Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Il volto oscuro del capitalismo italiano in Colombia
[Di Riccardo Carraro su Dinamopress.it] Reportage sulla lotta contro la Poligrow, testimonial di Expo che produce olio di palma. Attivisti e difensori di diritti umani colombiani stanno lottando contro un’impresa italiana che produce olio di palma in un territorio profondamente segnato dal conflitto. L’11 giugno scorso, all’interno di Expo 2015 si è svolto il convegno “Investire nell’agricoltura e nell’agroindustria colombiana”. Erano presenti l’ambasciatore italiano a Bogotà, il viceministro all’agricoltura, Hernàn Roman Calderon, ma non solo, il sito di Expo riporta “Ad aiutare il rilancio economico e gli investimenti nell’agroindustria, tre testimonial del mondo economico finanziario: Pascual Martìne, (…), Carlo Vigna Taglianti, ceo e direttore generale di Poligrow, che promuove progetti agricoli sostenibili di olio di palma e olio d’oliva nella zone di Mapiripà, e Finagro, una banca d’investimenti nazionale.” Nulla di strano nel trovare un convegno di questo stile all’interno della fiera del capitalismo rapace e goffamente mascherato di “verde”, che è Expo 2015. In questo caso tra i testimonial, presenti a narrare storie di sostenibilità vi è anche una persona, Carlo Vigna Taglianti e una impresa, Poligrow, che sono ben conosciute da attivisti e difensori di diritti umani colombiani. Mapiripàn è il secondo municipio colombiano per estensione, nella regione centrale del Meta dove le Ande degradano del tutto fino all’inizio della piatta foresta amazzonica. Negli anni ’90 è stata una zona di aspri combattimenti tra esercito, sostenuto dalle numerosi gruppi paramilitari, e formazioni delle FARC. Più di 13.000 persone sono dovute fuggire dal municipio a causa della violenza paramilitare, culminata nel massacro di Mapiripàn, uno dei più gravi della storia recente colombiana, durante il quale per 5 giorni, dal 15 al 20 luglio 1997, gli abitanti della città furono lasciati in pasto al famigerato gruppo paramilitare delle AUC. Ci furono assassini di massa, stupri, torture inenarrabili, corpi smembrati e gettati nel fiume e ogni orrore possibile, sotto lo sguardo vigile dell’esercito che ha dato luce verde ai paramilitari per entrare nel paese. Non si seppe mai quante persone furono uccise a Mapiripàn. Dal 2008 la popolazione, per lo più contadina, è tornata alle proprie terre. Ma proprio in quello stesso anno arriva nella regione del Meta anche Poligrow Colombia Ltda, società di Poligrow Investments, attualmente diretta da Carlo Vigna. Poligrow Investments è a sua volta sussidiaria di Asja Ambiente, una società torinese presieduta da Agostino Re Rebaudengo, appartenente al gruppo Reba Capital UK, anch’esso con a capo Re Rebaudengo. Poligrow si occupa di agroindustria e pertanto acquista una prima estensione di 5577 ettari di terreno per trasformarli in piantagioni di palma per la produzione di olio, nella proprietà chiamata Macondo, a Mapiripàn. L’olio di palma è una produzione in crescita in tutto il mondo, poiché oltre all’uso massiccio nel settore alimentare (merendine, biscotti, creme), viene sempre più promossa come agro-combustibile. Vari studi ed inchieste hanno dimostrato le gravi conseguenze per l’ambiente determinate dalle piantagioni di olio di palma, che impoveriscono il suolo, contribuiscono alla deforestazione, consumano quantità esorbitanti di acqua, alterano l’equilibrio di flora e fauna e riducono notevolmente la biodiversità. Comisiòn Justicia y Paz, una riconosciuta ONG di diritti umani colombiana, da tempo svolge ricerche sull’operato di Poligrow a Mapiripàn. Ad Agosto 2015 ha prodotto una inchiesta e un video che denunciano l’impatto devastante di questa impresa in un territorio fragile ambientalmente e socialmente, un territorio ancora...
read moreEtiopia, il massacro dei contadini contro la diga delle multinazionali italiane
[Di Luca Iacoponi su Ilnuovomondodanielereale.blogspot.it] Adulti legati agli alberi e fucilati, bambini e bestie gettati nei fiumi, cadaveri dati in pasto alle iene e un villaggio Suri raso al suolo. Dei 154 abitanti solo sette i sopravvissuti. Tra polemiche e controversie intorno alla diga Gibe III, cresce il numero delle vittime in Etiopia. Nell’ultimo rapporto, che risale a dicembre 2012, viene rivelato che sono centinaia le persone che hanno subito violenze, omicidi e stupri. La “colpa” è quella di opporsi alla costruzione del colosso idroelettrico per difendere la propria terra. Nella valle dell’Omo, patrimonio dell’Unesco, un conflitto silenzioso iniziato 7 anni fa continua a mietere vittime. Non è uno di quei conflitti che ai grandi eserciti europei interessa risolvere. Si tratta di una guerra indetta e gestita dal “progresso”, se così è lecito chiamarlo. Nel luglio 2006 il governo etiope, attraverso la EEPC (Ethiopian Electric Power Corporation) appalta, ma senza bando né gara, alla Società italiana Salini Costruttori la realizzazione della terza diga che porta il nome di GIBE. “Ispirata ai principi dello sviluppo sostenibile, fa leva sull’innovazione tecnologica e organizzativa e sullo straordinario patrimonio umano e professionale di cui dispone, per sviluppare soluzioni costruttive, capaci di valorizzare le risorse dei territori e di contribuire alla crescita economica e sociale dei popoli”, è la missione che la Salini dichiara sul proprio sito. La diga sarà un gigante di cemento in grado di produrre 6.500 GWh all’anno. Energia da immettere nel sistema elettrico nazionale e da rivendere a caro prezzo alla nazione più vicina: il Kenya. Nonostante l’ordinamento giuridico di Adis Abeba preveda che prima dell’approvazione del progetto debba essere effettuata una valutazione sull’impatto ambientale e sociale, il governo dà il via libera al magnate italico di deporre la prima pietra. La stampa non ne parla e il grido silenzioso dei 500mila abitanti della valle resta sommerso. Soltanto nel 2008 l’EPA (Ethiopian Environmental Protection Authority) dà ufficialmente il via libera ai lavori dopo aver ricevuto un dossier del CESI – guarda caso un’agenzia milanese, che definisce l’impatto ambientale legato al progetto “trascurabile” o addirittura “positivo”. Il Cesi si è però impegnato a trascurare l’uso delle terre limitrofe alla diga da parte dei contadini locali, piuttosto che come funzioneranno i futuri piani di regolazione delle piene e delle irrigazioni artificiali. Lo studio dell’agenzia milanese non parla nemmeno lontanamente della futura situazione del lago Turkana, oltre il confine con il Kenya, che dall’Omo riceve il 90% delle sue acque. Eppure gli studi di settore effettuati da una serie di Ong dicono l’esatto opposto. “La diga altererà in modo drammatico i flussi stagionali dell’Omo e avrà un enorme impatto sui delicati ecosistemi della regione e sulle comunità indigene che abitano lungo le sponde del fiume fino al suo delta, al confine con il Kenya. La portata dell’Omo subirà una drastica riduzione. Il fenomeno interromperà il ciclo naturale delle esondazioni che periodicamente riversano acqua e humus nella valle alimentando le foreste e rendendo possibile l’agricoltura e la pastorizia nei terreni rivivificati dalla acque. “Tutte le economie di sussistenza legate direttamente e indirettamente al fiume collasseranno compromettendo la sicurezza alimentare di almeno 100.000 persone”, si legge su survival.it. E così le popolazioni locali sono state costrette a un processo di “villaggizzazione” come lo hanno definito le autorità locali. Un vero e proprio trasferimento forzato di...
read moreI petrolieri a picco
[Da dorsogna.blogspot.it] Non c’è ditta petrolifera che si salvi. La Shell ha comunicato ai suoi investitori perdite per quasi otto miliardi di dollari per il terzo quadrimestre del 2015, le maggiori perdite in sedici anni. Nel frattempo hanno abbandonato vari progetti – non solo in Artico, ma anche per esempio nelle Tar Sands del Canada, dove era previsto lo sfruttamento del campo Carmon Creek. Allo stesso tempo cercano di spostarsi in altri mercati, per esempio il Brasile, l’Australia e lo sfruttamento di gas natuale negli USA con una campagna di acquisti di ditte minore, inclusa la BG. Registra perdite anche la nostra beneamata ENI che perde 257 milioni di euro. Un anno fa guadagnavano 1,17 miliardi di euro. In totale il nostro cane deforme ha perdite per 5,1 miliardi di euro. Il crollo dei prezzi ha portato l’ENI a ridimensionare costi, vendere varie proprietà e disdire progetti. Fra le cessioni, il 12,5% della Saipem e la Versalis, che io non conoscevo ma che è il suo ramo di produzione di sostanze chimiche. L’unica cosa che gli è andata bene è il reparto raffinazione, sul suolo italiano. Le perdite sono dovute a vari fattori, fra cui la cattiva performance in ambito gas e elettricità. Perché il gas e l’elettricità gli sono andati male? Perché hanno fatto i conti senza l’oste. Diversi anni fa firmarono dei contratti dove si faceva affidamento sul fatto che i prezzi sarebbero rimasti alti, e invece cosi non è stato. Si lamentano anche del fatto che hanno dovuto pagare tasse del 110%, rispetto al 60% di un anno fa, non è chiaro in che paese e perché. La Chevron americana intanto taglia altri 7000 posti di lavoro. La ConocoPhilipps americana perde 1,1 miliardi di dollari nel terzo quadrimestre del 2015, abbreviato in Q3. La Murphy Oil, con sede in Arkansas, perde 1,5 milairdi di dollari nel Q3 e taglia il 23% della sua forza lavoro. La Andarko Petroleum americana perde 2,2 miliardi di dollari nel Q3. La Noble americana perde 283 milioni di dollari nel Q3. La Maersk Oil di Norvegia taglia il 12% del suo personale lavorativo nel Q3. La Respol spagnola venderà proprietà per 7 miliardi di dollari per acquisire capitale nel Q3. La Baker Hughes texana perde 159 milioni di dollari nel Q3. La Schlumberger di Houston dimezza gli introiti dalle concessioni in giro per il mondo rispetto ad un anno fa. La Petrobras di Brasile taglia gli investimenti di un terzo per il 2016. La Encana americana cede proprietà per 900 milioni di dollari. La Husky Energy del Canada tagli 1400 posti di lavoro. La Cenovus Energy del Canada taglia 1500 posti di lavoro nel 2015. La Devon Energy, sempre Canadese, ne taglia 200. La Athabasca Oil dell’Alberta tagla il 25% della sua forza lavoro. Calfrac ha tagliato il 40% dei suoi lavoratori in Canada e il 50% negli USA. La Suncor Energy canadese ha tagliato 1300 posti di lavoro e per il Q3 perde 383 milioni di dollari. In tutto questo, la Goldman Sachs ha investito il minimo in oil & gas che nel resto della sua storia attuale: cioe’ scappano anche gli investitori! Dal Novembre 2014 al Novembre 2015 sono andati in fumo 500 miliardi di dollari a livello globale. Pubblicato dal blog No all’Italia petrolizzata il 2 novembre...
read moreKivalina, la città in Alaska che scompare a causa del global warming
[Da Focus.it] La comunità che abita il piccolo centro nel mare di Chukchi dovrà ‘traslocare’, ma serviranno più di 100 milioni di dollari. Ormai impossibile non solo pescare, a causa del ghiaccio troppo sottile, ma anche vivere qui in sicurezza. Una cittadina isolata costruita su una fragile isola del mare di Chukchi, 83 miglia al di sopra del Circolo Polare Artico. Appena 85 case e circa 400 abitanti, due serbatoi di acqua, una pista di atterraggio, un ufficio postale e l’edificio più grande: la scuola. E’ Kivalina, diventata il simbolo stesso del cambiamento climatico, di quell’aumento delle temperature che sta sciogliendo i ghiacci rendendo difficile continuare con quella vita che qui si è andata costruendo proprio sul rapporto tra uomo e ghiaccio. Per questo Kivalina potrebbe dover “traslocare” con tutta la sua comunità, così come è già accaduto a Vunidogoloa, villaggio delle isole Fiji. A Kivalina, infatti, la minaccia del cambiamento climatico non riguarda più solo il futuro, ma la vita quotidiana e si traduce in perdita di mezzi di sussistenza tradizionali, come la caccia alle balene, e in scomparsa di terreno. E se la pesca ha rappresentato per la comunità locale la principale attività economica e di sostentamento, ormai il ghiacchio è troppo sottile e fragile per uscire a pescare. “Il riscaldamento globale ci ha causato tante difficoltà – spiega Joseph Swan Sr., un anziano di Kivalina, al Washington Post – il ghiaccio non congela più come una volta, quando in mare arrivava allo spessore di 10-8 metri”. E senza ghiaccio viene a mancare anche una fondamentale barriera contro le ondate che ormai si infrangono sulla costa invadendo la città. Il risultato? Per il governo degli Stati Uniti non solo pescare, ma anche vivere a Kivalina è ormai troppo pericoloso e il paese con la sua comunità deve “traslocare”, ma bisogna decidere dove, quando e, soprattutto, chi metterà i soldi necessari al trasferimento, oltre un centinaio di milioni di dollari. Il ruolo del governo degli Stati Uniti giocherà è ancora una questione aperta. Il presidente Barack Obama ha proposto uno stanziamento di 50,4 milioni dollari per aiutare la comunità del nord dell’Alaska ad affrontare il cambiamento climatico, proposta che si scontra con la contrarietà dei repubblicani che controllano il Campidoglio a finanziare interventi in materia di global warming. E comunque, la cifra proposta è meno della metà di quanto servirebbe solo per il trasferimento di Kivalina. Eppure, se oggi la questione si pone per Kivalina, presto potrebbe interessare non solo altri villaggi dell’Alaska, ma anche le città lungo le coste degli Stati Uniti. Intanto, secondo il National Oceanic and Atmospheric Administration, l’Artico si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto ad altre aree del pianeta, dato di fatto evidente guardando Kivalina dall’alto: più acqua che il tradizionale ghiaccio. Pubblicato da Focus.it l’1 aprile...
read moreIl flop BRE.BE.MI a carico del pubblico
[A cura di Marco Bersani – Attac Italia] Si chiama “Brescia – Bergamo – Milano (Bre.Be.Mi.)” la nuova autostrada lombarda e, che qualcosa non andasse, lo si intuiva già dal fatto di come, a dispetto del nome, non partisse da Brescia (ma a 18 km dalla città), non passasse da Bergamo e non arrivasse a Milano (ma ben 20 km prima). Fosse stato solo un problema di toponomastica, si sarebbe potuta chiudere lì la questione. Il fatto è che la Brebemi, nel giorno della sua inaugurazione, il 23 luglio 2014, è stata pomposamente definita dal Presidente del Consiglio Renzi come la prima opera pubblica tutta finanziata dai privati e senza alcun onere per lo Stato. Ovvero, il trionfo del project financing, lo schema finanziario “innovativo”, che prevede che un’opera sia realizzata dal privato con i suoi soldi e che la remunerazione dell’investimento avvenga con la concessione decennale per l’utilizzo della stessa. Un meccanismo finanziario perfetto, a parte il non trascurabile fatto che, a quel punto, è solo ed esclusivamente il privato a progettare il territorio e a definire la necessità e l’utilità di un’opera. E, infatti, sull’utilità di una nuova autostrada, che corre parallela alla storica autostrada A4, non raggiunge le località che ne compongono il nome e ha un pedaggio molto più alto, non sono serviti grandi studi, bensì la semplice evidenza quotidiana: un tracciato deserto, che i viaggiatori si guardano bene dal percorrere, divenuto famoso per il video, che da mesi spopola su youtube, di una partita di calcio giocata da un gruppo di ragazzi fra la corsia d’emergenza e quella di sorpasso. Nei primi cinque mesi di esercizio – luglio/dicembre 2014 – la Brebemi ha incassato pedaggi per 11 milioni di euro e pagato interessi alle banche per 101 milioni. I dati del 2015 naturalmente non sono ancora disponibili, ma, secondo la società, si prevedono ricavi per 60 milioni e costi per 30, con un margine attivo di 30 milioni. Anche considerando attendibili i dati della società (e l’evidenza giustificherebbe molti dubbi) appare evidente il flop dell’opera: con 30 milioni di attivo all’anno e un costo complessivo di 2,4 miliardi, il rientro economico dalle spese arriverà non prima di 80 anni! Ed ecco che l’opera, inutile dal punto di vista viabilistico e devastante dal punto ambientale, perde improvvisamente il suo decantato pregio e diventa molto onerosa per i cittadini. I privati lo avevano ovviamente già previsto. La società Brebemi ha vinto la gara nel 2003, quando il suo principale azionista era “Autostrade per l’Italia” e il costo complessivo di 800 milioni. Nel 2007 ad “Autostrade per l’Italia” è subentrata “Intesa Sanpaolo”, chiedendo e ottenendo la riscrittura della convenzione, con l’inserimento di alcune clausole relative alla bancabilità dell’opera. Che da allora prevede: la garanzia dello Stato sui conti della società, l’aumento della remunerazione annuale garantita del capitale privato dal 3,59% all’8,90% e il pagamento a fine concessione al privato di 1,2 miliardi per il subentro. Solo quest’ultima misura, significa che, poiché l’opera finale è costata 1,6 miliardi, a cui vanno aggiunti 800 milioni di interessi, per un totale complessivo di 2,4 miliardi, a fine concessione il privato (che interveniva senza oneri per lo Stato) si vedrà rimborsata in un solo colpo la metà dei costi sostenuti. Come se ciò non bastasse, il 6 agosto scorso, il Governo...
read moreCroazia: rimandate le firme dei decreti trivellanti ENI e Medoilgas a dopo le elezioni
[Da dorsogna.blogspot.it] La realpolitik alla fine trionfa su tutto. Anche sui petrolieri. In Croazia, Bloomberg riporta che il governo ha deciso che l’approvazione finale dei decreti che autorizzano l’inizio delle attivita’ petrolifere e’ rimandata a dopo le elezioni. Vanno cosi in sosta temporanea vari accordi fatti con Eni, Medoilgas/Rockhopper, INA Industrija Nafte d.d., Oando Inc e Vermilion Energy Inc per operazioni petrolifere sia sulla terraferma che in mare. Avrebbero dovuto essere approvate nove concessioni in terraferma e altre tredici in mare. Tutto rimandato. Nel frattempo due delle concessioni rifiutate dall’austriaca OMV e dall’americana Marathon Oil, per cattiva definizione dei confini con il Montenegro, invece di essere state riassegnate, sono state cancellate in toto. Perché hanno preso queste decisioni in Croazia? Perché i politici sono gli stessi in tutto il mondo: hanno paura di cattiva immagine se approvano le trivelle, e quindi invece che dire si e correre il rischio di essere additati come anti-ambiente dicono “ci pensiamo dopo”. Ovviamente hanno paura a dire no, perché troppi gli interessi e le pressioni in ballo. Il fatto di aver timore dei gruppi ambientali e’ confermato dallo stesso Ministro dell’Economia Ivan Vrdoljak che a Bloomberg dice: “We don’t want these contracts, in which we put a lot of hard work, to become fodder in election campaign. We hope to win and sign the contracts in the first cabinet session.” E cioè neanche si vergogna a dire la verità. Aspetteranno il post-elezioni per approvare le concessioni trivellanti. Da come la vede la collega Barbara Doric, il capo dell’ente nazionale di Croazia per gli idrocarburi, sono in ballo 1.2 miliardi di dollari che potrebbero entrare nelle casse croate a partire dal 2020 e per 25 anni, perché dara’ origine a — udite udite! — lavoro presso i porti, per la costruzione di infrastruttura petrolifera e di smaltimento rifiuti. Oh certo! Proprio quello che ci vuole per il turismo di Croazia, l’industria smaltimento rifiuti tossici petroliferi — è evidente che Barbara Doric non sa cosa succeda in tutti i posti questo tipo di industria arrivi, da Galveston a Gela, da Viggiano a Cancer Alley. Barbara Doric vede solo il verde dei petroldollari che serivranno, magicamente, per risollevare l’economia croata, in crisi dopo sei anni di recessione, con alto deficit di bilancio e con alto debito pubblico. I petrolieri pero’ non ci stanno troppo, perché, ovviamente, vogliono i decreti ora e subito: della serie intaschiamoli adesso che i prezzi del petrolio sono bassi e c’é poca competizione, e poi buchiamo a nostro piacimento, quando magari i prezzi sono tornati alti. Questo almeno è la logica di Mathios Rigas, a capo della ditta petrolifera greca Energean Oil and Gas SA: “Oil companies also don’t have time to wait for two or three years until a government makes a decision,” Non ancora è noto quando si votera’ ma le date possibili sono una delle domeniche a partire dal 25 Ottobre 2015. In questo momento la Croazia e’ guidata dal gruppo social-democratico del primo ministro Zoran Milanovic. I ritardi su queste concessioni sono gia’ di sei mesi e adesso i tempi si allungano ancora. Si e’ la realpolitik che vince: la paura di perdere le elezioni in questo caso. Ma, come dico sempre, niente succede a caso, e se la politica di Croazia ha paura é solo perché il...
read moreTrivelle: Croazia sospende progetti in Adriatico – Delegato Ambasciata, anche l’Italia dovrebbe ripensarci
[Di Ansa.it] “La Croazia per salvaguardare le sue coste ha sospeso i progetti per le piattaforme per la ricerca del petrolio nel mare Adriatico e penso che dovrete anche voi in Italia e sul l’altra sponda del nostro mare prendere in considerazione questa eventualità. Questo é un grande pericolo per il mare adriatico”. Così il delegato dell’Ambasciata di Croazia in Italia Llija Zelalic, nel corso del convegno che si sta tenendo sulla Fregata Maestrale ad Ortona (Chieti) sulla Macroregione Adriatico-Ionica. “La risorsa del turismo – ha aggiunto il delegato dell’Ambasciata di Croazia in Italia Llija Zelalic – é una risorsa più importante da sviluppare per i Paesi che si affacciano in questo mare. Il petrolio esiste in altri posti. Noi stiamo lavorando per costruire un porto a Fiume per lo sviluppo del ‘natural gas’ e lo sfruttamento dell’energia verde”. In Croazia nasce una piattaforma comune contro petrolio Ambientalisti si incontrano a Spalato, proteggere l’Adriatico. La protesta e il confronto sbarcano in Croazia. Per il no alle trivelle infatti si sono incontrati rappresentanti di organizzazioni e movimenti ambientalisti da Albania, Croazia, Montenegro, Slovenia e Italia che aderiscono al network SOS Adriatico. L’intento è quello di dare vita ad una piattaforma comune per difendere l’Adriatico dai petrolieri. Per l’Italia erano presenti Legambiente e i movimenti No Ombrina e Trivelle Zero Marche. “I governi e le compagnie petrolifere cercano di fuorviare l’opinione pubblica in maniera analoga nei diversi paesi che si affacciano sull’Adriatico. L’Adriatico è unico e dobbiamo assumerci la responsabilità di proteggerlo. E’ paradossale che in Croazia alcuni politici per cercare di contrastare le proteste sostengano che in Italia si autorizzano progetti senza problemi mentre in Italia con il medesimo intento portano ad esempio proprio la Croazia e il suo piano di rilascio di permessi”, ha dichiarato Mosor Prvan dell’associazione SUNCE di Spalato. “In Montenegro, d’altro lato, l’opinione pubblica non è informata sui piani del governo su ciò che avverrà in Adriatico. Il processo di esplorazione e di sfruttamento dell’Adriatico sta procedendo nella stessa maniera in tutti i paesi, con mancanza di trasparenza e adeguata informazione da parte delle autorità. Quando i cittadini sono informati sui loro diritti e sull’impatto delle attività petrolifere cambiano idea in maniera significativa” afferma Natasa Kovacevic dell’Associazione montenegrina Green Home. “Durante il meeting vi è stata molta attenzione a quanto sta accadendo in Italia – dichiarano Mattia Lolli di Legambiente, Giulia Zandri di Trivelle Zero Marche e Augusto De Sanctis del Coordinamento No Ombrina che hanno partecipato all’incontro – In particolare i nostri colleghi ci hanno chiesto approfondimenti sulle modalità di costruzione del vasto fronte che contesta le scelte del Governo Renzi a vantaggio dei petrolieri. Sono rimasti colpiti dalla partecipazione alle grandi manifestazioni, come quella in Abruzzo contro il progetto petrolifero Ombrina, di decine di migliaia di persone, di centinaia di comuni, della chiesa e di tante organizzazioni del lavoro, come sindacati commercianti, operatori turistici, pescatori e agricoltori. Ci hanno chiesto chiarimenti sulle molteplici iniziative di contrasto istituzionale portate avanti da diverse regioni e dagli enti locali e sulla miriade di ricorsi pendenti davanti ai tribunali amministrativi. Il confronto è stato molto proficuo perché sono state poste la basi per numerose azioni concrete comuni da realizzare nei prossimi mesi”. Legambiente, metà popolazione Croazia è contraria. Mar Adriatico da salvare dalle trivelle: metà della popolazione della...
read moreI saharawi dimenticati dal mondo ora pensano a un cambio di strategia
[Di Giorgio Grifoni su Nena-news.it] Una catastrofe “estremamente grave e senza precedenti”, quella che ha colpito i rifugiati saharawi nella parte sud-occidentale dell’Algeria. Lo dichiara un comunicato diffuso qualche giorno fa da parte di un consorzio di Ong che lavorano nel territorio, investito da oltre due settimane da piogge torrenziali che hanno raso al suolo un intero campo profughi: Dakhla, 180 km a sud di Tindouf, uno dei cinque gestiti dal Fronte Polisario nell’attesa di una soluzione politica tra Marocco e Saharawi che porti alla fine dell’occupazione in Sahara Occidentale e all’autodeterminazione dei suoi abitanti originari. Lì, nel territorio concesso dall’Algeria agli sfollati del conflitto iniziato nel 1975, le case costruite con mattoni di sabbia e fango essiccati al sole si sono letteralmente sgretolate, mentre le tende sono state seriamente danneggiate: il bilancio è di 1200 strutture distrutte. La situazione è resa ancora più drammatica dallo straripamento delle fosse biologiche, con i liquami che invadono le vie di quello che era l’insediamento e che possono favorire la diffusione di epidemie: per ora l’allarme è stato lanciato per un’esplosione di casi di broncopolmonite e dissenteria. Colpiti duramente anche i campi di Boujdour, Smara e Ausard, mentre in misura minore quello di el-Ayun, già devastato lo scorso anno da un’alluvione. Secondo il comunicato diffuso dalle Ong, 11.411 persone sono rimaste senza un tetto o hanno subito danni irreparabili alle proprie tende, “lasciando gli accampamenti in una situazione inedita di catastrofe umanitaria”. La macchina degli aiuti, guidata dall’Algeria, si è messa subito in moto: la Mezzaluna Rossa algerina sta provvedendo a rifornire i magazzini inondati della Mezzaluna Rossa Saharawi, mentre una serie di paesi ha già inviato donazioni e generi di prima necessita all’UNHCR. Tra questi spicca proprio l’Italia, che attraverso la Cooperazione Internazionale, ha stanziato un contributo di emergenza di 200 mila euro, come si legge in una nota diffusa dal Ministero degli Esteri lo scorso 22 ottobre. Una tragedia che arriva a dare il colpo di grazia ai circa 200 mila saharawi che da quarant’anni vivono da rifugiati aspettando il referendum per l’autodeterminazione annunciato nel 1991 dalle Nazioni Unite, sempre osteggiato dal Marocco e di fatto ignorato dal resto della comunità internazionale. E’ questo il cuore del problema, secondo Fatima Mahfoud, vice rappresentante del fronte Polisario in Italia: “Il vero dramma – spiega a Nena News – sta nella non soluzione del problema politico, con il popolo saharawi che attende in condizioni estreme”. Dietro allo stallo nei negoziati sta la battaglia portata avanti dal Marocco per le modalità di svolgimento del referendum, definito dall’Unione Africana, dai rappresentanti Saharawi e persino dall’Onu stessa “l’unica soluzione a questo conflitto persistente”: fissato e rimandato nel 1992 e nel 1998 per il mancato accordo del Marocco sui criteri di definizione della base elettorale, il plebiscito è una spinosa questione di numeri in un vuoto di dati certi. Al termine di estenuanti ricerche, la Minurso riuscì a presentare una lista di aventi diritto al voto che comprendeva circa 85 mila persone: basata sull’unico censimento effettuato dalla Spagna nel 1974, includeva i saharawi dei territori occupati, alcuni di quelli stabilitisi in Marocco e il grosso dei rifugiati di Tindouf, Mauritania e altri luoghi di esilio. E’ a questo punto che avviene lo stallo definitivo: Rabat vuole includere nelle consultazioni anche i discendenti delle tribù saharawi che nel XIX secolo fuggirono al nord dopo l’invasione spagnola. E cioè...
read moreCanada: semaforo verde per le 30.000 vittime di Chevron/Texaco
[Di Anna Berti Suman su Gejnews.ue]Grande è l’esultazione de los afectados che ormai lottano da 22 anni per ottenere il riconoscimento del disastro ambientale nonché un’equa riparazione. Tuttavia il verdetto della Corte è solo il primo passo verso tale traguardo: Pablo Fajardo, avvocato ecuadoriano delle vittime, ricorda che ora è necessario procedere con la richiesta di omologazione della sentenza da parte della Corte Canadese. Solo allora infatti si potrà avviare l’esecuzione dell’obbligazione sugli attivi che Chevron possiede in Canada, al fine di iniziare il complesso percorso di riparazione del danno ambientale, culturale e sociale provocato dall’impresa statunitense. Perché aprire un caso in Canada se una condanna è già stata proclamata nel Paese dove l’ecocidio ebbe luogo? La risposta appare evidentemente legata alla strategia della multinazionale: solo poche centinaia di dollari rimangono degli attivi che un tempo la Chevron aveva in Ecuador ma che ha prontamente provveduto a dislocare altrove. La Corte affronta principalmente due questioni, oggetto di impugnazione da parte della Chevron in risposta alla sentenza della Corte di Appello di Ontario del 17 Dicembre 2013, In primis, si interroga se e sotto quali condizioni essa abbia giurisdizione per decidere sul riconoscimento e sull’esecuzione della sentenza della Corte Ecuadoriana. In secondo luogo, analizza la sussistenza di giurisdizione sulla filiale della multinazionale, Chevron Canada. Relativamente alla prima impugnazione, la posizione che l’impresa petrolifera difende è la necessità di una connessione reale e sostanziale tra gli imputati o la materia della controversia e la Corte di Ontario, sia che si tratti di un giudizio di prima istanza sia che si tratti – come in questo caso – di un’azione volta all’omologazione di una sentenza straniera. La Corte brillantemente contesta tal argomentazione sottolineando la differenza tra un giudizio nel merito, in cui si genera un’obbligazione, e uno di mera facilitazione all’esecuzione di un’obbligazione già esistente. Nella seconda ipotesi, infatti, il solo requisito perché si abbia giurisdizione è che la Corte straniera che ha emesso la sentenza da omologare presenti una connessione reale e sostanziale con le parti in causa o con la materia originale del contendere o che siano soddisfatti i tradizionali requisiti della giurisdizione [75]. Pertanto, essendo la Chevron il debitore risultante dalla sentenza straniera, non è necessario dimostrare una connessone reale e sostanziale tra gli imputati o la materia della controversia e il foro di Ontario. L’atto di notificazione sulla base della sentenza straniera effettuato nei confronti della Chevron presso la sua sede centrale in California è sufficiente per garantire la giurisdizione della Corte sulla multinazionale. Ragionando diversamente – spiega la Corte – si minaccerebbero i diritti del creditore ad ottenere soddisfazione delle proprie obbligazioni contratte con controparti transnazionali. Dalla decisione emerge l’atteggiamento “generoso” che la Corte del Canada ha da tempo assunto nel riconoscere sentenze straniere. Interessante è la trattazione che la sentenza offre rispetto al concetto di “obbligazione universale” che a sua volta è intrinsecamente legato al principio di rispetto reciproco tra giurisdizioni (the principle of comity). Degno di nota è il passo in cui la Corte afferma: “the obligation created by a foreign judgment is universal, each jurisdiction has an equal interest in the obligation resulting from the foreign judgment, and no concern about territorial overreach could emerge” [Held]. Appare dunque chiaramente l’intento della Corte di ricorrere agli strumenti del diritto privato internazionale, contestualizzandoli alla luce della realtà attuale, e di ragionare “alla velocità” a cui viaggia la dinamica...
read moreLand grabbing in Italia
[Di Actionaid.it]Ebbene sì, succede anche a casa nostra. In un piccolo comune di 1.800 abitanti in provincia di Oristano, in Sardegna, un’azienda ha deciso di destinare ben 64 ettari di terreni alla produzione di energia, attraverso un mega impianto di serre fotovoltaiche, anziché preservarli per scopi agricoli. Stiamo parlando di un caso di accaparramento di terra (land grabbing), né più, né meno, di quelli che, in Senegal e Tanzania. L’azienda in questione, Enervitabio S.Reparata, riceverà oltretutto milioni di euro di sussidi proprio grazie all’impianto e alla vendita dell’energia prodotta, a meno che il prossimo 5 novembre il Consiglio di Stato non accolga le ragioni del Comitato “S’Arrieddu per Narbolia”. Tutto è iniziato nel 2012 quando l’Azienda Enervitabio S.Reparata costruisce su 64 ettari di terreno agricolo, un grande impianto di serre fotovoltaiche. Le serre fotovoltaiche, ossia agricole, dovrebbero seguire dei requisiti specifici atti a garantire la produzione agricola come primo e principale scopo. Ma a tre anni dalla sua costruzione, di attività agricole dentro le serre ne vengono realizzate ben poche, rendendo evidente come il vero obiettivo di questo progetto fosse quello di utilizzare la terra per scopi altri da quelli agricoli, ovvero produrre energiagrazie ad un sistema di incentivi fortemente distorsivo. Un Comitato spontaneo di cittadini dei quei territori, denominato “S’Arrieddu per Narbolia” si è quindi costituito per protestare contro il progetto e chiederne la revoca delle autorizzazioni, il relativo smantellamento e la bonifica dei terreni. Quello che viene maggiormente contestato è soprattutto l’opportunità delprogetto che priva un’area a forte vocazione agricola di 64 ettari di terreni irrigui adatti alla coltivazione. Il TAR della Sardegna, con la sentenza dell’11 Luglio del 2014 ha accolto i rilievi sollevati dal Comitato e dalle organizzazioni che lo sostengono, Adiconsum, Italia Nostra e WWF, dichiarando illegittime le autorizzazioni comunali concesse per la costruzione delle serre fotovoltaiche di Narbolia. E’ nostra convinzione che i diritti sulla terra, anche quelli di proprietà, devono essere bilanciati dai doveri: tutti dovrebbero tutelare la sostenibilità di lungo termine della risorsa terra. In questo caso né chi ha comprato i terreni per il progetto, né chi ha dato le autorizzazioni, il Comune, sembrano aver operato tutelando la sostenibilità di lungo termine di quella terra e ancora di più, di quei territori. Questo progetto, come molti altri in Sardegna, in Italia e in Europa, dimostra come il fenomeno del land grabbing riguardi anche i nostri territori e per questo è importante stare al fianco del Comitato “S’Arrieddu per Narbolia” che, con grandi difficoltà, sta conducendo una lotta fondamentale per la tutela di un bene comune come la terra. Il prossimo 5 Novembre il Consiglio di Stato si esprimerà sul ricorso realizzato dall’azienda e dalle istituzioni locali nei confronti della sentenza del TAR Sardegna. A prescindere dall’esito della sentenza, è importante ribadire chequesto progetto non aiuta né l’ambiente, né il territorio di Narbolia e che è urgente, come chiede, inascoltato dalle istituzioni regionali, il Cordinamento Comitati Sardi, di cui quello di Narbolia fa parte, una moratoria delle autorizzazioni di impianti di produzione di energia rinnovabile e non, che stanno devastando il territorio sardo. Pubblicato da Actionaid.it il 30 ottobre...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.