Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
L’Arabia Saudita, un Isis che ce l’ha fatta
[Di Kamel Daoud* su Comune-info.net] Daesh nero, Daesh bianco. Il primo taglia gole, uccide, lapida, taglia le mani, distrugge il patrimonio comune dell’umanità e disprezza l’archeologia, le donne e i non musulmani. Il secondo è meglio vestito e più ordinato, ma fa le stesse cose. Lo Stato islamico; l’Arabia Saudita. Nella sua lotta contro il terrorismo, l’Occidente fa la guerra contro l’uno ma stringe la mano all’altro. Questo è un meccanismo di negazione, e la negazione ha un prezzo: preservare la famosa alleanza strategica con l’ Arabia Saudita con il rischio di dimenticare che il regno si basa anche su un’alleanza con un clero religioso che produce, legittima, diffonde, predica e difende il Wahhabismo, la forma ultra-puritana dell’Islam di cui si nutre Daesh. Il wahhabismo, un radicalismo messianico che sorse nel 18° secolo, spera di ristabilire un fantasticato califfato centrato su un deserto, un libro sacro, e due luoghi sacri, La Mecca e Medina. Nato nel massacro e nel sangue, si manifesta in un rapporto surreale con le donne, un divieto contro i non-musulmani di calpestare il territorio sacro, e leggi religiose feroci. Che si traduce in un odio ossessivo di immagine e raffigurazione, e quindi dell’arte, ma anche del corpo, della nudità e della libertà. L’Arabia Saudita è un Daesh che ce l’ha fatta. La rimozione dell’Occidente per quanto riguarda l’Arabia Saudita è sorprendente: saluta la teocrazia come sua alleata, ma fa finta di non sapere che è lo sponsor ideologico principale del mondo della cultura islamista. Le generazioni più giovani dei radicali nel cosiddetto mondo arabo non sono nate jihadiste. Esse sono state allattate al seno della Fatwa Valley, una sorta di Vaticano islamico con una vasta industria che produce teologi, leggi religiose, libri e aggressive politiche editoriali e mediatiche. Si potrebbe controbattere: non è l’Arabia Saudita stessa un bersaglio possibile del Daesh? Sì, ma concentrarsi su questo farebbe trascurare la forza dei legami tra la famiglia regnante e il clero che rappresenta la sua stabilità – e anche, sempre di più, la sua precarietà. I reali sauditi sono catturati in una trappola perfetta: Indeboliti da leggi di successione che incoraggiano il turnover, si aggrappano ai legami ancestrali tra re e predicatore. Il clero saudita produce l’islamismo, che minaccia il paese e al tempo stesso dà legittimità al regime. Si deve vivere nel mondo musulmano per capire l’immensa influenza trasformatrice dei canali televisivi religiosi sulla società mediante l’accesso ai suoi punti deboli: nuclei familiari, donne, aree rurali. La cultura islamista è diffusa in molti paesi (Algeria, Marocco, Tunisia, Libia, Egitto, Mali, Mauritania…). Ci sono migliaia di giornali islamici e preti che impongono una visione unitaria del mondo, la tradizione e l’abbigliamento nello spazio pubblico, sulla formulazione delle leggi del governo e sui rituali di una società che essi reputano essere contaminate. Vale la pena di leggere alcuni giornali islamici per vedere le loro reazioni agli attentati di Parigi. L’Occidente è raccontato come una terra di “infedeli”, gli attentati sono il risultato dell’attacco contro l’Islam. I musulmani e gli arabi sono diventati i nemici della secolarizzazione e degli ebrei. La questione palestinese viene invocata insieme allo stupro dell’Iraq e alla memoria del trauma coloniale, e impacchettata in un discorso messianico destinato a sedurre le masse. Questa narrazione trova ampio spazio negli strati sociali subalterni, mentre i leader politici...
read moreAmbiente: nuove opportunità per tecnici, consulenti e periti
Ripubblichiamo l’elaborato dal titolo “Ambiente: nuove opportunità per tecnici, consulenti e periti (parte prima)” di Alberto Pierobon, visto l’interesse che questo importante contributo ha suscitato. Dal nostro punto di vista, infatti, è molto interessante inchiestare quei lavori, cosiddetti “tecnici”, che spesso determinano valutazioni, risoluzioni e contese di conflitti ambientali, a partire da osservazioni, perizie e tribunali. Crediamo, infatti, che, come non abbiamo mai sostenuto che il sapere sia uno strumento neutro ed oggettivo, allo stesso tempo le figure del lavoro, che rappresentano questo sapere (giudici, avvocati, periti, consulenti, etc.), non possano esimersi dal ragionare sul valore etico che ha il loro operato all’interno dei conflitti ambientali e delle comunità che questi conflitti li subiscono. Proprio per questo troviamo fondamentali i contributi di quelli che, come Pierobon, riflettono sullo statuto epistemologico della loro professione e sul valore sociale che il loro ruolo “tecnico” rappresenta. DI SEGUITO L’ARTICOLO: AMBIENTE: NUOVE OPPORTUNITÀ PER TECNICI, CONSULENTI E PERITI (prima parte) Alberto Pierobon Introduzione Questo tema non può – a nostro sommesso avviso – affrontarsi con un approccio solamente tecnico- giuridico (cioè secondo la professionalità richiesta dal mondo lavorativo), bensì con una visione più ampia, riflettendo sui rapporti tra il lavoro che viene chiesto ai tecnici-consulenti e tutto quello che è scienza, metodo, vincoli della società e dell’accademia, comunicazione-convenzione, etica e così via. Ma così si rischia di entrare in labirinti e infide paludi. Allo stesso tempo, le esigenze delle regole impongono risposte che poggiano su argomentazioni tecniche, per essere – per quanto possibile – obiettive e condivisibili, almeno convenzionalmente. Tutto questo conduce, come sappiamo, a formulare domande e percorrere sentieri (operativi, ma sempre impregnati di teorie) che riportano a mappe misteriose. Infatti, pur assumendo una visione laica, possiamo dire che il mondo che viviamo è pieno di misteri: servono nuove capacità, fuori da quel pensiero uniforme (indirizzato e burocratizzato), saltando quell’incasellamento del mondo – in una serie di schemi e di categorie conoscitive – che annienta la molteplicità e la ricchezza dell’esperienza, impedendo nuove visioni. Occorre anche essere aperti a nuove esperienze (1), evitando che l’esperto tratti l’ambiente come se fosse una malattia. Infatti, sono riduttivi i passaggi obbligati dalle convenzioni, che ci impongono – come professionisti – certe analisi, azioni e comunicazioni. I positivisti affermavano che si può parlare solo di ciò che si conosce: sul resto si deve tacere (2). Così inciampiamo (ci arrestiamo) nei limiti. Ma si deve rischiare il non-senso se si vuole coraggiosamente dare un senso alla nostra vita. È però vero che fuori dalle comuni etichettature, dalle verità farmaceutiche, si rischia di rimanere soli, fraintesi e incompresi: nel lavoro, così come esistenzialmente. Non possiamo però ritrarci da queste scelte. Insomma: che significato vogliamo dare al nostro lavoro? Dobbiamo solo limitarci a capire cosa comanda la norma (3)? O che cosa altro possiamo pensare e fare? Andare oltre il piano del dover essere (4)? Ecco che il professionista sembra risalire dalla sua “azione” (perizia, consulenza, analisi), theory-laden (cioè carica di teoria) (5), al suo essere “persona” (soggetto), chiedendosi se la sua prospettiva lavorativa – trasfusa in formule organizzative e concettuali (6) – abbia un senso (7) e/o se rispetti (o meno) il suo orizzonte etico-valoriale. Addirittura, così procedendo nelle proprie riflessioni, il professionista potrebbe chiedersi se gode (o non) della libertà, cioè… Per continuare la lettura, clicca...
read moreScoperta nel Salernitano discarica grande quanto 53 campi di calcio
[Di redazione su Corrieredelmezzogiorno.it] Nell’invaso smaltiti e abbandonati illecitamente rifiuti. Ispezionate 8 aziende agricole. Un’area pari a 53 campi di calcio dove venivano illecitamente abbandonati o smaltiti i rifiuti, è stata scoperta nel Salernitano dalla Capitaneria di Porto. Ispezionate, nel corso di un’operazione, otto aziende agricole e zootecniche nelle vicinanze dei fiumi Sele e Calore, nei territori compresi fra i Comuni di Eboli, Capaccio ed Albanella (Salerno). Sono stati denunciati i titolari di sei allevamenti, quattro intere aziende sono state sequestrate, così come l’area utilizzata per lo smaltimento dei rifiuti di 400.000 mq (400 Km quadrati) compresa tra i tre comuni. Una azienda aveva persino posizionato il proprio allevamento in vari paddock su più terrazzamenti di un rilievo collinare; tutti i reflui zootecnici tracimavano dai vari terrazzamenti fino a defluire a valle, dove venivano raccolti in grandi buche ricavate direttamente nel terreno e senza alcuna protezione. Dalle fosse, poi, i reflui tracimavano e confluivano direttamente nel torrente «Cosa», affluente del fiume Calore. Un’altra azienda, invece, oltre a smaltire illecitamente i propri reflui in canali affluenti del fiume Sele, aveva una sala mungitura invasa da sporcizia e con presenza di topi. I titolari delle aziende che sono stati denunciati dovranno rispondere di reati che vanno dallo smaltimento abusivo di rifiuti speciali, all’effettuazione di scarichi abusivi di acque reflue, alla modifica dello stato dei luoghi sottoposti a vincolo paesaggistico, nonché ad altri reati specifici, rischiando – nei casi più gravi – la reclusione fino a sei anni e la multa fino a centomila euro. Pubblicato su Corrieredelmezzogiorno.it il 21 novembre 2015...
read more[:en]COP21 Day 3: fossil fuel divestment movement hits $3.4trn[:]
[:en][By editorial staff on Climateactionprogramme.org] The third day of the COP21 UN climate summit on Wednesday saw the global fossil fuel divestment movement pass $3.4 trillion. More than 500 organisations worldwide, representing over $3.4trn in assets, have now made divestment pledges after a set of new commitments were registered in Paris. Day three of the historic UN Climate Change Conference saw 19 French cities and the French Parliament commit to divestment plans joining a global list of organisations that includes Allianz, Oxford University and the Sierra Club. In September 2014, only 181 institutions covering $50bn in assets had made a divestment commitment. World Bank commits $500M to water security in India About 40 per cent of the global population is expected to live in water-scarce countries within the next 35 years. That’s up from 28 per cent today, which is why the World Bank is boosting help for the most vulnerable countries. The third day of COP21 also saw the World Bank announce that it will invest $500 million to support a $1 billion groundwater management programme in India to improve the country’s water security and resiliency to climate change. The World Bank Vice President for Sustainable Development, Laura Tuck, said: “Poor water management can exacerbate the effects of climate change on economic growth, but if water is managed well it can go a long way to neutralizing the negative impacts.” The bank also revealed its plans to invest in other water management projects in the Niger Basin, Morocco and Mombasa. China cleaning up On Wednesday, China also announced plans to upgrade its coal-fired power plants to reduce greenhouse gas emissions by 60 per cent before 2020. The move will save approximately 100 million tonnes of coal and will reduce GHG emissions by 180 million tonnes annually, according the official Xinhua news agency. The plan will see China shut down plants that do not meet the energy-saving standard by 2020, according to the report. Cities commit to “resilience” projects The 100 Resilient Cities project, created and funded by the Rockefeller Foundation, also announced on Wednesday that 21 cities have committed to spending 10 per cent of their annual budgets on climate resiliency projects. Paris is a signatory to the 10% Resilience Pledge, joining seven U.S. cities, including Pittsburgh and New Orleans as well as Mexico City, Rio de Janeiro, and Athens. Ani Dasgupta, global director for sustainable cities at the World Resources Institute, said: “Cities are the front lines of climate change… With nearly all of the population growth in the next two decades taking place in cities, it is critical that resilience be embedded in long-term city planning.” Posted by Climateactionprogramme.org on December 3,...
read moreCambiamento climatico e TTIP: chi ci guadagna?
[Di Alberto Zoratti su Zeroviolenza.it] Il momento potrebbe essere storico, ma la sfida lo è certamente: impedire ai miliardi di tonnellate di gas climalteranti di rendere inabitabile il nostro pianeta ricorda più la trama di un film di Asimov che non il mondo con cui abbiamo a che fare. Ma la cruda realtà che si può scoprire dai report dell’IPCC, il Panel di scienziati e ricercatori che per le Nazioni Unite studia il fenomeno del cambiamento climatico, ci racconta di una concentrazione di CO2 in atmosfera in costante aumento, e che è arrivata a superare le 400 ppm (parti per milione) dalle 260-280 di alcuni secoli fa, di un equilibrio atmosferico sempre più precario che porta a sfasamenti nelle stagioni, nelle piogge, nelle siccità in modo così veloce e non lineare da mettere in crisi ecosistemi e intere comunità umane. A Parigi, durante la 21° Conferenza delle Parti dell’Onu sul cambiamento climatico, i Governi del mondo cercheranno una quadra a un fenomeno che ha già portato la temperatura media mondiale ad aumentare di oltre 0.78°C dall’inizio del secolo, e che, senza interventi efficaci rischierà di superare i 2°C nel prossimo futuro. Il modello di governance che verrà proposto a Parigi, e su cui i Paesi membri della Convenzione Quadro dell’Onu sul clima (UNFCCC) dovranno trovare un accordo, vedrà a luce ufficialmente nel 2020 e dovrebbe accompagnare l’impegno sul cambiamento climatico della comunità internazionale negli anni a venire. Rispetto al passato e alla filosofia che ispirò il Protocollo di Kyoto, il dispositivo vincolante che tra le altre cose imponeva obblighi di riduzione delle emissioni dei gas, l’architettura che sta nascendo sarà sostanzialmente volontaria sulla falsa riga dell’approccio scelto a Rio de Janeiro in occasione di Rio+20, il summit Onu su ambiente e sviluppo sostenibile a 20 anni dall’Earth Summit di Rio del 1992. Dall’analisi dei quasi 150 piani nazionali di taglio delle emissioni (Intended Nationally Determined Contributions) proposti alle Nazioni Unite, che corrispondono all’87% di tutte le emissioni globali, emerge che la soglia dei 2°C verrà certamente superata, avvicinandosi ai 3°C. Ma la questione non è solamente l’adeguatezza degli impegni, ma soprattutto l’efficacia delle misure proposte. I movimenti sociali e le reti della società civile, ormai da anni spingono per un cambiamento di paradigma: “System change not climate change“. Mettere in discussione le regole su cui si basa il sistema economico attuale, cioè, diventa imperativo categorico per poter effettivamente affrontare questioni come il cambiamento climatico. Ma un cambio di sistema presuppone regole diverse e soprattutto una diversa gerarchia della loro applicazione. Uno scenario ad oggi inesistente considerato che i principi del libero commercio rimangono prioritari rispetto alle questioni della tutela ambientale, e non solo in senso generale. Un recente report di Fairwatch per la Campagna Stop TTIP Italia (“COP21 e TTIP. Perché il marketing della Commissione Europea su TTIP e sviluppo sostenibile è a spese dell’ambiente e del clima” – Novembre 2015) analizza il capitolo sullo Sviluppo Sostenibile del trattato di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea (TTIP), così come è stato diffuso dopo l’XI° round negoziale dell’accordo, nell’ottobre 2015. Al di là di generali enunciazioni relative agli Accordi Multilaterali sull’Ambiente, il report dimostra che non esiste alcun meccanismo vincolante che imponga ai Paesi il rispetto dei vincoli ambientali. A differenza dei meccanismi di tutela degli investitori, che...
read more[:en]COP21 Day 2: dominated by deforestation[:]
[:en][By editorial staff on Climateactionprogramme.org] The second day of the COP21 UN climate summit was dominated by forests on Tuesday, as ministers, businesses and NGOs unveiled global reforestation pledges. They underlined the importance of carbon sequestration in reducing emissions and are aiming to include strong reforestation measures in a new international climate agreement. A coalition of big businesses, including Unilever and APRIL, announced plans to stabilise forest cover by 2030 and restore forest cover to 1990 levels by 2050, equivalent to a 10 per cent increase on the current level of global forest cover. The project was announced by the Forest working group, as part of the World Business Council for Sustainable Development’s Low Carbon Technology Partnerships initiative. Members of the working group are calling for a shift from an economic reliance on fossil-fuels to a renewable, forest-based bioeconomy. Unilever also confirmed it had signed a new statement with Marks & Spencer committing to prioritise the development of sustainable palm oil, beef, paper and other commodities. Prince Charles also gave a speech on Tuesday urging the private sector to increase efforts to ensure their supply chains are minimising the impact deforestation. Prince Charles: “It is very simple: we must save our forests, for there is no Plan B to tackle climate change or many of the other critical challenges that face humanity without them.” An alliance of 54 African Union countries also announced a plan to mobilise $20bn to develop at least 10-gigawatts of renewable energy capacity on the continent by 2020. The new African Renewable Energy Initiative is also designed to deliver 30-gigawatts of renewable energy by 2030. Tuesday also saw 73 companies join a White House initiative to boost climate action including reducing carbon emissions and water use, and boost renewable energy. Amazon, Airbnb and BMW are among the new signatories to the American Business Act on Climate Pledge, bringing the total to 154 companies. Posted by Climateactionprogramme.org on December 3,...
read moreCarbon trading dogma. Presupposti teorici e implicazioni pratiche dei mercati globali di emissioni di gas climalteranti
Pubblichiamo l’elaborato dal titolo “CARBON TRADING DOGMA. Presupposti teorici e implicazioni pratiche dei mercati globali di emissioni di gas climalteranti” di Emanuele Leonardi, articolo in corso di pubblicazione sul numero monografico “Ecologia e globalizzazione” della rivista “Jura Gentium – Rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica globale”, vista l’importanza che sempre più assume questo tema. Non è un caso, infatti, che alla Cop21, la Conferenza delle parti delle Nazioni Unite che si sta svolgendo a Parigi in questi giorni, uno dei temi che saranno più dibattuti, anche a partire dalla pressione dei movimenti e delle associazioni ambientaliste europee e mondiali, sarà proprio il mercato globale delle emissioni di CO2. Bisogna inoltre considerare il fatto che, dal Protocollo di Kyoto in poi, questa pratica di ‘gestione’ delle emissioni è stata sempre più utilizzata, soprattutto da quei paesi del Nord del mondo che producono la maggior parte delle emissioni globali. DI SEGUITO L’ARTICOLO: CARBON TRADING DOGMA* Presupposti teorici e implicazioni pratiche dei mercati globali di emissioni di gas climalteranti Emanuele Leonardis Abstract Il paper proposto si compone di due sezioni fortemente interrelate. Nella prima, la contestualizzazione storica e la descrizione analitica del mercato globale delle emissioni di CO2 vengono articolate sullo sfondo di una duplice ipotesi interpretativa: a) il processo di progressiva mercatizazzione del mutamento climatico si produce parallelamente all’emergere di una nuova modalità di produzione del valore (che possiamo genericamente definre ‘capitalismo cognitivo’); b) i processi di governance dei contemporanei circuiti di valorizzazione tendono a situarsi all’interno della sfera finanziaria e pongono una costitutiva e reiterata incertezza/instabilità come condizione ineludibile della propria riproduzione. Nella seconda parte del paper tale ipotesi di lavoro viene messa a verifica con specifico riferimento al Meccanismo di Sviluppo Pulito (Clean Development Mechanism) previsto dal Protocollo di Kyoto, ed in particolare alle merci-carbonio da esso istituite, cioè i Certificati di Riduzione delle Emissioni (Certified Emission Reductions). La doppia tesi che si intende sostenere è che a) tali merci dipendano da un uso strumentale delle innovazioni teoriche incessantemente prodotte della scienza climatica; b) la creazione di ricchezza da esse veicolata si verifichi in modo pressoché totale nello spazio definito dai mercati finanziari. In ultima istanza, il paper proposto si pone come obiettivo la dimostrazione che il valore prodotto all’interno del mercato globale delle emissioni di CO2 dipenda esclusivamente dall’adesione arbitraria degli attori sociali al carbon trading dogma, cioè l’asserzione empiricamente indimostrata ed indimostrabile che solo gli agenti di mercato possano efficientemente risolvere le criticità… Continua a leggere qui *** Il presente articolo è in corso di pubblicazione su Jura Gentium – Rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica globale, volume XIII, 2016; numero monografico “Ecologia e globalizzazione”, a cura di Sofia Ciuffoletti, Marco Deriu, Serena Marcenò e Katia...
read moreEmergenza clima: “In 20 anni 600mila le vittime di catastrofi naturali”
[Di redazione su Repubblica.it] Lo ha annunciato l’Onu alla vigilia dell’apertura della Cop21 di Parigi: “Fondamentale trovare un accordo”. Le catastrofi naturali sempre più frequenti hanno ucciso 600mila persone in 20 anni. Lo ha annunciato l’Onu sottolineando l’importanza di trovare un accordo in vista della Cop21 di Parigi, la conferenza sui cambiamenti climatici. Dal 1995, “le catastrofi meteorologiche hanno fatto 606mila vittime, una media di 30mila all’anno. Inoltre ci sono stati 4,1 miliardi di persone ferite, che hanno perso la loro casa o che hanno avuto bisogno di un intervento di urgenza”, ha dichiarato in un rapporto l’Ufficio delle Nazioni unite per la riduzione dei rischi delle catastrofi (Unisdr). La maggior parte di queste morti (89%) è stata registrata nei paesi a basso reddito e hanno causato perdite finanziarie stimate in 1,8 miliardi di euro. “Il contenuto di questo rapporto sottolinea perché è importante che dalla Cop21 emerga un nuovo accordo sul cambiamento climatico”, ha affermato Margareta Wahlstrom, direttrice dell’Unisdr, durante la presentazione del rapporto. La Cop21 si terrà nella capitale francese dal 30 novembre all’11 dicembre con l’obiettivo di fare adottare a 195 paesi, sotto l’egida delle Nazioni unite, un accordo mondiale per frenare il riscaldamento globale del pianeta. Si tratta di arrivare all’impegno ufficiale dei paesi di contenere la temperatura a due gradi centigradi rispetto all’era pre industriale. “Il cambiamento climatico, la variabilità del clima e i fenomeni meteorologici rappresentano una minaccia nei confronti della lotta all’estrema povertà” nel modo, ha spiegato la Wahlstrom invitando i paesi, tra le altre cose, a ridurre le emissioni di gas serra, a migliorare l’urbanizzazione dei loro territori e a prevenire il degrado ambientale. Secondo il rapporto, che si basa unicamente sugli ultimi vent’anni, “le catastrofi climatiche sono sempre più frequenti e sono dovute soprattutto all’aumento sostenuto di inondazioni e tempeste“. L’Onu mette in guardia: questa progressione potrebbe continuare “nei decenni a venire” poiché gli scienziati non sono ancora riusciti a calcolare in quale misura l’aumento di questi fenomeni è dovuto al cambiamento climatico. Le sole inondazioni hanno rappresentato il 47% delle catastrofi climatiche (tra il 1995 e il 2015) e hanno interessato 2,3 miliardi di persone, di cui la stragrande maggioranza (95%) in Asia. Anche se meno frequenti delle inondazioni, le tempeste sono state le catastrofi climatiche più letali con 242mila morti. In totale gli Stati Uniti e la Cina, vista l’estensione dei loro territori, hanno registarto il maggior numero di catastrofi dal 1995. Ma sono la Cina e l’India i paesi più toccati in ternini di popolazione. Seguono il Bangladesh, le Filippine, la Tailandia. In America, il Brasile è il paese con il maggior numero di persone interessate, in Africa sono il Kenya e l’Etiopia. Pubblicato su Repubblica.it il 23 novembre...
read moreIl decreto “Sblocca Italia ” è un attacco al clima, ma Renzi non lo sa
[Di Federico Valerio su Federico-valerio.blogspot.it] Il 12 agosto, una ennesima alluvione lampo ha coperto di fango Corignano Calabro. Pochi dubbi sulle cause dell’intensità del fenomeno: da 200 a 300 millimetri di pioggia caduti in poche ore. Il papa Francesco, il presidente Obama, il governo cinese, l’Unione Europea sono ormai sicuri che eventi calamitosi come questo siano dovuti ai cambiamenti climatici e che questi cambiamenti siano, a loro volta, indotti dall’effetto serra dell’anidride carbonica che si libera in atmosfera con la combustione di rifiuti, carbone, petrolio, gas naturale e loro derivati (plastiche, tessuti sintetici), con la deforestazione, come pure dall’attività di ricerca, estrazione e raffinazione di petrolio e gas. A riguardo, il presidente Obama si è spinto ad affermare che, per evitare danni maggiori al suo paese e al mondo intero è opportuno cominciare a pensare che sia molto meglio che i combustibili fossili non ancora sfruttati, in particolare il carbone, continuino a starsene nelle viscere della Terra. A quanto pare, queste informazioni non fanno parte del bagaglio culturale del nostro primo ministro Renzi e dei membri del suo governo che, approvando il Decreto denominato “Sblocca Italia“, di fatto hanno sbloccato contemporaneamente due importanti fonti di emissione di gas serra, quelli prodotti annualmente dalla combustione di 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti in 12 nuovi inceneritori e quelli prodotti dalla messa in funzione di diverse decine di pozzi petroliferi nell’entroterra e lungo i nostri litorali e dal petrolio e gas che questi pozzi estrarranno per una decina di anni. Il decreto prevede che, a regime, dai nuovi pozzi italiani si possano estrarre 3,3 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (petrolio + gas) all’anno. A parte che, a conti fatti, è ben poca cosa, il 2%, rispetto ai nostri attuali consumi energetici (172 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio consumati in Italia nel 2010), questa scelta, oltre ad aumentare il rischio di diversi impatti ambientali (subsidenza delle coste, inquinamento da normale attività e da eventi accidentali) aumenterà il rischio di eventi meteorici estremi. Infatti, durante l’estrazione si liberano in atmosfera gas clima – alteranti. In base a stime fatte su pozzi europei, ogni tonnellata equivalente di petrolio e gas estratti si immettono in atmosfera, sotto forma di gas serra, l’equivalente di 130 kg di anidride carbonica. Pertanto l’estrazione, ogni anno, immetterà in atmosfera 0,4 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Ovviamente, i combustibili estratti saranno utilizzati a fini energetici e, in questo modo, ogni anno produrranno 8,8 milioni di tonnellate equivalenti di anidride carbonica. Complessivamente 9,2 milioni di tonnellate di gas clima – alteranti all’anno, per la decina di anni che si stima come tempo di coltivazione dei nuovi pozzi. Quindi, dopo solo dieci anni avremo raschiato tutto il fondo del nostro “barile” e immesso in atmosfera 9,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica che, per decine di anni a venire (il tempo necessario per la loro progressiva riduzione) contribuiranno ad aumentare la quantità di energia solare trattenuta da aria, acqua, rocce del nostro Pianeta. Ci sono poi i 12 nuovi inceneritori, una scelta molto più impattante sull’ambiente, rispetto alle scelte veramente strategiche per una innovativa gestione dei rifiuti, rappresentate dal riciclo e il compostaggio. In base ai fattori di emissione degli inceneritori tedeschi, “termovalorizzando” una tonnellata di scarti urbani si immettono in atmosfera circa 1,2 tonnellate di anidride carbonica. Se...
read moreCambiamenti climatici, il peso delle lobby nell’Ue
[Di Antonietta Demurtas su Lettera43.it] Settore auto e aziende energetiche in pressing. Rinnovabili e Ong trascurate. Così l’Unione europea si fa influenzare sull’ambiente. La denuncia di ”Ceo”. C’è grande attesa per la conferenza Onu sui cambiamenti climatici (Cop21) in programma a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre. Un mix di speranza e ottimismo che deve però fare i conti con il fallimento della conferenza Cop15 di Copenaghen nel 2009, quando ci fu un accordo non vincolante dal quale sparirono completamente gli obiettivi di riduzione delle emissioni – serra. I governi questa volta sembrano davvero intenzionati a firmare un accordo globale per combattere i cambiamenti climatici fino al 2050. Ma le Organizzazioni non governative (Ong) già intravedono un compromesso al ribasso: davanti alla possibile catastrofe climatica c’è una scarsa ambizione da parte degli storici inquinatori a cambiare davvero. E l’Unione europea, come denuncia l’Ong Corporate europe observatory (Ceo), tende a mettere le esigenze delle industrie davanti alla salute della gente e del Pianeta. COMMISSARI MONITORATI. Una denuncia che i watchdog di Ceo hanno deciso di fare dopo aver monitorato l’attività politica dei commissari europei. A partire da quella di Miguel Arias Cañete che a Parigi sarà il capo negoziatore per l’Ue. Il commissario per l’azione per il clima e l’energia ha infatti già detto che se l’accordo di Parigi non porterà, come già deciso a Lima, a mantenere la temperatura media globale al di sotto di 2°C in modo vincolante, «non sarebbe comunque un fallimento», precisando che sì «vorremmo avere un accordo vincolante, ma l’Onu ha bisogno dell’unanimità e non possiamo fare l’errore che abbiamo fatto a Kyoto», quando il Protocollo pur essendo un accordo internazionale vincolante che impegnava i paesi a obiettivi di riduzione delle emissioni, non fu firmato da paesi grandi emettitori come Usa, India e Cina. Anche a Parigi quegli stessi Paesi potrebbe abbassare i target aiutati dalle grandi industrie. A preoccupare le Ong è infatti la tendenza crescente verso un loro coinvolgimento nei negoziati. CONTRIBUTI DAL BUSINESS. A Parigi la presidenza francese, in collaborazione con la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), ha deciso di creare una sezione speciale per i contributi del mondo del business, che saranno affiancati a un eventuale testo negoziale (originariamente chiamato Lima-Paris Action Plan e ora the Agenda for Solutions). Aziende che già giocano un ruolo fondamentale all’interno del processo decisionale europeo. Con la loro attività di lobbying e la presenza all’interno degli expert group (ex advisory group) dell’esecutivo europeo sono infatti coinvolte nel processo legislativo comunitario sin dal primo step. LINEE PER LA TRASPARENZA. Per evitare una influenza eccessiva, all’inizio del suo mandato la Commissione Juncker ha scritto delle nuove linee guida sulla trasparenza, che obbligano non solo di pubblicare tutti gli appuntamenti dei commissari e dei loro gabinetti, ma richiede agli stessi che gli incontri siano equilibrati. Il rapporto Ceo: le grandi aziende di energia sono favorite Una richiesta che secondo Ceo non è stata rispettata dal commissario per l’azione per il clima e l’energia Miguel Arias Cañete e dal vice presidente e commissario per l’Unione energetica Maros Šef?ovi? nel loro primo anno di carica. RAPPORTI PRIVILEGIATI. Nel rapporto Ceo pubblicato il 5 novembre dal titolo Cooking the planet: Big Energy’s year of privileged access to Europe’s climate commissioners (leggi il documento integrale in pdf), si...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.