i contratti per la costruzione del gasdotto

[Di Antonio della Rocca su Corrieredelmezzogiorno.corriere.it] Il primo contratto è andato alla joint venture composta da “Enereco S.p.a.” e “Max Streicher S.p.a.”. Il contratto per la costruzione del terminale è stato assegnato a “Renco S.p.a.”. La società Tap (Trans adriatic pipeline) ha assegnato il contratto per la realizzazione del terminale di ricezione del gasdotto transadriatico, previsto a San Foca di Melendugno, in provincia di Lecce, e il contratto per la posa del gasdotto nel tratto italiano (8 chilometri e 36 pollici di diametro). Il primo contratto è andato alla joint venture composta da “Enereco S.p.a.” e “Max Streicher S.p.a.”. Si tratta della realizzazione del tratto a terra che collegherà la sezione offshore a quella onshore, coprendo il percorso dall’approdo al terminale di ricezione. Il contratto per la costruzione del terminale è stato assegnato a “Renco S.p.a.”. Il terminale è l’ultimo elemento del gasdotto, attraverso il quale Tap si collegherà alla rete nazionale Snam. Oltre ad avere funzione di ricezione e misura fiscale del gas in entrata, il terminale ospiterà il centro di controllo e supervisione dell’intero gasdotto. Ian Bradshaw, managing director di Tap, ha così commentato l’assegnazione dei contratti: “Congratulazioni a Renco S.p.a. e alla joint venture di Enereco S.p.a. e Max Streicher S.p.a. per le loro solide offerte, che hanno soddisfatto sia i nostri alti standard tecnici e di sicurezza che i nostri requisiti ambientali”. Vorrei inoltre ringraziare tutte le aziende che hanno partecipato a questo rigoroso processo di selezione. Ci auguriamo che questa scelta possa aiutare a rafforzare i benefici e gli investimenti indiretti in Italia legati al progetto, oltre che garantire una maggiore offerta di lavoro a livello locale”. “Renco S.p.A.”, è un’azienda italiana fondata nel 1979, che fornisce un’ampia gamma di servizi, compresi quelli di ingegneria e costruzione per il settore dell’energia, del petrolio, del gas e delle infrastrutture civili. “Enereco” è una società di ingegneria fondata nel 1988. Le competenze tecnologiche dei team multidisciplinari dell’azienda si applicano al design di centrali e infrastrutture per la produzione e il trasporto nel campo energetico. “Max Streicher S.p.a.” è la filiale italiana del Gruppo Streicher. Il team ha una consolidata esperienza nel settore della costruzione di centrali ed infrastrutture energetiche in Italia, compresi i lavori realizzati per Snam e per il gruppo Eni nell’ambito di alcuni grandi progetti nel settore “oil & gas”. Nel corso dell’anno Tap ha assegnato numerosi contratti nell’ambito della costruzione del gasdotto transadriatico. In particolare, i contrassi assegnati sono quelli per la costruzione e la riqualificazione di ponti e strade di accesso in Albania (aprile 2015), per la fornitura di valvole a sfera (luglio 2015), per la fornitura di turbocompressori (settembre 2015), per la progettazione, fabbricazione e fornitura di giunti a 48 e 36 pollici, di giunture isolanti e di unità di ricezione (ottobre 2015), per la fornitura di circa 270 chilometri di tubi lineari per la sezione onshore a 48 pollici e per le connessioni curvilinee (ottobre 2015) e, infine, per la fornitura di circa 495 chilometri di tubi lineari da 48 pollici per il gasdotto Tap in Grecia (novembre 2015).     Pubblicato su Corrieredelmezzogiorno.corriere.it il 22 dicembre 2015  ...

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Trivellazioni, ministro Guidi nega: “Solo prospezioni”. Ma Petroceltic userà airgun

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Trivellazioni, ministro Guidi nega: “Solo prospezioni”. Ma Petroceltic userà airgun

[di Luisiana Gaita su ilfattoquotidiano.it]Dopo le polemiche sulle concessioni arrivate subito prima che scattasse il divieto di ricerca entro 12 miglia dalla costa il governatore della Puglia Michele Emiliano chiede a Renzi di fare marcia indietro. Dalla titolare dello Sviluppo arriva la difesa dell’esecutivo: “Non ci saranno perforazioni”. Anche la tecnica che usa l’aria compressa è però dannosa per le specie marine È scontro aperto sul permesso per la ricerca di idrocarburi al largo delle isole Tremiti ottenuto dalla Petroceltic. Dopo la denuncia di Angelo Bonelli della Federazione dei Verdi sull’ok alle ricerche per meno di 2mila euro all’anno e il duro intervento del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, che ha lanciato un appello al premier Matteo Renzi attraverso Twitter, anche la senatrice abruzzese del Pd Stefania Pezzopane chiede una presa di posizione da parte del governo. E il ministro difende l’operato del governo: “Non ci saranno trivellazioni al largo delle Tremiti”. Le regioni interessate, però, temono anche le operazioni necessarie per la ricerca. Che verranno eseguite con la tecnica dell’airgun. E si temono gli effetti su pesca e turismo. LE REAZIONI ANTI-TRIVELLE – A pochi giorni dalla prima udienza davanti alla Corte costituzionale, l’affaire Petroceltic al largo delle isole Tremiti è al centro di un acceso dibattito. Durissima la presa di posizione del governatore della Puglia: “Trivellare il nostro mare è una vergogna e una follia”. Poi l’appello di Emiliano al premier Renzi “perché revochi tutte le autorizzazioni per trivellare il nostro mare per lealtà costituzionale verso le Regioni”. Sulla stessa lunghezza d’onda la senatrice Pezzopane: “Da parlamentare impegnata su questo fronte, mi associo all’appello del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano”. Anche la senatrice chiede un intervento del governo. “Oppure l’esecutivo revochi subito le licenze per le trivellazioni rilasciate il 22 dicembre un giorno prima dell’approvazione della legge di Stabilità che contiene la norma alla quale tutti noi abbiamo lavorato: lo stop entro le 12 miglia”. LA DIFESA DEL MINISTRO – Secondo il ministro dello Sviluppo Federica Guidi, le polemiche sui permessi di ricerca nell’Adriatico sono “un polverone pretestuoso e strumentale”. Per l’esponente del governo “non c’è nessuna trivellazione”. I permessi riguardano una zona di mare che si trova oltre le 12 miglia dalla costa e anche dalle isole Tremiti. “Il permesso di ricerca concesso alla società Petroceltic – spiega inoltre il ministro – riguarda soltanto la prospezione geofisica e non prevede alcuna perforazione”. Che, comunque, non potrebbe essere autorizzata se non sulla base di una specifica valutazione di impatto ambientale. “Il presidente Emiliano – dichiara il ministro – conosce benissimo i termini esatti della questione che a suo tempo gli è stata accuratamente rappresentata dal ministero dello Sviluppo economico”. Infine le precisazioni sulla legge di Stabilità: “Venendo incontro alle richieste referendarie, la legge ha escluso qualsiasinuova ricerca entro le 12 miglia dalle coste”. Il permesso alla Petroceltic “non ha quindi nulla a che vedere con la legge di Stabilità visto che si tratta di ricerche al di fuori del limite delle 12 miglia”. Rassicurazioni che non convincono tutti. Per l’assessore alla Qualità dell’Ambiente della Puglia, Domenico Santorsola, “resta alto e poco prevedibile l’impatto sul territorio delle politiche per lo sviluppo sostenibile della produzione nazionale di idrocarburi”. Per il vicepresidente del Consiglio regionale,Giandiego Gatta (Forza Italia) “svendere bellezze paesaggistiche come le isole Tremiti alle compagnie multinazionali è un delitto di cui...

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