Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
La bonifica di Brindisi il Cipe stanzia 25 milioni
[Di redazione su Repubblica.it] Approvato il via libera per il sito d’interesse nazionale. Arrivano 25 milioni per la bonifica del sito d’interesse nazionale di Brindisi. Lo ha stabilito il Cipe, il Comitato interministeriale di programmazione economica, che ha approvato nella riunione di ieri sera lo stanziamento dei fondi previsti dall’Accordo di Programma per la messa in sicurezza e la bonifica del Sin pugliese. «Il governo – afferma il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti – conferma e rilancia il suo impegno per l’area di Brindisi, investendo sull’attività di bonifica. In Italia c’è un grande lavoro da fare per restituire ai cittadini aree sicure sotto il profilo ambientale: lo stiamo portando avanti con serietà, con fondi e semplificazioni che possano rendere più veloci ed efficienti gli interventi». Il ministero dell’Ambiente, sulla base del confronto tecnico e delle proposte elaborate dagli enti territoriali competenti, ha indicato al Cipe quattro priorità: la realizzazione dell’analisi di rischio specifica di diverse decine di lotti nell’area industriale di Brindisi, la caratterizzazione del villaggio residenziale San Pietro, gli interventi di messa in sicurezza e bonifica delle falde freatiche ‘Costa Morena’ e ‘Fiume Grande’. Le risorse provengono dai Fondi Sviluppo e Coesione 2014-2020 e saranno assegnate in tre anni: subito un milione, 15 nel 2016 e 9 nel 2017. «Si tratta dei 25 milioni di euro ‘recuperati’ grazie ad un emendamento alla legge di stabilità 2014» spiega il senatore del partito democratico Salvatore Tomaselli. Pubblicato su Repubblica.it il 7 agosto 2015...
read moreTrivellazioni: “Così le multinazionali aggirano il limite alle ricerche in mare”
[di dLuisiana Gaita su ilfattoquotidiano.it] Secondo Enzo Di Salvatore “presentano istanze contigue” per ottenere il via libera alle prospezioni su aree più grandi dei 75mila ettari consentiti. Intanto è rinviata al 19 gennaio la camera di consiglio della Consulta che deve esaminare l’ammissibilità dei referendum contro l’estrazione di idrocarburi offshore. Un rinvio, nuove tensioni e altrettanti dubbi. Per esempio sullimite dei 75mila ettari per i permessi di ricerca: secondo icomitati No Triv viene aggirato dalle aziende con un escamotage. “Le multinazionali presentano istanze contigue”, spiega a ilfattoquotidiano.it il costituzionalista Enzo Di Salvatore. Sta accadendo, ad esempio, al largo della costa tra Bari e Brindisi, nel golfo di Taranto e davanti alle coste di Marche e Abruzzo. Slitta intanto al 19 gennaio la camera di consiglio della Corte Costituzionale che deve esaminare la ammissibilità deireferendum sulle trivelle e le norme sulle perforazioni per l’estrazione di idrocarburi. Due giorni prima, il 17 gennaio, a Termoli si terrà una riunione dei movimenti anti-trivelleCoordinamento No Ombrina, Trivelle Zero Molise eTrivelle Zero Marche che chiedono una moratoria immediata. Dopo l’ok della Cassazione per il sesto quesito sul divieto delleattività petrolifere in mare entro le 12 miglia, quello chepotrebbe salvare l’Abruzzo dalle trivellazioni previste nel progetto ‘Ombrina mare’ (la cui concessione è stata sospesa per 12 mesi), restano infatti irrisolti i nodi dei due quesiti che riguardano la durata dei permessi e delle concessioni e il piano delle aree. IN ATTESA DELLA CONSULTA – Il presidente della Corte costituzionale Alessandro Criscuolo ha disposto il rinvio della camera di consiglio della Consulta. Una decisione presa per consentire ai legali di rivedere le memorie che avevano depositato sulla scorta della prima decisione della Cassazione, quella con la quale erano stati accolti tutti i quesiti referendari. Alla luce della nuova sentenza della Suprema Corte i legali dovranno depositare nuovamente le memorie (nelle quali già si chiedeva un controllo costituzionale delle modifiche introdotte con la legge di Stabilità). “Un atto dovuto, quindi, la firma della procura per sollevare il conflitto di attribuzione in Corte Costituzionale”, spiega il presidente del Consiglio regionale della Basilicata Piero Lacorazza (Pd). Sei le regioni che si sono già fatte avanti: Basilicata, Veneto, Puglia, Marche, Liguria e Sardegna”. Nelle ultime ore il Comitato di difesa della salute & ambiente Molise ha fatto appello alla Regione perché segua la stessa strada. La camera di consiglio discuterà e valuterà i quesiti: la decisione è attesa entro il 10 febbraio. Intanto il sottosegretario al ministero dei Beni culturali Ilaria Borletti Buitoni annuncia l’intenzione di chiedere una valutazione tecnica all’Osservatorio nazionale per la qualità del paesaggio. Il Mibact rivendica un ruolo vincolante nelle procedure per le autorizzazioni alla ricerca e alla coltivazione di idrocarburi. “Condivido questa posizione” – è il commento di Lacorazza. Che proprio per questo si domanda: “Se il Mibact chiede un processo consultivo e autorizzativo ‘vincolante’ soprattutto per i luoghi paesaggisticamente di alto valore perché mai le Regioni e gli enti locali dovrebbero essere spogliati di ogni prerogativa?”. I DUE QUESITI ‘IRRISOLTI’ – I nodi principali ancora da sciogliere riguardano, dunque, i due quesiti sulla durata dei permessi e delle concessioni e sul piano delle aree. “Nel primo caso la decisione nasce da una errata interpretazione delle norme”, spiega il costituzionalista e coordinatore No Triv Di Salvatore, secondo cui la Corte Suprema non spiega “perché la proroga della durata dei permessi e delle concessioni costituisca...
read morePuglia, trivellazioni in Adriatico: Isole Tremiti solo la punta di un iceberg
[Di redazione su Ilrestodelgargano.it] Le Isole Tremiti tremano. L’arcipelago pugliese, a largo del Gargano, è finito al centro delle polemiche tra Ministero dello Sviluppo Economico, Regione Puglia e Ambientalisti. Tutto è iniziato con il decreto di conferimento del ministero dello Sviluppo economico del 22 dicembre 2015 che autorizza Petroceltic Italia, che fa capo all’irlandese Petroceltic International, specializzata nell’esplorazione, estrazione e trasporto nel settore oil e gas, a fare ricerche petrolifere al largo dell’arcipelago. La zona interessata ha una superficie di circa 373 chilometri quadrati ed è stata concessa alla multinazionale per quattro anni a 1.900 euro l’anno. Il provvedimento è arrivato dopo la presentazione del referendum antipetrolio da parte di 10 Regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) e poche ore prima che il governo provvedesse ad emendare la Legge di stabilità, con l’articolo 239, ripristinando, per l’intero perimetro nazionale, il limite di 12 miglia dalla costa per nuovi permessi di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi off shore. La reazione della Regione Puglia non si è fatta attendere con in primis il suo governatore Michele Emiliano che ha chiesto al Presidente del Consiglio Matteo Renzi di “revocare tutte le autorizzazioni per trivellare il nostro mare” per “lealtà costituzionale verso le Regioni”. Ieri la risposta del Ministero dello Sviluppo Economico che in un comunicato del Ministro Federica Guidi ha definito la polemica un “polverone pretestuoso e strumentale” chiarendo che “il permesso di ricerca concesso alla società Petroceltic riguarda soltanto, e in una zona oltre le 12 miglia, la prospezione geofisica e non prevede alcuna perforazione che, comunque, non potrebbe essere autorizzata se non sulla base di una specifica valutazione di impatto ambientale”. Secondo la Guidi inoltre non sussistono le accuse di incoerenza di aver prima messo nella legge l’esclusione qualsiasi nuova ricerca entro le 12 miglia dalle coste e di aver poi autorizzato cose in contrasto perché si tratta di ricerche al di fuori del limite delle 12 miglia. I Verdi però non ci stanno e puntano il dito non solo contro la distanza dalla costa, che comunque risulterebbe al di sotto delle miglia consentite, ma anche contro la tecnica che verrà utilizzata per eseguire le prospezioni geofisiche. “A voler essere pignoli – dice Angelo Bonelli dei Verdi – dai calcoli che abbiamo effettuato sulle carte nautiche la distanza tra Punta Diamante (la parte delle Tremiti più vicina all’area dei permessi) e l’area in cui è stata autorizzata la ricerca degli idrocarburi è di 11,878 miglia marine: siamo al limite del limite del limite”. “Il problema non sono le 12 miglia – continua Bonelli – ma il fatto che si mettano in pericolo il patrimonio naturalistico italiano e tesori come le isole Tremiti; il problema è che verranno usate tecniche devastanti per la fauna marina come l’airgun”. Da qui la richiesta dell’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella “affinché faccia sentire la sua voce contro lo scempio a cui rischiano di andare incontro i mari italiani e le Isole Tremiti, che non solo sono un bene comune di tutti i cittadini italiani, ma che rappresentano un patrimonio naturalistico unico”. C’è chi parla delle Tremiti come soltanto una punta dell’iceberg. Secondo il Coordinamento No Ombrina, Trivelle Zero Molise e Trivelle Zero Marche, infatti, il permesso rilasciato alla Petroceltic “è solo un assaggio...
read morePACC – Piano di adattamento ai cambiamenti climatici Regione Abruzzo
I cambiamenti climatici rappresentano una delle più grandi sfide che governi, enti territoriali, istituzioni internazionali e popolazioni sono chiamati ad affrontare. Per fare fronte a questa complessa sfida, le azioni da intraprendere vanno dal contrasto alle cause dell’innalzamento della temperatura globale, alla predisposizione di piani di adattamento che minimizzino gli impatti dei cambiamenti climatici e sostengano le capacità resilienti dei territori. Seguendo l’urgenza di predisporre, a livello nazionale, regionale e locale piani di adattamento ai cambiamenti climatici, più volte affermata dall’Unione Europea che ne chiede l’integrazione nelle diversi fasi decisionali delle politiche pubbliche e di pianificazione territoriale, il CDCA in collaborazione con la Regione Abruzzo e Climalia, ha avviato il progetto PACC Abruzzo. Il territorio abruzzese, a causa delle sue intrinseche caratteristiche orografiche, territoriali e socioeconomiche e della sua ubicazione, è una delle regioni dell’intero territorio italiano con la più alta vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Ciò è dovuto al fatto che la regione è caratterizzata dalla più alta diversità climatica dell’Italia peninsulare, passando dal clima temperato-caldo della fascia costiera al temperato freddo dei maggiori rilievi appenninici. Il progetto PACC Abruzzo – Piano di Adattamento ai Cambiamenti Climatici della Regione Abruzzo ha come primo impegno la formulazione di un profilo climatico della Regione Abruzzo dal quale poi sviluppare un piano di adattamento specifico per la Regione Abruzzo. Per la formulazione di un piano di adattamento che sia efficace è assolutamente indispensabile il coinvolgimento delle varie parti interessate. Il PACC Abruzzo intende assicurare, a tal fine, un processo attivo di partecipazione degli stakeholder. Il loro coinvolgimento, infatti, garantirà l’identificazione di capacità resilienti al fine di favorire la loro sistematizzazione nella futura strategia. In questo modo si potranno assicurare elevati livelli di accoglienza delle strategie di adattamento, oltre che il coinvolgimento e impegno dell’intera società. Visita il sito della Regione Abruzzo PARTNER Regione Abruzzo Climalia AVVIO PROGETTO Ottobre 2015 INCONTRI 1° Incontro: scarica qui la locandina. 2° Incontro: scarica qui la...
read moreGela, cosa c’entra Eni con l’espulsione di Messinese
[Di Andrea Turco su Meridionews.it] Dal protocollo d’intesa da cui parte la riconversione della Raffineria è passato più di un anno. Eppure quel documento è responsabile della clamorosa cacciata del sindaco dal Movimento cinque stelle. Per capirne di più occorre percorrerne la genesi, i contenuti e le successive evoluzioni. Quando il 30 dicembre scorso, poco prima delle 21, il Movimento cinque stelle siciliano ha espulso Domenico Messinese nessuno poteva dirsi sorpreso. Una notizia già nell’aria, specie dopo che lo stesso sindaco di Gela aveva fatto fuori in un colpo solo tre assessori dichiaratamente grillini. I malumori covavano da tempo e i dissapori principali vertevano sulle politiche da attuare nei confronti dell’Eni. Non a caso il comunicato col quale i pentastellati siciliani chiariscono che Messinese non fa più parte del Movimento, per tre quarti era incentrato sul protocollo d’intesa. Ma quali sarebbero le colpe principali del primo cittadino gelese, tali da vanificare una finale di Champions? E cos’è il protocollo d’intesa? Partiamo dalla seconda domanda. Il protocollo d’intesa è un accordo, firmato a Roma il 6 novembre 2014 al ministero dello Sviluppo Economico, che prevede la riconversione dell’ex petrolchimico di Gela e fino a quel giorno raffineria. È stato fortemente voluto dall’Eni e dal governo nazionale, tanto che Renzi da quel giorno si è più volte spinto ad affermare che «il caso Gela è risolto». A sottoscrivere il protocollo, sono stati la Regione siciliana, i sindacati confederali e l’amministrazione locale. Per tutti i soggetti coinvolti quell’accordo era l’unico possibile, data la crisi della raffinazione in Italia e in Europa – secondo i dati diffusi da Eni, la società perde 750 milioni di euro all’anno e dal 2011 al 2014 solo il sito gelese ne aveva divorati 600 milioni. Il documento prevede 2 miliardi e 200 milioni di investimenti così ripartiti: 1 miliardo e 800 milioni per le attività upstream, cioè esplorazione ed estrazione di idrocarburi; 200 milioni per la bonifica di un’area industriare dismessa e 200 milioni per un impianto di Green Rafinery alimentata ad olio di palma. Più un progetto pilota sul gayule, una pianta da cui si ottiene una gomma naturale ipoallergenica, e 32 milioni di euro di compensazioni per il territorio, sul cui utilizzo finora si è molto favoleggiato e poco agito. Quel protocollo d’intesa, a marca smaccatamente Pd – governo nazionale, regionale e locale erano a quel tempo rette da uomini del Partito Democratico – pur rispettando i tempi, finora ha prodotto disoccupazione e poco altro. E se è vero che la firma da parte dell’amministrazione locale è del renziano Angelo Fasulo, è altrettanto vero che in campagna elettorale e anche agli inizi della propria sindacatura la giunta Messinese non ha fatto mistero di non digerire molto quel documento. Per il sindaco di Gela però il peccato originale, al netto delle altre critiche pentastellate, ha una data precisa. Il 20 settembre 2015 il vicesindaco Simone Siciliano, anch’egli al centro delle polemiche, inoltra una mail alla stampa con la bozza dell’accordo di programma: 66 pagine in cui vengono delineati gli interventi per il rilancio economico del territorio. Interventi modellati attorno al protocollo d’intesa, che diventa sì una parte di un piano strategico più ampio, ma che allo stesso tempo ne è condizione necessaria. Senza protocollo d’intesa, insomma, non c’è accordo di programma. I consiglieri a Cinque stelle,...
read moreDirettiva Habitat: Ue apre nuova procedura d’infrazione. EcoRadicali: Ministro Galletti garantisca l’immediato rientro nella legalità
[Di redazione su Ecoradicali.it] Direttiva Habitat violata. L’Unione europea ha aperto l’ennesima procedura di infrazione contro l’Italia, confermando il record non certo invidiabile di 95 violazioni a carico del nostro Paese. Questa volta Bruxelles interviene sulla mancata designazione delle Zone Speciali di Conservazione (ZSC) e mancata adozione delle misure di conservazione. L’Italia è indietro nel recepimento della Direttiva del 1992, che prevede la designazione delle Zone Speciali di Conservazione, che costituiscono le componenti primarie della Rete Natura 2000, necessarie per preservare gli habitat naturali. Queste andavano stabilite dalle regioni entro sei anni dall’identificazione dei Siti d’interesse comunitario, che l’Italia avrebbe dovuto definire entro il 2006. A quasi 10 anni di distanza, le regioni non hanno completato neanche il 10% dei procedimenti. Basti pensare che, dei 2.299 Siti d’Interesse comunitario (Sic) individuati, soltanto 27 hanno completato l’istruttoria per la designazione a Zone Speciali di Conservazione e soltanto 609 siti quella di Zone di Protezione Speciale (Zps). Sono carenti, se non del tutto assenti, o addirittura errate la “Valutazioni d’Incidenza”, ovvero le valutazioni che i governi regionali, in base alle norme Ue, dovrebbero garantire per valutare l’impatto degli interventi. L’Associazione Radicale Ecologista lancia una mobilitazione per l’immediato rientro nella legalità e il rispetto delle prescrizioni previste nella Direttiva Habitat, promuovendo una petizione al Ministro Galletti e al Governo strutturata attorno a tre proposte principali: intervenire, attraverso Legge comunitaria, al fine di garantire la corretta applicazione della Valutazione di Incidenza, prevedendo tempi certi per le procedure regionali e il potere sostitutivo del Ministero; l’emanazione di un Regolamento attuativo che, nel rafforzare i poteri di indirizzo e coordinamento del Ministero, aumenti i poteri di vigilanza, preveda sanzioni per le amministrazioni regionali inadempienti e promuova criteri improntati di maggiore trasparenza e partecipazione delle procedure di Valutazione di Incidenza; moratoria preventiva delle attività venatorie e delle licenze edilizie, ad esclusione degli interventi di restauro e consolidamento, nei Siti di Interesse Comunitario. Fabrizio Cianci, Segretario EcoRadicali –Associazione Radicale Ecologista Pubblicato su Ecoradicali.it il 27 dicembre...
read moreLa Svezia è la prima nazione a produrre energia dalle onde
[Di redazione su Rinnovabili.it] Il sistema produzione di energia dalle onde Seabased AB, presso la costa ovest della Svezia, sarà il più grande al mondo e il primo ad entrare in funzione. Il più grande impianto per la produzione di energia dalle onde sta per produrre il primo megawatt. Lo annuncia Seabased AB, la società svedese che ha costruito il sistema Sotenas Wave Energy al largo della costa occidentale del Paese. Nei primissimi giorni del 2016, infatti, un quadro di distribuzione sottomarino da 120 tonnellate è stato collegato alla rete elettrica nazionale tramite un cavo subacqueo lungo 10 km. L’estrazione di energia dalle onde avviene sfruttando la differenza di energia potenziale gravitazionale tra cavo e cresta. Nel caso dell’impianto svedese, verrà utilizzato un convertitore di energia del tipo Point Absorver: esso funziona sfruttando il sollevamento e l’abbassamento di un oggetto in galleggiamento (simile a una boa) durante il passaggio dell’onda per azionare una pompa idraulica. (Leggi lo speciale di Rinnovabili.it – Energia marina: attualità e prospettive) Secondo un comunicato stampa di Seabased AB, alcuni convertitori di energia delle onde sono stati collegati al quadro. Nel 2011, Fortum e Seabased AB hanno firmato un accordo per la costruzione di un parco MHK (Marine and Hydrokinetic) presso Sotenas, in Svezia. Appena questo inizierà a produrre energia, dichiarano da Seabased, il parco sarà il più grande al mondo in un settore ancora poco esplorato. «Questo è un passo molto importante per noi. Non appena le boe saranno collegate a generatori potremo iniziare a produrre energia elettrica per i nostri clienti», ha dichiarato Heli Antila, chief technology officer di Fortum. «Stiamo collegando alla rete per la prima volta al mondo un quadro sottomarino – ha rivendicato invece Mats Leijon, chief executive officer di Seabased – Siamo molto felici di aver raggiunto questo traguardo». L’azienda svedese è stata fondata nel 2001, come holding di innovazione e brevetti strettamente connessa con le ricerche condotte presso il Swedish Centre for Renewable Electric Energy Conversion dell’Angstrom Laboratory situato nel campus dell’Università di Uppsala. Si tratta di un centro di formazione riconosciuto a livello mondiale nel campo dell’energia dalle onde. Le ricerche vengono dirette da ricerca proprio da Mats Leijon, che insieme a Hans Bernhoff, è fondatore della società e azionista di maggioranza. Il potenziale da moto ondoso è stimato in 29.500 TWh/anno. Ocean Energy Europe (2013) ha stimato un potenziale di creazione di 20.000 posti di lavoro dallo sviluppo del settore delle energie marine entro il 2030. Pubblicato su Rinnovabili.it il 5 gennaio 2016...
read moreDalla bicipolitana al pedibus, come disintossicare le città dalle auto
[Di Angelo Mastrandrea su Ilmanifesto.it] ALTERNATIVE. Decine di iniziative locali, ma non c’è un piano nazionale. I radicali chiedono la carbon tax. Sembra un paradosso, ma in questi giorni a essere colpito al cuore è proprio uno degli stereotipi per eccellenza del Belpaese: la terra del sole e del mare che annaspa nello smog. Tra Natale e Capodanno, va in frantumi una delle poche immagini dell’Italia ancora spendibili all’estero. Colpa del cambiamento climatico globale, ma pure di un modello di mobilità urbana fondato sull’automobile, delle emissioni nocive di fabbriche e centrali a carbone, dell’abuso di riscaldamento e condizionatori. Cosa si può fare per provare a rimediare? Con l’aiuto di Legambiente, mettiamo in fila qualche esempio virtuoso, da nord a sud. A Bolzano, ad esempio, meno di un terzo degli abitanti usa l’auto, grazie a un piano della mobilità che prevede una diffusione capillare delle piste ciclabili (un terzo della popolazione si sposta in bici, con parcheggi e servizio di noleggio), parcheggi per le due ruote. Il resto viaggia con i mezzi pubblici. Non solo. In Alto Adige è obbligatoria la certificazione energetica sia per le nuove case che per le ristrutturazioni, in modo da ridurre i consumi per il riscaldamento. Se Bolzano è diventata la capitale italiana della bicicletta, è senso comune che Reggio Emilia sia la città degli asili per antonomasia. Per accompagnare i bimbi, il comune ha messo in piedi un servizio pubblico di trasporto a zero emissioni, con pedibus e bicibus. Torino è invece considerata un modello per quanto riguarda la mobilità alternativa: dal Pony Zero Emissioni, con una società che consegna le merci in bicicletta alla creazione di una “zona 30? a Mirafiori, dove il limite di velocità è di 30 km/h (un sistema adottato anche a Cagliari). Pure a Milano la nascita di una zona C a traffico limitato (a pagamento per la maggior parte delle auto, vietata per quelle inquinanti e gratuita per quelle ecologiche) ha abbattuto il traffico del 28,6 per cento nel primo semestre del 2015. A contribuire al miglioramento della mobilità sono stati anche il rafforzamento del servizio pubblico (finanziato con i proventi della tariffa per le automobili, cinque euro a ingresso) e la diffusione del car sharing, un sistema che ha ormai preso piede in numerose città. Ricorda ancora Legambiente che al park&ride di Bari lasci l’auto in un posto di scambio e vai in centro in bus, mentre la contestata (agli inizi) linea del tram Firenze – Scandicci in quattro anni ha registrato oltre 13 milioni di viaggiatori all’anno. Una delle esperienze più interessanti è quella di Pesaro. Nella città marchigiana si sono inventati una bicipolitana: quando saranno ultimati i 70 chilometri, essi collegheranno con diverse linee ciclabili e ciclopedonali le zone periferiche con il centro. A Ferrara hanno progettato invece un “bosco sociale” per coinvolgere i cittadini nella costruzione e nella gestione di un polmone verde. Il problema è che si tratta di misure, piccole quanto lodevoli, che finora non sono uscite dall’ambito locale, visto che in Italia manca un piano nazionale per la mobilità alternativa, l’efficienza energetica e il verde pubblico. Il panorama è quello di un’Italia a più velocità, dove a ogni iniziativa “green” si può contrapporre un analogo esempio di devastazione ambientale. Se la creazione dell’hub della logistica a Parma ha consentito di spostare...
read moreBelize: salvi dalle trivelle coralli e siti UNESCO
[Di Maria Rita su Dorsogna.blogspot.it] Un altra storia di democrazia e di attivismo a lieto fine. Il governo centro-americano del piccolo Belize, 300.000 abitanti, ha annunciato che vieterà le trivelle in alcuni dei suoi mari più belli. Il cosiddetto Belize Barrier Reef Reserve System che ospita un serie di sistemi corallini, nonché dal 1996 sette siti protetti UNESCO è salvo dal petrolio. Anzi, è una follia che ci abbiano anche solo pensato a trivellarli. La storia inizia nel 2004: il governo del Belize assegna delle concessioni petrolifere in mare, nei pressi della Meso – American Reef, la seconda più grande barriera corallina del mondo dopo quella dell’Australia. Altri lotti vengono assegnati nel 2007, per un totale di sei concessioni. Nel 2009 l’UNESCO inserisce il Belize Barrier Reef Reserve System nella lista dei suoi siti protetti in pericolo a causa di compravendita di piccoli isolotti di mangrovie e di scarsa attenzione alla conservazione dei suoi tesori naturalistici. Nel 2010 lo stesso ente aggiunge alle sue preoccupazioni le proposte trivelle e decreta che ricerca ed estrazione di petrolio non sono compatibili con lo status di World Heritage site. Se si va avanti, l’UNESCO ammonisce, lo status di sito protetto potrebbe essere revocato. Subentrano gli attivisti da mezzo mondo, le associazioni turistiche locali, gli amanti del mare, i pescatori. Le trivelle nel Belize diventano un caso internazionale. Viene fuori che durante la vendita di queste concessioni petrolifere da parte del governo non c’era stato coinvolgimento delle popolazioni locali, non erano stati resi noti gli impatti ambientali delle trivellazioni e le ditte scelte non avevano dimostrato alcuna abilità di poter fornire fondi, macchinari, risorse e sapienza per poter trivellare in una zona così sensibile. Il governo aveva assegnato le concessioni petrolifere in gran segreto. Anzi, alcune delle ditte non avevano alcuna esperienza di petrolio: la Princess Petroleum, per esempio, gestiva hotel e casinò. Le erano stati dati i diritti di trivellare il Blue Hole Natural Monument, protetto dall’UNESCO, di bellezza speciale con pesci di ogni tipo e colore e classificata come una delle dieci località più belle del mondo per fare scuba diving. Si passa alle vie legali, con associazioni ambientali e turistiche che portano in causa il governo del Belize. Tutti insieme creano il Belize Coalition to Save Our Natural Heritage. Viene organizzato un ‘People’s referendum’ il 96% dei 30.000 residenti interpellati è contrario alle trivelle. Il giorno 16 Aprile 2013, il paese è incollato ai media per conoscere il verdetto della causa. E’ un trionfo. La corte suprema del Belize rende tutti i contratti petroliferi “null and void”. E questo non perché i petrolieri non avessero fatto le valutazioni di impatto ambientale, ma perché non le aveva fatto il governo. E cioè la corte annulla l’idea che il governo possa cedere dei tratti di mare ai petrolieri senza capirne “prima” e in modo “indipendente” gli effetti su natura, pesca e turismo. C’è un sospiro di sollievo da parte di tutti gli attori coinvolti. Ma nonostante il “null and void” dei contratti petroliferi già dati, l’UNESCO mantiene la barriera corallina del Belize nella lista di siti in pericolo. Occorre fare di più. A Maggio del 2015, il governo decide di aprire alle trivelle. Ma come? E l’UNESCO? E i mancati studi ambientali che avevano reso “null and void” le concessioni già date...
read moreSamso, Danimarca 100% rinnovabile
[Di Maria Rita su Dorsogna.blogspot.it] Si chiama Samso ed e’ un’isola danese. Ci crescono patate e fragole. La gente e’ cordiale, semplice, determinata. Credono di poter migliorare il mondo. E l’hanno fatto. L’energia elettrica è oggi al 100% generata in loco da fonti rinnovabili. Il protagonista di questa storia si chiama Søren Hermansen, un signore di 67 anni. Anni fa decise, da solo, che potevano fare l’impossibile a Samso: dire adios al petrolio, aumentare la produzione di energia locale e ridurre le emissioni di anidride carbonica. Era il 1997. A Samso, isola usata dai vichinghi come punto di ritrovo, ci abitano 3700 persone. Grazie al signor Soren producono oggi tre volte l’energia che consumano. Quello che c’è in eccesso viene venduto al resto del paese. In Danimarca il 40% dell’energia viene dall’eolico. Nel 1997, il governo di Copenhagen pose una sfida ai suoi residenti: una gara a chi per primo decideva di produrre il 100% di energia rinnovabile localmente. L’idea era venuta al ministro per l’ambiente danese dell’epoca, Svend Auken, di ritorno dal meeting sul clima di Kyoto. Samso partecipò alla sfida insieme ad altre quattro comunità. Furono loro ad essere selezionati dal governo. L’obiettivo di Soren? Usare il vento che soffia potente sull’isola. Non ricevettero sussidi speciali dal governo, solo ogni tanto consigli tecnici. Il signor Soren si rimboccò le maniche e mise su una serie di incontri con i suoi concittadini. Chiese loro di investire e di installare 21 turbine a vento, per la produzione di energia eolica, in parte sull’isola, in parte in mare. E cosi hanno iniziato. Ricevettero circa 80 milioni di dollari in credito da restituire entro dieci anni, soldi che vennero suddivisi fra residenti, la città e investitori per comprare le turbine e per investire in un sistema di riscaldamento centrale che avrebbe usato rifiuti dalle campagne. Non tutti erano d’accordo e non tutti parteciparono. Anzi, ci fu pure qualche bastian contrario. Ma a tutti i membri dell’esperimento fu concesso di dire la loro, e a ogni passo le decisioni furono prese democraticamente. Per esempio, decisero assieme dove mettere le turbine, davanti ad una tazza di caffè o davanti ad una birra, dopo tante ed estenuanti discussioni, in modo che tutti fossero soddisfatti e che non ci fossero decisioni calate dall’alto. A distanza di 18 anni si può dire che l’esperimento di Soren è riuscito, e alla grande. Tutti hanno restituito i prestiti e gli investimenti, oltre alle turbine, hanno portato alla costruzione di case ad alto risparmio energetico e con pannelli solari. Le turbine sono adesso di proprietà distribuita, residenti e vacanzieri. Alcuni contadini come il signor Jorgen Tranberg hanno la propria turbina personale. L’impianto a biomassa che riscalda l’isola è di un consorzio di 240 proprietari ed è in parte alimentata dai pannelli solari sul tetto. Il biogas generato viene usato nelle automobili e da pochi mesi anche per alimentare il traghetto verso la terraferma, che non va più a diesel. Ci sono ancora alcune macchine e trattori a benzina: l’obiettivo attuale è di diventare completamente liberi dal petrolio nel 2030. Sono sorte aziende agricole organiche – pesticidi free. C’è pure una scuola di agricoltura organica per incoraggiare i giovani: tutto quello che viene qui prodotto, dalle patate al formaggio viene venduto nelle grandi città – Aaruhus e Copenhagen oppure nel...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.