CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Ministro Ambiente su rifiuti e termovalorizzatori «O si dimostra che non servono, o bisogna farli»

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Ministro Ambiente su rifiuti e termovalorizzatori «O si dimostra che non servono, o bisogna farli»

[Di redazione su Meridionews.it] CRONACA – Gian Luca Galletti ospite all’università di Messina torna sulla scelta del governo Renzi di costruire in Sicilia impianti in grado di bruciare 700mila tonnellate di spazzatura. «Non li amo, ma odio le discariche e non ci sono più scuse», ha detto. Per poi dedicare un rapido commento anche al Ponte sullo Stretto. «O mi si dimostra coi fatti che non servono i termovalorizzatori, o bisogna farli». Il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, ospite a Messina, torna a parla della situazione rifiuti e della decisione del governo Renzi di costruire nell’Isola gli impianti per bruciarli. Due di grandi dimensioni nelle intenzioni originali, diventati sei più piccoli nella versione aggiornata dall’esecutivo di Rosario Crocetta. «Non amo i termovalorizzatori, ma odio le discariche – ha affermato il ministro -. In Sicilia il 12 per cento di differenziata è bassa, come l’8 per cento di Messina. Questa regione deve migliorare sulla differenziata, deve dismettere le discariche, che sono il male dell’ambiente. Non ci sono più scuse. C’è sempre stato e ci sarà da parte mia l’impegno al confronto con la Regione per la ricerca di soluzioni». I sei termovalorizzatori sorgeranno nelle aree di Palermo, Catania, Gela, Messina, Agrigento ed Enna. E, secondo i piani del ministero contenuti nello Sblocca Italia, dovranno bruciare 700mila tonnellate di rifiuti all’anno, cioè circa il 30 per cento del totale della spazzatura prodotta nel 2013 nell’Isola, pari a 2 milioni 391mila tonnellate. Il resto dovrebbe essere smaltito attraverso il riciclo. «È chiaro che qui in Sicilia – ha sottolineato Galletti – abbiamo una situazione molto difficile, con una percentuale di raccolta differenziata troppo bassa e poca termovalorizzazione, vuol dire che stiamo utilizzando lo strumento peggiore, la discarica, questo non lo posso permettere». Il ministro ha partecipato stamani (22 dicembre 2015, ndr) all’inaugurazione del Laboratorio Cerisi (Centro di ricerca d’eccellenza e innovazione per strutture e infrastrutture di grandi dimensioni) all’Università di Messina. Si tratta di un centro con apparecchiature all’avanguardia dal punta di vista tecnologico per fare test su sistemi di ingegneria sismica, geotecnica, navale, meccanica e geofisica. Definito dal ministro «un’eccellenza da esportare». E pomeriggio sarà ospite ad Aci Castello. Prima di andare via ha dedicato un passaggio anche al ponte sullo Stretto. «È in agenda, ma ci sono tante altre priorità, penso ad esempio, per quanto riguarda la Sicilia, a quelle ambientali».     Pubblicato su Meridionews.it il 22 dicembre 2015...

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Discarica Bussi. Dopo l’era Goio indagini sull’inquinamento del fiume Pescara

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Discarica Bussi. Dopo l’era Goio indagini sull’inquinamento del fiume Pescara

[Di redazione su Report-age.com] POPOLI (Pe). “Finalmente si potrà procedere alla caratterizzazione delle aree del polo chimico di Bussi e così accertare, dalle analisi e dai dati, se l’inquinamento del fiume Pescara sia dovuto alla discarica Tremonti, ad altri fattori, o alle aree interne dello stabilimento” dichiara l’assessore all’ambiente del Comune di Popoli, Giovanni Diamante che plaude l’emendamento dell’onorevole Antonio Castricone (Pd). Con qualche modifica, il provvedimento è stato approvato nella Legge di stabilità e mette fine a quello che in molti considerano un inutile commissariamento. Andato a buon fine l’emendamento del deputato del Partito democratico si volta pagina per il Sito di interesse nazionale per la bonifica di Bussi al palo da un decennio. “Alle illazioni e alle polemiche abbiamo risposto con i fatti, mettendo al centro delle priorità sempre l’interesse dei Lavoratori, dei Disoccupati e dell’Ambiente” chiarisce l’onorevole del Pd. La val Pescara, dal 30 giugno, potrà finalmente archiviare l’era del commissario Adriano Goio, ma l’ingegnere ha ancora 6 mesi di tempo per portare avanti il suo lavoro. “Ci aspettiamo tutti il bando per la bonifica che, deve essere chiaro, può essere fatto a prescindere dall’accordo di programma – è scritto nel manifesto del deputato Castricone affisso a Popoli – Se tutto è veramente pronto, come ci è stato raccontato sinora, la gara può essere bandita anche nelle prossime settimane”. Un bando di gara per la bonifica delle aree esterne? Difficile credere che Goio riuscirà nell’impresa dopo 10 anni di potere assoluto e nemmeno l’ombra di una bonifica. Il primo luglio davvero passerà alla storia. “Finalmente sarà possibile procedere alla caratterizzazione dei terreni e agli interventi per la bonifica soprattutto di quella che, tra le 3 discariche scoperte nel 2007, è considerata la più pericolosa” fa notare l’assessore all’ambiente Diamante. Parliamo appunto della discarica Tremonti, 35 mila metri quadri di terreno in cui i rifiuti tossici sono stati scaricati direttamente sul suolo, senza impermeabilizzazione, contenimento o copertura. Secondo il Coordinamento Bussigiriguarda questa discarica è abbandonata a sé stessa, il commissario non avrebbe previsto che una singolare messa in sicurezza con delle paratie. A contestare questa installazione è stata l’Università di Napoli che ha sottolineato, in tempi non sospetti, come l’operazione paratie nella Tremonti potrebbe essere stata dannosa per un possibile collegamento tra la superficie, la falda intermedia e quella profonda, trasportando così gli inquinanti della discarica proprio alla falda profonda. La Tremonti, a ridosso del fiume Pescara, esporrebbe le comunità della valle ancora ad enormi rischi. Risulta dalla Commissione parlamentare d’inchiesta (seduta n. 42 del 26 maggio 2015) che ha interpellato Giovanni Damiani. Il direttore tecnico dell’Arta ha confermato che le paratie nella discarica, a margine del fiume Pescara, “non hanno avuto alcuna validità..” perché l’intervento voluto da Goio “..non isola il fiume e così la discarica risulta essere, dai dati e dagli atti, in una buona misura in ammollo”. Ha chiarito ancora meglio il direttore: “L’acqua del fiume permea dentro la discarica e poi in parte finisce sotto falda, ragion per cui l’inquinamento viene restituito molto più giù e, in parte minore, per un tratto contamina il fiume”. Fatto sta che il commissario Goio non ha permesso ai tecnici Arta di accedere alla discarica Tremonti per le analisi – conferma l’assessore di Popoli Diamante, così solo a luglio sarà possibile accertare l’origine dell’inquinamento che non accenna...

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Petrolio e Air gun: Regione Abruzzo sbaglia indirizzo e perde ricorso al Tar

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Petrolio e Air gun: Regione Abruzzo sbaglia indirizzo e perde ricorso al Tar

[Di redazione su Primadanoi.it] ABRUZZO. Un errore clamoroso butta a mare ore e ore di discussioni, prese di posizione chiare e bandiere ambientaliste cucite sul petto. La Regione Abruzzo fa la voce grossa, dice no all’airgun e alla deriva petrolifera, si mette contro il Ministero dell’Ambiente, quello dell’Economia e dello Sviluppo… ma alla fine non riesce a trovare l’indirizzo corretto per notificare un atto e crolla tutto. E’ andata proprio così: è questo il motivo per cui il Tar del Lazio ha rigettato il ricorso della Regione Abruzzo contro il decreto ministeriale che autorizza il progetto di prospezione per la ricerca di idrocarburi nel tratto di mare prospiciente le coste di Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia presentato dalla società Spectrum geo. L’intervento prevede l’uso intensivo dell’air gun, una tecnica che secondo molti studi scientifici avrebbe effetti devastanti sull’ecosistema marino. Per questo il Comitato via della Regione Abruzzo aveva espresso, nell’aprile del 2013, parere negativo al progetto della società romana. La bocciatura ha ancora il tempo di essere sanata, dal momento che si tratta solo del primo grado di giudizio, ma il contenuto della sentenza ha del clamoroso. Se infatti la giunta D’Alfonso ha tutte le buone intenzioni per debellare «gli ufo» e dire no al petrolio, questa volta è incappata in un errore da principianti che secondo i giudici non sarebbe nemmeno scusabile: la difficoltà di scovare un indirizzo (non accorgendosi nemmeno di averlo già sotto al naso) ha fatto andare il ricorso a gambe all’aria. Sarà interessante capire come si riuscirà a ribaltare questa tesi in appello e scongiurare i lavori della società Spectrum. In sostanza nel corso della causa c’è stato poco da discutere nel merito della questione, ‘petrolio sì – petrolio no’, ‘airugun pericoloso – airgun innocuo’. Perché la questione, come detto, si è tutta aggrovigliata intorno ad un errore della Regione, rappresentata e difesa dagli avvocati Manuela De Marzo e Stefania Valeri, ovvero un errore di notifica degli atti da parte dell’ente alla Spectrum Geo LTD, domiciliata presso lo “Studio Lodi” che si è trasferito in P.zza Merolli 2, a Roma, come dichiarato dal portiere dello stabile. Ma a quell’indirizzo il ricorso è arrivato troppo tardi, oltre 2 mesi dopo dal primo tentativo di recapito. I giudici hanno fanno notare che il ricorso non è stato notificato nel termine stabilito (60 giorni) alla società: «non valgono ad ovviare a tale carenza», si legge nella sentenza, «né l’istanza di rimessione in termini depositata dalla ricorrente, risalente, peraltro, soltanto al 7 novembre 2015 (ossia, a ben due mesi dopo) né la notificazione da quest’ultima effettuata nei confronti della controinteressata il successivo 9 novembre 2015 (in mancanza, tra l’altro, di un formale riscontro all’istanza di cui sopra)». Secondo i giudici la Regione avrebbe potuto trovare facilmente il corretto indirizzo del domicilio presso cui effettuare la notificazione «in base a criteri di ordinaria diligenza» e non si tratterebbe dunque di «un “errore scusabile”, con la conseguenza che la notificazione effettuata in data 9 novembre 2015 deve essere considerata “tardiva”». Ancora più clamoroso è che la Regione in realtà quell’indirizzo ce lo aveva proprio sotto al naso e ne fa menzione nel suo ricorso quanto cita nell’estratto del decreto contestato: l’indirizzo dello Studio Lodi che figurava era già quello di piazza Merolli 2, 00151 Roma. Sempre i giudici fanno...

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Periferie romane

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Periferie romane

[Di Carlo Cellamare* su Comune-info.net] È possibile ragionare di Roma senza mettere al centro le spese dei viaggi del sindaco, le sue relazioni complicate con la Chiesa e con il Pd? Accantoniamo anche le occupazioni abitative sgomberate e l’attacco nei confronti dei lavoratori (vedi assemblea Colosseo e scioperi trasporti) e perfino le discutibili (eufemismo) scelte di assessori come Stefano Esposito (noto per il suo disprezzo verso i No Tav) o Alfonso Sabella (noto per il suo incarico ai tempi dei fatti di Bolzaneto). Parliamo di periferie. E, grazie a un contributo di Carlo Cellamare – docente di urbanistica alla Sapienza – raccontiamo Roma per quello che realmente è. Il centro storico che si svuota di residenti. Il territorio di Roma Città metropolitana che arriva a registrare 40 grandi centri commerciali (con quello di Bufalotta che raccoglie 16,5 milioni di consumatori l’anno, più dei visitatori del Colosseo). Il consumo di suolo che resta tra i più alti in Italia. L’abusivismo, storicamente consolidato, che non scompare. In questo contesto, spiega Cellamare, le politiche “del rammendo”, tentate per le periferie, appaiono inadeguate. Qualche motivo di speranza, ma ancora fragile, arriva dal basso, dalla presenza di forze sociali che esprimono uno sforzo di riappropriazione della città e dei luoghi di vita. La questione delle periferie rimane una questione centrale per le città, e in particolare per una città come Roma. Le amministrazioni, ad ogni nuovo mandato e a ogni nuova elezione, proclamano di volta in volta il loro impegno per la riqualificazione o il recupero o la rigenerazione (i termini cambiano col tempo) delle periferie romane, ma nonostante tali proclami la situazione pare non cambiare minimamente, le politiche appaiono insufficienti, inadeguate o addirittura inesistenti. Manca in alcuni casi addirittura la conoscenza diretta da parte delle amministrazioni dei contesti concreti in cui le persone vivono, la situazione reale delle periferie romane. Colpisce che il sindaco Ignazio Marino abbia conosciuto il quartiere di Tor Sapienza (leggi Perché Tor Sapienza) e ci sia andato di persona soltanto dopo gli avvenimenti dell’autunno 2014. Né è sicuro che vi sia più tornato. Manca una conoscenza reale e profonda della periferia, e della periferia romana in particolare.   Manca un rapporto diretto con gli abitanti di questi luoghi È questo un fatto emblematico di un processo più ampio, ovvero di quanto le istituzioni siano distanti dalle periferie, di quanto si siano progressivamente allontanate; e oggi si misura una distanza difficilmente colmabile. Qui si misura anche il fallimento della politica (di un certo tipo di politica) di svolgere quel ruolo di mediazione, che ha caratterizzato tutto il ‘900, tra i territori e le esigenze degli abitanti (o, in termini, più categoriali, dei cittadini) da una parte e le scelte di governo dall’altra. Non solo sono scomparse le sezioni di partito sui territori, e quindi una presenza concreta e attiva, ma è venuta meno proprio l’elaborazione politica e culturale che, a partire dai contesti urbani, dalle esigenze espresse e dai processi in corso, costruisce politiche, iniziative e percorsi di attuazione. Si registra, in alcuni partiti, un lavorio che è piuttosto un’intermediazione di interessi sui territori. La stessa definizione dell’“interesse pubblico” appare sempre più ambigua e incerta, tanto si avvicina ad una combinazione di interessi privati (di cui l’“urbanistica negoziata” è una espressione emblematica), che poco ha a che vedere con un...

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Apuane, le montagne con i fiumi bianchi. Per l’inquinamento degli intoccabili del marmo: “Violazioni note, ma continuano”

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Apuane, le montagne con i fiumi bianchi. Per l’inquinamento degli intoccabili del marmo: “Violazioni note, ma continuano”

[Di Melania Carnevali su Ilfattoquotidiano.it] Sembra un’illusione ottica, ma è solo uno sversamento di marmettola, la fanghiglia che si crea dal mix di scarti di lavorazione delle cave e acqua. E rischia di essiccare i canali delle province di Lucca e Massa Carrara. E per paradosso uno di questi si chiama Lucido e attraversa l’area Unesco. L’Arpat: “Cultura di gestione delle polveri poco diffusa”. Gli enti locali: “Non abbiamo strumenti per fermarli”. Cinque fiumi completamente bianchi. Sembra un’illusione ottica, ma è uno sversamento di marmettola, lo scarto di lavorazione del marmo che mescolato all’acqua diventa una fanghiglia capace di seccare qualsiasi corso d’acqua. Succede sulle Alpi Apuane, in un’area che copre 5 Comuni tra le province di Lucca e Massa Carrara, dove si trova la più importante riserva idrica toscana ma anche – paradosso dei paradossi – il più grande sito estrattivo di marmo al mondo. Quella ricchezza che diventa condanna I corsi d’acqua che scorrono vicino alle miniere si sono riempiti di marmettola. C’è innanzitutto il torrente Lucido, chiamato così proprio per le sue acque limpide, che nasce dal monte Rasore in Lunigiana (Fivizzano, provincia di Massa Carrara) e poi scivola giù attraversando le famose grotte di Equi Terme, uno dei luoghi più suggestivi del Geoparco Unesco delle Alpi Apuane. C’è poi il Carrione, torrente che attraversa decine di cave di Carrara prima di srotolarsi verso mare con la sua acqua perennemente torbida. E poi il Frigido e il Renara, rispettivamente fiume e affluente, che nascono sulle colline massesi e, insieme, tagliano a metà la città. E infine il canale del Giardino che nasce nelle montagne della Versilia e poi si immette nel fiume Vezza attraversando i comuni di Stazzema e Seravezza, a Lucca. Tutti bianchi, come contagiati da un virus. Arpat: “Cultura della gestione delle polveri poco diffusa nelle cave” Nonostante gli scarti della lavorazione del marmo non vengano più gettati direttamente nei corsi d’acqua, come accadeva fino agli anni Ottanta (prima che ci fosse una normativa ad hoc), ci finiscono comunque. “Se si rispettassero regole e autorizzazioni vigenti – fanno sapere della sede massese di Arpat – ci sarebbe molta meno marmettola e materiale di varia granulometria trascinato a valle. Il problema è che alle cave la cultura della gestione delle acque e dei materiali più fini è molto poco diffusa; per i titolari di cava, si tratta solo di costi imposti dalle autorità competenti”. In altre parole: essendo un rifiuto speciale, la marmettola dovrebbe essere stoccata e portata in discariche apposite. Ma non sempre succede. Viene invece abbandonata nei piazzali di cava o dove capita finendo, con la pioggia, nei corsi d’acqua, con il rischio di seccarli per sempre. La marmettola, lo scarto che funziona come il cemento La marmettola funziona un po’ come il cemento: “Infiltrata nel reticolo carsico, modifica i percorsi delle acque sotterranee e può essere causa del disseccamento di alcune sorgenti e del loro intorbidamento”, fa sapere a IlFattoQuotidiano.it Arpat. Senza considerare poi che è anche contaminata da oli e grassi e da metalli. Non è un caso infatti che nelle ultime analisi effettuate dall’Agenzia nel Frigido e nel Carrione è emerso che le acque sono “molto inquinate o comunque molto alterate”. Fosse solo questo. “La presenza della marmettola, oltre ad essere di per sé un problema ambientale, è anche un...

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Consumo di suolo, in Italia cementati 21mila chilometri quadrati di territorio. Maglia nera a Monza e Brianza

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Consumo di suolo, in Italia cementati 21mila chilometri quadrati di territorio. Maglia nera a Monza e Brianza

[Di Elisa Murgese su Ilfattoquotidiano.it] Ogni giorno una superficie pari a 55 campi da calcio, quasi sette metri quadrati al secondo, viene coperta da cemento. I picchi massimi in Lombardia dove, nonostante la crisi immobiliare, dal 2007 al 2012 si sono persi 3mila ettari l’anno. A dirlo la quinta edizione del Rapporto sul Consumo di Suolo. Ogni giorno in Italia è cementificata una superficie di suolo pari a 55 campi da calcio, quasi sette metri quadrati al secondo. Un’emorragia con picchi massimi in Lombardia dove, nonostante la crisi immobiliare, dal 2007 al 2012 si sono persi 3mila ettari l’anno. A dirlo la quinta edizione del Rapporto sul Consumo di Suolo (leggi), realizzato dall’Istituto Nazionale di Urbanistica, Legambiente e Politecnico di Milano.Secondo il dossier, sono definitivamente coperti di cemento 21mila chilometri quadrati del nostro territorio, per un consumo di suolo passato dal 2,7% negli anni Cinquanta ad una stima del 7% per il 2014. Principali responsabili non sono gli edifici (30% del totale del suolo consumato) ma le infrastrutture di trasporto (41%). Parcheggi, cantieri, discariche, aree estrattive e serre permanenti rappresentano il restante 28,7%.   MAPPA: CONSUMO DI SUOLO – 2013 Per vedere la mappa del 2013, clicca QUI. Monza e Brianza, consumato oltre il 35% del suolo Sono in Lombardia i risultati peggiori sia a livello regionale che provinciale. La provincia di Monza e della Brianza, infatti, ha la percentuale più alta di suolo consumato rispetto al territorio amministrativo (35%). Seguono Napoli e Milano, con percentuali tra il 25 e il 30%, quindi Varese e Trieste, attorno al 20%. In termini assoluti, invece – ovvero calcolando gli ettari di suolo cementificato senza metterli a confronto con l’ampiezza dei confini cittadini – maglia nera a Roma e Torino, con 50mila ettari di territorio cementificato, contro i 40mila di Brescia e Milano.   GRAFICO: ANDAMENTO DEL CONSUMO DI SUOLO E se sono lombarde le province più edificate dello stivale, sempre all’ombra della Madonnina si nasconde la capofila tra le Regioni con il più alto consumo di suolo. Nel 2013, infatti, anche se in oltre quindici Regioni è stato superato il 5% di suolo “consumato”, si conferma il triste primato di Lombardia e Veneto (attorno al 10%). Valori compresi tra 7 e 9%, invece, in Campania, Puglia, Emilia Romagna, Lazio e Piemonte.   MAPPA: CONSUMO DI SUOLO – 1956 Per vedere la mappa del 1956, clicca QUI. Nel Napoletano i dieci comuni più cementificati Passando alla rassegna comune per comune, è record per Casavatore, piccolo centro nel Napoletano di poco meno di 20mila abitanti, dove oltre l’85% del territorio è ormai edificato. Sempre in provincia di Napoli, nove dei dieci comuni con la cementificazione più selvaggia di tutto lo stivale. Dati alla mano, sono 45 i centri italiani dove il territorio è stato consumato con percentuali che superano il 50% della superficie amministrativa, per metà campani e per metà lombardi (con qualche eccezione emiliana, piemontese e siciliana). Rispetto agli ettari di superficie persa, i maggiori valori si registrano a Roma (quasi 30mila) e nei principali capoluoghi di provincia (tra gli altri Milano, Torino, Napoli, Venezia, Palermo e Ravenna, tutti con oltre 4mila ettari di suolo consumato). L’analisi del Centro di Ricerca sui Consumi di Suolo (leggi) ha messo in evidenza cifre elevate anche in alcune città che non sono capoluogo, come Vittoria...

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Amianto, seimila morti ogni anno per le patologie asbesto correlate

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Amianto, seimila morti ogni anno per le patologie asbesto correlate

[Di Simone Bacchetta su Ilfattoquotidiano.it] Le cifre contenute nel primo rapporto sui mesoteliomi redatto dall’Ona, l’Osservatorio Nazionale Amianto. 1500 i mesoteliomi, 3000 i casi di tumore polmonare, il resto patologie tumorali varie. L’Ona ha altresì suddiviso per settore lavorativo i casi segnalati: 15,2% nell’edilizia, 8,3% nell’industria metalmeccanica, il 7% nel tessile, un altro 7% nella cantieristica navale. Seimila persone ogni anno perdono la vita per l’insorgenza di patologie asbesto correlate (mesoteliomi, tumori polmonari, delle vie aeree, gastrointestinali e alle ovaie, asbestosi, placche pleuriche). Oltre 4500 mesoteliomi registrati dal gennaio 2009 al dicembre 2011. Nel 90% dei casi per gli uomini e nel 50% per le donne la patologia è di origine professionale. Seicentoventi casi, per esposizione professionali, registrati nel comparto Difesa (il 4,1% del totale); 63 nel settore della scuola. Sono le cifre contenute nel primo rapporto sui mesoteliomi redatto dall’Ona, l’Osservatorio Nazionale Amianto. “Un costo umano inaccettabile per la sacralità della vita”, afferma il presidente Ezio Bonanni. Ripercussioni non solo sociali: il tutto provoca un costo altissimo in termini di spesa sanitaria e per prestazioni assistenziali e previdenziali. Il mesotelioma è conseguenza, salvo rari casi, dell’esposizione all’amianto e in Italia, a vent’anni dalla legge che imponeva la bonifica dall’Eternit (257/1992), ci sono ancora più di 40 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto (di cui 34 di matrice compatta), distribuiti in più di 40mila siti e in oltre 1 milioni di micrositi che disperdono polveri e fibre. La frazione bonificata, in questa mare magnum di amianto, è pari solo a 500mila tonnellate. “In Italia – denuncia l’Ona – tutte le politiche governative approcciano il problema amianto solo sotto il profilo indennitario, intervenendo quando la patologia è conclamata e costringendo le vittime ad una lunga trafila, talmente lunga che spesso il decesso precede il riconoscimento del diritto alla prestazione”. Altro tema delicato: la latenza delle patologie asbesto correlate. La manifestazione può avvenire anche a 40-50 anni dalla prima esposizione, ed essendo l’amianto utilizzato tra gli anni Sessanta e Ottanta, il picco delle malattie è previsto a partire dal 2020, con andamento costante fino al 2030. L’Osservatorio ha censito tra il 1993 e il 2011 quasi 21mila casi. Colpa anche delle importazioni di amianto grezzo che sono proseguite dopo il 1992, anno della messa al bando del materiale, e fino ai tempi recenti. “Mancano poi – dice ancora Bonanni – strumenti di prevenzione primaria e sorveglianza sanitaria nei luoghi a rischio, che permetterebbero, probabilmente, di evitare il macabro conteggio delle vittime”. Quanto ai 6000 decessi l’anno: 1500 i mesoteliomi, 3000 i casi di tumore polmonare, il resto patologie tumorali varie. L’Ona ha altresì suddiviso per settore lavorativo i casi segnalati: 15,2% nell’edilizia, 8,3% nell’industria metalmeccanica, il 7% nel tessile, un altro 7% nella cantieristica navale. Ma un dato che fa particolarmente allarmare sono i 63 casi registrati nel settore della scuola che “gettano una luce sinistra sull’intero comparto e grande preoccupazione per gli utenti”. L’Osservatorio, al fine di raccogliere i dati sull’impatto delle patologie asbesto correlate, ha costituito un Centro di controllo e il sito web Repacona (www.repacona.it), con la possibilità per cittadini e istituzioni di effettuare segnalazioni anche in forma anonima. In parallelo prosegue l’attività del Dipartimento bonifica e decontaminazione dei siti ambientali e lavorativi, grazie al portale www.onaguardianazionaleamianto.it, che permette di segnalare la presenza di amianto sul territorio al...

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I laghi di tutto il mondo si stanno riscaldando rapidamente. Colpa del cambiamento climatico

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I laghi di tutto il mondo si stanno riscaldando rapidamente. Colpa del cambiamento climatico

[Di redazione su Greenreport.it] A rischio riserve di acqua dolce, cibo, pesci ed interi ecosistemi. Secondo lo studio “Rapid and highly variable warming of lake surface waters around the globe”, finanziato da NASA and National Science Foundation e pubblicato su Geophysical Research Letters da un folto team internazionale di scienziati, il cambiamento climatico sta riscaldando rapidamente laghi in tutto il mondo, minacciando la metà dei rifornimenti di acqua dolce e gran parte degli ecosistemi del pianeta. Lo studio, presentato al meeting annuale dell’American Geophysical Union a San Francisco, si basa sull’utilizzo di dati satellitari e misurazioni a terra in tutti i continenti, raccolti in più di 25 anni in 235 laghi, è il più grande del suo genere mai realizzato ed ha scoperto che «I laghi si stanno riscaldando una media di 0,61 gradi Fahrenheit (0.34 gradi Celsius) ogni decennio». Gli scienziati dicono che si tratta di un tasso di riscaldamento superiore a quello in atto negli oceani e nell’atmosfera e che «può avere effetti profondi». Un autore della ricerca, Simon Hook, science division manager al Jet Propulsion Laboratory della NASA a Pasadena, in California, ha evidenziato che «Le misurazioni satellitari forniscono una visione ampia delle temperature dei laghi in tutto il globo. Ma misurano solo la temperatura superficiale, mentre le misurazioni a terra sono in grado di rilevare le variazioni della temperatura dentro un lago. Inoltre, mentre le misurazioni satellitari risalgono indietro di 30 anni, alcune misurazioni lacustri risalgono a più di un secolo fa. Combinando le misurazioni a terra e satellitari offriamo una visuale più completa di come le temperature dei laghi stanno cambiando in tutto il mondo». La NASA dice che se i livelli di riscaldamento aumenteranno nel corso del prossimo secolo, nei laghi le fioriture algali, che possono assorbire l’ossigeno dall’acqua, dovrebbero aumentare del 20%. Le fioriture di alghe tossiche per i pesci e gli altri animali dolciacquicoli si prevede che aumentino del 5 per cento. Se questi tassi di riscaldamento dei laghi continuano le emissioni di metano, un gas serra 25 volte più potente della CO² su una scala temporale di 100 anni, aumenteranno del 4% nei prossimi dieci anni,. Una delle autrici dello studio, Stephanie Hampton, direttrice del Center for environmental research, education and outreach della Washington State University, spiega che «La società dipende dalle acque superficiali per la stragrande maggioranza degli utilizzi umani. Non solo per l’acqua, ma per la produzione di bevande, per la produzione di energia, per l’irrigazione delle nostre colture. Le proteine provenienti dai pesci di acqua dolce sono particolarmente importanti nel mondo in via di sviluppo». La temperatura dell’acqua influenza anche una serie di fattori essenziali per la salute e la vitalità degli ecosistemi: «Quando le temperature oscillano rapidamente e ampiamente rispetto alla norma – sottolinea la NASA – le forme di vita in un lago possono cambiare drammaticamente e anche scomparire». La principale autrice dello studio, la geologa Catherine O’Reilly che insegna alla Illinois State University, spiega che «Le misurazioni manuali sono state effettuate per lo più in piccoli laghi, che sono generalmente facili da raggiungere – aggiunge la O’Reilly – Oltre il 90% dei laghi del pianeta sono piccoli. Al contrario, le immagini satellitari funzionano solo se il lago è molto grande, ma possono anche misurare le temperature in luoghi remoti e inaccessibili. Questi risultati suggeriscono...

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Marea nera della Deepwater Horizon, dopo 5 anni anche i messicani chiedono i danni ambientali

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Marea nera della Deepwater Horizon, dopo 5 anni anche i messicani chiedono i danni ambientali

[Di redazione su Greenreport.it] Una class action contro la BP: i disperdenti hanno ucciso coralli, pesci e crostacei. Un’associazione messicana, Acciones Colectivas de Sinaloa (ACS), ha presentato una class action contro British Petroleum México Holding Company e British Petroleum Exploration México Limited, con sede in Messico, BP Exploration and Production Inc e BP America Production Company, con sede ad Houston in Texas, per chiedere risarcimenti per i potenziali danni creati al Messico dalla marea nera della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, esplosa e naufragata il 20 aprile del 2010 nel Golfo del Messico, causando 11 morti e il più grande disastro ambientale della storia statunitense. David Cristóbal Alvarez, presidente del consiglio direttivo di ACS ha detto alla Reuters che «La richiesta si basa sul riconoscimento pubblico della BP del danno causato dallo sversamento della piattaforma Deepwater Horizon nell’aprile del 2010 e su studi che sostengono un supposto danno ambientale al Messico. Quando successe l’incidente, la contaminazione non aveva colpito il Golfo del Messico nella parte che corrisponde al Messico, per questo non si poteva presentare nessuna richiesta. Però, con le correnti marine e l’aria l’inquinamento si estese al Golfo del Messico e cominciò a colpire persone e cose nelle coste degli Stati che fanno parte del Golfo del Messico». L’esplosione della Deepwater Horizon provocò una marea nera di milioni di barili di petrolio che in tre mesi raggiunse ed inquinò le coste di diversi Stati USA. La BP ha iniziato a pagare i risarcimenti negli USA, ma il vicino Messico non è stato minimamente coinvolto nella trattativa per risarcire i danni. Alvarez ha detto che «Quello che vogliamo con questa richiesta è la riparazione del danno all’ambiente, nel caso lo si riconosca», il giudice messicano dovrebbe decidere entro febbraio – marzo se accettare o meno la class action. I messicani dicono che la British Petroleum ha indennizzato le popolazioni statunitensi del Golfo del Messico con 7,8 miliardi di dollari, ma sul territorio messicano non è mai arrivato nessun risarcimento, ora ACS chiede che la multinazionale petrolifera paghi anche per i danni ambientali provocati dallo sversamento petrolifero. Come spiega Nayeli Roldán su Animal Político «Uno degli argomenti della richiesta è che, nel dicembre 2010, gli scienziati trovarono le prove che spesse strisciate di petrolio, che sono affondate a causa dei disperdenti, ricoprono aree del fondo marino nel Golfo del Messico, il che ha causato la morte delle barriere coralline in acque profonde che vivono in questa zona». Secondo Acciones Colectivas de Sinaloa il disastro della Deepwater Horizon ha causato la distruzione di habitat ed ecosistemi marini e di siti di riproduttivi di molte specie, il che «rappresenta un forte danno fino ad oggi irreparabile». Inoltre ha colpito l’economia delle popolazioni costiere impedendo la pesca, con «un grave danno all’ambiente ed un disastro ecologico che ha colpito tutti i membri della collettività». L’avvocato che rappresenta ACS, Luis Pérez de Acha, ha spiegato ad Animal Político che «Né il governo né le vittime hanno preteso il risarcimento del danno dall’impresa petrolifera; tuttavia, c’è il precedente della la Suprema Corte de Justicia de la Nación (SCJN) che permette di agire in giudizio per violazione dei diritti della collettività, come è in questo caso l’inquinamento ambientale». Il danno al mare e all’ambiente messicano sarebbe stato causato soprattutto dai milioni di litri di disperdenti chimici sparsi...

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Cop21, per esperti intesa non funzionerà: “Obiettivi timidi, accordo non vincolante, nessuna sanzione per chi non lo rispetta”

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Cop21, per esperti intesa non funzionerà: “Obiettivi timidi, accordo non vincolante, nessuna sanzione per chi non lo rispetta”

[Di Elisa Murgese su Ilfattoquotidiano.it] Per Filippo Giorgi, membro dell'”Intergovernmental Panel on Climate Change”, organizzazione vincitrice del Nobel per la pace 2007, e Luca Iacoboni, responsabile Energia e clima di Greenpeace, il testo elaborato dalla Conferenza sul Clima di Parigi non è sufficiente a raggiungere gli obiettivi dichiarati. Il limite dei 2 gradi entro il quale si cercherà di mantenere il surriscaldamento globale? “Anche se rispettati, gli impegni nazionali porterebbero comunque a un’aumento della temperatura tra i 2,7 e i 3°”. “Un accordo non vincolante, che dal punto di vista attuativo non contiene molto”. Il testo nato dal 21° summit sul clima secondo Filippo Giorgi, unico scienziato italiano membro dell’Intergovernmental Panel on Climate Change – Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC) – organizzazione vincitrice del Premio Nobel per la pace 2007, “doveva essere più stringente di Kyoto (il primo accordo internazionale salva-clima del 1997, ndr) ma, a conti fatti, non lo è per nulla”. E mentre i governi internazionali brindano a quello che è stato definito dal Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon “un testo storico”, gran parte delle associazioni e del mondo scientifico prova a segnalarne i limiti. “Non è previsto nessun organo di controllo né sanzioni per quanti non ridurranno l’emissione di CO²”, continua Luca Iacoboni, responsabile Energia e clima di Greenpeace. D’altronde, “la vera spinta per il cambiamento deve venire dal basso – continua Giorgi – non ci sarà mai un accordo sul clima vincolante a livello governativo”. E, quello firmato a Parigi, non sembra fare eccezione. “Come può un contributo volontario essere vincolante?” “L’accordo sarà giuridicamente vincolante”. Nel pronunciare questa frase il presidente della Cop21, Laurent Fabius, era visibilmente emozionato. Un intervento, quello del ministro degli Esteri francese, che aveva fatto sperare in un impegno concreto per contenere le emissioni di anidride carbonica, il gas considerato tra i primi fattori responsabili dell’innalzamento della temperatura della Terra. “Ma un contributo volontario, come può essere vincolante?”, è la posizione del membro dell’IPCC. Perché quel che non è stato sottolineato del patto firmato a Parigi è che “vincolante” viene definito l’obbligo di ridurre il surriscaldamento climatico entro i 2 gradi, ma altrettanto obbligatori non sono gli impegni dei singoli Stati. “Tutte le misure nazionali che si devono mettere in atto per raggiungere l’obiettivo internazionale, oltre a non essere sufficienti, non sono in alcun modo obbligatorie”, precisa Greenpeace. In sintesi, “l’obiettivo è vincolante ma gli strumenti per arrivare a questo risultato no”. L’accordo non prevede controlli né sanzioni “Manca un meccanismo di controllo e sanzioni”. Su questo punto, il responsabile Energia e clima di Greenpeace non ha dubbi. Stando all’accordo sul clima siglato dai 195 Paesi, “ogni Stato, ogni cinque anni, dovrà presentare i suoi risultati sulla riduzione dei gas clima-alteranti”. Un meccanismo di autocertificazione che secondo l’associazione non sarà efficace anche per la mancanza di sanzioni nel caso in cui un paese non rispetti gli accordi presi. Una scelta, quella di non prevedere strumenti di controllo, che ha origine nella stessa natura dell’accordo. Secondo Giorgi, il testo della Cop21 non permette alcun monitoraggio: “Dire che si deve mantenere il surriscaldamento entro i 2 gradi è una frase troppo generica – precisa il climatologo – l’unica cosa che si può misurare e controllare sono le emissioni di CO²?. A Kyoto, per esempio, l’Italia doveva ridurre le sue...

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