Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Trivellazioni, “rischio che il referendum sia eluso in caso di proroghe”
[Di Luisiana Gaita su Ilfattoquotidiano.it] Enzo Di Salvatore, il docente di diritto costituzionale che ha scritto i quesiti referendari anti-trivelle, cerca di capire che margini di movimento si lascino alle società petrolifere. In attesa che la Consulta si esprima le Regioni chiedono chiarezza sull’interpretazione degli emendamenti governativi alla Stabilità. Trivelle: dal piano che non c’è al sistema delle proroghe. In attesa che la Consulta si esprima le Regioni chiedono chiarezza sull’interpretazione dei tre emendamenti governativi che introducono i nuovi commi da 129-bis a 129 quater al testo della legge di Stabilità. Di buono c’è la mossa politica con la quale si torna a coinvolgere i territori locali nei processi decisionali ma, fanno notare gli attivisti anti-trivelle “prima di abbandonare la strada del referendum, bisogna accertarsi che i sei quesiti vengano recepiti negli emendamenti”. Tra i dubbi, il limite temporale per le estrazioni e l’ipotesi che i permessi per la ricerca possano essere convertiti in titoli concessori unici portando le società fino alle estrazioni. Anche la politica vuole delucidazioni. Il presidente del consiglio regionale della Basilicata (capofila nella promozione del referendum) chiede per i rappresentanti degli Enti un incontro a Palazzo Chigi. Il 13 gennaio le Regioni che hanno promosso il referendum e già incassato la dichiarazione di ammissibilità della Corte di Cassazione, potranno presentare una propria memoria alla Consulta, prima del via libera definitivo. I limiti temporali e il piano – “Il rischio è che il referendum sia eluso, attraverso il sistema delle proroghe per le attività in mare”. Non esulta ancora Enzo Di Salvatore: il professore di diritto costituzionale che ha scritto i quesiti referendari anti-trivelle cerca di capire che margini di movimento si lascino alle società petrolifere. La prima perplessità sulle modifiche governative è nel comma bis dell’articolo 129. Dopo aver specificato che “il divieto è stabilito nelle zone di mare poste entro 12 miglia dalle linee di costa”, si aggiunge “i titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento”. Un passaggio che potrebbe fare a cazzotti con le proposte di modifica all’articolo 38 del decreto Sbocca Italia. Il terzo comma dell’articolo 129 dà diversi limiti temporali per ricerca e coltivazione di idrocarburi: 6 anni per la ricerca e 30 anni per la coltivazione. Questi limiti, “per effetto di una combinazione tra i due emendamenti – dice Di Salvatore a ilfattoquotidiano.it – rischiano di essere applicati solo per la terraferma”. Il Coordinamento No Triv e il professore hanno presentato due sub-emendamenti su questo punto e sull’introduzione del piano delle aree. “Il piano è una scelta di difficile gestione – dice il professore di diritto costituzionale – perché si richiedeva l’accordo di sostanza tra le Regioni”. Un piano in Italia non c’è mai stato e ora “chiunque potrà chiedere il nuovo titolo concessorio unico per la ricerca e le estrazioni” e ovunque potrà ottenerlo “eccetto che entro le 12 miglia”. Il titolo concessorio – Nel terzo comma si specifica che le attività “sono svolte con le modalità di cui alla legge 9 del 9 gennaio 1991, o a seguito del rilascio di un titolo concessorio unico”. L’altra perplessità riguarda la possibilità – tutta da verificare – per chi ha ottenuto il permesso per la ricerca di idrocarburi “di chiedere il titolo concessorio unico – spiega Di Salvatore – che consentirebbe di arrivare...
read moreAcqua morta: i 10 fiumi più inquinati del mondo
[Di redazione su Rinnovabili.it] Dal Nilo allo Yangze, passando per il Danubio e il Mekong. Così la mano dell’uomo ha sfigurato i corsi d’acqua più belli e importanti del pianeta. Molti fiumi in tutto il mondo sono sottoposti a grave stress per diverse ragioni. Inquinamento, pesca, grandi dighe e canali artificiali sono le principali cause dello sconvolgimento di interi ecosistemi che si sono sviluppati nel tempo lungo i corsi d’acqua. La popolazione di animali viene decimata quotidianamente, così come la deforestazione fa terra bruciata della rigogliosa flora. Gli impatti dell’attività umana sui fiumi sono particolarmente evidenti in alcune aree del mondo: questa è una lista delle prime 10. 1. Rio Bravo (Messico e Stati Uniti) Il Rio Bravo o Rio Grande è il più importante confine naturale tra gli Stati Uniti e il Messico: a causa della costruzione di dighe e canali di irrigazione per deviare le acque verso i campi coltivati e le città, gravi siccità hanno colpito l’area. Il volume del grande fiume diminuisce giorno per giorno, e le sue acque sono inquinate dagli scarichi di varie industrie. 2. Danubio (Europa centrale ) In Germania e in Austria, il “bel Danubio blu” è rimasto soltanto nei testi del celebre valzer di Johann Strauss jr. Decine di impianti di lavorazione e produzione della plastica sorgono sulle sue rive e danneggiano l’ambiente. In acqua vi è un eccesso di nutrienti, soprattutto da fertilizzanti. A questo problema si aggiunge un cattivo trattamento delle acque reflue, che aumenta l’inquinamento. 3. Elk River (Virginia, Stati Uniti) La più grande e grave fuoriuscita di sostanze chimiche nel fiume Elk è avvenuta il 9 gennaio 2014, quando una schiuma (MCHM) utilizzata per lavare il carbone e rimuovere le impurità che contribuiscono all’inquinamento durante la combustione, è stata rilasciata nell’acqua. Dopo questo sversamento accidentale, più di 300 mila residenti in West Virginia sono rimasti senza accesso all’acqua potabile per settimane. Ancora oggi, l’equilibrio ambientale è compromesso. 4. Fiume Gange (India) Situato nel nord dell’India, questo fiume è diventato una discarica di resti umani, industriali e corpi animali. Circa un miliardo di litri di liquami non trattati vengono scaricati ogni giorno nel fiume. La rapida crescita della popolazione dell’India, insieme a normative permissive del settore, ha portato enormi pressioni sul corso d’acqua più importante del Paese. Migliaia di corpi umani e animali vengono cremati sulle sue rive o gettati nella corrente, nella speranza che le loro anime possano accedere al Paradiso. 5. Fiume Indo (India, Pakistan e Cina) Gravemente danneggiato dai cambiamenti climatici, l’Indo è evaporato quasi totalmente. La pesca e gli scarichi industriali non hanno certo aiutato a risolvere il problema. 6. Fiume Mekong (Sud-Est asiatico) Alti livelli di arsenico nelle acque del Mekong hanno devastato quasi 1.000 chilometri di ecosistema, tanto da far sì che venga oggi considerato un fiume che muore, con il suo ambiente naturale irreparabilmente compromesso. Le mangrovie sono state convertite in risaie e allevamenti di pesci, annichilendo un corso d’acqua prezioso. 7. Fiume Murray-Darling (Australia) L’introduzione di specie alloctone ha modificato l’ecosistema del fiume, che scorre nella parte meridionale dell’Australia. Nove diverse specie di pesci sono state dichiarate in via di estinzione a causa dell’introduzione delle carpe. Questi animali hanno contribuito al degrado ambientale del fiume e dei suoi affluenti, distruggendo la flora acquatica e aumentando l’opacità dell’acqua. 8. Nilo...
read moreInquinamento, in Italia record Ue di morti premature: “Nella Penisola 84.400 decessi su 491mila”
[Di redazione de Ilfattoquotidiano.it] Un rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente attribuisce il record negativo a tre agenti killer: le micro polveri sottili, il biossido di azoto e l’ozono presente nei bassi strati dell’atmosfera. L’area più colpita è quella della Pianura Padana, in particolare Brescia, Monza e Milano ma anche Torino. Tra i 28 Paesi dell’Unione europea l’Italia è quello con il più alto numero di morti premature rispetto alla normale aspettativa di vita a causa dell’inquinamento dell’aria. Ad attestarlo è un rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente (Aea): la Penisola nel 2012 ha registrato 84.400 decessi di questo tipo, su un totale di 491mila a livello Ue. Tre gli agenti killer responsabili del record negativo: le micro polveri sottili (Pm2.5), il biossido di azoto (NO2) e l’ozono, quello presente nei bassi strati dell’atmosfera (O3). A questi inquinanti lo studio attribuisce rispettivamente 59.500, 21.600 e 3.300 morti premature in Italia. Il bilancio più grave se lo aggiudicano le micropolveri sottili, che provocano 403mila vittime nell’Ue a 28 e 432mila nel complesso dei 40 Paesi europei considerati dallo studio. L’impatto stimato dell’esposizione al biossido di azoto e all’ozono invece è rispettivamente di circa 72mila e 16mila vittime precoci nei 28 Paesi Ue e di 75mila e 17mila per 40 Paesi europei. L’area più colpita in Italia dal problema delle micro polveri si conferma quella della Pianura padana, in particolare Brescia, Monza e Milano, ma anche Torino, che oltrepassano il limite fissato a livello Ue di una concentrazione media annua di 25 microgrammi per metro cubo d’aria, sfiorata invece da Venezia. Considerando poi la soglia ben più bassa raccomandata dall’Oms di 10 microgrammi per metro cubo, il quadro italiano peggiora sensibilmente, a partire da altre grandi città come Roma, Firenze, Napoli, Bologna, arrivando fino a Cagliari. L’inquinamento atmosferico, nota l’Aea, è il principale fattore di rischio ambientale per la salute in Europa. Riduce la durata di vita delle persone e contribuisce alla diffusione di gravi patologie come malattie cardiache, problemi respiratori e cancro. “Nonostante i continui miglioramenti negli ultimi decenni, l’inquinamento atmosferico è ancora una minaccia per la salute degli europei, riducendo la loro qualità di vita e la speranza di vita”, ha detto il direttore dell’agenzia, Hans Bruyninckx. Ma lo smog comporta pesanti ricadute anche su costi ospedalieri, perdita di giornate di lavoro, danni agli edifici. Ed è causa di un’inferiore resa dei raccolti. Di seguito la tabella delle concentrazioni di PM2.5 nei vari stati dell’Europa a 28 paesi, tra il 2011 e il 2013: Pubblicato su Ilfattoquotidiano.it il 30 novembre 2015...
read moreGela, il petrolchimico e l’inferno dei bambini
[Di Emiliano Fittipaldi su Espresso.repubblica.it] Deformazioni, malattie, morti. Soprattutto fra i più piccoli. Ora una perizia del tribunale stabilisce, dopo anni di denunce, il nesso causale con le emissioni del petrolchimico Eni. Ma il gruppo replica: “Nessun risarcimento”. Terremoto all’Eni. Per la prima volta una perizia medica ha messo in relazione le malformazioni dei bambini della città di Gela, che alcune statistiche indicano tra le più alte del mondo, con l’inquinamento ambientale provocato dalla raffineria dell’azienda di Stato controllata dal ministero dell’Economia. Come si legge nell’inchiesta che l’Espresso pubblica venerdì 11 dicembre, online su Espresso Plus, i periti, professori di fama nazionale e internazionale, hanno individuato una dozzina di casi “positivi”, bimbi e ragazzini che hanno visitato e studiato per due anni con deformazioni che hanno colpito gli organi genitali o i piedi, le mani o il midollo spinale, il cervello o la bocca. ESPRESSO+ LEGGI L’INCHIESTA INTEGRALE «Il collegio della commissione tecnica d’ufficio all’unanimità» si legge in relazione a uno dei piccoli «si rammarica che – nell’ampio lasso di tempo intercorso tra l’allarme indicato dai primi studi condotti a Gela, le crescenti preoccupazioni sollevate dalla popolazione e dalla comunità scientifica e il presente – non sia mai stato condotto uno studio di elevata qualità per poter stabilire in modo definitivo la possibile esistenza della relazione causale tra sostanze chimiche prevalenti nel comune e alcune malformazioni. Ritiene che la possibilità che la spina bifida di Kimberly Scudera sia stata favorita dalla presenza nell’ambiente (aria, acqua, alimentazione) di sostanze chimiche prodotte dal polo industriale sia del tutto concreta, sia per effetto individuale che per effetto sinergico tra loro». La perizia – che “l’Espresso” pubblica in esclusiva – è rivoluzionaria. Perché il petrolchimico dell’Eni per la prima volta finisce ufficialmente sul banco degli imputati. I consulenti dei giudici hanno depositato il loro parere scientifico lo scorso luglio nell’ambito di un procedimento civile che una ventina di famiglie hanno promosso contro l’Eni. L’obiettivo principale era di ottenere risarcimenti economici e rimborso delle spese mediche per le piccole vittime dell’inquinamento, ma la causa si è conclusa con un nulla di fatto. «Nonostante la perizia il colosso energetico non ha fatto alle 12 famiglie alcuna proposta economica», spiega Luigi Fontanella, l’avvocato dei genitori dei bambini. Tutti gli studi finora eseguiti», spiega invece l’Eni «non hanno fornito evidenze scientifiche apprezzabili circa la sussistenza di un nesso tra le patologie e l’impatto ambientale delle attività industriali del nostro stabilimento. Anche la consulenza tecnica d’ufficio del luglio 2015 mostra importanti limiti a livello metodologico, e soprattutto l’assenza di elementi scientificamente apprezzabili a sostegno delle valutazioni conclusive. Dunque non ci sono ulteriori mediazioni in corso né ipotesi di risarcimento». L’inchiesta integrale sull’Espresso in edicola da venerdì 11 dicembre e online su E+ Pubblicato su Espresso.repubblica.it il 10 dicembre...
read more[:en]Todd Stern, why don’t you acknowledge the ecological debt?[:]
[:en][By Joan Martinez-Alier on Ejolt.org] In one of the last days of the COP21 in Paris in December 2015, where the pressure in the streets from the environmental justice movement was lacking, the special ambassador from the United States, Todd Stern, reiterated again that “there’s one thing that we don’t accept and won’t accept in this agreement and that is the notion that there should be liability and compensation for loss and damage. That’s a line that we can’t cross. And I think in that regard we are in the exact same place, my guess is, with virtually all, if not all, developed countries.” He had already said this in Copenhagen in 2009, leading to a famous exchange with Pablo Solón, the ambassador of Bolivia at the time, and now one more member of the downcast civil society groups outside the official meeting. At the time, as also in Cancun in 2011, Pablo Solón said that the glaciers of the Andes were dwindling, water would become scarce – which countries were responsible for this? Obviously it was not Bolivia. It was not either the Pacific Islands or Bangladesh threatened by sea level rise. Those responsible were the countries with disproportionate historical and present per capita emissions. The notion of common but differentiated responsibility had been included in the Climate Change Treaty of 1992 in Rio de Janeiro. Todd Stern should acknowledge not only responsibility but also liability. “As they say in the US, if you break it, you buy it.” The notion of a climate debt (as part of a wider ecological debt) from North to South has been alive since 1991. It has produced a scholarly literature using physical indicators and even assessing its economic amount, either by estimating future damages or by counting the economic savings made by not reducing emissions of greenhouse gases to the extent necessary to avoid climate change [1]. Environmental movements of the South have insisted on the existence of an ecological debt, recently supported by the encyclical Laudato si (paragraphs 51, 52). The main point is not so much the calculation and payment of the ecological debt but the demand that liability should be acknowledged and , particularly, that the debt should increase no further. The Paris agreement of 2015 foresees increases in the amount of emissions with a peak possibly in 2030, and then a very slow decline towards emissions per year which would be half of those today. Even after emissions peak, something now in sight, the quantity of present emissions and of historically accumulated emissions mean that climate change will continue. Promises of a 2º degree or even a 1.5º degree limit are not credible, largely because of uncertainty. The expression “loss and damage” was introducing in Warsaw at one of the COPs between Cancun and Paris, on the insistence of governments of the South, and it is equivalent to “climate debt”, i.e. counting the damages that climate change will produce in countries which have contributed little to it. In fact, if the world had the per capita emissions of Africa south of the Sahara or even India, there would be no enhanced greenhouse effect, emissions would be within the absorption capacity of the atmosphere (without increasing concentration of carbon dioxide) and the oceans. When the greenhouse effect was...
read moreLe reazioni a caldo degli scienziati all’accordo di Parigi
[Di redazione su Focus.it] Un primo quadro sulla qualità dell’accordo raggiunto alla Conferenza sul clima di Parigi, la COP21: il punto di vista della scienza. La COP21 si è chiusa con un documento che prende atto dei rischi del cambiamento climatico e di ciò che occorre fare per mitigarlo e per affrontarne le conseguenze. Indica una strada (ridurre le emissioni) e prevede finanziamenti e sostegno tecnologico per i Paesi in via di sviluppo e per le economie più deboli: qui di seguito i commenti a caldo di scienziati di livello internazionale, che riconoscono l’importanza del lavoro fatto a Parigi ma lamentano anche la mancanza di un sistema di regole stringenti. Corinne Le Quéré, University of East Anglia, Tyndall Centre for Climate Change Research – «Il testo finale dell’accordo riconosce gli imperativi della comunità scientifica per affrontare il cambiamento climatico. I tre elementi chiave per farlo ci sono, in qualche forma: mantenere il riscaldamento ben al di sotto di due gradi, praticamente abbandonando i combustibili fossili, e rivedere l’impegno di ogni paese, ogni cinque anni, in modo da essere all’altezza della sfida. I tagli alle emissioni promessi dai paesi ora sono ancora del tutto insufficienti, ma l’accordo nel suo complesso invia un messaggio forte a imprese, investitori e cittadini: la nuova energia è pulita e i combustibili fossili appartengono al passato. Abbiamo davanti un sacco di lavoro perché accada.» John Schellnhuber, Potsdam Institute for Climate Impact Research, sull’obiettivo a lungo termine dell’accordo di Parigi – «Se condiviso e attuato, significa azzerare le emissioni di gas serra nel giro di pochi decenni. È in linea con le prove scientifiche che abbiamo presentato di quello che dovremmo fare per limitare rischi quali i fenomeni meteo estremi e l’innalzamento del livello del mare. Per stabilizzare il clima del pianeta le emissioni di CO2 devono essere abbattute prima del 2030 e dovrebbero essere azzerate il più presto possibile dopo il 2050. Tecnologie quali la bioenergia e la cattura e lo stoccaggio del carbonio, così come il rimboschimento, sono importanti per compensare le emissioni – ma è fondamentale tagliare la CO2.» Myles Allen, University of Oxford – «Raggiungere gli obiettivi nella seconda metà del secolo significa, di fatto, portare a zero le emissioni nette di anidride carbonica. Sembra che i governi lo abbiano capito, anche se non lo hanno affermato in modo forte. Per avere buone possibilità di rimanere al di sotto dei 2 gradi dobbiamo puntare a 1,5 gradi, ed è sensato riconoscere che l’obiettivo dei 2 gradi è a malapena “sicuro”. Tutto sommato, un buon risultato.» Johan Rockström, Stockholm Resilience Centre – «Questo accordo è un punto di svolta per una trasformazione del mondo all’interno di un intervallo operativo sicuro di 1,5-2 °C. Parigi è un punto di partenza. Ora abbiamo bisogno di un’azione politica coerente con la scienza per mettere in atto uno sviluppo sostenibile e realizzare la decarbonizzazione entro il 2050.» Diana Liverman, Institute of the Environment (University of Arizona) – «L’accordo di Parigi è un passo in avanti significativo per la riduzione dei rischi associati al cambiamento climatico antropogenico, ma di certo non per eliminarli. Abbiamo davanti ancora conseguenze molto serie a cui dovremo fare fronte. Gli attuali impegni nazionali, gli INDC, per la riduzione delle emissioni ci portano sopra i 2 gradi. L’accordo sottintende che questi impegni non possono...
read more[:en]For a Critique of Carbon Trading Dogma[:]
[:en][By Emanuele Leonardi* on Entitleblog.org] Market fundamentalism must be reversed if a politically sound solution to climate change is to be found. From this perspective, Cop 21 will not deliver. As expected, there was much talk about the ongoing Cop 21 in Paris. Most of it concentrated on the geopolitical dimension of climate negotiations: for example, Jason Box and Naomi Klein stress the link between global warming catastrophic effects and wars. On a different but interrelated level, officials from the Global North accused China and India to block the process, whereas Chinese and Indian representatives stroke back arguing that the Global North is not taking into account its historical responsibility with regard to carbon emissions. Less discussed, and yet equally important, is the issue of climate governance through carbon trading. The reliance on carbon markets as an exclusive policy option is connected to what I call carbon trading dogma, which is to say an extremely entrenched political belief according to which climate change, although an historical market failure (since negative externalities were not represented into prices), can be viably solved only by further marketization. New, dedicated markets mean new, peculiarly abstract commodities which, in turn, foster a new, unprecedented wave of capital accumulation. From this perspective the concept of carbon trading dogma is compatible both with Erik Swyngedouw’s post-political ‘CO2 fetishism’ and with Steffen Böhm’s Marxist ‘carbon fetishism’. Despite its dubious logical consistency (how can an increased dose of the cause of a problem help solving that same problem?), such a link between profit-making and emissions reductions is now almost commonsensical in UNFCCC circles. Two examples will suffice: in a recent piece for the New Republic, Jeffrey Ball argues that “Profiteers are emerging as potent leaders on climate change, and it is of no concern to the planet – indeed it is a benefit – that their motives are mercenary”. In fact, “they have begun calling for tougher climate action in the belief that it could boost profits”. Even clearer – coming from the US top negotiator in Paris – are John Kerry’s words: “What we’re doing is sending the marketplace an extraordinary signal – that those 186 countries are really committed – and that helps the private sector to move capital into that, knowing there’s a future that is committed to this sustainable path”. It is interesting to note that in Kerry’s argument the market functions as a site of veridiction, as Michel Foucault suggested in his biopolitical lectures from the late 1970s. In the context of potentially catastrophic global warming, such a market-based regime of truth gives rise to a dogmatic equation – as discursively indisputable as it is empirically unprovable – that, elaborating on Larry Lohmann’s work, might be defined as follows: climatic stability = reductions in CO2 emissions = carbon trading = sustainable economic growth The strength of this dogma is demonstrated not only by the insistence with which climate policy makers invested in carbon markets despite their irrelevant – if not negative – ecological impacts, but also by the increasing difficulties encountered by market actors in justifying the narratives of green economy and sustainable growth. Yet, the circular structure of the carbon trading dogma makes any alternative unthinkable: as every religious belief, the confirmation of its truth-claims is already contained in its fundamental assumption:...
read morePetrolio. Governo al lavoro per evitare il referendum: modifica in legge di stabilità. Ma i “No Triv” non si fidano…
[Di Angela Mauro su Huffingtonpost.it] Molto probabilmente sarà la legge di stabilità lo strumento con cui il governo andrà a modificare il decreto Sblocca Italia per evitare il referendum chiesto dal comitato ‘No Triv’. La soluzione tecnica in ogni caso arriverà per lunedì prossimo. Matteo Renzi infatti non demorde rispetto all’obiettivo prefissato insieme al ministero dello Sviluppo Economico e al ministero dell’Ambiente a fine novembre, quando la Cassazione ha dato il suo ok ai sei quesiti referendari. Oggi e domani sono in corso riunioni tra il ministro Federica Guidi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri Claudio De Vincenti, che sta curando la pratica per Palazzo Chigi, il ministro Gian Luca Galletti e rappresentanti delle regioni. Ma il comitato ‘No triv’ non ci sta: chiede che sia invece permessa la consultazione referendaria, vera garanzia contro le trivellazioni. Già l’anno scorso il governo aveva modificato l’articolo 38 dello Sblocca Italia attraverso la legge di stabilità, per vanificare i ricorsi delle Regioni in Corte Costituzionale sulle competenze in materia di trivellazioni. Quest’anno dovrebbe accadere qualcosa di simile, con un emendamento del governo alla manovra. Obiettivo: annullare la richiesta di referendum, sulla quale la Consulta si esprimerà il 13 gennaio. E’ una corsa all’ultimo minuto, per evitare una consultazione che parte forte dell’appoggio di ben 10 regioni, un fronte largo e trasversale che va dal M5s alla sinistra parlamentare ed extraparlamentare fino a pezzi della Lega e anche del Pd sui territori, circoli cattolici, Legambiente e Greenpeace e altre sigle. Un voto insomma che potrebbe rivelarsi spina nel fianco per il governo. Che infatti ora vuole correre ai ripari, senza però riuscire a convincere i comitati. Almeno per ora. I ‘No triv’ insistono che il referendum resta la via migliore. “La strada referendaria è l’unica che possa fornire solide garanzie: gli effetti dell’abrogazione, in questo caso, sarebbero diversi da quelli che si avrebbero qualora il governo o il parlamento intervenissero con atto normativo – dice Enzo Di Salvatore, il costituzionalista che ha materialmente scritto i sei quesiti – Se si arrivasse all’abrogazione referendaria, il Governo o il Parlamento non potrebbero reintrodurre le norme abrogate. Questa certezza, invece, non ci sarebbe se quelle norme venissero abrogate con decreto-legge o con legge. D’altra parte l’esperienza insegna: nel 2010 il decreto Prestigiacomo aveva vietato la conclusione dei procedimenti in corso per il rilascio dei permessi di ricerca e delle concessioni di estrazione in mare; nel 2012 Monti ha rimosso quel divieto”. Enrico Gagliano del Comitato referendario ‘No Triv’ spiega che “se il Governo fosse in buona fede e volesse ripensare il ruolo delle energie fossili a livello nazionale, dovrebbe procedere con la modifica legislativa in blocco e senza aggiungere altre norme”. “Non si comprende perché si continui a sostenere che l’obiettivo è modificare le norme e non il referendum: è giusto che siano i cittadini italiani a decidere su un tema così importante – aggiunge Stefano Pulcini del Coordinamento Nazionale No Triv – Alcuni delegati regionali si comportano come se fossero delegati del partito che li ha eletti e non delegati del Consiglio regionale di provenienza. Sorprende che le opposizioni non abbiano nulla da dire al riguardo. I delegati hanno un vincolo di mandato e se non condividono la scelta effettuata dal consiglio regionale che li ha eletti devono dimettersi dal loro ruolo”. Più...
read moreCop21, accordo sul clima. Riscaldamento, emissioni, finaziamenti: i punti principali dell’intesa
[Di redazione su Huffingtonpost.it] Via libera all’accordo sul clima dai delegati dei 195 Paesi più la Ue che a Parigi hanno partecipato alla XXI conferenza internazionale dell’Onu sui cambiamenti climatici. L’approvazione è stata ampiamente celebrata dal presidente della Conferenza, Laurent Fabius, e dai rappresentanti Onu, con calorosi abbracci sul palco. Per sancirla, ha commentato Fabius, “devo battere con il martello, è un piccolo martello ma penso che possa fare molto”. RISCALDAMENTO GLOBALE – L’articolo 2 dell’accordo fissa l’obiettivo di restare “ben al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali”, con l’impegno a “portare avanti sforzi per limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi”. OBIETTIVO A LUNGO TERMINE SULLE EMISSIONI – L’articolo 3 prevede che i Paesi “puntino a raggiungere il picco delle emissioni di gas serra il più presto possibile”, e proseguano “rapide riduzioni dopo quel momento” per arrivare a “un equilibrio tra le emissioni da attività umane e le rimozioni di gas serra nella seconda metà di questo secolo”. IMPEGNI NAZIONALI E REVISIONE – In base all’articolo 4, tutti i Paesi “dovranno preparare, comunicare e mantenere” degli impegni definiti a livello nazionale, con revisioni regolari che “rappresentino un progresso” rispetto agli impegni precedenti e “riflettano ambizioni più elevate possibile”. I paragrafi 23 e 24 della decisione sollecitano i Paesi che hanno presentato impegni al 2025 “a comunicare entro il 2020 un nuovo impegno, e a farlo poi regolarmente ogni 5 anni”, e chiedono a quelli che già hanno un impegno al 2030 di “comunicarlo o aggiornarlo entro il 2020”. La prima verifica dell’applicazione degli impegni è fissata al 2023, i cicli successivi saranno quinquennali LOSS AND DAMAGE – L’accordo prevede un articolo specifico, l’8, dedicato ai fondi destinati ai Paesi vulnerabili per affrontare i cambiamenti irreversibili a cui non è possibile adattarsi, basato sul meccanismo sottoscritto durante la Cop 19, a Varsavia, che “potrebbe essere ampliato o rafforzato”. Il testo “riconosce l’importanza” di interventi per “incrementare la comprensione, l’azione e il supporto”, ma non può essere usato, precisa il paragrafo 115 della decisione, come “base per alcuna responsabilità giuridica o compensazione” FINANZIAMENTI – L’articolo 9 chiede ai Paesi sviluppati di “fornire risorse finanziarie per assistere” quelli in via di sviluppo, “in continuazione dei loro obblighi attuali”. Più in dettaglio, il paragrafo 115 della decisione “sollecita fortemente” questi Paesi a stabilire “una roadmap concreta per raggiungere l’obiettivo di fornire insieme 100 miliardi di dollari l’anno da qui al 2020”, con l’impegno ad aumentare “in modo significativo i fondi per l’adattamento” * TRASPARENZA – L’articolo 13 stabilisce che, per “creare una fiducia reciproca” e “promuovere l’implementazione” è stabilito “un sistema di trasparenza ampliato, con elementi di flessibilità che tengano conto delle diverse capacità”. Pubblicato su Huffingtonpost.it il 12 dicembre 2015...
read moreVivere sul fronte del cambiamento climatico, su un’isola che scompare
[Di Esau Sinnok* su Greenreport.it] Chiudete gli occhi e immaginate il vostro ricordo migliore con la famiglia e gli amici. Lo avete a mente? Se siete come me, la memoria viene riempita dal calore e dal comfort di una casa familiare. Spero che, diversamente da me, non vi siate mai chiesti quanto valga la vostra casa. Benvenuti a Shishmaref, in Alaska, popolazione: 650 abitanti. Siamo una piccola comunità Inupiaq dove tutti si conoscono. Shishmaref è un’isola barriera che è stata erosa e inondata negli ultimi 50 anni, anche prima che lo sconvolgimento climatico venisse ampiamente riconosciuto. Negli ultimi 35 anni, abbiamo perso da 2.500 a 3.000 piedi di territorio. Sono nato nel 1997, nel corso della mia vita, Shishmaref ha perso circa 100 piedi di terreno. Entro i prossimi due decenni, l’intera isola verrà erosa completamente e diventerà inabitabile. Come se ciò non fesse abbastanza spaventoso, la Shell ha recentemente tentato di trivellare petrolio nel Mare dei Chukchi, vicino all’Alaska. Se la company avesse avuto successo, sarebbe stato letale per la nostra vita e per gli animali marini. Nel 2001, il mio popolo ha votato per trasferirsi lungo la costa dell’Alaska continentale, ma il costo stimato è da 200 a 250 milioni di dollari, quindi, in realtà spostarsi è molto complicato. Anche se abbiamo preso questa decisione, io non credo che nessuno si stia davvero preparando. Le generazioni più anziane vogliono rimanere qui perché hanno vissuto qui tutta la loro vita e non vogliono lasciare le loro case. Tutti vogliono restare, ma dobbiamo renderci conto che non abbiamo scelta. Tutti a Shishmaref sono cordiali è come una famiglia. Se ci allontaniamo, tutto cambierà. Non ci vedremo spesso l’uno con l’altro e non avremo voglia di interagire come è il nostro modo di fare ora. Fa male sapere che la tua unica casa sta per sparire e che non potrai cacciare, pescare, e portare avanti le tradizioni del mondo al quale sei abituato, come il tuo popolo ha fatto per secoli. Invito gli eventuali scettici del cambiamento climatico a venire a Shishmaref e scoprire che cosa era questo posto solo 50 anni fa e vedere quello che stiamo affrontando ora. Una cosa che dimostra quanto sia vulnerabile la mia comunità è quella dell’innalzamento del livello del mare e dell’erosione, non si può negare che l’alterazione del clima sia reale. Nonostante questa realtà, mi rendo conto ogni giorno che mi capita di svegliarmi e vedere che il paesaggio è ancora qui e che per ora sono in grado di chiamare questo posto casa. Mentre è troppo tardi per salvare l’isola di Shishmaref, abbiamo ancora un po’ di speranza che saremo in grado di preservare le nostre tradizioni e rimanere uniti come cultura. Ecco perché mi sono deciso a parlare per la mia comunità. I giovani sono il futuro dell’Alaska, quindi è importante per noi riuscire ad essere coinvolti. A mio parere, i giovani sono molto forti e non importa dove siamo, siamo in grado di lavorare per cambiare le cose. Un giorno spero di candidarmi a senatore o a governatore dell’Alaska per migliorare la vita degli abitanti dell’Alaska e anche per fare la differenza per i popoli indigeni sproporzionatamente colpiti dalle perturbazioni climatiche in tutto il mondo. Questa settimana, mi si recherò a Parigi, in Francia, per i negoziati sul clima...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.