Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
[:en]For a Critique of Carbon Trading Dogma[:]
[:en][By Emanuele Leonardi* on Entitleblog.org] Market fundamentalism must be reversed if a politically sound solution to climate change is to be found. From this perspective, Cop 21 will not deliver. As expected, there was much talk about the ongoing Cop 21 in Paris. Most of it concentrated on the geopolitical dimension of climate negotiations: for example, Jason Box and Naomi Klein stress the link between global warming catastrophic effects and wars. On a different but interrelated level, officials from the Global North accused China and India to block the process, whereas Chinese and Indian representatives stroke back arguing that the Global North is not taking into account its historical responsibility with regard to carbon emissions. Less discussed, and yet equally important, is the issue of climate governance through carbon trading. The reliance on carbon markets as an exclusive policy option is connected to what I call carbon trading dogma, which is to say an extremely entrenched political belief according to which climate change, although an historical market failure (since negative externalities were not represented into prices), can be viably solved only by further marketization. New, dedicated markets mean new, peculiarly abstract commodities which, in turn, foster a new, unprecedented wave of capital accumulation. From this perspective the concept of carbon trading dogma is compatible both with Erik Swyngedouw’s post-political ‘CO2 fetishism’ and with Steffen Böhm’s Marxist ‘carbon fetishism’. Despite its dubious logical consistency (how can an increased dose of the cause of a problem help solving that same problem?), such a link between profit-making and emissions reductions is now almost commonsensical in UNFCCC circles. Two examples will suffice: in a recent piece for the New Republic, Jeffrey Ball argues that “Profiteers are emerging as potent leaders on climate change, and it is of no concern to the planet – indeed it is a benefit – that their motives are mercenary”. In fact, “they have begun calling for tougher climate action in the belief that it could boost profits”. Even clearer – coming from the US top negotiator in Paris – are John Kerry’s words: “What we’re doing is sending the marketplace an extraordinary signal – that those 186 countries are really committed – and that helps the private sector to move capital into that, knowing there’s a future that is committed to this sustainable path”. It is interesting to note that in Kerry’s argument the market functions as a site of veridiction, as Michel Foucault suggested in his biopolitical lectures from the late 1970s. In the context of potentially catastrophic global warming, such a market-based regime of truth gives rise to a dogmatic equation – as discursively indisputable as it is empirically unprovable – that, elaborating on Larry Lohmann’s work, might be defined as follows: climatic stability = reductions in CO2 emissions = carbon trading = sustainable economic growth The strength of this dogma is demonstrated not only by the insistence with which climate policy makers invested in carbon markets despite their irrelevant – if not negative – ecological impacts, but also by the increasing difficulties encountered by market actors in justifying the narratives of green economy and sustainable growth. Yet, the circular structure of the carbon trading dogma makes any alternative unthinkable: as every religious belief, the confirmation of its truth-claims is already contained in its fundamental assumption:...
read morePetrolio. Governo al lavoro per evitare il referendum: modifica in legge di stabilità. Ma i “No Triv” non si fidano…
[Di Angela Mauro su Huffingtonpost.it] Molto probabilmente sarà la legge di stabilità lo strumento con cui il governo andrà a modificare il decreto Sblocca Italia per evitare il referendum chiesto dal comitato ‘No Triv’. La soluzione tecnica in ogni caso arriverà per lunedì prossimo. Matteo Renzi infatti non demorde rispetto all’obiettivo prefissato insieme al ministero dello Sviluppo Economico e al ministero dell’Ambiente a fine novembre, quando la Cassazione ha dato il suo ok ai sei quesiti referendari. Oggi e domani sono in corso riunioni tra il ministro Federica Guidi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri Claudio De Vincenti, che sta curando la pratica per Palazzo Chigi, il ministro Gian Luca Galletti e rappresentanti delle regioni. Ma il comitato ‘No triv’ non ci sta: chiede che sia invece permessa la consultazione referendaria, vera garanzia contro le trivellazioni. Già l’anno scorso il governo aveva modificato l’articolo 38 dello Sblocca Italia attraverso la legge di stabilità, per vanificare i ricorsi delle Regioni in Corte Costituzionale sulle competenze in materia di trivellazioni. Quest’anno dovrebbe accadere qualcosa di simile, con un emendamento del governo alla manovra. Obiettivo: annullare la richiesta di referendum, sulla quale la Consulta si esprimerà il 13 gennaio. E’ una corsa all’ultimo minuto, per evitare una consultazione che parte forte dell’appoggio di ben 10 regioni, un fronte largo e trasversale che va dal M5s alla sinistra parlamentare ed extraparlamentare fino a pezzi della Lega e anche del Pd sui territori, circoli cattolici, Legambiente e Greenpeace e altre sigle. Un voto insomma che potrebbe rivelarsi spina nel fianco per il governo. Che infatti ora vuole correre ai ripari, senza però riuscire a convincere i comitati. Almeno per ora. I ‘No triv’ insistono che il referendum resta la via migliore. “La strada referendaria è l’unica che possa fornire solide garanzie: gli effetti dell’abrogazione, in questo caso, sarebbero diversi da quelli che si avrebbero qualora il governo o il parlamento intervenissero con atto normativo – dice Enzo Di Salvatore, il costituzionalista che ha materialmente scritto i sei quesiti – Se si arrivasse all’abrogazione referendaria, il Governo o il Parlamento non potrebbero reintrodurre le norme abrogate. Questa certezza, invece, non ci sarebbe se quelle norme venissero abrogate con decreto-legge o con legge. D’altra parte l’esperienza insegna: nel 2010 il decreto Prestigiacomo aveva vietato la conclusione dei procedimenti in corso per il rilascio dei permessi di ricerca e delle concessioni di estrazione in mare; nel 2012 Monti ha rimosso quel divieto”. Enrico Gagliano del Comitato referendario ‘No Triv’ spiega che “se il Governo fosse in buona fede e volesse ripensare il ruolo delle energie fossili a livello nazionale, dovrebbe procedere con la modifica legislativa in blocco e senza aggiungere altre norme”. “Non si comprende perché si continui a sostenere che l’obiettivo è modificare le norme e non il referendum: è giusto che siano i cittadini italiani a decidere su un tema così importante – aggiunge Stefano Pulcini del Coordinamento Nazionale No Triv – Alcuni delegati regionali si comportano come se fossero delegati del partito che li ha eletti e non delegati del Consiglio regionale di provenienza. Sorprende che le opposizioni non abbiano nulla da dire al riguardo. I delegati hanno un vincolo di mandato e se non condividono la scelta effettuata dal consiglio regionale che li ha eletti devono dimettersi dal loro ruolo”. Più...
read moreCop21, accordo sul clima. Riscaldamento, emissioni, finaziamenti: i punti principali dell’intesa
[Di redazione su Huffingtonpost.it] Via libera all’accordo sul clima dai delegati dei 195 Paesi più la Ue che a Parigi hanno partecipato alla XXI conferenza internazionale dell’Onu sui cambiamenti climatici. L’approvazione è stata ampiamente celebrata dal presidente della Conferenza, Laurent Fabius, e dai rappresentanti Onu, con calorosi abbracci sul palco. Per sancirla, ha commentato Fabius, “devo battere con il martello, è un piccolo martello ma penso che possa fare molto”. RISCALDAMENTO GLOBALE – L’articolo 2 dell’accordo fissa l’obiettivo di restare “ben al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali”, con l’impegno a “portare avanti sforzi per limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi”. OBIETTIVO A LUNGO TERMINE SULLE EMISSIONI – L’articolo 3 prevede che i Paesi “puntino a raggiungere il picco delle emissioni di gas serra il più presto possibile”, e proseguano “rapide riduzioni dopo quel momento” per arrivare a “un equilibrio tra le emissioni da attività umane e le rimozioni di gas serra nella seconda metà di questo secolo”. IMPEGNI NAZIONALI E REVISIONE – In base all’articolo 4, tutti i Paesi “dovranno preparare, comunicare e mantenere” degli impegni definiti a livello nazionale, con revisioni regolari che “rappresentino un progresso” rispetto agli impegni precedenti e “riflettano ambizioni più elevate possibile”. I paragrafi 23 e 24 della decisione sollecitano i Paesi che hanno presentato impegni al 2025 “a comunicare entro il 2020 un nuovo impegno, e a farlo poi regolarmente ogni 5 anni”, e chiedono a quelli che già hanno un impegno al 2030 di “comunicarlo o aggiornarlo entro il 2020”. La prima verifica dell’applicazione degli impegni è fissata al 2023, i cicli successivi saranno quinquennali LOSS AND DAMAGE – L’accordo prevede un articolo specifico, l’8, dedicato ai fondi destinati ai Paesi vulnerabili per affrontare i cambiamenti irreversibili a cui non è possibile adattarsi, basato sul meccanismo sottoscritto durante la Cop 19, a Varsavia, che “potrebbe essere ampliato o rafforzato”. Il testo “riconosce l’importanza” di interventi per “incrementare la comprensione, l’azione e il supporto”, ma non può essere usato, precisa il paragrafo 115 della decisione, come “base per alcuna responsabilità giuridica o compensazione” FINANZIAMENTI – L’articolo 9 chiede ai Paesi sviluppati di “fornire risorse finanziarie per assistere” quelli in via di sviluppo, “in continuazione dei loro obblighi attuali”. Più in dettaglio, il paragrafo 115 della decisione “sollecita fortemente” questi Paesi a stabilire “una roadmap concreta per raggiungere l’obiettivo di fornire insieme 100 miliardi di dollari l’anno da qui al 2020”, con l’impegno ad aumentare “in modo significativo i fondi per l’adattamento” * TRASPARENZA – L’articolo 13 stabilisce che, per “creare una fiducia reciproca” e “promuovere l’implementazione” è stabilito “un sistema di trasparenza ampliato, con elementi di flessibilità che tengano conto delle diverse capacità”. Pubblicato su Huffingtonpost.it il 12 dicembre 2015...
read moreVivere sul fronte del cambiamento climatico, su un’isola che scompare
[Di Esau Sinnok* su Greenreport.it] Chiudete gli occhi e immaginate il vostro ricordo migliore con la famiglia e gli amici. Lo avete a mente? Se siete come me, la memoria viene riempita dal calore e dal comfort di una casa familiare. Spero che, diversamente da me, non vi siate mai chiesti quanto valga la vostra casa. Benvenuti a Shishmaref, in Alaska, popolazione: 650 abitanti. Siamo una piccola comunità Inupiaq dove tutti si conoscono. Shishmaref è un’isola barriera che è stata erosa e inondata negli ultimi 50 anni, anche prima che lo sconvolgimento climatico venisse ampiamente riconosciuto. Negli ultimi 35 anni, abbiamo perso da 2.500 a 3.000 piedi di territorio. Sono nato nel 1997, nel corso della mia vita, Shishmaref ha perso circa 100 piedi di terreno. Entro i prossimi due decenni, l’intera isola verrà erosa completamente e diventerà inabitabile. Come se ciò non fesse abbastanza spaventoso, la Shell ha recentemente tentato di trivellare petrolio nel Mare dei Chukchi, vicino all’Alaska. Se la company avesse avuto successo, sarebbe stato letale per la nostra vita e per gli animali marini. Nel 2001, il mio popolo ha votato per trasferirsi lungo la costa dell’Alaska continentale, ma il costo stimato è da 200 a 250 milioni di dollari, quindi, in realtà spostarsi è molto complicato. Anche se abbiamo preso questa decisione, io non credo che nessuno si stia davvero preparando. Le generazioni più anziane vogliono rimanere qui perché hanno vissuto qui tutta la loro vita e non vogliono lasciare le loro case. Tutti vogliono restare, ma dobbiamo renderci conto che non abbiamo scelta. Tutti a Shishmaref sono cordiali è come una famiglia. Se ci allontaniamo, tutto cambierà. Non ci vedremo spesso l’uno con l’altro e non avremo voglia di interagire come è il nostro modo di fare ora. Fa male sapere che la tua unica casa sta per sparire e che non potrai cacciare, pescare, e portare avanti le tradizioni del mondo al quale sei abituato, come il tuo popolo ha fatto per secoli. Invito gli eventuali scettici del cambiamento climatico a venire a Shishmaref e scoprire che cosa era questo posto solo 50 anni fa e vedere quello che stiamo affrontando ora. Una cosa che dimostra quanto sia vulnerabile la mia comunità è quella dell’innalzamento del livello del mare e dell’erosione, non si può negare che l’alterazione del clima sia reale. Nonostante questa realtà, mi rendo conto ogni giorno che mi capita di svegliarmi e vedere che il paesaggio è ancora qui e che per ora sono in grado di chiamare questo posto casa. Mentre è troppo tardi per salvare l’isola di Shishmaref, abbiamo ancora un po’ di speranza che saremo in grado di preservare le nostre tradizioni e rimanere uniti come cultura. Ecco perché mi sono deciso a parlare per la mia comunità. I giovani sono il futuro dell’Alaska, quindi è importante per noi riuscire ad essere coinvolti. A mio parere, i giovani sono molto forti e non importa dove siamo, siamo in grado di lavorare per cambiare le cose. Un giorno spero di candidarmi a senatore o a governatore dell’Alaska per migliorare la vita degli abitanti dell’Alaska e anche per fare la differenza per i popoli indigeni sproporzionatamente colpiti dalle perturbazioni climatiche in tutto il mondo. Questa settimana, mi si recherò a Parigi, in Francia, per i negoziati sul clima...
read moreI numeri della follia collettiva. Sintesi statistica dei mali della terra
[Di CM su Effimera.org] COP21, cioè la XXI Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, si sta svolgendo a Parigi tra repressioni e divieti dopo gli attentati che la città ha subito due settimane fa. Una Parigi militarizzata, consegnata allo stato di polizia, con in piazza le scarpe ordinatamente allineate al posto delle persone, fa da sfondo a un incontro dove decantano simbolicamente parte dei problemi che hanno anche portato alla tragica notte del Bataclan, come in un circuito perverso: le sofferenze climatiche del pianeta dipendono in buona parte della emissioni e la dipendenza dal petrolio è causa delle guerre che affliggono il Medio Oriente con distruzione di vite e tessuti sociali che innescano reazioni e l’insorgere di fondamentalismi. Nonostante alcuni impegni formali – e tra l’altro fallimenti – questo genere di appuntamenti tra i potenti della terra, organizzati da 20 anni a questa parte, lungi dall’imprimere una diversa strategia sui temi ambientali ai paesi industrializzati, dimostrano solo la pervicace tendenza autodistruttiva del sistema economico globale, tra tensioni geopolitiche complicate dalla crisi economica; inarrestabili, drammatiche tendenze predatorie sulle risorse naturali e novità quali “la finanziarizzazione delle emissioni inquinanti, che da problema diventano così mercato internazionale dove scambiare quote-carbonio e, perché no, scommettere”. André Gorz in un libro del 1977, Ecologia e libertà, che oggi viene ripresentato al pubblico italiano grazie alla nuova traduzione e curatela di Emanuele Leonardi, (edizioni Orthotes), preconizzava precisamente lo stato di crisi complessiva nel quale ci saremmo trovati: “Crisi del rapporto tra gli individui e la sfera economica, crisi del lavoro, crisi del nostro rapporto con la natura, con i corpi, con l’altro sesso, con la società, con le generazioni a venire, con la storia; crisi della vita urbana, dell’habitat, della scuola, della medicina, della scienza” e aggiungeva: “non si tratta affatto di divinizzare il nostro rapporto con la natura né di ritornare ad essa ma di considerare questo fatto: l’attività umana trova nella natura il suo limite esterno e, ignorando questo limite, provoca conseguenze nefaste […] La risposta degli economisti è essenzialmente consistita fino a questo momento nel trattare come utopisti e irresponsabili coloro che constatavano questi sintomi della crisi riguardanti i rapporti profondi con la natura all’interno dei quali l’attività economica trova la sua primaria condizione d’esistenza”. Al realismo ecologico proposto da Gorz si obiettava, scrive l’autore, che “l’arresto o l’ inversione della crescita economica non solo perpetuerebbe ma potrebbe pure aggravare le diseguaglianze sociali, provocando quindi un deterioramento delle condizioni materiali dei più poveri. Ma da cosa si è mai desunto che la crescita cancella le diseguaglianze? Le statistiche mostrano piuttosto il contrario”. I dati che presentiamo, colti da varie fonti quasi quaranta anni dopo l’uscita di questo testo, mostrano come… Per continuare la lettura, clicca qui. Pubblicato su Effimera.org il3 dicembre...
read more25 cose da fare subito per il clima
[Di Alberto Castagnola* su Comune-info.net] Serve una svolta radicale dei meccanismi ambientali che ci sovrastano. Servono obiettivi concreti, efficaci nel breve periodo. Ecco una lista degli interventi da considerare essenziali per l’Italia e alcuni principi e criteri operativi. Qualche esempio? Immediata chiusura degli impianti a carbone, incentivi per il risparmio energetico, interventi per la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, ampliamento delle aree protette, deforestazione zero, promozione di modelli di consumo alimentare sani… Proposte magari incomplete e per alcuni aspetti provocatorie che aiutano tutti però a capire cosa succederà al vertice sul clima di Parigi nei prossimi giorni. Nelle ultime settimane il governo italiano dovrebbe aver messo a punto il documento che la Cop21 ha chiesto di inviare prima dell’inizio del vertice di Parigi. Il testo non è a nostra conoscenza e quindi quanto segue è solo esercizio forse potrebbe rivelarsi utile per capire cosa succederà a Parigi e cosa si dovrà fare come movimenti subito dopo. Non pensiamo quindi sia possibile indovinare cosa intendono fare il governo e le forze politiche in vista di una scadenza così importante, specie dopo i completi fallimenti dei venti incontri internazionali precedenti, però abbiamo ritenuto opportuno formulare degli obiettivi molto concreti e che lascino poco spazio a tentativi di interpretazione o di distorsione da parte di gruppi di interesse economico. I contenuti derivano dalle letture fatte e da alcune esperienze di altri Paesi già da tempo sperimentate (ad esempio in Svezia) e solo in alcuni casi potrebbero essere facilmente corredati da studi di settore approfonditi. Si è però cercato di evidenziare i processi e le metodologie da adottare se si vuole davvero realizzare degli interventi che incidano sui principali meccanismi di danno ambientale, che siano efficaci nel breve periodo e in una prospettiva a più lungo termine e che soprattutto non possano essere tramutati in corso d’opera in attività apparentemente “green” e che siano invece solo fonte di profitti che aggravino ulteriormente la situazione del pianeta. Si tratta di indicazioni se si vuole a carattere provocatorio, ma che possono permettere di valutare nelle loro dimensioni reali gli interventi che tutti i governi dei 195 paesi partecipanti metteranno sul tavolo delle trattative. Ci è sembrato infatti importante mettere questi elementi di realtà a disposizione di un pubblico più vasto, che si troverà a vivere in un mondo molto più difficile da affrontare di quello attuale, se non riusciremo, nei prossimi pochi mesi o anni, a imprimere una svolta radicale e trasformativa ai meccanismi ambientali che ci sovrastano. Come è abbastanza noto, i rapporti degli scienziati dell’Onu (Ipcc) insistono perché le emissioni di anidride carbonica non determinino i 2 gradi di aumento del riscaldamento globale, considerato il livello minimo per non innescare meccanismi climatici fuori da ogni possibilità di controllo. E invece qualcuno ritiene che questo livello sia stato in realtà già superato, mentre una prima analisi dei documenti presentati da un numero cospicuo di paesi (ma non ancora da alcuni dei paesi maggiori inquinatori) porterebbero a raggiungere in tempi brevi i 2,7 gradi. Le indicazioni che seguono sono sicuramente incomplete, potrebbero essere sostituite o integrate da altre ugualmente essenziali e urgenti, ma soprattutto dovrebbero entrare a far parte di piani esecutivi che permettano di raggiungere gli obiettivi entro i cinque anni che ci separano dal 2020, iniziando la fase di attuazione nel più breve tempo...
read moreI cambiamenti climatici causeranno una nuova ondata di profughi
[Di Marco Morosini su Internazionale.it] Mentre a Parigi si svolge la Cop21 (dal 30 novembre all’11 dicembre), quanti disperati cercheranno di raggiungere l’Unione europea per mare? Quanti purtroppo moriranno? Quest’anno quasi un milione di migranti hanno affrontato le acque del Mediterraneo meridionale a bordo di imbarcazioni precarie. Migliaia di loro sono morti annegati. Intanto, sotto quelle stesse acque, la scoperta di nuovi tesori d’idrocarburi alimenta la sete di un’accelerazione della crescita della produzione, dei consumi e del PIL dell’Europa, il continente più ricco del pianeta. L’euforia con la quale il presidente del consiglio italiano Matteo Renzi ha recentemente annunciato la scoperta del più grande giacimento di gas del Mediterraneo ha trovato un ironico contraltare durante l’apertura della COP21, durante la quale ha vantato il ruolo dell’Italia nella lotta contro i cambiamenti climatici. Da un lato si piangono le vittime dei “gommoni della morte”, dall’altra si esulta alla notizia della scoperta di nuove riserve di combustibili fossili. In pochi colgono il tragico legame tra questi due fenomeni. Secondo i demografi, da qui a qualche anno, le attuali migrazioni in direzione dell’Europa ci appariranno assai modeste rispetto a quelle, future e probabili, di decine di milioni di migranti climatici. La combustione di carbone, petrolio, gas fossile e legname rilascia nell’atmosfera sempre più anidride carbonica, il principale gas responsabile delle alterazioni climatiche causate dall’uomo, dopo il vapor acqueo. Queste alterazioni producono un numero talmente elevato di sconvolgimenti sociali, ecologici ed economici che quest’articolo non basterebbe per elencarli. Un unico esempio: in molti paesi, soprattutto i meno ricchi, il terreno diventa arido, i deserti si allargano, il bestiame muore e le risorse idriche diminuiscono o si contaminano. L’attuale ritmo di emissioni potrebbe provocare un innalzamento di oltre un metro del livello dei mari in questo secolo, ma anche solo un innalzamento di qualche centimetro colpisce centinaia di milioni di persone, favorendo le inondazioni e causando l’ingresso d’acqua salata nelle falde freatiche d’acqua dolce. Una proposta dalla Svizzera In molti paesi, milioni di ex agricoltori o ex allevatori migrano verso le città, spesso provocando tensioni sociali. Rivolte e repressione determinano, a loro volta, ondate di violenza. La Siria, per esempio, ha conosciuto la sua peggiore siccità tra il 2006 e il 2011. Buona parte del bestiame è morta e uno o due milioni di abitanti hanno lasciato le campagne per riversarsi, senza lavoro, nelle città. L’acqua è diventata una merce rara e difficilmente accessibile. Le proteste della popolazione sono state represse nel sangue, il che è stato una delle cause della guerra civile per cui la popolazione siriana sta abbandonando il paese. Se i rifugiati politici sono riconosciuti e protetti dalla Convenzione di Ginevra del 1951, i migranti vittime della degradazione dell’ambiente non godono di protezione giuridica. Per risolvere questa situazione, i rappresentanti di 75 stati si sono riuniti il 12 e 13 ottobre scorso a Ginevra per una conferenza globale durante la quale è stata presentata un’ “agenda di protezione” dei rifugiati climatici e vittime di catastrofi naturali. Quest’agenda è il risultato di consultazioni regionali portate avanti dalla Nansen Initiative, un organismo creato da Svizzera e Norvegia nel 2012. Secondo il centro di ricerca svizzero Foraus, la Svizzera dovrebbe dare seguito alla Nansen Initiative per promuovere un adeguamento del diritto internazionale che permetta di riconoscere e proteggere i rifugiati ambientali. Parallelamente, Foraus incoraggia...
read moreQuesta è la terra del sol levante
[Di Maria Rita D’Orsogna* su Comune-info.net] Durante l’estate del 2015 l’energia solare ha fornito al Giappone il 10 per cento del suo fabbisogno energetico, l’equivalente di dieci centrali nucleari, con 15 giga-watt-ore durante il mese di agosto. Il Giappone è la terza potenza industriale del mondo. Dopo Fukuhima nel 2011, il paese del Sol Levante ha deciso di investire fondi per incentivare la produzione di energia rinnovabile. Sono partiti nel 2012 e non si sono fermati più: in neanche quattro anni la produzione di energia solare è raddoppiata. Certo i reattori nucleari che sono rimasti non li spegneranno domani, ma hanno capito che occorre cambiare rotta e programmano il cambiamento. Al summit del clima in Francia (Il bivio di Parigi) il primo ministro Naoto Kan annuncerà il nuovo obiettivo del paese: pannelli solari obbligatori su ogni nuovo edificio nipponico. L’idea di base è di avere una sorta di gigantesca rete integrata che connette tutti questi edifici entro il 2030 in modo da generare energia in modo interconnesso e per diminuire il più possibile l’uso di fonti fossili. I tetti del Giappone sono importantissimi, perché il paese è ad alta densità abitativa e questo è il modo ottimale, non solo in Giappone, di generare energia dal sole senza consumo di suolo. Ci si aspetta che questa nuova direzione del paese genererà posti di lavoro e investimenti in tecnologia, che aiuteranno il paese a restare una delle dell’innovazione tecnologica a livello mondiale. Da poco in Giappone hanno appena inaugurato due impianti solari in una baia che serviranno per alimentare circa mille case a Nishihira e Higashihira Ponds in Kato City. Le ditte Kyocera Corporation e Century Tokyo Leasing Corporation hanno inaugurato l’impianto fotovoltaico nel lago dopo soli sette mesi dall’avvio delle operazioni. Perché hanno scelto il lago? Perché in Giappone c’è poco spazio, ma anche perchè la minor temperatura abbatte i costi di raffreddamento ed aumenta l’efficenza. “Reservoirs are also an ideal location because the panels produce shade, which reduces water evaporation and promotes algae growth. A report by Korea Water Resources Corporation found that the lower temperatures of the floating modules mean they are 11 percent more efficient than land-based equivalents“. Intanto in Giappone avevano un altro problema: campi da golf abbandonati. Negli anni Ottanta era uno sport di lusso che evocava sciccheria e soldi. Hanno costruito troppi campi e adesso ce ne sono a decine che sono stati abbandonati. Che farne? Elementare Watson: riempirli di pannelli solari! E cosi, oltre che costruire campi solari nei laghi, la Kyocera ha deciso di trasfomare questi campi da golf abbandonati in stazioni di generazione di energia fotovoltaica. Il primo di questi genererà 26 giga-watt ore l’anno, per alimentare circa 8,100 case nei pressi di Kyoto. Ne seguirà un altro nel 2016, su un campo da golf abbandonato trent’anni fa fra Kanoya City and Osaki Town nella regione di Kagoshima. Verranno qui generati 100 giga-watt ore l’anno alimentando 30,000 case con 340,000 moduli solari. La Pacifico Energy sta invece costruendo vari impianti solari su campi da golf dismessi nella regione di Okayama. Nel solo mese di agosto al Giappone sono arrivati 300 milioni di dollari di investimenti energetici — per il sole e non per fare buchi di “monnezza” petrolifera. Cosa viene fuori da questa storia? Che dove lo si vuole un modo...
read moreNaomi Klein: ‘Se parliamo di clima parliamo di guerra’
[Di Jason Box e Naomi Klein su Espresso.repubblica.it] È provato il collegamento tra la siccità e l’aumento della violenza in Siria. Ecco perché Parigi è il luogo giusto per discutere insieme dei due problemi. Subito dopo gli orrendi attentati terroristici di Parigi i nostri telefonini hanno ricevuto moltissimi messaggi spediti da amici e colleghi: “Così adesso cancelleranno il summit di Parigi sul cambiamento del clima?”, “Rullano i tamburi di guerra, possiamo star certi che smorzeranno l’attenzione sul cambiamento del clima”. Questa supposizione è abbastanza ragionevole. Mentre molti politici sostengono soltanto a parole quanto sia urgente e di vitale importanza risolvere la crisi del clima, la questione del clima regolarmente esce dai radar della politica non appena inizia a manifestarsi una crisi ancora più opprimente; una guerra, uno shock dei mercati, un’epidemia. Dopo gli attentati, il governo francese ha voluto mantenere l’appuntamento del COP 21, il summit sul clima. Ma la polizia ha vietato i cortei e le manifestazioni di piazza (quella che comunque si è tenuta è finita tra scontri con la polizia e gas lacrimogeni), mettendo efficacemente a tacere le voci dei popoli direttamente interessati da questi colloqui ad alto livello. Ed è davvero molto difficile capire in che modo l’innalzamento dei mari e l’inaridimento dei terreni agricoli – argomenti difficili di cui parlare nei media perfino nei periodi migliori – possono ora e potranno in futuro competere con la rapida escalation militare e con le esortazioni a trasformare i confini in muri fortificati. Tutto ciò è perfettamente comprensibile: quando sentiamo che la nostra sicurezza è a rischio, è difficile pensare ad altro. Traumi violenti come gli attentati di Parigi sono maledettamente validi per far cambiare argomento. E se noi decidessimo di non farlo accadere? E se, invece di cambiare argomento, approfondissimo il dibattito sul cambiamento del clima e allargassimo il ventaglio delle soluzioni disponibili, che sono di vitale importanza ai fini di una reale sicurezza per il genere umano? E se, invece di essere messo in disparte nel nome di una guerra, l’intervento a favore del clima occupasse il centro del palcoscenico, fosse il punto clou del dibattito, e diventasse così la migliore speranza di pace per il pianeta? Il collegamento tra l’innalzamento delle temperature e il ciclo delle violenze in Siria è, ormai, inconfutabile. Il segretario di Stato John Kerry questo mese in Virginia ha detto: «Non è un caso se, immediatamente prima che scoppiasse la guerra civile in Siria, il Paese ha vissuto la peggiore carestia di sempre. Circa un milione e mezzo di siriani sono sfollati dalle campagne nelle città, esacerbando il malcontento politico che stava appena iniziando ad agitare e ribollire nella regione». Come ha continuato a far notare Kerry, sono molti i fattori che hanno contribuito all’instabilità della Siria. La grave siccità è uno di questi, e così pure le pratiche repressive di un crudele dittatore e l’affermarsi di una varietà particolare di estremismo religioso. Altro fattore scatenante di primaria importanza è l’invasione dell’Iraq, avvenuta dieci anni fa. Tenuto conto che quella guerra – così come tante prima di essa – era inestricabilmente collegata alla sete di petrolio iracheno da parte dell’Occidente (che sia maledetto il riscaldamento), a sua volta anche quella decisione fatale è inscindibile dal cambiamento del clima. In questo contesto instabile di troppo petrolio e troppo poca acqua Lo...
read more[:en]Paris attacks – COP21 and the war on terror[:]
[:en][By Oliver Tickell on Theecologist.org] Is it a coincidence that the terrorist outrage in Paris was committed weeks before COP21, the biggest climate conference since 2009? Perhaps, writes Oliver Tickell. But failure to reach a strong climate agreement now looks more probable. And that’s an outcome that would suit ISIS – which makes $500m a year from oil sales – together with other oil producers. The first thing to be said about the terrorist attacks on Paris yesterday is that they are a dreadful crime that deserves only the most fervent condemnation. The attackers showed a total contempt for human life and chose soft, civilian targets where their victims were unable to put up any defence against military grade weaponry. But we must also ask: Why Paris? And why now? Yes, France has been especially active in its air strikes against ISIS in Syria. And yes, there there is a huge reservoir of discontent among the socially excluded youth of the banlieue, the concrete jungle of impoverished outer suburbs that surround Paris and other big cities – where ISIS can perhaps find willing recruits to its ranks. But is that all? In just a few weeks time, the COP21 climate conference will take place, in Paris, the biggest such event since COP15 in Copenhagen six years ago. The event offers the world a desperately needed opportunity to reduce its carbon emissions and limit global warming to 2C. And that’s surely something the attackers, or at least their (presumably) ISIS commanders, must know all about. Could the attacks and COP21 possibly be related? To answer that question we should first ask, what do the attacks mean for COP21? For a start, the negotiations taking place at the conference centre at Le Bourget will surely be even more isolated from Paris itself, and civil society, than they were already going to be. Le Bourget is home to one of Paris’s main international airports – perfect for VIPs to fly in and out without ever leaving the airport and conference complex. Undoubtedly France already had a high level of security planned for Le Bourget. But now, whatever those plans are, they will be redoubled. Expect a ring of steel and concrete to go up. Expect it to be far harder for accredited journalists, campaigners, activists, even businessmen to gain access to the conference, with stringent searches, long queues, and arbitrary refusals to people who may have travelled thousands of miles to be there. Expect leaders, politicians, negotiators present at the conference to remain more firmly ensconced in their secure surroundings at Le Bourget – instead of travelling into central Paris to enjoy the city’s many charms. And as for civil society … It’s estimated that ten thousand or more climate activists from around the world may be planning to stay in Paris for the duration of the conference, both to demand a strong and effective agreement, and to develop their own agenda, alliances and plans for climate action. There is certain to be a far larger and more repressive security presence around them than previously planned – not just at Le Bourget but in central Paris where most of the events, conferences and demonstrations are due to take place. Police surely fear the presence of terrorists taking shelter among the climate activists...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.