Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Made in Ilva lascia l’India: diario teatrale in un Paese dalle mille contraddizioni
[su Greenreport] Un viaggio tra città senz’anima, inquinamento e incontri straordinari È l’India la prima tappa del World tour 2015 della compagnia teatrale Instabili Vaganti, che con il pluripremiato spettacolo Made in Ilva, nella sua versione in lingua inglese, attraverserà tutto il paese, dalla pianura indo-gangetica del nord alla regione meridionale del Karnataka, dal Bengala alle coste sud orientali. Quattro le città principali in cui saranno presentati gli spettacoli: Nuova Delhi, Kolkata, Bangalore e Pondicherry. Il tour in India è solo l’inizio di una tournée mondiale che si concluderà a fine dicembre e che porterà la compagnia in Europa, Messico, Uruguay, Argentina e Cile. Nicola Pianzola e Anna Dora Dorno racconteranno su queste pagine – sottoforma di diario di viaggio teatrale – le proprie esperienze, avventure, impressioni dalle varie città del mondo attraversate nel tour. Conclusa la bellissima esperienza al Tepantar theatre village con una dimostrazione finale aperta al pubblico con i partecipanti alla VI sessione internazionale del nostro progetto Stracci della memoria, ripartiamo alla volta di Kolkata e il giorno dopo siamo già in teatro per l’allestimento di Made in Ilva all’Iccr. Anche in questo caso il pubblico è numerosissimo e riempie tutto l’auditorium. Al termine della performance sono tante le domande dei giornalisti e i quotidiani che riportano interviste e articoli sul nostro lavoro si diffondono a macchia d’olio. Prima di lasciare Kolkata ci tuffiamo nei suoi vicoli alla scoperta dell’anima di questa città, nascosta nelle sue coffee house in una college street costellata di chioschi e librerie, spingendoci fino al villaggio in cui vengono creati gli idoli giganti di terracotta per le festività. Il passaggio a Bangalore è scioccante, se Kolkata colpisce per tutta questa gente che vive, dorme, si lava nelle sue strade affollate, e allo stesso tempo affascina con la sua forte identità, questa città del Karnataka non sembra avere più un’anima: agglomerati urbani cresciuti a dismisura negli ultimi 10 anni che sovrastano villaggi rurali inglobati nella trafficata città. La Silicon Valley dell’India è congestionata a tal punto che attraversarla sembra impossibile. Inoltre il tasso d’inquinamento, dovuto al crescente numero di imprese che trasferiscono qui la propria sede, è il più alto di tutto il Paese. Fortunatamente siamo in un piccolo microcosmo, nel quartiere whiteflield, in periferia, nella foresteria del Jagriti Theatre, un teatro nuovo, a pianta circolare e ben equipaggiato. I numerosi articoli sui giornali di Bangalore hanno creato il pubblico giusto per Made in Ilva, e la soddisfazione nel ricevere i numerosissimi complimenti è indescrivibile. Ci sono moltissimi giovani, alcuni stranieri, probabilmente figli di manager che lavorano all’Itpb (International tecnology park Bangalore). Ci attende l’ultima tappa del tour: Pondicherry, un’ex colonia francese sulla costa orientale. Atterrati nel minuscolo aeroporto ci dirigiamo verso l’Adishakti laboratory for theatre arts and research, uno centro di arti performative dedicato alla ricerca, la creazione e la formazione teatrale ed immerso nella natura. Adishakti è anche il nome della compagnia che ha letteralmente costruito con le proprie mani questo spazio meraviglioso composto da un teatro, una mensa e diverse abitazioni. L’intero centro sorge nel territorio di Auroville, città universale, dove uomini e donne di ogni nazione, di ogni credo, di ogni tendenza politica possono vivere in pace ed in armonia, fondata nel 1968 da Mirra Alfassa, disegnata dall’architetto Roger Anger e basata sulla visione di Sri Aurobindo. Appena arrivati decidiamo di tuffarci nelle...
read moreAlluvione in Costa Azzurra, il Mediterraneo tra cambiamenti climatici e cemento selvaggio
[su greenreport.it] La frequenza di tali episodi intensi può essere messa in relazione con il riscaldamento globale Le inondazioni e le tempeste che hanno colpito la Costa azzurra hanno fatto almeno 17 morti e devastato la regione delle Alpes-Maritimes, poche ore prima era toccato alla Corsica subire i pesantissimi colpi di un altro uragano mediterraneo che aveva rimandato sott’acqua anche Olbia, in Sardegna, ma risparmiato la Liguria, che aspettava col fiato sospeso le due tempeste che l’hanno raggiunta ormai depotenziate da sud e da ovest. Nonostante quanto avvenuto sia anche colpa della cementificazione che ha sfigurato anche la Costa Azzurra, per ora non si registrano reazioni da arte delle associazioni ambientaliste e dei Verdi francesi; forse la polemica politica è stata disinnescata dal presidente francese François Hollande, che ha effettuato subito una visita ai luoghi più colpiti insieme al ministro degli Interni Bernard Cazeneuve, dicendo a cittadini e turisti che gli indennizzi arriveranno presto e non negando la responsabilità di una cattiva programmazione urbanistica e il possibile collegamento con i cambiamenti climatici. Pascal Brovelli, direttore aggiunto delle operazione per la previsione di Météo France, ha spiegato a Le Monde che «delle precipitazioni intense erano previste ed annunciate nella serata di sabato 3 ottobre, ma è impossibile prevedere un fenomeno di una tale ampiezza e localizzarlo in maniera così precisa». Secondo Brovelli «sono dei fenomeni mediterranei che si osservano frequentemente in questo periodo dell’anno. Queste tempeste sono provocate dall’incontro di una massa d’aria calda e umida proveniente dal sud del Mediterraneo e di una massa d’aria più fredda provenienti da territori più in alto. Quel che invece è molto eccezionale è l’intensità del fenomeno che si è sviluppato all’’est della Var e lungo il litorale delle Alpes-Maritimes. A Cannes, in un’ora, tra le 20 e le 21, sono caduti 107 mm d’acqua. Il precedente record nella regione era di 70 mm». Ma questi fenomeni estremi e molto localizzati sembrano legati direttamente al riscaldamento climatico. Ne è convinto anche Brovelli: «Le ricerche sul clima lasciano effettivamente pensare che andremo incontro più spesso a questo tipo di situazioni». Per Philippe Drobinski, direttore ricerche al CNRS e coordinator del progetto HyMeX, «la frequenza di tali episodi intensi può essere messa in relazione con il riscaldamento climatico. I nubifragi molto violenti che si sono abbattuti la sera di sabato 3 sulle Alpes-Maritimes, facendo almeno 17 morti, pongono nuovamente la questione della responsabilità del cambiamento climatico in corso. Se oggi non è possibile stabilire un legame diretto con il riscaldamento, l’aumento delle temperature condurrà ad un aumento della frequenza di épisodes cévenols». HyMeX è un programma decennale di Météo France e CNRS al quale dal 2010 stanno lavorando 400 scienziati di diversi Paesi del mondo per migliorare la comprensione e la modellizzazione del ciclo dell’acqua nel Mediterraneo, la sua variabilità (in particolare per quanto riguarda le piogge intense) e le sue caratteristiche. Drobinski spiega che con épisodes cévenols si riassumono gli episodi più brevi e intensi di nubifragi che avvengono in tutto il Mediterraneo a fine estate e all’inizio dell’autunno e che colpiscono soprattutto l’arco che va dalla Spagna, all’Italia, fino alla Croazia. Cambiamento climatico o meno, dice Drobinski, «il problema è quello di sapere se la causa degli avvenimenti drammatici di questi ultimi anni risieda nell’aggravamento delle piogge torrenziali in autunno o dalla vulnerabilità delle popolazioni di fronte a questi fenomeni. Se le aree urbane si ingrandiscono, se l’idrologia urbana...
read more[:en]EJOLT Report 23: Refocusing resistance for climate justice. COPing in, COPing out and beyond Paris[:]
[:en][ ejolt.org] The full report can be downloaded here. Abstract The climate and environmental justice debates are heating up ahead of the United Nations Climate Change Conference, COP21, scheduled for December this year in Paris. In theory, the conference objective is to achieve a legally binding and universal agreement on climate change, from all the nations of the world. However, within the United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC), controversial schemes to supposedly protect the Earth’s climate eclipse the urgent need to reduce emissions at source and phase out fossil fuels. This report firstly lays out how activists are organizing towards Paris to confront the powers that are ignoring the popular mandate for taking serious action on climate change. In the second section, we take a broader perspective examining important and emerging discourses and alliances within the Climate Justice movement. Finally in the 3rd section we focus on the ongoing resistance of those living alongside exploitative projects – from forest-grabbers to pipelines – and who are the most powerful force for keeping fossil fuels under the ground. In Paris, there is no hope that the official conference will put on the table the Climate and ecological Debt owed from the wealthy to those who are being dispossessed. Yet in the streets and across the world, a decentralized movement of “Blockadia” is opposing fracking, pipelines, false solutions and dirty coal, racking up victories and gaining strength. This report aims to send a strong message, that far from believing the UN can save the world’s climate, resistance to global climate injustice and inequality is alive and building from the ground up. The report is accompanied by an EJOLT produced video from the Unis´tot´en camp in North-Western British Colombia showing how the successful camp is stopping up to seven oil and gas pipelines, holding up billions in investment and keeping millions of barrels (and cubic metres) of fossil fuels under the ground. Separate chapters are also available: Abstract & Table of Contents Introduction (Leah Temper and Tamra Gilbertson) Chapter 1 – To COP in or out? Climate politics 21 cops in Challenges for the climate justice movement: connecting dots, linking Blockadia and jumping scale(Patrick Bond) 2. The anti-politics of the Green Climate Fund: what is left to negotiate? (Sarah Bracking) 3. Having the last word: towards Paris2015 – challenges and perspectives (Maxime Combes) 4. Hacking the COP:. The Climate Games in Paris 2015 (The Laboratory of Insurrectionary Imagination) Chapter 2 – Strategic discourses and alliances Climate justice: two approaches(Joan Martínez-Alier) 6. The common(s) denominator: oil and water on a common river (Kevin Buckland) 7. Labour and climate change: towards an emancipatory ecological class consciousness(Stefania Barca) 8. Energy sovereignty: politicising an energy transition (Pere Ariza-Montobbio) 9. Desertec: the renewable energy grab? (Hamza Hamouchene) Chapter 3 – Resistance to extractivism: stemming the flow Women from KwaZulu-Natal’s mining war zone stand their ground against big coal(Faith ka-Manzi and Patrick Bond) 11. Leave the bones of Mother Earth in place: the liabilities left behind from Colombian coal exports(Andrea Cardoso) 12. Not one more well!: corruption and Brazil’s pre-salt expansion (Marcelo Calazans, Tamra Gilbertson and Daniela Meirelles) 13. Fracking as environmental load displacement: examining the violence of unconventional oil and gas extraction (Lena Weber) 14. Decolonising and decarbonising: How the Unist’ot’en are arresting pipelines and asserting autonomy (Leah Temper and Sam Bliss) Keywords Blockadia, climate justice, Extreme Energy, Financialization, Fossil Capitalism, Pipelines, Responsibility, Unburnable fuels Editors Leah Temper – UAB Tamra Gilbertson...
read moreDissesto idrogeologico, il presidente dei geologi Graziano: “Non ci sono i progetti”
[di Melania Carnevali su ilfattoquotidiano.it] Intervista al presidente del consiglio nazionale e membro della cabina di regia di Italia Sicura: “La struttura funziona, anche se agisce in maniera emergenziale. Ma non ha una struttura di controllo della qualità dei lavori presentati dalle Regioni. Così il rischio è che diventi un distributore di soldi senza risolvere il problema”. I cantieri attivati? “642 dal giugno 2014” L’80% dei Comuni in Italia ha case, scuole, ospedali in zone a rischio idrogeologico, franose o tra letti e rive dei canali. Fosse solo questo: un terzo è stato costruito negli ultimi dieci anni, cioè quando erano già in vigore i vincoli dettati dal Piano per l’assetto idrogeologico, cioè lo strumento che le Regioni utilizzano per la programmazione degli interventi per la difesa del territorio. Strumento, a quanto pare, inutile. Secondo l’ultimo rapporto di Legambiente infatti sono 186 i Comuni in cui si è edificato in aree a rischio nell’ultimo decennio. Nel 79% dei casi si tratta di abitazioni, nel 17% di interi quartieri. E peggio ancora: meno del 5% dei Comuni con zone abitate a rischio ha iniziato delocalizzazioni. Così la “missione prevenzione” del governo Renzi è già una corsa contro il tempo. Italia Sicura, il programma di Palazzo Chigi, prevede 7100 interventi in tutta Italia, per un totale di 21 miliardi di euro, di cui, per il momento, disponibili poco più di due, dice Gian Vito Graziano, presidente del consiglio nazionale dei geologi e membro della cabina di regia di Italia Sicura. Un piano che parte però con un handicap: quello di non avere una struttura di controllo della qualità dei progetti presentati dalle Regioni. Il rischio quindi, spiega Graziano, è che “diventi un distributore di soldi senza risolvere il problema”. Graziano, in Italia lo stato di dissesto si è sempre scontrato con una forte carenza pianificatoria. Lei crede che Italia Sicura sia un efficace strumento di prevenzione? Credo che uno Stato serio dovrebbe saper far funzionare la propria macchina amministrativa senza il bisogno di creare strutture di missione come questa, che comunque agisce in maniera emergenziale. Ma purtroppo queste sono le condizioni in cui ci siamo trovati e dovevamo intervenire. Come struttura, con tutti i limiti di una struttura piccola, come personale intendo, sta funzionando bene per tutta una serie di risultati che è già riuscita a ottenere. E non parlo solo di reperimento di fondi, ma anche quello di aver creato un unico database con le diverse necessità delle venti regioni sotto un unico standard di lavoro. Quando abbiamo iniziato a chiedere le carte del rischio idrogeologico ai vari enti per capire quale fosse la situazione in Italia, abbiamo trovato il caos; c’erano carte una diversa dall’altra e alcune completamente in contrasto con la realtà: zone a alto rischio idraulico, ad esempio, risultavano non a rischio. Da questa attività è emerso tuttavia che i famosi 44 miliardi di euro che si diceva fossero necessari, perlomeno dal ministro Prestigiacomo in poi, per mettere in sicurezza l’Italia non hanno senso, perché siamo complessivamente davanti a una spesa di 21 miliardi di euro. E quanti ce ne sono a disposizione? Per il momento abbiamo reperito quasi 2,2 miliardi di euro delle risorse non spese dal 1998. In più ci sono i 654 milioni di euro già stanziati dal Cipe per il piano delle aree metropolitane, che è...
read moreAlluvione Olbia, la città “esplosa” in 10 anni: cemento fin dentro i torrenti. Pronti 81 milioni per cantieri, solo 16 sbloccati
[di Monia Melis su ilfattoquotidiano.it] L’acqua non dimentica, dice un detto sardo. E il piccolo ponte sul rio Siligheddu diventa il simbolo dell’ennesima esondazione. E’ la terza volta che si allaga tutto, ma questa volta almeno non ci sono vittime, anche se i danni colpiscono sempre le stesse famiglie. La Gallura resta l’area più a rischio dell’isola: Galletti denuncia i condoni, Pigliaru la speculazione. Intanto i sindaci di Olbia e Arzachena sono sotto inchiesta per il disastro del 2013. La prima volta è stato portato via dal ciclone Cleopatra, due anni fa, la seconda – in fretta e furia – distrutto dalle ruspe mandate dalComune. L’immagine simbolo della Sardegna e dell’Italia di fronte all’emergenza delle alluvioni è il piccolo ponte sul rio Siligheddu. L’acqua non dimentica – dice un detto sardo – e così succede anche a Olbia, “esplosa” a suon di piani di risanamento, ben 17 negli anni del boom, tra fine anni Novanta e il 2007, sindaco berlusconiano Settimo Nizzi. Quartieri a rischio,cemento sugli alvei di torrenti, rigagnoli tombati che quando crescono ritrovano la propria strada, trascinando tutto. Per ricostruire quel ponte che collega Olbia a una strada provinciale sono stati spesi 80mila euro, subito dopo l’alluvione del 2013, quella della strage dei 19 morti. Soldi pubblici, arrivati da fondi straordinari della Protezione civile con il vincolo esclusivo del ripristino senza modifiche, come denuncia il sindaco Gianni Giovannelli (Pd). Così, poco tempo dopo il disastro, si è proceduto alla riapertura al traffico. In altri due anni non è stata trovata un’alternativa, fino alle ore di paura del primo ottobre. Quando d’urgenza il ponte che faceva da tappo è stato buttato giù, di nuovo. Così si è evitata unaterza esondazione di fila, anche se nelle case comunque l’acqua ai piani bassi ha raggiunto oltre un metro. Le famiglie colpite sono, e non è un caso, le stesse di due anni fa: le prime ad alzare la voce contro la burocrazia, contro chi ignora i meccanismi del territorio e di una città che si è espansa senza rispettarne gli equilibri. Nessuna vittima stavolta, per fortuna: scuole chiuse e massima allerta col codice rosso in tutta l’isola per due giorni, ma è ancora laGallura l’area più devastata. In campo il ministro dell’Ambiente,Gian Luca Galletti, punta il dito sui condoni, stessa linea del presidente della Regione, Francesco Pigliaru, che ha parlato di “speculazione”. Finito il lavoro degli operai, parte quello della Procura di Tempio Pausania che, per il momento, ha sequestrato tutti gli atti sulripristino del ponte nel 2013. La memoria della strage di due anni fa si è fatta ora più fresca. I numeri fotografano, ma non bastano:19 morti, alcuni bimbi, migliaia di sfollati, danni per 600 milioni di euro. Tra Arzachena e Olbia 13 delle vittime, le altre nell’Oristanese e nel Nuorese. Finora Cleopatra ha tenuto banco nelle aule della politica e in quelle dei tribunali. Nelle prime si fa il punto sui soldi in arrivo, o promessi; nelle seconde si contano gli indagati, spesso amministratori. E a Olbia è ancora tempo di compromessi urbanistici tra lo spettro degli espropri e la rivolta dei proprietari con edifici in zone a rischio. Intanto si tiene d’occhio la contabilità dei fondi in arrivo da Roma: sulla carta 81 milioni e 200mila euro, quelli sbloccati dal Cipe sono 16. E nel pacchetto rientra anche un fondo da 12 milioni per le demolizioni. Serviranno in parte per la mitigazione del rischio idrogeologico: lavori attorno alla rete di rii che attraversa la città e va verso il mare. Per l’intreccio di morte e distruzione gli avvisi di garanzia sono arrivati...
read more[:en]A rig too far[:]
[:en][ on economist.com] OIL companies have a proud history of digging holes in inaccessible places and producing gushers of money. But in the Chukchi Sea, in the Alaskan Arctic, Shell has poured $7 billion into a single 6,800-foot exploratory well, making it possibly the most expensive hole yet drilled, only to admit this week that it had not found enough oil and gas to make further exploration worthwhile. That was a big climbdown for a company that had spent seven years since acquiring the Chukchi licenses in 2008 in a highly public, drawn-out battle to drill in the Arctic. The decision boiled down to costs, financial and reputational. Most big oil firms face similar pressures. Some will take a lesson from Shell and put their Arctic plans on hold, though Eni, a big Italian oil firm, is vowing to press ahead with its efforts to drill in the Norwegian Arctic. As the oil price has fallen by more than half over the past year, the economics of drilling in deep and treacherous waters have worsened considerably. Though Shell had sought to play down the dangers of its Chukchi conquest, observers long ago reckoned it had bitten off more than it could chew. It suffered a slew of mishaps in 2012, culminating on December 31st of that year in a drilling rig breaking loose from its tow lines and running aground. After that episode, Ben van Beurden, installed as Shell’s chief executive in 2014, could have halted the ill-fated project. But after a “personal journey”, he decided to go ahead. Since then, Shell has portrayed Arctic drilling as somewhat of a mission, saying the prospective hydrocarbon reserves—ten times the total produced so far in the North Sea—are needed to provide energy for a global population expected to rise from 7 billion to 9 billion by 2050. Analysts say it was more about shoring up Shell’s reserve base, at a time when oil and gas deposits are increasingly held either by national oil companies or by nimble American “frackers”. Last year Shell replaced only 26% of the 1.2 billion barrels of oil equivalent (boe) that it produced. It has told investors that the Arctic was the best long-term bet for filling that gap, expecting it to provide at least 500m boe after 15 years. Now it will need new alternatives. If its £47 billion ($70 billion) takeover of BG Group, a British firm, goes ahead, that is one: it will increase Shell’s oil and gas reserves by a quarter. Reputation was another factor in Shell’s retreat. A company that was among the first oil majors to acknowledge the risk of human-induced global warming in the 1990s—and one that has joined with other European oil firms to advocate carbon pricing ahead of the climate-change talks in Paris later this year—was embarrassed to be pilloried for its Arctic drilling by environmental groups and politicians. Just as serious were the concerns of Shell’s own shareholders. Many of these, including some big pension funds, questioned its climate-change credentials at its annual meeting in May. The stockmarket is taking the news in its stride. But internally, the abandonment of the Arctic project will lead to soul-searching. Shell is staffed more by boffins than roughnecks, who pride themselves on their ability...
read moreClima, Descalzi: alla conferenza di Parigi regole non solo obiettivi
L’amministratore delegato di Eni fa dichiarazioni sulla giusta strategia da seguire per arrestare i cambiamenti climatici: in sostanza – secondo Descalzi- basta ridurre l’utilizzo del carbone pur lasciando inalterati i livelli di consumo degli altri combustibili fossili [su agi.it] Assisi Conferenza sul clima di Pargi- “Alla conferenza sul clima di Parigi serviranno regole non solo obiettivi. Sara’ necessario realizzare dei piani di azione applicati da tutti”. E’ quanto ha affermato l’ad di Eni, Claudio Descalzi, partecipando al convegno ad Assisi Il Cortile di Francesco. “Se si daranno solo obiettivi non servira’ a nulla”, ha aggiunto. L’Europa dovrebbe scegliere un mix energetico razionale non puntando sul carbone che, a livello climatico, annulla gli effetti positivi delle rinnovabili. E’o il messaggio lanciato dall’ad di Eni, Claudio Descalzi, durante il convegno. “L’Europa deve adottare una politica energetica che abbia una logica. Non si puo’ investire dai 65 ai 73 miliardi di euro all’anno per promuovere le rinnovabili, che va benissimo, e dall’altra parte fare aumentare del 10% dal 2010 al 2014 il carbone. Questo e’ il mix energetico piu’ stupido che esista perche’ l’1% in piu’ di carbone annulla il 10% di rinnovabili”, ha evidenziato il manager. Secondo Descalzi “questa non e’ una politica energetica razionale ma e’ lasciare libero il mercato di scegliere il mix energetico. Se pensiamo che i 2 gradi non debbano essere superati, il mix energetico non puo’ essere lasciato libero. Perche’ il mercato ha scelto il carbone perche’ costa circa la meta’ del gas”. A margine del convegno, l’ad di Eni ha risposto a chi gli chiedeva i tempi di produzione di gas dal giacimento egiziano di Zohr: “Gli accordi con gli egiziani sono di procedere in modo veloce. lavoriamo insieme a loro, hanno la necessita’ di produrre questo gas. Presumo che nel 2017 potremo avere la prima produzione”. Leggi anche: “Eni: prima produzione Zohr nel 2017” Pubblicato il 26 settembre 2015 su...
read moreNovità per i servizi pubblici locali dalla recente normativa ambientale
[di Alberto pierobon su Azienditalia 10/2015] Recentemente sono state emanate, sia a livello normativo che di provvedimenti attuativi, nonché come atti di indirizzo e/o di chiarimento, varie disposizioni e note provenienti da diversi organi e fonti. Queste novità si riflettono sulle strategie, sulle programmazioni e sulla gestione dei servizi pubblici locali: imprese e loro Enti di riferimento. Ne diamo, di seguito, una breve sintesi, guardando agli aspetti evolutivi e di tendenza, comunque sotto il profilo di quanto incide sulle scelte e sull’operatività delle aziende pubbliche e degli Enti Locali. L’Albo Nazionale Gestori Ambientali (ANGA) del Ministero dell’Ambiente, dopo le varie semplificazioni introdotte soprattutto dal D.P.C.M. 17 dicembre 2014 (e da altri provvedimenti successivamente emanati (1)), assume interesse con la recentissima nota del Comitato prot. n. 437/ALBO/-PRES del 29 maggio 2015 con la quale si è chiarito che “l’impresa che intende trasportare ai centri raccolta disciplinati dal D.M. 8 aprile 2008 i rifiuti speciali prodotti dalla propria attività sia sottoposta all’iscrizione all’Albo ai sensi dell’art. 212, comma 8, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, anche qualora i rifiuti stessi siano stati assimilati ai rifiuti urbani”. Il comma 8 del cit. art. 212 così recita: “i produttori iniziali di rifiuti non pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti,nonché i produttori iniziali di rifiuti pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti pericolosi in quantità non eccedenti trenta chilogrammi o trenta litri al giorno, non sono soggetti alle disposizioni di cui ai commi 5, 6 e 7 a condizione che tali operazioni costituiscano parte integrante ed accessoria dell’organizzazione dell’impresa dalla quale i rifiuti sono prodotti”. Si tratta del c.d. trasporto in conto proprio, che diversamente da quanto avviene per gli altri soggetti gestori, viene “alleggerito” nell’iscrizione all’apposita Sezione dell’ANGA. Il Codice ambientale (cit. D.Lgs. n. 152/2006) all’art. 183, lett. “mm” definisce il “centro di raccolta” come “una area presidiata ed allestita, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, per l’attività di raccolta mediante raggruppamento differenziato dei rifiuti urbani per frazioni omogenee conferiti dai detentori per il trasporto agli impianti di recupero e trattamento”. Il Comitato osserva che l’art. 212, comma 8, cit. “Non opera alcuna distinzione tra i rifiuti speciali e i rifiuti speciali assimilati ai rifiuti urbani e non prevede deroghe all’obbligo d’iscrizione all’Albo per il trasporto di questi ultimi effettuato dal produttore iniziale. Pertanto, l’impresa che intende trasportare ai centri di raccolta … i rifiuti speciali assimilati ai rifiuti urbani prodotti dalla propria attività ha l’obbligo di iscrizione nella categoria 2-bis di cui al D.M. 120/2014”. continua a leggere qui. Pubblicato il...
read more[:en]Italian climate policy: doubling fossil fuel extraction.[:]
[:en][By Camila Rolando Mazzuca on ejolt.org] Today’s world energy production mainly derives from non-renewable sources and represents up to 47% of the world’s greenhouse gas emissions for the 2000s decade. These emissions reinforce the inequalities between low income populations, whose environment and health are usually the most affected by it, and the profits made by fossil-fuel corporations. While threatening the climate and feeding multiple risks, the energy production from fossil fuels remains supported through unquestioned public subsidies. In their essay “Italy’s case in the global emergency: development, social justice and the environmental crisis”, Salvatore Altiero and Marica Di Pierri from A Sud give a concise summary of the latest Italian energy legislation, bringing to light its complete incoherence to face climate change. Since the beginning of the 2000s decade, the tendency of the Italian legislation is to reduce power plants’ environmental standards, while facilitating the granting of permits for offshore and mainland oil drilling. The latest Italian national plan for energy from 2013 does not envision a transition towards making renewable energy the main source of energy. Quite the contrary, the foreseen perspectives for Italy are to become a transit hub for gas to Northwest Europe while doubling fossil fuels extraction on the national territory. Read the full article here (6 pages) Salvatore Altiero and Marica Di Pierri highlight the lack of Italian politicians’ willingness to challenge the root causes of the climate crisis: the whole economic production and consumption model. Yet, this curse is internationally widespread. As the scientific community warns on the necessity of sharp emissions’ cuts, there is little hope that the sum of all States’ voluntary reduction pledges at the forthcoming conference on climate in Paris will match with the emergency of the situation. This has not stopped concerned people all over the world to take action themselves. The climate justice movement keeps growing and keeps taking a variety of actions to correct course. But which course is the movement itself going and what should the next steps look like? The EJOLT report “Refocusing resistance for climate justice” will combine cases studies and elaborate on a strategy for climate justice movements all over the world. It will be launched later this week. Posted by Nick on September 21st,...
read moreRepressione e censura. La svolta autoritaria dell’Ecuador
[di Forti Marina su terraterraonline.it] Una protesta pacifica repressa con brutalità, i leader del movimento indigeno arrestati, una giornalista straniera espulsa – e una raffica di decreti liberticidi: l’Ecuador vive una involuzione autoritaria. Il 13 agosto il centro di Quito, in Ecuador, è stato invaso da una pacifica protesta. Un paro nacional: ha riunito sindacati, insegnanti, medici, e i movimenti indigeni giunti nella capitale ecuadoregna dopo una marcia di 800 chilometri attraverso il paese. Circa centomila persone nella capitale, molte altre nelle altre città del paese, forse la più numerosa protesta mai vista contro le politiche economiche del governo. Quel giorno però la polizia antisommossa è intervenuta in forze, ha caricato brutalmente i manifestanti, fermato centinaia di persone. A Quito ha picchiato e arrestato i leader del movimento indigena, tra cui Salvador Quishpe, prefetto della provincia di Zamora Chinchipe (dove era cominciata la marcia del movimento indigena), e Carlos Pérez Guartambel, avvocato e presidente dell’organizzazione Ecuarunari. Repressione e arresti hanno rilanciato le accuse di autoritarismo verso il presidente Rafael Correa, che pure è annoverato tra i governi di sinistra emersi nell’ultimo decennio nel continente latinoamericano. Insomma: che succede in Ecuador? La domanda ormai travalica lo stesso Ecuador. Anche perché quel giorno la polizia ha malmenato e arrestato una ricercatrice e giornalista franco-brasiliana, Manuela Picq Lavinas: era nel corteo insieme al suo compagno, Carlos Pérez, il leader di Ecuarunari. Sui media ecuadoregni circola il video che mostra la polizia mentre li circonda, si accanisce con i manganelli, li trascina via. «Dapprima la polizia ha negato di avermi picchiata. Poi hanno detto che siamo stati noi ad attaccare gli agenti: ma quel video parla chiaro», mi ha detto Manuela Picq il 18 settembre, di passaggio a Roma. Picq viveva da 8 anni in Ecuador; insegna relazioni internazionali all’Università San Francisco di Quito, studia i movimenti femministi e indigeni. Quel giorno, racconta, lei è stata separata dagli altri e portata al ministero dell’interno. «Quando ho chiesto di contattare il console brasiliano mi hanno trasferito in ospedale. Ma hanno avviato le procedure di espulsione», racconta. La cosa ha fatto scalpore, con quella faccia piena di lividi spiattellata sui giornali. «Credo che mi abbiano preso di mira per colpire Carlos, punirlo del suo attivismo politico», dice Picq. Lui e gli altri leader indigeni sono stati rimessi in libertà dopo poche ore; lei è stata rinchiusa in un centro di detenzione per migranti. Il 17 agosto, quando è comparsa in tribunale, erano ormai circolate petizioni contro la sua espulsione, migliaia di accademici di tutto il mondo avevano firmato a suo sostegno. Le Monde ha scritto che in Ecuador regna l’arbitrio, la Cnn ha inviato i suoi reporter. Sotto i riflettori, la giudice non ha convalidato l’espulsione: anzi ha decretato che non c’era base legale per allontanarla, che la detenzione era arbitraria e la cancellazione del visto illegale. «Abbiamo festeggiato. Ma la giudice ha lasciato al governo la decisione finale sul mio visto». E il governo, che accusa Picq di aver abusato del visto accademico per fare attività politica, lo ha revocato. La giornalista-accademica-attivista è stata costretta a partire («ho deciso che senza più un legale visto sarei partita prima di farmi deportare»); il 18 settembre la sua richiesta di un nuovo visto è stata formalmente respinta. Del resto, duecento persone arrestate durante la marcia del 13 agosto sono...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.