Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Brasile, disastro ambientale nel Rio Doce. Onu: “Sostanze tossiche nel fango”
[Di redazione su Ilfattoquotidiano.it] I 60 milioni di metri cubri di detriti, pari al contenuto di 25mila piscine olimpioniche, hanno ucciso migliaia di pesci del rio Doce. E intanto, 250mila persone dello stato di Minas Gerais sono senza acqua potabile. Le abitazioni sono state spazzate via e le poche rimaste sono completamente ricoperte di fango. E’ l’immagine del più grande disastro ambientale della storia del Brasile, avvenuto a Mariana nello stato di Minas Gerais, che ha ucciso 17 persone e migliaia di pesci. E ora i detriti hanno raggiunto l’oceano. A distanza di due settimane dalla frana continuano le polemiche sulle responsabilità dell’incidente. Nel dibattito è intervenuto anche l’Onu. Secondo l’Alto Commissariato, il fango rilasciato dopo la rottura della diga in una miniera della zona è tossico: “Ci sono nuove prove – affermano – che i residui contengono alti livelli di metalli tossici e altre sostanze chimiche tossiche”. E’ questa la causa, sostengono le Nazioni Unite, della morte di migliaia di pesci nel Rio Doce, il fiume che collega lo Stato minerario del Minas Gerais con Espirito Santo sulla costa atlantica. La compagnia che gestisce la cava, la Samarco, sostiene invece, il contrario. L’azienda ha dichiarato che i test prima e dopo la frana dimostrano che il fango rilasciato, in gran parte composto da acqua, ossido di ferro e silicio, non comporta pericolo per la salute umana e non contiene sostanze contaminanti. Per la Samarco qualsiasi metallo presente nei sedimenti non sia reattivo e non contaminerà l’acqua: “Nell’acqua non cambieranno composizione chimica e si comporteranno come normale terra in un bacino idrico”. La moria di animali sarebbe, invece, dovuta al soffocamento causato dal grande volume di sedimento sottile, non da veleni. Oltre al danno ambientale c’è un danno economico e sociale. I 60 milioni di metri cubi di detriti, pari al contenuto di 25mila piscine olimpioniche, hanno tolto acqua potabile a 250mila persone. Samarco ha fornito 100 milioni di acqua potabile e minerale agli abitanti della città lungo il fiume. Non abbastanza per l’Onu che ha definito la risposta del gruppo minerario e del governo “insufficiente”, chiedendo loro di evitare ulteriori danni. Pubblicato su Ilfattoquotidiano.it il 26 novembre 2015...
read moreCronaca di un disastro annunciato
[Di Silvia Ribeiro su Comune-info.net] Il cambiamento climatico esiste ed è molto grave. Per evitare che il pianeta continui a riscaldarsi occorre ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, conseguenza del sistema di produzione e consumo di combustibili fossili. Il cambiamento climatico esiste ed è molto grave. Riferendosi a dati più o meno simili, tutte le analisi concordano: per evitare che il pianeta continui a riscaldarsi, con conseguenze devastanti, urge ridurre drasticamente le emissioni di gas serra (Ghg), conseguenza del sistema di produzione e consumo di combustibili fossili, come petrolio, gas e carbone. Gli elementi che emettono più gas serra sono l’estrazione e la produzione di energia, il sistema alimentare agroindustriale (compreso la deforestazione e il cambiamento di uso del suolo), l’edilizia e i trasporti. Tuttavia, non sono all’ordine del giorno del prossimo incontro mondiale sul clima, che si terrà a Parigi nel mese di dicembre, le riduzioni necessarie e come garantire che i principali responsabili (i paesi e le aziende) cessino di contaminare il clima di tutti e minare il futuro dei nostri figli e figlie. Invece, la 21 Conferenza delle Parti (COP21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), che si riunirà le prime due settimane di dicembre in Francia, prevede di concordare un sistema di azioni volontarie, chiamate contributi previsti, e determinati a livello nazionale (CPDN o INDC , per i loro acronimi in inglese), senza impegni vincolanti né un effettivo controllo internazionale, legittimando nuove soluzioni false e tecnologie pericolose. Così sarà sepolto definitivamente il processo di negoziazione multilaterale per affrontare questa crisi globale. Precedente questo accordo – non accordo (dato che si legalizzerà che ogni paese può fare quello che vuole) è stato il protocollo di Kyoto, un accordo internazionale vincolante che ha stabilito che i principali Paesi responsabili della maggior parte dei gas ad effetto serra, dovevano ridurre il 5 per cento delle loro emissioni al di sotto del livello del 1990. Il totale delle emissioni era allora di 38 Giga tonnellate equivalenti di biossido di carbonio per anno (equivalente perché ci sono altri gas ad effetto serra). Gli Stati Uniti, il principale emettitore storico e il secondo attuale, non hanno firmato il protocollo di Kyoto e hanno continuato ad aumentare le loro emissioni. Nel 2010, le emissioni globali, anziché diminuire, sono salite a 50 Gigatonnellate all’anno. In quell’anno, la Cina è diventata il primo emittente, attualmente con il 23 per cento del totale, seguita dagli Stati Uniti con il 15,5 per cento. Gran parte delle emissioni della Cina, stimata in almeno il 30 per cento, è consumata in altri paesi. Ma sommando, gli Stati Uniti sono responsabili per il 27 per cento delle emissioni dal 1850. Con il 5 per cento della popolazione mondiale utilizza il 25 per cento dell’energia globale e le sue emissioni di gas serra pro capite sono più di 100 mila tonnellate per persona, mentre in Cina sono 85 tonnellate a persona. Si noti che l’attuale sviluppo della Cina segue lo stesso modello distruttivo di produzione e consumo industriale, con un crescente divario di disuguaglianza interna. In base a questa nuova realtà delle emissioni dei paesi emergenti, i principali emissori storici esigono che tutti dovrebbero ridurle, anche quelli che non hanno mai provocato emissioni. Hanno bloccato una nuova fase del Protocollo di Kyoto e hanno colto...
read moreTrivelle, Confindustria sostiene Ombrina: «migliorerà la vita dei cittadini »
[Di redazione su Primadanoi.it] ABRUZZO. «Ombrina mare è un vantaggio oggettivo per il territorio, sul quale non sentiamo argomenti di carattere economico che si contrappongono, ma solo aspetti ideologici». Ne è convinto il presidente di Confindustria Abruzzo, Agostino Ballone, il quale, a proposito delle contestazioni al progetto petrolifero, dice di non vedere tanti cittadini che scendono in strada, ma piuttosto sempre le stesse organizzazioni del ‘no’. A margine della presentazione dell’indagine semestrale di Confindustria, il leader degli industriali abruzzesi ha parlato del progetto Ombrina Mare come di un attività che dà occupazione, che crea investimenti, che crea risorse per gli enti interessati, «perché la cosa che si dice sottovoce è che sia la Regione sia i Comuni interessati beneficiano delle royalties di queste estrazioni, che possono essere opportunamente utilizzate per abbattere la fiscalità, per fare opere pubbliche, per sistemare le strade, insomma per migliorare le condizioni di vita dei cittadini». Ballone sostiene che «di professionisti del ‘no’ ne vediamo tanti in giro, mentre di cittadini ne vediamo meno. Vedo sempre le stesse organizzazioni – dice – che si spostano da un punto all’altro della nazione a seconda di ciò di cui si parla». Rispetto al rapporto con la Regione, «il dialogo è buono quando si parla di economia», ma lo è meno «quando intervengono fattori ideologici. Mi riferisco alle ultime leggi approvate in materia di Parco della Costa teatina e alle attività estrattive nell’ambito delle 12 miglia. Lì – conclude – intervengono elementi che non hanno nulla a che vedere con aspetti economici, ma sono solo ideologici». Intanto il Comune di San Vito Chietino – raccogliendo il suggerimento dello studio legale dell’avvocato Giustino Ciampoli di Milano, che sta patrocinando l’Ente in sede giurisdizionale fin dall’inizio della vicenda “Ombrina Mare” – ha chiesto alla Regione Abruzzo di approvare con urgenza una legge regionale finalizzata a vietare le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi nel raggio di 12 miglia dal perimetro esterno delle riserve naturali protette. «Siffatta previsione legislativa, infatti», spiega il sindaco Rocca Catenaro, «a differenza di quella già approvata alcuni giorni fa dal Consiglio regionale, non si configurerebbe in contrasto con la legislazione statale superando il vaglio di costituzionalità». In effetti, secondo la Corte costituzionale “le Regioni nell’esercizio delle loro competenze, debbono rispettare la normativa statale di tutela dell’ambiente, ma possono stabilire per il raggiungimento dei fini propri delle loro competenze livelli di tutela più elevati”. «Essendo, quindi, state già istituite lungo la Costa dei Trabocchi una serie di riserve naturali con la richiamata legge regionale – fra cui anche la riserva di Grotta delle Farfalle nei Comuni di San Vito Chietino e Rocca San Giovanni (che dista soltanto 6 km dal pozzo estrattivo Ombrina Mare) – la Regione Abruzzo, sul presupposto della necessità ed urgenza di estendere la tutela già prevista per tali riserve naturali, ben potrebbe stabilire, restando all’interno dei propri limiti di competenza costituzionale, un divieto di coltivazione di idrocarburi nel raggio di 12 miglia dal perimetro esterno delle medesime aree già sottoposte al vincolo di tutela regionale». «Siamo certi», insiste il primo cittadino, «che il presidente della Regione valuterà con la massima urgenza tale proposta che potrebbe costituire in solido ostacolo giuridico al rilascio da parte del Ministero dello Sviluppo Economico del provvedimento finale di autorizzazione all’insediamento di Ombrina Mare»....
read more22 anni, ma stiamo vincendo la battaglia contro Chevron
[Di redazione su Texacotoxico.net] Durante questo ultimo anno il caso Chevron ha fatto importanti passi avanti a sostegno delle vittime ecuadoriane: il Canada che si pronuncia a favore della giurisdizione per la riscossione della sentenza ecuadoriana; la perizia dell’esperto che ha agito in giudizio come perito informatico davanti al Tribunal Bilateral de Inversiones, invalidando le accuse della petroliera contro la sentenza; la falsa testimonianza, sotto giuramento, del testimone di Chevron contro gli ecuadoriani davanti alle Corti Statunitensi per favorire la petroliera, tra gli altri, distruggono gli argomenti della Multinazionale per evitare il pagamento della sentenza. Al termine dei 22 anni di lotta delle comunità indigene e contadine nella Amazzonia ecuadoriana contro la Chevron, Humberto Piaguaje, Coordinatore degli Afectados por Texaco, ha presentato un bilancio degli avvenimenti di quest’anno, ritenendoli un successo all’interno della lotta delle popolazioni, dal momento che esistono sempre più elementi che minano le accuse di frode avanzate da Chevron – Texaco e che legittimano la sentenza imposta dai Tribunali ecuadoriani, sentenza che ha condannato la petroliera al pagamento di 9,5 miliardi di dollari per l’indennizzo delle zone colpite. Tra i risultati ottenuti, il Coordinatore delle vittime registra i seguenti: La sentenza della Corte Suprema del Canada che ha unanimemente riconosciuto la giurisdizione dell’Ontario affinché i richiedenti possano portare avanti il processo di omologazione della sentenza e quindi l’esecuzione della stessa in quel paese. Questo rappresenta un passo definitivo in relazione all’obiettivo delle vittime di riscuotere quanto gli spetta da Chevron per procedere alla riparazione immediata dei territori amazzonici; La relazione presentata da Christopher Racich, esperto informatico che ha agito in qualità di perito nell’arbitrato internazionale, nella quale concludeva che non vi è alcuna prova per cui la sentenza in favore dei richiedenti ecuadoriani sia stata redatta da una terza persona. Nel documento si dichiara che il giudice Nicola Zambrano è stato il creatore del file che contiene la sentenza, lo stesso che era stato modificato centinaia di volte, e conferma che nessuna delle memorie esterne utilizzate conteneva né tutta né parte della sentenza; e non vi è alcuna prova che attraverso internet sia entrato in contatto con qualcuno del team di avvocati dei querelanti né con l’ex giudice Alberto Guerra, il quale dichiarò, negli Stati Uniti, in modo malizioso, di essere l’autore del “fantasma della sentenza”; Questa relazione è particolarmente importante perché lo Stato ecuadoriano ha dimostrato tecnicamente che non vi è stato nessun tipo di frode nel giudizio vinto dalle comunità contro la petroliera, il quale costituisce rovesciamento nel processo perseguito dalla petroliera ai danni dello Stato ecuadoriano conosciuto come “Chevron 3”, che si basa sul Tratado Bilateral de Protección de Inversiones sottoscritto tra Ecuador e Stati Uniti; La testimonianza giurata dell’ex giudice Alberto Guerra Bastidas, che ammette di aver mentito per favorire Chevron davanti alla Corte di New York. Questa testimonianza, che è parte del processo di arbitrato, di Guerra, il principale testimone della petroliera per armare il processo per frode contro i querelanti ecuadoriani, ha riconosciuto di aver falsato la verità. L’ex giudice nell’interrogatorio riconosce di aver detto “cose non vere”, pur ammettendo che ha ricevuto e continua a ricevere i benefici economici da Chevron; L’ appello dinanzi il Secondo Circuito di New York, per far sì che si riesamini la sentenza emessa dal giudice Lewis Kaplan, in cui si afferma che la...
read moreLa mappa della Sicilia rimasta a secco, il viaggio dell’acqua in mano ai privati
[Di Claudia Campese e Salvo Catalano su Meridionews.it] Perdite nelle condotte, guasti agli impianti di potabilizzazione, problemi nei bacini idrici incastonati nelle montagne. Al centro di tutto c’è Siciliacque, la società partecipata dalla regione ma a maggioranza privata, con una concessione quarantennale. E la lista delle città dove l’oro blu è un lusso si allunga. Mezza Sicilia passa le giornate a cercare acqua, riempire i serbatoi e centellinare il prezioso liquido. Da Messina ad Agrigento, passando per le province dell’interno, i problemi sono simili, così come i protagonisti. Su tutti Siciliacque, la società partecipata dalla Regione (per il 25 per cento) e dalla multinazionale francese Veolia. È la S.p.A. a vendere l’acqua ai gestori privati, afflitti a loro volta da problemi di diversa natura. Ed è sempre Siciliacque a gestire i principali bacini idrici, spesso in contesti naturalistici incantevoli. Se Caltanissetta ed Enna soffrono la sete lo devono alle carenze nella gestione da parte di Siciliacque del bacino artificale dell’Ancipa. Creato negli anni ’50 dall’ENEL che con una diga bloccò il torrente Troina, si trova sui Nebrodi, a cavallo delle province di Enna e Messina. È un guasto al sistema di potabilizzazione delle acque ad aver costretto per diversi giorni senza acqua Enna e i Comuni di Piazza Armerina, Valguarnera, Aidone e Pietraperzia. A Caltanissetta, invece, dal 7 novembre i cittadini si riforniscono di acqua potabile dalle autobotti. Il sindaco ha infatti vietato l’uso a fini alimentari di quella che esce dai rubinetti. Stessa situazione a Gela, dove però l’emergenza è diventata normalità, visto che questi problemi si registrano dal 2007. Poco distante, a Niscemi, l’erogazione in alcuni quartieri avviene ogni 10-15 giorni e l’acqua arriva dalla diga Blufi, nel Palermitano, un viaggio di 140 chilometri segnato da perdite e guasti. Cinque giorni fa è scattato l’allarme ad Agrigento, Ravanusa, Campobello di Licata e Canicattì: sono stati trovati batteri nell’acqua che proviene dal bacino di Fanaco, pure questo gestito da Siciliacque, e che arriva nelle case grazie a Girgenti Acque. Solo l’ultimo dei disservizi, visto il lungo elenco di problemi che grava sulla società dell’imprenditore Campione: per tre anni senza certificazione antimafia, il costo del servizio alle stelle, distacchi selvaggi, indagini sul depuratore di Ribera, mancanza di certificazione del bilancio 2013, un procuratore aggiunto che definisce Girgenti Acque «un assumificio», cittadini costretti a cucinare con l’acqua in bottiglia, casi di dubbia trasparenza come quello legato alle bollette ENEL, indagini per truffa, riparazioni che non vengono effettuate da mesi, l’utilizzo, a Licata, del depuratore nonostante l’espresso diniego di scarico della Regione. Siciliacque e il suo socio di maggioranza, la francese Veolia, sono stati recentemente oggetto di critica da parte del sindaco di Messina, Renato Accorinti. Il primo cittadino ha più volte denunciato che la S.p.A., che controlla l’acquedotto Alcantara, vende l’oro blu a un prezzo troppo alto. Motivo per cui negli anni scorsi la città dello Stretto ha deciso di fare a meno di quella fonte, approvvigionandosi soltanto dalla condotta Fiumefreddo, nei giorni scorsi colpita dalla frana a Calatabiano. La concessione che lega Siciliacque alla Regione ha una durata quarantennale. Pubblicato su Meridionews.it l’11 novembre 2015...
read more[:en]‘This Changes Everything’: What the Paris attacks mean for the climate protests[:]
[:en][By Claire Fauset on Newint.org] Key organizers are pushing for the climate marches and protests to go ahead in Paris despite threats of a government clampdown (see last night’s press statements by 350.org and Climate Coalition 21). Claire Fauset, one of many climate justice activists planning to attend the talks, explains why it’s more important than ever to take action in Paris. This changes everything. The title of Naomi Klein’s book on the urgency of the fight to stop capitalism destroying our planet was the phrase that immediately came to mind as the horror of the Paris terror attacks settled on my brain last Friday night. I was with friends recording poems and snippets for a radio project during the climate summit, and all our thoughts were already in Paris. My mind raced like a movie montage of paranoiac dystopianism. Remembering that day in 2001 when, while planning for a campaign against the World Trade Organization, the World Trade Center crumbled to the ground. Remembering the fear, not of terrorism, not of Islam, not of getting on a plane, but of war, xenophobia, repression, and spiralling cycles of violence. Fearing now what this attack means for a Europe already swinging to the right and restricting freedom of movement in the desperate hope of stemming the tide of people fleeing the wars and poverty for which Europe itself is partly responsible. And fearing the growth of the unthinking, poisonous prejudice that values white lives over the lives of people of colour in Beirut, Baghdad, Syria and everywhere. And of course my fears were for our mobilizations around the climate summit. Will it even happen? Are we mobilizing people to be an easy target for terrorists in a heavily militarized state? Will climate change even be on the agenda? This changes everything. Climate change is a greater threat than terrorism, we said, in those innocent days only a week ago. And it is. And the two are interconnected. The war in Syria is thought to be partly sparked by a drought, linked to climate change. And resource dependency – specifically oil – is what is buying the guns for the Islamic State. Climate change is a greater threat, but terrorism certainly has the ability to overshadow other issues by its immediacy and horror. Our intention was to go onto the streets of Paris when the summit fails, as it inevitably will, to reach an agreement that has a hope of keeping us within a 1.5 degree temperature rise, to take to the streets and take the last word. But how can we realistically hope to take the last word with our barricades when the first word has been so devastatingly stolen by the terrorists? Right now social movements are trying to get their heads around what these attacks mean for resistance to the corporate agenda that hijacked the climate talks long before IS hijacked the Bataclan concert hall. We know that the summit will go ahead, but there are strong indications that marches and protests may be banned as a state of emergency is extended to cover the talks. Paris is a traumatized city. We should not stay silent about the climate crisis, but our resistance must show empathy and solidarity, both with those affected by the attacks and those targeted...
read moreSe la finanza si beve l’acqua
[Di Duccio Facchini da Altreconomia.it] Da CAP Holding ad Acea: il “problema” della privatizzazione del servizio idrico è stato soppiantato da quello della finanziarizzazione. Anche in presenza di una partecipazione interamente pubblica, infatti, le finalità del servizio e il modello di gestione cambiano natura. Ecco perché le imposte locali lasceranno il passo a tariffe remunerative e utili distribuiti come dividendi. “Chi parla oggi di rischio privatizzazione del servizio idrico è fuori strada. Il vero problema è un altro, sono le holding partecipate dagli enti locali, che non svolgono attivita? operative ma solo finanziarie”. Con queste parole Remo Valsecchi, commercialista lecchese membro del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, ha aperto la sua relazione al convegno “Diritto all’acqua. Diritto al futuro”, organizzato a Roma il 7 e 8 novembre. Lo sguardo di Valsecchi – che è stato nominato consulente tecnico di parte dal Forum nell’ambito dell’appello al Consiglio di Stato in materia di remunerazione del capitale investito – si spinge oltre la mera “partecipazione” (pubblica) e si concentra sul “modello di gestione”: “Se questo non cambia – spiega – anche una partecipazione interamente pubblica finirà per consegnare la proprietà, reale e non formale, alla finanza, alle banche e ai centri di potere mondiale nelle mani di pochi soggetti”. Come questo accada è illustrato da due casi che il membro del Forum ha approfondito. Il primo è quello di CAP Holding, società lombarda tra le più importanti d’Italia che gestisce, attraverso una controllata di secondo livello, il servizio idrico integrato di un vasto bacino: le province di Monza e Brianza, la provincia di Milano (non il capoluogo), Bergamo, Como, Varese, Pavia. È partecipata dai Comuni beneficiari del servizio ma – secondo Valsecchi – “non è una società pubblica”. L’affidamento del servizio “in house providing” – alternativo al mercato a patto di severe condizioni – non sarebbe infatti legittimo. “La società produce utili superiori alla copertura dei costi del servizio e degli investimenti – spiega – e questa remunerazione del capitale investito dagli azionisti – gli enti locali – è profitto, e il frutto di quegli utili non reinvestiti sono consistenti risorse finanziarie inutilizzate”. È un dividendo che incrementa il patrimonio e aumenta il valore di partecipazione dell’ente – è la sintesi che fa Valsecchi – che apre a quella che definisce “la nuova frontiera della fiscalità, sostituiva di quelle imposte locali in via di eliminazione”. Come se la tariffa dei servizi pubblici andasse a sostituire le imposte, cancellate solo sulla carta. La gestione “formalmente pubblica” diviene così “sostanzialmente privata”. “Il controllo analogo – che dovrebbe essere esercitato dai Comuni secondo la disciplina europea in materia di in house providing, ndr – non è garantito, dato che il servizio é gestito da una società di secondo livello. La società madre, peraltro, redige il bilancio consolidato per il quale non esiste l’obbligo di approvazione da parte dell’assemblea e quasi tutti gli utili sono prodotti dalla società controllata e non dalla società direttamente partecipata dagli enti locali”. Il secondo caso analizzato da Valsecchi è quello della holding Acea, la cui struttura azionaria vede Roma Capitale al 51%, Francesco Gaetano Caltagirone al 15,856%, la multinazionale Suez environment company SA al 12,483%, il mercato al 18,641% e Norges Bank al 2,020%. Tra le partecipazioni della holding – che si occupa di idrico, energia, ambiente, reti, altri...
read moreClima, ambiente e TTIP. L’ultimo report di Fairwatch e della Campagna Stop TTIP Italia
[Di redazione su Stop-ttip-italia.net] Tanto rumore per nulla. Con queste poche parole si può riassumere la posizione recentemente espressa dalla Commissione Europea su TTIP e ambiente, diritti del lavoro e sostenibilità come riassunta nel capitolo negoziale sullo Sviluppo sostenibile. Aldilà della retorica profusa dalla Commissaria al Commercio, Cecilia Malmstrom, nel presentare il testo, una sua analisi e un excursus degli ultimi trattati di libero scambio conclusi dall’Unione Europea con Paesi terzi, mostrano come le questioni collegate ai diritti del lavoro e dell’ambiente siano costantemente messe in secondo piano rispetto alle esigenze degli investitori e dei mercati e come le normative e i principi del libero mercato abbiano sempre e comunque la precedenza sulla tutela ambientale e del diritto del lavoro. In esso, infatti, sono contenuti molti concetti, molti desiderata, diversi verbi declinati alla prima voce plurale del tempo futuro, ma non si prevede nessun meccanismo vincolante che imponga ai Paesi di tenere in seria considerazione lo sviluppo sostenibile non solo come mantra, ma anche come necessità per il Pianeta di oggi e per quello delle generazioni che verranno. La COP21, la Conferenza delle Parti sul clima che si tiene a Parigi nel dicembre 2015, sta ponendo una serie di questioni non più ignorabili, a cominciare dall’inadeguatezza degli impegni (volontari) presi dai Paesi firmatari della Convenzione ONU (UNFCCC) che se confermati non impedirebbero alla temperatura media globale di superare i 2°C di aumento rispetto alla temperatura dell’era preindustriale (le attuali stime parlano di un possibile aumento di 3.5°C). Uno scenario che porterebbe a modifiche profonde negli ecosistemi, nella capacità di resilienza dei territori e, conseguentemente, delle comunità che li abitano (e delle loro economie). La lotta al cambiamento climatico presuppone strategie concrete, normative applicabili, un ribaltamento del senso comune secondo cui la liberalizzazione del commercio e il primato dei mercati porteranno certamente a un aumento del benessere per tutti e a una maggiore tutela ambientale. Anche perché i dati di realtà, e molti studi, stanno dimostrando il contrario. Ma la Commissione Europea all’interno dei suoi negoziati di liberalizzazione commerciale, sembra ignorare colpevolmente tutto questo. E sperare, convintamente, che lo facciamo anche noi. Per scaricare il report completo, clicca qui. Pubblicato su Stop-ttip-italia.net il 3 novembre...
read moreL’Italia in overcapacity comprerà elettricità sporca dal Montenegro
[Di Alessandro Codegoni su Qualenergia.it] Un altro capitolo nella storia dell’elettrodotto Italia-Montenegro da un miliardo di euro, e pure a nostro carico. Il paese balcanico vuole costruire una centrale a lignite, il combustibile più inquinante, e quasi certamente esportare in Italia attraverso il cavo questi kWh sporchi. Dentro il progetto potrebbe esserci l’utility A2A. Con quale ruolo? Nuova svolta nella saga infinita dell’elettrodotto fra Italia e Montenegro: la storia diventa ancora più ‘fumosa’, anche per la lignite bruciata nella nuova centrale che verrà costruita nel paese balcanico e che potrebbe finire per esportare, a spese nostre, i suoi kWh saturi di CO2 in Italia. Come in ogni saga che si rispetti, cominciamo con il riassunto delle puntate precedenti. Dopo lo spavento del black out del 2003, causato anche dalla insufficiente capacità produttiva elettrica italiana, i governi del nostro paese cercarono strade per incrementare la fornitura. Una di queste fu realizzare un elettrodotto fra Balcani e Italia (approdo in Abruzzo) in vista dell’importazione di elettricità da quelle aree. Nel tempo, però, l’undercapacity italiana si trasformò in overcapacity, ma l’elettrodotto fra Abruzzo e Montenegro, un’opera che oggi finirà per costare, se saremo fortunati, almeno un miliardo di euro, fu tutt’altro che accantonata. Fra 2008 e 2011, sotto i governi Prodi e Berlusconi, il progetto fu infatti riesumato con un nobile scopo: importare energia idroelettrica dai Balcani, aiutando l’Italia a superare i limiti fissati al 2020 sull’uso di energia rinnovabile. Peccato che per questo fosse prevista la costruzione di nuove centrali idroelettriche in Serbia e l’import di elettricità a prezzi stratosferici attraverso l’elettrodotto. Avendo dimostrato in questi anni che possiamo produrci in casa tutta l’energia verde che ci serve per raggiungere gli obbiettivi fissati a livello nazionale ed europeo, e che quindi dell’energia idroelettrica serba a peso d’oro oggi non ce ne facciamo nulla, sembrava che per l’interconnessione adriatica fosse calato il sipario. Ma, come si sa, le grandi opere in Italia sono più difficili da eliminare di Terminator. Pochi mesi il governo Renzi ha confermato che il cavo verrà ugualmente posato, tanto che Terna ha già cominciato i lavori sulla sponda italiana, anche se ormai non è più chiaro a cosa dovrebbe servire, a parte contribuire a far rispettare la quota minima europea del 10% di interconnessione fra paesi, che però poteva magari essere soddisfatta con un’opera meno costosa e connettendoci con nazioni più adatte del piccolo Montenegro, non proprio un esempio di trasparenza e incorruttibilità. Oltretutto, come scrivemmo a marzo, se l’elettricità montenegrina dovesse correre oggi verso l’Italia sarebbe per il 64% prodotta con il carbone; quindi ci allontanerebbe dagli obbiettivi climatici. Nello stesso articolo riferimmo che, secondo una nostra fonte, l’interconnessione era stato mantenuta in vita nel 2010 dal governo Berlusconi anche per fare un favore alla utility A2A, in maggioranza controllata dai comuni di Milano e Brescia, che aveva fatto un rischioso investimento in centrali elettriche in Montenegro, recuperabile, probabilmente, solo esportando kWh in Italia a prezzi ben più alti di quelli che vengono pagati, quando vengono pagati, nel paese balcanico. Pochi giorni fa a questa già intricata vicenda si è aggiunto un ulteriore capitolo. Nel blog su Il Fatto Quotidiano tenuto da Mario Agostinelli, ex segretario Cgil in Lombardia e portavoce del ‘Contratto mondiale per energia e clima’, è apparsa la notizia che A2A avrebbe intenzione di...
read more[:en]A Review of ‘Land Grabbing – The Movie’[:]
[:en][By Jonah Wedekind on Entitleblog.org] Land Grabbing by Kurt Langbein offers a razor sharp visualization of the tremendous drivers and tragic dramas of mega investments in land. The new documentary Land Grabbing (Landraub) by Kurt Langbein is in cinemas across Europe this autumn and winter. The rush for land took off years ago, with the food and fuel price hikes of 2008. Perhaps the topic of land grabbing has been somewhat over-reported in academia and media in recent years, but Land Grabbing is definitely worth a watch. The documentary is on top of the most current events concerning land grabbing—and the photography of the film is breathtaking. The ferocious visual and analytical account of the ecological insanity of large-scale palm oil production in Indonesia—to use just one example from the film—comes timely. Vast swathes of Indonesia’s forests have been burning to the ground over the last months, while illegally planted palm saplings are already growing fast on the burnt forestlands. As the camera work projects striking images of social and environmental injustice, the film does well to avoid excessive fault-finding narration and sweeping agitprop condemnation of big foreign investors and national political elites who evict farming populations from their land. Instead, the pictures and protagonists of Land Grabbing speak for themselves. Unlike many popular media accounts, this film gives voice to the many different faces involved in the global land grabs—small, middle and large farmers, local and international activists, politicians, investors, financiers and speculators. It also pays particular attention to the many different ways in which small farmers loose their land. How land is lost Cambodia The country the film starts with, Cambodia, is a striking example of how both the state and agribusiness use sheer violence to dispossess and displace rural villagers from their farmland to make space for massive mechanized sugar plantations. This is a classical example of the tragic irony of primitive accumulation and proletarianisation—villagers are turned into landless peasants working as wage labourers for the investors, on the land they once owned themselves. The film also shows that it is primarily the European Union’s (EU) “Everything but Arms” trading initiative which lowers Cambodia’s barriers to trade with the EU as well as it leads to a bittersweet rush to produce sugar for export to Europe. Romania The impressive photography of huge investment schemes for wheat production in Romania’s Banat region immediately dismisses the naive idea that land grabbing only takes place in the Global South. Land grabbing is a European problem too. Romania exemplifies post-socialist countries where previously collectivized lands are still being privatized and concentrated into the hands of monopoly investors. Foreign investors backed by financiers are prioritized over middle-size Romanian farmers—via non-transparent land-bidding processes in Romania as well as “EU policies that don’t support farmers but hectares”, as the German Green Party MEP Martin Häusling puts it in the film. The result is that Romanian farmers are compelled to compete with foreign investors and are driven out of business if they fail to expand the scale of production. This further aggravates already rampant post-socialist rural decay in Romania. Sierra Leone Even without immediate violence, the Makeni Project by Addax in Sierra Leone is an example of how investors can in some cases directly engage farmers into manipulative contracts that cause the farmers to loose their land over longer periods of time. The ecological impacts of the Addax bio-ethanol production project, additionally, deprives neighbouring farming communities of clean water supply...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.