Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Il clima (e non solo) a Parigi
[Di Guido Viale da Comune-info.net] Il mondo arriva decisamente impreparato al prossimo vertice di Parigi (Cop21). Se i ripetuti allarmi di tanti scienziati, e non solo di quelli Ipcc (Intergovernmental Panel for Climate Change), ha fatto breccia sulla parte più avvertita, ma non certo sulla maggioranza, dell’opinione pubblica, inconsapevolezza e irresponsabilità dominano a livello planetario l’establishment politico. Il quale è stato sì edotto del problema e non può più far finta di ignorarlo (anche se al suo interno le lobby negazioniste continuano a esercitare una massiccia influenza); ma continua per lo più a trattare i cambiamenti climatici, che sono già in corso, come tutti possono constatare, e non riguardano solo un remoto futuro, come una “grana” di cui ci si deve occupare quando viene messo all’ordine del giorno, e che richiede tutt’al più qualche misura e qualche investimento ad hoc; non un cambiamento radicale, e in tempi brevi, di tutto l’assetto non solo economico produttivo ma anche sociale. È quello che evidenzia Naomi Klein nel suo ultimo libro Una rivoluzione ci salverà, quando scrive che “ha ragione la destra”. La quale, soprattutto negli Usa, dove è strettamente legata al mondo del petrolio, ha capito che liberarsi dei combustibili fossili non significa solo sostituire una tecnologia con un’altra, petrolio, metano e carbone con fonti rinnovabili; ma che per farlo occorre ridisegnare “dal basso”, e in modo democratico, cioè partecipato, tutta l’organizzazione sociale: una cosa che la destra non è assolutamente disposta ad accettare, costringendola ad allinearsi ad oltranza con le posizioni negazioniste. Ma altrove, cioè al centro, tra coloro che tengono le redini dei governi (la sinistra è quasi ovunque scomparsa dalla faccia della Terra), ci si continua a comportare come se il problema non fosse questo: a parlare di crescita e di sviluppo come se, chiuso il dossier cambiamenti climatici, il problema centrale fosse quello di rimettere in moto, costi quel che costi, il Pil. Tipica di questo atteggiamento, è la strategia energetica nazionale (Sen) dell’Italia varata dal Governo Monti, confermata da Letta e peggiorata da Renzi, dove i capitoli sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica convivono col programma di estendere le trivellazioni su tutto il territorio nazionale e di trasformare il paese in un hub per distribuire metano a tutto il resto d’Europa. In termini di inconsapevolezza e di irresponsabilità la grande stampa di informazione e i media non sono da meno: tutti hanno le loro pagine e i loro servizi sui cambiamenti climatici (anche se il Corriere della Sera continua a riproporre in sempre nuove versioni tesi negazioniste), ma, voltata pagina, si torna regolarmente a parlare di crescita e sviluppo in termini di un ritorno alla “normalità”: a stili di vita e modelli di consumo di sempre. La conseguenza di tutto ciò è che il pubblico non è stato messo in grado, nemmeno dalle trasmissioni e dagli articoli più seri e informati, di rendersi conto che “niente tornerà più come prima”. E questo, sia che la Terra continui imperterrita la sua marcia verso la catastrofe climatica, sia che finalmente si imponga un cambio di rotta come quello che molti si aspettano dal vertice di Parigi. È un po’, ma in una scala enormemente maggiore, lo stesso atteggiamento che si è andato consolidando di fronte alla crisi del 2008, che per molte economie del mondo si è andata...
read moreCibo, cosa non ha detto l’Expo
[Di Filippo Schillaci da Comune-info.net] È finito ottobre e con esso si è concluso l’Expo milanese dedicato all’alimentazione. Anche chi non è andato a visitarlo ma conosce il mondo in cui vive può avere un’idea di quale quadro della realtà alimentare mondiale esso possa aver dato; proviamo qui invece a tracciare un quadro basato non sulle esigenze di facciata ma sull’analisi della realtà alimentare che ci riguarda da vicino, proviamo cioè a parlare di ciò che l’Expo certamente non ci ha detto (leggi anche Dopo l’Expo). Se a questo punto ci si aspetta che io parli di accordi internazionali, di politiche agrarie, di multinazionali, che io faccia cioè dei discorsi sui massimi sistemi, temo che si rimarrà delusi. Ho letto di recente un articolo sui cambiamenti climatici: preciso, esatto, denso di dati e fatti assolutamente convincenti. Ma non mi è piaciuto. Non mi è piaciuto perché non ci ho trovato nessuna traccia di me, di te, di noi. Tutta l’attenzione di chi l’ha scritto era concentrata su “loro” che hanno deciso di incrementare le estrazioni di carbone, di aprire nuovi impianti, nuove centrali… loro, sempre e solo loro, ma chi sono “loro”? Sembra, nel leggere simili articoli, che quanto sta avvenendo sulla Terra sia opera di entità distanti, astratte, inconoscibili e irraggiungibili. Immense e trascendenti. Di fronte a una simile visione delle cose il fatalismo, la resa, è d’obbligo. E se invece colui che fa tutte queste cose fossi io? E se fosse con ciò nelle mie mani il potere di cambiarle? Ecco, è da questa considerazione che credo sia giusto partire. In altre parole dal concetto di responsabilità personale. Dunque tutto dipende da me, da te, da noi? Se non tutto, molto. Perché se è vero che il cibo è un bene di primissima necessità, se è vero che sedersi a tavola è un atto necessario, è anche vero che c’è modo e modo di farlo. Ci si può muovere sulla Terra come un tirannosauro imbizzarrito o con la leggerezza di una farfalla, e questo lo sappiamo tutti. Si corre però un rischio, quello di muoversi sulla Terra come un tirannosauro imbizzarrito credendo sinceramente di muoversi con la leggerezza di una farfalla e questa è la condizione più insidiosa. Per non cadere in questa trappola un prerequisito fondamentale è mettere ben a fuoco la realtà che ci circonda. È ciò che cercheremo di fare nelle righe che seguono. Qui e adesso E poniamoci innanzitutto la domanda di base: quanto pesa sul pianeta il contenuto del nostro piatto? Una prima idea può darcela uno studio promosso alcuni anni fa dalla Commissione europea secondo cui al settore agroalimentare sono da imputare il 31 per cento delle emissioni di gas serra in Europa, quasi un terzo. Per confronto, il settore abitativo contribuisce appena per il 24 per cento e quello dei trasporti per il 18 per cento. Il nostro piatto pesa tanto dunque, in realtà più di qualsiasi altra cosa. Ciò è dovuto al sommarsi di due degenerazioni amplificatesi enormemente durante il corso del XX secolo: l’industrializzazione dell’agricoltura e la zootecnia. Agricoltura industriale Parliamo della prima. «Una cosa deve essere ben chiara» mi scrisse qualche anno fa Giannozzo Pucci, direttore dell’Ecologist italiano, «l’agricoltura oggi è un’industria a cielo aperto, del tutto indistinguibile dall’industria propriamente detta». Ciò porta con sé...
read moreInteressi fossili e diritti affossati
[Di Francesco Martone su Comune-info.net] Un articolo pubblicato sulla rivista online di politica internazionale dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) sulle strategie dell’Eni nel Mediterraneo finalmente mette nero su bianco cosa c’è dietro la linea politica di Palazzo Chigi: la creazione di un superhub energetico nel Mediterraneo, una triangolazione Egitto, Israele, e poi Libia. Mentre imprese petrolifere italiane stanno buttando un occhio su giacimenti in Israele, e la Knesset discute del possibile accordo petrolifero con l’Eni che nei fatti ridimensionerebbe le sue aspirazioni energetiche nella regione. Primo passo, alleanza tra Renzi, Al Sissi e Bibi. E si chiudono ambedue gli occhi su diritti umani, e violazioni della legalità internazionale e popolo palestinese. Fase due, mettere i piedi nel piatto in Libia magari facendosi capofila della missione di “stabilizzazione” nel paese. E cercando di guadagnarsi un posto al tavolo per poi provare a prendersi in quota il settore energetico e petrolifero. Non è la Spectre, ma l’operazione fa assai pensare. Alle commistioni evidenti tra interessi di impresa e presunto interesse nazionale (già ricordiamo come il presidente Mattarella “autorizzo” il passaggio di Lapo Pistelli da viceministro degli Esteri con delega a quella regione a vicepresidente dell’Eni), interessi geostrategici e militari (Palazzo Chigi freme per avviare la presenza militare italiana in Libia). Alle amnesie non casuali, basta ricordare il viaggio di Renzi in Israele, o l’accoglienza data a a Bibi a Firenze. Della Palestina nessuna traccia. Quando allora si parla di giustizia climatica e di debito ecologico si dovranno tenere a mente anche queste cose. Ossia che per perpetuare la dipendenza da combustibili fossili nel nostro paese oltre che a trivellare in mare e non solo, si praticano strategie di politica estera che fanno carta straccia dei diritti umani e del diritto internazionale. Nel frattempo Barack Obama finalmente e doverosamente annuncia il suo veto alla XL Keystone pipeline una grane vittoria dei movimenti ambientalisti ed indigeni. Resta però il fatto che gli Usa hanno acquisito autonomia energetica attraverso lo sfruttamento del shale gas e shale oil e il fracking, in ossequio alla logica del capitalismo post-neoliberista, il capitalismo “neo estrattivista”. Fa pensare che questo tema, quello non dell’ambiente come opportunità di crescita o tutela della bellezza ma come chiave di volta per il superamento del capitalismo (leggi anche La fine del ciclo progressista di Raúl Zibechi ndr), sia così marginale nel dibattito sulla sinistra che verrà. Un tema che invece sarà al centro delle mobilitazioni dei movimenti per la giustizia climatica nelle prossime settimane a Parigi (qui il dossier sul clima in vista di Cop21, ndr). Pubblicato su Comune-info.net il 9 novembre...
read moreLombardia, 187mila tonnellate di scorie sotto la tangenziale di Orzivecchi
[Di Andrea Tornago su Ilfattoquotidiano.it] Il costo dell’opera sale di 8,5 milioni. E’ l’effetto dei danni economici legati alla costruzione dell’opera, rimasta incompiuta per via del sequestro per traffico di rifiuti nell’inchiesta che ha portato agli arresti dell’ex assessore Niccoli Cristiani, del costruttore Locatelli e di altre decine di persone. Inizialmente doveva costare 3,5 milioni. La bonifica da cromo esavalente e fluoruri porta il conto a più di 12. Sul rettilineo in terra battuta della tangenziale di Orzivecchi, tra i campi della bassa bresciana, affiorano ancora le scorie di fonderia. Quella strada incompiuta, all’estremo lembo sud della provincia, sequestrata nel 2010 dalla Direzione distrettuale antimafia di Brescia per le scorie smaltite nel sottofondo stradale, finirà per costare almeno quattro volte l’importo iniziale dei lavori. Oggi, secondo i tecnici della Provincia di Brescia, l’opera andrà completamente demolita, ricostruita da capo e il materiale dovrà essere smaltito in discarica come rifiuto. “Il poco fatto era talmente pessimo che deve essere distrutto e rifatto di sana pianta – ha sottolineato il pm Silvia Bonardi davanti ai giudici del Tribunale di Bergamo nella sua requisitoria – così si buttano i soldi nel nostro Paese”. Costo dell’operazione: 12 milioni e 700 mila euro, mentre il valore dell’opera si aggirava intorno ai 3,5 milioni. È questo il calcolo del danno causato al committente dei lavori secondo un documento del settore viabilità della Provincia di Brescia depositato al processo di Bergamo in cui sono imputati a vario titolo l’imprenditore Pierluca Locatelli, cinque suoi ex collaboratori e il funzionario della Provincia di Brescia Bortolo Perugini per truffa, frode in pubbliche forniture e traffico illecito di rifiuti. Il pm Bonardi ha chiesto la condanna a 6 anni e 3 mesi di carcere per Locatelli, da 3 a 5 anni per i suoi ex dipendenti Giovanni Pagani, Bartolomeo Gregori, Angelo Suardi e Andrea Fusco, 3 anni per la moglie Orietta Rocca e 2 per il funzionario provinciale Perugini. Le difese hanno chiesto invece l’assoluzione perché il fatto non sussiste o non costituisce reato, o di valutare un inadempimento colposo nella gestione delle materie prime secondarie (“Tutto accade alla fine del 2010, in piena crisi economica: se un illecito c’è stato va letto in questa logica, come tentativo di contenere una determinata situazione” ha sostenuto l’avvocato Roberto Bruni). La variante della provinciale 235 di Orzivecchi nel 2009 era stata affidata a un consorzio di imprese riconducibili al gruppo Locatelli di Bergamo, lo stesso che in quei mesi stava lavorando sui cantieri dell’autostrada Brebemi. E proprio dalle intercettazioni telefoniche dell’inchiesta su Orzivecchi partì l’indagine sui lavori della Bre.Be.Mi. che portò all’arresto per corruzione dell’ex vicepresidente della Regione Lombardia Franco Nicoli Cristiani e del dirigente dell’Agenzia regionale per l’ambiente, Giuseppe Rotondaro (entrambi nel 2014 hanno patteggiato rispettivamente 2 anni e 1 anno e 8 mesi) e a quello di Locatelli, moglie e collaboratori per traffico illecito di rifiuti (ma per loro il processo è stato annullato dal Tribunale di Bergamo che ha ordinato al pm di riscrivere l’avviso di conclusione indagini). Stando al capitolato d’appalto, la tangenziale di Orzivecchi doveva essere costruita con la ghiaia estratta da una cava, ma le imprese che si sono aggiudicate i lavori – la Origini Srl, la Locatelli Geom. Gabriele Srl e la Tecnofrese Srl – hanno miscelato la ghiaia con scorie di fonderia. L’uso delle...
read moreIl volto oscuro del capitalismo italiano in Colombia
[Di Riccardo Carraro su Dinamopress.it] Reportage sulla lotta contro la Poligrow, testimonial di Expo che produce olio di palma. Attivisti e difensori di diritti umani colombiani stanno lottando contro un’impresa italiana che produce olio di palma in un territorio profondamente segnato dal conflitto. L’11 giugno scorso, all’interno di Expo 2015 si è svolto il convegno “Investire nell’agricoltura e nell’agroindustria colombiana”. Erano presenti l’ambasciatore italiano a Bogotà, il viceministro all’agricoltura, Hernàn Roman Calderon, ma non solo, il sito di Expo riporta “Ad aiutare il rilancio economico e gli investimenti nell’agroindustria, tre testimonial del mondo economico finanziario: Pascual Martìne, (…), Carlo Vigna Taglianti, ceo e direttore generale di Poligrow, che promuove progetti agricoli sostenibili di olio di palma e olio d’oliva nella zone di Mapiripà, e Finagro, una banca d’investimenti nazionale.” Nulla di strano nel trovare un convegno di questo stile all’interno della fiera del capitalismo rapace e goffamente mascherato di “verde”, che è Expo 2015. In questo caso tra i testimonial, presenti a narrare storie di sostenibilità vi è anche una persona, Carlo Vigna Taglianti e una impresa, Poligrow, che sono ben conosciute da attivisti e difensori di diritti umani colombiani. Mapiripàn è il secondo municipio colombiano per estensione, nella regione centrale del Meta dove le Ande degradano del tutto fino all’inizio della piatta foresta amazzonica. Negli anni ’90 è stata una zona di aspri combattimenti tra esercito, sostenuto dalle numerosi gruppi paramilitari, e formazioni delle FARC. Più di 13.000 persone sono dovute fuggire dal municipio a causa della violenza paramilitare, culminata nel massacro di Mapiripàn, uno dei più gravi della storia recente colombiana, durante il quale per 5 giorni, dal 15 al 20 luglio 1997, gli abitanti della città furono lasciati in pasto al famigerato gruppo paramilitare delle AUC. Ci furono assassini di massa, stupri, torture inenarrabili, corpi smembrati e gettati nel fiume e ogni orrore possibile, sotto lo sguardo vigile dell’esercito che ha dato luce verde ai paramilitari per entrare nel paese. Non si seppe mai quante persone furono uccise a Mapiripàn. Dal 2008 la popolazione, per lo più contadina, è tornata alle proprie terre. Ma proprio in quello stesso anno arriva nella regione del Meta anche Poligrow Colombia Ltda, società di Poligrow Investments, attualmente diretta da Carlo Vigna. Poligrow Investments è a sua volta sussidiaria di Asja Ambiente, una società torinese presieduta da Agostino Re Rebaudengo, appartenente al gruppo Reba Capital UK, anch’esso con a capo Re Rebaudengo. Poligrow si occupa di agroindustria e pertanto acquista una prima estensione di 5577 ettari di terreno per trasformarli in piantagioni di palma per la produzione di olio, nella proprietà chiamata Macondo, a Mapiripàn. L’olio di palma è una produzione in crescita in tutto il mondo, poiché oltre all’uso massiccio nel settore alimentare (merendine, biscotti, creme), viene sempre più promossa come agro-combustibile. Vari studi ed inchieste hanno dimostrato le gravi conseguenze per l’ambiente determinate dalle piantagioni di olio di palma, che impoveriscono il suolo, contribuiscono alla deforestazione, consumano quantità esorbitanti di acqua, alterano l’equilibrio di flora e fauna e riducono notevolmente la biodiversità. Comisiòn Justicia y Paz, una riconosciuta ONG di diritti umani colombiana, da tempo svolge ricerche sull’operato di Poligrow a Mapiripàn. Ad Agosto 2015 ha prodotto una inchiesta e un video che denunciano l’impatto devastante di questa impresa in un territorio fragile ambientalmente e socialmente, un territorio ancora...
read moreEtiopia, il massacro dei contadini contro la diga delle multinazionali italiane
[Di Luca Iacoponi su Ilnuovomondodanielereale.blogspot.it] Adulti legati agli alberi e fucilati, bambini e bestie gettati nei fiumi, cadaveri dati in pasto alle iene e un villaggio Suri raso al suolo. Dei 154 abitanti solo sette i sopravvissuti. Tra polemiche e controversie intorno alla diga Gibe III, cresce il numero delle vittime in Etiopia. Nell’ultimo rapporto, che risale a dicembre 2012, viene rivelato che sono centinaia le persone che hanno subito violenze, omicidi e stupri. La “colpa” è quella di opporsi alla costruzione del colosso idroelettrico per difendere la propria terra. Nella valle dell’Omo, patrimonio dell’Unesco, un conflitto silenzioso iniziato 7 anni fa continua a mietere vittime. Non è uno di quei conflitti che ai grandi eserciti europei interessa risolvere. Si tratta di una guerra indetta e gestita dal “progresso”, se così è lecito chiamarlo. Nel luglio 2006 il governo etiope, attraverso la EEPC (Ethiopian Electric Power Corporation) appalta, ma senza bando né gara, alla Società italiana Salini Costruttori la realizzazione della terza diga che porta il nome di GIBE. “Ispirata ai principi dello sviluppo sostenibile, fa leva sull’innovazione tecnologica e organizzativa e sullo straordinario patrimonio umano e professionale di cui dispone, per sviluppare soluzioni costruttive, capaci di valorizzare le risorse dei territori e di contribuire alla crescita economica e sociale dei popoli”, è la missione che la Salini dichiara sul proprio sito. La diga sarà un gigante di cemento in grado di produrre 6.500 GWh all’anno. Energia da immettere nel sistema elettrico nazionale e da rivendere a caro prezzo alla nazione più vicina: il Kenya. Nonostante l’ordinamento giuridico di Adis Abeba preveda che prima dell’approvazione del progetto debba essere effettuata una valutazione sull’impatto ambientale e sociale, il governo dà il via libera al magnate italico di deporre la prima pietra. La stampa non ne parla e il grido silenzioso dei 500mila abitanti della valle resta sommerso. Soltanto nel 2008 l’EPA (Ethiopian Environmental Protection Authority) dà ufficialmente il via libera ai lavori dopo aver ricevuto un dossier del CESI – guarda caso un’agenzia milanese, che definisce l’impatto ambientale legato al progetto “trascurabile” o addirittura “positivo”. Il Cesi si è però impegnato a trascurare l’uso delle terre limitrofe alla diga da parte dei contadini locali, piuttosto che come funzioneranno i futuri piani di regolazione delle piene e delle irrigazioni artificiali. Lo studio dell’agenzia milanese non parla nemmeno lontanamente della futura situazione del lago Turkana, oltre il confine con il Kenya, che dall’Omo riceve il 90% delle sue acque. Eppure gli studi di settore effettuati da una serie di Ong dicono l’esatto opposto. “La diga altererà in modo drammatico i flussi stagionali dell’Omo e avrà un enorme impatto sui delicati ecosistemi della regione e sulle comunità indigene che abitano lungo le sponde del fiume fino al suo delta, al confine con il Kenya. La portata dell’Omo subirà una drastica riduzione. Il fenomeno interromperà il ciclo naturale delle esondazioni che periodicamente riversano acqua e humus nella valle alimentando le foreste e rendendo possibile l’agricoltura e la pastorizia nei terreni rivivificati dalla acque. “Tutte le economie di sussistenza legate direttamente e indirettamente al fiume collasseranno compromettendo la sicurezza alimentare di almeno 100.000 persone”, si legge su survival.it. E così le popolazioni locali sono state costrette a un processo di “villaggizzazione” come lo hanno definito le autorità locali. Un vero e proprio trasferimento forzato di...
read moreI petrolieri a picco
[Da dorsogna.blogspot.it] Non c’è ditta petrolifera che si salvi. La Shell ha comunicato ai suoi investitori perdite per quasi otto miliardi di dollari per il terzo quadrimestre del 2015, le maggiori perdite in sedici anni. Nel frattempo hanno abbandonato vari progetti – non solo in Artico, ma anche per esempio nelle Tar Sands del Canada, dove era previsto lo sfruttamento del campo Carmon Creek. Allo stesso tempo cercano di spostarsi in altri mercati, per esempio il Brasile, l’Australia e lo sfruttamento di gas natuale negli USA con una campagna di acquisti di ditte minore, inclusa la BG. Registra perdite anche la nostra beneamata ENI che perde 257 milioni di euro. Un anno fa guadagnavano 1,17 miliardi di euro. In totale il nostro cane deforme ha perdite per 5,1 miliardi di euro. Il crollo dei prezzi ha portato l’ENI a ridimensionare costi, vendere varie proprietà e disdire progetti. Fra le cessioni, il 12,5% della Saipem e la Versalis, che io non conoscevo ma che è il suo ramo di produzione di sostanze chimiche. L’unica cosa che gli è andata bene è il reparto raffinazione, sul suolo italiano. Le perdite sono dovute a vari fattori, fra cui la cattiva performance in ambito gas e elettricità. Perché il gas e l’elettricità gli sono andati male? Perché hanno fatto i conti senza l’oste. Diversi anni fa firmarono dei contratti dove si faceva affidamento sul fatto che i prezzi sarebbero rimasti alti, e invece cosi non è stato. Si lamentano anche del fatto che hanno dovuto pagare tasse del 110%, rispetto al 60% di un anno fa, non è chiaro in che paese e perché. La Chevron americana intanto taglia altri 7000 posti di lavoro. La ConocoPhilipps americana perde 1,1 miliardi di dollari nel terzo quadrimestre del 2015, abbreviato in Q3. La Murphy Oil, con sede in Arkansas, perde 1,5 milairdi di dollari nel Q3 e taglia il 23% della sua forza lavoro. La Andarko Petroleum americana perde 2,2 miliardi di dollari nel Q3. La Noble americana perde 283 milioni di dollari nel Q3. La Maersk Oil di Norvegia taglia il 12% del suo personale lavorativo nel Q3. La Respol spagnola venderà proprietà per 7 miliardi di dollari per acquisire capitale nel Q3. La Baker Hughes texana perde 159 milioni di dollari nel Q3. La Schlumberger di Houston dimezza gli introiti dalle concessioni in giro per il mondo rispetto ad un anno fa. La Petrobras di Brasile taglia gli investimenti di un terzo per il 2016. La Encana americana cede proprietà per 900 milioni di dollari. La Husky Energy del Canada tagli 1400 posti di lavoro. La Cenovus Energy del Canada taglia 1500 posti di lavoro nel 2015. La Devon Energy, sempre Canadese, ne taglia 200. La Athabasca Oil dell’Alberta tagla il 25% della sua forza lavoro. Calfrac ha tagliato il 40% dei suoi lavoratori in Canada e il 50% negli USA. La Suncor Energy canadese ha tagliato 1300 posti di lavoro e per il Q3 perde 383 milioni di dollari. In tutto questo, la Goldman Sachs ha investito il minimo in oil & gas che nel resto della sua storia attuale: cioe’ scappano anche gli investitori! Dal Novembre 2014 al Novembre 2015 sono andati in fumo 500 miliardi di dollari a livello globale. Pubblicato dal blog No all’Italia petrolizzata il 2 novembre...
read moreKivalina, la città in Alaska che scompare a causa del global warming
[Da Focus.it] La comunità che abita il piccolo centro nel mare di Chukchi dovrà ‘traslocare’, ma serviranno più di 100 milioni di dollari. Ormai impossibile non solo pescare, a causa del ghiaccio troppo sottile, ma anche vivere qui in sicurezza. Una cittadina isolata costruita su una fragile isola del mare di Chukchi, 83 miglia al di sopra del Circolo Polare Artico. Appena 85 case e circa 400 abitanti, due serbatoi di acqua, una pista di atterraggio, un ufficio postale e l’edificio più grande: la scuola. E’ Kivalina, diventata il simbolo stesso del cambiamento climatico, di quell’aumento delle temperature che sta sciogliendo i ghiacci rendendo difficile continuare con quella vita che qui si è andata costruendo proprio sul rapporto tra uomo e ghiaccio. Per questo Kivalina potrebbe dover “traslocare” con tutta la sua comunità, così come è già accaduto a Vunidogoloa, villaggio delle isole Fiji. A Kivalina, infatti, la minaccia del cambiamento climatico non riguarda più solo il futuro, ma la vita quotidiana e si traduce in perdita di mezzi di sussistenza tradizionali, come la caccia alle balene, e in scomparsa di terreno. E se la pesca ha rappresentato per la comunità locale la principale attività economica e di sostentamento, ormai il ghiacchio è troppo sottile e fragile per uscire a pescare. “Il riscaldamento globale ci ha causato tante difficoltà – spiega Joseph Swan Sr., un anziano di Kivalina, al Washington Post – il ghiaccio non congela più come una volta, quando in mare arrivava allo spessore di 10-8 metri”. E senza ghiaccio viene a mancare anche una fondamentale barriera contro le ondate che ormai si infrangono sulla costa invadendo la città. Il risultato? Per il governo degli Stati Uniti non solo pescare, ma anche vivere a Kivalina è ormai troppo pericoloso e il paese con la sua comunità deve “traslocare”, ma bisogna decidere dove, quando e, soprattutto, chi metterà i soldi necessari al trasferimento, oltre un centinaio di milioni di dollari. Il ruolo del governo degli Stati Uniti giocherà è ancora una questione aperta. Il presidente Barack Obama ha proposto uno stanziamento di 50,4 milioni dollari per aiutare la comunità del nord dell’Alaska ad affrontare il cambiamento climatico, proposta che si scontra con la contrarietà dei repubblicani che controllano il Campidoglio a finanziare interventi in materia di global warming. E comunque, la cifra proposta è meno della metà di quanto servirebbe solo per il trasferimento di Kivalina. Eppure, se oggi la questione si pone per Kivalina, presto potrebbe interessare non solo altri villaggi dell’Alaska, ma anche le città lungo le coste degli Stati Uniti. Intanto, secondo il National Oceanic and Atmospheric Administration, l’Artico si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto ad altre aree del pianeta, dato di fatto evidente guardando Kivalina dall’alto: più acqua che il tradizionale ghiaccio. Pubblicato da Focus.it l’1 aprile...
read moreIl flop BRE.BE.MI a carico del pubblico
[A cura di Marco Bersani – Attac Italia] Si chiama “Brescia – Bergamo – Milano (Bre.Be.Mi.)” la nuova autostrada lombarda e, che qualcosa non andasse, lo si intuiva già dal fatto di come, a dispetto del nome, non partisse da Brescia (ma a 18 km dalla città), non passasse da Bergamo e non arrivasse a Milano (ma ben 20 km prima). Fosse stato solo un problema di toponomastica, si sarebbe potuta chiudere lì la questione. Il fatto è che la Brebemi, nel giorno della sua inaugurazione, il 23 luglio 2014, è stata pomposamente definita dal Presidente del Consiglio Renzi come la prima opera pubblica tutta finanziata dai privati e senza alcun onere per lo Stato. Ovvero, il trionfo del project financing, lo schema finanziario “innovativo”, che prevede che un’opera sia realizzata dal privato con i suoi soldi e che la remunerazione dell’investimento avvenga con la concessione decennale per l’utilizzo della stessa. Un meccanismo finanziario perfetto, a parte il non trascurabile fatto che, a quel punto, è solo ed esclusivamente il privato a progettare il territorio e a definire la necessità e l’utilità di un’opera. E, infatti, sull’utilità di una nuova autostrada, che corre parallela alla storica autostrada A4, non raggiunge le località che ne compongono il nome e ha un pedaggio molto più alto, non sono serviti grandi studi, bensì la semplice evidenza quotidiana: un tracciato deserto, che i viaggiatori si guardano bene dal percorrere, divenuto famoso per il video, che da mesi spopola su youtube, di una partita di calcio giocata da un gruppo di ragazzi fra la corsia d’emergenza e quella di sorpasso. Nei primi cinque mesi di esercizio – luglio/dicembre 2014 – la Brebemi ha incassato pedaggi per 11 milioni di euro e pagato interessi alle banche per 101 milioni. I dati del 2015 naturalmente non sono ancora disponibili, ma, secondo la società, si prevedono ricavi per 60 milioni e costi per 30, con un margine attivo di 30 milioni. Anche considerando attendibili i dati della società (e l’evidenza giustificherebbe molti dubbi) appare evidente il flop dell’opera: con 30 milioni di attivo all’anno e un costo complessivo di 2,4 miliardi, il rientro economico dalle spese arriverà non prima di 80 anni! Ed ecco che l’opera, inutile dal punto di vista viabilistico e devastante dal punto ambientale, perde improvvisamente il suo decantato pregio e diventa molto onerosa per i cittadini. I privati lo avevano ovviamente già previsto. La società Brebemi ha vinto la gara nel 2003, quando il suo principale azionista era “Autostrade per l’Italia” e il costo complessivo di 800 milioni. Nel 2007 ad “Autostrade per l’Italia” è subentrata “Intesa Sanpaolo”, chiedendo e ottenendo la riscrittura della convenzione, con l’inserimento di alcune clausole relative alla bancabilità dell’opera. Che da allora prevede: la garanzia dello Stato sui conti della società, l’aumento della remunerazione annuale garantita del capitale privato dal 3,59% all’8,90% e il pagamento a fine concessione al privato di 1,2 miliardi per il subentro. Solo quest’ultima misura, significa che, poiché l’opera finale è costata 1,6 miliardi, a cui vanno aggiunti 800 milioni di interessi, per un totale complessivo di 2,4 miliardi, a fine concessione il privato (che interveniva senza oneri per lo Stato) si vedrà rimborsata in un solo colpo la metà dei costi sostenuti. Come se ciò non bastasse, il 6 agosto scorso, il Governo...
read moreCroazia: rimandate le firme dei decreti trivellanti ENI e Medoilgas a dopo le elezioni
[Da dorsogna.blogspot.it] La realpolitik alla fine trionfa su tutto. Anche sui petrolieri. In Croazia, Bloomberg riporta che il governo ha deciso che l’approvazione finale dei decreti che autorizzano l’inizio delle attivita’ petrolifere e’ rimandata a dopo le elezioni. Vanno cosi in sosta temporanea vari accordi fatti con Eni, Medoilgas/Rockhopper, INA Industrija Nafte d.d., Oando Inc e Vermilion Energy Inc per operazioni petrolifere sia sulla terraferma che in mare. Avrebbero dovuto essere approvate nove concessioni in terraferma e altre tredici in mare. Tutto rimandato. Nel frattempo due delle concessioni rifiutate dall’austriaca OMV e dall’americana Marathon Oil, per cattiva definizione dei confini con il Montenegro, invece di essere state riassegnate, sono state cancellate in toto. Perché hanno preso queste decisioni in Croazia? Perché i politici sono gli stessi in tutto il mondo: hanno paura di cattiva immagine se approvano le trivelle, e quindi invece che dire si e correre il rischio di essere additati come anti-ambiente dicono “ci pensiamo dopo”. Ovviamente hanno paura a dire no, perché troppi gli interessi e le pressioni in ballo. Il fatto di aver timore dei gruppi ambientali e’ confermato dallo stesso Ministro dell’Economia Ivan Vrdoljak che a Bloomberg dice: “We don’t want these contracts, in which we put a lot of hard work, to become fodder in election campaign. We hope to win and sign the contracts in the first cabinet session.” E cioè neanche si vergogna a dire la verità. Aspetteranno il post-elezioni per approvare le concessioni trivellanti. Da come la vede la collega Barbara Doric, il capo dell’ente nazionale di Croazia per gli idrocarburi, sono in ballo 1.2 miliardi di dollari che potrebbero entrare nelle casse croate a partire dal 2020 e per 25 anni, perché dara’ origine a — udite udite! — lavoro presso i porti, per la costruzione di infrastruttura petrolifera e di smaltimento rifiuti. Oh certo! Proprio quello che ci vuole per il turismo di Croazia, l’industria smaltimento rifiuti tossici petroliferi — è evidente che Barbara Doric non sa cosa succeda in tutti i posti questo tipo di industria arrivi, da Galveston a Gela, da Viggiano a Cancer Alley. Barbara Doric vede solo il verde dei petroldollari che serivranno, magicamente, per risollevare l’economia croata, in crisi dopo sei anni di recessione, con alto deficit di bilancio e con alto debito pubblico. I petrolieri pero’ non ci stanno troppo, perché, ovviamente, vogliono i decreti ora e subito: della serie intaschiamoli adesso che i prezzi del petrolio sono bassi e c’é poca competizione, e poi buchiamo a nostro piacimento, quando magari i prezzi sono tornati alti. Questo almeno è la logica di Mathios Rigas, a capo della ditta petrolifera greca Energean Oil and Gas SA: “Oil companies also don’t have time to wait for two or three years until a government makes a decision,” Non ancora è noto quando si votera’ ma le date possibili sono una delle domeniche a partire dal 25 Ottobre 2015. In questo momento la Croazia e’ guidata dal gruppo social-democratico del primo ministro Zoran Milanovic. I ritardi su queste concessioni sono gia’ di sei mesi e adesso i tempi si allungano ancora. Si e’ la realpolitik che vince: la paura di perdere le elezioni in questo caso. Ma, come dico sempre, niente succede a caso, e se la politica di Croazia ha paura é solo perché il...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.