CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Trivelle: Croazia sospende progetti in Adriatico – Delegato Ambasciata, anche l’Italia dovrebbe ripensarci

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Trivelle: Croazia sospende progetti in Adriatico – Delegato Ambasciata, anche l’Italia dovrebbe ripensarci

[Di Ansa.it] “La Croazia per salvaguardare le sue coste ha sospeso i progetti per le piattaforme per la ricerca del petrolio nel mare Adriatico e penso che dovrete anche voi in Italia e sul l’altra sponda del nostro mare prendere in considerazione questa eventualità. Questo é un grande pericolo per il mare adriatico”. Così il delegato dell’Ambasciata di Croazia in Italia Llija Zelalic, nel corso del convegno che si sta tenendo sulla Fregata Maestrale ad Ortona (Chieti) sulla Macroregione Adriatico-Ionica. “La risorsa del turismo – ha aggiunto il delegato dell’Ambasciata di Croazia in Italia Llija Zelalic – é una risorsa più importante da sviluppare per i Paesi che si affacciano in questo mare. Il petrolio esiste in altri posti. Noi stiamo lavorando per costruire un porto a Fiume per lo sviluppo del ‘natural gas’ e lo sfruttamento dell’energia verde”. In Croazia nasce una piattaforma comune contro petrolio Ambientalisti si incontrano a Spalato, proteggere l’Adriatico. La protesta e il confronto sbarcano in Croazia. Per il no alle trivelle infatti si sono incontrati rappresentanti di organizzazioni e movimenti ambientalisti da Albania, Croazia, Montenegro, Slovenia e Italia che aderiscono al network SOS Adriatico. L’intento è quello di dare vita ad una piattaforma comune per difendere l’Adriatico dai petrolieri. Per l’Italia erano presenti Legambiente e i movimenti No Ombrina e Trivelle Zero Marche. “I governi e le compagnie petrolifere cercano di fuorviare l’opinione pubblica in maniera analoga nei diversi paesi che si affacciano sull’Adriatico. L’Adriatico è unico e dobbiamo assumerci la responsabilità di proteggerlo. E’ paradossale che in Croazia alcuni politici per cercare di contrastare le proteste sostengano che in Italia si autorizzano progetti senza problemi mentre in Italia con il medesimo intento portano ad esempio proprio la Croazia e il suo piano di rilascio di permessi”, ha dichiarato Mosor Prvan dell’associazione SUNCE di Spalato. “In Montenegro, d’altro lato, l’opinione pubblica non è informata sui piani del governo su ciò che avverrà in Adriatico. Il processo di esplorazione e di sfruttamento dell’Adriatico sta procedendo nella stessa maniera in tutti i paesi, con mancanza di trasparenza e adeguata informazione da parte delle autorità. Quando i cittadini sono informati sui loro diritti e sull’impatto delle attività petrolifere cambiano idea in maniera significativa” afferma Natasa Kovacevic dell’Associazione montenegrina Green Home. “Durante il meeting vi è stata molta attenzione a quanto sta accadendo in Italia – dichiarano Mattia Lolli di Legambiente, Giulia Zandri di Trivelle Zero Marche e Augusto De Sanctis del Coordinamento No Ombrina che hanno partecipato all’incontro – In particolare i nostri colleghi ci hanno chiesto approfondimenti sulle modalità di costruzione del vasto fronte che contesta le scelte del Governo Renzi a vantaggio dei petrolieri. Sono rimasti colpiti dalla partecipazione alle grandi manifestazioni, come quella in Abruzzo contro il progetto petrolifero Ombrina, di decine di migliaia di persone, di centinaia di comuni, della chiesa e di tante organizzazioni del lavoro, come sindacati commercianti, operatori turistici, pescatori e agricoltori. Ci hanno chiesto chiarimenti sulle molteplici iniziative di contrasto istituzionale portate avanti da diverse regioni e dagli enti locali e sulla miriade di ricorsi pendenti davanti ai tribunali amministrativi. Il confronto è stato molto proficuo perché sono state poste la basi per numerose azioni concrete comuni da realizzare nei prossimi mesi”. Legambiente, metà popolazione Croazia è contraria. Mar Adriatico da salvare dalle trivelle: metà della popolazione della...

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I saharawi dimenticati dal mondo ora pensano a un cambio di strategia

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I saharawi dimenticati dal mondo ora pensano a un cambio di strategia

[Di Giorgio Grifoni su Nena-news.it] Una catastrofe “estremamente grave e senza precedenti”, quella che ha colpito i rifugiati saharawi nella parte sud-occidentale dell’Algeria. Lo dichiara un comunicato diffuso qualche giorno fa da parte di un consorzio di Ong che lavorano nel territorio, investito da oltre due settimane da piogge torrenziali che hanno raso al suolo un intero campo profughi: Dakhla, 180 km a sud di Tindouf, uno dei cinque gestiti dal Fronte Polisario nell’attesa di una soluzione politica tra Marocco e Saharawi che porti alla fine dell’occupazione in Sahara Occidentale e all’autodeterminazione dei suoi abitanti originari. Lì, nel territorio concesso dall’Algeria agli sfollati del conflitto iniziato nel 1975, le case costruite con mattoni di sabbia e fango essiccati al sole si sono letteralmente sgretolate, mentre le tende sono state seriamente danneggiate: il bilancio è di 1200 strutture distrutte. La situazione è resa ancora più drammatica dallo straripamento delle fosse biologiche, con i liquami che invadono le vie di quello che era l’insediamento e che possono favorire la diffusione di epidemie: per ora l’allarme è stato lanciato per un’esplosione di casi di broncopolmonite e dissenteria. Colpiti duramente anche i campi di Boujdour, Smara e Ausard, mentre in misura minore quello di el-Ayun, già devastato lo scorso anno da un’alluvione. Secondo il comunicato diffuso dalle Ong, 11.411 persone sono rimaste senza un tetto o hanno subito danni irreparabili alle proprie tende, “lasciando gli accampamenti in una situazione inedita di catastrofe umanitaria”. La macchina degli aiuti, guidata dall’Algeria, si è messa subito in moto: la Mezzaluna Rossa algerina sta provvedendo a rifornire i magazzini inondati della Mezzaluna Rossa Saharawi, mentre una serie di paesi ha già inviato donazioni e generi di prima necessita all’UNHCR. Tra questi spicca proprio l’Italia, che attraverso la Cooperazione Internazionale, ha stanziato un contributo di emergenza di 200 mila euro, come si legge in una nota diffusa dal Ministero degli Esteri lo scorso 22 ottobre. Una tragedia che arriva a dare il colpo di grazia ai circa 200 mila saharawi che da quarant’anni vivono da rifugiati aspettando il referendum per l’autodeterminazione  annunciato nel 1991 dalle Nazioni Unite, sempre osteggiato dal Marocco e di fatto ignorato dal resto della comunità internazionale. E’ questo il cuore del problema, secondo Fatima Mahfoud, vice rappresentante del fronte Polisario in Italia: “Il vero dramma – spiega a Nena News – sta nella non soluzione del problema politico, con il popolo saharawi che attende in condizioni estreme”. Dietro allo stallo nei negoziati sta la battaglia portata avanti dal Marocco per le modalità di svolgimento del referendum, definito dall’Unione Africana, dai rappresentanti Saharawi e persino dall’Onu stessa “l’unica soluzione a questo conflitto persistente”: fissato e rimandato nel 1992 e nel 1998 per il mancato accordo del Marocco sui criteri di definizione della base elettorale, il plebiscito è una spinosa questione di numeri in un vuoto di dati certi. Al termine di estenuanti ricerche, la Minurso riuscì a presentare una lista di aventi diritto al voto che comprendeva circa 85 mila persone: basata sull’unico censimento effettuato dalla Spagna nel 1974, includeva i saharawi dei territori occupati, alcuni di quelli stabilitisi in Marocco e il grosso dei rifugiati di Tindouf, Mauritania e altri luoghi di esilio. E’ a questo punto che avviene lo stallo definitivo: Rabat vuole includere nelle consultazioni anche i discendenti delle tribù saharawi che nel XIX secolo fuggirono al nord dopo l’invasione spagnola. E cioè...

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Canada: semaforo verde per le 30.000 vittime di Chevron/Texaco

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Canada: semaforo verde per le 30.000 vittime di Chevron/Texaco

[Di Anna Berti Suman su Gejnews.ue]Grande è l’esultazione de los afectados che ormai lottano da 22 anni per ottenere il riconoscimento del disastro ambientale nonché un’equa riparazione. Tuttavia il verdetto della Corte è solo il primo passo verso tale traguardo: Pablo Fajardo, avvocato ecuadoriano delle vittime, ricorda che ora è necessario procedere con la richiesta di omologazione della sentenza da parte della Corte Canadese. Solo allora infatti si potrà avviare l’esecuzione dell’obbligazione sugli attivi che Chevron possiede in Canada, al fine di iniziare il complesso percorso di riparazione del danno ambientale, culturale e sociale provocato dall’impresa statunitense. Perché aprire un caso in Canada se una condanna è già stata proclamata nel Paese dove l’ecocidio ebbe luogo? La risposta appare evidentemente legata alla strategia della multinazionale: solo poche centinaia di dollari rimangono degli attivi che un tempo la Chevron aveva in Ecuador ma che ha prontamente provveduto a dislocare altrove. La Corte affronta principalmente due questioni, oggetto di impugnazione da parte della Chevron in risposta alla sentenza della Corte di Appello di Ontario del 17 Dicembre 2013, In primis, si interroga se e sotto quali condizioni essa abbia giurisdizione per decidere sul riconoscimento e sull’esecuzione della sentenza della Corte Ecuadoriana. In secondo luogo, analizza la sussistenza di giurisdizione sulla filiale della multinazionale, Chevron Canada. Relativamente alla prima impugnazione, la posizione che l’impresa petrolifera difende è la necessità di una connessione reale e sostanziale tra gli imputati o la materia della controversia e la Corte di Ontario, sia che si tratti di un giudizio di prima istanza sia che si tratti – come in questo caso – di un’azione volta all’omologazione di una sentenza straniera. La Corte brillantemente contesta tal argomentazione sottolineando la differenza tra un giudizio nel merito, in cui si genera un’obbligazione, e uno di mera facilitazione all’esecuzione di un’obbligazione già esistente. Nella seconda ipotesi, infatti, il solo requisito perché si abbia giurisdizione è che la Corte straniera che ha emesso la sentenza da omologare presenti una connessione reale e sostanziale con le parti in causa o con la materia originale del contendere o che siano soddisfatti i tradizionali requisiti della giurisdizione [75]. Pertanto, essendo la Chevron il debitore risultante dalla sentenza straniera, non è necessario dimostrare una connessone reale e sostanziale tra gli imputati o la materia della controversia e il foro di Ontario. L’atto di notificazione sulla base della sentenza straniera effettuato nei confronti della Chevron presso la sua sede centrale in California è sufficiente per garantire la giurisdizione della Corte sulla multinazionale. Ragionando diversamente – spiega la Corte – si minaccerebbero i diritti del creditore ad ottenere soddisfazione delle proprie obbligazioni contratte con controparti transnazionali. Dalla decisione emerge l’atteggiamento “generoso” che la Corte del Canada ha da tempo assunto nel riconoscere sentenze straniere. Interessante è la trattazione che la sentenza offre rispetto al concetto di “obbligazione universale” che a sua volta è intrinsecamente legato al principio di rispetto reciproco tra giurisdizioni (the principle of comity). Degno di nota è il passo in cui la Corte afferma: “the obligation created by a foreign judgment is universal, each jurisdiction has an equal interest in the obligation resulting from the foreign judgment, and no concern about territorial overreach could emerge” [Held]. Appare dunque chiaramente l’intento della Corte di ricorrere agli strumenti del diritto privato internazionale, contestualizzandoli alla luce della realtà attuale, e di ragionare “alla velocità” a cui viaggia la dinamica...

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Land grabbing in Italia

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Land grabbing in Italia

[Di Actionaid.it]Ebbene sì, succede anche a casa nostra. In un piccolo comune di 1.800 abitanti in provincia di Oristano, in Sardegna, un’azienda ha deciso di destinare ben 64 ettari di terreni alla produzione di energia, attraverso un mega impianto di serre fotovoltaiche, anziché preservarli per scopi agricoli. Stiamo parlando di un caso di accaparramento di terra (land grabbing), né più, né meno, di quelli che, in Senegal e Tanzania. L’azienda in questione, Enervitabio S.Reparata, riceverà oltretutto milioni di euro di sussidi proprio grazie all’impianto e alla vendita dell’energia prodotta, a meno che il prossimo 5 novembre il Consiglio di Stato non accolga le ragioni del Comitato “S’Arrieddu per Narbolia”. Tutto è iniziato nel 2012 quando l’Azienda Enervitabio S.Reparata costruisce su 64 ettari di terreno agricolo, un grande impianto di serre fotovoltaiche. Le serre fotovoltaiche, ossia agricole, dovrebbero seguire dei requisiti specifici atti a garantire la produzione agricola come primo e principale scopo. Ma a tre anni dalla sua costruzione, di attività agricole dentro le serre ne vengono realizzate ben poche, rendendo evidente come il vero obiettivo di questo progetto fosse quello di utilizzare la terra per scopi altri da quelli agricoli, ovvero produrre energiagrazie ad un sistema di incentivi fortemente distorsivo. Un Comitato spontaneo di cittadini dei quei territori, denominato “S’Arrieddu per Narbolia” si è quindi costituito per protestare contro il progetto e chiederne la revoca delle autorizzazioni, il relativo smantellamento e la bonifica dei terreni. Quello che viene maggiormente contestato è soprattutto l’opportunità delprogetto che priva un’area a forte vocazione agricola di 64 ettari di terreni irrigui adatti alla coltivazione. Il TAR della Sardegna, con la sentenza dell’11 Luglio del 2014 ha accolto i rilievi sollevati dal Comitato e dalle organizzazioni che lo sostengono, Adiconsum, Italia Nostra e WWF, dichiarando illegittime le autorizzazioni comunali concesse per la costruzione delle serre fotovoltaiche di Narbolia. E’ nostra convinzione che i diritti sulla terra, anche quelli di proprietà, devono essere bilanciati dai doveri: tutti dovrebbero tutelare la sostenibilità di lungo termine della risorsa terra. In questo caso né chi ha comprato i terreni per il progetto, né chi ha dato le autorizzazioni, il Comune, sembrano aver operato tutelando la sostenibilità di lungo termine di quella terra e ancora di più, di quei territori. Questo progetto, come molti altri in Sardegna, in Italia e in Europa, dimostra come il fenomeno del land grabbing riguardi anche i nostri territori e per questo è importante stare al fianco del Comitato “S’Arrieddu per Narbolia” che, con grandi difficoltà, sta conducendo una lotta fondamentale per la tutela di un bene comune come la terra. Il prossimo 5 Novembre il Consiglio di Stato si esprimerà sul ricorso realizzato dall’azienda e dalle istituzioni locali nei confronti della sentenza del TAR Sardegna. A prescindere dall’esito della sentenza, è importante ribadire chequesto progetto non aiuta né l’ambiente, né il territorio di Narbolia e che è urgente, come chiede, inascoltato dalle istituzioni regionali, il Cordinamento Comitati Sardi, di cui quello di Narbolia fa parte, una moratoria delle autorizzazioni di impianti di produzione di energia rinnovabile e non, che stanno devastando il territorio sardo. Pubblicato da Actionaid.it il 30 ottobre...

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La progettata fusione tra LGH ed A2A

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La progettata fusione tra LGH ed A2A

[Di Acquabenecomunecremona.org] All’interno di LGH ci sono alcuni servizi essenziali (a partire da quelli ambientali) che determinano pesantemente la qualità della vita dei cittadini e della comunità nel suo complesso. Già ora LGH, pur essendo totalmente in mano a soggetti pubblici, è gestita in base a una filosofia di fondo che privilegia nettamente il profitto, l’acquisizione di nuovi mercati ed “asset”, l’acquisizione di nuovi clienti, l’espansione nei settori già praticati rispetto ad elementi che invece un servizio pubblico dovrebbe mettere sempre al primo posto, vale a dire la qualità del servizio, l’accesso universale ai beni ed ai servizi, la trasparenza e la partecipazione non solo nei confronti dei cittadini ma persino nei confronti dei soggetti pubblici che hanno creato e posseggono – anche se indirettamente – la società. La cessione di LGH ad A2A, azienda enormemente più grande, già quotata in borsa, moltiplicherebbe per cento questi gravi difetti e renderebbe del tutto impossibile in futuro, a fronte del peggiorare delle cose, riportare nelle mani dei sindaci il controllo sulle politiche aziendali. La formazione di enormi aggregazioni multiservizi d’altra parte contraddice alle fondamenta persino le stesse “leggi” del mercato: è evidente infatti che se il mercato si basa sulla concorrenza, la presenza di un unico operatore all’interno di un vastissimo territorio rende ridicola ogni ipotesi concorrenziale. Vi sono già ora 4 operatori di grandissime dimensioni in Italia: A2A, IREN, HERA, ACEA; tutti hanno già al proprio interno fette più o meno pesanti di privati (che dettano legge tramite i patti parasociali), molti dei quali sono banche e fondi di investimento [01QuoteAzionarie]. Questi grandi operatori storicamente si guardano bene dal farsi vicendevole concorrenza gareggiando tra loro nell’offrire servizi di migliore qualità (o almeno, ipotesi deteriore, di prezzo inferiore). Risulta molto più conveniente spartirsi da buoni amici il territorio, come dimostrano le indagini e le conseguenti sanzioni inflitte ad essi nel corso degli anni[02MultaACEA_SUEZ]. La fase storica che tutti attraversiamo peggiora le cose: infatti, a fronte di una società occidentale sempre più satura di prodotti (anche voluttuari) ed ora colpita da una crisi che rende impossibile a molte famiglie acquistare nulla oltre lo stretto necessario, i grandi investitori ormai da anni hanno abbandonato il settore della produzione di oggetti per dedicarsi a quello della fornitura di servizi, meglio se servizi essenziali (di cui nessuno può fare a meno), meglio ancora se servizi in cui il cittadino non può scegliere il gestore (come lo smaltimento rifiuti o l’acqua: chi si metterebbe due rubinetti di due ditte diverse in casa, per poter di volta in volta scegliere il più conveniente?). Ed ecco così nascere e gonfiarsi a dismisura le multiutility e i colossi internazionali fornitori di servizi. Questi soggetti, proprio grazie al loro rilevante potere economico-finanziario, alla presenza al proprio interno di soggetti finanziari di grande peso, all’enorme influenza politica (in senso deteriore) che possono esercitare tramite i legami con i partiti che ne esprimono parte degli amministratori, sono in grado di condizionare le politiche nazionali e soprattutto internazionali, europee nella fattispecie. Da qui la pesantissima e pervicace pressione che ormai da almeno vent’anni Banca Mondiale, Comunità Europea, sistema finanziario, fondi di investimento fanno per riuscire a mettere questi beni e servizi sul mercato, togliendoli alle comunità. Sono infatti le comunità a controllare tuttora in gran parte il settore dei servizi essenziali, tramite le aziende locali, le (spesso ex-) “municipalizzate”, aziende con un forte legame territoriale (piccoli territori: quasi...

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Un settembre caldissimo, il 2015 anno più caldo mai registrato

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Un settembre caldissimo, il 2015 anno più caldo mai registrato

  [Di Greenreport.it]Ancora una volta, secondo i dati della NASA,  gli ultimi 12 mesi, da settembre 2014 al settembre 2015, sono stati l’anno più caldo mai registrato in assoluto. Ormai ogni mese segna un Déjà Vu del record del caldo planetario. Secondo la Japan Meteorological Agency il settembre appena passato è stato il più caldo in assoluto mai registrato nl mondo, mentre per la NASA è superato di poco dal settembre 2014. Ottobre segneà sicuramente un altro record, visto che agli effetti a lungo termine del global warming di origine antropica si aggiunge il riscaldamento a breve termine portato da El Niño in pieno sviluppo nel Pacifico: il trend è quello di un ulteriore riscaldamento ed ora c’è una probabilità del 99% che il 2015 sia l’anno più caldo mai registrato. I dati della NASA evidenzia ancora una volta che non c’è stato nessun vero rallentamento nel riscaldamento globale  e che l’unica “pausa” che gli ecoscettici teorizzavano come evidenza della “bufala del global warming” è in realtà un rallentamento della velocità del riscaldamento globale nel raggiungere un catastrofico punto di svolta. Il tasso di riscaldamento della superficie terrestre negli ultimi 10 anni non diminuito o è rimasto costante ma ha accelerato, mentre il mare continuava ad assorbire il calore in eccesso. Non c’è dubbio che, a meno di un eccezionale (o catastrofico) repentino cambiamento delle temperature globali,  per quel rimane del  2015 continuerà il riscaldamento, soprattutto a causa delle temperature in aumento nel Pacifico tropicale centro-orientale legato a El Niño.  Quindi il 2016 potrebbe essere ancora più caldo e in molti temono che sarà molto più caldo. Tra questi c’è il prestigioso Met Office britannico  che sottolinea che quel che sta succedendo negli oceani con la e Pacific Decadal Oscillation (PDO), El Niño e l’Atlantic Multi-decadal Oscillation (AMO)  sono tendenze «coerenti con un ritorno di un rapido riscaldamento nel breve termine». La tanto attesa, temuta e negata accelerazione delle temperature globali sembra proprio arrivata.   Pubblicato il 13 ottobre su...

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I Sem Terra nelle tre crisi del Brasile

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I Sem Terra nelle tre crisi del Brasile

  [Di François Houtart su Comune-info.net]La crisi economica globale che colpisce il Brasile ha gravi conseguenze politiche. Tagli ai programmi sociali e alle infrastrutture sono all’ordine del giorno. E’ iniziata una privatizzazione dell’istruzione. Gli Stati, che erano in passato la vetrina del PT, il Rio Grande do Sul (ora governato dal PMDB, un partitodi centro-destra alleato a livello federale con PT) e il Parana (con un governatore del PSDP, il Partito Socialdemocratico di FH Cardoso) adottano misure neoliberiste a livello economico e sociale. La popolarità della presidente Dilma è scesa sotto il 10%. Tra il 21 e 25 settembre, il MST ha organizzato a Brasilia, il secondo incontro nazionale degli educatori e educatrici della riforma agraria. Si tratta di insegnanti di tutti i livelli, dalla alfabetizzazione e scuola primaria all’università, che si dedicano all’educazione negli insediamenti del MST e di altri movimenti rurali. I programmi sono sostenuti dallo Stato e diversi accordi sono stati stipulati con università principalmente statali. Dall’inizio di questa iniziativa nel 1998, decine di migliaia di studenti sono passati attraverso questo sistema di istruzione. La dimensione politica del momento era ben presente in questo incontro. Hanno partecipato alla sessione di apertura due ministri, quello dell’Educazione e quello dello Sviluppo rurale. Quest’ultimo, del Partito del Lavoro (PT), ex ministro degli Affari Sociali e responsabile dei Programmi di lotta alla Povertà (borsa famiglia etc.) sta controbilanciando il ministro dell’Agricoltura, che fa parte dei “ruralisti” o grandi proprietari terrieri, ma il suo bilancio rappresenta una piccola parte di questo ministero .. Nel suo discorso, João Pedro Stedile, fondatore del Movimento, ha parlato chiaramente della situazione socio-politica: si deve combattere contro le politiche neoliberiste, perché sono una strategia di classe. In verità la situazione è confusa, perché nel Brasile di oggi, nessuna classe sociale ha un’egemonia, il che conduce ad alleanze politiche dubbie e progetti contraddittori. Secondo Stedile l’attuale crisi del paese è triplice. la prima crisi è di ordine economico e ha la sua origine nel sistema capitalistico mondiale, che ha accentuato, negli ultimi 15 anni, la dipendenza dell’economia brasiliana: riprimarizzazione (aumento del settore primario) e relativa deindustrializzazione. Il Brasile non cresce più. La borghesia produttiva si è orientata verso la speculazione finanziaria. In poco tempo, più di 200 miliardi di dollari hanno lasciato il Paese. Le multinazionali hanno reinvestito all’estero. La seconda è la crisi urbana, con diversi aspetti: i trasporti costosi e di scarsa qualità, la casa, l’istruzione superiore che assorbe solo il 15% dei diplomati a livello secondario. Un altro oratore nel corso della riunione ha sottolineato che ogni anno 40.000 persone vengono uccise, per lo più giovani, poveri, neri, e circa 50.000 sono i scomparsi. Si deve anche ricordare che il Brasile è ancora una società dalle disuguaglianze estreme. I ricchi vivono in un altro mondo. È il secondo paese del mondo per numero di elicotteri privati, dopo gli Stati Uniti. La terza crisi è politica. Il sistema elettorale funziona sequestrando la volontà popolare e permette una sovrarappresentazione dei proprietari terrieri. La corruzione ha interessato i partiti di governo, il PT, ma ancora di più, il PMDB (Partito del Movimento Democratico Brasiliano), di centro-destra, alleato con il partito del Lavoro e che ha la vicepresidenza e la leadership del Senato. Questo spiega, in gran parte, la perdita di credibilità della presidente, che è scesa al 7%. João Pedro Stedile ha concluso che il popolo deve ricostruire il suo spazio, ora...

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Gli ultimi Kawahiva

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Gli ultimi Kawahiva

  [di Survival.it] I Kawahiva sono un piccolo gruppo di Indiani incontattati. Vivono nella foresta pluviale dell’Amazzonia brasiliana. Sono i sopravvissuti di numerosi attacchi genocidi. Nell’ultimo secolo, atrocità come quelle compiute contro di loro hanno spazzato via molte altre tribù della stessa regione. Oggi i Kawahiva vivono in fuga a causa dalle continue invasioni della loro terra da parte di taglialegna, minatori e allevatori. Sono in grave pericolo. Se la loro terra non sarà rapidamente riconosciuta e protetta dalle autorità brasiliane, rischiano di essere sterminati. Il loro territorio – noto come Rio Pardo – si trova nello stato del Mato Grosso, dove il tasso della deforestazione illegale è il più alto mai registrato nell’Amazzonia brasiliana. La regione del Rio Pardo si trova all’interno della municipalità di Colniza, una delle aree più violente della nazione. Il 90% del reddito di Colniza viene dal disboscamento illegale. La situazione dei Kawahiva è così grave che nel 2005 un pubblico ministero lanciò la prima indagine mai realizzata in Brasile sul genocidio di una tribù incontattata. Furono arrestate ventinove persone sospettate di essere coinvolte nell’uccisione dei Kawahiva – tra cui un ex governatore dello stato e un capo di polizia; ma poi furono rilasciate. Il caso è stato sospeso per mancanza di prove. Chi sono i Kawahiva I Kawahiva sono cacciatori-raccoglitori nomadi. Di loro sappiamo molto poco perché non hanno contatti pacifici con l’esterno. Potrebbero essere strettamente imparentati a una tribù vicina, chiamata Piripikura, perché hanno una lingua simile, lo stesso taglio di capelli e per pescare il pesce usano lo stesso tipo di punta di freccia. Le tribù confinanti li chiamano il “popolo dalla testa rossa” o anche il “popolo basso”. I Kawahiva del Rio Pardo fanno parte di un gruppo più ampio che si è gradualmente suddiviso con l’invasione delle loro terre da parte degli esterni. È probabile che molti siano stati uccisi dagli invasori che hanno rubato loro terra e risorse, o che siano morti per malattie introdotte dall’esterno, come influenza e morbillo, verso cui non hanno difese immunitarie. Il FUNAI, il Dipartimento brasiliano agli Affari Indigeni, monitora un gruppo di Kawahiva da 17 anni. Nel 2011 un funzionario sul campo li ha filmati per caso: adulti e bambini sembravano in salute. Nascosti nella foresta potrebbero esserci altri gruppi di Kawahiva incontattati. Stile di vita Come tutti i popoli indigeni, i Kawahiva hanno dovuto riorganizzare radicalmente la loro società e adattarsi ai cambiamenti d’habitat provocati delle violenze e dalla distruzione della foresta natale. L’esistenza di vecchie radure suggerisce che diverse generazioni fa i Kawahiva coltivassero mais e manioca, e che conducessero uno stile di vita più stanziale. Ma negli ultimi 30 anni, sono stati costretti a fuggire di fronte alle ondate di attacchi e invasioni, e sono probabilmente diventati nomadi per sopravvivere. L’ultimo orto rinvenuto nel loro territorio fu individuato più di trent’anni fa, durante i lavori di costruzione di una nuova superstrada attraverso la regione. I Kawahiva sono stati costretti ad adottare uno stile di vita nomade, che mantengono ancora oggi. Si fermano per diversi giorni in accampamenti temporanei e poi si spostano nuovamente per sfuggire agli intrusi. Cacciano animali selvatici come pecari, scimmie e uccelli, e pescano nei corsi d’acqua che scorrono nel loro territorio. Raccolgono frutti, noci e bacche nella foresta. I funzionari del FUNAI che monitorano il territorio del Rio...

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Xylella, 450 ulivi germogliano dopo un anno di cure tradizionali e bio.

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Xylella, 450 ulivi germogliano dopo un anno di cure tradizionali e bio.

  [Di Luisiana Gaita su ilfattoquotidiano.it] “La burocrazia ha ucciso più ulivi della Xylella, mentre sul mio terreno 450 alberi, molti dei quali secolari, tornano a germogliare dopo un anno di cure tradizionali e biologiche”. A parlare è Giuseppe Coppola, proprietario di un oliveto in contrada Santo Stefano, tra Alezio e Gallipoli. L’imprenditore ha invitato esperti, scienziati e agricoltori a recarsi sul suo campo e ha illustrato il frutto del lavoro di un anno. In questa zona è iniziato tutto. L’incubo. Ormai quasi 5 anni fa. E da qui Coppola lancia la suaprovocazione: “Non credo di aver risolto il problema della Xylella, ma sono convinto che se altri avessero fatto ciò che ho fatto io, forse il batterio non avrebbe avuto la strada spianata”. Gli scienziati lo ascoltano, guardano i risultati di tanti sforzi, ma restano scettici: “Meglio tali pratiche che l’incuria, ma a questo punto bisogna chiedersi se vale la pena investire risorse”. L’operazione anti-Xylella passo dopo passo Nell’oliveto di contrada Santo Stefano è arrivato anche Joseph Marie Bové, membro dell’Accademia d’Agricoltura di Francia. È stato lui a scoprire la sequenza genetica di Xylella fastidiosa sugli agrumi. Ma c’erano anche Donato Boscia, responsabile dell’Istituto di Virologia del Cnr di Bari e Giovanni Martelli, professore emerito di patologia vegetale all’Università di Bari. E poi Confagricoltura e Coldiretti. A illustrare passo dopo passo il lavoro che lui stesso definisce di ‘assistenza infermieristica’ lo stesso Coppola: “Sono state eseguite 5 arature superficiali del terreno. Da sempre la nostra azienda lavora con metodi tradizionali, ma da circa un anno abbiamo incrementato le cure”. Poi 5 trattamenti (prima della potatura e dopo l’emissione della vegetazione) per nutrire la pianta e proteggerla da attacchi di patogeni e per controllare il vettore ‘sputacchina’. “Una potatura radicale – racconta l’imprenditore – è stata eseguita a ottobre scorso nel tentativo di eradicare il patogeno che si era diffuso nell’intero oliveto e sulle branche principali delle piante”. Tutti i tagli sono stati disinfettati con rame e mastice e il materiale di risulta bruciato sul posto. D’estate sono stati eliminati i polloni dai ceppi. Ai trattamenti insetticidi si sono accompagnati quelli tradizionali con il rame per il controllo delle patologie classiche dell’olivo. A settembre la potatura verde di impostazione. “L’olivo è una pianta che si rigenera velocemente e così ha iniziato a germogliare” spiega l’imprenditore. La parte tenera è stata trattata con solfato di rame per renderla forte, ma l’aspetto forse più innovativo di questo ‘esperimento’ esula dall’aspetto terapeutico: “Abbiamo usato lo zolfo in polvere sulla pianta pensando di creare fisicamente un ambiente ostile alla sputacchina, che le impedisse di avvicinarsi alle piante”. I costi del metodo e i ritardi Giuseppe Coppola conduce, insieme al fratello Lucio, l’attività di famiglia. Che si occupa di ospitalità e agricoltura, nello specifico del settore vitivinicolo. “Per un anno intero abbiamo attinto le risorse necessarie dal comparto turistico della nostra attività – spiega l’imprenditore – destinandole alla lotta alla Xylella. Quanto ci è costato? Tanto. Troppo”. Nel complesso quasi 95 euro a pianta, oltre i 40mila euro.Comunque meno degli indennizzi per l’abbattimento (da 98 euro a pianta) previsti dal piano Silletti-bis. E senza calcolare la perdita in termini di produzione. “Noi abbiamo potuto farlo, ma non è alla portata di tutti. Le istituzioni comprendano la necessità di sostenere il mondo agricolo”. Ed è proprio questo il punto. Al momento non c’è alcun contributo che non sia legato all’abbattimento. Né per quanto riguarda ipotetiche cure, né tantomeno per l’avvio di colture alternative laddove non c’è più soluzione. “Abbiamo lavorato consapevoli che se dopo avere impiantato un vigneto ci vogliono tra i 4 e...

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Lagarde (Fmi): «Il momento per una carbon tax mondiale è ora»

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Lagarde (Fmi): «Il momento per una carbon tax mondiale è ora»

[Di Umberto Mazzantini su Greenreport.it]Intervenendo all’annual meeting del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della Banca Mondiale, tenutosi a Lima, la direttrice dell’Fmi,  Christine Lagarde, ha detto che «il cambiamento climatico è ormai una questione macro-critica» e ha chiesto ai Paesi del mondo di adottare una carbon tax. La definizione di “macro-criticità” è importante, perché, come spiegano da Sierra Club – una delle più importanti associazioni ambientaliste statunitensi – l’Fmi definisce in questo modo i problemi fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi del programma macroeconomico o per  l’attuazione di specifiche disposizioni dello stesso Fondo monetario. Steve Herz, senior attorney dell’International climate program di Sierra Club, ha dichiarto a ThinkProgress che «l’Fmi ha correttamente riconosciuto, dopo aver assunto un atteggiamento più sobrio rispetto alle gravi minacce per la stabilità a lungo termine di tutti i Paesi, che il cambiamento climatico pone minacce per la stabilità e la vitalità delle economie di tutto il mondo». Quella di Lima è l’ultima di una serie di dichiarazioni dell’Fmi sui danni economici causati da sistemi che supportano i combustibili fossili. Il Fondo monetario internazionale – il cui scopo primario è quello di “garantire la stabilità del sistema monetario internazionale” – ha fatto scalpore all’inizio di quest’anno, quando ha rivelato che i governi spendono 5,3 trilioni di dollari (5.300.000.000.000 $) all’anno in sussidi per combustibili fossili. Secondo Herz, «il programma completo per il cambiamento climatico della Lagarde per l’Fmi è storico, sia per il suo contenuto che per la sua tempistica, prima dei negoziati internazionali sul clima a Parigi». La Lagarde a Lima ha fatto un altro passo avanti e, intervenendo il 7 ottobre alle Conversation on Climate Change ha affermato che «ora è il momento di eliminare gradualmente le sovvenzioni per l’energia. L’Fmi, che svolge la sua missione attraverso il monitoraggio, il prestito e l’assistenza tecnica, non può investire direttamente. Quello che possiamo certamente fare è  fornire un forte sostegno per interventi come la rimozione di sovvenzioni che in realtà vanno nelle tasche sbagliate. Quello che possiamo fare è fornire ai Paesi gli strumenti per fissare effettivamente il prezzo giusto, comprensivo delle esternalità». Così non solo si apre la strada alla carbon tax, ma si tagliano le sovvenzioni ai combustibili fossili, come gli incentivi fiscali agli Stati Usa (e non solo) per l’esplorazione petrolifera e gasiera. Certo la carbon tax  è più difficile a far digerire, anche se, secondo il rapporto “Implementing Effective Carbon Pricing” di New Climate Economy, già oggi  40 Paesi e più di 20 città, Stati e regioni statunitensi, canadesi, cinesi e giapponesi hanno dato un prezzo alle emissioni di carbonio  e coprono circa il 12% delle emissioni di gas serra,  una percentuale che potrebbe schizzare verso l’alto se, dopo la sperimentazione in corso, anche la Cina adotterà un sistema simile all’Emission trading systemdell’Unione europea (Eu Ets). Anche se lo stesso Eu Ets ha mostrato diversi problemi (che da tempo approfondiamo anche all’interno del think tank della nostra redazione, Ecoquadro) e deve essere riformato, il rapporto di New Climate Economy sottolinea che «il carbon pricing funziona e avrebbe funzionato ancora meglio se i governi avessero alzato i costi per gli inquinatori». Anche negli Usa non mancano gli esempi di carbon tax che funzionano, come la Regional Greenhouse Gas Initiative(Rggi), alla quale aderiscono 9 stati del nord-est, che avrebbe fatto crescere l’economia locale per  1,3 miliardi di dollari e fatto risparmiare 460 milioni di dollari in bolletta ai consumatori. Per la strutturazione di un carbon...

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