Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Expo, Sala: ‘Dieci padiglioni continueranno a vivere. Troppo costoso Albero della vita in città’
[su repubblica.it] Il commissario sul dopo. “In settimana un incontro su Palazzo Italia. Sarebbe un peccato abbattere il padiglione Zero”. Cantone: “Neanche prima della chiusura riusciremo a sapere quanto è costata” Dopo Expo, Sala: “Spostare l’Albero della vita in città? Lo escludo””Più di 10 padiglioni saranno smantellati e ricostruiti altrove, nei loro Paesi o in città, come quello della Coca Cola o di Don Bosco. Ma la maggior parte verrà distrutta. Escludo che l’Albero della vita possa essere spostato in città, e per quando riguarda Padiglione Italia ne discuteremo presto. Sarebbe però un peccato buttare già padiglione Zero”. Comincia a prendere forma il quadro delle possibilità del post-Expo. Alcuni punti fermi sono stati descritti dal commissario unico Giuseppe Sala a margine dell’incontro ‘Expo dopo Expo’, organizzato per cominciare a delineare il da farsi in vista della chiusura dei cancelli il 31 ottobre. All’incontro ha partecipato anche il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone. Amara la sua considerazione: Expo finirà e non sapremo neanche allora quanto ci sarà costata. Il punto sono gli extracosti, le spese extra dovute ai ritardi e alle modifiche in corsa nella gara contro il tempo che a maggio ha permesso di aprire l’Esposizione universale dopo gli scandali. Partita ancora tutta da giocare. Non è detto che entro la fine dell’esposizione universale si saprà quanto è costato in più costruirla rispetto al previsto, ha spiegato Cantone, sottolineando di non essere “così ottimista nel dire che possiamo chiudere entro il 31 ottobre”. IL FUTURO DEI PADIGLIONI E DELL’AREA – “Mi piacerebbe che Expo potesse rimanere aperto – ha detto Sala – sarebbe l’unica volta nella storia, ma il tema vero riguarda i Paesi. Tutti i Paesi smantelleranno i loro padiglioni, hanno già i contratti col personale che lo farà. Sarebbe veramente un peccato però buttare giù Padiglione Zero, onestamente. E’ il mio preferito, l’ho già detto il primo giorno, e bisogna trovare una soluzione”. Per quanto riguarda il destino del sito di Rho, Sala ha ribadito: “Continuo a pensare che l’idea della cittadella universitaria sia la migliore. Questa è un’area talmente grande che bisogna partire con un’idea solida, a cui poi altri si aggregheranno. Per me ora c’è l’urgenza di poter affermare che una parte del progetto c’è ed è sicura. In questo senso vedo con molto favore l’ingresso di governo in Arexpo”. PADIGLIONE ITALIA – “In settimana – ha aggiunto Sala – parlerò con il commissario Bracco del futuro di Padiglione Italia, perché è chiaro che, se decidiamo di tenere aperto qualcosa, non possiamo usare la copertura di Expo, deve farsene carico il commissario italiano. Il mio unico punto è che ci sia chiarezza con chi gestisce, nella certezza che tutto sarà in sicurezza”. Il punto che l’area sarà interessata dai lavori di smontaggio ed è difficile pensare al via vai di gente su un Decumano costellato di cantieri. Ma Palazzo Italia “come da regolamento del Bie rimarrà anche dopo Expo e deve essere il punto di partenza di un grande progetto che coinvolgerà tutto il sito”, ha aggiunto Diana Bracco. L’ALBERO DELLA VITA – Sul futuro dell’Albero della Vita, invece, il commissario ha detto di essere “più prudente”, perché “al di là della struttura dell’hardware, vive di software delicatissimo, costoso, e che ha senso solo se lo metti di fronte a decine di migliaia di persone, come in un...
read moreLa strada «segreta» dei pozzi di petrolio nel parco di Yasuni
[di Marina Forti su terraterraonline.org] Esiste o no, nell’Amazzonia ecuadoriana, una strada che attraversa il Parco nazionale di Yasuni fino al Blocco 31, zona di estrazione di petrolio? Dalle foto satellitari pare proprio di sì. Il governo dell’Ecuador invece nega: non esiste nessuna strada. Ora una giornalista svela il segreto: la strada c’è e lei l’ha percorsa, raccogliendo foto e filmati. Una rivelazione destinata ad alimentare le polemiche attorno ai pozzi di petrolio del parco Yasuni, e il confronto politico tra il governo del presidente Rafael Correa e quanti criticano la politica di espandere l’estrazione di idrocarburi, con le popolazioni indigene in primo piano. Il parco Nazionale di Yasuni è un’ampia zona di foresta amazzonica in Ecuador vicino al confine con il Perù. Con oltre 100 mila specie per ettaro, è considerata tra le più “biodiverse” del pianeta. Per questo è una zona protetta, abitata da alcune popolazioni indigene tra cui due che restano in quello che viene ufficialmente definito “isolamento volontario”. Ma racchiude anche un grande giacimento petrolifero: si stima sia il 20 per cento del petrolio ecuadoriano. Due anni fa il governo dell’Ecuador ha autorizzato l’estrazione nel parco di Yasuni, in quello che viene designato sulle mappe dei giacimenti del paese come Blocco 31. La decisione di cercare petrolio nella foresta protetta è arrivata dopo un (fallito) tentativo di inventare un meccanismo per lasciare il petrolio sotto terra: la “Iniziativa Yasuni-ITT” era una sorta di “scambio” tra reddito e natura: il petrolio non viene estratto e i potenziali acquirenti sottoscrivono “buoni” per compensare l’Ecuador del reddito mancato, con un sistema organizzato dalle Nazioni unite. Utopistico forse, ma un fronte di gruppi ambientalisti e organizzazioni delle comunità indigene in Ecuador chiede ancora un referendum per espellere le trivelle da quella foresta, e accusa il governo di permettere la consultazione dei cittadini. Forse è per questo che alla fine del 2013, quando ha aperto allo sfruttamento petrolifero il triangolo Ishpingo-Tiputini-Tambococha, quasi tutto all’interno del Parco naturale, per il Blocco 31 il governo ha posto la condizione che nessuna strada venga costruita attraverso quella preziosa foresta: solo un tracciato, che poi sarà ricoperto dalla foresta. Il motivo è chiaro: una strada apre un accesso, ovunque ci sono strade arrivano prima o poi tagliatori di legname, coloni e altro. Non è la prima volta che si parla di una strada nel Yasuni – anzi, se ne parla da anni. Alcuni, tra i critici della politica di espandere l’estrazione petrolifera, la citano come prova che il governo non ha mai preso sul serio la storia dell’area protetta. Il governo però nega che esista. Del resto è una zona così remota che andare a vedere non è così semplice. L’anno scorso però un gruppo di ricercatori ha pubblicato un rapporto corredato da foto satellitari ad alta definizione. ¿Bloque 31: sendero ecológico o carretera petrolera? è un rapporto pubblicato su Geoyasuni.org, condotto tra gli altri da ricercatori dell’Università di Padova. Da quelle foto la strada si vede benissimo: è proprio una strada, larga 30 metri e oltre (non i 10 metri di un semplice tracciato), con veicoli pesanti che la percorrono. Anche dopo quel rapporto il governo ha negato: sostiene che Petroamazonas, la compagnia petrolifera nazionale, ha costruito solo un “sentiero ecologico” (ecological trail), temporaneo, servito a stendere la conduttura interrata. Così, la giornalista Nina Bigalke ha deciso di andarci....
read moreL’India annuncia un ambizioso piano sul clima: più rinnovabili, più foreste. Ma il carbone, allora?
[di Marina Forti su terraterraonline.org] Anche l’India ha annunciato il suo piano di impegni sul clima, in vista della conferenza mondiale convocata dall’Onu a Parigi in dicembre. Una delle grandi «economie emergenti», e oggi terzo paese emettitore di gas di serra in termini assoluti, l’India è l’ultimo tra i grandi paesi ad annunciare cosa intende fare per combattere il cambiamento del clima. Nel suo piano, New Delhi si impegna a generare il 40% della sua energia con fonti rinnovabili entro il 2030, e diminuire l’intensità di emissioni del suo Prodotto interno lordo (“intensità di emissioni” vuol dire la quantità di anidride carbonica, il principale dei gas responsabili del riscaldamento dell’atmosfera terrestre, generata per unità di Pil): per il 2013 sarà tra il 33 e il 35 per cento al di sotto del livello del 2005. Dunque bruciare meno combustibili fossili, e usare l’energia in modo più efficiente. Inoltre l’India si impegna a proteggere e ripristinare la copertura forestale, in modo che nel 2030 arrivi ad assorbire tra 2,5 e 3 miliardi di tonnellate di CO2. «Anche se l’India non è parte del problema, vuole essere parte della soluzione», ha detto il ministro dell’ambiente indiano Prakash Javadekar, presentando il piano (Intended Nationally Determined Contribution, Indc), ora inoltrato formalmente al segretariato della Convenzione Onu sul cambiamento climatico. In effetti l’India non è tra i grandi inquinatori, se consideriamo le emissioni pro capite. Con una popolazione di 1 miliardo e 200 milioni (di cui circa un terzo vivono in povertà assoluta, le sue emissioni storiche a oggi sono sotto il 3 percento del totale globale). Casomai, è tra i paesi che subiscono l’impatto del cambiamento del clima molto più di quanto contribuisce a provocarlo. «Il mondo sviluppato deve assumere la responsabilità morale per lo stato del mondo oggi», ha detto ancora Javadekar (citando anche Papa Francesco). Ma certo, l’economia cresce, e la popolazione arriverà a 1,5 miliardi nel 2030: «si stima che più di metà dell’India sia ancora da costruire», ha aggiunto il ministro. Il governo indiano non ha ancora fatto previsioni su quando le sue emissioni di gas di serra potranno raggiungere il picco. Il primo ministro Narendra Modi ha più volte ripetuto che l’India non accetterà limitazioni al suo sviluppo economico in nome di un accordo sul clima. E però anche l’India riconosce che il cambiamento del clima ha (e avrà sempre di più) un impatto notevole sulla sua stessa economia e accetta di investire per adattare settori vulnerabili come l’agricoltura, le risorse idriche, le regioni costiere, la sanità e la gestione dei disastri. Ma insiste: avrà bisogno del sostegno della finanza e della tecnologia internazionale per raggiungere questo obiettivi (tecnologie e soldi sono sempre un tema caldo ai vertici Onu sul clima). Il piano annunciato dall’India è stato accolto in modo in genere favorevole, da parte ambientalista. «Un piano ambizioso, soprattutto su energie rinnovabili e foreste», secondo il Centre for Science and Environment, una delle più autorevoli organizzazioni indiane per la giustizia ambientale: «Riflette le sfide dello sviluppo, le aspirazioni del gran numero di persone in povertà, e le realtà del clima». Il Cse osserva che l’India si è data obiettivi perfino più ambizioni della Cina. In particolare, l’impegno a produrre il 40% dell’energia da fonti non fossili: se realizzato, secondo le proiezioni del Cse, nel 2030 l’India avrà...
read moreIea, le energie rinnovabili leader del mercato energetico nel 2020
[di redazione su greenreport.it] L’Agenzia Internazionale dell’energia: grandi opportunità, ma restano troppe incertezze politiche. «L’energia rinnovabile rappresenterà la principale fonte di crescita di energia elettrica per i prossimi cinque anni, spinta dai costi in calo e dall’espansione aggressiva nelle economie emergenti». A dirlo è il Medium-Term Renewable Energy Market Report 2015 (MTRMR) dell’International energy agency (IEA), che indica nelle rinnovabili la fonte più affidabile per mitigare i cambiamenti climatici e migliorare la sicurezza energetica. Ma L’IEA chiede ai governi di «Ridurre le incertezze politiche che agiscono come freni per una maggiore distribuzione» delle energie rinnovabili. Il direttore esecutivo dell’IEA, Fatih Birol, che ha presentato il MTRMR 2015 al meeting del ministri dell’energia del G20 che termina oggi a Istanbul in Turchia, ha sottolineato che «Le fonti rinnovabili sono ponte a prendere il cruciale primo posto nella crescita della fornitura globale di energia, ma questo non è certo il momento di compiacersi. Se queste tecnologie devono raggiungere il loro pieno potenziale, i governi devono rimuovere i dubbi sulle fonti rinnovabili e mettere il nostro sistema energetico su un percorso più sostenibile e sicuro». Nei prossimi 5 anni le rinnovabili forniranno oltre 700 gigawatt (GW) in più di energia elettrica, più del doppio attuale potenza installata in Giappone e rappresentano quasi i due terzi delle capacità nette della global power capacity, cioè la quantità di nuova produzione energetica meno la chiusura in programma delle centrali esistenti. Le fonti no-idro, come l’eolico e il fotovoltaico, rappresenteranno quasi la metà dell’aumento totale dell’energia globale. Secondo il rapporto IEA, la quota di energie rinnovabili nella produzione di energia globale entro il 2020 salirà ad oltre il 26%, nel 2013 era al 22%, «un cambiamento notevole in un periodo di tempo molto limitato. Entro il 2020, la quantità di produzione di energia elettrica globale proveniente da fonti rinnovabili sarà superiore all’odierna domanda di energia elettrica di Cina, India e Brasile messi insieme». La crescita delle rinnovabili si realizzerà sempre di più nelle economie emergenti e nei Paesi i via di sviluppo, che nel 2020 costituiranno i due terzi dell’espansione energia elettrica da fonti rinnovabili. Da sola la Cina nel 2020 rappresenterà quasi il 40% della crescita totale di energia rinnovabile e richiederà quasi un terzo dei nuovi investimenti. Il rapido progresso delle tecnologie sostenibili, il miglioramento delle condizioni di finanziamento e l’espansione della distribuzione di prodotti di qualità in nuovi mercati con le risorse rinnovabili migliori, sta facendo calare i prezzi delle rinnovabili in molte parti del mondo. In Brasile, l’India, il Medio Oriente, Sud Africa e Stati Uniti i contratti di produzione a lungo termine sono sempre più favorevoli e alcuni Paesi poveri, soprattutto nell’Africa sub-sahariana, stanno passando dalla scarsità energetica ad un nuovo paradigma dello sviluppo basato principalmente sull’energia rinnovabile sempre più accessibile. Birol è convinto che «Le fonti rinnovabili a prezzi accessibili sono destinate a dominare i sistemi energetici emergenti del mondo. Con eccellenti risorse idroelettriche, solari ed eoliche, il miglioramento del rapporto costo-efficacia e il momentum politico, le fonti rinnovabili possono svolgere un ruolo fondamentale nel sostenere la crescita economica e l’accesso all’energia nell’Africa sub-sahariana, soddisfacendo quasi i due terzi delle nuove esigenze della domanda della regione oltre i prossimi cinque anni». Ma il MTRMR 2015 evidenzia anche i rischi: «Il finanziamento rimane chiave per il raggiungimento di investimenti sostenuti. Ostacoli normativi, vincoli di...
read moreMade in Ilva lascia l’India: diario teatrale in un Paese dalle mille contraddizioni
[su Greenreport] Un viaggio tra città senz’anima, inquinamento e incontri straordinari È l’India la prima tappa del World tour 2015 della compagnia teatrale Instabili Vaganti, che con il pluripremiato spettacolo Made in Ilva, nella sua versione in lingua inglese, attraverserà tutto il paese, dalla pianura indo-gangetica del nord alla regione meridionale del Karnataka, dal Bengala alle coste sud orientali. Quattro le città principali in cui saranno presentati gli spettacoli: Nuova Delhi, Kolkata, Bangalore e Pondicherry. Il tour in India è solo l’inizio di una tournée mondiale che si concluderà a fine dicembre e che porterà la compagnia in Europa, Messico, Uruguay, Argentina e Cile. Nicola Pianzola e Anna Dora Dorno racconteranno su queste pagine – sottoforma di diario di viaggio teatrale – le proprie esperienze, avventure, impressioni dalle varie città del mondo attraversate nel tour. Conclusa la bellissima esperienza al Tepantar theatre village con una dimostrazione finale aperta al pubblico con i partecipanti alla VI sessione internazionale del nostro progetto Stracci della memoria, ripartiamo alla volta di Kolkata e il giorno dopo siamo già in teatro per l’allestimento di Made in Ilva all’Iccr. Anche in questo caso il pubblico è numerosissimo e riempie tutto l’auditorium. Al termine della performance sono tante le domande dei giornalisti e i quotidiani che riportano interviste e articoli sul nostro lavoro si diffondono a macchia d’olio. Prima di lasciare Kolkata ci tuffiamo nei suoi vicoli alla scoperta dell’anima di questa città, nascosta nelle sue coffee house in una college street costellata di chioschi e librerie, spingendoci fino al villaggio in cui vengono creati gli idoli giganti di terracotta per le festività. Il passaggio a Bangalore è scioccante, se Kolkata colpisce per tutta questa gente che vive, dorme, si lava nelle sue strade affollate, e allo stesso tempo affascina con la sua forte identità, questa città del Karnataka non sembra avere più un’anima: agglomerati urbani cresciuti a dismisura negli ultimi 10 anni che sovrastano villaggi rurali inglobati nella trafficata città. La Silicon Valley dell’India è congestionata a tal punto che attraversarla sembra impossibile. Inoltre il tasso d’inquinamento, dovuto al crescente numero di imprese che trasferiscono qui la propria sede, è il più alto di tutto il Paese. Fortunatamente siamo in un piccolo microcosmo, nel quartiere whiteflield, in periferia, nella foresteria del Jagriti Theatre, un teatro nuovo, a pianta circolare e ben equipaggiato. I numerosi articoli sui giornali di Bangalore hanno creato il pubblico giusto per Made in Ilva, e la soddisfazione nel ricevere i numerosissimi complimenti è indescrivibile. Ci sono moltissimi giovani, alcuni stranieri, probabilmente figli di manager che lavorano all’Itpb (International tecnology park Bangalore). Ci attende l’ultima tappa del tour: Pondicherry, un’ex colonia francese sulla costa orientale. Atterrati nel minuscolo aeroporto ci dirigiamo verso l’Adishakti laboratory for theatre arts and research, uno centro di arti performative dedicato alla ricerca, la creazione e la formazione teatrale ed immerso nella natura. Adishakti è anche il nome della compagnia che ha letteralmente costruito con le proprie mani questo spazio meraviglioso composto da un teatro, una mensa e diverse abitazioni. L’intero centro sorge nel territorio di Auroville, città universale, dove uomini e donne di ogni nazione, di ogni credo, di ogni tendenza politica possono vivere in pace ed in armonia, fondata nel 1968 da Mirra Alfassa, disegnata dall’architetto Roger Anger e basata sulla visione di Sri Aurobindo. Appena arrivati decidiamo di tuffarci nelle...
read moreAlluvione in Costa Azzurra, il Mediterraneo tra cambiamenti climatici e cemento selvaggio
[su greenreport.it] La frequenza di tali episodi intensi può essere messa in relazione con il riscaldamento globale Le inondazioni e le tempeste che hanno colpito la Costa azzurra hanno fatto almeno 17 morti e devastato la regione delle Alpes-Maritimes, poche ore prima era toccato alla Corsica subire i pesantissimi colpi di un altro uragano mediterraneo che aveva rimandato sott’acqua anche Olbia, in Sardegna, ma risparmiato la Liguria, che aspettava col fiato sospeso le due tempeste che l’hanno raggiunta ormai depotenziate da sud e da ovest. Nonostante quanto avvenuto sia anche colpa della cementificazione che ha sfigurato anche la Costa Azzurra, per ora non si registrano reazioni da arte delle associazioni ambientaliste e dei Verdi francesi; forse la polemica politica è stata disinnescata dal presidente francese François Hollande, che ha effettuato subito una visita ai luoghi più colpiti insieme al ministro degli Interni Bernard Cazeneuve, dicendo a cittadini e turisti che gli indennizzi arriveranno presto e non negando la responsabilità di una cattiva programmazione urbanistica e il possibile collegamento con i cambiamenti climatici. Pascal Brovelli, direttore aggiunto delle operazione per la previsione di Météo France, ha spiegato a Le Monde che «delle precipitazioni intense erano previste ed annunciate nella serata di sabato 3 ottobre, ma è impossibile prevedere un fenomeno di una tale ampiezza e localizzarlo in maniera così precisa». Secondo Brovelli «sono dei fenomeni mediterranei che si osservano frequentemente in questo periodo dell’anno. Queste tempeste sono provocate dall’incontro di una massa d’aria calda e umida proveniente dal sud del Mediterraneo e di una massa d’aria più fredda provenienti da territori più in alto. Quel che invece è molto eccezionale è l’intensità del fenomeno che si è sviluppato all’’est della Var e lungo il litorale delle Alpes-Maritimes. A Cannes, in un’ora, tra le 20 e le 21, sono caduti 107 mm d’acqua. Il precedente record nella regione era di 70 mm». Ma questi fenomeni estremi e molto localizzati sembrano legati direttamente al riscaldamento climatico. Ne è convinto anche Brovelli: «Le ricerche sul clima lasciano effettivamente pensare che andremo incontro più spesso a questo tipo di situazioni». Per Philippe Drobinski, direttore ricerche al CNRS e coordinator del progetto HyMeX, «la frequenza di tali episodi intensi può essere messa in relazione con il riscaldamento climatico. I nubifragi molto violenti che si sono abbattuti la sera di sabato 3 sulle Alpes-Maritimes, facendo almeno 17 morti, pongono nuovamente la questione della responsabilità del cambiamento climatico in corso. Se oggi non è possibile stabilire un legame diretto con il riscaldamento, l’aumento delle temperature condurrà ad un aumento della frequenza di épisodes cévenols». HyMeX è un programma decennale di Météo France e CNRS al quale dal 2010 stanno lavorando 400 scienziati di diversi Paesi del mondo per migliorare la comprensione e la modellizzazione del ciclo dell’acqua nel Mediterraneo, la sua variabilità (in particolare per quanto riguarda le piogge intense) e le sue caratteristiche. Drobinski spiega che con épisodes cévenols si riassumono gli episodi più brevi e intensi di nubifragi che avvengono in tutto il Mediterraneo a fine estate e all’inizio dell’autunno e che colpiscono soprattutto l’arco che va dalla Spagna, all’Italia, fino alla Croazia. Cambiamento climatico o meno, dice Drobinski, «il problema è quello di sapere se la causa degli avvenimenti drammatici di questi ultimi anni risieda nell’aggravamento delle piogge torrenziali in autunno o dalla vulnerabilità delle popolazioni di fronte a questi fenomeni. Se le aree urbane si ingrandiscono, se l’idrologia urbana...
read more[:en]EJOLT Report 23: Refocusing resistance for climate justice. COPing in, COPing out and beyond Paris[:]
[:en][ ejolt.org] The full report can be downloaded here. Abstract The climate and environmental justice debates are heating up ahead of the United Nations Climate Change Conference, COP21, scheduled for December this year in Paris. In theory, the conference objective is to achieve a legally binding and universal agreement on climate change, from all the nations of the world. However, within the United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC), controversial schemes to supposedly protect the Earth’s climate eclipse the urgent need to reduce emissions at source and phase out fossil fuels. This report firstly lays out how activists are organizing towards Paris to confront the powers that are ignoring the popular mandate for taking serious action on climate change. In the second section, we take a broader perspective examining important and emerging discourses and alliances within the Climate Justice movement. Finally in the 3rd section we focus on the ongoing resistance of those living alongside exploitative projects – from forest-grabbers to pipelines – and who are the most powerful force for keeping fossil fuels under the ground. In Paris, there is no hope that the official conference will put on the table the Climate and ecological Debt owed from the wealthy to those who are being dispossessed. Yet in the streets and across the world, a decentralized movement of “Blockadia” is opposing fracking, pipelines, false solutions and dirty coal, racking up victories and gaining strength. This report aims to send a strong message, that far from believing the UN can save the world’s climate, resistance to global climate injustice and inequality is alive and building from the ground up. The report is accompanied by an EJOLT produced video from the Unis´tot´en camp in North-Western British Colombia showing how the successful camp is stopping up to seven oil and gas pipelines, holding up billions in investment and keeping millions of barrels (and cubic metres) of fossil fuels under the ground. Separate chapters are also available: Abstract & Table of Contents Introduction (Leah Temper and Tamra Gilbertson) Chapter 1 – To COP in or out? Climate politics 21 cops in Challenges for the climate justice movement: connecting dots, linking Blockadia and jumping scale(Patrick Bond) 2. The anti-politics of the Green Climate Fund: what is left to negotiate? (Sarah Bracking) 3. Having the last word: towards Paris2015 – challenges and perspectives (Maxime Combes) 4. Hacking the COP:. The Climate Games in Paris 2015 (The Laboratory of Insurrectionary Imagination) Chapter 2 – Strategic discourses and alliances Climate justice: two approaches(Joan Martínez-Alier) 6. The common(s) denominator: oil and water on a common river (Kevin Buckland) 7. Labour and climate change: towards an emancipatory ecological class consciousness(Stefania Barca) 8. Energy sovereignty: politicising an energy transition (Pere Ariza-Montobbio) 9. Desertec: the renewable energy grab? (Hamza Hamouchene) Chapter 3 – Resistance to extractivism: stemming the flow Women from KwaZulu-Natal’s mining war zone stand their ground against big coal(Faith ka-Manzi and Patrick Bond) 11. Leave the bones of Mother Earth in place: the liabilities left behind from Colombian coal exports(Andrea Cardoso) 12. Not one more well!: corruption and Brazil’s pre-salt expansion (Marcelo Calazans, Tamra Gilbertson and Daniela Meirelles) 13. Fracking as environmental load displacement: examining the violence of unconventional oil and gas extraction (Lena Weber) 14. Decolonising and decarbonising: How the Unist’ot’en are arresting pipelines and asserting autonomy (Leah Temper and Sam Bliss) Keywords Blockadia, climate justice, Extreme Energy, Financialization, Fossil Capitalism, Pipelines, Responsibility, Unburnable fuels Editors Leah Temper – UAB Tamra Gilbertson...
read moreDissesto idrogeologico, il presidente dei geologi Graziano: “Non ci sono i progetti”
[di Melania Carnevali su ilfattoquotidiano.it] Intervista al presidente del consiglio nazionale e membro della cabina di regia di Italia Sicura: “La struttura funziona, anche se agisce in maniera emergenziale. Ma non ha una struttura di controllo della qualità dei lavori presentati dalle Regioni. Così il rischio è che diventi un distributore di soldi senza risolvere il problema”. I cantieri attivati? “642 dal giugno 2014” L’80% dei Comuni in Italia ha case, scuole, ospedali in zone a rischio idrogeologico, franose o tra letti e rive dei canali. Fosse solo questo: un terzo è stato costruito negli ultimi dieci anni, cioè quando erano già in vigore i vincoli dettati dal Piano per l’assetto idrogeologico, cioè lo strumento che le Regioni utilizzano per la programmazione degli interventi per la difesa del territorio. Strumento, a quanto pare, inutile. Secondo l’ultimo rapporto di Legambiente infatti sono 186 i Comuni in cui si è edificato in aree a rischio nell’ultimo decennio. Nel 79% dei casi si tratta di abitazioni, nel 17% di interi quartieri. E peggio ancora: meno del 5% dei Comuni con zone abitate a rischio ha iniziato delocalizzazioni. Così la “missione prevenzione” del governo Renzi è già una corsa contro il tempo. Italia Sicura, il programma di Palazzo Chigi, prevede 7100 interventi in tutta Italia, per un totale di 21 miliardi di euro, di cui, per il momento, disponibili poco più di due, dice Gian Vito Graziano, presidente del consiglio nazionale dei geologi e membro della cabina di regia di Italia Sicura. Un piano che parte però con un handicap: quello di non avere una struttura di controllo della qualità dei progetti presentati dalle Regioni. Il rischio quindi, spiega Graziano, è che “diventi un distributore di soldi senza risolvere il problema”. Graziano, in Italia lo stato di dissesto si è sempre scontrato con una forte carenza pianificatoria. Lei crede che Italia Sicura sia un efficace strumento di prevenzione? Credo che uno Stato serio dovrebbe saper far funzionare la propria macchina amministrativa senza il bisogno di creare strutture di missione come questa, che comunque agisce in maniera emergenziale. Ma purtroppo queste sono le condizioni in cui ci siamo trovati e dovevamo intervenire. Come struttura, con tutti i limiti di una struttura piccola, come personale intendo, sta funzionando bene per tutta una serie di risultati che è già riuscita a ottenere. E non parlo solo di reperimento di fondi, ma anche quello di aver creato un unico database con le diverse necessità delle venti regioni sotto un unico standard di lavoro. Quando abbiamo iniziato a chiedere le carte del rischio idrogeologico ai vari enti per capire quale fosse la situazione in Italia, abbiamo trovato il caos; c’erano carte una diversa dall’altra e alcune completamente in contrasto con la realtà: zone a alto rischio idraulico, ad esempio, risultavano non a rischio. Da questa attività è emerso tuttavia che i famosi 44 miliardi di euro che si diceva fossero necessari, perlomeno dal ministro Prestigiacomo in poi, per mettere in sicurezza l’Italia non hanno senso, perché siamo complessivamente davanti a una spesa di 21 miliardi di euro. E quanti ce ne sono a disposizione? Per il momento abbiamo reperito quasi 2,2 miliardi di euro delle risorse non spese dal 1998. In più ci sono i 654 milioni di euro già stanziati dal Cipe per il piano delle aree metropolitane, che è...
read moreAlluvione Olbia, la città “esplosa” in 10 anni: cemento fin dentro i torrenti. Pronti 81 milioni per cantieri, solo 16 sbloccati
[di Monia Melis su ilfattoquotidiano.it] L’acqua non dimentica, dice un detto sardo. E il piccolo ponte sul rio Siligheddu diventa il simbolo dell’ennesima esondazione. E’ la terza volta che si allaga tutto, ma questa volta almeno non ci sono vittime, anche se i danni colpiscono sempre le stesse famiglie. La Gallura resta l’area più a rischio dell’isola: Galletti denuncia i condoni, Pigliaru la speculazione. Intanto i sindaci di Olbia e Arzachena sono sotto inchiesta per il disastro del 2013. La prima volta è stato portato via dal ciclone Cleopatra, due anni fa, la seconda – in fretta e furia – distrutto dalle ruspe mandate dalComune. L’immagine simbolo della Sardegna e dell’Italia di fronte all’emergenza delle alluvioni è il piccolo ponte sul rio Siligheddu. L’acqua non dimentica – dice un detto sardo – e così succede anche a Olbia, “esplosa” a suon di piani di risanamento, ben 17 negli anni del boom, tra fine anni Novanta e il 2007, sindaco berlusconiano Settimo Nizzi. Quartieri a rischio,cemento sugli alvei di torrenti, rigagnoli tombati che quando crescono ritrovano la propria strada, trascinando tutto. Per ricostruire quel ponte che collega Olbia a una strada provinciale sono stati spesi 80mila euro, subito dopo l’alluvione del 2013, quella della strage dei 19 morti. Soldi pubblici, arrivati da fondi straordinari della Protezione civile con il vincolo esclusivo del ripristino senza modifiche, come denuncia il sindaco Gianni Giovannelli (Pd). Così, poco tempo dopo il disastro, si è proceduto alla riapertura al traffico. In altri due anni non è stata trovata un’alternativa, fino alle ore di paura del primo ottobre. Quando d’urgenza il ponte che faceva da tappo è stato buttato giù, di nuovo. Così si è evitata unaterza esondazione di fila, anche se nelle case comunque l’acqua ai piani bassi ha raggiunto oltre un metro. Le famiglie colpite sono, e non è un caso, le stesse di due anni fa: le prime ad alzare la voce contro la burocrazia, contro chi ignora i meccanismi del territorio e di una città che si è espansa senza rispettarne gli equilibri. Nessuna vittima stavolta, per fortuna: scuole chiuse e massima allerta col codice rosso in tutta l’isola per due giorni, ma è ancora laGallura l’area più devastata. In campo il ministro dell’Ambiente,Gian Luca Galletti, punta il dito sui condoni, stessa linea del presidente della Regione, Francesco Pigliaru, che ha parlato di “speculazione”. Finito il lavoro degli operai, parte quello della Procura di Tempio Pausania che, per il momento, ha sequestrato tutti gli atti sulripristino del ponte nel 2013. La memoria della strage di due anni fa si è fatta ora più fresca. I numeri fotografano, ma non bastano:19 morti, alcuni bimbi, migliaia di sfollati, danni per 600 milioni di euro. Tra Arzachena e Olbia 13 delle vittime, le altre nell’Oristanese e nel Nuorese. Finora Cleopatra ha tenuto banco nelle aule della politica e in quelle dei tribunali. Nelle prime si fa il punto sui soldi in arrivo, o promessi; nelle seconde si contano gli indagati, spesso amministratori. E a Olbia è ancora tempo di compromessi urbanistici tra lo spettro degli espropri e la rivolta dei proprietari con edifici in zone a rischio. Intanto si tiene d’occhio la contabilità dei fondi in arrivo da Roma: sulla carta 81 milioni e 200mila euro, quelli sbloccati dal Cipe sono 16. E nel pacchetto rientra anche un fondo da 12 milioni per le demolizioni. Serviranno in parte per la mitigazione del rischio idrogeologico: lavori attorno alla rete di rii che attraversa la città e va verso il mare. Per l’intreccio di morte e distruzione gli avvisi di garanzia sono arrivati...
read more[:en]A rig too far[:]
[:en][ on economist.com] OIL companies have a proud history of digging holes in inaccessible places and producing gushers of money. But in the Chukchi Sea, in the Alaskan Arctic, Shell has poured $7 billion into a single 6,800-foot exploratory well, making it possibly the most expensive hole yet drilled, only to admit this week that it had not found enough oil and gas to make further exploration worthwhile. That was a big climbdown for a company that had spent seven years since acquiring the Chukchi licenses in 2008 in a highly public, drawn-out battle to drill in the Arctic. The decision boiled down to costs, financial and reputational. Most big oil firms face similar pressures. Some will take a lesson from Shell and put their Arctic plans on hold, though Eni, a big Italian oil firm, is vowing to press ahead with its efforts to drill in the Norwegian Arctic. As the oil price has fallen by more than half over the past year, the economics of drilling in deep and treacherous waters have worsened considerably. Though Shell had sought to play down the dangers of its Chukchi conquest, observers long ago reckoned it had bitten off more than it could chew. It suffered a slew of mishaps in 2012, culminating on December 31st of that year in a drilling rig breaking loose from its tow lines and running aground. After that episode, Ben van Beurden, installed as Shell’s chief executive in 2014, could have halted the ill-fated project. But after a “personal journey”, he decided to go ahead. Since then, Shell has portrayed Arctic drilling as somewhat of a mission, saying the prospective hydrocarbon reserves—ten times the total produced so far in the North Sea—are needed to provide energy for a global population expected to rise from 7 billion to 9 billion by 2050. Analysts say it was more about shoring up Shell’s reserve base, at a time when oil and gas deposits are increasingly held either by national oil companies or by nimble American “frackers”. Last year Shell replaced only 26% of the 1.2 billion barrels of oil equivalent (boe) that it produced. It has told investors that the Arctic was the best long-term bet for filling that gap, expecting it to provide at least 500m boe after 15 years. Now it will need new alternatives. If its £47 billion ($70 billion) takeover of BG Group, a British firm, goes ahead, that is one: it will increase Shell’s oil and gas reserves by a quarter. Reputation was another factor in Shell’s retreat. A company that was among the first oil majors to acknowledge the risk of human-induced global warming in the 1990s—and one that has joined with other European oil firms to advocate carbon pricing ahead of the climate-change talks in Paris later this year—was embarrassed to be pilloried for its Arctic drilling by environmental groups and politicians. Just as serious were the concerns of Shell’s own shareholders. Many of these, including some big pension funds, questioned its climate-change credentials at its annual meeting in May. The stockmarket is taking the news in its stride. But internally, the abandonment of the Arctic project will lead to soul-searching. Shell is staffed more by boffins than roughnecks, who pride themselves on their ability...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.