CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
    Leggi l’articolo
  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Carbon trading dogma. Presupposti teorici e implicazioni pratiche dei mercati globali di emissioni di gas climalteranti

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Carbon trading dogma. Presupposti teorici e implicazioni pratiche dei mercati globali di emissioni di gas climalteranti

Pubblichiamo l’elaborato dal titolo “CARBON TRADING DOGMA. Presupposti teorici e implicazioni pratiche dei mercati globali di emissioni di gas climalteranti” di Emanuele Leonardi, articolo in corso di pubblicazione sul numero monografico “Ecologia e globalizzazione” della rivista “Jura Gentium – Rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica globale”, vista l’importanza che sempre più assume questo tema. Non è un caso, infatti, che alla Cop21, la Conferenza delle parti delle Nazioni Unite che si sta svolgendo a Parigi in questi giorni, uno dei temi che saranno più dibattuti, anche a partire dalla pressione dei movimenti e delle associazioni ambientaliste europee e mondiali, sarà proprio il mercato globale delle emissioni di CO2. Bisogna inoltre considerare il fatto che, dal Protocollo di Kyoto in poi, questa pratica di ‘gestione’ delle emissioni è stata sempre più utilizzata, soprattutto da quei paesi del Nord del mondo che producono la maggior parte delle emissioni globali. DI SEGUITO L’ARTICOLO: CARBON TRADING DOGMA* Presupposti teorici e implicazioni pratiche dei mercati globali di emissioni di gas climalteranti Emanuele Leonardis Abstract Il paper proposto si compone di due sezioni fortemente interrelate. Nella prima, la contestualizzazione storica e la descrizione analitica del mercato globale delle emissioni di CO2 vengono articolate sullo sfondo di una duplice ipotesi interpretativa: a) il processo di progressiva mercatizazzione del mutamento climatico si produce parallelamente all’emergere di una nuova modalità di produzione del valore (che possiamo genericamente definre ‘capitalismo cognitivo’); b) i processi di governance dei contemporanei circuiti di valorizzazione tendono a situarsi all’interno della sfera finanziaria e pongono una costitutiva e reiterata incertezza/instabilità come condizione ineludibile della propria riproduzione. Nella seconda parte del paper tale ipotesi di lavoro viene messa a verifica con specifico riferimento al Meccanismo di Sviluppo Pulito (Clean Development Mechanism) previsto dal Protocollo di Kyoto, ed in particolare alle merci-carbonio da esso istituite, cioè i Certificati di Riduzione delle Emissioni (Certified Emission Reductions). La doppia tesi che si intende sostenere è che a) tali merci dipendano da un uso strumentale delle innovazioni teoriche incessantemente prodotte della scienza climatica; b) la creazione di ricchezza da esse veicolata si verifichi in modo pressoché totale nello spazio definito dai mercati finanziari. In ultima istanza, il paper proposto si pone come obiettivo la dimostrazione che il valore prodotto all’interno del mercato globale delle emissioni di CO2 dipenda esclusivamente dall’adesione arbitraria degli attori sociali al carbon trading dogma, cioè l’asserzione empiricamente indimostrata ed indimostrabile che solo gli agenti di mercato possano efficientemente risolvere le criticità… Continua a leggere qui *** Il presente articolo è in corso di pubblicazione su Jura Gentium – Rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica globale, volume XIII, 2016; numero monografico “Ecologia e globalizzazione”, a cura di Sofia Ciuffoletti, Marco Deriu, Serena Marcenò e Katia...

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Emergenza clima: “In 20 anni 600mila le vittime di catastrofi naturali”

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Emergenza clima: “In 20 anni 600mila le vittime di catastrofi naturali”

[Di redazione su Repubblica.it] Lo ha annunciato l’Onu alla vigilia dell’apertura della Cop21 di Parigi: “Fondamentale trovare un accordo”. Le catastrofi naturali sempre più frequenti hanno ucciso 600mila persone in 20 anni. Lo ha annunciato l’Onu sottolineando l’importanza di trovare un accordo in vista della Cop21 di Parigi, la conferenza sui cambiamenti climatici. Dal 1995, “le catastrofi meteorologiche hanno fatto 606mila vittime, una media di 30mila all’anno. Inoltre ci sono stati 4,1 miliardi di persone ferite, che hanno perso la loro casa o che hanno avuto bisogno di un intervento di urgenza”, ha dichiarato in un rapporto l’Ufficio delle Nazioni unite per la riduzione dei rischi delle catastrofi (Unisdr). La maggior parte di queste morti (89%) è stata registrata nei paesi a basso reddito e hanno causato perdite finanziarie stimate in 1,8 miliardi di euro. “Il contenuto di questo rapporto sottolinea perché è importante che dalla Cop21 emerga un nuovo accordo sul cambiamento climatico”, ha affermato Margareta Wahlstrom, direttrice dell’Unisdr, durante la presentazione del rapporto. La Cop21 si terrà nella capitale francese dal 30 novembre all’11 dicembre con l’obiettivo di fare adottare a 195 paesi, sotto l’egida delle Nazioni unite, un accordo mondiale per frenare il riscaldamento globale del pianeta. Si tratta di arrivare all’impegno ufficiale dei paesi di contenere la temperatura a due gradi centigradi rispetto all’era pre industriale. “Il cambiamento climatico, la variabilità del clima e i fenomeni meteorologici rappresentano una minaccia nei confronti della lotta all’estrema povertà” nel modo, ha spiegato la Wahlstrom invitando i paesi, tra le altre cose, a ridurre le emissioni di gas serra, a migliorare l’urbanizzazione dei loro territori e a prevenire il degrado ambientale. Secondo il rapporto, che si basa unicamente sugli ultimi vent’anni, “le catastrofi climatiche sono sempre più frequenti e sono dovute soprattutto all’aumento sostenuto di inondazioni e tempeste“. L’Onu mette in guardia: questa progressione potrebbe continuare “nei decenni a venire” poiché gli scienziati non sono ancora riusciti a calcolare in quale misura l’aumento di questi fenomeni è dovuto al cambiamento climatico. Le sole inondazioni hanno rappresentato il 47% delle catastrofi climatiche (tra il 1995 e il 2015) e hanno interessato 2,3 miliardi di persone, di cui la stragrande maggioranza (95%) in Asia. Anche se meno frequenti delle inondazioni, le tempeste sono state le catastrofi climatiche più letali con 242mila morti. In totale gli Stati Uniti e la Cina, vista l’estensione dei loro territori, hanno registarto il maggior numero di catastrofi dal 1995. Ma sono la Cina e l’India i paesi più toccati in ternini di popolazione. Seguono il Bangladesh, le Filippine, la Tailandia. In America, il Brasile è il paese con il maggior numero di persone interessate, in Africa sono il Kenya e l’Etiopia.       Pubblicato su Repubblica.it il 23 novembre...

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Il decreto “Sblocca Italia ” è un attacco al clima, ma Renzi non lo sa

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Il decreto “Sblocca Italia ” è un attacco al clima, ma Renzi non lo sa

[Di Federico Valerio su Federico-valerio.blogspot.it] Il 12 agosto, una ennesima alluvione lampo ha coperto di fango Corignano Calabro. Pochi dubbi sulle cause dell’intensità del fenomeno: da 200 a 300 millimetri di pioggia caduti in poche ore. Il papa Francesco, il presidente Obama, il governo cinese, l’Unione Europea sono ormai sicuri che eventi calamitosi come questo siano dovuti ai cambiamenti climatici e che questi cambiamenti siano, a loro volta, indotti dall’effetto serra dell’anidride carbonica che si libera in atmosfera con la combustione di rifiuti, carbone, petrolio, gas naturale e loro derivati (plastiche, tessuti sintetici), con la deforestazione, come pure dall’attività di ricerca, estrazione e raffinazione di petrolio e gas. A riguardo, il presidente Obama si è spinto ad affermare che, per evitare danni maggiori al suo paese e al mondo intero è opportuno cominciare a pensare che sia molto meglio che i combustibili fossili non ancora sfruttati, in particolare il carbone, continuino a starsene nelle viscere della Terra. A quanto pare, queste informazioni non fanno parte del bagaglio culturale del nostro primo ministro Renzi e dei membri del suo governo che, approvando il Decreto denominato “Sblocca Italia“, di fatto hanno sbloccato contemporaneamente due importanti fonti di emissione di gas serra, quelli prodotti annualmente dalla combustione di 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti in 12 nuovi inceneritori e quelli prodotti dalla messa in funzione di diverse decine di pozzi petroliferi nell’entroterra e lungo i nostri litorali e dal petrolio e gas che questi pozzi estrarranno per una decina di anni. Il decreto prevede che, a regime, dai nuovi pozzi italiani si possano estrarre 3,3 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (petrolio + gas) all’anno. A parte che, a conti fatti, è ben poca cosa, il 2%, rispetto ai nostri attuali consumi energetici (172 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio consumati in Italia nel 2010), questa scelta, oltre ad aumentare il rischio di diversi impatti ambientali (subsidenza delle coste, inquinamento da normale attività e da eventi accidentali) aumenterà il rischio di eventi meteorici estremi. Infatti, durante l’estrazione si liberano in atmosfera gas clima – alteranti. In base a stime fatte su pozzi europei, ogni tonnellata equivalente di petrolio e gas estratti si immettono in atmosfera, sotto forma di gas serra, l’equivalente di 130 kg di anidride carbonica. Pertanto l’estrazione, ogni anno, immetterà in atmosfera 0,4 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Ovviamente, i combustibili estratti saranno utilizzati a fini energetici e, in questo modo, ogni anno produrranno 8,8 milioni di tonnellate equivalenti di anidride carbonica. Complessivamente 9,2 milioni di tonnellate di gas clima – alteranti all’anno, per la decina di anni che si stima come tempo di coltivazione dei nuovi pozzi. Quindi, dopo solo dieci anni avremo raschiato tutto il fondo del nostro “barile” e immesso in atmosfera 9,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica che, per decine di anni a venire (il tempo necessario per la loro progressiva riduzione) contribuiranno ad aumentare la quantità di energia solare trattenuta da aria, acqua, rocce del nostro Pianeta. Ci sono poi i 12 nuovi inceneritori, una scelta molto più impattante sull’ambiente, rispetto alle scelte veramente strategiche per una innovativa gestione dei rifiuti, rappresentate dal riciclo e il compostaggio. In base ai fattori di emissione degli inceneritori tedeschi, “termovalorizzando” una tonnellata di scarti urbani si immettono in atmosfera circa 1,2 tonnellate di anidride carbonica. Se...

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Cambiamenti climatici, il peso delle lobby nell’Ue

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Cambiamenti climatici, il peso delle lobby nell’Ue

[Di Antonietta Demurtas su Lettera43.it] Settore auto e aziende energetiche in pressing. Rinnovabili e Ong trascurate. Così l’Unione europea si fa influenzare sull’ambiente. La denuncia di ”Ceo”. C’è grande attesa per la conferenza Onu sui cambiamenti climatici (Cop21) in programma a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre. Un mix di speranza e ottimismo che deve però fare i conti con il fallimento della conferenza Cop15 di Copenaghen nel 2009, quando ci fu un accordo non vincolante dal quale sparirono completamente gli obiettivi di riduzione delle emissioni – serra. I governi questa volta sembrano davvero intenzionati a firmare un accordo globale per combattere i cambiamenti climatici fino al 2050. Ma le Organizzazioni non governative (Ong) già intravedono un compromesso al ribasso: davanti alla possibile catastrofe climatica c’è una scarsa ambizione da parte degli storici inquinatori a cambiare davvero. E l’Unione europea, come denuncia l’Ong Corporate europe observatory (Ceo), tende a mettere le esigenze delle industrie davanti alla salute della gente e del Pianeta. COMMISSARI MONITORATI. Una denuncia che i watchdog di Ceo hanno deciso di fare dopo aver monitorato l’attività politica dei commissari europei. A partire da quella di Miguel Arias Cañete che a Parigi sarà il capo negoziatore per l’Ue. Il commissario per l’azione per il clima e l’energia ha infatti già detto che se l’accordo di Parigi non porterà, come già deciso a Lima, a mantenere la temperatura media globale al di sotto di 2°C in modo vincolante, «non sarebbe comunque un fallimento», precisando che sì «vorremmo avere un accordo vincolante, ma l’Onu ha bisogno dell’unanimità e non possiamo fare l’errore che abbiamo fatto a Kyoto», quando il Protocollo pur essendo un accordo internazionale vincolante che impegnava i paesi a obiettivi di riduzione delle emissioni, non fu firmato da paesi grandi emettitori come Usa, India e Cina. Anche a Parigi quegli stessi Paesi potrebbe abbassare i target aiutati dalle grandi industrie. A preoccupare le Ong è infatti la tendenza crescente verso un loro coinvolgimento nei negoziati. CONTRIBUTI DAL BUSINESS. A Parigi la presidenza francese, in collaborazione con la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), ha deciso di creare una sezione speciale per i contributi del mondo del business, che saranno affiancati a un eventuale testo negoziale (originariamente chiamato Lima-Paris Action Plan e ora the Agenda for Solutions). Aziende che già giocano un ruolo fondamentale all’interno del processo decisionale europeo. Con la loro attività di lobbying e la presenza all’interno degli expert group (ex advisory group) dell’esecutivo europeo sono infatti coinvolte nel processo legislativo comunitario sin dal primo step. LINEE PER LA TRASPARENZA. Per evitare una influenza eccessiva, all’inizio del suo mandato la Commissione Juncker ha scritto delle nuove linee guida sulla trasparenza, che obbligano non solo di pubblicare tutti gli appuntamenti dei commissari e dei loro gabinetti, ma richiede agli stessi che gli incontri siano equilibrati. Il rapporto Ceo: le grandi aziende di energia sono favorite Una richiesta che secondo Ceo non è stata rispettata dal commissario per l’azione per il clima e l’energia Miguel Arias Cañete e dal vice presidente e commissario per l’Unione energetica Maros Šef?ovi? nel loro primo anno di carica. RAPPORTI PRIVILEGIATI. Nel rapporto Ceo pubblicato il 5 novembre dal titolo Cooking the planet: Big Energy’s year of privileged access to Europe’s climate commissioners (leggi il documento integrale in pdf), si...

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Brasile, disastro ambientale nel Rio Doce. Onu: “Sostanze tossiche nel fango”

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Brasile, disastro ambientale nel Rio Doce. Onu: “Sostanze tossiche nel fango”

[Di redazione su Ilfattoquotidiano.it] I 60 milioni di metri cubri di detriti, pari al contenuto di 25mila piscine olimpioniche, hanno ucciso migliaia di pesci del rio Doce. E intanto, 250mila persone dello stato di Minas Gerais sono senza acqua potabile. Le abitazioni sono state spazzate via e le poche rimaste sono completamente ricoperte di fango. E’ l’immagine del più grande disastro ambientale della storia del Brasile, avvenuto a Mariana nello stato di Minas Gerais, che ha ucciso 17 persone e migliaia di pesci. E ora i detriti hanno raggiunto l’oceano. A distanza di due settimane dalla frana continuano le polemiche sulle responsabilità dell’incidente. Nel dibattito è intervenuto anche l’Onu. Secondo l’Alto Commissariato, il fango rilasciato dopo la rottura della diga in una miniera della zona è tossico: “Ci sono nuove prove – affermano – che i residui contengono alti livelli di metalli tossici e altre sostanze chimiche tossiche”. E’ questa la causa, sostengono le Nazioni Unite, della morte di migliaia di pesci nel Rio Doce, il fiume che collega lo Stato minerario del Minas Gerais con Espirito Santo sulla costa atlantica. La compagnia che gestisce la cava, la Samarco, sostiene invece, il contrario. L’azienda ha dichiarato che i test prima e dopo la frana dimostrano che il fango rilasciato, in gran parte composto da acqua, ossido di ferro e silicio, non comporta pericolo per la salute umana e non contiene sostanze contaminanti. Per la Samarco qualsiasi metallo presente nei sedimenti non sia reattivo e non contaminerà l’acqua: “Nell’acqua non cambieranno composizione chimica e si comporteranno come normale terra in un bacino idrico”. La moria di animali sarebbe, invece, dovuta al soffocamento causato dal grande volume di sedimento sottile, non da veleni. Oltre al danno ambientale c’è un danno economico e sociale. I 60 milioni di metri cubi di detriti, pari al contenuto di 25mila piscine olimpioniche, hanno tolto acqua potabile a 250mila persone. Samarco ha fornito 100 milioni di acqua potabile e minerale agli abitanti della città lungo il fiume. Non abbastanza per l’Onu che ha definito la risposta del gruppo minerario e del governo “insufficiente”, chiedendo loro di evitare ulteriori danni.     Pubblicato su Ilfattoquotidiano.it il 26 novembre 2015...

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Cronaca di un disastro annunciato

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Cronaca di un disastro annunciato

[Di Silvia Ribeiro su Comune-info.net] Il cambiamento climatico esiste ed è molto grave. Per evitare che il pianeta continui a riscaldarsi occorre ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, conseguenza del sistema di produzione e consumo di combustibili fossili. Il cambiamento climatico esiste ed è molto grave. Riferendosi a dati più o meno simili, tutte le analisi concordano: per evitare che il pianeta continui a riscaldarsi, con conseguenze devastanti, urge ridurre drasticamente le emissioni di gas serra (Ghg), conseguenza del sistema di produzione e consumo di combustibili fossili, come petrolio, gas e carbone. Gli elementi che emettono più gas serra sono l’estrazione e la produzione di energia, il sistema alimentare agroindustriale (compreso la deforestazione e il cambiamento di uso del suolo), l’edilizia e i trasporti. Tuttavia, non sono all’ordine del giorno del prossimo incontro mondiale sul clima, che si terrà a Parigi nel mese di dicembre, le riduzioni necessarie e come garantire che i principali responsabili (i paesi e le aziende) cessino di contaminare il clima di tutti e minare il futuro dei nostri figli e figlie. Invece, la 21 Conferenza delle Parti (COP21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), che si riunirà le prime due settimane di dicembre in Francia, prevede di concordare un sistema di azioni volontarie, chiamate contributi previsti, e determinati a livello nazionale (CPDN o INDC , per i loro acronimi in inglese), senza impegni vincolanti né un effettivo controllo internazionale, legittimando nuove soluzioni false e tecnologie pericolose. Così sarà sepolto definitivamente il processo di negoziazione multilaterale per affrontare questa crisi globale. Precedente questo accordo – non accordo (dato che si legalizzerà che ogni paese può fare quello che vuole) è stato il protocollo di Kyoto, un accordo internazionale vincolante che ha stabilito che i principali Paesi responsabili della maggior parte dei gas ad effetto serra, dovevano ridurre il 5 per cento delle loro emissioni al di sotto del livello del 1990. Il totale delle emissioni era allora di 38 Giga tonnellate equivalenti di biossido di carbonio per anno (equivalente perché ci sono altri gas ad effetto serra). Gli Stati Uniti, il principale emettitore storico e il secondo attuale, non hanno firmato il protocollo di Kyoto e hanno continuato ad aumentare le loro emissioni. Nel 2010, le emissioni globali, anziché diminuire, sono salite a 50 Gigatonnellate all’anno. In quell’anno, la Cina è diventata il primo emittente, attualmente con il 23 per cento del totale, seguita dagli Stati Uniti con il 15,5 per cento. Gran parte delle emissioni della Cina, stimata in almeno il 30 per cento, è consumata in altri paesi. Ma sommando, gli Stati Uniti sono responsabili per il 27 per cento delle emissioni dal 1850. Con il 5 per cento della popolazione mondiale utilizza il 25 per cento dell’energia globale e le sue emissioni di gas serra pro capite sono più di 100 mila tonnellate per persona, mentre in Cina sono 85 tonnellate a persona. Si noti che l’attuale sviluppo della Cina segue lo stesso modello distruttivo di produzione e consumo industriale, con un crescente divario di disuguaglianza interna. In base a questa nuova realtà delle emissioni dei paesi emergenti, i principali emissori storici esigono che tutti dovrebbero ridurle, anche quelli che non hanno mai provocato emissioni. Hanno bloccato una nuova fase del Protocollo di Kyoto e hanno colto...

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Trivelle, Confindustria sostiene Ombrina: «migliorerà la vita dei cittadini »

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Trivelle, Confindustria sostiene Ombrina: «migliorerà la vita dei cittadini »

[Di redazione su Primadanoi.it] ABRUZZO. «Ombrina mare è un vantaggio oggettivo per il territorio, sul quale non sentiamo argomenti di carattere economico che si contrappongono, ma solo aspetti ideologici». Ne è convinto il presidente di Confindustria Abruzzo, Agostino Ballone, il quale, a proposito delle contestazioni al progetto petrolifero, dice di non vedere tanti cittadini che scendono in strada, ma piuttosto sempre le stesse organizzazioni del ‘no’. A margine della presentazione dell’indagine semestrale di Confindustria, il leader degli industriali abruzzesi ha parlato del progetto Ombrina Mare come di un attività che dà occupazione, che crea investimenti, che crea risorse per gli enti interessati, «perché la cosa che si dice sottovoce è che sia la Regione sia i Comuni interessati beneficiano delle royalties di queste estrazioni, che possono essere opportunamente utilizzate per abbattere la fiscalità, per fare opere pubbliche, per sistemare le strade, insomma per migliorare le condizioni di vita dei cittadini». Ballone sostiene che «di professionisti del ‘no’ ne vediamo tanti in giro, mentre di cittadini ne vediamo meno. Vedo sempre le stesse organizzazioni – dice – che si spostano da un punto all’altro della nazione a seconda di ciò di cui si parla». Rispetto al rapporto con la Regione, «il dialogo è buono quando si parla di economia», ma lo è meno «quando intervengono fattori ideologici. Mi riferisco alle ultime leggi approvate in materia di Parco della Costa teatina e alle attività estrattive nell’ambito delle 12 miglia. Lì – conclude – intervengono elementi che non hanno nulla a che vedere con aspetti economici, ma sono solo ideologici». Intanto il Comune di San Vito Chietino – raccogliendo il suggerimento dello studio legale dell’avvocato Giustino Ciampoli di Milano, che sta patrocinando l’Ente in sede giurisdizionale fin dall’inizio della vicenda “Ombrina Mare” – ha chiesto alla Regione Abruzzo di approvare con urgenza una legge regionale finalizzata a vietare le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi nel raggio di 12 miglia dal perimetro esterno delle riserve naturali protette. «Siffatta previsione legislativa, infatti», spiega il sindaco Rocca Catenaro, «a differenza di quella già approvata alcuni giorni fa dal Consiglio regionale, non si configurerebbe in contrasto con la legislazione statale superando il vaglio di costituzionalità». In effetti, secondo la Corte costituzionale “le Regioni nell’esercizio delle loro competenze, debbono rispettare la normativa statale di tutela dell’ambiente, ma possono stabilire per il raggiungimento dei fini propri delle loro competenze livelli di tutela più elevati”. «Essendo, quindi, state già istituite lungo la Costa dei Trabocchi una serie di riserve naturali con la richiamata legge regionale – fra cui anche la riserva di Grotta delle Farfalle nei Comuni di San Vito Chietino e Rocca San Giovanni (che dista soltanto 6 km dal pozzo estrattivo Ombrina Mare) – la Regione Abruzzo, sul presupposto della necessità ed urgenza di estendere la tutela già prevista per tali riserve naturali, ben potrebbe stabilire, restando all’interno dei propri limiti di competenza costituzionale, un divieto di coltivazione di idrocarburi nel raggio di 12 miglia dal perimetro esterno delle medesime aree già sottoposte al vincolo di tutela regionale». «Siamo certi», insiste il primo cittadino, «che il presidente della Regione valuterà con la massima urgenza tale proposta che potrebbe costituire in solido ostacolo giuridico al rilascio da parte del Ministero dello Sviluppo Economico del provvedimento finale di autorizzazione all’insediamento di Ombrina Mare»....

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22 anni, ma stiamo vincendo la battaglia contro Chevron

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22 anni, ma stiamo vincendo la battaglia contro Chevron

[Di redazione su Texacotoxico.net] Durante questo ultimo anno il caso Chevron ha fatto importanti passi avanti a sostegno delle vittime ecuadoriane: il Canada che si pronuncia a favore della giurisdizione per la riscossione della sentenza ecuadoriana; la perizia dell’esperto che ha agito in giudizio come perito informatico davanti al Tribunal Bilateral de Inversiones, invalidando le accuse della petroliera contro la sentenza; la falsa testimonianza, sotto giuramento, del testimone di Chevron contro gli ecuadoriani davanti alle Corti Statunitensi per favorire la petroliera, tra gli altri, distruggono gli argomenti della Multinazionale per evitare il pagamento della sentenza. Al termine dei 22 anni di lotta delle comunità indigene e contadine nella Amazzonia ecuadoriana contro la Chevron, Humberto Piaguaje, Coordinatore degli Afectados por Texaco, ha presentato un bilancio degli avvenimenti di quest’anno, ritenendoli un successo all’interno della lotta delle popolazioni, dal momento che esistono sempre più elementi che minano le accuse di frode avanzate da Chevron – Texaco e che legittimano la sentenza imposta dai Tribunali ecuadoriani, sentenza che ha condannato la petroliera al pagamento di 9,5 miliardi di dollari per l’indennizzo delle zone colpite. Tra i risultati ottenuti, il Coordinatore delle vittime registra i seguenti: La sentenza della Corte Suprema del Canada che ha unanimemente riconosciuto la giurisdizione dell’Ontario affinché i richiedenti possano portare avanti il processo di omologazione della sentenza e quindi l’esecuzione della stessa in quel paese. Questo rappresenta un passo definitivo in relazione all’obiettivo delle vittime di riscuotere quanto gli spetta da Chevron per procedere alla riparazione immediata dei territori amazzonici; La relazione presentata da Christopher Racich, esperto informatico che ha agito in qualità di perito nell’arbitrato internazionale, nella quale concludeva che non vi è alcuna prova per cui la sentenza in favore dei richiedenti ecuadoriani sia stata redatta da una terza persona. Nel documento si dichiara che il giudice Nicola Zambrano è stato il creatore del file che contiene la sentenza, lo stesso che era stato modificato centinaia di volte, e conferma che nessuna delle memorie esterne utilizzate conteneva né tutta né parte della sentenza; e non vi è alcuna prova che attraverso internet sia entrato in contatto con qualcuno del team di avvocati dei querelanti né con l’ex giudice Alberto Guerra, il quale dichiarò, negli Stati Uniti, in modo malizioso, di essere l’autore del “fantasma della sentenza”; Questa relazione è particolarmente importante perché lo Stato ecuadoriano ha dimostrato tecnicamente che non vi è stato nessun tipo di frode nel giudizio vinto dalle comunità contro la petroliera, il quale costituisce rovesciamento nel processo perseguito dalla petroliera ai danni dello Stato ecuadoriano conosciuto come “Chevron 3”, che si basa sul Tratado Bilateral de Protección de Inversiones sottoscritto tra Ecuador e Stati Uniti; La testimonianza giurata dell’ex giudice Alberto Guerra Bastidas, che ammette di aver mentito per favorire Chevron davanti alla Corte di New York. Questa testimonianza, che è parte del processo di arbitrato, di Guerra, il principale testimone della petroliera per armare il processo per frode contro i querelanti ecuadoriani, ha riconosciuto di aver falsato la verità. L’ex giudice nell’interrogatorio riconosce di aver detto “cose non vere”, pur ammettendo che ha ricevuto e continua a ricevere i benefici economici da Chevron; L’ appello dinanzi il Secondo Circuito di New York, per far sì che si riesamini la sentenza emessa dal giudice Lewis Kaplan, in cui si afferma che la...

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La mappa della Sicilia rimasta a secco, il viaggio dell’acqua in mano ai privati

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La mappa della Sicilia rimasta a secco, il viaggio dell’acqua in mano ai privati

[Di Claudia Campese e Salvo Catalano su Meridionews.it] Perdite nelle condotte, guasti agli impianti di potabilizzazione, problemi nei bacini idrici incastonati nelle montagne. Al centro di tutto c’è Siciliacque, la società partecipata dalla regione ma a maggioranza privata, con una concessione quarantennale. E la lista delle città dove l’oro blu è un lusso si allunga. Mezza Sicilia passa le giornate a cercare acqua, riempire i serbatoi e centellinare il prezioso liquido. Da Messina ad Agrigento, passando per le province dell’interno, i problemi sono simili, così come i protagonisti. Su tutti Siciliacque, la società partecipata dalla Regione (per il 25 per cento) e dalla multinazionale francese Veolia. È la S.p.A. a vendere l’acqua ai gestori privati, afflitti a loro volta da problemi di diversa natura. Ed è sempre Siciliacque a gestire i principali bacini idrici, spesso in contesti naturalistici incantevoli. Se Caltanissetta ed Enna soffrono la sete lo devono alle carenze nella gestione da parte di Siciliacque del bacino artificale dell’Ancipa. Creato negli anni ’50 dall’ENEL che con una diga bloccò il torrente Troina, si trova sui Nebrodi, a cavallo delle province di Enna e Messina. È un guasto al sistema di potabilizzazione delle acque ad aver costretto per diversi giorni senza acqua Enna e i Comuni di Piazza Armerina, Valguarnera, Aidone e Pietraperzia. A Caltanissetta, invece, dal 7 novembre i cittadini si riforniscono di acqua potabile dalle autobotti. Il sindaco ha infatti vietato l’uso a fini alimentari di quella che esce dai rubinetti. Stessa situazione a Gela, dove però l’emergenza è diventata normalità, visto che questi problemi si registrano dal 2007. Poco distante, a Niscemi, l’erogazione in alcuni quartieri avviene ogni 10-15 giorni e l’acqua arriva dalla diga Blufi, nel Palermitano, un viaggio di 140 chilometri segnato da perdite e guasti. Cinque giorni fa è scattato l’allarme ad Agrigento, Ravanusa, Campobello di Licata e Canicattì: sono stati trovati batteri nell’acqua che proviene dal bacino di Fanaco, pure questo gestito da Siciliacque, e che arriva nelle case grazie a Girgenti Acque. Solo l’ultimo dei disservizi, visto il lungo elenco di problemi che grava sulla società dell’imprenditore Campione: per tre anni senza certificazione antimafia, il costo del servizio alle stelle, distacchi selvaggi, indagini sul depuratore di Ribera, mancanza di certificazione del bilancio 2013, un procuratore aggiunto che definisce Girgenti Acque «un assumificio», cittadini costretti a cucinare con l’acqua in bottiglia, casi di dubbia trasparenza come quello legato alle bollette ENEL, indagini per truffa, riparazioni che non vengono effettuate da mesi, l’utilizzo, a Licata, del depuratore nonostante l’espresso diniego di scarico della Regione. Siciliacque e il suo socio di maggioranza, la francese Veolia, sono stati recentemente oggetto di critica da parte del sindaco di Messina, Renato Accorinti. Il primo cittadino ha più volte denunciato che la S.p.A., che controlla l’acquedotto Alcantara, vende l’oro blu a un prezzo troppo alto. Motivo per cui negli anni scorsi la città dello Stretto ha deciso di fare a meno di quella fonte, approvvigionandosi soltanto dalla condotta Fiumefreddo, nei giorni scorsi colpita dalla frana a Calatabiano. La concessione che lega Siciliacque alla Regione ha una durata quarantennale.     Pubblicato su Meridionews.it l’11 novembre 2015...

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[:en]‘This Changes Everything’: What the Paris attacks mean for the climate protests[:]

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[:en]‘This Changes Everything’: What the Paris attacks mean for the climate protests[:]

[:en][By Claire Fauset on Newint.org] Key organizers are pushing for the climate marches and protests to go ahead in Paris despite threats of a government clampdown (see last night’s press statements by 350.org and Climate Coalition 21). Claire Fauset, one of many climate justice activists planning to attend the talks, explains why it’s more important than ever to take action in Paris. This changes everything. The title of Naomi Klein’s book on the urgency of the fight to stop capitalism destroying our planet was the phrase that immediately came to mind as the horror of the Paris terror attacks settled on my brain last Friday night. I was with friends recording poems and snippets for a radio project during the climate summit, and all our thoughts were already in Paris. My mind raced like a movie montage of paranoiac dystopianism. Remembering that day in 2001 when, while planning for a campaign against the World Trade Organization, the World Trade Center crumbled to the ground. Remembering the fear, not of terrorism, not of Islam, not of getting on a plane, but of war, xenophobia, repression, and spiralling cycles of violence. Fearing now what this attack means for a Europe already swinging to the right and restricting freedom of movement in the desperate hope of stemming the tide of people fleeing the wars and poverty for which Europe itself is partly responsible. And fearing the growth of the unthinking, poisonous prejudice that values white lives over the lives of people of colour in Beirut, Baghdad, Syria and everywhere. And of course my fears were for our mobilizations around the climate summit. Will it even happen? Are we mobilizing people to be an easy target for terrorists in a heavily militarized state? Will climate change even be on the agenda? This changes everything. Climate change is a greater threat than terrorism, we said, in those innocent days only a week ago. And it is. And the two are interconnected. The war in Syria is thought to be partly sparked by a drought, linked to climate change. And resource dependency – specifically oil – is what is buying the guns for the Islamic State. Climate change is a greater threat, but terrorism certainly has the ability to overshadow other issues by its immediacy and horror. Our intention was to go onto the streets of Paris when the summit fails, as it inevitably will, to reach an agreement that has a hope of keeping us within a 1.5 degree temperature rise, to take to the streets and take the last word. But how can we realistically hope to take the last word with our barricades when the first word has been so devastatingly stolen by the terrorists? Right now social movements are trying to get their heads around what these attacks mean for resistance to the corporate agenda that hijacked the climate talks long before IS hijacked the Bataclan concert hall. We know that the summit will go ahead, but there are strong indications that marches and protests may be banned as a state of emergency is extended to cover the talks. Paris is a traumatized city. We should not stay silent about the climate crisis, but our resistance must show empathy and solidarity, both with those affected by the attacks and those targeted...

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