Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Legge di Stabilità: importare energia sporca, a spese dei cittadini. Così l’Italia si presenta alla Cop21
[Di Mario Agostinelli su Ilfattoquotidiano.it] Nuova svolta nella saga infinita dell’elettrodotto fra Italia e Montenegro. Una grande opera che ormai assomiglia al Ponte sullo Stretto: di tanto in tanto riemerge dal silenzio, anche se le ragioni per giustificarla non reggono all’esame del buon senso. Quando nel 2003 l’Italia subì il black out, si progettò un elettrodotto fra Balcani e Italia (approdo in Abruzzo) in vista dell’importazione di elettricità da quelle aree. Dieci anni dopo però, l’undercapacity italiana si trasformò in overcapacity e un’opera che oggi finirebbe per costare almeno un miliardo di euro, perse la sua attrattività. Per di più, l’iniziale previsione di importare energia idroelettrica dalla Serbia andava perdendo di significato già all’inizio del secondo decennio 2000, dato che ormai potevamo produrci in casa tutta l’energia verde che ci serviva per raggiungere gli obiettivi fissati a livello nazionale ed europeo. Ora, andando verso l’appuntamento di dicembre a Parigi per la Cop 21, potremmo onorarci almeno di un definitivo abbandono del carbone e, quindi, di un contributo trasparente al miglioramento della situazione climatica. Ma tra il dire e il fare… ci sono sempre intoppi che nascondono interessi di cui i cittadini e l’opinione pubblica non devono occuparsi e che, nel caso trattato, hanno a che vedere proprio con il combustibile fossile più inquinante. Abbiamo già denunciato su questo blog che A2A, l’utility ancora a maggioranza pubblica di Milano e Brescia, aveva fatto un rischioso investimento in centrali elettriche compartecipate nel piccolo Montenegro, un Paese non proprio esempio di trasparenza e incorruttibilità. Un rischio che si poteva correre, probabilmente, solo esportando kWh in Italia a prezzi ben più alti di quelli che vengono pagati, quando vengono pagati, nel paese balcanico. E – qui viene il bello – non kWh puliti, ma kWh prodotti da A2A con carbone, bruciato in una centrale in via di raddoppio e estratto da una miniera di lignite, fonte di preoccupante inquinamento per la cittadina di Pljevlja, contigua alla centrale e al giacimento. Nell’assemblea generale di A2A dello scorso 11 giugno era stata sollevata una decisa obiezione per un’operazione come quella in corso in Montenegro, contraria perfino al buon nome di una municipalizzata e, se si fanno i conti, vantaggiosa solo a fronte della realizzazione urgente della connessione con l’Italia, ovvero, della posa del cavo che dovrebbe attraversare l’Adriatico. Diciamoci perché e per chi “vantaggiosa”: perché i costi della costruzione dell’elettrodotto sarebbero finiti nella bolletta elettrica e A2A avrebbe usufruito di una infrastruttura a carico dello Stato. E arriviamo ad oggi. Nella Legge di Stabilità in discussione al Senato ieri pomeriggio sono stati avanzati da parlamentari del Pd emendamenti per riconoscere sostegni ai cosiddetti “energivori” e produttori di energia da fossile, così da garantire ad essi un incentivo economico per l’acquisto virtuale di energia elettrica al di fuori dell’Italia ad un prezzo di favore, oltre che per la realizzazione di interconnessioni anche in un momento di overcapacity. Esiste già una legge del 2009 che promuove gli “interconnector” (siamo ormai abituati agli inglesismi quando le cose sono sospette) al costo di 500 milioni di euro l’anno prelevati dalle bollette elettriche dei cittadini. Una legge che dovrebbe decadere se davvero il nostro governo si muovesse verso le energie pulite, ma che l’emendamento sotto accusa (per quanto ci risulta contrastato al Senato solo dall’opposizione), prorogherebbe fino al 2021, sottraendo come maggiori oneri altri 2...
read more[:en]War and cover up in the Amazon[:]
[:en][By Felipe Milanez on Entitleblog.org] FUNAI, Brazil’s National Indigenous Foundation, is accused of ignoring a serious conflict between two indigenous tribes in the Amazon. Two hours after the original version of this text was published in Carta Capital, FUNAI informs about first contact omitting information about massacre. A “tribal war,” following the omission of the state, reportedly provoked a massacre of members of the indigenous Korubo tribe, according to information that came to light at the end of September. FUNAI, Brazil’s National Indigenous Foundation, is still investigating the case and estimates between 7 and 15 dead. The conflict, in the Amazon’s Javari Valley, began with the assassination of two members of the Matis ethnicity in December of 2014, and has developed amid a deep crisis in the management of FUNAI’s isolated tribes department. Reports so far indicate that the Matis, after alerting FUNAI and requesting an audience with the foundation’s president to discuss the pacification of the area, retaliated the Korubo’s December attack. The two ethnicities share an area in the Javari Valley Indigenous Reservation, and lately their encounters have been marked by violence. After the recent deaths, the Matis themselves conducted forced contact with the Korubo, near the Tawaya village, on the 26 September. Initially there were 10 people, with an additional 11 members of the isolated tribe arriving on 10 October. The difficulty in knowing the number of dead people comes from the tribesmen not mentioning the names of those who died. According to reports, the tribespeople contracted contagious respiratory diseases and some show bullet wounds. A newborn child died in the first half of October. Initially, the Matis told assistance groups that the isolated Korubo tribespeople were emaciated. Marke Turu, of the Matis’ association (AIMA), claims that they repeatedly warned FUNAI about the extent of the conflict, requesting the foundation’s assistance and an audience in Brasília, but have yet to receive an answer. “If something happens to the Matis again, they may want to retaliate. The problems with the isolated Korubo must be resolved. If they don’t provide pacification, there could be more violence,” he warns. The Javari Valley is the region with the highest density of isolated tribes in the world. It is a vast protected area, currently facing the most pressure from fishermen and hunters, loggers, and drug traffickers. The main mode of transportation is by river and it can take days, if not weeks, to travel within it. In many cases the isolated tribes share territory with contacted ones, and many Korubo groups live in isolation in the region, in addition to other unknown ethnicities. The first contact with the Korubo occurred in 1996, in an expedition led by the sertanista (or “backwoods contact agent” of FUNAI) Sydney Possuelo. No one from the tribe died, but one FUNAI worker was killed by the indians. Since then, there have only been occasional meetings or sightings on the edge of rivers. For example, the same group that has now been contacted by the Matis had been spotted and photographed by a medical team in 2007 on the edge of the Ituí River. Recently there has been an increase in conflicts between isolated tribes and other contacted tribes, as well as reports of epidemics, mainly malaria, among those isolated. Last year, a group of 16 Korubo made contact with FUNAI agents. It was concluded that they...
read moreSviluppo, giustizia sociale e crisi ambientale
[di S. Altiero e M. Di Pierri per Gazzetta Ambiente, Anno XXI, n.3/2015] Un saggio di A Sud e del CDCA inserito nel n. 3/2015 di Gazzetta Ambiente, il bimestrale sull’ambiente e il territorio con il patrocinio del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Il numero in cui è stato inserito il contributo è dedicato a energia e conflitti; i contesti delle nuove economie da una lettura politica della conflittualità socio-ambientale agli energy poors europei; dalla food-fuel competition all’incremento delle fonti fossili e del biocidio. Il Club di Roma, nel 1972, supportando lo studio di Donella Meadows, Limits to Growth, affermava che la finitezza del pianeta e la limitatezza delle risorse, in connessione con la crescita demografica, avrebbe portato all’arresto della crescita economica e della popolazione stessa, determinato dal progressivo esaurimento delle risorse, carbone prima e petrolio poi e mettendo a rischio la sopravvivenza dell’umanità. Queste previsioni, pur individuando correttamente i rischi connessi all’incremento della pressione sulle risorse naturali, sono stati smentiti tanto per quanto riguarda l’arresto della crescita demografica che quello dello sviluppo economico, quest’ultimo spinto oltre ogni limite dall’applicazione del progresso tecnologico e dalla disponibilità di energia. Così, raggiunto il primo miliardo intorno al 1800, dal 1960 al 2015 la popolazione mondiale è passata da 3 a 7 miliardi di persone1. Ugualmente in costante crescita il PIL mondiale. Dagli anni ’90 ad oggi, ad esempio, l’incremento è stato sempre compreso tra il 2 ed il 5%, escluso il periodo a cavallo tra 2008 e 2009, in piena crisi economica. Nel 2004, la stessa Donella Meadows e altri autori, in Limits to Growth: The 30-Year Update, hanno meglio individuato nell’insostenibilità dell’impatto ambientale il vero limite alla sopravvivenza della specie umana e non solo allo sviluppo economico. All’incremento demografico e alla crescita del PIL corrisponde, a livello globale, il manifestarsi di emergenze ambientali devastanti; su tutte il cambiamento climatico. Per completare il quadro, va messo in luce come, nel rapporto tra diversi Continenti, oltre che tra gruppi di individui o Stati, la crescita demografica e del PIL sia stata accompagnata dall’incremento della sperequazione nell’accesso alle risorse naturali oltre che nella distribuzione della ricchezza economica. I dati pubblicati da Oxfam nel gennaio 2015 affermano che, nel 2014, “l’1% più ricco della popolazione mondiale possedeva il 48% della ricchezza globale, lasciando appena il 52% da spartire tra il restante 99% di individui sul pianeta”. Di questo restante 52%, solo il 5,5% è riservato ad una quota pari all’80% della popolazione mondiale, mentre il resto è distribuito tra il 20% più ricco. Tornando all’insostenibilità dell’impatto ambientale, dall’era pre-industriale, l’aumento della concentrazione di anidride carbonica è pari al 40%; cause primarie, le emissioni legate all’uso dei combustibili fossili e quelle dovute al cambio di uso del suolo. Più del 75% delle 10 gigatonnellate di incremento annuo delle emissioni di gas serra tra il 2000 e il 2010 è stato dovuto alla fornitura di energia (47%) e all’industria (30%). Si ricava da questi dati che, da un lato, il modello produttivo si alimenta distruggendo l’ambiente, dall’altro si acuisce sempre più la divaricazione tra chi di ciò beneficia economicamente e chi ne subisce gli effetti devastanti in termini di rischio ambientale e sanitario legato all’inquinamento. In più, l’ambiente non è sacrificato in nome di un modello in grado di produrre benessere diffuso e...
read moreDopo l’euforia dell’Expo
[Di Mario Vitiello da Comune-info.net] L’euforia da Expo è stata venduta con gran dispiegamento di forze e alla fine il mantra che ripete ossessivamente “Expo è un successo” si è affermato. Ecco quello che di Expo non ci raccontano. A qualche giorno dalla fine dell’Expo, è possibile iniziare a fare alcuni bilanci dell’evento che ha occupato la scena politica e sociale milanese (e a tratti anche nazionale) negli ultimi cinque anni. Expo è un evento complesso, che riguarda la città di Milano e probabilmente l’intera nazione, che interessa molti settori, e ancora oggi sono tante le domande aperte, molti i rischi incombenti – non tutti noti – e innumerevoli le ferite che si devono ancora rimarginare. Per questo è necessario premettere qualche informazione riguardo gli assetti delle società che governano Expo, per comprendere quali siano le criticità e le contraddizioni presenti sullo scenario milanese (ma non solo) per i prossimi anni. La proprietà delle aree è di Arexpo S.p.A., la società che ha comperato il milione di metri quadri su cui si sta svolgendo l’evento. Li ha acquistati da Cabassi, da Fondazione Fiera e da Poste Italiane, pagandoli uno sproposito (grazie ad una speculazione tipo “mani sulla città” garantita dalla giunta Moratti), indebitandosi con le banche (principalmente Intesa San Paolo per circa 160 milioni) e con la stessa Fondazione Fiera (per circa 50 milioni di euro). La gara indetta negli scorsi mesi per trovare un compratore per le aree del sito è andata deserta, e in molti stanno pensando a cosa fare di queste aree, che per il momento sembrano interessare a tutti ma che nessuno vuole. A meno che non intervenga un soggetto “forte”, sia sotto il profilo politico sia sotto quello finanziario, che garantisca la realizzazione di nuove opere, nuove infrastrutture Expo S.p.A. è la società che ha costruito l’Expo e che sta gestendo lo show. I compiti di Expo S.p.A. sono in sintesi: organizzare e gestire l’Evento; redigere il piano finanziario dettagliato delle opere essenziali; gestire i finanziamenti pubblici degli enti finanziatori; stipulare i contratti relativi alla gestione operativa dell’Evento ed acquisire i proventi, nel rispetto del dossier di candidatura e successive modificazioni; redigere alla chiusura dell’Evento un rendiconto finanziario generale, da sottoporre all’approvazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze; (da wikipedia). Expo S.p.A. ha realizzato il sito e ha gestito il processo costruttivo dei padiglioni “standard”, ha stipulato i contratto con i paesi ospiti, sta gestendo il management di tutto lo svolgimento, sta percependo proventi di vario tipo (pubblicità, merchandising, etc.) e sta incassando il denaro proveniente dalla vendita dei biglietti. Ad oggi non è chiaro a nessuno quale sia il bilancio definitivo di Expo S.p.A.. Certo è che erano attesi 29 milioni di visitatori, e forse si arriverà a 20 milioni. Il masterplan prevedeva che l’accesso costasse 30-32 euro, mentre fin dal mese di aprile erano sul mercato biglietti a 20 euro, che diventavano 10 euro per le scuole. Dal mese di giugno i visitatori serali (comunque contati nel conto complessivo) entrano con 5 euro. Molti paesi non stanno pagando i creditori, tra cui gli Stati Uniti. Si può affermare, senza timore di grosse smentite, che Expo produrrà un importante passivo che dovrà essere ripagato dall’unico soggetto capace di una operazione di questo genere e portata: il ministero dell’Economia, cioè lo Stato tramite Cassa...
read moreDa Oslo ad Amburgo. Ecco le città che dicono addio alle auto
[Di Rudi Bressa da Lifegate.it] Una rivoluzione verde quella che sta coinvolgendo i centri di molte città europee. Puntando su trasporto pubblico, ciclabile e sullo sharing. L’ultima in ordine cronologico è Oslo. L’annuncio di qualche giorno fa viene direttamente dalle stanze dell’amministrazione pubblica della capitale norvegese, in carica dallo scorso settembre: entro il 2019 il centro città sarà chiuso alle auto private. Sempre entro quella data in città saranno costruiti ulteriori 60 chilometri di piste ciclabili per favorire la mobilità ciclabile. “Vogliamo avere un centro senza auto”, ha dichiarato Lan Marie Nguyen Berg, del partito dei Verdi. “Vogliamo migliorare per i pedoni e i ciclisti. Sarà meglio per negozi e per tutti”, riporta l’Indipendent. Questo non è che l’ultimo dei segnali verso il drastico taglio delle emissioni e a favore di una mobilità sostenibile. Oslo è stata una delle prime città a scommettere sulla mobilità elettrica, tanto da avere già 4000 colonnine installate per la ricarica dei veicoli elettrici. Non si tratta dell’unica città a voler chiudere il centro all’auto privata. Nel 2025 sarà Helnsinki, altra capitale della penisola scandinava, a rendere la città car free. Lo farà incrementando i mezzi pubblici che diventeranno on demand e grazie ad una fitta rete di servizi di condivisione della bicicletta. Anche in Inghilterra si sta cercando di portare avanti un’iniziativa del genere. A Cambridge è possibile entrare in città in auto attraverso una sola via, mentre l’accesso è libero se si arriva a piedi, in bici o con i mezzi pubblici. L’esperimento sta funzionando talmente bene che il centro è rinato, servizi commerciali compresi. Per passare poi ad Amburgo, la città candidata a diventare la più verde d’Europa. Parchi pubblici, aree verdi e una rete ramificata di piste ciclabili che porteranno, secondo gli amministratori, ad abbandonare l’auto nel giro di 20 anni. A Parigi invece entro il 2020 saranno raddoppiate le piste ciclabili, mentre la maggior parte delle strade percorribili delle auto avranno il limite dei 30 km/h. E in Italia? Milano ha visto ridurre il traffico veicolare grazie ad Area C, all’incremento dei servizi di auto e bici condivise e all’apertura di altre due linee della metropolitana. “Dieci anni fa a Milano si contavano 65 auto private per 100 abitanti, oggi il rapporto è di 51 a 100. Nel 2014 le auto immatricolate a Milano sono state 686 mila, 15 mila in meno rispetto all’anno precedente e 38 mila in meno rispetto al 2011. Questo dimostra come l’offerta di nuove opportunità per muoversi in città sia decisiva per una mobilità più sostenibile”, ha dichiarato l’assessore alla mobilità Pierfrancesco Maran. “Pensiamo al bike sharing che proprio in questi giorni raggiunge i 40mila iscritti, al car sharing, utilizzato da 300 mila persone, allo scooter sharing, l’ultima grande novità sulle strade di Milano: qualunque mezzo di trasporto deve essere disponibile in modalità di condivisione. Questo, insieme alle politiche sul trasporto pubblico, ci consente di competere con le grandi città europee con cui ci confrontiamo oggi in tema di sostenibilità”. Pubblicato su Lifegate.it il 2 novembre...
read more[:en]The Left should embrace degrowth[:]
[:en][By Giorgios Kallis on Newint.org] Degrowth is a frontal attack on the ideology of economic growth. Some call it a critique: a slogan or a ‘missile word’. Others talk of the ‘theory of’ – or the ‘literature on’ – degrowth; or of degrowth policies’. Many see themselves as the ‘degrowth movement’ or claim they live ‘the degrowth way’. What is degrowth and where did it come from? Origins Intellectually, the origins of degrowth are found in the Continental écologie politique of the 1970s. Andre Gorz spoke of ‘décroissance’ in 1972, questioning the compatibility of capitalism with earth’s balance ‘for which … degrowth of material production is a necessary condition’. Unless we consider ‘equality without growth’, Gorz argued, we reduce socialism to nothing but ‘the continuation of capitalism by other means – an extension of middle-class values, lifestyles and social patterns’. ‘Demain la décroissance’ (‘tomorrow, degrowth’) was the title of a 1979 translated collection of essays of Nicholas Georgescu-Roegen, a Romanian émigré teaching in the US and a proto ecological economist who argued that economic growth accelerates entropy. These were the times of the oil crisis and the Club of Rome. For continental ‘red-green’ thinkers, however, the question of limits to growth was first and foremost a political one. Unlike Malthusian concerns with resource depletion, overpopulation and collapse of the system, theirs was a desire for pulling the emergency brake on the train of capitalism, or, to quote Ursula Le Guin, ‘put a pig in the tracks of a one-way future consisting only of growth’. The slogan ‘décroissance’ was revived in the early 2000s by activists in the city of Lyon in direct actions against mega-infrastructures and advertising. Serge Latouche, a professor of economic anthropology and vocal critic of development programmes in Africa, popularized it with his books, calling for an ‘End to sustainable development’ and ‘a long life to convivial degrowth’. For French intellectual Paul Aries, degrowth was a ‘missile word’, a subversive term that questioned the taken-for-granted desirability of growth-based development. A small but dedicated network of degrowthers sprang around the monthly La Decroissanse magazine. The word registered in French political debates, with even a failed attempt for a degrowth political party. Degrowth today From France, the new meme spread to Italy, Spain and Greece. In 2008, just before the Spanish crisis, Catalan degrowth activist Enric Duran ‘expropriated’ 492,000 euros via loans from 39 banks. He gave the money to social movements, denouncing Spain’s speculative credit system and the fictitious growth it propelled. Starting in Paris in 2008, a series of international gatherings, a mix of scientific conference with social forum, introduced degrowth to the English-speaking world. In September 2014, 3,500 researchers, students and activists met in Leipzig for the 4th International Conference on Degrowth. Activities spanned from panels on growth and climate change, Gramscian critiques of capitalism, or the 20-hour workweek, to civil disobedience outside a coal power plant and courses on how to make your own bread. A proliferating academic research has buttressed key degrowth claims: the impossibility to avoid disastrous climate change with growth as usual; fundamental limits in decoupling resource use from growth; the rising social and psychological costs of growth A proliferating academic research in peer-reviewed journals has buttressed key degrowth claims: the impossibility to avoid disastrous climate change with growth as usual; fundamental...
read moreIl clima (e non solo) a Parigi
[Di Guido Viale da Comune-info.net] Il mondo arriva decisamente impreparato al prossimo vertice di Parigi (Cop21). Se i ripetuti allarmi di tanti scienziati, e non solo di quelli Ipcc (Intergovernmental Panel for Climate Change), ha fatto breccia sulla parte più avvertita, ma non certo sulla maggioranza, dell’opinione pubblica, inconsapevolezza e irresponsabilità dominano a livello planetario l’establishment politico. Il quale è stato sì edotto del problema e non può più far finta di ignorarlo (anche se al suo interno le lobby negazioniste continuano a esercitare una massiccia influenza); ma continua per lo più a trattare i cambiamenti climatici, che sono già in corso, come tutti possono constatare, e non riguardano solo un remoto futuro, come una “grana” di cui ci si deve occupare quando viene messo all’ordine del giorno, e che richiede tutt’al più qualche misura e qualche investimento ad hoc; non un cambiamento radicale, e in tempi brevi, di tutto l’assetto non solo economico produttivo ma anche sociale. È quello che evidenzia Naomi Klein nel suo ultimo libro Una rivoluzione ci salverà, quando scrive che “ha ragione la destra”. La quale, soprattutto negli Usa, dove è strettamente legata al mondo del petrolio, ha capito che liberarsi dei combustibili fossili non significa solo sostituire una tecnologia con un’altra, petrolio, metano e carbone con fonti rinnovabili; ma che per farlo occorre ridisegnare “dal basso”, e in modo democratico, cioè partecipato, tutta l’organizzazione sociale: una cosa che la destra non è assolutamente disposta ad accettare, costringendola ad allinearsi ad oltranza con le posizioni negazioniste. Ma altrove, cioè al centro, tra coloro che tengono le redini dei governi (la sinistra è quasi ovunque scomparsa dalla faccia della Terra), ci si continua a comportare come se il problema non fosse questo: a parlare di crescita e di sviluppo come se, chiuso il dossier cambiamenti climatici, il problema centrale fosse quello di rimettere in moto, costi quel che costi, il Pil. Tipica di questo atteggiamento, è la strategia energetica nazionale (Sen) dell’Italia varata dal Governo Monti, confermata da Letta e peggiorata da Renzi, dove i capitoli sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica convivono col programma di estendere le trivellazioni su tutto il territorio nazionale e di trasformare il paese in un hub per distribuire metano a tutto il resto d’Europa. In termini di inconsapevolezza e di irresponsabilità la grande stampa di informazione e i media non sono da meno: tutti hanno le loro pagine e i loro servizi sui cambiamenti climatici (anche se il Corriere della Sera continua a riproporre in sempre nuove versioni tesi negazioniste), ma, voltata pagina, si torna regolarmente a parlare di crescita e sviluppo in termini di un ritorno alla “normalità”: a stili di vita e modelli di consumo di sempre. La conseguenza di tutto ciò è che il pubblico non è stato messo in grado, nemmeno dalle trasmissioni e dagli articoli più seri e informati, di rendersi conto che “niente tornerà più come prima”. E questo, sia che la Terra continui imperterrita la sua marcia verso la catastrofe climatica, sia che finalmente si imponga un cambio di rotta come quello che molti si aspettano dal vertice di Parigi. È un po’, ma in una scala enormemente maggiore, lo stesso atteggiamento che si è andato consolidando di fronte alla crisi del 2008, che per molte economie del mondo si è andata...
read moreCibo, cosa non ha detto l’Expo
[Di Filippo Schillaci da Comune-info.net] È finito ottobre e con esso si è concluso l’Expo milanese dedicato all’alimentazione. Anche chi non è andato a visitarlo ma conosce il mondo in cui vive può avere un’idea di quale quadro della realtà alimentare mondiale esso possa aver dato; proviamo qui invece a tracciare un quadro basato non sulle esigenze di facciata ma sull’analisi della realtà alimentare che ci riguarda da vicino, proviamo cioè a parlare di ciò che l’Expo certamente non ci ha detto (leggi anche Dopo l’Expo). Se a questo punto ci si aspetta che io parli di accordi internazionali, di politiche agrarie, di multinazionali, che io faccia cioè dei discorsi sui massimi sistemi, temo che si rimarrà delusi. Ho letto di recente un articolo sui cambiamenti climatici: preciso, esatto, denso di dati e fatti assolutamente convincenti. Ma non mi è piaciuto. Non mi è piaciuto perché non ci ho trovato nessuna traccia di me, di te, di noi. Tutta l’attenzione di chi l’ha scritto era concentrata su “loro” che hanno deciso di incrementare le estrazioni di carbone, di aprire nuovi impianti, nuove centrali… loro, sempre e solo loro, ma chi sono “loro”? Sembra, nel leggere simili articoli, che quanto sta avvenendo sulla Terra sia opera di entità distanti, astratte, inconoscibili e irraggiungibili. Immense e trascendenti. Di fronte a una simile visione delle cose il fatalismo, la resa, è d’obbligo. E se invece colui che fa tutte queste cose fossi io? E se fosse con ciò nelle mie mani il potere di cambiarle? Ecco, è da questa considerazione che credo sia giusto partire. In altre parole dal concetto di responsabilità personale. Dunque tutto dipende da me, da te, da noi? Se non tutto, molto. Perché se è vero che il cibo è un bene di primissima necessità, se è vero che sedersi a tavola è un atto necessario, è anche vero che c’è modo e modo di farlo. Ci si può muovere sulla Terra come un tirannosauro imbizzarrito o con la leggerezza di una farfalla, e questo lo sappiamo tutti. Si corre però un rischio, quello di muoversi sulla Terra come un tirannosauro imbizzarrito credendo sinceramente di muoversi con la leggerezza di una farfalla e questa è la condizione più insidiosa. Per non cadere in questa trappola un prerequisito fondamentale è mettere ben a fuoco la realtà che ci circonda. È ciò che cercheremo di fare nelle righe che seguono. Qui e adesso E poniamoci innanzitutto la domanda di base: quanto pesa sul pianeta il contenuto del nostro piatto? Una prima idea può darcela uno studio promosso alcuni anni fa dalla Commissione europea secondo cui al settore agroalimentare sono da imputare il 31 per cento delle emissioni di gas serra in Europa, quasi un terzo. Per confronto, il settore abitativo contribuisce appena per il 24 per cento e quello dei trasporti per il 18 per cento. Il nostro piatto pesa tanto dunque, in realtà più di qualsiasi altra cosa. Ciò è dovuto al sommarsi di due degenerazioni amplificatesi enormemente durante il corso del XX secolo: l’industrializzazione dell’agricoltura e la zootecnia. Agricoltura industriale Parliamo della prima. «Una cosa deve essere ben chiara» mi scrisse qualche anno fa Giannozzo Pucci, direttore dell’Ecologist italiano, «l’agricoltura oggi è un’industria a cielo aperto, del tutto indistinguibile dall’industria propriamente detta». Ciò porta con sé...
read moreInteressi fossili e diritti affossati
[Di Francesco Martone su Comune-info.net] Un articolo pubblicato sulla rivista online di politica internazionale dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) sulle strategie dell’Eni nel Mediterraneo finalmente mette nero su bianco cosa c’è dietro la linea politica di Palazzo Chigi: la creazione di un superhub energetico nel Mediterraneo, una triangolazione Egitto, Israele, e poi Libia. Mentre imprese petrolifere italiane stanno buttando un occhio su giacimenti in Israele, e la Knesset discute del possibile accordo petrolifero con l’Eni che nei fatti ridimensionerebbe le sue aspirazioni energetiche nella regione. Primo passo, alleanza tra Renzi, Al Sissi e Bibi. E si chiudono ambedue gli occhi su diritti umani, e violazioni della legalità internazionale e popolo palestinese. Fase due, mettere i piedi nel piatto in Libia magari facendosi capofila della missione di “stabilizzazione” nel paese. E cercando di guadagnarsi un posto al tavolo per poi provare a prendersi in quota il settore energetico e petrolifero. Non è la Spectre, ma l’operazione fa assai pensare. Alle commistioni evidenti tra interessi di impresa e presunto interesse nazionale (già ricordiamo come il presidente Mattarella “autorizzo” il passaggio di Lapo Pistelli da viceministro degli Esteri con delega a quella regione a vicepresidente dell’Eni), interessi geostrategici e militari (Palazzo Chigi freme per avviare la presenza militare italiana in Libia). Alle amnesie non casuali, basta ricordare il viaggio di Renzi in Israele, o l’accoglienza data a a Bibi a Firenze. Della Palestina nessuna traccia. Quando allora si parla di giustizia climatica e di debito ecologico si dovranno tenere a mente anche queste cose. Ossia che per perpetuare la dipendenza da combustibili fossili nel nostro paese oltre che a trivellare in mare e non solo, si praticano strategie di politica estera che fanno carta straccia dei diritti umani e del diritto internazionale. Nel frattempo Barack Obama finalmente e doverosamente annuncia il suo veto alla XL Keystone pipeline una grane vittoria dei movimenti ambientalisti ed indigeni. Resta però il fatto che gli Usa hanno acquisito autonomia energetica attraverso lo sfruttamento del shale gas e shale oil e il fracking, in ossequio alla logica del capitalismo post-neoliberista, il capitalismo “neo estrattivista”. Fa pensare che questo tema, quello non dell’ambiente come opportunità di crescita o tutela della bellezza ma come chiave di volta per il superamento del capitalismo (leggi anche La fine del ciclo progressista di Raúl Zibechi ndr), sia così marginale nel dibattito sulla sinistra che verrà. Un tema che invece sarà al centro delle mobilitazioni dei movimenti per la giustizia climatica nelle prossime settimane a Parigi (qui il dossier sul clima in vista di Cop21, ndr). Pubblicato su Comune-info.net il 9 novembre...
read moreLombardia, 187mila tonnellate di scorie sotto la tangenziale di Orzivecchi
[Di Andrea Tornago su Ilfattoquotidiano.it] Il costo dell’opera sale di 8,5 milioni. E’ l’effetto dei danni economici legati alla costruzione dell’opera, rimasta incompiuta per via del sequestro per traffico di rifiuti nell’inchiesta che ha portato agli arresti dell’ex assessore Niccoli Cristiani, del costruttore Locatelli e di altre decine di persone. Inizialmente doveva costare 3,5 milioni. La bonifica da cromo esavalente e fluoruri porta il conto a più di 12. Sul rettilineo in terra battuta della tangenziale di Orzivecchi, tra i campi della bassa bresciana, affiorano ancora le scorie di fonderia. Quella strada incompiuta, all’estremo lembo sud della provincia, sequestrata nel 2010 dalla Direzione distrettuale antimafia di Brescia per le scorie smaltite nel sottofondo stradale, finirà per costare almeno quattro volte l’importo iniziale dei lavori. Oggi, secondo i tecnici della Provincia di Brescia, l’opera andrà completamente demolita, ricostruita da capo e il materiale dovrà essere smaltito in discarica come rifiuto. “Il poco fatto era talmente pessimo che deve essere distrutto e rifatto di sana pianta – ha sottolineato il pm Silvia Bonardi davanti ai giudici del Tribunale di Bergamo nella sua requisitoria – così si buttano i soldi nel nostro Paese”. Costo dell’operazione: 12 milioni e 700 mila euro, mentre il valore dell’opera si aggirava intorno ai 3,5 milioni. È questo il calcolo del danno causato al committente dei lavori secondo un documento del settore viabilità della Provincia di Brescia depositato al processo di Bergamo in cui sono imputati a vario titolo l’imprenditore Pierluca Locatelli, cinque suoi ex collaboratori e il funzionario della Provincia di Brescia Bortolo Perugini per truffa, frode in pubbliche forniture e traffico illecito di rifiuti. Il pm Bonardi ha chiesto la condanna a 6 anni e 3 mesi di carcere per Locatelli, da 3 a 5 anni per i suoi ex dipendenti Giovanni Pagani, Bartolomeo Gregori, Angelo Suardi e Andrea Fusco, 3 anni per la moglie Orietta Rocca e 2 per il funzionario provinciale Perugini. Le difese hanno chiesto invece l’assoluzione perché il fatto non sussiste o non costituisce reato, o di valutare un inadempimento colposo nella gestione delle materie prime secondarie (“Tutto accade alla fine del 2010, in piena crisi economica: se un illecito c’è stato va letto in questa logica, come tentativo di contenere una determinata situazione” ha sostenuto l’avvocato Roberto Bruni). La variante della provinciale 235 di Orzivecchi nel 2009 era stata affidata a un consorzio di imprese riconducibili al gruppo Locatelli di Bergamo, lo stesso che in quei mesi stava lavorando sui cantieri dell’autostrada Brebemi. E proprio dalle intercettazioni telefoniche dell’inchiesta su Orzivecchi partì l’indagine sui lavori della Bre.Be.Mi. che portò all’arresto per corruzione dell’ex vicepresidente della Regione Lombardia Franco Nicoli Cristiani e del dirigente dell’Agenzia regionale per l’ambiente, Giuseppe Rotondaro (entrambi nel 2014 hanno patteggiato rispettivamente 2 anni e 1 anno e 8 mesi) e a quello di Locatelli, moglie e collaboratori per traffico illecito di rifiuti (ma per loro il processo è stato annullato dal Tribunale di Bergamo che ha ordinato al pm di riscrivere l’avviso di conclusione indagini). Stando al capitolato d’appalto, la tangenziale di Orzivecchi doveva essere costruita con la ghiaia estratta da una cava, ma le imprese che si sono aggiudicate i lavori – la Origini Srl, la Locatelli Geom. Gabriele Srl e la Tecnofrese Srl – hanno miscelato la ghiaia con scorie di fonderia. L’uso delle...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.